SANT'EUFEMIA della Fonte: differenze tra le versioni

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ABITANTI (Santeufemiesi, nomignolo "Lavandér"): 350 nel 1493, 1038 nel 1566, 890 nel 1610, 1200 nel 1648, 1457 nel 1701, 1232 nel 1760, 1533 nel 1775, 1361 nel 1791, 1301 nel 1805, 1539 nel 1819, 1640 nel 1835, 1800 nel 1848, 2100 nel 1858, 2550 nel 1868, 2340 nel 1875, 1887 nel 1898 e nel 1908, 3150 nel 1913, 4500 nel 1926, 5030 nel 1930, 5500 nel 1936, 5000 nel 1949 e nel 1963, 4391 nel 1971, 4315 nel 1981, 3660 nel 1991, 3558 nel 1997.  
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ABITANTI (Santeufemiesi, nomignolo "Laandér"): 350 nel 1493, 1038 nel 1566, 890 nel 1610, 1200 nel 1648, 1457 nel 1701, 1232 nel 1760, 1533 nel 1775, 1361 nel 1791, 1301 nel 1805, 1539 nel 1819, 1640 nel 1835, 1800 nel 1848, 2100 nel 1858, 2550 nel 1868, 2340 nel 1875, 1887 nel 1898 e nel 1908, 3150 nel 1913, 4500 nel 1926, 5030 nel 1930, 5500 nel 1936, 5000 nel 1949 e nel 1963, 4391 nel 1971, 4315 nel 1981, 3660 nel 1991, 3558 nel 1997.  
  
  
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Morendo nel 1030 il vescovo Landolfo aveva già dotato il Monastero, di cui egli stesso era anche abate, di circa 700 jugeri di terra valutati oggi circa 1750 ettari, da lui comperati con 400 libbre d'argento, terreni giacenti specialmente nei territori di Botticino, Rezzato e contermini. Il monastero si rafforza poi sempre più nei territori vicini e cioè verso Castenedolo, spingendosi verso i laghi di Garda e d'Iseo, in Valtrompia e in Franciacorta (Nigoline, Ome, ecc.). Nel maggio 1038, grazie ad un atto di permuta con il vescovo Ulderico, S. Eufemia cede beni a Carcina, Villa, Semenzaria, Cogozzo e ne acquista a Gardone, Inzino e nella città stessa. Nel giugno seguente una nuova permuta di beni ha luogo fra l'abate Gisalberto e Otta, badessa di S. Giulia. Qualcuno attribuisce al monastero lo scavo del canale Naviglio; si pensa più realisticamente che i monaci lo migliorarono servendosene per più facili trasporti per via d'acqua. È così che il Monastero è, nel 1071, interessato anche al portizolo di S. Polo in prossimità delle sablonere. L'espansione economica continua lungo tutto il sec. XI e viene valutata a 17 kmq. la prima espansione territoriale del monastero comprendente S. Eufemia, Botticino, Rezzato, Virle, Mazzano, Castenedolo. Nel marzo 1085 le proprietà monasteriali si allargano a Toscolano e a Gardone Riviera, mentre compare fra esse una chiesa di S. Nicola situata ai piedi del Monte Denno. Per la prima volta, nel 1102 compare nella storia del monastero l'ospizio e la chiesa di S. Giacomo di Castenedolo che nel 1120 sarà consacrata dal vescovo Villano. Del tutto fantastica la notizia raccolta anche da Carlo Cocchetti secondo la quale il monastero di S. Eufemia fu incendiato da Leutelmo (1109) e dieci anni dopo come quello di Leno, fu preso sotto la protezione della repubblica Bresciana, essendo consoli Ardiccio degli Aimoni e Sibello della Noce (1119).
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Morendo nel 1030 il vescovo Landolfo aveva già dotato il Monastero, di cui egli stesso era anche abate, di circa 700 jugeri di terra valutati oggi circa 1750 ettari, da lui comperati con 400 libbre d'argento, terreni giacenti specialmente nei territori di Botticino, Rezzato e contermini. Il monastero si rafforza poi sempre più nei territori vicini e cioè verso Castenedolo, spingendosi verso i laghi di Garda e d'Iseo, in Valtrompia e in Franciacorta (Nigoline, Ome, ecc.). Nel maggio 1038, grazie ad un atto di permuta con il vescovo Ulderico, S. Eufemia cede beni a Carcina, Villa, Semenzaria, Cogozzo e ne acquista a Gardone, Inzino e nella città stessa. Nel giugno seguente una nuova permuta di beni ha luogo fra l'abate Gisalberto e Otta, badessa di S. Giulia. Qualcuno attribuisce al monastero lo scavo del canale Naviglio; si pensa più realisticamente che i monaci lo migliorarono servendosene per più facili trasporti per via d'acqua. È così che il Monastero è, nel 1071, interessato anche al portizolo di S. Polo in prossimità delle sablonere. L'espansione economica continua lungo tutto il sec. XI e viene valutata a 17 kmq. la prima espansione territoriale del monastero comprendente S. Eufemia, Botticino, Rezzato, Virle, Mazzano, Castenedolo. Nel marzo 1085 le proprietà monasteriali si allargano a Toscolano e a Gardone Riviera, mentre compare fra esse una chiesa di S. Nicola costruita nel monastero stesso. Per la prima volta, nel 1102 compare nella storia del monastero l'ospizio e la chiesa di S. Giacomo di Castenedolo che nel 1120 sarà consacrata dal vescovo Villano. Del tutto fantastica la notizia raccolta anche da Carlo Cocchetti secondo la quale il monastero di S. Eufemia fu incendiato da Leutelmo (1109) e dieci anni dopo come quello di Leno, fu preso sotto la protezione della repubblica Bresciana, essendo consoli Ardiccio degli Aimoni e Sibello della Noce (1119).
  
  
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Infatti, dagli Annuali redatti dall'ab. Pietro Farina verso la metà del '700 risulta che nei sec. XV e XVI il monastero conservava rapporti di proprietà e diritti con il Comune di Brescia, con la "terra" di S. Eufemia extra, con Bogliaco, Buffalora, Caionvico, Calcinato, Castenedolo, Cigole, Cogozzo V.T., Flero, Folzano, Gardone Riviera, Gazzane, Gerola, Maderno, Mazzano, Nave, Nuvolento, Offlaga, Paderno, Passirano, Polaveno, Portese, Puegnago, Rezzato, Roncadelle, Rovato, Salò, San Felice, San Zeno, Toscolano, Virle, Volciano, ecc.  
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Infatti, dagli Annuali redatti dall'ab. Pietro Faita verso la metà del '700 risulta che nei sec. XV e XVI il monastero conservava rapporti di proprietà e diritti con il Comune di Brescia, con la "terra" di S. Eufemia extra, con Bogliaco, Buffalora, Caionvico, Calcinato, Castenedolo, Cigole, Cogozzo V.T., Flero, Folzano, Gardone Riviera, Gazzane, Gerola, Maderno, Mazzano, Nave, Nuvolento, Offlaga, Paderno, Passirano, Polaveno, Portese, Puegnago, Rezzato, Roncadelle, Rovato, Salò, San Felice, San Zeno, Toscolano, Virle, Volciano, ecc.  
  
  
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Scomparsa la peste la vita del borgo rifiorì. Nel giro di 18 anni la popolazione aumentò di circa trecento abitanti. Nel 1673 grazie ad un legato lasciato, con testamento del mercante Giacomo Moneghino, alla confraternita del S.S. Sacramento si viene formando un monte frumentario o monte di pietà a "servitio dei poveri della terra et territorio". Scomparsa la peste la vita riprende poi tranquilla, grazie anche allo sviluppo oltre che agricolo, commerciale per merito della strada percorsa in continuità e al Naviglio che alimenta le rogge e fa muovere le ruote dei mulini e delle "raseghe" ed ha, a S. Eufemia, il terminale del trasporto di merci attraverso barconi e del legname fluitante che viene dalla Valsabbia. S. Eufemia diventa inoltre uno dei punti di partenza del servizio di scorta dei corrieri per Venezia e del servizio postale. Il borgo conosce nuovi momenti difficili nel 1701-1705 per la guerra di successione spagnola. Specie nel settembre 1701 e febbraio 1702 vengono denunciate violenze e ladrocini delle truppe tedesche. Ma si tratta di episodi momentanei. La fine del secolo vede un continuo passaggio di truppe napoleoniche e poi austro-russe mentre la Rivoluzione Giacobina del marzo 1797 viene avvertita particolarmente per lo scontro fra le truppe della stessa e quelle controrivoluzionarie provenienti dalla Riviera del Garda e dalla Valsabbia. Ma più a fondo colpisce l'incameramento, il 2 novembre 1797, delle proprietà del Monastero e di S. Giacomo, che passano all'Ospedale Maggiore. Certo un avvenimento difficile da dimenticare è l'arrivo il 7 aprile 1801 dei deportati in Ungheria da parte degli austro-russi. Dura pochi anni la soppressione dell'autonomia comunale avvenuta nel 1805 e restituita il 1° maggio 1816. Il dominio austriaco non fu nefasto quanto lo si è voluto dipingere. Già nel 1823 vengono infatti organizzate scuole comunali in paese e a S. Polo. Vengono inoltre costruite strade, nel 1838 adottata l'illuminazione a gas. Vengono inoltre istituite le condotte mediche, imposta l'obbligatorietà delle vaccinazioni e la salvaguardia delle acque di superficie e di falde. In sviluppo anche l'assistenza ai poveri con la costituzione il 4 maggio 1846 della Congregazione di carità diventata ente morale nel 1858. Il progresso è indicato del resto anche dall'aumento di popolazione che passa da 1536 abitanti nel 1816 a 2069 nel 1860. Non mancano d'altro canto gravi e improvvise calamità come quella del colera del 1836 e del 1855 che miete un centinaio di vittime, i gravissimi allagamenti provocati da alluvioni accadute in Val Carobbio e dalla tracimazione del Naviglio.  
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Scomparsa la peste la vita del borgo rifiorì. Nel giro di 18 anni la popolazione aumentò di circa trecento abitanti. Nel 1673 grazie ad un legato lasciato, con testamento del mercante Giacinto Moneghini/o, alla confraternita del S.S. Sacramento si viene formando un monte frumentario o monte di pietà a "servitio dei poveri della terra et territorio". Scomparsa la peste la vita riprende poi tranquilla, grazie anche allo sviluppo oltre che agricolo, commerciale per merito della strada percorsa in continuità e al Naviglio che alimenta le rogge e fa muovere le ruote dei mulini e delle "raseghe" ed ha, a S. Eufemia, il terminale del trasporto di merci attraverso barconi e del legname fluitante che viene dalla Valsabbia. S. Eufemia diventa inoltre uno dei punti di partenza del servizio di scorta dei corrieri per Venezia e del servizio postale. Il borgo conosce nuovi momenti difficili nel 1701-1705 per la guerra di successione spagnola. Specie nel settembre 1701 e febbraio 1702 vengono denunciate violenze e ladrocini delle truppe tedesche. Ma si tratta di episodi momentanei. La fine del secolo vede un continuo passaggio di truppe napoleoniche e poi austro-russe mentre la Rivoluzione Giacobina del marzo 1797 viene avvertita particolarmente per lo scontro fra le truppe della stessa e quelle controrivoluzionarie provenienti dalla Riviera del Garda e dalla Valsabbia. Ma più a fondo colpisce l'incameramento, il 2 novembre 1797, delle proprietà del Monastero e di S. Giacomo, che passano all'Ospedale Maggiore. Certo un avvenimento difficile da dimenticare è l'arrivo il 7 aprile 1801 dei deportati in Ungheria da parte degli austro-russi. Dura pochi anni la soppressione dell'autonomia comunale avvenuta nel 1810 e restituita il 1° maggio 1816. Il dominio austriaco non fu nefasto quanto lo si è voluto dipingere. Già nel 1816 vengono infatti organizzate scuole comunali in paese e a S. Polo. Vengono inoltre costruite strade, nel 1838 adottata l'illuminazione a gas. Vengono inoltre istituite le condotte mediche, imposta l'obbligatorietà delle vaccinazioni e la salvaguardia delle acque di superficie e di falde. In sviluppo anche l'assistenza ai poveri con la costituzione il 4 maggio 1846 della Congregazione di carità diventata ente morale nel 1858. Il progresso è indicato del resto anche dall'aumento di popolazione che passa da 1536 abitanti nel 1816 a 2069 nel 1860. Non mancano d'altro canto gravi e improvvise calamità come quella del colera del 1836 e del 1855 che miete un centinaio di vittime, i gravissimi allagamenti provocati da alluvioni accadute in Val Carobbio e dalla tracimazione del Naviglio.  
  
  
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Nei giorni seguenti S. Eufemia divenne come per il passato un caposaldo per la riconquista da parte degli austriaci della città, occupata come fu dal 29 marzo da crescenti truppe provenienti da Verona e registrando il 31 marzo il passaggio dello stesso gen. Haynau. Questi episodi delle Dieci giornate verranno, dopo l'Unità d'Italia, a lungo solennizzate a S. Eufemia con una festa commemorativa e discorsi dei massimi esponenti della politica bresciana (on. Zanardelli, on. Da Como) oltre che di altre personalità, con gare di tiro, ciclistiche, ecc. Il 14 giugno 1859 S. Eufemia rivedeva vittoriosi il gen. Garibaldi con i suoi volontari che vi pernottò dormendo su un banco di lavoro nella casa del falegname Noventa come ricorda una lapide posta il 20 settembre 1899 su casa Speziali, nella quale si legge: «Giuseppe Garibaldi - dopo le vittorie di Varese e San Fermo - da Brescia proseguendo la sua marcia gloriosa - riposava - al piano terreno di questa casa - su nudo banco di falegname - la notte dal 14 al 15 giugno - 1859 - precedente l'alba - dell'eroico scontro a Virle Treponti. 20 settembre 1899» (singolare la vicenda del bancone-letto che donato poi al Museo del Risorgimento, e secondo altri custodito fino al 1921 nel circolo Mazzini di Brescia, scomparve. Più tardi alcuni imbroglioni cercarono di contraffarlo venendo però scoperti). Comandato il mattino del 15 giugno da un dispaccio del re di avanzare su Lonato per unirsi alle truppe del Sambuy il generale lasciò S. Eufemia. Mentre le sue truppe si scontravano duramente a Treponti egli ricevette dal re l'ordine di ritirarsi a S. Eufemia. Nel 1862 il Consiglio comunale (era sindaco Vincenzo Bontempi) deliberava di aggiungere la denominazione "della Fonte" al nome del paese, per distinguerlo da altri nove esistenti in Italia. Passaggi continui di truppe si verificarono nel 1866; ma di rilievo è il fatto che dopo la sconfitta di Custoza, Garibaldi individuò S. Eufemia come ultima difesa di Brescia facendo edificare sulla collina sovrastante l'abitato un piccolo forte sui ruderi del quale nel luglio 1907 venne posta una lapide con l'epigrafe «QUI / NEL 1866 / DOPO LA FATAL GIORNATA DI CUSTOZA / PER PROTEGGERE L'EROICA BRESCIA / FU COSTRUITO IL FORTE / CHE / DI GIUSEPPE GARIBALDI / PRESE IL NOME GLORIOSO / MUNICIPIO E CITTADINI VOLLERO / NEL CENTENARIO DELLA NASCITA DEL GRANDE / QUESTO RICORDO / S. EUFEMIA, LUGLIO 1907».  
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Nei giorni seguenti S. Eufemia divenne come per il passato un caposaldo per la riconquista da parte degli austriaci della città, occupata come fu dal 29 marzo da crescenti truppe provenienti da Verona e registrando il 31 marzo il passaggio dello stesso gen. Haynau. Questi episodi delle Dieci giornate verranno, dopo l'Unità d'Italia, a lungo solennizzate a S. Eufemia con una festa commemorativa e discorsi dei massimi esponenti della politica bresciana (on. Zanardelli, on. Da Como) oltre che di altre personalità, con gare di tiro, ciclistiche, ecc. Il 14 giugno 1859 S. Eufemia rivedeva vittoriosi il gen. Garibaldi con i suoi volontari che vi pernottò dormendo su un banco di lavoro nella casa del falegname Noventa come ricorda una lapide posta il 20 settembre 1899 su casa Speziali, nella quale si legge: «Giuseppe Garibaldi - dopo le vittorie di Varese e San Fermo - da Brescia proseguendo la sua marcia gloriosa - riposava - al piano terreno di questa casa - su nudo banco di falegname - la notte dal 14 al 15 giugno - 1859 - precedente l'alba - dell'eroico scontro a Virle Treponti. 20 settembre 1899» (singolare la vicenda del bancone-letto che donato poi al Museo del Risorgimento, e secondo altri custodito fino al 1921 nel circolo Mazzini di Brescia, scomparve. Più tardi alcuni imbroglioni cercarono di contraffarlo venendo però scoperti). Comandato il mattino del 15 giugno da un dispaccio del re di avanzare su Lonato per unirsi alle truppe del Sambuy il generale lasciò S. Eufemia. Mentre le sue truppe si scontravano duramente a Treponti egli ricevette dal re l'ordine di ritirarsi a S. Eufemia. Nel 1862 (Regio Decreto 7 settembre) il Consiglio comunale (era sindaco Vincenzo Bontempi) deliberava di aggiungere la denominazione "della Fonte" al nome del paese, per distinguerlo da altri nove esistenti in Italia. Passaggi continui di truppe si verificarono nel 1866; ma di rilievo è il fatto che dopo la sconfitta di Custoza, Garibaldi individuò S. Eufemia come ultima difesa di Brescia facendo edificare sulla collina sovrastante l'abitato un piccolo forte, sui ruderi del quale il 28 luglio 1907 venne posta una lapide con l'epigrafe «QUI / NEL 1866 / DOPO LA FATAL GIORNATA DI CUSTOZA / PER PROTEGGERE L'EROICA BRESCIA / FU COSTRUITO IL FORTE / CHE / DI GIUSEPPE GARIBALDI / PRESE IL NOME GLORIOSO / MUNICIPIO E CITTADINI VOLLERO / NEL CENTENARIO DELLA NASCITA DEL GRANDE / QUESTO RICORDO / S. EUFEMIA, LUGLIO 1907».  
  
