ERBUSCO: differenze tra le versioni

[versione bozza][versione verificata]
 
m (una versione importata: Import volumi 3, 4 e 5)
 
(Nessuna differenza)

Versione attuale delle 22:24, 1 giu 2017

ERBUSCO (in dial. Erbösch, Derbösch, in lat. Herbusci)

Complesso di abitati che si stendono parte sulle ultime propaggini delle colline moreniche che chiudono a S il lago d'Iseo e parte in una breve pianura compresa fra queste e il monte Orfano. Il capoluogo Erbusco sta quasi al centro. A S si trovano Villa e Pedergnano, mentre Zocco e Spina sono situati all'estremità occidentale del Monte Orfano. Si trova a 247 s.m., a 22 km. da Brescia. Si estende su una superficie di 15,60 kmq. A N il territorio è delimitato da colline, a S dal monte Orfano. Il territorio confina a NO con Adro, a O con Palazzolo a E con Cazzago e Rovato, a S con Coccaglio e Cologne. Il comune comprende le frazioni di Villa (m. 217 s.m.), Pedergnano (a m. 203 s.m.), Zocco, Spina (m. 199 s.m.). Una restrizione territoriale è avvenuta per decreto del presidente della Repubblica del 31 marzo 1962, con effetto dal 25 maggio, che staccava da Erbusco una striscia di terra ad O, lambente il fiume Oglio, con la frazione di S.Pancrazio, per unirla a Palazzolo passando in tal modo a questa città di 582 unità.


Abitanti (Erbuschesi): 1500 nel 1703, 2899 nel 1861, 3025 nel 1871, 3140 nel 1881, 3841 nel 1901, 4059 nel 1911, 4248 nel 1921, 4439 nel 1931, 4407 nel 1938, 4994 nel 1951, 5354 nel 1961, 5073 nel 1971 (1422 famiglie, 2545 maschi, 2528 femmine, popolazione presente 4929, di cui 300 dediti all'agricoltura, 1659 ad altre attività, 3114 non attiva). Il territorio erbuschese è attraversato dall'autostrada Milano - Bergamo - Brescia costruita tra il 1929 e 1931. Il territorio di Erbusco comprende tre parrocchie: S.Maria Assunta di Erbusco centro con 1971 ab., S.Giorgio a Villa con 1320 ab., S.Lorenzo a Zocco con 1440 ab. Ecclesiasticamente le parrocchie erbuschesi fanno parte della vicaria di Adro, nella V zona della Franciacorta.


Nel sec. XII Herbuscum, nel sec. XV Herbusco, nel sec. XVI Derbusco. Qualcuno ha fatto derivare il nome dalla voce composta erbabosco; altri sono ricorsi al longobardo "der büsche" cioè il boschetto. Il territorio di origine morenica si è andato delineando nell'era terziaria che vide la formazione del Monte Orfano e nell'era quaternaria e più precisamente nel Mindelliano quando si andarono formando, con detriti indotti dal grande ghiacciaio camuno, quelle numerose collinette che costituiscono poi il supporto geografico di Erbusco come quello di Passirano, Paderno ecc. Infatti la carta geografica di questa zona segna tra i monti liassici e giurassici di Iseo e di Sarnico una larga strada per la quale passò il ghiacciaio dove lasciò i suoi depositi. Solamente di questo tipo di roccia è al centro di quest'area una piccola parte. Nel centro è una piccola parte giuro-liassica, mentre il Monte Orfano precedente di un'era, cioè terziario, proiettava al calar del sole le sue ombre quando ancora queste colline non erano depositate per lo sgelo dei ghiacciai in era quaternaria. I primi abitanti presero stanza in questo territorio forse nel periodo neolitico. Già prima del 1000 a.C. nell'età del bronzo vi si svolse un'attività palafitticola, data la condizione paludosa della zona. Più tardi sembra che La Spina sia stata una fortezza cenomane, appoggiata ad un sistema fortificato del monte Orfano. Uno sviluppo decisivo vi ebbe luogo nell'epoca romana specie quando attraverso il territorio erbuschese venne tracciata la via Gallica, che, diramazione della grande via Emilia, passava sulle falde settentrionali del Monte Orfano. A conferma nel territorio, venne trovata nei pressi della Spina una colonna miliare, oggi nel Museo di Brescia, che indicava il XVII miglio da Brescia rinvenuta presso un mulino che venne chiamato "el Mulì del Pilù". Sempre alla Spina sembra esistesse anche una torre di avvistamento romana. Alcuni studiosi hanno pensato che nelle vicinanze di Erbusco sorgesse la "mutatio Tetellus" indicata dalla carta del Burdigalense del 335 d.C. L'iscrizione di un cippo ricorda gli imperatori Diocleziano (258-305), Massimiliano (285-305) e Costanzo Augusto (284-305) e sul retro l'imperatore Gioviano (303-364). Altri reperti confermano le romanità del luogo fra cui un peristilio, oggi nel palazzo della Loggia, che Elia Capriolo afferma di aver trovato in una santella che si richiama a "C.Julius Caesar Pontif." che potrebbe riferirsi sia al grande Cesare conquistatore delle Gallie, sia al nipote Cesare Ottaviano Augusto. Un altro cippo ricorda "Rufus Brigovicis F(ilius) sex vir junius". Altra lapide fu trovata nella chiesetta della "Madonna di Alì" dedicata a Marco Publicio Sestio Calpurniano sacerdote, prefetto edile, questore dell'erario. Altri reperti sono meno indicativi. Nel 1958 fu scoperta nei pressi del Crocevia Bonomelli una cisterna romana, rettangolare, lunga una decina di metri e profonda due, oltre che mosaici scoperti nel 1954 e mura di notevole spessore che indicano l'esistenza in luogo di una grande villa.


