MARIA (6): differenze tra le versioni

[versione in sospeso][versione verificata]
 
m (una versione importata: Import Volume 8)
 
(Nessuna differenza)

Versione attuale delle 07:27, 24 apr 2018

MARIA (S.) del Carmine

Chiesa e convento dei Religiosi Carmelitani già presenti in città fin dal 1345 in un edificio presso la piccola chiesa di S. Maria dell'Annunziata in seguito a facoltà apostolica del 18 agosto di tale anno. Autorizzati il 28 dicembre 1346 dal Consiglio Generale della città a questuare, i Carmelitani consolidarono la loro presenza tanto da rendersi necessario un nuovo convento ed una nuova chiesa di cui fu posta la prima pietra il 5 maggio 1429 e il cui progetto fu affidato all'architetto cremonese Giorgio da Montesano. La costruzione durò circa cinquant'anni con il sostegno diretto del Comune che nel 1438 decise alla vigilia della festa dell'Annunciazione una "oblatio" attraverso una solenne processione di cinquecento planet e di un cero alla Vergine "avvocata dei peccatori [...] affinchè si degnasse di intercedere per il popolo bresciano gravato da molti peccati" La fabbrica venne favorita da una Bolla del luglio 1443 di papa Eugenio IV, da nuove speciali indulgenze del 1451, da un Breve di Pio II del 20 dicembre 1458. I lavori di costruzione andarono tuttavia a rilento tanto che nel 1460 si stava ancora demolendo la vecchia chiesa mentre l'abside venne conclusa solo nel 1471 e le cappelle sul lato destro verso il 1475, anno in cui il Foppa poteva affrescare la cappella Averoldi. Il convento passò nel 1459 nell'ambito della riforma della Congregazione di Mantova, mentre influenza viva vi ebbero alcuni insigni religiosi quali p. Angelo Caprioli, p. Cristoforo Martignoni. Questi nel 1477 donò la veneratissima immagine della Madonna "di S. Luca" o delle Brine. In occasione del Capitolo generale del maggio 1478 vennero raccolte ingenti offerte che permisero di completare la costruzione del grande e bellissimo chiostro del convento, che venne affrescato da fra Giovanni Maria da Brescia. Completata la costruzione (le capriate vennero sostituite da volte nel 1620) la Chiesa divenne il centro di una viva devozione alla B.V., ai santi dell'Ordine Carmelitano e di floride confraternite e corporazioni mentre il convento fu centro di intensa carità e di cultura. Con la soppressione del 1797 gran parte del convento venne convertito in carcere e poi in sede di scuole pubbliche mentre la chiesa venne affidata a dei rettori. Senza mezzi la chiesa andò deperendo. Progetti di restauro vennero affidati nel 1896 all'architetto Luigi Arcioni; su intervento dell'ing. Giovanni Tagliaferri, venne in parte restaurata, ma in modo inadeguato tanto che veniva di nuovo chiusa nel 1927. Fra chiusure e riaperture, e sempre nuovi ma mai definitivi restauri (1934, 1970 - 1978) rimane ancor oggi bisognosa di definitivi restauri. Dal 1953 venne affidata ai Padri Maristi. Dopo la soppressione dell'Ordine Carmelitano ne furono rettori Bartolomeo Rota, Giovanni Fracassi, Giuseppe Romei Nelli, Anacleto Zorzi, Giacomo Moro, Domenico Giuricini, Egidio Ferrari.


