LODRONE, conti di: differenze tra le versioni

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LODRONE, conti di

Potente, antica famiglia che da scrittori secenteschi venne fatta discendere dalla Gens Lateranensis romana, con la registrazione di numerosi Consoli. Secondo la leggenda i figli di un Plozio Laterano, Emilio e Paride, verso il 171, dopo che Lucio Vero aveva fatto uccidere il loro padre, abbandonata Roma, si rifugiarono nelle valli alpine prendendo possesso delle terre di Lodrone (dalla quale prese il nome la famiglia) e Castel Romano, ai confini col Tirolo. Sempre secondo la leggenda il senato romano e i Papi riconobbero sempre la genealogia dei Lodrone e la loro dignità di patrizi romani. La verità storica vuole che quella dei Lodrone sia una di quelle potenti famiglie ghibelline che gli imperatori della Germania e i vescovi principi di Trento posero a guardia delle tre vie di passaggio dal Trentino alla Lombardia (Lodrone, Arco e Castelbarco). E sicuro è che da tempo immemorabile i Lodrone possedettero oltre che la bassa valle delle Giudicarie anche la Valvestino anche se non esistono documenti di investitura comprovanti tale dipendenza. Sembra che già il nipote di Lanfranco, Silvestro, denominato l' "eroe" venisse nominato "conte" (comes) dall'imperatore Federico I. La tradizione vuole che nel sec. XII avrebbe ricevuto in feudo la Valvestino dal conte Eppan come premio per aver partecipato ad una crociata. Tale possesso sicuro dal 1346 fu incontrastato per secoli, mentre ai confini bresciani con le Giudicarie i Lodroni ebbero infiniti attriti e contrasti sia con Bagolino, sia con gli abitanti di Valsaviore in Valcamonica per il possesso degli alti pascoli di Val di Fumo. Alcuni hanno indicato come capostipite dei Lodrone, Lanfranco Laterano, vissuto verso la metà del sec. XI. Altri accennano ad un Silvestro Lodroni, crociato nel 1189 al seguito dell'imperatore Federico Barbarossa. Tuttavia è agli inizi del sec. XV che la famiglia esce dalle foschie della leggenda accumulate da Bernardino Faino, da Giambattista Nazari, da Giampietro Crescenzo ecc. La famiglia rimase unita fino al sec. XV. Ghibellini irriducibili, i Lodroni si appoggiarono sempre sull'autorità dell'imperatore, favorendo e anche ostacolando i Visconti di Milano fino a quando non individuarono la possibilità di una nuova politica cuscinetto fra Impero e Venezia schierandosi sempre più per questa man mano che gli imperatori di Germania andavano rinunciando all'egemonia in Lombardia e in Italia in genere. Perfezionò tale alleanza Paride Lodroni che nel 1438 e 1439 comandò le truppe della Repubblica e riuscì a sconfiggere più volte le truppe viscontee. In compenso Venezia concluse con i Lodroni un'alleanza di reciproca difesa, dichiarò i conti "nobiles venetos natos" ed ebbe investiture feudali a Cimbergo Muslone e altrove. Il ristabilimento dei rapporti fra Impero e Repubblica Veneta fece si che Federico III nominò conti dell'impero i due figli di Paride, Giorgio e Pietro capostipiti dei principali rami dei Lodroni. Tale titolo venne conferito a Roma, in occasione delle celebrazioni per l'incoronazione dell'imperatore. Il documento redatto in Roma il 6 aprile 1452 era conservato nel "Kaiserlicher Haus-und Staatsarchiv". Con i figli di Paride Ottone la famiglia si diversificò in due rami principali quello di Pietro e quello di Giorgio. Da Giorgio e dai suoi figli Paride e Francesco discese il ramo del Caffaro che a sua volta si diramò poi. Da Pietro attraverso Paride, Nicolò, Giovanni, Paride, Nicola derivò il ramo di Boemia nel quale ebbe