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MONTICELLI BRUSATI (in dial. Montesèi, in lat. Monticellorum de Brusatis)
Comune della Franciacorta a m 276 s.m. con superficie di kmq 10,50, a 19 km da Brescia; si estende sulla destra del torrente Gandovere, sulle prime propaggini delle colline moreniche meridionali del lago d'Iseo. Confina con i comuni di Polaveno, Ome, Rodengo Saiano, Passirano, Provaglio d'Iseo, Iseo. È composto da varie frazioni in amena posizione (Baiana, Bozza, Calchera, Colombaia, Costa, Dosso, Fornaci, Foina, Fontana, Gaina, Torre e Villa). Altre località sparse: il col del Cucca, Moretti, Gerardini, Castelveder, Fratta, Costa, i Morcc, Dosso Badina, S. Faustino, mulino della Fontana, monte Valenzano, Monte Delma, Fornaci, ecc. Nel sec. XIII in quella più pianeggiante di Parmezzana - Calzana posero sede il Comune e la chiesa parrocchiale. Abitanti (soprannome: farlòcc): 1576: 753 di comunione 476, 1610: 700 di cui utili 145 e 120 fuochi, 1774: 617, 1805: 931, 1819: 1006, 1861: 1057 (famiglie 236), 1871: 1202, 1881: 1198, 1900: 1454, 1911: 1640, 1921: 1699, 1931: 1778, 1938: 1843, 1951: 1887, 1961: 1672, 1971: 1852, 1977: 2107, 1981: 2335, 1988: 2732.
STORIA DEL PAESE. Il terreno è costituito dalla cosiddetta maiolica, formazione geologica più recente fra il Gunz e il Cretacico, con calcare compatto, dal finissimo impasto chiaro che ha fornito pietre di tipo litografico. Il territorio andò formandosi nell'era quaternaria quando il ghiaccio dal Monte S. Michele si spinse attraversando il valico di Parmezzana e penetrò nell'attuale valle di Ome, plasmando la conca e le colline moreniche che racchiudono quasi isolandoli l'attuale territorio di Monticelli, separando il bacino meridionale del Sebino dalla bassa Valtrompia. Il territorio è formato da rocce di più antica origine come il colle della Madonna della Rosa e da materiale alluvionale (ghiaie, sabbie, argilla). La ricchezza di acque e il terreno adatto consentirono ricca vegetazione specie di foreste di querce e di castagni. Vengono fatti risalire al periodo neolitico i sentieri pedemontani Rodengo Ome - Monticelli - Camignone e Monticelli - Provezze - Provaglio e probabilmente quello che congiunge Gaina (da Gava, fiume incassato) e Polaveno (da Pola, sorgente). Non sono rimasti segni di abitatori preistorici, mentre di epoca romana sono i toponimi di Monticelli da Monticuli e specialmente Villa tipico nome romano per indicare un podere con casa padronale e abitazioni rurali. Un certo rilievo potrebbe aver avuto la vicinanza di Valenzano (ager Valentianus) con la villa di un qualche ricco patrizio della gens Valentia. Con il diffondersi del Cristianesimo il territorio venne compreso nella vasta pieve di Iseo diventando parrocchia probabilmente nel sec. XIII - XIV. Del tutto probabile è la presenza benedettina alle cui bonifiche viene attribuita la seriola Molinara: le sue acque derivano dal Gandovere, irrigano i territori di Monticelli e Ome. Si fa risalire alle invasioni ungare la rocca poi più volte fortificata detta di Castelveder. Vi ebbe proprietà anche il monastero di S. Gervasio di Acquanegra fondato nei sec. XI - XII. Il primo documento in cui si parla della rocca di Monticello è del 954 quando Dagoberto, vescovo di Cremona, la permuta con altra proprietà dandola a certo Antonio conte di Casale Giuliano. Ottone III poi nel 997 oltre che confermare i privilegi della badessa di S. Giulia assegna ad un Rogerio quanto gli spettava a Monticelli. Sempre più determinanti dopo il Mille l'influenza tanto del monastero di Rodengo quanto del priorato cluniacense di Provaglio di Iseo. Al monastero di S. Eufemia confermava privilegi e proprietà su Monticelli Innocenzo II nel 1132; nel 1187 Urbano II confermava al monastero cluniacense di Rodengo rilevanti privilegi e proprietà tanto che nel 1237 verrà chiamato "Monticelli de Rodingo". Intanto crescevano in potenza i Brusati che investiti di sempre più vaste proprietà divennero i principali feudatari e proprietari del territorio. Nel 1116 il Liber Potheris Brixiae segnala un Johannis Bruxiadi de Monticello abitante a Volpino. Si tratta di quel Giovanni Brusati proprietario dei castelli di Volpino, Ceratello e Qualino avuti come feudi dal vescovo di Brescia e da lui venduti nel 1122 a Bergamo provocando una guerra fra Brescia e Bergamo durata a lungo. Con lui compaiono nei documenti del tempo molti Brusati tutti più o meno legati a Monticelli tanto che questo verrà, denominato Monticelli Brusatorum o Monticelli dei Brusati come compare la prima volta in un estimo del 1385. Monticelli si avvantaggiò delle cariche che i Brusati ebbero. Fra essi Oprando che nell'ottobre 