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CIGOLA Giovanni Battista
(Brescia, 1769 - Tramezzo, sul lago di Como, 7 agosto 1841). Di poveri genitori, mostrò presto assieme all'avversione al latino e alla scuola la propensione al disegno. Affidato ad un pittorello, questi se lo tenne per due anni come garzone. Ritornò perciò nella bottega del lotto tenuta dal padre e alla morte di questi, derubato di tutto, si diede all'arte. A diciotto anni, già abile miniaturista, passò a Bergamo e poi a Milano, dove frequentò per qualche tempo Brera. Aiutato da un maestro di ballo poté raggiungere Roma dove rimase cinque anni e frequentò la scuola dell'Accademia in Campidoglio. Trovata protezione in una famiglia patrizia, poté continuare gli studi fino ad ottenere il premio alla scuola del nudo. Seguace del Winchelmann, incominciò a farsi notare pur adattandosi a miniare carta per poter mangiare. Passato alla scuola di composizione di S. Luca, vi vinse un altro primo premio con una raffigurazione della morte di Giuliano l'apostata. Il riconoscimento gli procacciò commissioni dal Camoncini e da un certo Butti che gli commissionò le illustrazioni per una pubblicazione sugli scavi di villa Negroni. Nel 1796 tornò a Milano e poco più tardi a Brescia. Ritenuto un progressista, ebbe qui un rilevante grado nella Guardia Nazionale che abbandonò quando le commissioni di lavori artistici andarono crescendo. Ritornato a Milano, presso il marchese Trivulzio, divenne il miniaturista di moda fra gli ufficiali francesi. Ma non pago andò a Parigi, dove frequentò il Louvre, studio i miniaturisti francesi e fiamminghi, dai quali, scrive il Castellini, "trasse quella maniera sugosissima del colorito e brillante, da far sospettare le sue produzioni piuttosto smalti che miniature sull'avorio". Dopo quindici mesi tornò a Milano, dove aiutato da mecenati come il conte Sommariva, trovò favore presso il viceré Eugenio per il quale fece parecchi ritratti. Per il Sommariva miniò bellissime "le tentazioni di S.Antonio". La sua attività si andò centuplicando. Illustrò per il marchese Trivulzio in pergamena il Decamerone (in dieci scene per ogni giornata), gli Amori di Dafni e Cloe, miniò sette copie di "Giulietta e Romeo" del Daporto, e tre copie del "Corsaro" di Byron. Opere tutte di grandissimo prestigio.
Avendo avuto occasione di studiare alcuni ritratti in smalto (procedimento allora sconosciuto in Italia), provenienti dalla Francia, vi si provò con tenacia, e dopo vani tentativi vi riuscì accaparrandosi la gloria ambita di aver dato all'Italia una sconosciuta arte minore. Dopo aver compiuti altri lavori, essendoglisi uno smalto raffigurante "Atala" alterato nel fuoco, smise di lavorare in smalto. E' considerato restauratore della miniatura in oro medievale e la sviluppò, da quasi solo ornamentale, in raffigurazioni vere e proprie di cui ornò libri molto conosciuti, introducendovi nuove tecniche. Si acquistò grande fama con le sue finissime porcellane. Fu anche caritatevole e munifico. Si deve a lui il famedio o Pantheon degli illustri bresciani del Cimitero di Brescia, per costruire il quale lasciò con testamento del 14 aprile 1833 all'Ateneo il suo patrimonio. L'Ateneo di Brescia, riconoscente, gli dedicò al cimitero un monumento, opera di G.B. Lombardi. Con i fondi dell'eredità Cigola, nel 1893 l'Ateneo di Brescia bandiva un concorso per un monumento al Moretto.