rilievo il celebre arcivescovo di Salisburgo, Paride. Con il suo notevolissimo patrimonio questi costituì due maggiorascati: uno di progenitura, l'altro di secondogenitura. Il primo fece capo a Cristoforo, fratello dell'arcivescovo, che si trasferì a Salisburgo, pur mantenendo rilevanti feudi e beni nelle Giudicarie. Un ramo si diramò anche a Brescia e specialmente a Concesio, dove già nel 1517 Aldina (n. 1462) sposa del conte Paride «De Lodron» aveva casamento da padrone con uniti 60 piò buoni e si affrettava a dichiarare che quella era la sua dote; diceva anche di abitare in Brescia, con tre donne e due figli, in case d'affitto del genero Achille Martinengo del ramo, diremo meno brillante di Cadivilla, che abitava in contrada S. Eufemia. Mons. Fé non fa cenno di questa sposa di Achille (quasi coetaneo della suocera) e può darsi che, appena sposata, Aldina fosse morta senza figli. La casa di Concesio rimase in famiglia dei Lodroni e come tale la denuncia Gerolamo (n. 1580) figlio del conte Gerolamo e di Elena. Nel 1641 Gerolamo è ancora in vita con la sposa Giulia ed ha quindici figli che, con molto piacere elenca ai Signori bresciani ai quali paga le imposte per Concesio. Fra questi figli vi sono Sebastiano, Vescovo principe di Gurg (n. 1600), tre monache negli Angeli a Brescia, quattro nubili. Lelia sposa di Pietro di Terlago signore di Molveno, Aurelia sposa del barone G.B. a Prato signore di Lagula, Laura sposa del barone Mattia Venier signore di Lemmi, Francesco canonico di Salisburgo, Bartolomeo monaco pure in quella città e due giovanetti scapoli Alvio (n. 1628) e Nicolò (n. 1626). In città stava in casa d'affitto. Era una specie di finzione perchè in verità dimoravano di solito nel castello di Lodrone. Nel 1723 i Lodrone scomparvero dall'estimo di Concesio e le loro proprietà passarono ai Martinengo che nel 1830 li cedettero ai Montini. Quando, già all'inizio del secolo XVII, si estinse con Giovanni Paolo, nipote dell'arcivescovo Paride, il ramo che aveva avuto come capostipite Pietro, la famiglia giunse ad un accordo: la linea del ramo di Giorgio che si era formata in Boemia ebbe la proprietà del maggiorascato di primogenitura coll'ufficio di Landmarschall ed il governo della famiglia; i possessori del maggiorascato di secondogenitura rinunciavano quindi al governo delle contee di Lodron e Castel Romano; i privilegi dell'ufficio di Landmarschall spettavano in comune a tutt'e due i maggiorascati. Il Senior della famiglia sarebbe stato, di volta in volta, anche il capo di tutta la famiglia, e, nel caso fosse della linea che possedeva le contee di Lodron e Castel Romano, avrebbe avuto anche il governo. Nel corso dei secoli la famiglia ebbe vasta diffusione e rami di essa si stanziarono al di fuori del Sud-Tirolo, regione che va comunque considerata come sua sede originale: abbiamo così discendenti dei Lodron in Stiria, in Carinzia, in Boemia e persino in Baera. Per questo già Hübner, le cui tavole genealogiche peraltro non sono assolutamente sicure e non concordano affatto con quella conservata dalla famiglia, parla di linea tirolese, stiriana, boema e bavarese. Verso la metà del sec. XIX (1866) sussistevano ambedue le linee principali quella del maggiorascato di primogenitura (suddivisasi a sua volta in linea di primogenitura e linea bavarese e in linea speciale Freunenstein) e nella linea di maggiorascato, detta del Caffaro che possedeva Lodrone (15 villaggi con 2.300 abitanti) Castelromano e di diritto se non di fatto Cimbergo, la Valvestino (12 villaggi), Himmelberg e Bierberstein, i territori di Lampoding