1106 fu console di Brescia. Tale legame durerà fino al 1410 quando un Tebaldo Brusati vendette i fondi di Monticelli che erano già stati loro tolti e poi restituiti da Pandolfo Malatesta. Nella guerra tra Brescia e Bergamo agli inizi del sec. XIII Monticelli e Rodengo divennero i quartieri generali degli ottimati che, cacciati da Brescia, vi accolsero gli alleati cremonesi per tentare la riconquista della città. Senonchè la parte popolare nel 1208 attaccò gli avversari e li sgominò distruggendo Monticelli e Rodengo. Intanto aveva acquistato importanza la Vicinia o più vicinie e il Comune nel 1280 veniva obbligato da Brescia con altri comuni a concorrere oltre che alla manutenzione ordinaria anche a quella straordinaria del ponte sul Mella presso Urago. Nel 1331 re Giovanni di Boemia investiva di beni feudali in Monticelli (assieme ad altri di Ghedi e Solferino) alcuni suoi capitani. Durante il periodo visconteo Monticelli fece parte della Quadra di Gussago e tale rimase anche sotto il dominio Veneto. Succedono ai Brusati altre famiglie come i Masperoni, i Giocolini. Tre fratelli Giocolini e i Masperoni parteciparono nel 1426 alla congiura di Gussago in favore di Venezia. Il 7 dicembre 1439 Monticelli con altre terre vicine venne devastato dalle truppe del Piccinino. Sotto Venezia appartenne alla Franciacorta. Il Comune era retto da una Vicinia che ogni anno nominava quattro sindaci, due consoli e un massaro. Il Comune possedeva un bosco di circa 200 piò che non veniva affittato, ma tenuto a pascolo e diviso in due parti: una chiamata Monte Gignoli, l'altra Garzago. Esisteva un Consorzio o Carità amministrato dai sindaci dotato di venti some di frumento dispensato a tutti gli abitanti ugualmente. Si affacciavano intanto nella vita di Monticelli nuove famiglie provenienti dalla nobiltà rurale e dalla borghesia. Sul finire del '400, 170 piò dei Bozze passarono a un Benedetto Montini (il cui cognome originario era de Benedictis) e Dorotea Montini portò in dote pascoli e boschi a Vincenzo Bucelleni. Una tenuta aveva anche il procurator de mercanzie Antonio Lodetti e beni vi ebbero i Foresti, i Negroboni, gli Averoldi, i Mazzucchelli, i Fè d'Ostiani, casate di rilievo nelle vicende bresciane. A Villa arrivarono nel 1637 i Rampinelli di Gardone V.T.; a Foina si stanziarono nel 1607 i Richiedei; nel 1707 i Gherardini. Fuori da passaggi di eserciti Monticelli non fu immune dalle epidemie e specialmente dalla peste del 1630, come non fu immune da fenomeni di violenza come il bulismo. Dal 1644 al 1669 vi vennero registrate ben 15 persone uccise da archibugiate. Nel '700 si registrò la costruzione della nuova chiesa parrocchiale e di altre cappelle. Nel 1797 la maggioranza della popolazione fu antigiacobina. Controrivoluzionari salirono sul campanile per segnalare l'arrivo, al grido di "Viva S. Marco" dei giacobini e filofrancesi. Nel 1820 venne costruito il nuovo cimitero e nel 1923 venne ultimato il nuovo cimitero con una cappella dedicata ai caduti di guerra. A Monticelli politicamente ebbero sempre prevalenza i moderati e i cattolici. Nel 1893 si sparse la voce che un drago si aggirava nella campagna di Delma seminando terrore: alcuni coraggiosi decisero di affrontarlo con bastoni e forconi, ma abbattutolo si trovarono di fronte ad un modesto "re di quaglie", un uccello poco noto in quelle campagne e abitudinario di luoghi molto umidi. La psicosi dei mostri si diffuse di nuovo nel giugno 1930 quando i giornali scrissero dello scheletro di uno stranissimo animale enorme senza gambe, con grossa e breve coda, cranio appiattito ecc. trovato in val Gaina che poi agli studiosi Cacciamali e Cozzaglio si rivelò come la carcassa di un cane morto da poco. Nel 1903 il paese cercava di vincere l'isolamento costruendo con il sussidio della provincia, su progetto del geom. Rovetta, una strada che lo congiungesse con le Bettole di Camignone con diramazioni in località Crocette alla contrada di Villa. Una nuova strada comunale per rendere più accessibile la chiesa parrocchiale venne costruita nel 1907. Anche l'istruzione veniva ulteriormente sviluppata con il miglioramento delle scuole elementari e con l'istituzione nel 1907 di scuole serali nelle frazioni Foina e altre, per intervento di don Erminio Mingardi e di Egidio Manessi. Del 1923 sono l'Asilo infantile e il teatro comunale oltre che il restauro delle scuole e del palazzo municipale. Inoltre veniva istituita una quinta classe elementare. Il 12 luglio 1925 il sen. Carlo Bonardi inaugurava la cappella ai caduti. Nel 1932 veniva inaugurato l'acquedotto e l'impianto telefonico completati nel 1938. Moltissimi furono gli sfollati durante la seconda guerra mondiale.