  
  
I primi decenni dell'Unità d'Italia non furono esaltanti. Pochissimi i votanti nelle elezioni politiche del 25 marzo 1860 e scarsa la partecipazione alla vita politica e amministrativa mentre dovevano essere affrontati con urgenza i gravi problemi imposti da una dilagante povertà solo in parte arginata attraverso la Congregazione di carità e alcune iniziative come la "Locanda sanitaria" fondata nel 1901 e i bagni per i pellagrosi. Di particolare utilità l'apertura nel 1863 della Farmacia Romelli poi dal 1873 Pasini. Il 9 agosto 1875 il Consiglio Provinciale bocciava la proposta di aggregazione del comune di Caionvico a quello di S. Eufemia. Il 18 settembre 1887 veniva messo in attività il tram a cavalli da Brescia. Un crescente risveglio sociale e culturale si verifica negli anni '80 quando nasce (nel 1884) la Società di Tiro a segno locale con poligono in Val Carobbio e i cui soci mieterono buoni successi specialmente da parte di Candido Rapuzzi, Faustino Capretti, ecc. Attiva è presto l'associazione "Vis et Patria" che promuove tra l'altro uno dei primi club ciclistici che nel luglio 1902 è presente in corse importanti come la Milano-Riva e che il 28 luglio 1907 inaugurerà il proprio labaro. La solidarietà fra le forze sociali crea nel 1884 la Società di Mutuo Soccorso che nel giro di vent'anni raccoglierà 140 soci ma che incontrerà gravi difficoltà nel 1908-1909. Nel 1886 l'Amministrazione comunale incominciò a pensare ad un asilo di infanzia, che aprì i suoi battenti il 2 gennaio 1888 con 85 bambini. Ristrutturato nel 1888-1890 il fabbricato su progetto dell'arch. Arcioni l'asilo ebbe il primo statuto e il regolamento interno nel 1890, la costituzione in ente morale nel 1893. Lo stesso sarà avvantaggiato nel 1924 dal lascito di Giovanni Sega, al quale verrà intitolato nel 1935-1936 e verrà sistemato in un nuovo fabbricato. Fra i problemi più seguiti vi furono quelli dell'istruzione scolastica presente al centro attraverso sei classi, collocate in locali della fabbrica e a S. Polo. Più tardi si aggiunsero una scuola serale e una scuola di disegno. La pressione su S. Eufemia di popolazioni di Caionvico e dell'ex comune di S. Alessandro, soppresso nel 1880, indussero agli inizi degli anni '80 alla costruzione di un nuovo edificio scolastico. Nel 1900 veniva installata una classe promiscua a Buffalora che contò subito ben 88 alunni. Nel 1913 le classi salivano nel comune a nove (sette al centro e due sulle frazioni).  
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I primi decenni dell'Unità d'Italia non furono esaltanti. Pochissimi i votanti nelle elezioni politiche del 25 marzo 1860 e scarsa la partecipazione alla vita politica e amministrativa mentre dovevano essere affrontati con urgenza i gravi problemi imposti da una dilagante povertà solo in parte arginata attraverso la Congregazione di carità e alcune iniziative come la "Locanda sanitaria" fondata nel 1901 e i bagni per i pellagrosi, attuate dal dott. Arnaldo Maraglio. Di particolare utilità l'apertura nel 1863 della Farmacia Romelli poi dal 1873 Pasini. Il 9 agosto 1875 il Consiglio Provinciale bocciava la proposta di aggregazione del comune di Caionvico a quello di S. Eufemia. Il 18 settembre 1887 veniva messo in attività il tram a cavalli da Brescia. Un crescente risveglio sociale e culturale si verifica negli anni '80 quando nasce (nel 1884) la Società di Tiro a segno locale con poligono in Val Carobbio e i cui soci mieterono buoni successi specialmente da parte di Candido Rapuzzi, Faustino Capretti, ecc. Attiva è presto l'associazione "Vis et Patria" che promuove tra l'altro uno dei primi club ciclistici che nel luglio 1902 è presente in corse importanti come la Milano-Riva e che il 28 luglio 1907 inaugurerà il proprio labaro. La solidarietà fra le forze sociali crea nel 1884 la Società di Mutuo Soccorso che nel giro di vent'anni raccoglierà 140 soci ma che incontrerà gravi difficoltà nel 1908-1909. Nel 1886 l'Amministrazione comunale incominciò a pensare ad un asilo di infanzia, che aprì i suoi battenti il 2 gennaio 1888 con 85 bambini. Ristrutturato nel 1888-1890 il fabbricato su progetto dell'arch. Arcioni, l'asilo ebbe il primo statuto e il regolamento interno nel 1890, la costituzione in ente morale nel 1893. Lo stesso sarà avvantaggiato nel 1924 dal lascito di Giovanni Sega al quale verrà intitolato, e verrà sistemato in un nuovo fabbricato nel 1937-38. Fra i problemi più seguiti vi furono quelli dell'istruzione scolastica presente al centro attraverso sei classi, collocate in locali della fabbrica e a S. Polo. Più tardi si aggiunsero una scuola serale e una scuola di disegno. La pressione su S. Eufemia di popolazioni di Caionvico e dell'ex comune di S. Alessandro, soppresso nel 1880, indussero agli inizi degli anni '80 alla costruzione di un nuovo edificio scolastico. Nel 1900 veniva installata una classe promiscua a Buffalora che contò subito ben 88 alunni. Nel 1913 le classi salivano nel comune a nove (sette al centro e due sulle frazioni).Il palazzo ex Ganassoni/Noventa/Martinengo, ora centro diurno anziani "Don Franco Benedini" di via Indipendenza 29, acquistato per accogliere in un unico edificio le classi elementari del paese, per esigenze economiche divenne l'ultima sede Municipale di S.Eufemia.  
  
  
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L'evolversi della vita amministrativa venne per decenni dominato da liberali prima e moderati poi, zanardelliani e particolarmente da Ugo Da Como mentre sul piano locale conta particolarmente il dott. Arnaldo Maraglio. Agli inizi del '900 tuttavia si affacciano sulla soglia della politica socialisti e cattolici, più attenti alle istanze sociali di una borgata in via di industrializzazione. L'Unione Cattolica del lavoro porta alla ribalta per la prima volta il 7 ottobre 1902 le filatrici della ditta Pirovani. Favorisce lo sviluppo, agli inizi del secolo, la rete elettrica realizzata dalla ditta Porta e C. che nel 1905 raggiunge anche S. Polo e il tram a vapore Brescia-Gargnano e Brescia-Vestone mentre alle Bettole viene aperto uno scalo della Brescia-Mantova-Ostiglia. Si registrano anche più diffusi interessi culturali nuovi con un'attiva Società Filodrammatica che nel febbraio 1907 inaugura un proprio teatro. L'assistenza ai poveri registra dal 1908 il "Natale del povero", le cucine economiche. La I guerra mondiale vede una mobilitazione anche nell'assistenza alle famiglie dei richiamati e a quelle particolarmente povere. A ricordo dei caduti verranno inaugurati il 6 luglio 1924 il Monumento ai Caduti, opera dello scultore Magni, e il Parco della Rimembranza. Lo schieramento politico vede nel dopoguerra in prima fila socialisti e cattolici. Questi ultimi nell'aprile 1919 si organizzano nel P.P.I. Nel campo sindacale le più attive sono le filatrici che nel 1919 e 1920 organizzano insistenti agitazioni sindacali mentre il grave problema delle abitazioni viene affrontato, il 13 maggio 1921, con l'istituzione di una sezione della Federazione nazionale inquilini. Il clima politico va cambiando dal 1922 quando fa la sua comparsa il fascismo che ingaggia subito una serrata lotta, specie con i socialisti. Più o meno accesi scontri con bastonate, olio di ricino e anche colpi di rivoltella per fortuna andati a vuoto si verificano nel settembre e dicembre 1922. I tristi fatti si rinnovano il 6 gennaio 1923. Il 13 di tale mese una squadra d'azione fascista invade la casa di tale Luigi Saiani per impadronirsi del busto di Carlo Marx. Il 1° novembre 1923 una ventina di fascisti occupa il Circolo socialista. Intanto alle esigenze igieniche si provvede con l'acquedotto il cui progetto viene presentato dall'ing. Gino Rizzoli di Gallarate mentre viene affrontato il problema delle fognature, su progetto del geom. Rossetti, dell'imbrigliatura del torrente Carrobbio, che sarà però insufficiente a fermare nuove alluvioni come quella grave del 1936.
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L'evolversi della vita amministrativa venne per decenni dominato da liberali prima e moderati poi, zanardelliani e particolarmente da Ugo Da Como mentre sul piano locale conta particolarmente il dott. Arnaldo Maraglio. Agli inizi del '900 tuttavia si affacciano sulla soglia della politica socialisti e cattolici, più attenti alle istanze sociali di una borgata in via di industrializzazione. L'Unione Cattolica del lavoro porta alla ribalta per la prima volta il 7 ottobre 1902 le filatrici della ditta Pirovano. Favorisce lo sviluppo, agli inizi del secolo, la rete elettrica realizzata dalla ditta Porta e C. che nel 1905 raggiunge anche S. Polo e il tram a vapore Brescia-Gargnano e Brescia-Vestone mentre alle Bettole viene aperto uno scalo della Brescia-Mantova-Ostiglia. Si registrano anche più diffusi interessi culturali nuovi con un'attiva Società Filodrammatica che nel febbraio 1907 inaugura un proprio teatro. L'assistenza ai poveri registra dal 1908 il "Natale del povero" con l'ausilio della cucina economica, voluta dal benefattore Luigi Chiappa nel 1888. La I guerra mondiale vede una mobilitazione anche nell'assistenza alle famiglie dei richiamati e a quelle particolarmente povere. A ricordo dei caduti verranno inaugurati il 6 luglio 1924 il Monumento ai Caduti, opera dello scultore Emilio Magoni su progetto dell'arch. Angelo Albertini, e il Parco della Rimembranza (ora don Orazio Bresciani). Lo schieramento politico vede nel dopoguerra in prima fila socialisti e cattolici. Questi ultimi nell'aprile 1919 si organizzano nel P.P.I. Nel campo sindacale le più attive sono le filatrici che nel 1919 e 1920 organizzano insistenti agitazioni sindacali mentre il grave problema delle abitazioni viene affrontato, il 13 maggio 1921, con l'istituzione di una sezione della Federazione nazionale inquilini. Il clima politico va cambiando dal 1922 quando fa la sua comparsa il fascismo che ingaggia subito una serrata lotta, specie con i socialisti. Più o meno accesi scontri con bastonate, olio di ricino e anche colpi di rivoltella per fortuna andati a vuoto si verificano nel settembre e dicembre 1922. I tristi fatti si rinnovano il 6 gennaio 1923. Il 13 di tale mese una squadra d'azione fascista invade la casa di tale Luigi Saiani per impadronirsi del busto di Carlo Marx. Il 1° novembre 1923 una ventina di fascisti occupa il Circolo socialista. Intanto alle esigenze igieniche si provvede con l'acquedotto il cui progetto viene presentato dall'ing. Gino Rizzoli di Gallarate, mentre viene affrontato il problema delle fognature, su progetto del geom. Rossetti, dell'imbrigliatura del torrente Carrobbio, con più progetti attuati nella seconda metà dell'800 e primi 900, che saranno però insufficienti a fermare nuove alluvioni come quella grave del 1936; e ampliati nel 2022/23.
  
  
  
Un nuovo clima segnala nel 1923 la consegna della bandiera della scuola e la consegna del Crocifisso. Il 23 ottobre 1925 vengono benedetti il Cimitero ampliato e la cappella eretta dal Comune. Continua ad avere importanza il Poligono dove nel 1922-1923 si prova la Mitragliatrice Brixia. Per l'assistenza ai più poveri si pensa ad un Ricovero per anziani, mentre progredisce anche l'associazionismo da quello combattentistico (che vede nascere la Sezione combattenti, della quale viene benedetta la bandiera nel luglio 1924) a quello sportivo nel quale predomina l'Unione Sportiva, figliazione del "Club Vis et Patria" e fondata sotto la presidenza del dott. Lucio Callegari nel marzo 1924. Nel 1928 il Comune, che ha un'estensione di kmq. 10,29 e 1.092,15 ettari, viene fagocitato dal Comune di Brescia la cui amministrazione provvede presto a miglioramenti di rilievo come l'allargamento e la sistemazione nel 1930 del tronco stradale Brescia-S. Eufemia, la deviazione nel 1934 della statale n. 11 in corrispondenza dell'abitato con la costruzione a S dello stesso di una nuova strada lunga 1300 m., l'elettrificazione del tram che verrà sostituito nel 1952 dalla filovia. Nel 1932 vengono, con demolizioni di case a E dell'abitato, risanate le fonti che tuttavia si esauriranno nel 1963. Nel 1938 viene costruito per larga elargizione di Giovanni Sega e su progetto dell'ing. Giuseppe Cacciatore il nuovo asilo. Nello stesso anno viene sistemata e bitumata la vecchia traversa della frazione. Gli anni Trenta vedono il completamento di opere pubbliche, l'arrivo del gas nelle case e nelle industrie, ed il prolungamento del tram cittadino della linea n. 7 fino alla fine del paese, nell'attuale piazzetta Garibaldi.  
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Un nuovo clima segnala nel 1923 la consegna della bandiera della scuola e la consegna del Crocifisso. Il 19 ottobre 1924 vengono benedetti il Cimitero ampliato e la cappella eretta dal Comune. Continua ad avere importanza il Poligono dove nel 1922-1923 si prova la Mitragliatrice Brixia. Per l'assistenza ai più poveri si pensa ad un Ricovero per anziani, mentre progredisce anche l'associazionismo da quello combattentistico (che vede nascere la Sezione combattenti, della quale viene benedetta la bandiera nel luglio 1924) a quello sportivo nel quale predomina l'Unione Sportiva, figliazione del "Club Vis et Patria" e fondata sotto la presidenza del dott. Lucio Callegari nel marzo 1924. Nel 1928 il Comune, che ha un'estensione di kmq. 10,29 e 1.092,15 ettari, viene fagocitato dal Comune di Brescia la cui amministrazione provvede presto a miglioramenti di rilievo come l'allargamento e la sistemazione nel 1930 del tronco stradale Brescia-S. Eufemia, la deviazione nel 1934 della statale n. 11 in corrispondenza dell'abitato con la costruzione a S dello stesso di una nuova strada lunga 1300 m., l'elettrificazione del tram che verrà sostituito nel 1952 dalla filovia. L'accorpamento al Comune di Brescia rese necessaria una nuova toponomastica stradale (in sintesi) come da delibera 31 gennaio 1931: via Case e via XX Settembre in via Lucio Fiorentini; via Giuseppe Mazzini in via Giuseppe Saleri; Via Umberto I in via Indipendenza; via Rampino in via Mario Alberti; via Razzica in via Vittorio Arici; via dei Ronchi in via Parrocchia; via Solferino in via Agostino Chiappa (con un errore clamoroso perchè il sig. Chiappa che ha lasciato tutti i suoi beni per i poveri del paese non fu Agostino ma lo zio Luigi); via Tito Speri in via Pila; via Giuseppe Zanardelli in via Cesare Guerini; Via Belguardo in via Cesare Noventa; via Brescia e via Castenedolo in via Mantova. Nel 1932 vengono, con demolizioni di case a E dell'abitato, risanate le fonti che tuttavia si esauriranno nel 1963. Nel 1938 viene costruito per larga elargizione di Giovanni Sega e su progetto dell'ing. Giuseppe Cacciatore il nuovo asilo. Nello stesso anno viene sistemata e bitumata la vecchia traversa della frazione. Gli anni Trenta vedono il completamento di opere pubbliche, l'arrivo del gas nelle case e nelle industrie, ed il prolungamento del tram cittadino della linea n. 7 fino alla fine del paese, nell'attuale piazzetta Garibaldi.  
  
  
  
Lavori di regimazione delle acque sono invece ancora frustrati e tali lavori non eseguiti danno luogo ad esondazioni del Naviglio e ad alluvioni fra le quali, particolarmente pesanti, quelle del maggio 1930 e dell'agosto 1934. Fra gli avvenimenti che accompagnarono la seconda guerra mondiale suscitò viva impressione la caduta il 17 agosto 1943 sulle prime pendici della Maddalena di una fortezza volante (B17 dell'VIII USAAF) di ritorno da un bombardamento sulla Germania senza tuttavia che vi fossero vittime.  
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Lavori di regimentazione delle acque sono invece ancora frustrati e tali lavori non eseguiti danno luogo ad esondazioni del Naviglio e ad alluvioni fra le quali, particolarmente pesanti, quelle del maggio 1930 e dell'agosto 1934. Fra gli avvenimenti che accompagnarono la seconda guerra mondiale suscitò viva impressione la caduta il 17 agosto 1943 sulle prime pendici della Maddalena di una fortezza volante (B17 dell'VIII USAAF) di ritorno da un bombardamento sulla Germania senza tuttavia che vi fossero vittime.  
  
  
  
I giorni della liberazione vedono in viale Bornata all'imbocco dell'abitato di S. Eufemia un sanguinoso scontro avvenuto dalle ore 2 alle 4 del 27 aprile, tra una autocolonna di soldati tedeschi e due carri armati americani che probabilmente per un errore provocato dal buio hanno già sparato su un gruppo di patrioti di S. Eufemia uccidendone quattro. Nello scontro cadono una quarantina di tedeschi e due americani. Mentre gli americani vengono raccolti dai loro commilitoni, i tedeschi lo sono da un gruppo di giovani diretti da Giuseppe Rapuzzi che darà loro degna sepoltura. Le giornate della Liberazione vedono protagonista Tito (Luigi Guitti) e finiscono in una inumana carneficina. Il 10 maggio 1945, infatti, alcuni componenti della 122ª Brigata Garibaldi fucilano 33 persone tra ufficiali della X Mas, funzionari della RSI e civili prelevati a Lumezzane, seppellendone i corpi al Ghiacciarolo di Botticino. Particolarmente intensa è la lotta politica negli anni seguenti, specie fra socialcomunisti e democristiani sostenuti, questi, da un attivo circolo ACLI che tra le sue attività vanta tra l'altro anche un Gruppo escursionistico di notevole prestigio. Più contenuto lo sviluppo edilizio.  
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I giorni della liberazione vedono in viale Bornata all'imbocco dell'abitato di S. Eufemia un sanguinoso scontro avvenuto dalle ore 2 alle 4 del 27 aprile, tra una autocolonna di soldati tedeschi e due carri armati americani che probabilmente per un errore provocato dal buio hanno già sparato su un gruppo di patrioti di S. Eufemia uccidendo otto persone (Zintu Giulia a.16; Zilioli Giuseppe a.55; Mainetti Tomaso a.57; Biasibetti Angelo a.26; Bonassi (Maria); Febbrari Italo a.23; Gnocchi Attilio a. 28; Ghisma Giuseppe a. 49). Nello scontro cadono una quarantina di tedeschi e due americani. Mentre gli americani vengono raccolti dai loro commilitoni, i tedeschi lo sono da un gruppo di giovani diretti da Giuseppe Rapuzzi che darà loro degna sepoltura. Le giornate della Liberazione vedono protagonista Tito (Luigi Guitti) e finiscono in una inumana carneficina. Il 10 maggio 1945, infatti, alcuni componenti della 122ª Brigata Garibaldi fucilano 33 persone tra ufficiali della X Mas, funzionari della RSI e civili prelevati a Lumezzane, seppellendone i corpi al Ghiacciarolo di Botticino. Particolarmente intensa è la lotta politica negli anni seguenti, specie fra socialcomunisti e democristiani sostenuti, questi, da un attivo circolo ACLI che tra le sue attività vanta tra l'altro anche un Gruppo escursionistico di notevole prestigio. Più contenuto lo sviluppo edilizio.  
  