Il primo centro abitato sembra sia stato Alino, oggi Zocco di Sopra. Ad Alino si accenna in un documento del 1123 in un diploma di Callisto III e forse in precedente documento del 1108. Nel 1158 il vescovo di Brescia Raimondo concedeva l'investitura feudale di Alino, con piena giurisdizione ai fratelli Pietro e Lanfranco Martinengo. Il nome di Alino scomparirà poi fino al 1600 quando si nomina la chiesetta della "Madonna di Alino". Di grande interesse sono le tracce di centuriazione visibili ai piedi del Montorfano e nella zona pianeggiante, segno di stanziamenti sempre più vasti e non solo limitati alle zone limitrofe alla strada. Si pensa anzi che una strada secondaria corrispondesse all'attuale via S.Gottardo, partendo dai piedi del monte per raggiungere poi Pedergnano. Romano e indice probabilmente di una grossa proprietà viene ritenuto da qualcuno il nome di Pedergnano che deriverebbe dal gentilizio romano Petronius Sesto Calpurniano, già citato, che fu un amministratore locale oltre che personalità di rilievo in tutto il vasto municipio romano. Tutte le notizie qui date comprovano come la zona sia stata abitata da gente laboriosa e intraprendente. Pago Romano, costituì un'organizzazione civile, economica, religiosa di notevole importanza, che venne poi sostituito dalla pieve comprendente Capriolo, Adro, Torbiato, S.Pancrazio, Zocco e Villa di Pedergnano che fu con quelle di Iseo, Bornato e Gussago una delle quattro pievi della Franciacorta. La Pieve ebbe presto la sua chiesa che venne probabilmente ricostruita nel sec. IX come confermano frammenti di sculture ancora esistenti. Accanto, anzi intorno, alla pieve, forse al tempo delle invasioni ungare certo prima del Mille, venne costruito il castello, poi gradatamente fortificato, di cui oggi esistono ancora un portale con le feritoie del ponte levatoio sulla attuale via Balucanti, un tempo via S.Antonio. Nell'angolo occidentale della casa parrocchiale esistono i resti di una massiccia torre smantellata, un tempo baluardo o guardia del castello. Segni del castello sono ancora in poche case, che, anche se alterate, conservano ancora finestre romano-gotiche. Interessanti gli accenni in documenti del sec. XV alla torre della Palada della quale rimangono poderosi blocchi di pietra e che fu probabilmente uno dei baluardi del castello. Durante lavori svoltisi nel 1976, venne alla luce un ponte in ciottoli che dovette probabilmente sostituire il ponte levatoio, ma che poi venne ricoperto. Chiesa plebanale e castello, che il Lechi definisce "antichissimo recetto", sono i più antichi dei paesi limitrofi. La pieve di Erbusco aveva in comune con quelle di Coccaglio e di Bornato il centro di convegno e di mercato nel castrum roatum (rovinato) cioè a quello che è oggi Rovato. Un ospizio o xenodochium esisteva a "La Spina" dedicato a S.Giacomo. In seguito vi sorse il convento dei Cappuccini. Un altro ospizio per forestieri viene nominato come xenodochia dei fratres ricordati negli Statuta Communis Civitatis Brixiae, sotto la data del 1252. Inoltre la pieve aveva un suo ospedale che verrà ricordato in un documento del 1278 come dedicato a S.Antonio. In tale anno la signora Gemma Cazzago vende all'ospedale un mulino situato presso la riva sinistra dell'Oglio. L'ospedale doveva sorgere forse nelle proprietà chiamate "possessione di S.Antonio", dove venne eretta una chiesetta dedicata allo stesso santo, che, pur trasformata, esiste ancor oggi nel giardino della villa Longhi. La chiesa venne fatta chiudere nel 1572 dal vescovo Bollani nella visita pastorale, perché malconcia e bisognosa di restauri. Nel frattempo continua la presenza del monastero di Rodengo, al quale si affiancano nel sec. XII gli Umiliati, i quali creano dapprima una loro casa che poi trasferiranno in città accanto alla chiesa dei SS.Filippo e Giacomo, pur mantenendo ad Erbusco un ospedale. Nei sec. XIV-XV Erbusco aveva perciò ancora una diaconia plebanale che esercitava l'assistenza ai poveri e agli ammalati. Forse passato prima in proprietà di qualche signore longobardo, verso il 1000 troviamo ad Erbusco vaste proprietà benedettine dei monasteri di S.Salvatore di Brescia e di Leno che passarono poi al monastero di Rodengo. Tali proprietà hanno fatto pensare a qualcuno che, essendo i monaci esenti da contribuzioni, la zona fosse poi chiamata proprio per questo corte affrancata, cioè Franciacorta. I monaci dissodarono la zona, raccolsero le disperse popolazioni della campagna, dando loro nuova dignità. Si deve forse ai monaci cluniacensi di Rodengo la riedificazione nel sec. XIII della chiesa plebanale che venne poi ingrandita e rifatta. Parte dei beni benedettini passarono poi a privati e forse agli stessi Martinengo la cui presenza è già documentata nel 1108. Polo di aggregazione per la popolazione fu però, tra i più diversi trambusti, la pieve di S.Maria. Il suo arciprete Teobaldo partecipava nel 1275 all'elezione del vescovo Berardo Maggi che come si sa fu anche signore di Brescia. Segno che la pieve conservava assieme alla Vicinia o al comune di fronte ai signori una propria autonomia anche amministrativa ed economica. Coinvolto sempre più nelle lotte tra le fazioni interne e fra le potenti signorie esterne, Erbusco rafforzava nel 1278 e per iniziativa dei guelfi nel 1312 il suo castello. Conteso fra guelfi e ghibellini il castello di Erbusco subì nel 1265 l'incursione di Carlo d'Angiò, nel 1312 l'offensiva di Arrigo VII di Lussemburgo obbligando gli abitanti, come scrive il Malvezzi, a fortificare il castello. Questi nel 1326 venne presidiato da Azzone Visconti. Nel frattempo Erbusco veniva appetito dagli Oldofredi di Iseo, che sulla fine del '300 vi imposero come arciprete un loro parente. Fu probabilmente sotto il loro dominio che costruirono le due torri "La Torre" l'una a Villa Pedergnano, "La Rotonda" l'altra sul confine con Rovato che il Lechi pensa luoghi di avvistamento facenti parte di un sistema difensivo partente dal lago di Iseo (il castello di Montisola ha anch'esso la torre circolare) per raggiungere la pianura e sorvegliare il passaggio sulle strade fra Brescia e Chiari oppure semplicemente edifici robusti nei quali ricoverarsi al sicuro dalle intemperie e dalle minacce umane, perché il resto, stalle, fienili ecc. era tutto fatto di legno, di paglia, di cannucce. Il 10 aprile 1415 l'imperatore Sigismondo concedeva ai fratelli Giacomo e Giovanni Oldofredi la giurisdizione feudale su Erbusco e Adro. Contro tale decisione gli Erbuschesi per contrastare gli Oldofredi si appellarono a Pandolfo Malatesta e rinforzarono mura e torri e gli Oldofredi vennero cacciati. Ad affermare la loro volontà di indipendenza gli Erbuschesi agli inizi del secolo, forse nel 1408 provvidero a riedificare la pieve abbellendola di affreschi.


Il dominio veneto instauratosi nel 1427 andò assicurando maggior tranquillità anche ad Erbusco. Non mancarono in verità per alcuni anni contestazioni e trambusti militari. Il 27 luglio 1431 viene conferita al ghibellino Venturino Del Pero la franchigia di esecuzione che gli viene poi ritirata suscitando ricorsi dei discendenti del Del Pero e che termina con una transazione. Il tentativo dei milanesi di ostacolare il dominio veneto vede la presenza devastatrice anche ad Erbusco nel 1438 delle truppe del Piccinino al soldo di Filippo Maria Visconti e la riconquista nel giugno 1440 dell'esercito veneto comandato da Francesco Sforza. D'altra parte per assicurarsi la fedeltà delle popolazioni, Venezia fin dal 18 luglio 1440 e poi via via negli anni seguenti, si affretta a concedere privilegi che oltre al comune vengono estesi anche il 24 giugno 1455 a Giacomo Martinengo. Nuovi riconoscimenti di fedeltà e un ampio privilegio Erbusco ottiene nel 1454 e poi ancora il 21 agosto 1481 per essersi conservata fedele alla Repubblica Veneta durante l'occupazione sforzesca del 1453-1454. Fedele alla Repubblica Veneta Erbusco si mantiene anche dopo l' occupazione francese del 1509 che vede i "Vespri della Franciacorta" del 7 agosto 1509. Alla congiura antifrancese del 1511 prese parte attivamente Gian Giacomo Martinengo detto Comino, che riuscì poi a, scampare alla cattura. Ritornata sotto la Repubblica veneta, nel 1521 Erbusco viene invasa dai lanzichenecchi di Carlo V. Nel 1529, poi, si verifica un'insurrezione di contadini della zona che, a quanto scrive il cronista Branchino da Paratico, vengono gettati vivi in cavità del Monte Orfano tra Erbusco e Cologne.


Negli anni che seguirono, specie negli anni delle guerre fra Venezia e i Turchi, valido fu il contributo dato dagli Erbuschesi al governo veneto, con uomini e denari. Da 39 fanti del 1586 si passa ai 44 del 1590 e 1658 più due caporali. In più nel 1555 Erbusco aveva dovuto sostenere una lunga questione con Rovato per ragione di confini. La pieve intanto nei sec. XIV-XV va declinando e suddividendosi in piccole comunità che presto saranno le future parrocchie di Adro, di Torbiato, di Zocco, di S.Pancrazio. Anche l'organizzazione caritativa si sfalda e perde di efficienza, tanto che il 14 gennaio 1490 i beni dell'Ospedale di S.Antonio verranno uniti all'Ospedale Maggiore di Brescia. L'opposizione dell'amministratore Baldello de Baldelli, che si appella alla S.Sede, altro non ottiene che una bolla di Nicolò V del 21 gennaio 1454 che minaccia scomuniche ai renitenti a tale progetto. L'8 febbraio 1455 viene raggiunta una transazione tra Baldello de Baldelli e i reggenti dell'Ospedale maggiore di Brescia. Ma le diatribe continueranno. Per un secolo gli Erbuschesi si appellarono contro le bolle pontificie dei papi Eugenio IV, Nicolò V, Innocenzo VIII, Leone X che avevano emesso negli anni 1452, 1454, 1497, 1519 con minaccia di scomunica e di ricorso al braccio secolare contro i renitenti. La bolla di Innocenzo VIII del 1497 univa all'ospedale anche il beneficio parrocchiale di Erbusco. Tale decisione veniva confermata dalla bolla 13 gennaio 1519 di Leone X. Anche il monastero di Rodengo ha visto sfaldarsi gran parte delle sue proprietà mentre molte famiglie vanno acquistando forza economica e influenza civile e sociale. Tra le famiglie nobili il Codice Malatestiano del 1406-1409 ricorda i Fenaroli e i Chizzola. Più tardi compaiono i Pulusella. Tra le altre famiglie segnalate da lapidi della chiesa di S.Bernardino sono quelle dei Campana, Calabria, Martinelli, Lussignoli, Ruffi. Poi compaiono nobili i Marchetti, i Secco d'Aragona, i Cavalieri. Nel Quattrocento possiedono in Erbusco case oltre i Fenaroli, i Chizzola, gli Oldofredi, i Tiberi che hanno casa a Pedergnano, gli Occanoni e gli Zoni, i Girelli. Il patrimonio dei Fenaroli passò poi a Martinengo detto di Erbusco e ai Martinengo Colleoni per ritornare ancora ai Fenaroli.


