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FORNACI (in dial. Le Fornàs, in lat. Fornacum)
Villaggio e ora frazione a 5 Km. a S della città di Brescia, sulla strada per Dello, Quinzano e Cremona. Prende il nome dalle fornaci che vi esistevano, poi abbandonate. È frazione del Comune di Brescia. Ecclesiasticamente è parrocchia congruata nella vicaria di Brescia, zona XVII, urbana. Abitanti (Fornacesi): 600 (con Verziano) nel 1658, 673 (con Verziano) nel 1727, 1070 nel 1857, 1145 nel 1871, 1170 nel 1873, 1276 nel 1885, 1360 nel 1895, 1356 nel 1900, 1980 nel 1909, 1098 nel 1915, 2048 nel 1927, 2048 nel 1938, 3200 nel 1950, 3200 nel 1955, 2000 nel 1965, 2122 nel 1969, 2350 nel 1978.
Il territorio è attraversato dal Garza e limitato a O dal Mella. I sedimenti di argilla, prodotti dalle acque diedero vita a remote fabbriche di laterizi. Vi vennero trovati oggetti litici, di fattura poco accurata, risalenti a prima del 2000 a.C. Anche lungo il Mella vennero trovate cuspidi di frecce di vario colore, cuspide di lancia, sega di selce, raschiatoi, lucerna fittile, ecc. del periodo neolitico. Il conte Tommaso Caprioli vi individuò una stazione preistorica di rilievo. Di rilievo anche i segni della dominazione romana. In località Labirinto venne scoperta nel 1903 una stele romana, nella quale un ignoto Marcello, figlio di Spurio, ricorda la sorella Bitulla. Altre iscrizioni scoperte nel territorio più tardi indicano come la zona fosse abitata in tempi romani.
Fece poi parte del demanio pubblico di quel "territorium civitatis" che con diploma imperiale del 15 luglio 1037 veniva donato al vescovo di Brescia. Nel territorio sorgeva nell'alto medioevo la vasta corte di Cerropicto, detta poi volgarmente il Serpente, in dialetto il "Sèrpét". Passata in proprietà a re Desiderio, venne poi ceduta da Adelchi al Monastero di S. Salvatore. Vi ebbe proprietà il Monastero dei SS. Cosma e Damiano, che ancora nel 1568 era obbligato ad aggiustare il "chiavegone" del vaso delle Fornaci.
Un ampio sviluppo edilizio si verificò nel sec. XV e ancor più dopo l'occupazione franco-ispana-imperiale degli inizi del sec. XVI. Nel 1519, forse in seguito al voto emesso in occasione di un'epidemia di peste, gli abitanti diedero inizio, precisamente il 5 ottobre, alla costruzione di una chiesa dedicata a S. Rocco, come ricorda l'iscrizione che si conserva sopra una pietra infissa sull'ingresso dell'antico convento. Terminata la chiesa gli abitanti che ne avevano patrocinato la costruzione e se ne erano riservato il giuspatronato (precisamente Ronaldo Ronaldi, Francesco da Longhena, Benvenuto de Mesis, G. Maria Bedusi, Giovanni Rambella, Giuliano Abati, G. Maria Abati, Giacomo Zaninelli, Maffeo Zaninelli, Giovanni Voltolino, Bono Gritti, Andrea Alberti e Battista suo fratello, Francesco Rorzani, Bartolomeo Stefanini, Antonio Grazi, G. Pietro Zanoli, Bartolomeo Tramanini, Stefano Provaglio, G. Antonio Clusoni, Nicola Ralgarini, Antonio de Paspro, Corrado Abati) a nome dell'altra terza parte, con atto rogato il 22 maggio 1564, dal notaio Gerolamo Verzeti, affidavano la chiesa, con piccola casa ed orto annesso, obbligandosi a versare 400 lire planet annue, a frate Paolo Cattaneo di Carpenedolo e frate Mansueto Pasquetti da Campoverde della Congregazione del Terz'Ordine regolare di Lombardia, che accettavano per se stessi e per l'Ordine, con l'onere di celebrare una messa perpetua quotidiana. L'investitura venne resa pubblica il 27 agosto 1566 da Gerolamo Cavalli, Vicario Generale di Brescia, e dal Podestà di Brescia, Gerolamo Gradenigo. Il 2 luglio 1564 i rappresentanti degli abitanti delle Fornaci supplicavano il p. Gerolamo da Crema, Visitatore e Generale del Terz'Ordine Regolare, che confermasse l'investitura fatta a frate Mansueto Pasquetti, avendolo già autorizzato con patente del 29 maggio precedente, e ne imploravano la conferma dal vescovo Domenico Bollani. La formale esecuzione dell'investitura andava per le lunghe. Onde i rappresentanti delle Fornaci supplicarono di nuovo p. G.Battista Parisi da Sopraponte, vicario Generale del Terz'Ordine Regolare, il quale promise un sacerdote che avrebbe soddisfatto l'onere, purché vi fosse la conferma del Vescovo diocesano. Mons. Bollani acconsentì e il 26 aprile 1572 venne rogato nel palazzo vescovile l'atto.