  
  
Negli anni '50- '60 vengono avviati nella zona a N della borgata nuovi insediamenti continuati con i Villaggi Marcolini e Carloni ma tale espansione si fermò agli inizi degli anni '70, mentre le attività produttive, fatta eccezione della cava e fabbrica di calce viva S. Orsola, rimangono sul viale S. Eufemia. Nel 1974 veniva avviata la costruzione della strada detta del Carso di S. Eufemia che raggiunse via Trinale. Dal 1970 (ed ufficialmente costituito nel 1977) opera attivamente per particolare iniziativa di Rolando Bennati, che ne fu anche il primo presidente, il gruppo antincendio "Val Carobbio" il quale, oltre che a spegnere numerosi incendi specie sulle pendici del monte Maddalena, allargò sempre più la sua attività alla protezione civile, alla pulizia dei torrenti. Ad esso si è aggiunto il gruppo "Sella". Tra gli altri gruppi si distinguono quello degli alpini che dal 1966 con il gruppo escursionisti delle ACLI organizza la Settimana della montagna. Lo sport ha espresso nel 1976 una attiva Associazione sportiva calcio presente nel campionato provinciale di Terza Categoria. Nel 1995 è stata realizzata per gli scalatori una palestra d'arrampicata artificiale (v. Roc Palace). Non mancano episodi di attiva partecipazione alla vita civile come dimostra il referendum del 27 giugno 1977 che respinge a grande maggioranza (789 contro 38) la municipalizzazione della scuola materna. Danni ingenti per miliardi di lire provocò il 6 agosto 1982 tra le ore 6 e le 7 un'alluvione. Una nuova minaccia di allagamento incomberà nel giugno 1993. Nell'aprile 1983 viene inaugurata in via Indipendenza la sede dell'Associazione ex Combattenti. Nello stesso anno nasce il Gruppo Scout. Molte discussioni e manifestazioni sono state spese circa il recupero del complesso dell'antico monastero (ostello della gioventù, spazi per convegni, centro culturale, fino alla malaugurata destinazione a Museo della Mille Miglia). Le vecchie scuole sono state invece destinate nel 1998 a centro diurno per anziani. Nel cimitero di S. Eufemia è prevista la realizzazione di un forno crematorio da parte del Comune di Brescia.  
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Negli anni '50- '60 vengono avviati nella zona a N della borgata nuovi insediamenti continuati con i Villaggi Marcolini e Carloni ma tale espansione si fermò agli inizi degli anni '70, mentre le attività produttive, fatta eccezione della cava e fabbrica di calce viva S. Orsola, rimangono sul viale S. Eufemia. Nel 1974 veniva avviata la costruzione della strada detta del Carso di S. Eufemia che raggiunse via Triinale. Dal 1970 (ed ufficialmente costituito nel 1977) opera attivamente per particolare iniziativa di Rolando Bennati, che ne fu anche il primo presidente, il gruppo antincendio "Val Carobbio" il quale, oltre che a spegnere numerosi incendi specie sulle pendici del monte Maddalena, allargò sempre più la sua attività alla protezione civile, alla pulizia dei torrenti. Ad esso si è aggiunto il gruppo "Sella" di Caionvico. Tra gli altri gruppi si distinguono quello degli alpini che dal 1966 con il gruppo escursionisti delle ACLI organizza la Settimana della montagna. Lo sport ha espresso nel 1976 una attiva Associazione sportiva calcio presente nel campionato provinciale di Terza Categoria. Nel 1995 è stata realizzata per gli scalatori una palestra d'arrampicata artificiale (v. Roc Palace). Non mancano episodi di attiva partecipazione alla vita civile come dimostra il referendum del 27 giugno 1977 che respinge a grande maggioranza (789 contro 38) la municipalizzazione della scuola materna. Danni ingenti per miliardi di lire provocò il 6 agosto 1982 tra le ore 6 e le 7 un'alluvione. Una nuova minaccia di allagamento incomberà nel giugno 1993. Nell'aprile 1983 viene inaugurata in via Indipendenza la sede dell'Associazione ex Combattenti. Nello stesso anno nasce il Gruppo Scout. Molte discussioni e manifestazioni sono state spese circa il recupero del complesso dell'antico monastero (ostello della gioventù, spazi per convegni, centro culturale, fino alla malaugurata destinazione a Museo della Mille Miglia). Le vecchie scuole sono state invece destinate nel 1998 a centro diurno per anziani. Nel cimitero di S. Eufemia è prevista la realizzazione di un forno crematorio da parte del Comune di Brescia.  
  
  
  
A S. Eufemia nacquero i due fratelli noti incisori Faustino (+ 1847) e Pietro (+ 1849) Anderloni. Nel monastero di S. Eufemia entrò come postulante nel 1508 il poeta Teofilo Folengo (v.) e vi soggiornò spesso. Secondo il Faino a S. Eufemia vi avrebbero abitato i SS. Faustino e Giovita ai quali egli dà il cognome Prignacchi quando i cognomi non esistevano per niente.
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A S. Eufemia nacquero i due fratelli noti incisori Faustino (+ 1847) e Pietro (+ 1849) Anderloni. Secondo il Faino a S. Eufemia vi avrebbero abitato i SS. Faustino e Giovita ai quali egli dà il cognome Prignacchi quando i cognomi non esistevano per niente.
  
  
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A Sant'Eufemia della Fonte vi era già il calzaturificio artigianale Peroni che lavorava per l'esercito. Nel 1915 se ne aggiunse un altro, cioè il calzaturificio Brixia fondato da Angelo Alberti e presto in prima linea nella produzione di calzature sportive. Intensa l'industrializzazione della zona negli ultimi decenni con imprese come la OMAP, la G.O.G. (1977) ecc. Tra le ultime iniziative fu nel 1991 l'avvio tra il cimitero di S. Eufemia e quello di S. Francesco di Paola, su iniziativa del Consorzio S. Eufemia, presieduto da Augusto Corsini, di un nuovo polo artigianale estendentesi su 20 mila mq. Per lunghi decenni unica banca del quartiere fu la filiale del CAB, inaugurata in via Indipendenza nel 1930, e ricostruita a poca distanza nel 1981.
 
A Sant'Eufemia della Fonte vi era già il calzaturificio artigianale Peroni che lavorava per l'esercito. Nel 1915 se ne aggiunse un altro, cioè il calzaturificio Brixia fondato da Angelo Alberti e presto in prima linea nella produzione di calzature sportive. Intensa l'industrializzazione della zona negli ultimi decenni con imprese come la OMAP, la G.O.G. (1977) ecc. Tra le ultime iniziative fu nel 1991 l'avvio tra il cimitero di S. Eufemia e quello di S. Francesco di Paola, su iniziativa del Consorzio S. Eufemia, presieduto da Augusto Corsini, di un nuovo polo artigianale estendentesi su 20 mila mq. Per lunghi decenni unica banca del quartiere fu la filiale del CAB, inaugurata in via Indipendenza nel 1930, e ricostruita a poca distanza nel 1981.
 
 
 
 
  
  
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Il Da Lezze nel suo Catastico del 1610 rileva come: «La chiesa di S. Maria Helisabeth parochiale governata ed officiata dalli reverendi padri di S. Euffemia con bonissima entrada che cavano da 300 piò di terra (sono questi i primi riferimenti che disponiamo sulla situazione patrimoniale della parrocchia) in circa li quali hanno un bellissimo giardino circondato da una muraglia dal quale cavano perfettissimmi frutta e di buona vernazza». Durante il sec. XVII salvo i terribili tempi della peste cosiddetta manzoniana (1630) gli unici disguidi denunciati nella visita pastorale del 1648 sono che a S. Maria si celebrasse una sola messa grazie ai lasciti Della Porta e Zola mentre i suoi quattro coadiutori celebravano anche la domenica nelle dislocate chiese del territorio (5. Giacinto, Case, S. Polo). Salvo questa lamentela il vescovo non può non constatare un lodevole comportamento del clero, una corretta gestione delle Confraternite, salvo quella dei Disciplini che tendevano a consumare le elemosine in pranzi e altre cose. Una novità si profila nel 1658 quando opere compiute nella chiesa (fabbrica di volte e cappelle) con l'intervento dai parrocchiani continuato anche in seguito, si persuasero che la chiesa "fosse loro propria" e ciò fino al 1750 quando con "atti di lite e scritture" dovettero persuadersi del contrario. Salvo qualche rimarco (tra cui quello del vescovo Marino Giovanni Giorgi che in visita l'8 settembre 1673 sollecita interventi di restauro alle strutture della chiesa della parrocchia), i vescovi visitatori non possono, come mons. Bartolomeo Gradenigo, non constatare un soddisfacente stato della parrocchia e dei luoghi di culto, per cui non può che limitarsi ad una serie di prescrizioni riguardanti gli arredi, il decoro della parrocchiale e delle chiese sussidiarie. Nonostante la denuncia di una certa anarchia da parte di più di una decina di sacerdoti, che celebrano ovunque senza un coordinante personale, la vita religiosa si mantiene viva e sentita come dimostra l'episodio del 1684 che vede gli abitanti di S. Eufemia assieme a quelli di paesi circostanti in seguito a diverse disgrazie e infortuni ottenere il 24 marzo del citato anno uno speciale breve di Innocenzo III recante la remissione di ogni colpa, una benedizione particolare e l'indulgenza plenaria. Di rilievo la devozione alle reliquie per le quali nel 1673 viene ordinata una nicchia. La chiesa inoltre si arricchiva di nuovi legati e nel 1716 di una nuova cappellania istituita dai Rovetta che diventerà poi nel 1860 oggetto di contesa fra il Comune e la parrocchia. Tale vitalità è ancora rimarcata negli ultimi decenni del secolo dei lumi, il '700, come conferma la relazione del curato don Giuseppe nella sua relazione stesa in occasione della visita pastorale del vescovo Nani del maggio 1781 nella quale la comunità viene presentata come una viva «oasi» di cristiana pietà, di fervore di fede testimoniato dai numerosi oratori pubblici e privati (ben 5), dall'attivismo spirituale e non delle confraternite, dall'assenza di inconfessi e di casi di eresia, malefici ed usurai. Sul piano morale la famiglia, secondo la descrizione del parroco, è la sacra custode dei valori cristiani, e naturalmente non vi sono "coniugi non cohabitanti" ed il numeroso clero (12 religiosi, 1 diacono, 1 chierico), "di buonissimi costumi", vigila sulla comunità, che è pure assidua alla dottrina cristiana, ma non altrettanto attenta ai bisogni della chiesa parrocchiale. Infatti (unico neo del perfetto ritratto), la comunità è sorda ai richiami del curato perché contribuisca alle spese per la sostituzione della campana rotta da un anno, (per la qual cosa, riferisce il Moreschi al vescovo, «perciò poco si distinguono li segni delle feste...»), e perché provveda alla sostituzione della coperta del battistero «tutta lacera e senza potersi chiudere, a benché habbia fatto le mie parti con la Comunità», come osserva amareggiato a chiusa della sua relazione.
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Il Da Lezze nel suo Catastico del 1610 rileva come: «La chiesa di S. Maria Helisabeth parochiale governata ed officiata dalli reverendi padri di S. Euffemia con bonissima entrada che cavano da 300 piò di terra (sono questi i primi riferimenti che disponiamo sulla situazione patrimoniale della parrocchia) in circa li quali hanno un bellissimo giardino circondato da una muraglia dal quale cavano perfettissimmi frutta e di buona vernazza». Durante il sec. XVII salvo i terribili tempi della peste cosiddetta manzoniana (1630) gli unici disguidi denunciati nella visita pastorale del 1648 sono che a S. Maria si celebrasse una sola messa grazie ai lasciti Della Porta e Zola mentre i suoi quattro coadiutori celebravano anche la domenica nelle dislocate chiese del territorio (5. Giacinto, Case, S. Polo). Salvo questa lamentela il vescovo non può non constatare un lodevole comportamento del clero, una corretta gestione delle Confraternite, salvo quella dei Disciplini che tendevano a consumare le elemosine in pranzi e altre cose. Una novità si profila nel 1658 quando opere compiute nella chiesa (fabbrica di volte e cappelle) con l'intervento dai parrocchiani continuato anche in seguito, si persuasero che la chiesa "fosse loro propria" e ciò fino al 1750 quando con "atti di lite e scritture" dovettero persuadersi del contrario. Salvo qualche rimarco (tra cui quello del vescovo Marino Giovanni Giorgi che in visita l'8 settembre 1673 sollecita interventi di restauro alle strutture della chiesa della parrocchia), i vescovi visitatori non possono, come mons. Bartolomeo Gradenigo, non constatare un soddisfacente stato della parrocchia e dei luoghi di culto, per cui non può che limitarsi ad una serie di prescrizioni riguardanti gli arredi, il decoro della parrocchiale e delle chiese sussidiarie. Nonostante la denuncia di una certa anarchia da parte di più di una decina di sacerdoti, che celebrano ovunque senza un coordinante personale, la vita religiosa si mantiene viva e sentita come dimostra l'episodio del 1684 che vede gli abitanti di S. Eufemia assieme a quelli di paesi circostanti in seguito a diverse disgrazie e infortuni ottenere il 24 marzo del citato anno uno speciale breve di Innocenzo III recante la remissione di ogni colpa, una benedizione particolare e l'indulgenza plenaria. Di rilievo la devozione alle reliquie per le quali nel 1673 viene ordinata una nicchia. La chiesa inoltre si arricchiva di nuovi legati. Tale vitalità è ancora rimarcata nei primi decenni del secolo dei lumi, il '700, come conferma il curato don Giuseppe Moreschi nella sua relazione stesa in occasione della visita pastorale del vescovo Morosini del 25 settembre 1724 nella quale la comunità viene presentata come una viva «oasi» di cristiana pietà, di fervore di fede testimoniato dai numerosi oratori pubblici e privati (ben 5), dall'attivismo spirituale e non delle confraternite, dall'assenza di inconfessi e di casi di eresia, malefici ed usurai. Sul piano morale la famiglia, secondo la descrizione del parroco, è la sacra custode dei valori cristiani, e naturalmente non vi sono "coniugi non cohabitanti" ed il numeroso clero (12 religiosi, 1 diacono, 1 chierico), "di buonissimi costumi", vigila sulla comunità, che è pure assidua alla dottrina cristiana, ma non altrettanto attenta ai bisogni della chiesa parrocchiale. Infatti (unico neo del perfetto ritratto), la comunità è sorda ai richiami del curato perché contribuisca alle spese per la sostituzione della campana rotta da un anno, (per la qual cosa, riferisce il Moreschi al vescovo, «perciò poco si distinguono li segni delle feste...»), e perché provveda alla sostituzione della coperta del battistero «tutta lacera e senza potersi chiudere, a benché habbia fatto le mie parti con la Comunità», come osserva amareggiato a chiusa della sua relazione.
  
  
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È da ricordare a suo merito la riorganizzazione dell'oratorio femminile. Inoltre tentò in tutti i modi di realizzare, senza riuscirci, la nuova chiesa incoraggiato da alcuni lasciti che erano andati accumulandosi da decenni e dalla proposta della direzione dell'Ospedale di vendere la pala di S. Rocco del Romanino in cambio di sovvenzionamenti, proposta contro la quale insorge nuovamente, come nel 1880, la popolazione. Ma alla decisione di far benedire la prima pietra del nuovo edificio sacro il 31 ottobre 1909 si dichiarano contrari l'Ospedale e le autorità comunali. Non più alla costruzione di una chiesa nuova ma all'ampliamento della esistente, dedicherà le sue energie il nuovo parroco don Orazio Bresciani (1912-1956) che a poco più di un anno dal suo ingresso nell'autunno 1913 riuscirà ad avviare, su progetto di Luigi Arcioni, lavori condotti dal capomastro Giovanni Togni, completati in nemmeno un anno, nell'agosto 1914, e coronati dalla consacrazione da parte del vescovo mons. Gaggia il 15 ottobre 1916. Ma il parrocchiato di don Bresciani si distinse per intensità di vita religiosa e pastorale. La sempre più strutturata organizzazione parrocchiale permette, nonostante che la domanda di 280 genitori fosse stata respinta, il 31 gennaio 1915 dalla maggioranza in Comune, l'introduzione il 1° giugno 1915 dell'insegnamento religioso. Il carattere anche se fermo, sereno, di don Bresciani, evita gli attriti con le autorità di accentuati indirizzi liberali e apre nuovi spiragli di conciliazione celebrando nel novembre 1912 un ufficio solenne per i caduti di Libia e dopo la guerra la dedicazione alla Vittoria della seconda cappella della navata destra. Il dopo guerra vede una sempre più accentuata pastorale giovanile che si riassume nel 1922 con la costruzione dell'oratorio maschile e nel dicembre dello stesso anno la costituzione in casa Redondi di un nuovo circolo cattolico maschile con filodrammatica, biblioteca, ecc. Nonostante che per anni rimangano tesi i rapporti con le autorità fasciste specie riguardo all'educazione della gioventù solo negli anni '30 tali rapporti verranno segnalati come "bastevolmente buoni". D'altro canto la parrocchia vive di una vita propria in espansione. Nel 1929 nasce il gruppo uomini di A.C., vigoreggiano le confraternite, specie quella delle Consorelle del SS. Sacramento. La devozione popolare trova espressione oltre che nel culto alla S. Croce, anche in quello della Madonna di Pompei che nel 1926 viene significata da un gruppo scultoreo opera della bottega Poisa di Brescia e, per alcuni decenni, da una funzione e processione quinquennale. Sotto il parrocchiato di don Bresciani, di don Ilario Manfredini e di don Giuseppe Garzoni, facendo fronte ad impellenti e crescenti esigenze dei tempi vengono fondate nel 1946 le ACLI e nel 1950 il loro Patronato e si rafforza specie grazie al curato don Franzoni l'attività oratoriana che si appoggia su nuove e più moderne strutture.  
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È da ricordare a suo merito la riorganizzazione dell'oratorio femminile. Inoltre tentò in tutti i modi di realizzare, senza riuscirci, la nuova chiesa incoraggiato da alcuni lasciti che erano andati accumulandosi da decenni e dalla proposta della direzione dell'Ospedale di vendere la pala di S. Rocco del Romanino in cambio di sovvenzionamenti, proposta contro la quale insorge nuovamente, come nel 1880, la popolazione. Ma alla decisione di far benedire la prima pietra del nuovo edificio sacro il 31 ottobre 1909 si dichiarano contrari l'Ospedale e le autorità comunali. Non più alla costruzione di una chiesa nuova ma all'ampliamento della esistente, dedicherà le sue energie il nuovo parroco don Orazio Bresciani (1912-1956) che a poco più di un anno dal suo ingresso nell'autunno 1913 riuscirà ad avviare, su progetto di Luigi Arcioni, lavori condotti dal capomastro Giovanni Togni, completati in nemmeno un anno, nell'agosto 1914, e coronati dalla consacrazione da parte del vescovo mons. Gaggia il 15 ottobre 1916. Ma il parrocchiato di don Bresciani si distinse per intensità di vita religiosa e pastorale. La sempre più strutturata organizzazione parrocchiale permette, nonostante che la domanda di 280 genitori fosse stata respinta, il 31 gennaio 1915 dalla maggioranza in Comune, l'introduzione il 1° giugno 1915 dell'insegnamento religioso nelle aule scolastiche. L'iniziativa non fu priva di ostacoli: dopo corsi e ricorsi, insegnanti non più disponibili gratuitamente o inidonei, solo il 25 maggio 1921 si otterrà l'introduzione dell'insegnamento religioso nelle aule scolastiche in modo stabile. Il carattere anche se fermo, sereno, di don Bresciani, evita gli attriti con le autorità di accentuati indirizzi liberali e apre nuovi spiragli di conciliazione celebrando nel novembre 1912 un ufficio solenne per i caduti di Libia e dopo la guerra la dedicazione alla Vittoria della seconda cappella della navata destra. Il dopo guerra vede una sempre più accentuata pastorale giovanile che si riassume nel 1922 con la costituzione dell'oratorio maschile e nel dicembre dello stesso anno la costituzione in casa Redondi di un nuovo circolo cattolico maschile con filodrammatica, biblioteca, ecc. Nel 1926 si potrà usufruire, in affitto, di un piccolo edificio con area annessa; lo stesso stabile nel gennaio 1929 verrà acquistato dalla società anonima S.Angela Merici di Brescia e donato in usufrutto permanente alle opere parrocchiali del paese. Nonostante che per anni rimangano tesi i rapporti con le autorità fasciste specie riguardo all'educazione della gioventù, solo negli anni '30 tali rapporti verranno segnalati come "bastevolmente buoni". D'altro canto la parrocchia vive di una vita propria in espansione. Nel 1929 nasce il gruppo uomini di A.C., vigoreggiano le confraternite, specie quella delle Consorelle del SS. Sacramento. La devozione popolare trova espressione oltre che nel culto della S. Croce con funzioni e processioni quinquennali, anche in quello della Beata Vergine del Rosario; mentre nella frazione Case di S. Polo in quello della Madonna di Pompei che nel 1926 viene significata da un gruppo scultoreo opera della bottega Poisa di Brescia. Sotto il parrocchiato di don Bresciani, di don Ilario Manfredini e di don Giuseppe Garzoni, facendo fronte ad impellenti e crescenti esigenze dei tempi vengono fondate nel 1946 le ACLI e nel 1950 il loro Patronato e si rafforza specie grazie al curato don Franzoni l'attività oratoriana che si appoggia su nuove e più moderne strutture.  
  