La vita religiosa va arricchendosi della Confraternita del SS.Sacramento, e un secolo dopo quella del Rosario, che godono di legati particolari. Nel 1466 sorge il convento dei frati zoccolanti. D'altra parte la vita più tranquilla, pur turbata da turbamenti politico-militari come quelli dell'inizio del sec. XVI e da gravi pestilenze come quella dal 1575 al 1577, accelerano la formazione di comunità autonome che la visita di S.Carlo Borromeo del 1580 accelera. Diminuita, dopo la scoperta dell'America, della metà la valuta aurea, l'Ospedale Maggiore non sentì il dovere di raddoppiare gli 83 scudi dovuti alla parrocchia di Erbusco, dalla quale dipendevano le nuove cappelle di S.Giorgio di Villa, quella dello Zocco e di S.Pancrazio. E poiché l'Ospedale godeva anche del diritto di nomina dei sacerdoti, si può esser certi che parroci e coadiutori venivano scelti fra le persone più ligie e ossequienti alle loro istruzioni. Il 23 ottobre 1580 S.Carlo Borromeo venne in visita pastorale a Erbusco. Rilevò gravi mancanze nella chiesa e nella parrocchia, fece compilare un elenco degli arredi sacri, miserevol cosa in verità. Ingiunse, ai dirigenti l'Ospedale Maggiore, di aumentare l'assegno annuo ai sacerdoti. Ma si dovettero attendere dieci anni per il benestare dell'Ospedale di Brescia, sempre recalcitrante, finché, per decreto del vescovo di Brescia, cardinal Morosini, del 14 luglio 1591 l'Ospedale venne obbligato a versare 140 scudi per spese di culto e mantenimento di tre sacerdoti. Un ricordo della visita di S.Carlo rimane in una fonte detta l'acqua di S.Carlo, che la tradizione vuole fatta scaturire dal santo per far finire una siccità che durava da tempo. Anche in conseguenza della visita di S.Carlo nel 1599 il vescovo Marino Giorgi staccava la chiesa di S.Giorgio dalla pieve di Erbusco erigendola in parrocchia indipendente adempiendo a richieste e istanze già espresse da anni dalla popolazione e che S.Carlo stesso aveva accolto e caldeggiato. Nel 1628 Erbusco significò terrore non solo per la provincia di Brescia, ma anche per quelle contermini. Una gran paura di peste si presentò infatti nell'ottobre 1628 quando vennero segnalati ad Erbusco alcuni casi che poi si rivelarono non veri. Da Verona venne spedito un cancelliere per indagare sulle cause della morte di alcuni frati zoccolanti. Il fatto gettò nuovo allarme a Brescia e fu di nuovo ridimensionato. Ma la peste non mancò di colpire in effetti nel 1630 gli abitati del territorio erbuschese. Per voto in tale anno Pedergnano edificava una chiesetta dedicata a S.Francesco e a S.Nicola da Tolentino santo taumaturgo. La tradizione locale vuole che un lazzaretto sorgesse presso la chiesetta di S.Gottardo.


Segno di tempi più tranquilli e civili è dato dal fatto che dal 1693 negli atti delle visite pastorali si accennò a scuole e maestri. Una scuola pubblica creata e tenuta come le precedenti da sacerdoti del luogo, venne fondata nei primi anni del sec. XIX. La fine della Repubblica veneta e l'instaurazione del governo giacobino vennero salutati con versi dall'arciprete del tempo, don Giovanni Paolo Bonetti che nel 1797 arrivò a paragonare l'albero della libertà come "legno amabilissimo, e dopo quello della Croce il più nobile e glorioso". Ma poco dopo altri versi denunciavano le soperchierie del periodo napoleonico. E' da notare che fra deputati ai Comizi di Lione è presente Francesco Chizzola abitante ad Erbusco. Anche gli ultimi residui dell'antica storia di Erbusco vennero gradatamente cancellati dagli inizi del sec. XIX. Le proprietà dell'Ospedale Civile di cui esistono ancora segni negli stemmi dei portali della vecchia pieve e della canonica vennero alienate per far fronte alla apertura di un nuovo ospedale a partire dal 18 novembre 1817 data in cui l'Ospedale vendette un primo lotto del fondo S.Antonio alla famiglia Maggi. Il 16 gennaio 1819 la nob. Teresa Alì Ponzoni Chizzola acquistava i restanti beni dell'Ospedale come le possessioni Nuova, Valenna, S.Antonio, Boschi e altri fondi e case. L'acquirente acquisiva anche il diritto di patronato, assumendo l'obbligo di mantenere l'arciprete di Erbusco e il parroco di Villa. Proprietà e juspatronato passarono il 16 giugno 1840 all'erede della Alì Ponzoni Chizzola, Antonio Belotti di Antonio e da questi il 14 marzo 1846 alla moglie contessa Amalia Balucanti. Gli impegni di patronato e di sostentamento dei parroci vennero discussi in tributale tra la commissione amministratrice degli Spedali e dei Pii Luoghi e la contessa Polissena Balucanti che vinse in Cassazione la causa che la liberò dagli obblighi di sostentamento. Al diritto di patronato rinunciò il 31 ottobre 1914 la contessa Bianca Maggi. Garibaldi e i Cacciatori delle Alpi sostarono a S.Pancrazio nella casa di G.B.Vezzoli il 12 giugno 1859 e subito si unirono a loro Luigi Lanzini, l'ing. Gerolamo Liberti, Arsenio Vezzoli, Donato Lazzaroni e don Giuseppe Cavalleri detto l'"Abatino" di Zocco d'Erbusco. Don Cavalleri si arruolerà poi fra i Garibaldini nel 1866 e sarà presente al fatto d'arme di Vezza d'Oglio. Nella seconda guerra d'indipendenza combatté Carlo Plebani, oriundo bergamasco ma abitante ad Erbusco che si distinse a S.Martino e che poi nel 1866 si arruolò fra i garibaldini e combatté a Monte Suello e a Bezzecca dove venne ferito. Ancora nel 1859 i conti Carlo ed Ottavio Marchetti si guadagnarono la croce militare di Savoia, il primo nella battaglia di Confienza, quale capitano dei Cavalleggeri dl Saluzzo, il secondo a S.Martino come capitano di Fanteria. Il conte Carlo Marchetti aveva pure partecipato alla prima guerra d'indipendenza meritandosi il 5 maggio 1848 a S.Lucia la medaglia d'argento al valor militare, come pure aveva combattuto in Crimea, e nella terza guerra dell'indipendenza si distinguerà come generale. Nel 1849 a Novara si distinse il tenente conte Fermo Secco Suardo disertore dell'esercito austriaco nel quale era stato ufficiale degli Ussari. Fatto prigioniero, venne scortato verso Verona, ma nelle vicinanze del Mella riuscì a sottrarsi alla scorta e a raggiungere Brescia dove portò ai Duumviri Cassola e Contratti la notizia poi tragicamente disattesa della rotta piemontese. Erbuschese di elezione fu pure il conte Diogene Valotti che si distinse nel 1859 nell'opera di assistenza ai militari feriti.