Dopo la guerra le amministrazioni democratiche si preoccuparono di ampliare l'acquedotto e la rete stradale, di rimodernare l'asilo infantile e venne ampliato il cimitero. Negli anni '60 ebbero rilievo la festa del cacciatore e la sagra di luglio. Dal 1965 si assegnò per vari anni il premio di pittura Monticelli Brusati arricchito di mostre grafiche, fotografiche ecc. Nel 1967 venne edificato un nuovo edificio scolastico sul quale il 10 settembre 1967 venne posta una lapide a ricordo del prof. Giovanni Baron che per anni aveva insegnato gratuitamente ad alunni bisognosi di aiuto extrascolastico. Nel 1973 veniva costituita "La Sportiva" società che ha promosso varie attività. Nel 1974 venne costruita una nuova strada per il santuario della Madonna della Rosa. Nel 1978 venne costruita una nuova scuola media intitolata poi ad Aldo Moro e veniva avviata la costruzione di un edificio su progetto del geom. Luigi Guerrini, per ospitarvi gli uffici Comunali, ambulatori, biblioteca, salone per assemblee, inaugurato il 13 aprile 1980. Contemporaneamente si sviluppò l'edilizia popolare mentre venne fissato il piano regolatore. Dal 1981 viene assegnato il premio letterario Gandovere di narrativa. Nel maggio 1988 il Gruppo Alpini inaugurava la sua sede. Grazie al lascito di Manlio Baron (1978) proprietario della Philips Italiana (morto nel 1985) venne aperta (1989) una casa per anziani nella sua villa "La Baroncina" sul Dosso, una vasta tenuta di 50.000 metri; essa fu affidata alla Baroncina Cooperativa di Solidarietà Manlio Baron costituita nel 1989. Con la legge regionale 43-1982, Monticelli, Iseo, Ome erano inseriti nella Comunità Montana del Sebino Bresciano. Dal 1984 si tiene il Palio delle contrade con manifestazioni varie e con sfilate di carri. Sempre più presente lo sport specialmente con il Monticelli Basket.
LA PARROCCHIA seguì il consueto sviluppo, dotandosi di confraternite (Santissimo, Rosario) cui si aggiunsero la Congregazione dei terziari Francescani, istituita canonicamente il 28 febbraio 1922, sebbene già esistente in tempi precedenti e allora rifiorita in modo singolare. Si svilupparono poi le associazioni di Azione Cattolica e il 30 ottobre 1966 veniva inaugurato il nuovo Oratorio.
Chiesa di S. Zenone. Sorge su un promontorio dominante la parte orientale dell'abitato (frazione Fontana); è ritenuta la prima parrocchiale e risulta variamente denominata come chiesa di S. Zeno, di S. Pietro in Vincoli o in Vinea, o dei Morti. Si trattava certamente di una chiesa anteriore al Quattrocento, a tre navate, di cui restano ancora resti delle laterali oltre che ottimi affreschi quattrocenteschi della sagrestia e del campanile. Nel 1426 è registrato un chiericato di S. Zeno che affittava beni a 420 lire l'anno. La chiesa era già in decadenza alla visita del vescovo Bollani che, oltre a necessari interventi, comandava che si tenesse chiusa. Una tradizione popolare ritiene la chiesa di S. Zenone la prima e più antica parrocchiale ed in sostegno di ciò riporta la tradizione di suonare la campanella in occasione dei funerali dei morti di Monticelli inferiore e il Faino nel 1658 la dice jam antiquam parochialem. Essa fu abbandonata in epoca imprecisata e ricostruita nella forma attuale nel 1713 e fu decorata nel 1909 dal pittore Francesco Rossi di Milano conoscente di don Mingardi. Sul lato destro nell'antisagrestia risaltano degli ottimi affreschi incorniciati in ricca architettura gotica, che raffigurano in alto la Madonna col bambino in trono e sotto S. Rocco e S. Sebastiano, resti di un trittico nel quale compariva anche s. Fabiano come si apprende dalla scritta "Concinus de Rossis de la Fontana ex voto et ad laudem omnipotentis Domini et sanctorum martirum Rochi, Fabiani, et Sebastiani". Sulla parete meridionale si scorgono altre figure di diversa mano che raffigurano S. Rocco e S. Zeno. Sull'architrave di una porta è incisa un'iscrizione che attesta un legato di messe fatto nel 1640 da don Andrea Ragusini. In un grande ovale sono rappresentati s. Zeno in gloria e le anime purganti, nei pieducci i quattro evangelisti. L'altare maggiore: la pala con la Madonna e Bambino con S. Zeno e i Santi Pietro e Antonio, è firmata Ant. Palea ed a sinistra reca B.D. Margarita Tanea Q. m Iulii D.D.D. Altare di destra, in marmo: la pala