  
  
 
Dalla parrocchia di S. Eufemia un decreto del 29 ottobre 1954 si staccava la chiesa curaziale di S. Paolo nella frazione di S. Polo erigendola in parrocchia. La cura della chiesa parrocchiale si accentuò sotto il parrocchiato di mons. Giulio Pini (1968-1999). Con particolare gusto egli ha fatto restaurare quasi tutte le pale e sculture della parrocchia e della chiesa di S. Giacinto, ha provveduto ad una nuova pavimentazione, all'altare liturgico, alla sistemazione della cappella iemale provvista di accessori. Inoltre ha provveduto alla sistemazione della casa della comunità, dell'oratorio di via Sega ecc. Inoltre il 13 dicembre 1998 ha firmato la permuta con il Comune di Brescia della casa dell'abate con il complesso parrocchiale.
 
Dalla parrocchia di S. Eufemia un decreto del 29 ottobre 1954 si staccava la chiesa curaziale di S. Paolo nella frazione di S. Polo erigendola in parrocchia. La cura della chiesa parrocchiale si accentuò sotto il parrocchiato di mons. Giulio Pini (1968-1999). Con particolare gusto egli ha fatto restaurare quasi tutte le pale e sculture della parrocchia e della chiesa di S. Giacinto, ha provveduto ad una nuova pavimentazione, all'altare liturgico, alla sistemazione della cappella iemale provvista di accessori. Inoltre ha provveduto alla sistemazione della casa della comunità, dell'oratorio di via Sega ecc. Inoltre il 13 dicembre 1998 ha firmato la permuta con il Comune di Brescia della casa dell'abate con il complesso parrocchiale.
 
 
 
 
  
  
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Nel 1175 il monastero ha una vertenza con la Curia di Brescia per la chiesa di S. Maria. Il 26 marzo 1494 Giacomo de Portis seu de Castellanis dotava la chiesa di S. Eufemia dell'altare di S. Caterina che nel 1664 veniva completamente rinnovato. Nel 1536 un lascito di Filippo Locatelli permette la costruzione di un tabernacolo ornato di marmi. La chiesa venne rinnovata nel 1658 con "fabbrica di volte e cappelle", con il concorso della popolazione e ancora migliorata nel 1673. La chiesa è stata affrescata da Mario Pescatori nel 1947 nell'arcosolio del presbiterio con la Visitazione e, tra il 1952 e il 1954, nella controfacciata e nella volta e nelle pareti laterali del presbiterio. Su tali pareti appaiono le figure dei SS. Pietro, Paolo, Maria Maddalena, Giovanni Battista, Benedetto, Eufemia, ecc. Sulla controfacciata sta un affresco strappato (cm. 125 x 212) raffigurante l'Assunzione. Il primo altare a destra è dedicato a S. Antonio di P. raffigurato in una pala di anonimo, opera modesta ma di schietta formula popolare di datazione incerta, raccolto in un'ancona marmorea di fine 600. Il secondo altare è dedicato a S. Carlo Borromeo. L'altare è dei primi del '700, ha pala raffigurante la B.V. in gloria con il Bambino e S. Giovanna e i S.S. Eufemia, Mauro, Caterina di Alessandria e Carlo B. (cm. 198 x 275) del sec. XVII, è attribuita da qualcuno a Grazio Cossali e da altri a Pietro Romano o Girolamo Rossi. Il terzo altare di destra, marmoreo del tardo '600 dedicato un tempo a S. Rocco, era ricco di una bella tela attribuita a G. Romanino (ma da altri al Moretto), raffigurante il santo con i S.S. Cosma e Damiano, Nicola da Bari e Antonio abate. Trafugata il 24 aprile 1974, ritrovata nel gennaio 1975 si trova ora nella Pinacoteca Tosio Martinengo. In attesa di un suo ritorno è stata sostituita da una pala (olio su tela cm. 64 x 73) del parroco don Giulio Pini da lui firmata, raffigurante la Visita di S. Maria ad Elisabetta.  
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Nel 1175 il monastero ha una vertenza con la Curia di Brescia per la chiesa di S. Maria. Il 26 marzo 1494 Giacomo de Portis seu de Castellanis dotava la chiesa di S. Eufemia dell'altare di S. Caterina che nel 1664 veniva completamente rinnovato. Nel 1536 un lascito di Filippo Locatelli permette la costruzione di un tabernacolo ornato di marmi. La chiesa venne rinnovata nel 1658 con "fabbrica di volte e cappelle", con il concorso della popolazione e ancora migliorata nel 1673. La chiesa è stata affrescata da Mario Pescatori nel 1947 nell'arcosolio del presbiterio con la Visitazione e, tra il 1952 e il 1954, nella controfacciata e nella volta e nelle pareti laterali del presbiterio. Su tali pareti appaiono le figure dei SS. Pietro, Paolo, Maria Maddalena, Giovanni Battista, Benedetto, Eufemia, ecc. Sulla controfacciata sta un affresco strappato (cm. 125 x 212) raffigurante l'Assunzione. Il primo altare a destra è dedicato a S. Antonio di P. raffigurato in una pala di anonimo, opera modesta ma di schietta formula popolare di datazione incerta, raccolto in un'ancona marmorea di fine 600. Il secondo altare è dedicato a santa Caterina d'Alessandria. L'altare è dei primi del '700, ha pala raffigurante la B.V. in gloria con il Bambino e S. Giovanna e i S.S. Eufemia, Mauro, Caterina di Alessandria e Carlo B. (cm. 198 x 275) del sec. XVII, è attribuita da qualcuno a Grazio Cossali e da altri a Pietro Romano o Girolamo Rossi. Il terzo altare di destra, marmoreo del tardo '600 dedicato un tempo a S. Rocco, era ricco di una bella tela attribuita a G. Romanino (ma da altri al Moretto), raffigurante il santo con i S.S. Cosma e Damiano, Nicola da Bari e Antonio abate. Trafugata il 24 aprile 1974, ritrovata nel gennaio 1975 si trova ora nella Pinacoteca Tosio Martinengo. In attesa di un suo ritorno è stata sostituita da una pala (olio su tela cm. 64 x 73) del parroco don Giulio Pini da lui firmata, raffigurante la Visita di S. Maria ad Elisabetta.  
  
  
  
Il marmoreo altare maggiore opera tardo secentesca è assegnato da Ivo Panteghini a modalità stilistiche riferentesi a Paolo Puegnago. Sovrasta l'altare un bel Crocifisso di anonimo della fine '600, mentre la grande ancona, creata per custodire in una elegante edicola l'insigne reliquia della S. Croce, venne terminata nel 1789 prima custodita sull'altare di S. Rocco. Il reliquiario in lamine d'argento della fine del '600 ha subito aggiunte e restauri. Sul cimiero dell'ancona sta una tavola sagomata (olio cm. 50 x 70) settecentesca che raffigura la Visita della B.V. ad Elisabetta. Nel presbiterio sopra la cantoria di destra una tela a olio (cm. 185 x 167) di scuola morettesca raffigura l'Annunciazione ed è attribuita di solito a Luca Mombello ma da altri a Francesco Richino. Sopra la cantoria di sinistra sta un'Ultima Cena (olio su tela cm. 83 x 66) del '600, di anonimo. Scendendo lungo il lato di sinistra si incontra l'altare della Madonna del Rosario, opera nella mensa e nell'ancona del tardo '600, attribuita a botteghe rezzatesi. L'ancona accoglie una statua in legno policromo della Madonna del Rosario donata nel 1937 della famiglia Peroni contornata da quindici bassorilievi raffiguranti i Misteri del Rosario scolpiti nel 1974-1975 da uno scultore locale su disegno di mons. Giulio Pini.  
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Il marmoreo altare maggiore opera tardo secentesca è assegnato da Ivo Panteghini a modalità stilistiche riferentesi a Paolo Puegnago. Sovrasta l'altare un bel Crocifisso di anonimo della fine '600, mentre la grande ancona terminata nel 1789, opera del lapicida Paolo Palazzi di Rezzato (come documentato da Battista Bonometti), venne creata per custodire in una elegante edicola l'insigne reliquia della S. Croce, prima custodita presso l'altare di S. Rocco. Il reliquiario in lamine d'argento della fine del '600 ha subito aggiunte e restauri. Sul cimiero dell'ancona sta una tavola sagomata (olio cm. 50 x 70) settecentesca che raffigura la Visita della B.V. ad Elisabetta. Nel presbiterio sopra la cantoria di destra una tela a olio (cm. 185 x 167) di scuola morettesca raffigura l'Annunciazione ed è attribuita di solito a Luca Mombello ma da altri a Francesco Richino. Sopra la cantoria di sinistra sta un'Ultima Cena (olio su tela cm. 83 x 66) del '600, di anonimo. Scendendo lungo il lato di sinistra si incontra l'altare della Madonna del Rosario, opera nella mensa e nell'ancona del tardo '600, attribuita a botteghe rezzatesi. L'ancona accoglie una statua in legno policromo della Madonna del Rosario donata nel 1937 della famiglia Peroni contornata da quindici bassorilievi raffiguranti i Misteri del Rosario scolpiti nel 1974-1975 da uno scultore locale su disegno di mons. Giulio Pini.  
  
  
  
Il secondo altare a sinistra, dedicato ora al S. Cuore di Gesù, è opera di marmorai locali del primo settecento. Nell'ancona è stata ricavata una nicchia che accoglie una statua in legno del S. Cuore eseguita da un anonimo scultore della Val Gardena. Segue, ultimo a sinistra, l'altare del SS. Sacramento. Ricco di marmi, è attribuito alla seconda metà avanzata del sec. XVII con angeli, cherubini ecc. La pala (olio su tela centinata m. 112 x 225), opera di Pietro Avogadro firmata e datata 1707, raffigura la "Deposizione della croce" restaurata recentemente da L. Scalvini. Sopra i confessionali sta una tela (olio cm. 230 x 150 firmato Virginio Faggiana inizi degli anni '60) raffigurante il pubblicano e il fariseo al tempio. Le stazioni della Via Crucis (olio su tela ciascuna di cm. 39 x 49) furono dipinte da Mario Pescatori nel 1941. La sagrestia conserva dipinti raffiguranti S. Carlo B. (olio su tela cm. 64 x 82) di anonimo pittore del '600, "Il Calvario" (olio su tela 55 x 45) di anonimo di fine '500. I banconi sono di artigiani della fine del '700, una credenza di fine '600. La chiesa è dotata di buoni paramenti fra i quali pianete del '700 ed altre dell'800; di argenterie fra le quali una croce processionale astile del sec. XVI, un ostensorio del sec. XVIII (bottega Giuseppe Renoldi), un turibolo e altri oggetti dei sec. XIX e XX e inoltre reliquiari, candelieri ecc. Interessanti lavori di buon artigianato sono stendardi, lanterne per processione. La campana maggiore venne innalzata nel 1511, rifusa nel 1768, nel 1820 e nel 1884. Muta per una fenditura la vigilia di Natale del 1924, venne poi aggiustata nell'officina di Pietro Villa, sita in via Cairoli a Brescia. L'organo, opera di don Cesare Bolognini, fu installato nel 1714.  
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Il secondo altare a sinistra, dedicato ora al S. Cuore di Gesù (già S. Mauro), è opera di marmorai locali del primo settecento. Nell'ancona è stata ricavata una nicchia che accoglie una statua in legno del S. Cuore eseguita dallo scultore Luigi Stuflesser di Ortisei nel 1966 (APSE, busta VII,1). Segue, ultimo a sinistra, l'altare del SS. Sacramento, ricco di marmi con angeli e cherubini, che Battista Bonometti ha documentato (APSE -Arch.parr.S. Eufemia della Fonte- III 1.1) come opera di Paolo Cimbinello detto Puignago del 1706. La pala (olio su tela centinata m. 112 x 225), opera di Pietro Avogadro firmata e datata 1707, raffigura la "Deposizione della croce" restaurata recentemente da L. Scalvini. Sopra i confessionali sta una tela (olio cm. 230 x 150 firmato Virginio Faggian inizi degli anni '60) raffigurante il pubblicano e il fariseo al tempio. Le stazioni della Via Crucis (olio su tela ciascuna di cm. 39 x 49) furono dipinte da Mario Pescatori nel 1941. La sagrestia conserva dipinti raffiguranti S. Carlo B. (olio su tela cm. 64 x 82) di anonimo pittore del '600, "Il Calvario" (olio su tela 55 x 45) di anonimo di fine '500. I banconi sono di artigiani della fine del '700, una credenza di fine '600. La chiesa è dotata di buoni paramenti fra i quali pianete del '700 ed altre dell'800; di argenterie fra le quali una croce processionale astile del sec. XVI, un ostensorio del sec. XVIII (bottega Giuseppe Renoldi), un turibolo e altri oggetti dei sec. XIX e XX e inoltre reliquiari, candelieri ecc. Interessanti lavori di buon artigianato sono stendardi, lanterne per processione. La campana maggiore venne innalzata nel 1511, rifusa nel 1768, nel 1820 e nel 1884. Muta per una fenditura la vigilia di Natale del 1924, venne poi aggiustata nell'officina di Pietro Villa, sita in via Cairoli a Brescia. L'organo, opera di Giuseppe Rotelli fu installato nel 1922 in sostituzione del Cadei del 1858 che a sua volta sostituì l'antico  Bolognini del 1714.  
  
  
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A sua volta Franco Robecchi seguendo una "rilettura dei caratteri planimetrico-distributivi di monasteri coevi e le minuziose prescrizioni contenute nella «Regola benedettina», ha ipotizzato la presenza di un chiostro, cuore geografico e spirituale, nei pressi della chiesa di San Paterio, certamente di dimensioni maggiori di quelle attuali (e magari completata da una sacrestia, da un guardaroba liturgico o da un piccolo scriptorium). Attorno al chiostro alcuni ambienti destinati alla vita in comune: il dormitorio, il refettorio, la cucina e gli spazi per la conservazione dei cibi. L'abitazione dell'abate (da molti indicata nell'edificio prospiciente viale Indipendenza) doveva invece sorgere isolata e vicina alla chiesa. Infine, attorno e a distanza progressiva, i fabbricati destinati alle attività materiali e al ricovero dei viaggiatori e pellegrini".  
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A sua volta Franco Robecchi seguendo una "rilettura dei caratteri planimetrico-distributivi di monasteri coevi e le minuziose prescrizioni contenute nella «Regola benedettina», ha ipotizzato la presenza di un chiostro, cuore geografico e spirituale, nei pressi della chiesa di San Paterio, certamente di dimensioni maggiori di quelle attuali (e magari completata da una sacrestia, da un guardaroba liturgico o da un piccolo scriptorium). Attorno al chiostro alcuni ambienti destinati alla vita in comune: il dormitorio, il refettorio, la cucina e gli spazi per la conservazione dei cibi. L'abitazione dell'abate (da molti indicata nell'edificio prospiciente viale Bornata) doveva invece sorgere isolata e vicina alla chiesa. Infine, attorno e a distanza progressiva, i fabbricati destinati alle attività materiali e al ricovero dei viaggiatori e pellegrini".  
 
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S. GIACINTO. Singolare in piena influenza benedettina è la dedicazione di una chiesa a un santo domenicano, S. Giacinto con presenza francescana. Situata per di più in pieno centro abitato, Ivo Panteghini la definisce: «un piccolo gioiello architettonico, con il suo svettante campanile di pietra viva discosto dal corpo della fabbrica e la sobria facciata intonacata. La cella campanaria ha una sola campana. Il pavimento interno è in seminato». La pianta trovata da Rossana Prestini reca la data 9 gennaio 1625 mentre P. Guerrini la dice edificata «nel 1609 per iniziativa di Persia Cereto e altri signori del paese». Da un atto del 18 marzo 1651 (fondo Ospedale Maggiore di Brescia), segnalato da Carlo Sabatti, risulta che l'oratorio di S. Giacinto fu costruito, con le elemosine della popolazione, a partire dal 1608 da don Iginio Cariotti, già cappellano della chiesa di S. Maria ad Elisabeth di S. Eufemia, allontanato per condotta non irreprensibile, che ne fece come il contrattare della parrocchiale predetta.
 
  
  
  
La chiesa venne arricchita di legati (di Bernardo Rovetta nel 1716; delle famiglie Armandi e Bettinzoli nel 1814, di Bernardino Zola nel 1816). Semplice la facciata probabilmente rimaneggiata nel sec. XIX. Ha un portalino in botticino chiuso da timpano spezzato. Due lesene finiscono in un cornicione marcapiano e racchiudono un ampio lunotto con sovrapposto un frontone triangolare. L'interno è a pianta longitudinale con, sui lati, due profonde cappelle. La prima a destra è dedicata a S. Carlo B. raffigurato in preghiera davanti alla Madonna col Bambino e a S. Francesco in una tela a olio cm. 161 x 245 firmata da G.B. Motella pittore quasi sconosciuto ancora. Il paliotto e i sovralzi sono in marmo di botticino. L. Anelli ha sottolineato come la tela non si adatti alla cornice e forse ne ha sostituito un'altra. In stucco marmorizzato con specchiature in rosso è sormontata da una grande pala (olio su tela cm. 213 x 320) raccolta in una bella cornice e raffigurante la Madonna col Bambino e i S.S. Agostino, Giacinto, Fermo e l'offerente, attribuita comunemente ad Antonio Gandino ed è assegnata, invece, da Luciano Anelli a Camillo Rama. L'altare della cappella di sinistra è dedicato alla Immacolata Concezione che calpesta il demonio, raffigurata in pala (olio su tela cm. 157 x 245) attribuita comunemente a Ottavio Amigoni ma da L. Anelli assegnata a Camillo Rama. La chiesa è dotata di bei calici.
 
  
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S. GIACINTO. Singolare in piena influenza benedettina è la dedicazione di una chiesa a un santo domenicano, S. Giacinto con presenza francescana. Situata per di più in pieno centro abitato, Ivo Panteghini la definisce: «un piccolo gioiello architettonico, con il suo svettante campanile di pietra viva discosto dal corpo della fabbrica e la sobria facciata intonacata. La cella campanaria ha una sola campana. Il pavimento interno è in seminato».  Mentre P. Guerrini la dice edificata «nel 1609 per iniziativa di Persio Cereto e altri signori del paese», da un atto del 18 marzo 1651 (fondo Ospedale Maggiore di Brescia), segnalato da Carlo Sabatti, risulta che l'oratorio di S. Giacinto fu costruito, con le elemosine della popolazione, a partire dal 1608 da don Iginio Cariotti, già cappellano della chiesa di S. Maria ad Elisabeth di S. Eufemia, allontanato per condotta non irreprensibile, che ne fece come il contraltare della parrocchiale predetta. Come rileva Battista Bonometti, la pianta della chiesa trovata da Rossana Prestini recante la data 9 gennaio 1625 è un errore di stampa, non pertinente alla fondazione, perchè è datata 1675. In quegli anni l'abate di S.Eufemia chiese al tribunale veneziano di poter abbattere la chiesa di S. Giacinto: il disegno venne usato dalla Vicinia (gli estimati che governavano il paese) per difenderne la demolizione.
  