I Terziari Regolari crebbero poi di numero, ingrandirono la chiesa, costruirono il nuovo convento e vi stabilirono una famiglia regolare con guardiano, come appare dalla bolla di Sisto V papa, del 1589. La chiesa aveva quattro altari, il maggiore dedicato a S. Rocco con pala dipinta rappresentante il Santo, gli altri tre erano costruiti in cornu epistolae, cioé a destra dell'ingresso della chiesa. Il primo era dedicato alla Madonna, e vi si custodiva un prezioso dipinto del cinquecento, che ancora si ammira nel tempio ricostruito sull'area dell'antico, ai lati si veneravano le statue di S. Rocco e di S. Fermo; l'altro era dedicato a S. Antonio, sull'altare vi era la pala dipinta del santo taumaturgo; il terzo rappresentava, su pala dipinta, S. Elisabetta. In chiesa vi erano i quadri dipinti di S. Maria Maddalena da Cortona e S. Carlo Borromeo; in sacrestia i quadri di S. Pasquale Baylon e di S. Diego d'Alcalà; all'altare maggiore la statua di S. Francesco. Due erano le feste particolarmente solenni quella di S. Rocco e della Purificazione.
Il 12 novembre 1618 Alberto Rocalario faceva dono di una casa ed altri beni ai religiosi di S. Rocco, rappresentati dai p. G. Battista da Cremona, dal Definitore provinciale p. Massimo Luigi da Crema, p. Paolo Macobello da Carpenedolo, p. Michele Uberti da Pontevico, p. Andrea Nolli, p. Matteo da Crema, e frate Andrea Adolini da Sopraponte. Il 1 agosto 1632 i Padri terziari di S. Rocco acquistarono da Lelio Rubini un cortino con area ed orto, presenti i p. Lodovico Folli, presidente del convento, p. Gabriele Bonetti, p. Gerolamo Coradelli e p. Tomaso Grazioli. I religiosi seppero inserirsi così in profondità nella vita della comunità che il 10 dicembre 1634, quando la loro presenza venne messa in pericolo, cinquanta rappresentanti delle famiglie delle Fornaci, si riunirono per difenderne l'operato e l'attività religiosa. Nel 1658 i frati erano dieci. Nuovi contrasti sorsero più tardi in seguito all'ampliamento del convento, della chiesa e alla concessione ad alcuni abitanti della sepoltura nella chiesa stessa. Nel 1665 tuttavia i Terziari dovettero abbandonare le Fornaci e rifugiarsi in un nuovo convento a S. Antonio in Borgo Pile. Il convento di Verziano veniva soppresso nel 1670. Ripetute suppliche avanzate nel 1665, nel 1679, nel 1684, ecc. dai Terziari e dagli abitanti del luogo per riaverli non ebbero esito favorevole.
L'amministrazione dell'Ospedale che era proprietario di Verziano, nel cui ambito parrocchiale si trovano le Fornaci, vi inviò un cappellano. Nel 1797 la Vicinia dei due rioni, 2° del Garza Orientale e 3° del Garza Occidentale nel comune di S. Nazaro deliberava l'erezione della nuova parrocchia, e il governo della Repubblica Cisalpina emanava il bando di concorso. Nel frattempo, nel 1797, dopo che le Fornaci erano entrate a far parte del Comune di S. Nazaro, la Repubblica Cisalpina promulgava il concorso della "Vacante parrocchia" non ancora costituita dall'autorità diocesana, ma per la quale si adoperavano alcune famiglie del luogo fra cui, in prima fila, i Cimaschi. Nel 1798 Flero e Castelmella cedevano alle Fornaci alcune loro case fra cui lo Zerbino, ecc. Eretta la nuova chiesa di S. Rocco 1'1 giugno 1816, un decreto vescovile staccava la chiesa e la frazione delle Fornaci erigendola in parrocchia, comprendente anche alcune case delle parrocchie di Flero e Castelmella, ma già nel 1831 la chiesa si dimostrava inadeguata e l'ing. Giovanni Cherubini avanzava il progetto di ampliamento. Insigne benefattore della chiesa fu don Giovanni Carboni.