rappresenta S. Rocco e S. Sebastiano. Altare di sinistra, in legno: la pala rappresenta S. Apollonia e altra martire (forse S. Eurosia). La Via Crucis (sec. XVII) portata nel secolo scorso, proviene dalla chiesa parrocchiale. Quando la chiesa fu ristrutturata nelle forme attuali (1713) vennero riuniti poi i resti del cimitero che la attorniava e sistemati sotto l'abside e non è verosimile che si tratti di resti delle vittime della peste del 1630. Esposti dapprima sotto un portichetto vennero poi chiusi dietro una grata per precisa disposizione del vescovo. Oggi in un vano a volta chiuso da una salda inferriata di ferro si scorgono sui suoi lati due spesse cataste di ossa e di teschi. La parete di fondo è coperta da una decina di ex voto. Altri forse ne esistevano anche nell'ambiente che fa da pronao all'ossario. Viva è ancora la devozione verso i "Morti" ai quali vengono attribuiti miracoli. Ogni anno in agosto sono al centro di una sagra. Nel 1827 venne costruita l'annessa casa per il cappellano e nel 1830 fu ricostruito il campanile, danneggiato da un fulmine Nel 1872, essendo stata ridotta a condizioni di squallore, la chiesa venne dipinta dal pittore Giosuè Rota di Brescia. Nel 1969-1970 venne completamente restaurata e dotata di nuove campane. Nel 1908 vi venne collocata una statua di S. Zeno opera di Cesare Passadori, sostituita nel 1965 con altra dei Poisa di Brescia copiata dal trittico del Mantegna della basilica di S. Zeno di Verona.
La parrocchiale vecchia. In epoca imprecisata si adottò come nuova chiesa parrocchiale l'attuale edificio adibito a teatro, di pianta rettangolare che sorge a fianco dell'attuale parrocchiale. È ricordata in documenti del 1410, 1466, 1532, 1658. Nel 1865, il parroco Tavecchi tolse le sepolture per costruirvi una cantina. Nel 1922 l'edificio veniva adibito a teatro del Dopolavoro e ne derivò una lunga causa fra Curia e Comune vinta dalla prima nel 1940. Sul muro del palco restano ancora stupendi affreschi del Quattrocento che meriterebbero di essere salvaguardati e messi in evidenza. La nuova chiesa parrocchiale. Programmata verso il 1713; venne avviata nel 1715 sotto la direzione di una Commissione speciale, guidata dal cappellano Innocenzo Battola, "massaro della Fabbriceria". Affidata al capomastro Giovanni Migrino, la costruzione sembra sia stata avviata nel 1728 col sostegno della popolazione e specialmente delle famiglie Boventi, Gavazzi e Buizza e della Scuola del SS. Sacramento. Nel 1740 era al tetto e nel 1743 venivano costruite le tombe delle confraternite. Nel 1750 Pietro Corbellini eseguiva e firmava nella controfacciata il martirio dei santi Tirso ed Emiliano: a lui si deve probabilmente anche il Battesimo di Gesù nel battistero. Opere di completamento vennero compiute nel 1751 dal capomastro Cristoforo Manera o Manetta di Praga. Il 6 dicembre 1760 veniva benedetta dall'arciprete di Iseo e il 10 giugno 1792 consacrata dal vescovo Nani. Nel 1783 venne eretto il campanile, in perfetta sintonia con la chiesa, e poste le campane nuove che dovettero essere rifatte più volte per continue rotture. Nel 1813 ? 1814 venne costruita la sagrestia, decorata poi nel 1873 con quattro medaglie simboliche da Giosuè Rota di Brescia. Nel 1899 venne posto alla sagrestia il nuovo pavimento e posto il grande balcone centrale opera dei falegnami Omodei di Bovegno. Nel 1813 la chiesa venne provvista dell'organo. Nel 1842 vennero posti gli stalli del coro, tre confessionali e 32 banchi, opera di un falegname di Cazzago San Martino. Nel 1863 venne restaurato il campanile e posto un nuovo concerto, di cinque campane opera della ditta Giorgio Pruneri di Grosio, inaugurate il 28 aprile 1864. Dopo parziali restauri alla facciata nel 1878, nel 1885 e nel 1887, la chiesa venne completamente sistemata e dipinta all'interno e all'esterno. Dopo numerosi vari interventi, nel 1905 la chiesa veniva decorata dal pittore Rosolino Bocchi di Brescia. A navata unica, con abside e copertura voltata a botte, ripete l'impianto tipologico delle vicine chiese di Provaglio, Provezze e Camignone. La facciata semplice, ritmata da quattro doppie lesene con capitello dorico e cornici orizzontali termina in un timpano semplice, ma elegante. Entrando, a destra, si incontra l'altare di S. Nicola e S. Luigi con una pala raffigurante