La chiesa misura ben 75 m. di lunghezza ed è una delle più imponenti e vaste delle chiese bresciane. Come ha rilevato Giovanni Vezzoli l'esterno mostra l'aspetto primitivo, eccetto per le lunghe finestre gotiche delle cappelle sulla fiancata destra, che furono tutte chiuse e sostituite con lunettoni, restando intatte solo due. L'ultima poi fu trasformata in sagrestia. Il lato destro, arricchito di profonde cappelle gentilizie o di corporazione, presenta una notevole diversità rispetto al sinistro, che ha la fiancata tutta diritta, perché confinante con uno dei chiostri. Vi furono adattati successivamente numerosi altari. Il lato destro, all'esterno, presenta il succedersi delle cuspidi delle cappelle, accentuato dai pinnacoli, o guglie, che collocate sulle cuspidi stesse o nell'avvallamento tra cappella e cappella, danno luogo a un moto saliente e discendente agile e vivo. La facciata, nella complessità delle strutture, nel moto vario delle sue parti, rivela meglio del resto il lungo spazio occorso per portare a termine la fabbrica. Con l'alternarsi di motivi romanico gotici (quelle quattro lesene sormontate da pinnacoli negli archetti del fregio e nella base della facciata) e rinascimentali (nelle due finestre rettangolari tra le lesene e il portale). Preziose le terrecotte policrome di figure e fregi vegetali che adornano le finestre e il portale. Probabilmente recuperate altrove le due colonnine tortili con capitelli tardo - gotici poggiate su due leoni stilofori di marmo rosso che affiancano il portale. La lunetta del portale stesso mostra resti di una Annunciazione attribuita al Ferramola e la tradizione vuole che il pittore intento a dipingerla nel 1512 non si fosse scomposto alle grida e agli strepiti suscitati tutt'intorno dal terribile saccheggio delle truppe di Gastone di Foix. Di grande interesse la porta in legno, formata da quarantotto formelle, non tutte coeve, scolpite con ornamenti floreali combinati con figurazioni quali l'Annunciazione, lo stemma dell'Ordine Carmelitano ed altre ancora. Nella facciata, a destra, è murato un bassorilievo con la Madonna e il Bambino del sec. XV.