  
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La chiesa venne arricchita di legati (delle famiglie Forlani nel 1627 poi Bassi; delle famiglie Zola nel 1697 poi Armani e Bettinzoli; da Bernardino Rovetta nel 1716; e di Gio Batta Fappani nel 1838). Semplice la facciata probabilmente rimaneggiata nel sec. XIX. Ha un portalino in botticino chiuso da timpano spezzato. Due lesene finiscono in un cornicione marcapiano e racchiudono un ampio lunotto con sovrapposto un frontone triangolare. L'interno è a pianta longitudinale con, sui lati, due profonde cappelle. La prima a destra è dedicata a S. Carlo B. raffigurato in preghiera davanti alla Madonna col Bambino e a S. Francesco in una tela a olio cm. 161 x 245 firmata da G.B. Motella pittore quasi sconosciuto ancora. Il paliotto e i sovralzi sono in marmo di botticino. L. Anelli ha sottolineato come la tela non si adatti alla cornice e forse ne ha sostituito un'altra. In stucco marmorizzato con specchiature in rosso è sormontata da una grande pala (olio su tela cm. 213 x 320) raccolta in una bella cornice e raffigurante la Madonna col Bambino e i S.S. Agostino, Giacinto, Fermo e l'offerente, attribuita comunemente ad Antonio Gandino ed è assegnata, invece, da Luciano Anelli a Camillo Rama. L'altare della cappella di sinistra è dedicato alla Immacolata Concezione che calpesta il demonio, raffigurata in pala (olio su tela cm. 157 x 245) attribuita comunemente a Ottavio Amigoni ma da L. Anelli assegnata a Camillo Rama. La chiesa è dotata di bei calici.
  
  
  
  
In via Cesare Noventa sorge ancora la chiesa di S. GAETANO da THIENE, sorta nel sec. XVII e arricchita di reliquie nel 1660. Ai primi dell'800 ne era proprietaria la famiglia Chiodi. Passò poi ai Panazza-Perletti ricordati in lapidi murate nelle pareti. Come scrive Riccardo Lonati ("Le chiese di Brescia"): «Semplice la fronte, finita a intonaco e incorniciata da lesene il cui rilievo si estende a dare forma al timpano. Marmoreo il portale dalla lineare cimasa sulla quale imposta quadrangolare finestra. Oltre il tetto a capanna risalta la sagoma del campanile, la base inserita nel fianco sinistro dell'edificio. A volta lievemente ribassata, l'aula è regolare e illuminata da finestre poste centralmente alle pareti laterali. A fianco dell'altare, dipinto a imitare il marmo, due porte dai lignei stipiti, pure dipinti a finto marmo, danno accesso alla retrostante sagrestia. Nella controfaccia vi è la cantoria. Sull'altare risalta la pala della Madonna in gloria e i S.S. Gaetano e Antonio di P., attribuita da qualcuno all'ambito di Antonio Paglia ma da Gaetano Panazza attribuita ad Antonio Dusi. Alcuni dipinti si trovano in sagrestia fra i quali uno raffigurante le "Anime purganti" attribuibile a Faustino Perletti, pittore dilettante.
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In via Cesare Noventa sorge ancora la chiesa di S. GAETANO da THIENE, edificata tra il 1699 e il 1702 da Giorgio Medici (come da documenti prodotti da B. Bonometti) e impreziosita con la reliquia del santo nel 1784. Ai primi dell'800 ne era proprietaria la famiglia Chiodi. Passò poi ai Panazza-Perletti ricordati in lapidi murate nelle pareti. Come scrive Riccardo Lonati ("Le chiese di Brescia"): «Semplice la fronte, finita a intonaco e incorniciata da lesene il cui rilievo si estende a dare forma al timpano. Marmoreo il portale dalla lineare cimasa sulla quale imposta quadrangolare finestra. Oltre il tetto a capanna risalta la sagoma del campanile, la base inserita nel fianco sinistro dell'edificio. A volta lievemente ribassata, l'aula è regolare e illuminata da finestre poste centralmente alle pareti laterali. A fianco dell'altare, dipinto a imitare il marmo, due porte dai lignei stipiti, pure dipinti a finto marmo, danno accesso alla retrostante sagrestia. Nella controfacciata vi è la cantoria, dove ha preso posto nel 2008 un piccolo organo del maestro Giuseppe Pagani. Sull'altare risalta la pala della Madonna in gloria e i S.S. Gaetano e Antonio di P., attribuita da qualcuno all'ambito di Antonio Paglia ma da Gaetano Panazza attribuita ad Antonio Dusi. Alcuni dipinti si trovano in sagrestia fra i quali uno raffigurante le "Anime purganti" attribuibile a Faustino Perletti, pittore dilettante.
  
  
  
Di una chiesa della Madonna del Patrocinio era proprietaria la famiglia Rovetta. Una cappella al Crocifisso sorge nel Cimitero, mentre all'Immacolata è dedicata la cappella della scuola materna. Nel citato atto del 18 marzo 1651 è dichiarato "antichissimo" l'oratorio di S. Paolo, mentre da trent'anni è fabbricato quello di S. Girolamo per iniziativa di Costanza Chizzola. L'edificazione di santelle fu concessa dai monaci. Nel 1581 il Comune otteneva da loro di poter costruire un capitello della Madonna "sopra la Strada Regale"; nel 1673 concedevano a Giacomo Fappani "ditto Zannozzo" di costruire, sempre sulla via Regale, in un luogo ben determinato, una santella nella quale fossero dipinti, assieme alla Madonna, i S.S. Benedetto e Paterio.  
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Di una cappella dedicata alla Madonna del Patrocinio era proprietaria la famiglia Rovetta. Una cappella al Crocifisso sorge nel Cimitero, mentre all'Immacolata è dedicata la cappella della scuola materna. Nel citato atto del 18 marzo 1651 è dichiarato "antichissimo" l'oratorio di S. Paolo, mentre da trent'anni è fabbricato quello di S. Girolamo per iniziativa di Costanza Chizzola. L'edificazione di santelle fu concessa dai monaci. Nel 1581 il Comune otteneva da loro di poter costruire un capitello della Madonna "sopra la Strada Regale"; nel 1673 concedevano a Giacomo Fappani "ditto Zannozzo" di costruire, sempre sulla via Regale, in un luogo ben determinato, una santella nella quale fossero dipinti, assieme alla Madonna, i S.S. Benedetto e Paterio.  
  
  
  
Notevoli le santelle sparse nel territorio fra le quali quella della Madonna del Carobbio in via C. Noventa; la Madonna del Quarteret in via Pila, e quelle della Natività di via Pila, della Madonna del Carmelo di via Agostino Chiappa. Particolarmente suggestiva all'esterno del muro di cinta del monastero la santella con una pala settecentesca raffigurante la Vergine col Bambino, che Francesco De Leonardis ha avvicinato all'opera pittorica di Pietro Avogadro o a Giuseppe Tortelli. Restaurata da Lino Scalvini nel 1993, è stata sostituita da una copia.  
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Notevoli le santelle sparse nel territorio fra le quali quella della Madonna del Carobbio in via C. Noventa; la Madonna del Quarter in via Pila, che racchiude un affresco del 1580 raffigurante la "Deposizione", che Battista Bonometti attribuisce a Francesco Ricchino e Sebastiano Aragonese e quelle della Natività di via Pila e della Madonna del Carmelo di via Agostino Chiappa. Particolarmente suggestiva all'esterno del muro di cinta del monastero la santella con una pala settecentesca raffigurante la Vergine col Bambino, che Francesco De Leonardis ha avvicinato all'opera pittorica di Pietro Avogadro o a Giuseppe Tortelli e che B. Bonometti l'ha documentata (APSE, Libro Limosine Scuola del SS° in Sant'Eufemia del 1777) come opera di Sante Cattaneo del 1778. Restaurata da Lino Scalvini nel 1993, è stata sostituita da una copia.  
  
  
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Si susseguono poi nella cura, quasi alternativamente monaci e sacerdoti secolari mandati dal monastero come curati mercenari. Marsilio Giordano, prete (1566-1572); Agostino Gelmini (Guelmino) da Sale, monaco (1572-1590); Giov. Antonio Mazzoli di Commenduno, prete (1590-92); Paolo Serotto, prete e Cherubbino da Brescia, monaco (1591); Giacomo Ragucio, o Rangozzi, di Quinzano, prete (1592-1597); Francesco... prete (1597); Aurelio da Parma, monaco (1598-1605); Igino Cariotti, monaco (semestre 1606); Ippolito da Brescia, monaco (1606-1608); Pietro Bettini, prete (1609-1617); Gabriele Francini, o Franzini, monaco (1617-1624); Tiburzio Gorno, monaco (1624); Gabriele Francini di nuovo (1625-1630); Silvio Botturini, monaco (1630); Mauro Inverardi, monaco (1631-1639); Girolamo da Bologna, monaco (1639-1643); Gabriele (Francini) da Brescia, di nuovo (1643-46); Leone Mattina, monaco (16461649); Gabriele Francini di nuovo (1649-50); Giambattista Bertoli, prete (1650-1657); Carlo Lavelli, monaco (1657-1663); Orazio Terzi, monaco (1663-1667); Mauro Bodei, monaco (1667-1681); Cipriano di Parma, monaco (1681-1684); Alessandro Mellini, monaco (1684-1697); Angelo M. Zamboni, monaco (1697); Benedetto Locatelli, monaco (1697); Giorgio Rosa di Pontida, monaco (1697-1705); Carlo Geroldi, monaco, bergamasco (1706-1716); Giov. Andrea Astesati, monaco, professo di S. Sisto di Piacenza (1716-1 giugno 1719); Pietro Giuseppe Moreschi, monaco professo di S. Salvatore di Pavia (1719-1726); Francesco M. Gallina di Venezia, monaco di S. Eufemia (1726-1744); Lodovico Coffani di Medole, Decano di S. Benedetto di Mantova, già Curato di Maguzzano (1744-1751), passò curato di Bondanello sul mantovano; Mauro Agostino Paratico monaco professo di S. Eufemia (1751-1756); Angelo Bertanza, monaco (1756-1763); Mauro Agostino Paratico di nuovo (1763-1768) ultimo parroco monaco, rimosso per il Decreto veneto 7 settembre 1768; Angelo Bertanza di nuovo, eletto dall'Abate d. Pietro Faita, ma secolarizzato e nominato dal vescovo (7 febbraio 1770 - 5 aprile 1798); Alessandro Bennati di Brescia (1798-99); Francesco Ettori ex-Min. Osservante, Economo spirituale (1799-1801); Giorgio Pedretti, Economo spir. (1801-1802); Giovanni Paolo Giacomini di Muscoline (1812 - 4 settembre 1844 d'anni 96); Antonio Romano di S. Zeno Naviglio (30 aprile 1845, m. 10 febbraio 1863); Bartolomeo Castellini di Bogliaco (7 gennaio 1864, m. 1895); Pietro Piccinelli di Alone (20 marzo 1896, rin. 1911); Orazio Bresciani di Serle (29 gennaio 1912, m. 5 maggio 1956); Ilario Manfredini da Motta di Cavezzo (Mo) (8 dicembre 1956 - 24 settembre 1961); Giuseppe Garzoni da Calcinato (6 gennaio 1962 - rin. 9 gennaio 1968); Giulio Pini da Bassano Bresciano (1 dicembre 1968 - 1999).
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Si susseguono poi nella cura, quasi alternativamente monaci e sacerdoti secolari mandati dal monastero come curati mercenari. Marsilio Giordano, prete (1566-1572); Agostino Gelmini (Guelmino) da Sale, monaco (1572-1590); Giov. Antonio Mazzoli di Commenduno, prete (1590-92); Paolo Serotto, prete e Cherubbino da Brescia, monaco (1591); Giacomo Ragucio, o Rangozzi, di Quinzano, prete (1592-1597); Francesco... prete (1597); Aurelio da Parma, monaco (1598-1605); Igino Cariotti, monaco (semestre 1606); Ippolito da Brescia, monaco (1606-1608); Pietro Bettini, prete (1609-1617); Gabriele Francini, o Franzini, monaco (1617-1624); Tiburzio Gorno, monaco (1624); Gabriele Francini di nuovo (1625-1630); Silvio Botturini, monaco (1630); Mauro Inverardi, monaco (1631-1639); Girolamo da Bologna, monaco (1639-1643); Gabriele (Francini) da Brescia, di nuovo (1643-46); Leone Mattina, monaco (16461649); Gabriele Francini di nuovo (1649-50); Giambattista Bertoli, prete (1650-1657); Carlo Lavelli, monaco (1657-1663); Orazio Terzi, monaco (1663-1667); Mauro Bodei, monaco (1667-1681); Cipriano di Parma, monaco (1681-1684); Alessandro Mellini, monaco (1684-1697); Angelo M. Zamboni, monaco (1697); Benedetto Locatelli, monaco (1697); Giorgio Rosa di Pontida, monaco (1697-1705); Carlo Geroldi, monaco, bergamasco (1706-1716); Giov. Andrea Astesati, monaco, professo di S. Sisto di Piacenza (1716-1 giugno 1719); Pietro Giuseppe Moreschi, monaco professo di S. Salvatore di Pavia (1719-1726); Francesco M. Gallina di Venezia, monaco di S. Eufemia (1726-1744); Lodovico Coffani di Medole, Decano di S. Benedetto di Mantova, già Curato di Maguzzano (1744-1751), passò curato di Bondanello sul mantovano; Mauro Agostino Paratico monaco professo di S. Eufemia (1751-1756); Angelo Bertanza, monaco (1756-1763); Mauro Agostino Paratico di nuovo (1763-1768) ultimo parroco monaco, rimosso per il Decreto veneto 7 settembre 1768; Angelo Bertanza di nuovo, eletto dall'Abate d. Pietro Faita, ma secolarizzato e nominato dal vescovo (7 febbraio 1770 - 5 aprile 1798); Alessandro Bennati di Brescia (1798-99); Francesco Rettori ex-Min. Osservante, Economo spirituale (1799-1801); Giorgio Pedretti, Economo spir. (1801-1802); Giovanni Paolo Giacomini di Muscoline (1812 - 4 settembre 1844 d'anni 96); Antonio Romano di S. Zeno Naviglio (30 aprile 1845, m. 10 febbraio 1863); Bartolomeo Castellini di Bogliaco (7 gennaio 1864, m. 1895); Pietro Piccinelli di Alone (20 marzo 1896, rin. 1911); Orazio Bresciani di Serle (29 gennaio 1912, m. 5 maggio 1956); Ilario Manfredini da Motta di Cavezzo (Mo) (8 dicembre 1956 - 24 settembre 1961); Giuseppe Garzoni da Calcinato (6 gennaio 1962 - rin. 9 gennaio 1968); Giulio Pini da Bassano Bresciano (1 dicembre 1968 - 1999).( Revisione e integrazione di Battista Bonometti).
 
   
 
   
 
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Versione attuale delle 09:49, 18 apr 2025

SANT'EUFEMIA della Fonte (in dial. Santafemia)

Frazione della città di Brescia e comune autonomo fino al 1928, parrocchia dedicata a S. Maria ad Elisabetta è situata a 3,5 km. ad E della città, a m. 134 s.l.m. Ha un territorio di kmq. 10,5. Si trova ai piedi dei Ronchi e della Maddalena, agli inizi di una zona marmifera in cui predomina la "corna" e che si spinge in direzione E fino a Gavardo. Il territorio bagnato dal Naviglio Grande è noto da secoli per una sorgente di acqua purissima che dal 1862 diede il nome, anche per distinguerlo da altre località dedicate a S. Eufemia.




ABITANTI (Santeufemiesi, nomignolo "Laandér"): 350 nel 1493, 1038 nel 1566, 890 nel 1610, 1200 nel 1648, 1457 nel 1701, 1232 nel 1760, 1533 nel 1775, 1361 nel 1791, 1301 nel 1805, 1539 nel 1819, 1640 nel 1835, 1800 nel 1848, 2100 nel 1858, 2550 nel 1868, 2340 nel 1875, 1887 nel 1898 e nel 1908, 3150 nel 1913, 4500 nel 1926, 5030 nel 1930, 5500 nel 1936, 5000 nel 1949 e nel 1963, 4391 nel 1971, 4315 nel 1981, 3660 nel 1991, 3558 nel 1997.


Alcuni studiosi propendono a far passare dove è l'attuale S. Eufemia una pista preistorica e poi cenomana divenuta poi una via militare, l'importante Via Emilia o Gallica, di grande rilievo per congiungere Brescia e Verona. L'importanza assunta dalla strada che fu poi chiamata regale, come anche la ricchezza di fattori naturali economici, fecero sì che la località fosse ampiamente conosciuta in tempi molto remoti. A parte i due nuclei preistorici venuti alla luce nel maggio 1994 a S della ferrovia Milano-Venezia, nella zona di San Polo (da sempre considerata legata a S. Eufemia) (v. San Polo) a O della frazione vennero rinvenuti nel 1851-1852, i resti di un insediamento preistorico e particolarmente un fondo di capanne, frammenti di ceramica e due punte di selce. E certo molto di più si potrebbe scoprire ai piedi della Maddalena e dei Ronchi. Ancor più di grande rilievo sono stati i ritrovamenti dì epoca romana.


Nel territorio di S. Eufemia infatti sono venute alla luce una trentina di are, di epigrafi ecc., una decina delle quali dedicate a Mercurio lungo la via cosiddetta regale, una a Ercole, una a Iside. La presenza delle molte dediche a Mercurio ha fatto pensare all'esistenza di un importante mercato al quale convergevano abitanti di Brescia, della Valsabbia e della Riviera del Garda. Sono state trovate inoltre strutture murarie di età romana e più precisamente i resti di una edicola (ipotizzata di oltre 8 metri di diametro) interpretata da Mirabella Roberti e da Garzetti come pertinente ad un santuario suburbano, dedicato a Mercurio da un romano di origine cenomana, primo figlio di Cariassi. Resti di un muro e di un fondo stradale databili in età romana furono scoperti nel 1945 assieme a due are votive dedicate a Mercurio. Di notevole interesse anche le tombe trovate sul territorio: una a cremazione scoperta nel 1834 lungo la "via regale" con olla vitrea, un anello d'oro con incastonata una corniola sulla quale è incisa una baccante; le altre, pure a cremazione, rinvenute nel 1934, con balsamari in vetro, lucerne, lucernette, due monete di Augusto, ecc.


Lungo la linea ferroviaria Milano-Venezia, sempre in territorio di S. Eufemia, nel 1980 vennero scoperte tre sepolture tardo antiche o altomedievali. Il territorio dovette subire devastazioni e periodi di abbandono durante le invasioni barbariche dato che non vi sono stati trovati segni di presenza longobarda o di periodi seguenti. Nel frattempo era entrato a far parte del "territorium civitatis" che aveva come epicentro la pieve cattedrale. Gran parte del demanio pubblico passò al vescovo di Brescia, diventando luogo di caccia ai piedi del Monte Denno (cioè del "monte del signore") poi diventato Monte Maddalena. Infatti la località venne chiamata cazia, caza o anche casa ferrea. In un documento del 961 figura infatti un teste Martino q. Roperti "de vico caza ferrea". Come sottolinea A. Gnaga anche in altri documenti riguardanti il monastero si trova: in an. 1037 «terra monasteri S. Eufemie et fontana que nomenatur Casaferrea», an. 1038 «monasterio S. Euphenie V. sito latere monte q. Cazaferio dicitur», an. 1038 «monte Casofero e... locus Cazaferia».


Questo nome non compare più nel 1085 «monasterio sce. Eufemie que est constructum iuxsta monte Dignum». Sempre secondo Gnaga "Casa ferrea" avrebbe indicato probabilmente la casa-bottega di un maniscalco o fabbro (ancora oggi detto in dialetto lombardo fèrè, frér) mentre più verosimilmente si riferiva a caccia a fiere dato che lupi e orsi proliferarono per secoli sulla Maddalena. Forse all'epoca delle ultime invasioni barbariche venne eretto un castello cui accenna da Piacenza Innocenzo II nel suo breve del 13 giugno 1132 assieme alla cappella di S. Maria. Nel sec. X il vescovo ebbe dai Franchi in donazione possedimenti a S. Eufemia oltre che a Bagnolo e Mompiano.