La vita riprese più tranquilla dopo l'unità d'Italia. Unico motivo di contrasto il comportamento di don Giuseppe Cavalleri prete liberale che solo dopo molta resistenza si sottomise alle direttive del vescovo di Brescia. Furono 85 i caduti della I guerra mondiale, 53 quelli della seconda guerra mondiale. Durante il periodo della Repubblica Sociale Italiana ville di Erbusco vennero occupate da militari. Tra l'altro vi prese stanza il comandante della Guardia Nazionale Repubblicana. Già durante la prima amministrazione democratica vennero sistemate le scuole, migliorata l'illuminazione, ampliato il cimitero, costruiti nuovi vani di abitazione. Nel 1953 vennero realizzati l'acquedotto e la fognatura Altre opere vennero compiute in seguito. Notevole, anche se in relazione alla zona, l'impulso edilizio che registra oggi 1448 abitazioni e 5561 stanze di cui 194 ab. e 748 stanze, costruite dal 1946 al 1960, e 453 ab. e 1846 dal 1961 al 1971 con un incremento del 31,3 per cento. Nel campo assistenziale sono da ricordare la "Casa di riposo Antonio Valotti" sorta nel 1932 per iniziativa della contessa Vittoria de Rosmini Valotti ed eretta in Ente Morale il 5 luglio 1934. E' stata di recente rimodernata. Sempre nel campo assistenziale ad Erbusco opera una delegazione della Croce Rossa Italiana che nel 1967 ha promosso il "Gruppo donatori volontari del sangue" fondato dall'arch. Venanzio Buelli, dalla Nobil Donna Gina Ghidini Ottonelli e dalla sig. Mary Maggi. Da 65 donatori iniziali è passata a 210. Attivo è anche sul piano spirituale il corpo volontari della sofferenza fondato nel 1967 da Rosa Cavalleri ed Elena Fantoni. Nel campo ricreativo-culturale sono da segnalare nel 1895 la fondazione a Zocco, per iniziativa di Carlo Turra, della "Musica sociale", un gruppo strumentale di una ventina di elementi; nel 1911 del Corpo Musicale Dino Magri, fondato da Dino e Guido Magri, nel 1970 del Coro Prealpi di Villa Pedergnano e nel 1975 della Corale Polifonica Giuseppe Berardi diretta da Claudio Moretti. Sul piano culturale esplica una buona attività la biblioteca comunale. Per iniziativa di Gian Luca Buelli e Giuseppe Marchetti l'11 gennaio 1975 ha iniziato la sua attività la galleria "Multimedia". Un appassionato d'arte ha dato via ad una vetrina d'arte detta Vecchia banca. Non manca un gruppo ecologico fondato dall'ing. Enrico de Carli che ha per scopo la difesa della collina di Erbusco e delle zone limitrofe. Sul piano folcloristico ha rilievo il carnevale della Franciacorta, ideato nel 1954 dall'insegnante Carlo Lussignoli e poi continuato in crescendo, negli anni seguenti. Il carnevale ebbe un notevole lancio propagandistico con il "Re del carnevale e dei gnocchi" e la sua corte di dame, giullari ecc. Nel 1955 per organizzare il carnevale è sorta la "Compagnia del Buon Umore" fondata da Magri, Ernesto Dotti, Isidoro Vezzoli, Vittoria Cavalleri Cappelletti, che ha dato notevole impulso alla manifestazione. La vita sportiva vede particolarmente attiva la società ciclistica G.S. Europak, fondata nel 1970 da Lino Alghisi che ne è anche il presidente e conta ben sette squadre e nel 1972 ottenne un'ottantina di vittorie (fra cui il campionato italiano CSI con Zoni); una cinquantina nel 1973, una ventina nel 1974 ecc. Presenti l'Associazione Calcio Erbusco, fondata nel 1950 e presieduta da Luigi Mazza, e il Basket Erbusco fondato nel 1969. Una scuola di judo è stata allestita presso la palestra locale da Vincenzo De Liso.


Eminentemente agricolo Erbusco nel 1278 aveva già un Mulino (dei Pilù) a cinque ruote nell'Oglio. Nel 1562 si registra una notevole coltivazione di lino. Già presente in precedenza, intorno al 1820, ebbe nuovo sviluppo l'allevamento del baco da seta. Da secoli si registrava anche una pur relativa attività commerciale artigianale. Comunque non sono molti i rivenditori e i fabbroferrai (fra cui uno, certo Paolo qd. Bernardo aggiusta armi rotte), sarti, ecc., che vengono registrati nell'Estimo mercantile del 1750. Intorno al 1850 l'agricoltura erbuschese registrava 358 buoi, 129 vitelli, 90 vacche, 69 cavalli. Nel 1926 il territorio di Erbusco veniva indicato come "felice e ubertoso" e "ricco di viti, frutta, cereali e gelsi". Erbusco è compreso nella zona di produzione dei vini Franciacorta. Fra le aziende vitivinicole fanno spicco: l'Azienda Solari e Vandoni, col pregiato "Franciacorta Rosso", amorevolmente invecchiato, ha già dimostrato di essersi assai affermata sul mercato regionale; le aziende riunite Longhi, De Carli, Marchetti, Orlando che, con la loro unione, hanno dimostrato come il coordinamento delle forze, in specie nel settore agricolo, possa rivelarsi positivo, sia per la produzione che per la commercializzazione del loro Franciacorta Rosso; l'azienda "Cà del bosco" di Clementi Zanella a Villa Pedergnano, con la moderna organizzazione tecnica e commerciale che possiede, si sta imponendo in maniera veramente forte. Produce Franciacorta Rosso e Pinot, l'azienda Giovanni e G.Paolo Cavalleri, da poco venuta alla ribalta enologica, dimostra di avere tutte le carte in regola per avere successo. Produce Franciacorta Pinot e Rosso. L'azienda Pio IX, di Banfi-Principe, ai quattro venti sulla collina verso Cazzago, ha mantenuto la promessa con vino pregiato. In collegamento con l'attività vitivinicola dal 1974 si è sviluppata una sempre più intensa attività agrituristica. A complemento dell'agricoltura si sviluppava a Pedergnano una prima industria della seta, e cioè un incannatojo che occupava 600 donne, e ne forniva a più di 300 dei paesi vicini. Nel 1926 Erbusco aveva due stabilimenti industriali per 500 quintali di prodotti. Si calcolava d'altra parte che il territorio erbuschese desse 45 mila quintali di prodotti agricoli. Oggi il panorama industriale quale è tracciato da C.Moretti vede la prevalenza del settore tessile e dell'abbigliamento con la "Manifattura di Corte Franca s.r.l." (filatura e tessitura di cotone) di Luigi Bettoni, prima industria del genere sorta nel Comune e che occupa oggi 120 persone. Seguono la P.MC. s.n.c. (confezioni di camicie) di Monsi, Plebani & C. con 111 dipendenti; la Filartex s.p.a. (filatura cotone) di Giancarlo Bonadei, con 62 dipendenti; la Filatura S.Cecilia s.r.l. di Cecilia Cavalleri, con 32 dipendenti; la Confezioni di abbigliamento di Alberto Asetti, con 26 persone occupate; il Cotonificio di Ettore Radici, con 25 dipendenti; 15 posti di lavoro offre la Ritorcitura di Marinella Ferri; 13 persone occupa il Calzificio Piva s.n.c. di Giovanni Piva; 12 ne occupa la F.S. (Filatura Sperimentale) di Pasquino Sottini, la L.A.M. di Livio Lancini che produce fibbie. Con 11 dipendenti seguono la fabbrica di dischi per pulitura Astra di Narciso Pagani, il Calzificio Lester s.n.c. di Alberto e Emilio Ferrari e la filatura Ritomax di Maria Dotti. Nel settore dell'industria meccanica un posto particolare occupano le Fonderie Artistiche di Giuseppe Belotti, con 53 dipendenti che, per il particolare tipo di lavoro, rientrano nel campo dell' attività artigianale, la Fonderia Artistica di Livio Lancini. Con 18 dipendenti troviamo l'Officina Meccanica di Fortunato Conti e con 17 la Compatex (costruzione di macchine tessili) di Domenico Turra e Sabina Chiesa, titolari anche di un'officina meccanica che occupa 9 persone. Nel ramo dell'attività collegata all'edilizia primeggia, con 87 dipendenti, la Prefabbricati M.V. s.r.l. di Vittorio Moretti (titolare anche della MO-CO Edile s.r.l. con 7 dipendenti) cui segue l'Impresa Edile di Angelo Zambelli, con 31 persone occupate. In altri settori troviamo l'Autogrill Pavesi, al km. 73,626 dell'A4 Milano-Venezia, con 87 dipendenti, affiancato dalla Stazione di Servizio IP, gestione Marcello Baiguera, con 15 dipendenti; 13 persone sono occupate presso la Bermugas (imbottigliamento di gas liquido) di Antonio Musso; L'Europack s.n.c. (imballaggi in cartone ondulato) di Maria Rosa Loda conta 12 dipendenti; con 11 dipendenti troviamo l'incubatoio Klavervier di Antonio e Massimo Criscuolo, e, con 10 dipendenti, il Ristorante Bonomelli di Maddalena Rubaga. In complesso l'Ufficio Collocamento di Erbusco registra 97 aziende artigianali, che offrono lavoro ad altre 298 persone. Fra i più antichi cognomi di Erbusco sono da segnalare i De Pero (De Pyris), che compaiono in documenti del 1432 e che potrebbero derivare dagli Oldofredi; i Facchetti (presenti nel 1200), i Cavalleri (presenti nel 1300), i Lussignoli (sec. XV), emigrati quasi certamente dalla Val Lagarina; i Matelli (poi Metelli); i Corioni, i Campana, i Moretti, i Vezzoli, gli Uberti, i Cucchi, gli Onofri. Fra gli uomini più ragguardevoli sono ricordati l'arciprete don Francesco Riccobelli, buon letterato, p.Faustino Moretti (1913-1952), apostolo dei sordomuti, e il maestro mons. Giuseppe Berardi (1911-1968), bravo musicista.