la Madonna e i Santi Rocco, Nicola da Tolentino e Luigi. Nello sfondo il paesaggio di Monticelli. É opera attribuita a Sante Cattaneo. La custodia in marmo di Carrara venne posta nel 1849. Segue l'altare del Santissimo Sacramento posto nel 1755, su progetto dei Callegari (1754), eseguito dal tagliapietre Angelo Orlandi (1754 - 1755) e con indorature di Giacomo Broglio. È adorno di una bella pala di G.B. Galeazzi con la Deposizione dalla croce, Santa Maria Maddalena, Nicodemo ed un angelo firmato "Io. Bapt. Galeacii F. MDCII" e porta lo stemma della famiglia Montini e le lettere Z.P.M. L'altare maggiore di marmo viene attribuito alla scuola dei Callegari. È dominato da una pala. Le balaustre furono fatte pare nel 1842 da Pietro Giacomo Cagna, abitante a S. Agata a Brescia. Scendendo lungo la navata sinistra si incontra l'altare della Madonna del Rosario con statua della Madonna contornata da 15 tavolette con i Misteri del Rosario opera di Sante Cattaneo. Le due lampade inargentate vennero donate nel 1874 da Luigi Del Bono q. Antonio di Foina. L'ultimo altare a sinistra, prima dell'uscita (detto di S. Eurosia), ha una pala raffigurante S. Giuseppe, S. Eurosia e S. Gaetano da Thiene. È opera di Bernardino Boni o Buono di Brescia del 1762. L'altare venne eseguito dallo scalpellino Caglio, mentre le indorature vennero eseguite a spese di Angelo Peli nel 1887. Sulla porta laterale destra è posta una tela proveniente dall'antico altare della Scuola del Rosario, raffigurante la B.V. e i santi Sebastiano, Rocco e Nicola da Tolentino contornata dai 15 misteri del Rosario e firmata Carolus D. Pretis. Il quadro di S. Angela Merici venne acquistato nel 1882 presso il pittore Cesare Camplani. Sono ora in canonica i quadri del S. Cuore di Gesù e del S. Cuore di Maria, dipinti nel 1877 da Ottavio Ronchi di Castelcovati, a cui si devono anche le stazioni della Via Crucis, mentre le cornici furono eseguite da Domenico Castelvedere di Quinzano. Le stazioni vennero benedette il 13 marzo 1859.
Il Santuario della Rosa o della Madonna della Rosa è sito sul colle, in un angolo di pacata e suggestiva pace che domina su vasto panorama tanto da far vedere nella sua torre massiccia il vertice di un'antica fortificazione o posto di guardia com'è di altri santuari e l'antico pozzo sembra avvalorarle l'ipotesi. In tempi più pacifici accanto alla torre sorse probabilmente nel sec. XIV o XV il santuario che andò ingrandendosi nei secoli che seguirono. Una tradizione vuole che ad un contadino assetato sia un giorno apparsa la Madonna per indicargli una fonte vicina e che subito mentre ella scompariva dove aveva posto i piedi fosse sbocciato un roseto. Tradizione o leggenda, ancor oggi si raccoglie l'acqua fresca e limpida nel pozzo della Madonna. Il santuario nel 1567 era in decadenza tanto che il convisitatore del vescovo Bollani, monsignor Girolamo Cavalli, tra le varie ordinanze prescriveva l'otturazione della finestra di sinistra, l'impianto del pavimento, l'imbiancatura della chiesa, che si togliessero legni ed immondizie, che si ornassero gli altari di destra e sinistra e che si tenesse chiusa la chiesa. Il santuario fu subito restaurato: il portale stesso in pietra bianca fu sacrificato e sostituito con un altro in pietra scura, elegante e ricco di ornamentazioni floreali. Alcuni pezzi del primitivo portale furono utilizzati nella ricostruzione e allora fu costruito anche l'elegante peristilio. Nel 1573 il visitatore monsignor Pilati registrava: «Chiesa della B. V. sul monte che è stata fabbricata per devozione in un fondo del comune che non ha nulla, ha una casetta dove abita l'eremita per il governo del luogo. Vi si celebra tutti i giorni della Madonna e frequentemente per devozione. Ha l'altare maggiore consacrato». Il vescovo M. Morosini nel 1646, a sua volta, trova già eretto l'altare a S. Carlo e a S. Gottardo e riscontra che le elemosine sono amministrate secondo le necessità da due sindaci che tengono due chiavi diverse. I visitatori del card. Ottoboni nel 1656 trovano che vi si celebra la messa ogni settimana, per mezzo di legati non rilevantissimi, ma consistenti e prescrivevano che i sindaci dovevano spendere le elemosine solo su intervento del parroco. L'interno e specie l'abside dovette essere completamente rinnovata nel sec. XVII