Territorio desolato dalle invasioni barbariche, abbandonato dalla popolazione, ridiventato luogo di paludi e di selve ma sempre polmone verde della città, diventò sede di un importante monastero. Infatti fra paludi e selve, chiamate "cacia foris" o "cazza foris" nel senso di luoghi di caccia, superate le ultime invasioni barbariche e le grandi paure dell'anno mille, nell'alveo della incipiente grande riforma della Chiesa e, al contempo, di una pressante ripresa economica e sociale, il vescovo Landolfo II fondava a S. Eufemia tra il 1008 e il 1030 (le date indicate sono 1020, 1022 ecc.) un monastero posto sotto la regola benedettina. Nella fondazione, favorita dal clima creato dalla politica di Enrico II, il santo imperatore, sostenuta altresì dal fratello del vescovo Landolfo, l'arcivescovo di Milano, di sostegno ai monasteri si è voluto vedere un contraltare creato dal fondatore al monastero di S. Faustino allora in grave decadenza. Per dotare il monastero di beni Landolfo compera nel 1019 beni in Botticino che dovrà poi più tardi difendere chiamando in causa il 3 agosto 1024 l'imperatore Enrico II in persona, avendo egli come consigliere l'abate vescovo S. Gottardo. Nel 1022 il vescovo Landolfo faceva trasportare da S. Fiorano sui Ronchi il corpo di S. Paterio, che venne sepolto nella cripta da poco costruita. Nella stessa cripta accanto a S. Paterio verrà sepolto il vescovo Landolfo sulla cui tomba verrà posta la seguente epigrafe: «Praesul Landolfus Pater Almus... / et Huius Chenobi / Cripta hic iacet exigua» e cioè «Il Vescovo Landolfo / Padre che ci nutrì e diè vita a questo cenobio / in questa umile cripta fu sepolto... il 26 aprile 1030». Dedicato come molti monasteri benedettini a S. Pietro verrà poi dedicato a S. Eufemia invocata contro gli assalti di orsi e lupi, frequenti allora sulla Maddalena. La festa più solenne venne fissata al 22 febbraio, dedicata alla Cattedrale di S. Pietro e ricordata nel Sacramentario della Basilica come Cattedra di S. Pietro apostolo unita a quella di S. Paterio vescovo.


Morendo nel 1030 il vescovo Landolfo aveva già dotato il Monastero, di cui egli stesso era anche abate, di circa 700 jugeri di terra valutati oggi circa 1750 ettari, da lui comperati con 400 libbre d'argento, terreni giacenti specialmente nei territori di Botticino, Rezzato e contermini. Il monastero si rafforza poi sempre più nei territori vicini e cioè verso Castenedolo, spingendosi verso i laghi di Garda e d'Iseo, in Valtrompia e in Franciacorta (Nigoline, Ome, ecc.). Nel maggio 1038, grazie ad un atto di permuta con il vescovo Ulderico, S. Eufemia cede beni a Carcina, Villa, Semenzaria, Cogozzo e ne acquista a Gardone, Inzino e nella città stessa. Nel giugno seguente una nuova permuta di beni ha luogo fra l'abate Gisalberto e Otta, badessa di S. Giulia. Qualcuno attribuisce al monastero lo scavo del canale Naviglio; si pensa più realisticamente che i monaci lo migliorarono servendosene per più facili trasporti per via d'acqua. È così che il Monastero è, nel 1071, interessato anche al portizolo di S. Polo in prossimità delle sablonere. L'espansione economica continua lungo tutto il sec. XI e viene valutata a 17 kmq. la prima espansione territoriale del monastero comprendente S. Eufemia, Botticino, Rezzato, Virle, Mazzano, Castenedolo. Nel marzo 1085 le proprietà monasteriali si allargano a Toscolano e a Gardone Riviera, mentre compare fra esse una chiesa di S. Nicola costruita nel monastero stesso. Per la prima volta, nel 1102 compare nella storia del monastero l'ospizio e la chiesa di S. Giacomo di Castenedolo che nel 1120 sarà consacrata dal vescovo Villano. Del tutto fantastica la notizia raccolta anche da Carlo Cocchetti secondo la quale il monastero di S. Eufemia fu incendiato da Leutelmo (1109) e dieci anni dopo come quello di Leno, fu preso sotto la protezione della repubblica Bresciana, essendo consoli Ardiccio degli Aimoni e Sibello della Noce (1119).


Sempre più evidente invece la protezione dei Sommi Pontefici. Di capitale importanza, infatti, è la bolla di papa Callisto II del 10 febbraio 1123 che, confermando al monastero il possesso dei beni acquisiti, lo prende sotto la protezione della S. Sede "assieme a tutti i beni che verranno in seguito". Indipendenza e beni vengono poi confermati da una bolla firmata a Piacenza il 13 giugno 1132 da papa Innocenzo II. Lo stesso Papa, durante una sosta a Brescia, manda a S. Giacomo di Castenedolo il proprio legato, card. Anselmo, che concede per la festa del santo privilegi ed esenzioni che verranno poi confermati da Alessandro III nel 1170. Un nuovo privilegio viene concesso da Lucio II tra il 1144-1145 mentre Eugenio III, che verosimilmente visita anche il monastero, il 5 settembre 1148 da Leno conferma le proprietà del monastero su Caionvico, con terreni un tempo del monastero di S. Faustino. Nel 1166 sul monastero e sul borgo incombe la presenza e la minaccia del Barbarossa che stringe d'assedio Brescia. Ma l'ascesa in importanza del monastero prosegue con nuovi privilegi e conferme anche di decime da parte di Urbano III con bolla del 10 agosto 1186 da Verona che enumera beni monasteriali a Rezzato, Calcinato, Cazzago, Castenedolo, Folzano, Ome, Brescia e Chiusure, Iseo e il porto di Vello dove l'abate tiene una piccola flotta battente bandiera propria. Ma il monastero nel 1200 avrà proprietà anche in Valcamonica a Pontasio, Borno, Niardo, Losine, Ono S. Pietro, Paspardo.


Molti di questi beni sembrano derivare da un'imponente eredità della famiglia Feroldi. Il monastero è inoltre sempre più presente, con una permuta di beni tra terreni di Pedergnaga con altri a S. Pietro in Mavino del 26 marzo 1196 sul lago di Garda. Ma, come hanno sottolineato G.C. Piovanelli e E. Puddu, paradossalmente proprio nel periodo di maggior espansione il monastero entra, come altri del resto, in una crescente crisi. Come rileva Edmondo Puddu: «Continua in parte l'espansione territoriale dell'abbazia, ma alla fine di quel periodo una crisi economica costringe i monaci a vendite e permute di beni per pagare i titolari di prebende (in genere chierici rampolli di nobili famiglie) e di uffici vari (probabilmente castaldi o fattori addetti all'amministrazione dei beni avuti in donazione sparsi per la diocesi)».


La vicinanza con Brescia e la posizione strategica delle strade principali fecero sì che S. Eufemia venisse coinvolta in momenti storici critici per il passaggio continuo di eserciti che andarono via via infittendo dal sec. XIII in poi nelle guerre fra i comuni di Verona e di Brescia e poi tra la Repubblica Veneta e il Ducato di Milano. Nel 1218, in particolare, vi avrebbe soggiornato Ezzelino da Romano. Nel frattempo l'interesse di grandi famiglie nobili (Ugoni, Confalonieri, Poncarali) e di famiglie della nuova borghesia manifatturiere (i Ganassoni, i Mazzola, i Vergine, ecc.) ridussero i beni del Monastero frenati soltanto ma non arrestati da interventi pontifici quali quelli di Gregorio IX del 1236 e di Innocenzo IV del 1251 mettendo in crisi il prestigio del monastero che con arbitrato del vescovo Berardo Maggi del 25 febbraio 1275 perse inoltre il vassallaggio su Rezzato. L'equiparazione nel 1309 della dignità dell'abate con quella dell'abate di S. Faustino non mette al riparo il monastero da nuove crisi, indotte anche da avvenimenti di più ampia portata, quali l'assedio nel 1311 a Brescia di Arrigo VII durante il quale combattimenti e saccheggi colpiscono il monastero e la zona. Tali fatti spinsero l'abate Inverardo Confalonieri, che pur si nominava anche conte di S. Eufemia e di Rezzato, ad acquistare nel 1231 per maggiore sicurezza la casa degli Umiliati dei S.S. Simone e Giuda nei pressi di porta Torlonga in città acquisita poi definitivamente nel 1381. Oramai il monastero è in piena decadenza, tanto che il vescovo Bernardo Tricarico si sente in dovere di minacciare di scomunica l'abate per vendite ingiustificate e arbitrarie lamentando per di più che l'abate stesso e i sei monaci del monastero non osservino le regole e non portino nemmeno il saio. I documenti riguardanti il monastero riguardano ormai solo affari economici e specialmente l'utilizzo delle acque della Seriola e del Naviglio.


Per le bocche di questi corsi d'acqua nel 1416 si ripetono contenziosi tra autorità, popolazione e monaci. Gli abati diventano commendatari mentre i provveditori veneti intervengono a reprimere scandali più o meno gravi. L'abate Gabriele Avogadro è, ad esempio, aperto sostenitore del pronipote Corradino Caprioli che dal 1437 al 1451 dilapida il monastero di Rodengo definitivamente della casa degli Umiliati. E ciò fino a quando il 30 maggio 1444 Eugenio IV autorizza la costruzione di un nuovo monastero "intra moenia", mentre una bolla di Callisto III del 2 febbraio 1457 autorizza l'unione di S. Eufemia alla Congregazione Cassinese a S. Giustina di Padova, portando ad essa un patrimonio ancora imponente.


Infatti, dagli Annuali redatti dall'ab. Pietro Faita verso la metà del '700 risulta che nei sec. XV e XVI il monastero conservava rapporti di proprietà e diritti con il Comune di Brescia, con la "terra" di S. Eufemia extra, con Bogliaco, Buffalora, Caionvico, Calcinato, Castenedolo, Cigole, Cogozzo V.T., Flero, Folzano, Gardone Riviera, Gazzane, Gerola, Maderno, Mazzano, Nave, Nuvolento, Offlaga, Paderno, Passirano, Polaveno, Portese, Puegnago, Rezzato, Roncadelle, Rovato, Salò, San Felice, San Zeno, Toscolano, Virle, Volciano, ecc.


La fine del monastero di S. Eufemia avviene nel 1438, durante l'assedio a Brescia, quando la borgata S. Eufemia costituisce una testa di ponte nell'assedio posto dal Piccinino alla città. Egli, dopo aver reso inutile il tentativo delle autorità venete di presidiare, attraverso contadini che si erano rifugiati in città, il Naviglio, vi si trincerava cercando di stringere la città in un forte blocco così da prenderla per fame. Nella ripresa delle ostilità, nel luglio 1439 la borgata veniva occupata dai cittadini bresciani, per essere ripresa poi dai viscontei. Nell'aprile 1440 erano due donne a turno ogni giorno a far da vedetta nei pressi di S. Eufemia, per dare tempestivo allarme dell'arrivo delle truppe nemiche. Orfana del monastero la borgata dì S. Eufemia va costituendosi una sua fisionomia amministrativa ed ecclesiastica raccolta intorno alla chiesa parrocchiale mentre il monastero di S. Eufemia della Fonte diventa una grossa fattoria intorno alla quale la parrocchia e il comune si sviluppano ormai autonomamente.


Nella campagna militare del 1440 in luglio, S. Eufemia veniva di nuovo raggiunta dalle truppe milanesi. La vicinanza alla città mette il borgo, non più nemmeno protetto dal monastero, in balia di eserciti. È, per fare un solo esempio, a S. Eufemia della Fonte che il 16 febbraio 1512 Gastone di Foix concentra le sue truppe e, saccheggiate e incendiate le case, prepara il terribile "sacco di Brescia" del 19 seguente.


Nel giugno la borgata è ancora al centro di uno scontro fra gli eserciti veneto e francese. Il 19 novembre 1515 gli spagnoli comandati dall'Icardo e i fuorusciti bresciani ingaggiano a S. Eufemia uno scontro con i francesi nel quale si segnalò principalmente Annibale Lana. È ancora a S. Eufemia che il 5 dicembre 1515 si tiene sotto la presidenza del conte Vittore Martinengo il Consiglio provvisorio dei cittadini in esilio che non riesce però ad evitare, pochi giorni dopo, per la permanenza delle truppe venete di G.G. Trivulzio, scontri, saccheggi e incendi con le truppe nemiche tanto che, a distanza di decenni, in un atto del 29 gennaio 1552 si attesta che il monastero della terra di S. Eufemia "extra" è stato distrutto a beneficio del Serenissimo Dominio veneto.


Dopo decenni di tranquillità nel 1577 scoppia la peste detta di S. Carlo che imperversa nei mesi estivi per cessare in autunno avanzato, mietendo 27 vittime. Ma ancora una volta la vita del borgo riprende intensa tanto che nel 1590 si verificano 63 nascite. Nel giugno 1610 un violento nubifragio si abbatté su S. Eufemia, rovinando, come riferiscono i Bianchi nei Diari, moltissime case e terreni. Idilliaca o quasi è la descrizione di S. Eufemia che ne fa nel 1610 Giovanni da Lezze nel suo Catastico. Egli arriva a scrivere come «le persone vivono longamente in quella terra et fino 100 et più anni per essere l'aria salutifera». Vi registra la presenza di nobili bresciani quali i Martinengo, i Cesedi, i Fusari, i Parabeati, mentre tra i contadini "principali" sono elencati i Veronesi, i Geremia, i Mattanza «et altri, che per la maggior parte sono lavoranti di campagna, essendovi anco alcuni mercanti di ferrarezze et da biave". «Il Comune era governato da due sindaci e da un consule et questi governano la terra et sono ballotati dalla vicinia, ed il Massaro scode et paga, né altri che il massaro hanno salario. Il Massaro a me fa l'effetto dell'Esattore, il Console ed i Sindaci mi fanno quello della Giunta, con questo di differente che nella nomina non ci entrava il Governo, che oggi si è riservata la nomina del Sindaco. I redditi del Comune non erano grande cosa. Si limitavano a 500 lire che si ricavavano da un prestino, da un'osteria e da alcuni boschi». I padri benedettini avevano, scrive sempre il da Lezze, «un bellissimo giardino circondato da muraglia, dal quale cavano perfettissimi frutti e di buona vernazza, senza contare due molini con le sue botteghe e bellissimi casamenti con peschiera ai piedi del monte (Maddalena)». Aggiunge inoltre che gli "illustrissimi signori" Antonio e Teofilo Martinengo vi hanno «molti luochi da piaceri et deliciosi» e, anch'essi, una peschiera. Pochi anni dopo queste testimonianze tornano momenti difficili anzi terribili. Il continuo passaggio di Lanzichenecchi nel 1628 e 1629 porta la peste che specie nel 1630 diventa distruggitrice mietendo in 12 mesi 92 vittime, un numero tale da non trovare posto nel cimitero e da costringere le autorità a seppellire i morti nel campo del "filio Forlano" ai limiti orientali del paese. Un episodio indica l'esasperazione della popolazione. Il 2 giugno 1630 alla notizia del sopraggiungere di truppe venete che una voce voleva che nel Veronese avessero emulato le imprese dei Lanzichenecchi gli abitanti, saliti sui tetti gli uomini, alle finestre le donne, con sassi tentarono di opporsi al loro passaggio, obbligando la autorità pubblica ad intervenire.


Scomparsa la peste la vita del borgo rifiorì. Nel giro di 18 anni la popolazione aumentò di circa trecento abitanti. Nel 1673 grazie ad un legato lasciato, con testamento del mercante Giacinto Moneghini/o, alla confraternita del S.S. Sacramento si viene formando un monte frumentario o monte di pietà a "servitio dei poveri della terra et territorio". Scomparsa la peste la vita riprende poi tranquilla, grazie anche allo sviluppo oltre che agricolo, commerciale per merito della strada percorsa in continuità e al Naviglio che alimenta le rogge e fa muovere le ruote dei mulini e delle "raseghe" ed ha, a S. Eufemia, il terminale del trasporto di merci attraverso barconi e del legname fluitante che viene dalla Valsabbia. S. Eufemia diventa inoltre uno dei punti di partenza del servizio di scorta dei corrieri per Venezia e del servizio postale. Il borgo conosce nuovi momenti difficili nel 1701-1705 per la guerra di successione spagnola. Specie nel settembre 1701 e febbraio 1702 vengono denunciate violenze e ladrocini delle truppe tedesche. Ma si tratta di episodi momentanei. La fine del secolo vede un continuo passaggio di truppe napoleoniche e poi austro-russe mentre la Rivoluzione Giacobina del marzo 1797 viene avvertita particolarmente per lo scontro fra le truppe della stessa e quelle controrivoluzionarie provenienti dalla Riviera del Garda e dalla Valsabbia. Ma più a fondo colpisce l'incameramento, il 2 novembre 1797, delle proprietà del Monastero e di S. Giacomo, che passano all'Ospedale Maggiore. Certo un avvenimento difficile da dimenticare è l'arrivo il 7 aprile 1801 dei deportati in Ungheria da parte degli austro-russi. Dura pochi anni la soppressione dell'autonomia comunale avvenuta nel 1810 e restituita il 1° maggio 1816. Il dominio austriaco non fu nefasto quanto lo si è voluto dipingere. Già nel 1816 vengono infatti organizzate scuole comunali in paese e a S. Polo. Vengono inoltre costruite strade, nel 1838 adottata l'illuminazione a gas. Vengono inoltre istituite le condotte mediche, imposta l'obbligatorietà delle vaccinazioni e la salvaguardia delle acque di superficie e di falde. In sviluppo anche l'assistenza ai poveri con la costituzione il 4 maggio 1846 della Congregazione di carità diventata ente morale nel 1858. Il progresso è indicato del resto anche dall'aumento di popolazione che passa da 1536 abitanti nel 1816 a 2069 nel 1860. Non mancano d'altro canto gravi e improvvise calamità come quella del colera del 1836 e del 1855 che miete un centinaio di vittime, i gravissimi allagamenti provocati da alluvioni accadute in Val Carobbio e dalla tracimazione del Naviglio.


Tali avvenimenti si ripetono di frequente: l'11 giugno 1863 e più tardi, il 10 novembre 1880 e compiono ingenti danni. La borgata è nel 1848 fra le prime del Bresciano ad avvertire i segni della nuova Rivoluzione. Nel marzo infatti il maresciallo Radetzky vi confinò, nel timore che fraternizzassero con gli insorti, i reparti dei granatieri italiani arruolati nell'esercito austriaco. Partiti al seguito del vicerè per Verona i contadini di S. Eufemia partecipavano a Rezzato alla cattura di un convoglio di munizioni dell'esercito austriaco. Più esaltanti e gravi assieme furono gli avvenimenti che accompagnarono le Dieci Giornate di Brescia dell'anno seguente. Nel 1849 Tito Speri con i suoi uomini aggrediva un convoglio di austriaci e disarmava decine di uomini armati. Al sopraggiungere il 26 marzo di mille austriaci al comando del gen. Nugent vennero bloccati per ore dagli insorti bresciani al comando di don Boifava e di Tito Speri che si ritirarono poi alla porta di Torrelunga. Il 28 marzo attirati da un'abile mossa del gen. Nugent, giunsero fino a S. Eufemia, dove gli insorti furono presi da due fuochi, ingaggiando uno scontro vivacissimo nel quale i bresciani perdettero tra morti, feriti e prigionieri circa 100 uomini mentre gli austriaci ne perdettero il doppio.