e Wolkersdorf e i castelli di S. Giovanni Laterano e S. Barbara. Stemma: «Di rosso, al leone d'argento coronata d'oro con la testa in maestà e la coda intrecciata e annodata tre volte». Sempre più stretti furono i rapporti dei Lodroni con il Bresciano. Feudatari del vescovo principe di Trento e indirettamente dell'imperatore dopo aver allargato la loro giurisdizione a Darzo, Lodrone e Bondone si spinsero sempre più a sud (verso la vallata del Chiese) a Ovest (verso la Valsaviore) e a Est (verso la Valvestino). In epoca imprecisata divennero feudatari di Bagolino e già nel 1180 i bagolinesi chiedevano di essere sottratti dal loro dominio. Dopo diverse peripezie, assalti e guerriglie nel 1186 il feudo ceduto a Storo, con l'impegno che la zona non fosse ceduta a Brescia. I Lodroni comunque continuarono ad avanzare pretese su Bagolino che si liberò di loro solo nel 1312. La leggenda vuole che un conte Lodrone per aver preteso lo jus primae noctis di una sposa novella, alla ribellione dello sposo, spalleggiato dalla popolazione, dovette rifugiarsi sui monti dove venne nascosto da un carbonaio di nome Massimo che egli premiò facendolo ricco onde il luogo si chiamò Riccomassimo. Nel frattempo i Lodroni avevano esteso la loro influenza sulla Valvestino. Già in un atto del 4 giugno 1189 il conte Enrico di Eppan compare un "Calapinus miles de Lodrone" che aveva diritti feudatari in Valvestino. Il 21 aprile 1257 all'investitura avvenuta in Riva di Silvestro Lodroni qm. Parisio è presente forse a rappresentare la valle infeudata Bevolchino de Vestino. Il documento più sicuro dell'investitura è del marzo 1346 quando il 3 e 14 marzo, nel castello di Telvana in Valsugana, Lodovico, conte del Tirolo investiva Raimondo, figlio naturale di Pederzotto di Nicolò Lodroni, procuratore del padre dei feudi di Bolone, Cadria e Droane in Valvestino. Da allora e per secoli la Valvestino fu feudo dei Lodroni, senza che vi fossero contestazioni se non marginali. Contrasti ebbero ad esempio con la Riviera per il possesso del monte Droane (1547 ecc.). Continui invece furono i contrasti tra i Lodroni e Bagolino che si acuirono nel 1357 quando Alberghino Lodrone per contrastare l'affitto concesso dall'abate di Serle del Pian d'Oneda ai Bagolinesi, fece deviare il corso del Caffaro, dirigendolo verso il Lago d'Idro, privando il Comune di Bagolino di 800 jugeri di terreno fertile. I magistrati di Brescia fecero intervenire Bernabò Visconti e i Lodroni dovettero accettare i patti imposti dai suoi rappresentanti salvo tornare, nel 1378, ad avanzare di nuovo le loro pretese su Pian d'Oneda e sul resto. Bagolino ne approfittò per ribellarsi a Pederzotto Lodroni, cacciare gli imperiali dal paese e aggregarsi al Comune di Brescia. Del che Pietrozotto e Jacobo Lodroni si lamentavano scrivendo il 28 settembre 1378. Per stornare i tentativi dei Lodroni i Bagolinesi si misero sotto la protezione di Regina della Scala che nel 1384 ordinava ai magistrati di Brescia di costruire una fortezza sul fiume Caffaro a difesa dai Lodroni e a presidio dei confini. Nel 1384 deviarono di nuovo il corso del Caffaro creando vivi contrasti, guerriglie e ispezioni che finirono il 31 luglio 1393 con un compromesso secondo il quale pur riconoscendo che il Pian d'Oneda e il monte delle Caselle fossero del Comune di Bagolino in sostanza concedeva tali privilegi (di costruire un ponte sul Caffaro, far tagliare legname, farvi transitare mandrie, esercitare un diritto esclusivo di pesca) da assegnare un ruolo decisivo ai Lodroni. A parte i rapporti per lo più tesi con Bagolino, i Lodroni