La Pieve. Dell'antichissima pieve esistono i frammenti di un pluteo in parte combacianti in arenaria grigia di Sarnico che approssimativamente dovevano formare una lastra di m. 1,08 di altezza e m. 0,52/54 di lunghezza. Sono stati murati a circa due metri e quaranta da terra nella parte della seconda campata destra della chiesa. G.Panazza e Amelio Tagliaferri scrivono che "I motivi floreali e quelli geometrici potrebbero consigliare una datazione posta in pieno altomedioevo; tuttavia, l'inserimento dei due animali in forme ormai prossime a quelle dei bestiari romanici e la loro disposizione al solo scopo decorativo senza più alcun riferimento simbologico sembrano piuttosto adattarsi ad un'epoca alquanto posteriore, che si può precisare tra il IX e il X secolo, specialmente osservando la tecnica adoperata, che traccia una linea sicura ed esperta, anche se rozza ed irregolare, che giunge ad una modellazione corposa e tendente all'arrotondamento delle superfici, e si basa su una non comune ritmicità della composizione. Giudicando i due animali fuori dal contesto geometrico, la datazione potrebbe elevarsi addirittura all'XI secolo. Sempre dell'edificio antico esistono frammenti di pilastrino, altri frammenti di pluteo, di lastre decorate, ecc. Alcune decorazioni simili a quelle dei frammenti erbuschesi si possono ritrovare in S.Maria Antiqua a Roma, in un marmo del Laterano del IX sec., in un frammento del portale di S.Ambrogio di Milano, nei pilastri della chiesa di S.Martino di Padova ecc., tutti databili intorno al sec. IX. Ciò fa datare a tale secolo la costruzione della pieve che poi ha subito rifacimenti e restauri in epoca tardo medievale e moderna. Radicale la ricostruzione avvenuta nel sec. XIII di cui rimane, come scrive il Panazza, la parte meridionale e l'abside, all'interno semicircolare e poligonale all'esterno, con la bellissima muratura a conci perfettamente squadrati e connessi e tale da offrire ormai un accento quasi goticizzante nei capitelli delle lesene e dei peducci degli archetti. Del precedente edificio non sono rimasti che i frammenti di scultura già accennati. "Raffinato edificio - l'ha definito ancora il Panazza - nel quale le possenti e semplici forme romaniche sono già attenuate da accenni allo stile gotico e per il quale crediamo possa valere come datazione la seconda metà del sec. XIII. Non soltanto la pianta circolare, non solo l'esterno, con quello slancio verticale accresciuto dalla medesima inclinazione dei due tratti inclinati, fanno di questo edificio un monumento veramente singolare nell'architettura lombarda, ma anche la sua sezione, con la duplice cupola, conica all'esterno, emisferica all'interno, poggianti sul medesimo piedritto a sezione circolare". Panazza ha scritto ancora: "L'abside è a nove lati molto stretti, con semicolonnine fiancheggiate da alette negli spigoli. Ricche sono le modanature nel basamento gradinato, nella doppia ghiera degli archetti e nel sovrastante cornicione, nella strombatura delle quattro grandi monofore che si alternano con i riquadri a muratura piena. Un accento quasi goticizzante si ritrova ormai nei capitelli delle semicolonnette, nei peducci degli archetti, nei capitelli delle lesene. Qualche richiamo con la più antica S.Maria Maggiore di Bergamo è sicuramente riscontrabile. Si è ormai al limite estremo dell'architettura romanica: le strutture sono ancora le tradizionali, molti motivi decorativi richiamano ormai quelli vecchi, ma già urgono da ogni lato forme e particolarità che fra poco o in altri edifici contemporanei si faranno maggiormente sentire". Di bellissima pietra bianca da taglio, proveniente forse dalle cave di Zandobbio, è formata la muratura dell'abside, a conci perfettamente squadrati. Di forma probabilmente rettangolare come rivela ancora qualche avanzo, soprattutto un tratto della cornice modanata, nel punto di congiunzione con la parete circolare, verso settentrione, si eresse la piccola sacristia sul lato occidentale e si fecero altre trasformazioni minori. Ma l'esterno conservò fortunatamente intatte le forme originarie. Probabilmente nel 1408 (data che si legge su una acquasantiera) la pieve venne ampliata e rifatta tranne che nell'abside. Venne ingrandita con quattro maestosi archi a sesto acuto, che attraversano la navata del tetto. Nello stesso periodo venne abbellita con affreschi di notevole interesse. Una Madonna con Bambino, che pare datata 1413, viene attribuita dal Panazza alla scuola di Gentile Da Fabriano che in quegli anni, chiamato dal Malatesta, dipingeva la cappella e i saloni del Broletto di Brescia. In questa bella figura il Panazza vede lo stile di Gentile da Fabriano "in una scioltezza nei panneggi sinuosi, in una ricchezza e sontuosità decorativa nelle vesti, nelle corone, nei troni, in un tentativo di eleganza disegnativa: elementi tutti che però si uniscono ad un forte lombardismo". Pure alla scuola del Fabriano, anzi quasi "un'eco ritardata e povera delle Annunciazioni del Fabriano", è attribuita l'Annunciazione dell'abside, che porta ben chiara la data 1430. Alla prima metà del '400 risale la Crocifissione, opera di una scuola lombarda con influssi nordici. Ricollegabile allo stile trecentesco, è invece il riquadro dell'abside, raffigurante Sant'Orsola con le vergini: "figure allungate e sottili nelle loro vesti a cannelloni verticali, con i visi già però di forma tondeggiante, un po' imbambolati". E negli affreschi dell'arco trionfale il Panazza vede una certa derivazione da forme e motivi vivarineschi e una tipologia sempre ancorata al gotico internazionale lombardo". Si tratta di un ciclo di affreschi certamente originale, dove spicca una "prevalenza di tonalità rosse nei Profeti, non privi di ricordi ancora goticheggianti; rosse le architetture, di un certo plasticismo le figure". Di epoca posteriore, è invece, l'unico riquadro firmato, raffigurante San Nazzaro, dipinto nel 1524 da Venturinus Pontoleo. Unica scultura della Pieve è invece una Madonna in pietra arenaria di Sarnico collocata sotto la mensa dell'altare. Si tratta di statua alquanto strana, in cui la figura della B.Vergine è "robusta e rozza di fattura e di lineamenti di modellato scarso". Il Vezzoli la attribuisce con probabilità ad uno scultore locale "avvezzo forse a trattare più il legno che la pietra o il marmo". La torre, più recente della pieve, mostra nella parte inferiore e specie nella parete nord pietre da recupero di notevole interesse, in quanto frammenti dell'epoca longobarda. Di vivo interesse i motivi decorativi fra cui un pavone che vi si scorgono. Sul campanile cinquecentesco nel 1858 suona ancora il campanone (1705 kg.) fuso da Innocenzo Maggi nel 1819 e al quale vennero aggiunte nel 1858 dalla stessa ditta Maggi altre cinque campane che, tolte durante la seconda guerra mondiale, vennero sostituite da altre nel 1949. Nuovi restauri al campanile sono stati apportati nel 1971. L'antica pieve, soppiantata dalla nuova chiesa parrocchiale, subì un periodo di decadenza. Tolta al culto verso il 1870, ceduta al Comune nel 1882, venne destinata prima a teatro (1893) e a magazzino e poi durante la prima guerra mondiale a ricovero di prigionieri austriaci. Di seguito fu stalla per cavalli, deposito di concime, subendo gravi vandalismi e devastazioni. Nel 1926 il conte Fausto Lechi, il conte Carlottavio Marchetti e il conte Francesco Secco d'Aragona si interessarono per restaurare l'antica pieve. Affidata nel 1928 alla Sovrintendenza dell'Arte medievale e moderna, nel 1930 si iniziarono i lavori di restauro. Si rafforzarono i muri, si aggiustò il tetto, si abbatterono le casupole che circondavano la chiesa, si restaurò il lato esterno sud e si costruì interamente quello nord. Inoltre si raccorciò la chiesa arretrando verso oriente la facciata che venne rifatta com'era in precedenza; e si fece questo per mettere in luce il lato sud della torre che sorge a destra addossata ora alla fronte della chiesa e perché secondo i restauratori la parte abbattuta era un'aggiunta posteriore. Nel 1939-40 i pittori Pescatori e Simoni restaurarono gli affreschi.