Lo Speri si salvò gettando svanziche agli inseguitori. A ricordo di alcuni caduti l'8 aprile 1877 venne posta la seguente epigrafe: «IL MUNICIPIO / SCRIVE IN MARMO I NOMI GLORIOSI / DI ANTONIO CORSETTI - NULLO CESARE / LOVATINI TEMISTOCLE - BISEO PIETRO / MONEGHINI PIETRO - MARTINELLI LUIGI / PONTOLTI GIUSEPPE - TAGLIANI PIETRO / CHE PRIMI QUI PRESSO / NEL XXVIII MARZO MDCCCXLIX / DONARONO ALLA PATRIA LA VITA / PERCHÈ DURI NEI POSTERI LA LORO MEMORIA / E LA RICONOSCENZA ALLO SMISURATO VALORE / E MAGNANIMO SACRIFIZIO / S. EUFEMIA VIII APRILE MDCCCLXXVII».


Nei giorni seguenti S. Eufemia divenne come per il passato un caposaldo per la riconquista da parte degli austriaci della città, occupata come fu dal 29 marzo da crescenti truppe provenienti da Verona e registrando il 31 marzo il passaggio dello stesso gen. Haynau. Questi episodi delle Dieci giornate verranno, dopo l'Unità d'Italia, a lungo solennizzate a S. Eufemia con una festa commemorativa e discorsi dei massimi esponenti della politica bresciana (on. Zanardelli, on. Da Como) oltre che di altre personalità, con gare di tiro, ciclistiche, ecc. Il 14 giugno 1859 S. Eufemia rivedeva vittoriosi il gen. Garibaldi con i suoi volontari che vi pernottò dormendo su un banco di lavoro nella casa del falegname Noventa come ricorda una lapide posta il 20 settembre 1899 su casa Speziali, nella quale si legge: «Giuseppe Garibaldi - dopo le vittorie di Varese e San Fermo - da Brescia proseguendo la sua marcia gloriosa - riposava - al piano terreno di questa casa - su nudo banco di falegname - la notte dal 14 al 15 giugno - 1859 - precedente l'alba - dell'eroico scontro a Virle Treponti. 20 settembre 1899» (singolare la vicenda del bancone-letto che donato poi al Museo del Risorgimento, e secondo altri custodito fino al 1921 nel circolo Mazzini di Brescia, scomparve. Più tardi alcuni imbroglioni cercarono di contraffarlo venendo però scoperti). Comandato il mattino del 15 giugno da un dispaccio del re di avanzare su Lonato per unirsi alle truppe del Sambuy il generale lasciò S. Eufemia. Mentre le sue truppe si scontravano duramente a Treponti egli ricevette dal re l'ordine di ritirarsi a S. Eufemia. Nel 1862 (Regio Decreto 7 settembre) il Consiglio comunale (era sindaco Vincenzo Bontempi) deliberava di aggiungere la denominazione "della Fonte" al nome del paese, per distinguerlo da altri nove esistenti in Italia. Passaggi continui di truppe si verificarono nel 1866; ma di rilievo è il fatto che dopo la sconfitta di Custoza, Garibaldi individuò S. Eufemia come ultima difesa di Brescia facendo edificare sulla collina sovrastante l'abitato un piccolo forte, sui ruderi del quale il 28 luglio 1907 venne posta una lapide con l'epigrafe «QUI / NEL 1866 / DOPO LA FATAL GIORNATA DI CUSTOZA / PER PROTEGGERE L'EROICA BRESCIA / FU COSTRUITO IL FORTE / CHE / DI GIUSEPPE GARIBALDI / PRESE IL NOME GLORIOSO / MUNICIPIO E CITTADINI VOLLERO / NEL CENTENARIO DELLA NASCITA DEL GRANDE / QUESTO RICORDO / S. EUFEMIA, LUGLIO 1907».


I primi decenni dell'Unità d'Italia non furono esaltanti. Pochissimi i votanti nelle elezioni politiche del 25 marzo 1860 e scarsa la partecipazione alla vita politica e amministrativa mentre dovevano essere affrontati con urgenza i gravi problemi imposti da una dilagante povertà solo in parte arginata attraverso la Congregazione di carità e alcune iniziative come la "Locanda sanitaria" fondata nel 1901 e i bagni per i pellagrosi, attuate dal dott. Arnaldo Maraglio. Di particolare utilità l'apertura nel 1863 della Farmacia Romelli poi dal 1873 Pasini. Il 9 agosto 1875 il Consiglio Provinciale bocciava la proposta di aggregazione del comune di Caionvico a quello di S. Eufemia. Il 18 settembre 1887 veniva messo in attività il tram a cavalli da Brescia. Un crescente risveglio sociale e culturale si verifica negli anni '80 quando nasce (nel 1884) la Società di Tiro a segno locale con poligono in Val Carobbio e i cui soci mieterono buoni successi specialmente da parte di Candido Rapuzzi, Faustino Capretti, ecc. Attiva è presto l'associazione "Vis et Patria" che promuove tra l'altro uno dei primi club ciclistici che nel luglio 1902 è presente in corse importanti come la Milano-Riva e che il 28 luglio 1907 inaugurerà il proprio labaro. La solidarietà fra le forze sociali crea nel 1884 la Società di Mutuo Soccorso che nel giro di vent'anni raccoglierà 140 soci ma che incontrerà gravi difficoltà nel 1908-1909. Nel 1886 l'Amministrazione comunale incominciò a pensare ad un asilo di infanzia, che aprì i suoi battenti il 2 gennaio 1888 con 85 bambini. Ristrutturato nel 1888-1890 il fabbricato su progetto dell'arch. Arcioni, l'asilo ebbe il primo statuto e il regolamento interno nel 1890, la costituzione in ente morale nel 1893. Lo stesso sarà avvantaggiato nel 1924 dal lascito di Giovanni Sega al quale verrà intitolato, e verrà sistemato in un nuovo fabbricato nel 1937-38. Fra i problemi più seguiti vi furono quelli dell'istruzione scolastica presente al centro attraverso sei classi, collocate in locali della fabbrica e a S. Polo. Più tardi si aggiunsero una scuola serale e una scuola di disegno. La pressione su S. Eufemia di popolazioni di Caionvico e dell'ex comune di S. Alessandro, soppresso nel 1880, indussero agli inizi degli anni '80 alla costruzione di un nuovo edificio scolastico. Nel 1900 veniva installata una classe promiscua a Buffalora che contò subito ben 88 alunni. Nel 1913 le classi salivano nel comune a nove (sette al centro e due sulle frazioni).Il palazzo ex Ganassoni/Noventa/Martinengo, ora centro diurno anziani "Don Franco Benedini" di via Indipendenza 29, acquistato per accogliere in un unico edificio le classi elementari del paese, per esigenze economiche divenne l'ultima sede Municipale di S.Eufemia.


Agli inizi del '900 per iniziativa del prof. Staglieno Zaccarelli veniva istituita una scuola professionale di disegno tecnico cui si affiancarono corsi di ornato e di disegno libero. Fortuna di S. Eufemia fu la presenza di ottimi insegnanti come il maestro Giacomo Ontini, le maestre Angela Arici (medaglia d'argento dell'Ateneo di Brescia nel 1862), Matilde Prati, la maestra d'asilo Emilia Bazoli e ultimo nel tempo ma di indelebile memoria il prof. Vittorino Chizzolini.


L'evolversi della vita amministrativa venne per decenni dominato da liberali prima e moderati poi, zanardelliani e particolarmente da Ugo Da Como mentre sul piano locale conta particolarmente il dott. Arnaldo Maraglio. Agli inizi del '900 tuttavia si affacciano sulla soglia della politica socialisti e cattolici, più attenti alle istanze sociali di una borgata in via di industrializzazione. L'Unione Cattolica del lavoro porta alla ribalta per la prima volta il 7 ottobre 1902 le filatrici della ditta Pirovano. Favorisce lo sviluppo, agli inizi del secolo, la rete elettrica realizzata dalla ditta Porta e C. che nel 1905 raggiunge anche S. Polo e il tram a vapore Brescia-Gargnano e Brescia-Vestone mentre alle Bettole viene aperto uno scalo della Brescia-Mantova-Ostiglia. Si registrano anche più diffusi interessi culturali nuovi con un'attiva Società Filodrammatica che nel febbraio 1907 inaugura un proprio teatro. L'assistenza ai poveri registra dal 1908 il "Natale del povero" con l'ausilio della cucina economica, voluta dal benefattore Luigi Chiappa nel 1888. La I guerra mondiale vede una mobilitazione anche nell'assistenza alle famiglie dei richiamati e a quelle particolarmente povere. A ricordo dei caduti verranno inaugurati il 6 luglio 1924 il Monumento ai Caduti, opera dello scultore Emilio Magoni su progetto dell'arch. Angelo Albertini, e il Parco della Rimembranza (ora don Orazio Bresciani). Lo schieramento politico vede nel dopoguerra in prima fila socialisti e cattolici. Questi ultimi nell'aprile 1919 si organizzano nel P.P.I. Nel campo sindacale le più attive sono le filatrici che nel 1919 e 1920 organizzano insistenti agitazioni sindacali mentre il grave problema delle abitazioni viene affrontato, il 13 maggio 1921, con l'istituzione di una sezione della Federazione nazionale inquilini. Il clima politico va cambiando dal 1922 quando fa la sua comparsa il fascismo che ingaggia subito una serrata lotta, specie con i socialisti. Più o meno accesi scontri con bastonate, olio di ricino e anche colpi di rivoltella per fortuna andati a vuoto si verificano nel settembre e dicembre 1922. I tristi fatti si rinnovano il 6 gennaio 1923. Il 13 di tale mese una squadra d'azione fascista invade la casa di tale Luigi Saiani per impadronirsi del busto di Carlo Marx. Il 1° novembre 1923 una ventina di fascisti occupa il Circolo socialista. Intanto alle esigenze igieniche si provvede con l'acquedotto il cui progetto viene presentato dall'ing. Gino Rizzoli di Gallarate, mentre viene affrontato il problema delle fognature, su progetto del geom. Rossetti, dell'imbrigliatura del torrente Carrobbio, con più progetti attuati nella seconda metà dell'800 e primi 900, che saranno però insufficienti a fermare nuove alluvioni come quella grave del 1936; e ampliati nel 2022/23.


Un nuovo clima segnala nel 1923 la consegna della bandiera della scuola e la consegna del Crocifisso. Il 19 ottobre 1924 vengono benedetti il Cimitero ampliato e la cappella eretta dal Comune. Continua ad avere importanza il Poligono dove nel 1922-1923 si prova la Mitragliatrice Brixia. Per l'assistenza ai più poveri si pensa ad un Ricovero per anziani, mentre progredisce anche l'associazionismo da quello combattentistico (che vede nascere la Sezione combattenti, della quale viene benedetta la bandiera nel luglio 1924) a quello sportivo nel quale predomina l'Unione Sportiva, figliazione del "Club Vis et Patria" e fondata sotto la presidenza del dott. Lucio Callegari nel marzo 1924. Nel 1928 il Comune, che ha un'estensione di kmq. 10,29 e 1.092,15 ettari, viene fagocitato dal Comune di Brescia la cui amministrazione provvede presto a miglioramenti di rilievo come l'allargamento e la sistemazione nel 1930 del tronco stradale Brescia-S. Eufemia, la deviazione nel 1934 della statale n. 11 in corrispondenza dell'abitato con la costruzione a S dello stesso di una nuova strada lunga 1300 m., l'elettrificazione del tram che verrà sostituito nel 1952 dalla filovia. L'accorpamento al Comune di Brescia rese necessaria una nuova toponomastica stradale (in sintesi) come da delibera 31 gennaio 1931: via Case e via XX Settembre in via Lucio Fiorentini; via Giuseppe Mazzini in via Giuseppe Saleri; Via Umberto I in via Indipendenza; via Rampino in via Mario Alberti; via Razzica in via Vittorio Arici; via dei Ronchi in via Parrocchia; via Solferino in via Agostino Chiappa (con un errore clamoroso perchè il sig. Chiappa che ha lasciato tutti i suoi beni per i poveri del paese non fu Agostino ma lo zio Luigi); via Tito Speri in via Pila; via Giuseppe Zanardelli in via Cesare Guerini; Via Belguardo in via Cesare Noventa; via Brescia e via Castenedolo in via Mantova. Nel 1932 vengono, con demolizioni di case a E dell'abitato, risanate le fonti che tuttavia si esauriranno nel 1963. Nel 1938 viene costruito per larga elargizione di Giovanni Sega e su progetto dell'ing. Giuseppe Cacciatore il nuovo asilo. Nello stesso anno viene sistemata e bitumata la vecchia traversa della frazione. Gli anni Trenta vedono il completamento di opere pubbliche, l'arrivo del gas nelle case e nelle industrie, ed il prolungamento del tram cittadino della linea n. 7 fino alla fine del paese, nell'attuale piazzetta Garibaldi.


Lavori di regimentazione delle acque sono invece ancora frustrati e tali lavori non eseguiti danno luogo ad esondazioni del Naviglio e ad alluvioni fra le quali, particolarmente pesanti, quelle del maggio 1930 e dell'agosto 1934. Fra gli avvenimenti che accompagnarono la seconda guerra mondiale suscitò viva impressione la caduta il 17 agosto 1943 sulle prime pendici della Maddalena di una fortezza volante (B17 dell'VIII USAAF) di ritorno da un bombardamento sulla Germania senza tuttavia che vi fossero vittime.


I giorni della liberazione vedono in viale Bornata all'imbocco dell'abitato di S. Eufemia un sanguinoso scontro avvenuto dalle ore 2 alle 4 del 27 aprile, tra una autocolonna di soldati tedeschi e due carri armati americani che probabilmente per un errore provocato dal buio hanno già sparato su un gruppo di patrioti di S. Eufemia uccidendo otto persone (Zintu Giulia a.16; Zilioli Giuseppe a.55; Mainetti Tomaso a.57; Biasibetti Angelo a.26; Bonassi (Maria); Febbrari Italo a.23; Gnocchi Attilio a. 28; Ghisma Giuseppe a. 49). Nello scontro cadono una quarantina di tedeschi e due americani. Mentre gli americani vengono raccolti dai loro commilitoni, i tedeschi lo sono da un gruppo di giovani diretti da Giuseppe Rapuzzi che darà loro degna sepoltura. Le giornate della Liberazione vedono protagonista Tito (Luigi Guitti) e finiscono in una inumana carneficina. Il 10 maggio 1945, infatti, alcuni componenti della 122ª Brigata Garibaldi fucilano 33 persone tra ufficiali della X Mas, funzionari della RSI e civili prelevati a Lumezzane, seppellendone i corpi al Ghiacciarolo di Botticino. Particolarmente intensa è la lotta politica negli anni seguenti, specie fra socialcomunisti e democristiani sostenuti, questi, da un attivo circolo ACLI che tra le sue attività vanta tra l'altro anche un Gruppo escursionistico di notevole prestigio. Più contenuto lo sviluppo edilizio.


Negli anni '50- '60 vengono avviati nella zona a N della borgata nuovi insediamenti continuati con i Villaggi Marcolini e Carloni ma tale espansione si fermò agli inizi degli anni '70, mentre le attività produttive, fatta eccezione della cava e fabbrica di calce viva S. Orsola, rimangono sul viale S. Eufemia. Nel 1974 veniva avviata la costruzione della strada detta del Carso di S. Eufemia che raggiunse via Triinale. Dal 1970 (ed ufficialmente costituito nel 1977) opera attivamente per particolare iniziativa di Rolando Bennati, che ne fu anche il primo presidente, il gruppo antincendio "Val Carobbio" il quale, oltre che a spegnere numerosi incendi specie sulle pendici del monte Maddalena, allargò sempre più la sua attività alla protezione civile, alla pulizia dei torrenti. Ad esso si è aggiunto il gruppo "Sella" di Caionvico. Tra gli altri gruppi si distinguono quello degli alpini che dal 1966 con il gruppo escursionisti delle ACLI organizza la Settimana della montagna. Lo sport ha espresso nel 1976 una attiva Associazione sportiva calcio presente nel campionato provinciale di Terza Categoria. Nel 1995 è stata realizzata per gli scalatori una palestra d'arrampicata artificiale (v. Roc Palace). Non mancano episodi di attiva partecipazione alla vita civile come dimostra il referendum del 27 giugno 1977 che respinge a grande maggioranza (789 contro 38) la municipalizzazione della scuola materna. Danni ingenti per miliardi di lire provocò il 6 agosto 1982 tra le ore 6 e le 7 un'alluvione. Una nuova minaccia di allagamento incomberà nel giugno 1993. Nell'aprile 1983 viene inaugurata in via Indipendenza la sede dell'Associazione ex Combattenti. Nello stesso anno nasce il Gruppo Scout. Molte discussioni e manifestazioni sono state spese circa il recupero del complesso dell'antico monastero (ostello della gioventù, spazi per convegni, centro culturale, fino alla malaugurata destinazione a Museo della Mille Miglia). Le vecchie scuole sono state invece destinate nel 1998 a centro diurno per anziani. Nel cimitero di S. Eufemia è prevista la realizzazione di un forno crematorio da parte del Comune di Brescia.


A S. Eufemia nacquero i due fratelli noti incisori Faustino (+ 1847) e Pietro (+ 1849) Anderloni. Secondo il Faino a S. Eufemia vi avrebbero abitato i SS. Faustino e Giovita ai quali egli dà il cognome Prignacchi quando i cognomi non esistevano per niente.




L'ECONOMIA fu per lunghi secoli eminentemente agricola, specialmente indirizzata alla produzione dei cereali e ad una parziale coltivazione della vite arricchitasi poi con l'allevamento del baco da seta. Frutta e verdura sono stati, da secoli, i prodotti locali. Il Da Lezze nel Catastico del 1610 registrava anche che vi si cavava "quantità di olive" e "monti" delle legne, del fiume "et anco in alcuni luochi di buon vino". Lo stesso segnalava la presenza di due mulini di due ruote l'uno «con le sue rasseghe» di proprietà del Monastero e due altri mulini "da quali si cava buona entrata... posti sopra l'acqua del Naviglio...". Scavi di pietre, appendice delle grandi cave di Botticino, non mancarono nei secoli più lontani. Nel sec. XV si registrano esportazioni nel Bergamasco e altrove. Caratteristica a S. Eufemia e ad altri paesi (Botticino, Paitone, ecc.) fu da lungo tempo la produzione della spolverina o polvere ricavata da cave di dolomia che veniva comunemente utilizzata per pulire utensili da cucina. Mai sfruttate invece per fare colori le argille che riempiono le fessure delle dolomie liassiche. Folta la presenza di lavandai e lavandaie a servizio di moltissime abitazioni della città. Per alleviare il loro lavoro ma anche per non creare nuove difficoltà economiche nel dicembre 1885 in casa Guillaume veniva impiantata dall'ing. Enrico Pandiani una delle prime lavanderie a vapore della ditta Davey Paxman e Comp. di Colchester (Inghilterra). Nel tempo l'abbondanza delle acque favorì un sempre crescente sviluppo di realtà produttive. Agli inizi dell'800 esisteva verso Rezzato una rinomata fonderia di cannoni, mentre via via vennero avviate una cereria e seghe idrauliche per la lavorazione del legno. La prima fabbrica di notevoli dimensioni fu il Cotonificio Ercole e Giuseppe Lualdi, fondato nel 1857 cui si aggiunsero in pochi anni un opificio per la lavorazione della seta e un altro per la fabbrica dell'amido. Attivo il Mulino Frick che nel 1900 passava a Hefti e Benigher che lo tennero fino al 1923. Nel 1862 nasceva il Pastificio Cesare Rapuzzi uno dei più importanti nel Bresciano.


Come sottolinea Piercarlo Morandi, un vero salto di qualità l'economia del paese lo compie avvicinandosi il nuovo secolo. Nel 1882, per iniziativa dell'industriale monzese Brambilla, si installa in via Reale un importante setificio che contò fino a 82 operaie (gestito alla sua morte dalla vedova Virginia Pirovano). Nel 1892 si installò il grosso cotonificio di Giulio Schiannini con 400 addetti. Attiva la filanda Kramer Enrico e C. con 60 bacinelle. Reperto di archeologia industriale un soffocatoio per bozzoli. Tra le altre varie attività da tempo funzionava una fabbrica di liquori e specialmente di anesone.