continuarono a dominare dalle loro rocche la strada del Chiese e quella tra il Chiese e il Sarca e a vendere a caro prezzo la loro fedeltà ondeggiante tra i Visconti e la Serenissima Repubblica. Nel 1401 passando per la Val del Chiese l'imperatore Roberto del Palatinato, ebbe appoggio dai Lodroni, che lo sostennero nella battaglia, vicino a Brescia, contro Gian Galeazzo Visconti, perduta dall'imperatore. Pietro Lodroni e Francesco da Carrara mettevano in quella circostanza a soqquadro il Bresciano. In una zona di confine i Lodroni seppero tenere nei momenti di decisivo assestamento territoriale italiano un abilissimo atteggiamento politico. Mentre Pietro fu Parisio si schierò decisamente in favore del vescovo di Trento e per i Visconti assieme ai conti d'Arco, Castelbarco ecc., Paride Lodroni con i suoi due figli Giorgio e Pietro si dichiarò decisamente per Venezia. Nel luglio 1438, nel fervore della guerra fra i Visconti e Venezia, Paride invase la Valcamonica, ingrossando le schiere di Bartolomeo Colleoni e debellando i viscontei e ghibellini del luogo. In più agevolò la rapida marcia del Gattamelata, che attraverso la valle del Chiese passò in quella del Sarca e poi sull'Adige per puntare su Verona. A Brescia in tale anno una Lodroni sposata ad un Avogadro passata alla storia come Brigida Avogadro si battè eroicamente contro le truppe di Nicolò Piccinino che assediavano la città. Nel gennaio 1439 Paride Lodroni batteva i viscontei a Maderno e riusciva a sconfiggerli, sotto Castel Romano. Non solo ma resisteva anche a Nicolò Piccinino, che risalito il Chiese, aveva assediato ed espugnato la rocca di Lodrone, arrestandosi tuttavia sotto Castel Romano, da dove Paride Lodroni dopo aver distrutto il forte Buco di Vela e sottomessa la Val di Ledro ripartiva per riprendere il possesso delle sue rocche e conquistare anche la fortezza di Condino. Morto Paride Lodroni di "strachezza e di febre" il 10 aprile 1439 i suoi figli Giorgio e Pietro si resero sempre più benemeriti verso la Repubblica Veneta. In una sanguinosa battaglia a Lodrone, con l'aiuto di Pietro Avogadro, riconquistarono il paese e fecero prigionieri un gran numero di cavalieri e di fanti e uccisero lo stesso figlio di Taliano del Friuli. La guerra durò fino al 1441 fra continue prove per le popolazioni della valle del Chiese costrette dai Lodroni a combattere per loro. Ma essi ne uscirono con grandi benefici. Con provvedimento del 7 aprile 1440 il Senato di Venezia concedeva in vista della "somma fedeltà dimostrata" da Paride Parisio Lodroni ai suoi figli di chiedere la soddisfazione delle molte promesse fatte fra cui il castello di Cimbergo, il feudo di Bagolino, il paese di Muslone. Un decreto dell'aprile 1441 del doge Foscari dava esecuzione al provvedimento senatoriale concedendo a Giorgio e Pietro di Lodrone i feudi di Cimbergo, Muslone e Bagolino "cum onere et honore", e tutti i beni e possedimenti di Giacomo Trenelle di Brescia, Baldassare Nassini e Giacomo Pireti. Il feudo di Cimbergo comportò anche beni esistenti in Losine, Cimbergo, Grevo, Cedegolo e Cevo. Nel 1490 i Lodroni allargheranno la loro proprietà anche a Ceto e a Nadro. Quello di Muslone riconfermato nel 1451 rimarrà ai Lodroni fino al 1680 quando Nicolò Lodroni lo cederà al genero nob. Silvio Buccelleni di Brescia. Probabilmente attraverso i beni confiscati di Baldassare Nassini i Lodroni riuscirono a insediarsi nella bassa Valtrompia, in particolare a Concesio allargando poi i loro beni a Nave, Gussago ecc. Più tardi riuscirono ad accordarsi anche col Vescovo - Principe di Trento, ed