sostituendo l'antica costruzione gotica. La casa adiacente è contemporanea a questo rinnovamento come lo sono gli eleganti reliquiari che affiancano l'arco trionfale. Fu messa in opera al contempo la preziosa cancellata in ferro battuto ed eretto il bel portico prospiciente la facciata del santuario. Nel 1692 venne rifusa una campana in casa «Olim Montini», poi Piotti. Nel 1867 in ringraziamento della quasi totale preservazione della popolazione dal colera venivano compiute opere di restauro tra le quali l'apertura delle due finestre della facciata. Nel 1877 veniva fatta una nuova rifusione delle campane mentre purtroppo veniva venduto l'organo. Nel 1840 per la prima volta si legge attribuito alla B. Vergine del santuario del Monticello di mezzo, il titolo di Madonna della Rosa e con quel nome vi si sviluppò attorno una crescente devozione che continua ad essere viva. Una relazione del parroco del tempo, don Tavecchi, del 23 luglio dello stesso anno elenca otto legati stabili e tre temporanei per complessive 100 messe. Nel santuario il parroco celebra la domenica in albis, l'Ascensione, durante le Rogazioni, nelle feste dell'Immacolata, della Natività di Maria, dell'Annunciazione, dell'Assunzione, dei S.S. Firmo e Rustico e di S. Gottardo; il curato invece vi celebra ogni mercoledì e venerdì. Due fatti registrati in una cronaca parrocchiale indicano la protezione della Vergine e il suo intervento: nel 1833 truppe austriache che vi si erano accampate dovettero abbandonare il Santuario perchè d'improvviso si esaurì l'acqua del pozzo; il 6 giugno 1870 il battente di una campagna cadde in mezzo ad un gruppo di donne senza colpirne una sola. Purtroppo nel 1941 sotto la pressione di necessità finanziaria fu alienata l'antica statua quattrocentesca, per sostituirla con un'altra uscita dalla bottega Poisa. Una ripresa del Santuario si deve al parroco don Pietro Pea che munì il santuario di corrente elettrica, rifece il tetto, costruì la casa del custode e acquistò un vasto appezzamento circostante; nel 1964 fu aperta la carreggiabile che collega il paese con il santuario. Nel 1965 sistemate le adiacenze e costruita la loggetta a fianco del campanile (ing. Nello Brunelli) si rese al complesso una suggestività francescana. Le belle terrecotte di Olves di Praga (misteri del Rosario), una lapide con due medaglioni a Papa Paolo VI e Giovanni XXIII (Giuseppe Menozzi), il restauro degli affreschi e delle tele sono a ricordo dell'incoronazione della venerata effigie della Madonna da parte di mons. L. Morstabilini vescovo di Brescia (10 settembre 1967). L'altare maggiore: in marmo nero, intarsiato di commessi policromi; il paliotto è abbellito da quattro statuette e una Natività. La nicchia con la statua di Maria e Bambino è circondata da ricca soasa barocca. Altare di sinistra, in marmo nero: la pala raffigura 5. Carlo, S. Gottardo e S. Firmo, ed è firmata Jacobus Cossali MDCXXXII, e sul lato destro la scritta: «Questa pala è fatta fare... To Stornato... Madona de Montiselo». Il santuario era ricco di altre tele oggi scomparse, tra le quali una raffigurante la santissima Trinità e i santi Tirso ed Emiliano, forse del Cossali; una Madonna con Bambino e S. Antonio attribuita a Francesco Paglia (1696 - 1712); quattro quadri fiancheggiavano il presbiterio e raffiguravano la Natività della Vergine, la Presentazione al tempio, lo Sposalizio della Vergine e la Annunciazione, tutti di una stessa mano. La composizione specie della Presentazione al tempio riecheggiava un'altra consimile esistente nella vecchia pieve di Gussago e rimandava a Grazio Cossali. Sono del Quattrocento alcuni affreschi tra i quali una Santissima Trinità con la Madonna in trono (e la scritta: Hoc opus fecit facere domina Pasqueta uxor qd Filipini de Campais); S. Simonino, S. Sebastiano e altri santi dipinti sui massicci pilastri.
Sant'Antonio di Padova a Foina. Costruita nel 1682 per testamento di Vincenzo Bucelleni (1661), nel 1871 venne ornata, meno il coro, dal pittore Giosuè Rota di Brescia. Ha una bella pala di Francesco Paglia raffigurante la Madonna e i Santi Filippo e Antonio di Padova.
La Chiesetta di Persaga venne costruita con quella di Foina grazie al lascito Bucelleni. L'Immacolata, Santella in frazione Calzana, venne eretta nel 1855 "per lo scampato colera".