L'interno della chiesa è vasto, imponente per altezza e ampiezza delle navate e per la maestà delle volte. Particolarmente suggestiva la navata di destra, ritmata da grandi arcate a tutto sesto, corrispondenti ad altrettante cappelle. Entrando, sull'acquasantiera vicina alla porta centrale spiccano due angioletti simili a quelli del Marinali posti sotto la pala dell'Assunta del Moretto in Duomo Nuovo. A destra della porta sta un grande bancone di legno di buona fattura. Salendo da destra sul primo altare si trovano a far da pala due affreschi raffiguranti la Discesa dello Spirito S. di intonazione nordica, e l'incoronazione della B.V. collegato con il gotico veneziano di Jacopo Bellini. Di bottega rezzatese della fine del '600 è il paliotto dell'altare, ricco di intarsi variopinti con fiori e frutta e con al centro in un ovale di marmo bianco il Bambino Gesù che Giovanni Vezzoli ha supposto opera di Santo Callegari. Nella seconda cappella, fondata come suggerisce un'iscrizione dal Paratico degli Orefici nel 1483, e da essi restaurata nel 1621 e nel 1754, ai lati in due nicchie stanno i santi Patroni S. Eligio e S. Giovanni Battista, forse opera di Antonio Carra. Sull'altare sta una pala di Francesco Giugno raffigurante la Madonna col Bambino fra gli stessi due santi. In una edicoletta lignea, addossata al muro, tra la seconda e la terza cappella è venerato un Crocefisso, piccolo, ma di ottima fattura, da collegarsi con l'affresco del Foppa della cappella successiva. La terza cappella a destra della famiglia Averoldi è arricchita di notevolissime opere d'arte. Sull'altare spicca un affresco, riportato, che raffigura Cristo Crocefisso: per la dignità e la forza, il colore e la struttura si mostra, senza dubbio, opera di Vincenzo Foppa circa del 1475. La volta reca al centro delle vele, entro mandorle di luminosa atmosfera, le sagome potenti dei quattro Evangelisti. Nei peducci delle vele, entro arcate sormontate da timpani curvilinei, i simboli degli Evangelisti, affiancati dall'altro lato dalle immagini dei dottori della Chiesa Occidentale, anch'essi entro strutture simili, e, angioletti musicanti (dipinti) che il Vezzoli attribuisce al Foppa. Il paliotto dell'altare di stile rinascimentale reca stemmi degli Averoldi sorretti da putti, e compresi fra due pilastrini ornati di fiori e viticci. A destra sta il sepolcro del nob. G.P. Averoldi, morto nel 1520 e dedicatogli dal figlio Altobello. Fiori e delfini fanno, a detta di Giovanni Vezzoli, "un tipico esempio di alta scultura bresciana della prima metà del '500". Il sepolcro venne restaurato nel 1898. Nella quarta Cappella spicca sull'altare una grande pala di Pietro Marone raffigurante la "Strage degli innocenti". Il volto della cappella è stato dipinto dallo Zanardi e ai lati dal Monti con gloria di angeli,la Natività e l'Epifania in suggestivi monocromi. Anche il paliotto di questo altare è ricco di finissimi intarsi marmorei. Sull'altare della quinta cappella sta una pala di Giuseppe Tortelli raffigurante S. Alberto in preghiera davanti alla Vergine. A fianco dell'altare sta una Deposizione di Giacomo Barucco. Ai lati del presbiterio stanno l'organo e la cantoria con festoni, feste di cherubini, un angelo musicante. Sulle balaustre, addossate alle pareti stanno due esuberanti statue di angeli, dal Vezzoli attribuiti prima ai Marinali e poi alla bottega dei Carra o "a qualche scultore di soase lignee" passato alla pietra. A Carra il Vezzoli assegna le quattro cariatidi e il medaglione al centro del paliotto dell'altare maggiore, il tabernacolo, il ciborio, ricchi di marmi e di pietre; mentre ad Antonio o Alessandro Callegari assegna gli angioletti marmorei ai lati del ciborio. L'abside è dominata da due grandi tele, l'inferiore raffigura l'Annunciazione opera di Pietro de Witte, detto il Candido, donata alla chiesa dal duca di Baviera, Renato, nel 1596, l'altra, di minori dimensioni e racchiusa nel timpano raffigurante la B.V. che porge lo Scapolare a santi Carmelitani, opera di Grazio Cossali. Le tele sono raccolte in una soasa dalle grandiose strutture architettoniche dominata da copie di cariatidi e di statue raffiguranti la Fede, la Speranza, ai lati e nel mezzo la Carità, in un grappolo di putti. Il Vezzoli le avvicina a quelle di G. Bianchi di S. Giovanni; sulle pareti del coro stanno episodi di S. Alberto probabilmente di Ottavio Amigoni; nel volto B. Gandino dipinse l'Assunta. L'abside minore a sinistra del presbiterio, di recente restaurata, custodisce un gruppo di sculture della Pietà, attribuite allo scultore modenese Mazzoni (sec. XV) ma secondo il Vezzoli di altra mano. Il gruppo venne restaurato nel 1971. Sulla parete sopra un grande armadio barocco sta una tela forse di A. Gandino raffigurante la Crocifissione. Accanto sta appeso un Crocifisso quattrocentesco secondo il Vezzoli di bottega bresciana. Segue, scendendo lungo la navata di sinistra, un primo altare con una tela raffigurante S. Maria Maddalena de' Pazzi. Il paliotto ha un medaglione finissimo raffigurante Gesù flagellato opera fra le migliori di Santo Callegari. L'altare successivo ha una grande tela che rappresenta l'Ascensione, opera incompiuta secondo qualcuno di P. M. Bagnatore, secondo altri di Pietro Marone, finita poi da Bernardino Gandino. Sul quarto altare a destra sta una tavola greca bizantina raffigurante la Madonna col Bambino, fra angeli, detta "delle Brine" attribuita a S. Luca e che si ritiene portata dall'Oriente da Martignoni (v.) raccolta in un'ancona marmorea scolpita da G.M. Morlaiter, nel 1737. Elegante è anche il tabernacolo con testine di angeli. Ai lati dell'altare stanno su grosse mensole due angeli opera di Antonio Carra, ritoccati da Santo Callegari. Sul terzo altare di sinistra sta una tela del bresciano Giacomo Zanetti di Ghedi, raffigurante S. Andrea Corsini. Sul penultimo altare è posta una tela di Antonio Gandino raffigurante il Cristo che consegna le chiavi a S. Pietro presenti alcuni Apostoli e S. Teresa. L'ultimo altare porta una tela raffigurante S. Michele arcangelo, raccolta in una grandiosa architettura di intonazione manieristica, con ai lati le statue di SS. Faustino e Giovita opera di Antonio Carra.