ebbero il capitanato e il vicariato delle Giudicarie. Come annota Ugo Vaglia: anche dopo il giuramento di fedeltà all'Impero, nel 1452, e durante la lunga contesa per il confine del Caffaro in Pian d'Oneda, ove nelle vicinanze avevano piantato una rocca, come vassalli, i Lodroni seppero conservare i loro possedimenti nel Bresciano, e mantenere rapporti di buon vicinato con le autorità venete. Alla chiesa di S. Marco di Brescia davano ogni anno un cero di dieci libre nel giorno dedicato al Santo Titolare, a titolo di sudditanza al Doge; con moneta bresciana concludevano gli affari e riscuotevano multe e pedaggi. Giorgio, considerato il capostipite del ramo delle Giudicarie, aveva sposato Zelinda Martinengo, e poi Ginevra Avogadro. La sorella sua, Ginevra, andò sposa a Filippo Calini. Con i matrimoni, i Lodroni si erano alleati a nobili e prestigiose famiglie bresciane, che avevano anch'esse combattuto a favore della politica di Venezia. Nel frattempo i Lodroni allargarono i loro possedimenti anche in Valsabbia. Ad Anfo, Bernardino qm. Giorgio, che aveva sposato Polissena di Bartolomeo Colleoni, fece costruire il castello di Valledrane per rifugiarsi con la famiglia quando cadde in odio ai parenti per non aderire alla politica imperiale. Polissena (1530) e Tisbe (1551) fecero generose donazioni alla chiesa di Anfo per l'assistenza ai poveri e alle famiglie. Tisbe legò pure il suo nome al convento di Bagolino, fondato da Suor Lucia Versa Dalumi, con le provvidenze elargite a Suor Deodata Regoli, successa alla fondatrice nella guida delle consorelle. Sigismondo e Lodovico di Lodrone avviarono in Anfo la lavorazione del ferro costruendovi due fucine, e sostennero le pretese degli anfesi, che chiedevano il diritto di navigazione e di pesca sul lago, insofferenti del privilegio goduto ad immemorabili dagli abitanti di Idro, ai quali spettava di mandare uomini a presidio di Rocca d'Anfo. Continuamente critici furono i rapporti dei Lodroni con Bagolino. Presto contrastata fu l'infeudazione del paese, dovuta forse ad infedeltà compiute dall'antica borgata nei riguardi della Serenissima. I bagolinesi fecero buon viso a cattiva sorte ma ottennero alcuni privilegi fra cui l'esenzione da imposte (fatta eccezione del tributo feudale annuale), che non venisse costruita alcuna fortezza nell'ambito del territorio comunale e che non fosse toccata l'indipendenza comunale. I 1 ottobre 1441 i conti Giorgio e Pietro ricevevano a Bagolino il possesso dell'investitura. É dal 1441 al 1444 che probabilmente venne dipinto in via Piana e poi in via del Conti a Bagolino il Leone di Venezia e il leone rampante bianco su campo rosso con tracce di nodo alla coda, arma dei Lodroni. Ma ben presto i rapporti tra i Lodroni e Bagolino si fecero di nuovo tesi sia per il possesso del Pian d'Oneda, per la regolamentazione del corso del Caffaro quanto per la giurisdizione criminale che i Lodroni accamparono sul feudo. I contrasti si acuirono a distanza di pochi anni e quando il 18 luglio 1472 il doge Nicolò Tron diede ragione a Bagolino, i Lodrone tesero un'imboscata ad un'ambasceria di bagolinesi a Brescia, incendiarono un fienile in cui si erano rifugiati diciassette bagolinesi di cui tredici perirono e quattro vennero catturati e trascinati a Lodrone. Le rinnovate violenze indussero il doge Tron a dare il 18 luglio 1472 una interpretazione tale a diritti feudali dei Lodroni su Bagolino da ridurli a quasi pura formalità, riservando invece al Podestà e alla Magistratura di Brescia la giurisdizione sia civile che criminale sul paese. Frutto di questo intervento