Edifici. Risalente al XVI secolo e probabilmente costruito da Benedetto Montini è il complesso edilizio di contrada Torre, sulla strada per Provezze. La contrada ha preso nome dalla torre preesistente, forse del secolo XV, che domina il complesso costituito da fabbricati a due piani con porticati e logge o chiusi al primo piano e con finestre. Qualcuno ha pensato che esistesse qui un monastero cluniacense dipendente da quello di Provaglio. Diventata di proprietà dell'ingegner Riccardo Pisa (dopo essere stata dei Bucelleni e di altri) è stata ricostruita a regola d'arte. Il Lechi ha definito interessanti gli edifici che compongono il complesso anche se sorti senza una pianta unitaria e disarticolati fra loro. Sulla torre, abbellita con una finestra ed un balcone in ferro battuto, nei recenti restauri sono emerse le bellissime figure di due guerrieri con sulla veste lo stemma dei Montini e, in alto, tutto intorno alla torre, una fascia decorata con festoni e stemmi dei Montini stessi. Nell'interno della torre vi è una grande sala affrescata con personaggi, storie romane e con la figura dell'Abbondanza, purtroppo rovinati per essere stata la sala ridotta a cantina. Sono pure affrescate due sale vicine inserite nel fabbricato annesso alla torre. Una casa cinquecentesca con il solito portico (a sei arcate) e loggia (a dieci arcatelle con colonnette a capitelli dorici) si trova in frazione Foina. Particolarmente bella una casa a corte cinquecentesca in contrada Mignone, a pianta rettangolare, con porticato a piano terra a cinque arcate a tutto sesto e loggia a dieci arcate con colonnine in pietra di ordine dorico. Di proprietà Bucelleni fu acquistata da Giacomo Costa e fratelli nel 1795, passando poi nel 1856 a Giacomo Tempini. E ora della famiglia Lombardi. Ampio ed elegante complesso è quello che oggi viene chiamata "Antica cantina Fratta". Il palazzo settecentesco di impianto vicino al neoclassico, fu affiancato da una vasta cantina, una fra le più ampie della Franciacorta. Il complesso appartenne prima ai conti Ducco, poi a certi Gazola e poi al curato del luogo Giovanni Zanardini e ancora a Giosuè Dameti, fattore dei Fenaroli. Un bell'edificio secentesco a pianta rettangolare, con portico ad archi al piano terreno, si trova in contrada Bozze. Era chiamato "Casa Montina", perchè nel 1660 era di proprietà di Benedetto Montini. Passò poi ai Fenaroli e nel 1919 ai Chilovi. Una bella casa a corte con edificio padronale e abitazioni rurali si trova in contrada Calchera. Fu di G.B. Faustino, passando ai Capitanio e infine ai Nulli. In località Castelveder restano i muri in sassi probabile resto di un castello o fortificazioni antiche.
ECONOMIA. Tipicamente agricola l'economia si è sempre basata, soprattutto, sulla coltivazione della vite e la produzione di vino, sui boschi e con spazi anche per la frutta e i cereali. Particolarmente apprezzato il vino del tipo Cellatica, soprattutto quello dei vigneti di Villa. Nel 1609 il Da Lezze sottolineava che vi si faceva "vin dolce perfettissimo", ma era sviluppata anche l'agricoltura in genere, in quanto si contavano 30 paia di buoi, 14 cavalli da soma, 16 carri e 20 carrettai. Una grave crisi colpì la viticoltura a metà dell'800, superata solo a distanza di anni. Nonostante ciò, nasceva proprio nei momenti di grave crisi una delle più grandi cantine. Nel 1866 infatti Luigi Rossetti da Marone, ma trapiantato ad Iseo, comperava il complesso della Fratta ampliandone la cantina fino a renderla capace, nel 1870, di contenere seimila ettolitri di vino. Ad essa aggiunse nel 1877 una grandiosa tinaia detta "La tinassera". Dalla cantina venne costruito un tunnel che sboccava alle prime case di Fontana e che serviva a scaricare le acque che allagavano a volte la cantina fino a obbligare all'uso di bigonce (o soie) per raggiungere le botti per spillarvi il vino. Morto il Rossetti nel 1866, la Fratta andò declinando fino a quando nel 1973 l'enotecnico Franco Ziliani la restaurò. Tuttavia non bastando ormai l'attività agricola a far fronte alla crescita demografica, molti monticellesi dovettero cercare lavoro altrove. Con l'industrializzazione della Valtrompia e sotto la spinta di ripetute crisi agricole, già verso la fine dell'800 e ancora più nei primi decenni del '900 un crescente flusso migratorio puntò su Gardone V.T., Villa Carcina e Lumezzane, attraverso la mulattiera di Polaveno e altri sentieri, percorsi soprattutto agli inizi e alla fine della settimana. Non mancano tuttavia sforzi per uno sviluppo agricolo della zona. Contro quello che i giornali del tempo chiamavano il "cancro della grandine" veniva costituito nel 1899 un consorzio con Provezze, Ome, Brione, Camignone per attrezzare le campagne di cannoni antigrandine che però non si dimostrarono utili. Nel contempo si tenevano dimostrazioni pratiche sull'innesto di viti americane. Due anni dopo la Cattedra ambulante propagandava la coltivazione dei vigneti anche a grano e foraggio. Nel 1907 nei locali attigui alle "grandiose cantine" dei fratelli Rossetti, la Cooperativa di Franciacorta installava una distilleria con macchinario nuovo acquistato a Milano, in grado di lavorare non meno di 100 quintali al giorno. La viticoltura assurse a sempre maggiore importanza dopo la prima guerra mondiale. Il 15 novembre 1925 si tenne la prima Festa dei viticultori bresciani con grande partecipazione da tutta la provincia, con premiazioni per i partecipanti a corsi di viticoltura. Nel febbraio 1939 si teneva a Monticelli una riunione per la costituzione di un enopolio della Franciacorta. Il vero rilancio della viticoltura si ebbe negli anni Settanta con la fondazione della Azienda agricola "Villa" di proprietà di Alessandro Bianchi, che nel 1989 produceva 120.000 bottiglie di spumante e di vini classici di Franciacorta l'anno, in una cantina che occupa 5.000 metri cubi e si estende su 1.200 mq. Nel 1976 l'enotecnico Franco Ziliani procedette al ripristino sotto l'aspetto estetico e funzionale dell'ex cantina Rossetti rendendola capace di accogliere 400 mila bottiglie all'anno e 1,5 milioni di pezzi stivati nelle cavées a tutto cotto che si snodano nel ventre della collina. La nuova Fratta venne inaugurata nell'ottobre 1983 assieme ad ampi locali di ristorante, per conferenze e concerti. A queste due si sono aggiunte le cantine La Montina, Castelveder, Lo Sparviere, Ciapel, Casa Caterina dei fratelli Del Bono, mentre una grande cantina sta nascendo dal 1990 nella Casa dei fantasmi per iniziativa della società "Ca' dei colli" presieduta da Enzo Cibaldi. In tal modo Monticelli è considerata una delle capitali del brut di Franciacorta. Accanto a questo exploit vitivinicolo è stato registrato anche uno sviluppo di altre attività connesse con l'agricoltura, come una attività casearia di una certa importanza, la pollicoltura concentrata nell'azienda agricola Tancredi che dal 1985 ha provveduto ad impianti d'allevamento ultramoderni. Inoltre specie in località Villa e per iniziativa di Alessandro Bianchi, ma anche altrove, stanno prendendo forza attività agrituristiche.