La chiesa a croce greca è particolarmente unitaria e di struttura armoniosa. L'altare maggiore ha una pala raffigurante S. Rocco, di Gabriele Rottini. Gli affreschi sono di Giuseppe Trainini. La canonica è stata ricavata nell'unito convento e ne conserva ancora, in parte, le linee. Oltre alla parrocchiale esiste un oratorio dedicato a S. Girolamo, di patronato degli Onofri. Un altro oratorio esisteva in contrada del Serpente che divenne proprietà di Carboni. Nel 1825 Vincenzo Carboni otteneva di poter profanare la chiesetta avendo egli accomodata a sue spese la chiesa di Treponti.
Nell'800 anche la vita civile ed economica ebbe un deciso rilancio. Vi vennero aperte le Locande sanitarie per pellagrosi e nel 1896 vi venne fondata una Società operaia cattolica che nel 1909 raggruppava ben 103 soci. Il 22 dicembre 1929 veniva inaugurata la Casa del fascio e nel 1930 una sede dei Sindacati corporativi. Nel 1957 venne coperto il vaso Garzetta che attraversa la borgata. In auge il gioco della palla a mano. Nel 1930 vi venne approntato uno sferisterio molto frequentato.
Fra le belle abitazioni della zona vi è la settecentesca villa Onofri, fabbricata accanto a una vecchia costruzione degli Ugoni. La villa ha un grande portico a nove campate con colonne toscane a due corpi pieni agli esterni; sopra di esso vi sono due piani con muratura a vista, fasce marcapiano in stucco. Un ampio cortile, chiuso ai lati, divide la villa dagli adiacenti fabbricati rustici. La villa ha varie interessanti sale con caratteristiche secentesche. La più importante, con bella volta, ha decorazione a fiori e nei riquadri le proprietà della famiglia, mentre sul camino sta un bel paesaggio, forse del Manfredini, datato 1780. In altra sala adiacente vi sono stucchi raffiguranti le quattro stagioni e le pareti decorate con piante palustri. Sul lato est vi è una saletta con riquadro centrale pitturato a olio. Al primo piano vi sono alcuni locali con decorazione neoclassica e una grande, ariosa galleria con travetti a vista e fascia decorata. A mattina sta una saletta con soffitto ornato nei primi del '700. La proprietà su cui sorge era chiamata nei primi del '600 "Campagna del Serpente". Passata dal monastero di S. Salvatore in altre mani nel 1460 la proprietà fu del nob. Federici Peschiera poi dei Terzi Lana e infine degli Onofri.
Pure settecentesca è la villa di Pellizzari di Meduna all'uscita dell'abitato verso S lungo la strada Brescia-Quinzano. A pianta rettangolare, con ai lati due abitati più bassi, fra cui quello a mattina più antico, la villa ha sui lati E e O due basse ali con locali rustici e con eleganti portici con colonne toscane. Al termine vi sono eleganti pilastrini di pietre sormontati da vasi pure di pietra che dividono il brolo. La bella cancellata che li completava venne requisita durante la guerra. La villa ha una semplice facciata arricchita da un portico di ottimo disegno con arcate a tutto sesto e agili colonne toscane. Saloncino e sale (con decorazioni neoclassiche), galleria al primo piano e un bel balcone sul lato a monte arricchiscono l'abitazione.
Rettori e parroci: Ogna Francesco Giovanni di Brescia, da 14 anni curato, Rabaioli Domenico di Bovegno (22 marzo 1861-1877), Zani Giovanni (3 dicembre 1877-3 ottobre 1895), Cargnoni Zaccaria di Rezzato (16 dicembre 1895-rinuncia 1934), Trolli Fermo di Calvisano (dall'11 aprile 1934-rinuncia 15 novembre 1966), Vecchia Riccardo (16 novembre 1966).