furono gli Statuti di Bagolino riveduti e corretti nel 1473. Da parte loro i Lodroni continuarono la loro politica a doppia faccia verso la Repubblica Veneta e verso l'Impero. Nel 1478 Parisotto Lodroni respingeva a nome della Serenissima gli Svizzeri all'Aprica. Nel 1483 durante la guerra di Ferrara Martino Lodrone scese con il fratello Paride a difendere Brescia, con ottocento fanti. Nello stesso anno Francesco Lodrone organizzava le milizie della Valcamonica e nel 1487 occupava e devastava la Val di Ledro. In tale anno essendosi Paride Antonio Lodroni schierato per Sigismondo d'Austria, per attrarlo nella sua orbita Venezia gli concedeva Condino, Tione, Rendena e Pieve di Bono. Alcuni anni dopo, nel 1495 raccoglieva armati contro Carlo VIII e combatteva contro gli imperiali sotto Novara. La politica bifronte dei Lodroni, coinvolgente direttamente le terre di confine, si accentuò quando agli inizi del sec. XVI deflagrarono le tensioni fra Spagna, Francia e Impero. Antonio Lodroni si schierò decisamente per l'imperatore e nell'ottobre 1512 partecipò alla resa di Brescia. Nel maggio 1513 tentò di occupare la Riviera del Garda e per i suoi segnalati servizi il 13 aprile 1513 ricevette assieme a Sebastiano Lodrone, in dono dall'imperatore Massimiliano, il paese di Bagolino. Dopo aver rioccupato gran parte del Bresciano e aver compiuto scorrerie in Valsabbia sembra che nel 1522 egli avesse meditato di passare dalla parte di Venezia. Ma restò invece in campo imperiale e diede man forte con Paride Lodrone a Carlo V nel reclutare armati e nel compiere azioni in Valcamonica e altrove. Alcuni anni dopo nel 1526 guiderà con Lodovico Lodroni i lanzichenecchi del Frundsberg attraverso impervie montagne diretti al famoso sacco di Roma. Fedeli all'Impero furono altri Lodroni quali Sebastiano che operò con le truppe del principe Colonna e Lodovico che nel 1515 portava aiuto a Brescia assediata dall'esercito veneto, e più tardi nel 1537 combatterà a capo di 1200 italiani ad Ossech in Ungheria e fatto prigioniero dai turchi venne decapitato. Ma altri Lodroni erano rimasti fedeli a Venezia e fra questi Bernardino che nel 1512 ospitò in Bagolino i bresciani perseguitati dai francesi trionfatori e Andrea che rese servizi notevoli a Venezia nel 1520. Decenni più tardi, nel 1571, Alberico Lodroni parteciperà alla battaglia di Lepanto. Verso la fine del sec. XV o agli inizi del sec. XVI i Lodrone avevano abitazione anche in Brescia e si erano preparata la tomba nel chiostro del convento di S. Francesco davanti alla porta che immette in chiesa. I Lodroni continuarono la loro politica espansionistica e le loro pressioni sulle terre di confine. Denunzie di usurpazioni di terre del confine del Garda sono in relazioni dei provveditori veneti del 14 settembre 1547, su contestazioni sul possesso del monte Droane nella relazione del 25 ottobre dello stesso anno. Nel contempo svilupparono un'intensa attività economica dedicandosi anche all'industria del ferro riattivando forni ad Anfo ed altrove e aprendo nel 1559 una strada dal lago d'Idro a Collio per facilitare il trasporto del ferro. Il 14 maggio 1583 il provveditore Sebastiano Contarini fa presente che i Lodroni, «sempre desiderosi di usurpar confini o di insidiarne il legittimo possesso [...] hanno da poco fabbricata una Rocchetta, dalla quale cannoneggiano le barche i legnaiuoli proprio di fronte alla Rocca d'Anfo». I Lodroni continuarono a rivendicare i loro diritti sul Caffaro arrivando il luglio 1476 e del 1478 a disturbare la festa di S. Giacomo alle Caselle nel Pian d'Oneda, provocando