Non mancarono a Monticelli altre attività economiche. Funzionò a lungo una fucina per attrezzi agricoli e oggi è ancora in attività un'officina del lumezzanese Emilio Scaroni che fabbrica spade, sciabole, fioretti utilizzati anche ai giochi olimpici di Seul. Per alcuni decenni ebbero rilievo le cave della cosiddetta maiolica, con la produzione di pietra litografica estratta in luogo e lavorata a Virle. Nel 1926 in frazione Calchera venne avviata una filanda. Nel secondo dopoguerra fu aperto un calzificio che offrì lavoro fino a cento operaie e una fabbrica di stampi. Vennero poi aperte aziende di materie plastiche. Nel 1971 esistevano 197 entità manifatturiere delle quali 45 del settore tessile - abbigliamento, 133 in quello metalmeccanico, 19 in quello edile. Vi funzionano il Calzificio Vespa di Valentini e Spada; la Pigoli Giancarlo per la lavorazione dell'acciaio; la G.M.G. elettronica. Tra i complessi industriali sono da rilevare le Stamperie Metalli non ferrosi. In crisi nel 1991 la Zenith di Sarezzo con laboratorio in paese. Tra le piccole aziende negli anni '70 si formarono le ditte "Mona" di Enrico Bonadei con 10 addetti, la "Luisa" (nove addetti), la "Ebac" di Enrico Bonadei e di Annibale Chilovi (15 addetti), la Ercos, la Gnutti e la Scotti.
SINDACI: Giovanni Bettoni (1945-46); Angelo Vitali (1946-51); Felice Morandi (1951); Luigi Costa (1951-56); Vittorio Chilovi (1956-64); Francesco Costa (1964-70); Mario Scotti (1970-80); Sandro Rizzini (dal 1980). PARROCI:Bartolomeo De Clerici (viv. nel 1543); Lorenzo Bonasolo (1565); Nob. Valerio Duranti di Palazzolo (1566); Cottone Gio Maria (1571 - 1594); m. Bernardino Bellani (1594 - muore 1 maggio 1604); Orlando Barucco (1604 - 30 ottobre 1605); Orlando Durasio (morto nel febbraio 1606); Nob. Benedetto Soldo (da Casto in Valsabbia; 1606 - 8 agosto 1655); Giovanni Vescovi (da Vione; 27 luglio 1655 - 6 febbraio 1692); Accini (o Assini) Michele Vigilio da Brescia (18 giugno 1692 - 1713); Pietro Paino da Preseglie (7 aprile 1713 - 23 agosto 1730); Bartolomeo Dolcino da Gussago (29 dicembre 1730 - 15 novembre 1770); Domenico Perotti di Sarezzo V.T. (23 gennaio 1771- 15 maggio 1794), primo Vicario foraneo; Giacomo Zanetti di Bagolino (3 luglio 1794 - 29 dicembre 1823); Lazaro Eusebio Ceresetti (7 maggio 1824 - 5 maggio 1840); Gianfilippo Tavecchi (29 luglio 1840 - 4 marzo 1864); Stefano Svanera (17 maggio 1864 - 11 febbraio 1896); Giulio Berardi di Zone (13 settembre 1896 - 1906); Luigi Barbera (10 febbraio 1907 - 20 febbraio 1919); Vigilio Maranta di Provezze, già coadiutore (7 settembre 1919 - 4 novembre 1920); Stefano Arici di Brione (24 aprile 1921 - 24 marzo 1954); Luigi Mingardi (25 luglio 1954 - 1957); Pietro Pea di Pontevico (5 gennaio 1958 - 1971); Federico Festa (1971 - 1975); Giovanni Gentili (dal 1975).