S.Maria Assunta. Lo sviluppo demografico, soltanto rallentato dalla peste del 1630, impose la necessità di costruire una nuova chiesa, dato che la vecchia pieve era ormai incapace di contenere molti dei fedeli che erano obbligati a rimanere fuori di chiesa durante le funzioni. In un primo momento, nel timore di essere esclusi da ogni ingerenza dopo la costruzione della nuova chiesa i reggenti dell'ospedale si opposero. Ma in seguito ottennero l'appoggio del conte Gasparo Martinengo, che il 27 febbraio 1689 venne eletto patrono delle Confraternite. Il Martinengo diede ampio appoggio alla richiesta di costruire una nuova chiesa e offrì per tale scopo mille ducati d'oro. Con tale appoggio la Repubblica veneta diede il 23 marzo 1689 il permesso della costruzione. Il progetto venne affidato al nob. Giovan Antonio Girelli, architetto dilettante ma di indubbie qualità, abitante ad Erbusco. I lavori, subito iniziati, vennero interrotti agli inizi del 1700 a causa dei trambusti della guerra di secessione spagnola. Ripresi nel 1705 vennero quasi del tutto ultimati nel 1719. Ne risultò una bella costruzione che anticipa una sensibilità settecentesca nella sobrietà severa. E' a due ordini, ritmati da lesene lisce sopra un alto zoccolo, e congiunti con il raccordo solito di due orecchioni a girare. L'interno è a tre navate. Quella centrale ha la volta a botte, su cui sono ritagliate le alte finestre rettangolari che illuminano dall' alto il vasto vano. Le navate laterali hanno semplice copertura a vela. Le tre campate in cui è divisa la chiesa sono articolate da quello strano motivo delle colonne abbinate, che mostra chiaramente quanto l'architetto si sia ispirato alla chiesa di S.Faustino maggiore di Brescia. "L'insieme dell'edificio", ha scritto Giovanni Cappelletto, "è armonico e molto ben risolto e ha particolari così accuratamente studiati da rivelare la presenza continua di un artista innamorato della sua costruzione che non lascia nulla di incontrollato e in balia del gusto dei capomastri". La chiesa acquista bellezza oltre che per le linee architettoniche anche per i cinque altari di stile del tempo. Particolarmente interessante l'altare maggiore che ha un bel paliotto. Al centro porta intarsiate la Madonna in una ricca ornamentazione di fiori e foglie, intarsi di marmi policromi, con due angioletti ai lati. Di uguale bellezza sono i gradoni dell'altare e il tabernacolo, arricchito di un elegantissimo tronetto sorretto da angeli, opera di Andrea Fantoni. Interessante anche la pala che raffigura l'Assunta (olio su tela). Nella lunetta dell'abside un affresco raffigurante l'Incoronazione della Madonna, di Osvaldo Bignami (1903). I dieci lampadari e le "appliques" della Via Crucis, sono del 1956 e sono stati ideati dal conte Fausto Lechi e costruiti dalla bottega Poisa di Brescia. Nella sagrestia un grande quadro raffigurante l'Ultima Cena è firmato "Joan Andreae Asper pingebat 1675". Di gran pregio è il baldacchino tutto tessuto in seta, oro e argento già ricordato negli inventari del primo ottocento. Molti i paramenti finemente e riccamente lavorati. La chiesa venne consacrata da mons. Verzeri il 13 dicembre 1856. Antico l'organo, poi restaurato, per iniziativa della confraternita nel 1667. Nel 1868 l'organo venne rifatto dalla ditta Egidio Sgritta di Bergamo. La tastiera è di 61 tasti, la pedaliera di 22 pedali. L'organo veniva collaudato il 30 marzo 1869 dal maestro Paolo Chimeri.


Già nel 1458 tra i beni beneficiari della pieve di S.Maria è citato un fondo S.Giorgio, e una contrada con lo stesso titolo, è segnalata in una bolla di Leone X nel 1512, segno anche questo che già esisteva una cappella dedicata allo stesso santo. Questa è segnalata negli atti della visita pastorale del 10-11 ottobre 1567 dal vescovo Bollani nei quali si fa obbligo di usare dei materiali della distrutta chiesa di S.Nazaro per costruire la chiesa al cappellano di S.Giorgio. La chiesa già allora serviva alla popolazione di Pedergnano. Nel 1599 il vescovo Marin Giorgi decise l'erezione della nuova parrocchia. Nel sec. XVII, la chiesa aveva oltre a quello maggiore, un altare del SS.Sacramento con relativa Confraternita e un altro dedicato a S.Carlo. Una nuova chiesa venne costruita a partire dal 1677, forse su disegno di Giov. Antonio Girelli, e venne consacrata il 3 luglio 1791. Venne poi ampliata nel 1852 con la costruzione della navata meridionale, per iniziativa del parroco don Francesco Riccobelli, e con l'erezione di quella Nord dal 1865 al 1870, per intervento del nuovo parroco don Pietro Braga. La nuova facciata venne costruita dal 1896 al 1898. Nel 1920-1930 Angelo Rubagotti di Coccaglio procedette assieme al pittore Gerolamo Calca di Rovato alla decorazione a fresco, mentre vennero conservati nella lunetta centrale l'affresco del '700 e gli affreschi nelle cupolette delle navate laterali rappresentanti l'Annunciazione, Gesù nell'orto, il Buon Pastore, la Natività, tutti del'800. Il presbiterio venne invece affrescato dal Calca poco prima del 1920, e la restante navata centrale con l'Assunta, Cristo Re, S.Lorenzo e angeli da Angelo Rubagotti dal 1920 al 1925. Il primo altare di destra, di marmo del sec. XVII, è dedicato alla Madonna del Rosario. Interessanti i misteri del Rosario. Sul secondo altare sta una bella pala (m. 1,90x1,50) raffigurante il Crocefisso di scuola cinquecentesca, restaurato da Mario Bertelli. La pala dell'altare maggiore (m. 2,80x1,80) raffigura S.Giorgio che uccide il drago, firmato "F.R.Giovanni Francisco Prato Alboino 1630". L'altare maggiore è in marmo policromo. A lato del presbiterio sta una pala (m. 1,80x1,60) raffigurante S.Carlo, firmato "Jo.Jacobus Tardellus 1630". Gli altari di sinistra hanno uno una pala (m. 2,40x1,60) raffigurante l'Ultima Cena, di autore ignoto; l'altro una bella tela secentesca rappresentante S.Giovanni Battista *m. 1,50x1,20). In sacrestia vi sono ottimi paramenti, un ostensorio e un turibolo in argento del sec. XVII, un paliotto in oro in cui è raffigurato S.Giorgio che prega la Madonna, del sec. XIX. Il Crocefisso che si trova sul secondo altare di destra, è fatto segno di particolare devozione e di una solenne festa votiva che risale a quanto sembra al 1755, in seguito a particolari grazie. Grazie soprattutto al parroco don Mosè Ghidoni, la parrocchia è andata dal 1951 arricchendosi di opere per la gioventù come una sala per adunanze (1951), nuove sale parrocchiali (1952), di una casa del giovane (inaugurata il 18 maggio 1969).