interventi armati dei bagolinesi e sentenze dell'autorità. Non mancarono anche gravi fatti di sangue come l'uccisione nel 1554 dei conti Achille e Ottone Lodroni per mano dei bagolinesi. Transazioni, accordi furono quasi sempre disattesi mentre si ripeterono nel 1599 nel 1624, nel 1675 gli interventi dei Lodroni per deviare il corso del Caffaro. Continuo poi il tentativo, spesso riuscito, da parte dei Lodroni di monopolizzare i diritti di pesca sul lago d' Idro. Già in un atto risalente al marzo 1186 nel quale si parla di una infeudazione del diritto di pesca alle bocche del Caffaro e del Chiese dietro il tributo di otto lire milanesi. Un lodo arbitrale del 1398 riservava ai Lodrone il diritto di pesca nel fiume Caffaro. I diritti dei Lodroni sul lago d'Idro sono confermati da un documento del 1529 col quale Lodovico Lodrone affitta la pesca del lago d'Idro a certo Giovanni Antoniolo e nel 1794 il Principe Vescovo di Trento, Pietro Virgilio dei Conti Thum, concede l'investitura feudale a Massimiliano Lodrone degli antichi feudi delle Giudicarie e con essi il diritto di pesca sul Chiese e sul Caffaro unitamente al diritto di caccia, investitura che era già stata concessa nel 1451 dal Doge veneziano Foscari, ma poi tolta dal Doge Tron nel 1478. Venezia adottò sempre in questa materia una politica ondeggiante. Ma i Lodrone continuarono a fare la fronda. Nel seicento ad esempio ospitavano volentieri banditi dalla Repubblica come i valtrumplini Ferraglio. Le controversie secolari ebbero termine solo con il Trattato concluso il 31 agosto 1752 sopra le differenze ai confini fra i Conti di Lodrone e la comunità di Bollone in Valvestino da una parte e le comunità di Bagolino, Idro, Anfo, Gargnano e Tignale dall'altra. Ratificato dai rispettivi principi il 22 maggio 1753 il Trattato venne promulgato il 22 maggio 1753 a Rovereto. Con cippi portanti su una faccia il leone di S. Marco e sull'altra l'aquila imperiale bicipite i confini vennero segnati con cura. Da parte sua come ordinato dal comma 5 del decreto 22 maggio 1753 Bagolino provvide a far misurare e stimare i terreni di Pian d'Oneda che doveva acquistare dai Lodrone. Stima così discordante da quella fatta fare dai Lodrone da richiedere una stima da parte della commissione per l'applicazione del Trattato. Il tutto fu ricomposto con atto stipulato a Rovereto il 27 ottobre 1753. Più tardi nel 1817 venne compiuta anche una stima peritale del patrimonio dei Conti Lodroni del Caffaro. Una delle ultime apparizioni dei Lodroni ebbe luogo nel luglio 1909 quando il conte Diego e le sorelle contessine Adriana e Dalila, guidati dall'impiegato di dogana a Ponte Caffaro Ciro Ciri, direttisi attraverso Riccomassimo, verso il Passo di Maniva. In località Crocedomini il conte, armato di Kodak mentre stava fotografando il panorama verso Rinal, venne fermato da una pattuglia di carabinieri. Condotti i passeggeri a Rocca d'Anfo (dove le contessine vennero rilasciate) e poi a Salò quando la lastra fotografica venne sviluppata, non rivelò nulla di compromettente e il giovane conte e il Ciri vennero rilasciati. La loro fama durò a lungo e ancora nel 1951 la figura di un Conte di Lodrone dominava il documentario sulla Valsabbia prodotto dalla Onda-Film per la regia di Angio Zane. A Ponte Caffaro i Lodroni fecero costruire nei primi decenni del Cinquecento da maestranze bresciane un palazzo. Un altro palazzo edificato sempre nel sec. XVI ebbero a Salò. Trasformato, più tardi ospitò via via una scuola materna, il Collegio Civico, l'Osservatorio astronomico. Venne ristrutturato in parte nel 1983.