Molti e vasti gli affreschi della navata centrale e di quelle laterali così da non lasciare spazi vuoti. Nei medaglioni della navata centrale sono raffigurati: S. Teresa fra i S.S. Pietro e Paolo, Elia sul carro, S. Alberto in gloria ecc. Tra i medaglioni sono raffigurati patriarchi e profeti, mentre in oculi racchiusi fra arco ed arco sono rappresentate le Sibille. Sono opera del Sandrini, del Barucco, del Rama, dei Gandino (sec. XVII). Una porticina in fondo all'abside della navata destra porta in un cortiletto, nel quale si trova l'abside poligonale della navata centrale, pressocchè interamente rifatta, specie negli intonaci, oltre che nelle strutture. A sinistra si apre una cappelletta piuttosto angusta, di notevole interesse. L'architettura non presenta particolari di rilievo. Importanti invece sono le pitture che ne ornano le pareti. Nella parete di fondo Floriano Ferramola, verso il 1500 vi affrescò la Madonna con san Giovanni Evangelista e la Maddalena, di buon colore e di architetture sapientemente lombarde, anche nel senso del lume, che denota qualche apporto bergognonesco, più che foppesco. Sull'arco di fondo Vincenzo Civerchio, a quell'epoca attivo nel Bresciano, dipinse la Resurrezione, sulla parete sinistra, l'incontro di Cristo con la Madre, a destra con la Maddalena: affreschi di esecuzione e di colorito morbido, con accentuazione un po' sentimentale, nei gesti, nell'impostazione e nell'espressione, tipica di questo pittore in questo periodo, quando era tra l'influsso del Butinone e del Ferramola. La cappella venne restaurata nel 1895.


Grandissima la devozione verso la Madonna del quarto altare a destra, detta delle Brine. Ricorrendo spesso la festa dell'Annunciazione, titolare della Chiesa, in Tempo di Passione o addirittura nella Settimana Santa i Carmelitani trasferirono la sagra della chiesa al lunedì dopo la domenica "in Albis" ponendo in particolare venerazione l'immagine già ricordata della B.V. col Bambino, attribuita dalla tradizione a S. Luca e, sempre secondo la tradizione, dipinta su cedro del Libano. Siccome, poi, la Pasqua segna il periodo della Primavera, e tante volte questa stagione è rigida e c'è un ritorno del così detto inverno di S. Giorgio, i Carmelitani hanno dato a questa festa il carattere di preghiere contro le brine, che spesso danneggiano le campagne nei primordi di primavera. Presto la festa venne preparata da un triduo di preghiere scandito mattino e sera dal suono solenne del Pegol. Quando l'immagine venerata veniva esposta i fedeli non solo accorrevano da ogni angolo della città, ma anche da molti paesi della provincia. In casi poi particolarmente gravi la Sacra immagine veniva portata in processione per le vie della città e più volte, attestano i cronisti, ogni pericolo scomparve improvvisamente. Di una processione racconta, in una sua pomposissima opera magnificamente illustrata con incisioni di suor Isabella Piccina del monastero del S. Cuore in Venezia su disegni di Antonio Fumazi dallo strano titolo «La conchiglia celeste», il p. S.B. Fabbri: egli descrive con ornate espressioni una processione devozionale tenuta a Brescia sul finire del sec. XVII della venerata immagine. Gli ex voto e molte testimonianze scritte indicano la viva devozione che ha sempre attorniato l'immagine invocata contro le ossessioni ed infestazioni diaboliche come in ogni grave circostanza.