La sagra annuale è fissata al 16 agosto, festa di S.Rocco, di cui esiste nella chiesa una bella statua lignea. Numerosi legati hanno arricchito la chiesa. Fra i più importanti quelli di Giovanni Pelucchi (1708), del nob. Enea Tiberi (1763). Una scuola materna, sorse nel 1910 per iniziativa dell'avv. Giovanni Tacconi, con l'aiuto di don Rinaldo Metelli e di Paolo Martinengo e arricchita di un fondo di 30 piò nel 1946, dall'avv. Giuseppe Tacconi. E' stato eretto in Ente Morale. I locali vennero rinnovati e ampliati nel 1966-1970 mentre nel 1971 venne restaurata e decorata la cappella con affreschi di Angelo Rubagotti e decorata da Francesco Begni.


Altre chiese. Una chiesa di S.Antonio esisteva nel 1572 e si trovava ove oggi è casa Longhi. Un'altra nella stessa epoca sorgeva a Pedergnaga. Nel 1630 venne costruita a Pedergnano la chiesa dedicata a S.Nicola e a S.Francesco per iniziativa della popolazione riunita nella piazzetta della contrada Banchetto e di Francesco Tiberi, per voto fatto durante la peste. Certo Baldassare Costa donò il pavimento del presbiterio. La chiesa ha volta a botte, un bell'altare in marmo del sec. XVII. La pala (m. 2,50 x 1,70), raffigura S.Nicola, S.Francesco e S.Carlo Borromeo. La chiesa venne restaurata e affrescata nel 1884, e venne poi di nuovo rimessa a nuovo nel 1971. Una chiesa a S.Clemente esisteva nella omonima contrada. Esisteva già nel sec. XVI ed ora è stata trasformata in abitazione. Aveva una cappella centrale ed era affrescata. Sul fianco di una abitazione si scorge ancora un portalino con due finestrelle murate. Venne fatta chiudere verso la fine del sec. XVIII. Un'altra chiesetta dedicata a S.Vito e Modesto esisteva nei pressi del Crocevia Bonomelli. Aveva un solo altare. E' stata demolita nel 1907. Davanti all'attuale villa Pasini vi era una chiesa dedicata a S.Cristoforo, spesso ricordata nella visite pastorali.


Convento di S. Bernardino. Nel sec. XV la vita religiosa di Erbusco si arricchiva della presenza di una Comunità religiosa cioè del convento di S.Bernardino, fondato nel 1466 dal beato Amedeo Menez da Silva. Nella visita del vescovo Bollani del 10-11 ottobre 1567, venne ordinato ai frati che cancellassero i buoi dipinti fuori della chiesa, che rimuovessero o si recintassero gli altari e i depositi eretti fuori della chiesa. S.Bernardino vi era raffigurato in un affresco del cortile attribuito ad Antonio Gandino. Il convento venne soppresso nel 1810 e nel 1813 venne venduto al comune che vi costruì il cimitero. Nel 1569 sopra e vicino a La Spina, sembra sui ruderi di un castello o di antiche fortificazioni, venne eretto un convento dei Cappuccini che però si trovava in territorio di Cologne (v.).


Ville e case. Numerose ville e case ornano il paesaggio di Erbusco. Fra le più antiche è casa Pulusella (ora della contessa Angiola Maria Secco d'Aragona, che l'ha ottimamente restaurata) può forse esser stata costruita dai Tiberi e poi passata ai Pulusella nel XVII secolo. Sorge a mattina della grande villa Lechi. E' un'abitazione che, come afferma il conte Lechi, "non porta alcun segno di eleganza, nessun elemento architettonico la abbellisce, il portico e la loggetta superiore non hanno colonne ma semplici pilastri in muratura, eppure l'insieme è squisito nella sua modestia, ed è molto caratteristico". Particolarmente interessante all'interno è la stanza d'angolo, con doppia volta a vela (forse la "caminada", l'antico soggiorno) dove sul camino in pietra spicca il leone rampante dei Pulusella, sopra uno stemma molto simile a quello dei Girelli. Scrive ancora il Lechi che doveva essere tutta dipinta alle pareti e sulla volta a costoloni. Casa Tiberi (ora Mingotti) a Pedergnano reca ancora integro il portico con la meravigliosa loggetta sovrastante, formata da quattordici arcate trilobate. La torre colombara, a ponente dell'abitazione, è un'aggiunta del XVII secolo. Pure al Quattrocento risale casa Chizzola (oggi Toscani) più originale ed elegante, ben delineata dal conte Lechi: "Un altissimo agile portico di cinque arcate a tutto centro sostenute da colonne in pietra di Sarnico alte e strette, sorgenti da pilastrini in marmo, porta una loggia modestissima ad apertura rettangolare schiacciata. Luci di baltresca più che di loggia". Scudetti sono dipinti nelle fasce dei capitelli fra cui sembra d'individuare quelli dei Chizzola, dei Secco (? ), dei Briggia. Varie le stanze a soffitto, a volta, ecc. Più conservata è villa Maggi, costruita agli inizi del sec. XVII, a forma di torre, dal proprietario stesso architetto Giovanni Antonio Girelli. Al primo complesso il figlio Ascanio Girelli anch'egli architetto dilettante aggiunse nel 1687 la parte rivolta verso la strada. Solo nel 1868, poi, il conte Onofrio Maggi, nuovo proprietario, pensa di chiudere lo spazio vuoto che rimane fra la torre e l'aggiunta posteriore, ricavandone un'ampia sala. La settecentesca cappella della villa "La Spina" piccola ma architettonicamente notevole è probabilmente opera dell'architetto Ascanio Girelli figlio di Giovanni Antonio. A ponente di Villa Lechi si innalza il fabbricato, attualmente di proprietà del conte Giuseppe Marchetti di Montestrutto, costruito nel '600, da quel ramo dei Chizzola che abitava nell'attuale casa Toscani. Si tratta, e ci avvaliamo sempre della precisa descrizione che ne fa il conte Lechi, di un "Singolare palazzo che, pur non avendo attrattive esteriori, ha in sé molte belle caratteristiche delle costruzioni del sec. XVII. La facciata verso la piazza non ha di notevole che il portale in arenaria di Sarnico, tutto bugnato leggermente e portante un balcone con colonnine; in chiave di volta uno scudetto con lo stemma dei Chizzola. Una piccola torretta d'angolo, con feritoie strette per le canne d'archibugio, serviva egregiamente per difendersi dagli attacchi dei bravi delle famiglie nemiche. Sotto l'androne d'ingresso a destra, si innesta lo scalone a una sola rampa lunga; forse vi era l'intenzione di costruire al primo piano delle sale di rappresentanza ma tutto rimase incompiuto. Bello è l'ampio porticato a volta con tre bracci ad angolo retto della stessa lunghezza, con cinque arcate per parte sostenute da pilastri bugnati in pietra". Nel Seicento Erbusco si arricchisce di ville e palazzi imponenti fra cui grandioso quello, di stile palladiano, fatto erigere dai Martinengo (che, come vedremo, ereditarono nel paese i beni dei Fenaroli) a cavallo fra i secoli XVI e XVII, ed a proposito del quale Fausto Lechi così si esprime: "è il fatto architettonico più importante e singolare fra le ville bresciane; importante poiché non è comune una costruzione di quell'epoca di così ampio respiro, singolare perché nessu'altra villa, anche nelle provincie vicine, le assomiglia nelle sue proporzioni così ben studiate. Nessun altro signore del tempo si sentì di imitarne le forme inconsuete. Eppure essa è la traduzione, diremmo, in termine signorile, tardo cinquecentesco di uno schema paesano, diffusissimo nella plaga". L'iniziatore dell'opera pare essere stato Cesare Martinengo (nato nel 1550), nipote del più famoso Comino. La costruzione ed il completamento della villa si sono poi protratti nel corso degli anni, tanto da appotarvi modifiche e ingrandimenti a volte conformi allo stile dell'edificio, ma a volte con esso contrastanti. Già alla fine del '600, quando arriveranno i Martinengo Colleoni, verrà innalzato sul camino del salone centrale, che supera in altezza il resto della villa, un'imponente decorazione in stucco bianco, dove risalta lo stemma dei nuovi signori, discendenti dal condottiero Colleoni. E' un abbellimento che non contrasta assolutamente con il resto della stanza. Modifiche ancora più rilevanti si avranno poi all'inizio dell'800 ad opera di Bartolomeo Fenaroli, nuovo proprietario della villa e discendente da quel Bartolomeo Fenaroli che nel 1727 ereditò a pieno titolo i beni degli estinti Martinengo di Erbusco. La più significativa e riuscita fra le innovazioni ottocentesche è senza dubbio l'abbattimento dell'imponente muro che nascondeva dall'esterno la vista della facciata della villa, lasciando solo il grande arco d'ingresso, e sostituendo al muro l'attuale cancellata, probabile opera dell'architetto bresciano Rodolfo Vantini. Modifiche e rimaneggiamenti sono tutti ben descritti nell'opera di Fausto Lechi, là dove dice: "Il giardino infine è chiuso verso strada da una bella cancellata di sapore neo-classico; salvo l'arcone centrale d'ingresso che è tipico del nostro Seicento. Esso è formato da due colonne di pietra di Sarnico a grandi fasce, appoggiate ad un muro nel quale si apre l'arcata altissima ornata da una raggiera di bugne; le due colonne portano il frontone pure in Sarnico. Da questo arco si diparte, da ambo i lati, la cancellata che appoggia sopra un muretto; essa è formata da semplici lance racchiuse in dodici scomparti divisi da dodici pilastri a bugne semplici e regolari, terminanti con una pigna. Oltre la strada vi é un piazzale erboso delimitato da termini in pietra collegati da grosse catene sul lato nord, mentre un muretto limita gli altri tre lati.


Tutto questo complesso della grande cancellata e del piazzale venne creato dal conte Bartolomeo Fenaroli tra il 1820 e il 1830, poiché prima non esisteva che il grande arco d'ingresso e un alto muro (nel quale forse saranno stati aperti dei finestroni con inferriate), che chiudeva la vista del palazzo verso la strada sottostante, più stretta dell'attuale; indi vi erano alcune case al posto del piazzale, in mezzo alle quali passava la stradetta che portava al cancello settecentesco della prospettiva. Accanto ad opere stilisticamente in sintonia con l'insieme della villa, nell'ottocento però, si alterò in varie parti la costruzione, ingrandendo ad esempio le finestre del porticato e soprattutto togliendo dalle due ali laterali quelle lesene in stucco che, continuando il ritmo delle colonne della loggia, scandivano "gli scomparti nei quali si aprivano le finestre; ed era questo un abile accorgimento molto usato nel sec. XVI. Purtroppo il restauratore del secolo scorso (che temo sia il Vantini, secondo la tradizione orale) fece togliere le lesene di stucco, forse deteriorate, e così avviene che il passaggio dal vuoto della loggia al piano delle due ali è una vera stonatura architettonica, anche perché il portico sotto e il cornicione sopra girano in modo uguale". Il conte Fausto Lechi, attuale proprietario del palazzo, sta ora procedendo ad un minuzioso e razionale restauro, tale da ridare all'insieme dell'edificio quell'armonia stilistica che, in mancanza del disegno originale, lo avvicini il più possibile al carattere iniziale del monumento. Una notizia curiosa e pure importante merita di essere qui presentata. Durante l'ultimo conflitto mondiale furono provvisoriamente sistemate in questo palazzo varie opere artistiche fra cui tutti i quadri della Pinacoteca Brera di Milano e i famosi "Màcc de le ùre", gli automi che ancora oggi scandiscono il tempo a colpi di martello dall'alto della torre dell'orologio di piazza della Loggia a Brescia.


Nella villa Lechi Bettoni esistono un busto del padre Sanvitali di ignoto autore e un bozzetto della pala di Manerbio di G.P. Pittoni raffigurante la Deposizione. Sempre nel Seicento un'altra bella dimora viene segnalata nella villa Negroni che, pur rifatta e ristrutturata recentemente dall'attuale proprietario ing. Piero Negroni, conserva assieme ad una nuova facciata, anche l'antica che si estende ancora per una buona lunghezza con otto arcate di portico sostenute da pilastri bugnati di pietra di Sarnico, pur interrotto da muri di divisione. Nell'interno ci sono sale con volti con cornici a stucco, e una bella sala maggiore "molto elaborata a spesse cappe a unghie".


Parroci di S.Giorgio: Teobaldo (interviene all'elezione di Berardo Maggi) (1275), Federico da Cazzago ("Liber Potheris Brixiae" (1284-1310), Bonaventura de' Salvatici (1309); Bonaventura de' Salvatici (passa arciprete della cattedrale) (1312-1315); Bertolini (1340); Lorenzo Oldofredi da Iseo (1400 ca.); Martino de Prandonibus (arciprete e canonico della cattedrale) (1421-1437), Alberto da Bornato (1437); Giovanni Vaccani (rinuncia: vedi la bolla di Leone X) (1510); Orazio Mutti della Motella (1565-1572); Teofilo da Rovato (1572); Faustino Barbò (morto nel 1597), (1597); Filippo Marzoli (morto nell'agosto 1624) (1597-1624); Cristoforo Coccaglio da Milzano (1624); Antonio Teodaldo (1668); Agostino Guadagno (1670); Pietro Erculiani (passa a Cazzago) (1684-1690); Orazio Ciribelli (1690-1694); Pietro Maria Arrigotto da Brescia (1694-1700); Andrea Zambelli (1700); Gio.Battista Lussignoli (1726-1727); Giovanni Maria Marzoli (1727-1744); Gaudenzio Gallizioli da Sale Marasino (1744), Tomaso Cadei; Innocenzo Rambaldini (passa a Rudiano), (1782); Pietro Togni da Cortenedolo (passa a Edolo) (1783-1786); Paolo Bonetti (1786-1800); Giuseppe Quartari da Breno (rinuncia 1828); (1800-1828); Innocenzo Parodi da Borgosatollo (1829-1837); Augusto Treboldi (n. 1809), (1837-1888); Giuseppe Cavalleri (1888-1912); Giuseppe Bianchi da Vezza d'Oglio (n. 6 gennaio 1869, rinuncia 1948, morto il 2 agosto 1955), (1912-1948); Alessandro Fantoni da Bedizzole (nato l'8 settembre 1913, morto il 2 luglio 1977), (1949-1977), Andrea Ferronato da Montichiari (nato il 17 ottobre 1926), (1977).


Parroci di Villa Pedergnano:Filippo Moretti (1582); Antonio Pitozzi (1609); Nicola Paratico (1617-1645); Paolo Guarneri (1645-1646); Angelo Corioni (1646-1651); Placido Bonardi (1651-1696); Giovanni Soardi (1711-1726); Gaetano Vezzoli (rinuncia nel 1769) (1726-1769); Bortolo Noris (passa ad altra parrocchia)(1769-1785) ; Gio. Giacomo Pialorsi (1785-1788); Simplicio Bertelli (1790-1796); Pasino Lussignoli (morto il 13 ottobre 1831), (1796-1831), Francesco Riccobelli (morto il 7 luglio 1858) (1832-1858); Pietro Braga (1859-1869); dal 1869 al 1885 la parrocchia viene retta da vari sacerdoti senza residenza stabile; Giuseppe Dotti (1885-1914); Lorenzo Rangoni (rinuncia nel 1950, morto il 24 aprile 1958),(1914-1950), Mosè Ghidoni (nato il 17 luglio 1909) (dal 1958).