Da sempre presente l'attività commerciale ebbe un'impennata nell'80 registrando un continuo sviluppo. Da un censimento del 1913 risultavano presenti: 7 falegnami, 7 commercianti di legna al minuto, 11 verdurai, 5 spacci di vino e liquori, ben 29 osterie in riva al Naviglio, alle quali se ne aggiungevano 7 a Buffalora e 7 a San Polo. Di birrerie ce n'era una sola e inoltre 4 mercerie, 3 telerie, 5 merciai ambulanti, ecc. Il commercio del latte contava ben 16 ambulanti, che ogni mattina sciamavano dalle cascine fino a Brescia a portare il prodotto "sciolto". In sviluppo anche l'artigianato: lungo corso Umberto (ora Indipendenza) e nelle vie confluenti come registra Morandi, erano allineate ben 63 attività «fra gli opifici e le attività industriali rilevate nel censimento, accanto ai già citati vi erano una fabbrica di liquori, una di cera, una fornace di mattoni in via Umberto I, una piccola fabbrica di sapone a San Polo, una cartiera in località Case, alcune cave di ghiaia, una di pietra e alcuni mulini ad una ruota (palmento) a Chiodarolo. Lungo il Naviglio, in paese v'erano due seghe idrauliche per la lavorazione del legname, più un mulino con quattro palmenti. Nel territorio vi erano altresì tre mulini da grano con due palmenti».


A Sant'Eufemia della Fonte vi era già il calzaturificio artigianale Peroni che lavorava per l'esercito. Nel 1915 se ne aggiunse un altro, cioè il calzaturificio Brixia fondato da Angelo Alberti e presto in prima linea nella produzione di calzature sportive. Intensa l'industrializzazione della zona negli ultimi decenni con imprese come la OMAP, la G.O.G. (1977) ecc. Tra le ultime iniziative fu nel 1991 l'avvio tra il cimitero di S. Eufemia e quello di S. Francesco di Paola, su iniziativa del Consorzio S. Eufemia, presieduto da Augusto Corsini, di un nuovo polo artigianale estendentesi su 20 mila mq. Per lunghi decenni unica banca del quartiere fu la filiale del CAB, inaugurata in via Indipendenza nel 1930, e ricostruita a poca distanza nel 1981.


ECCLESIASTICAMENTE è certo che il territorio appartenne alla pieve della Cattedrale (tanto che ancora nel sec. XVI riceveva gli oli santi dalla Cattedrale) e ciò fino a quando venne fondato il monastero che amministrò anche pastoralmente il territorio. La più antica notizia avverte che dall'abate Giovanni (1090-1106) venne eretta "in una torre (probabilmente un terrapieno) contigua al monastero) la chiesa a S. Maria ad Elisabetta che divenne la parrocchiale. Una notizia avverte: «Anno 1175. Atti della causa tra il Monastero di Santa Eufemia e la cattedrale di Brescia, circa la giurisdizione sulla chiesa di Santa Maria ad Elisabetta cappella dei Monaci, posta nella terra di Santa Eufemia; dai quali risulta che la predetta chiesa è stata fondata, fabbricata e dotata dagli Abati del Monastero, con nomine e destinazioni, a beneplacito, di presbiteri e chierici, per l'esercizio delle funzioni parrocchiali, e che i cappellani ivi nominati mai hanno avuto alcuna dipendenza dai canonici della cattedrale di Brescia, se non quella per l'esazione delle decime». Nel 1300 un benedettino donava una reliquia della S. Croce che continua ancor oggi ad essere al centro della più viva devozione. Specie dal sec. XV si moltiplicano i legati e le cappellanie. Il 22 giugno 1462 veniva sancita l'unione fra il monastero di S. Eufemia e la nuova parrocchia di S. Maria ad Elisabetta. Nel 1508 è già costituita la Scuola del SS. Sacramento che meriterà lodi nelle visite pastorali. Essa verrà favorita di lasciti e avrà il privilegio di custodire la preziosa reliquia della S. Croce. Oltre alla Confraternita del S. Rosario vi esistette la Confraternita di S. Rocco. Come ricorda un documento: «La chiesa fu unita con tutti li suoi beni al Monistero, l'anno 1544 con Bolla Pontificia, e con Ducale di possesso l'anno 1554: prima dell'unione essercitavasi in quella la Cura da un Prete investito dal Monistero, a risserva di pochi anni prima dell'unione, che era Monaco, e si facevano le visite pieno iure dagli Abati» per cui gli abati mettevano a guida della parrocchia o preti o monaci "amovibili ad nutum" supplendo ad ogni spesa del loro mantenimento. Luci e ombre rivela invece la vita parrocchiale verso la seconda metà del cinquecento. La visita del vescovo Bollani (28 maggio 1566) registra in pieno disfacimento la chiesa del Monastero dedicata a S. Paterio ridotta a cantina e a magazzino e della quale il vescovo chiede conto al curato convocandolo immediatamente in curia. Ma la chiesa parrocchiale che è già consacrata era in buono stato e anche ben tenuta compresa la cappellania di S. Caterina e la "schola" del Corpus Domini. Presenti i sacerdoti in cura d'anime. Non del tutto lodevoli le condizioni morali per la presenza di concubini e inconfessi. Il visitatore a nome di S. Carlo B. nel 1580 ordina la costruzione di una cappella per ospitare il fonte battesimale, l'assunzione dato il numero degli abitanti, di un coadiutore che deve essere mantenuto dalla cappellania di S. Caterina. Nel 1601 il vescovo Giorgi ordina lavori di consolidamento e ampliamento della chiesa, ribadisce la necessità di un coadiutore, l'urgenza della costruzione di una cappella-battistero e ingiunge che venga allungata la veste "per maggiore pudicizia" al S. Cristoforo dipinto all'esterno della parrocchia di forme tardo trecentesche. Negli anni che seguono viene edificata in centro al paese la chiesa di S. Giacinto, ed istituita la Confraternita del Rosario.


Il Da Lezze nel suo Catastico del 1610 rileva come: «La chiesa di S. Maria Helisabeth parochiale governata ed officiata dalli reverendi padri di S. Euffemia con bonissima entrada che cavano da 300 piò di terra (sono questi i primi riferimenti che disponiamo sulla situazione patrimoniale della parrocchia) in circa li quali hanno un bellissimo giardino circondato da una muraglia dal quale cavano perfettissimmi frutta e di buona vernazza». Durante il sec. XVII salvo i terribili tempi della peste cosiddetta manzoniana (1630) gli unici disguidi denunciati nella visita pastorale del 1648 sono che a S. Maria si celebrasse una sola messa grazie ai lasciti Della Porta e Zola mentre i suoi quattro coadiutori celebravano anche la domenica nelle dislocate chiese del territorio (5. Giacinto, Case, S. Polo). Salvo questa lamentela il vescovo non può non constatare un lodevole comportamento del clero, una corretta gestione delle Confraternite, salvo quella dei Disciplini che tendevano a consumare le elemosine in pranzi e altre cose. Una novità si profila nel 1658 quando opere compiute nella chiesa (fabbrica di volte e cappelle) con l'intervento dai parrocchiani continuato anche in seguito, si persuasero che la chiesa "fosse loro propria" e ciò fino al 1750 quando con "atti di lite e scritture" dovettero persuadersi del contrario. Salvo qualche rimarco (tra cui quello del vescovo Marino Giovanni Giorgi che in visita l'8 settembre 1673 sollecita interventi di restauro alle strutture della chiesa della parrocchia), i vescovi visitatori non possono, come mons. Bartolomeo Gradenigo, non constatare un soddisfacente stato della parrocchia e dei luoghi di culto, per cui non può che limitarsi ad una serie di prescrizioni riguardanti gli arredi, il decoro della parrocchiale e delle chiese sussidiarie. Nonostante la denuncia di una certa anarchia da parte di più di una decina di sacerdoti, che celebrano ovunque senza un coordinante personale, la vita religiosa si mantiene viva e sentita come dimostra l'episodio del 1684 che vede gli abitanti di S. Eufemia assieme a quelli di paesi circostanti in seguito a diverse disgrazie e infortuni ottenere il 24 marzo del citato anno uno speciale breve di Innocenzo III recante la remissione di ogni colpa, una benedizione particolare e l'indulgenza plenaria. Di rilievo la devozione alle reliquie per le quali nel 1673 viene ordinata una nicchia. La chiesa inoltre si arricchiva di nuovi legati. Tale vitalità è ancora rimarcata nei primi decenni del secolo dei lumi, il '700, come conferma il curato don Giuseppe Moreschi nella sua relazione stesa in occasione della visita pastorale del vescovo Morosini del 25 settembre 1724 nella quale la comunità viene presentata come una viva «oasi» di cristiana pietà, di fervore di fede testimoniato dai numerosi oratori pubblici e privati (ben 5), dall'attivismo spirituale e non delle confraternite, dall'assenza di inconfessi e di casi di eresia, malefici ed usurai. Sul piano morale la famiglia, secondo la descrizione del parroco, è la sacra custode dei valori cristiani, e naturalmente non vi sono "coniugi non cohabitanti" ed il numeroso clero (12 religiosi, 1 diacono, 1 chierico), "di buonissimi costumi", vigila sulla comunità, che è pure assidua alla dottrina cristiana, ma non altrettanto attenta ai bisogni della chiesa parrocchiale. Infatti (unico neo del perfetto ritratto), la comunità è sorda ai richiami del curato perché contribuisca alle spese per la sostituzione della campana rotta da un anno, (per la qual cosa, riferisce il Moreschi al vescovo, «perciò poco si distinguono li segni delle feste...»), e perché provveda alla sostituzione della coperta del battistero «tutta lacera e senza potersi chiudere, a benché habbia fatto le mie parti con la Comunità», come osserva amareggiato a chiusa della sua relazione.


Improvvisamente anche su S. Eufemia si abbatté la tempesta della rivoluzione bresciana del 1797 e dei tempi napoleonici. Il 2 novembre 1797 i beni del monastero venivano incamerati, come già s'è detto, e passati all'Ospedale maggiore di Brescia e i curati e poi parroci da esso stipendiati. Dal canto loro i rivoluzionari del luogo a nome del popolo alla morte, nell'aprile 1798, del curato don Angelo Bertanza, avvalendosi delle nuove leggi eleggono un ex carmelitano Alessandro Bennati il quale al sopraggiungere nel 1799 delle truppe austro russe rinuncia e viene sostituito dal vescovo con don Pedretti, ritornando però alla partenza degli austro-russi e provocando una spaccatura nella popolazione fra sostenitori suoi in maggior parte in buona fede credendolo legittimamente al suo posto, e avversari che lo vogliono via. Sospeso a divinis egli si arrende mentre il clima rimasto molto acceso consiglia il vescovo a nominare un terzo nella persona di don Giovanni Giacomini che reggerà la parrocchia fino alla morte avvenuta nel 1844. Avvenimenti del genere non scalfiscono di molto la religiosità della popolazione. Infatti quando il vescovo Nava visita l'11-13 maggio 1817 la parrocchia non può non constatare un rinnovato fervore religioso che si esprime nelle restaurate "antiche usanze", nella ricostituita confraternita del SS. Sacramento, nella solenne devozione alla S. Croce. Questa per voto fatto in tempo di colera, diventerà la più viva solennità nelle feste quinquennali che ancora oggi si celebrano.


In grave abbandono è invece la chiesa parrocchiale che venne poi restaurata. Pur nel pesante dissidio fra Chiesa e Stato anche dopo l'Unificazione la parrocchia vive una vita tranquilla e i parroci mantengono con le autorità comunali rapporti che il Morandi definisce "corretti" con le autorità civili e gli amministratori locali di orientamento liberale, anche se non riescono nel 1861 ad ottenere l'intervento dell'amministrazione dell'Ospedale che continua ad avere il giuspatronato nella costruzione di una nuova chiesa. Ma alla morte nel 1861 del parroco don Antonio Romano, la Curia resiste a che venga nominato parroco don Bortolo Deruschi, prete notoriamente liberale e sospeso dalle confessioni per la firma non ritirata all'indirizzo del Passaglia, provocando sassaiole contro la casa parrocchiale da parte di elementi anticlericali. Dopo tre anni di vacanza il 2 febbraio 1864 veniva eletto parroco don Bartolomeo Castellini (1864-1896). Venerato come un santo affrontò con coraggio le necessità pastorali del paese. Non riuscì a realizzare il sogno di una nuova chiesa, ma sistemò la parrocchia risolvendo la questione di don Deruschi il quale sostenuto dall'autorità civile, pur sospeso "a divinis" continuava a godere dall'ospedale l'appannaggio di curato. Ma, soprattutto impresse una svolta nella pastorale parrocchiale, incrementando le compagnie di S. Giuseppe, delle Maritate e delle Giovani. Nel 1885 don Castellini assieme alla superiora delle Figlie di S. Angela fonda la confraternita delle figlie di Maria con oratorio al quale sono annesse come aspiranti le bambine dopo la prima Comunione le quali dopo i 12 anni diventano "Figlie dell'oratorio". Assieme viene aperta una scuola di lavori domestici per la quale vengono chiamate le suore. Inoltre si provvede ad una più adeguata assistenza religiosa alla popolazione di S. Polo. Meno brillante anzi si può dire in parte almeno negativo è il parrocchiato di don Pietro Piccinelli (1896-1911). Prete zelante e pio, ma discusso per il carattere iracondo, egli si scontra con le autorità civili per la concomitanza della festa della S. Croce con quella del 20 settembre fino ad essere portato in giudizio nel gennaio del 1900, ottenendo la condanna "per ingiuria" da parte del gerente del giornale zanardelliano "La Provincia di Brescia".


È da ricordare a suo merito la riorganizzazione dell'oratorio femminile. Inoltre tentò in tutti i modi di realizzare, senza riuscirci, la nuova chiesa incoraggiato da alcuni lasciti che erano andati accumulandosi da decenni e dalla proposta della direzione dell'Ospedale di vendere la pala di S. Rocco del Romanino in cambio di sovvenzionamenti, proposta contro la quale insorge nuovamente, come nel 1880, la popolazione. Ma alla decisione di far benedire la prima pietra del nuovo edificio sacro il 31 ottobre 1909 si dichiarano contrari l'Ospedale e le autorità comunali. Non più alla costruzione di una chiesa nuova ma all'ampliamento della esistente, dedicherà le sue energie il nuovo parroco don Orazio Bresciani (1912-1956) che a poco più di un anno dal suo ingresso nell'autunno 1913 riuscirà ad avviare, su progetto di Luigi Arcioni, lavori condotti dal capomastro Giovanni Togni, completati in nemmeno un anno, nell'agosto 1914, e coronati dalla consacrazione da parte del vescovo mons. Gaggia il 15 ottobre 1916. Ma il parrocchiato di don Bresciani si distinse per intensità di vita religiosa e pastorale. La sempre più strutturata organizzazione parrocchiale permette, nonostante che la domanda di 280 genitori fosse stata respinta, il 31 gennaio 1915 dalla maggioranza in Comune, l'introduzione il 1° giugno 1915 dell'insegnamento religioso nelle aule scolastiche. L'iniziativa non fu priva di ostacoli: dopo corsi e ricorsi, insegnanti non più disponibili gratuitamente o inidonei, solo il 25 maggio 1921 si otterrà l'introduzione dell'insegnamento religioso nelle aule scolastiche in modo stabile. Il carattere anche se fermo, sereno, di don Bresciani, evita gli attriti con le autorità di accentuati indirizzi liberali e apre nuovi spiragli di conciliazione celebrando nel novembre 1912 un ufficio solenne per i caduti di Libia e dopo la guerra la dedicazione alla Vittoria della seconda cappella della navata destra. Il dopo guerra vede una sempre più accentuata pastorale giovanile che si riassume nel 1922 con la costituzione dell'oratorio maschile e nel dicembre dello stesso anno la costituzione in casa Redondi di un nuovo circolo cattolico maschile con filodrammatica, biblioteca, ecc. Nel 1926 si potrà usufruire, in affitto, di un piccolo edificio con area annessa; lo stesso stabile nel gennaio 1929 verrà acquistato dalla società anonima S.Angela Merici di Brescia e donato in usufrutto permanente alle opere parrocchiali del paese. Nonostante che per anni rimangano tesi i rapporti con le autorità fasciste specie riguardo all'educazione della gioventù, solo negli anni '30 tali rapporti verranno segnalati come "bastevolmente buoni". D'altro canto la parrocchia vive di una vita propria in espansione. Nel 1929 nasce il gruppo uomini di A.C., vigoreggiano le confraternite, specie quella delle Consorelle del SS. Sacramento. La devozione popolare trova espressione oltre che nel culto della S. Croce con funzioni e processioni quinquennali, anche in quello della Beata Vergine del Rosario; mentre nella frazione Case di S. Polo in quello della Madonna di Pompei che nel 1926 viene significata da un gruppo scultoreo opera della bottega Poisa di Brescia. Sotto il parrocchiato di don Bresciani, di don Ilario Manfredini e di don Giuseppe Garzoni, facendo fronte ad impellenti e crescenti esigenze dei tempi vengono fondate nel 1946 le ACLI e nel 1950 il loro Patronato e si rafforza specie grazie al curato don Franzoni l'attività oratoriana che si appoggia su nuove e più moderne strutture.


Dalla parrocchia di S. Eufemia un decreto del 29 ottobre 1954 si staccava la chiesa curaziale di S. Paolo nella frazione di S. Polo erigendola in parrocchia. La cura della chiesa parrocchiale si accentuò sotto il parrocchiato di mons. Giulio Pini (1968-1999). Con particolare gusto egli ha fatto restaurare quasi tutte le pale e sculture della parrocchia e della chiesa di S. Giacinto, ha provveduto ad una nuova pavimentazione, all'altare liturgico, alla sistemazione della cappella iemale provvista di accessori. Inoltre ha provveduto alla sistemazione della casa della comunità, dell'oratorio di via Sega ecc. Inoltre il 13 dicembre 1998 ha firmato la permuta con il Comune di Brescia della casa dell'abate con il complesso parrocchiale.


CHIESA PARROCCHIALE S. MARIA ad ELISABETTA. Già esistente sulla fine del sec. XI e affidata alla cura dei monaci del vicino monastero di S. Eufemia, ricordata ancora nel 1175 cedette probabilmente il posto all'attuale agli inizi del sec. XV. È ricordata in un documento del 1481 al tempo nel quale deve essere stata restaurata e in parte dipinta. A questo intervento devono appartenere gli affreschi ritrovati recentemente. Fra essi singolare quello di una santa nella quale G.C. Piovanelli crede di aver individuato S. Anatolia. Viene visitata dal vescovo Bollani e dal card. S. Carlo Borromeo.


Nel 1175 il monastero ha una vertenza con la Curia di Brescia per la chiesa di S. Maria. Il 26 marzo 1494 Giacomo de Portis seu de Castellanis dotava la chiesa di S. Eufemia dell'altare di S. Caterina che nel 1664 veniva completamente rinnovato. Nel 1536 un lascito di Filippo Locatelli permette la costruzione di un tabernacolo ornato di marmi. La chiesa venne rinnovata nel 1658 con "fabbrica di volte e cappelle", con il concorso della popolazione e ancora migliorata nel 1673. La chiesa è stata affrescata da Mario Pescatori nel 1947 nell'arcosolio del presbiterio con la Visitazione e, tra il 1952 e il 1954, nella controfacciata e nella volta e nelle pareti laterali del presbiterio. Su tali pareti appaiono le figure dei SS. Pietro, Paolo, Maria Maddalena, Giovanni Battista, Benedetto, Eufemia, ecc. Sulla controfacciata sta un affresco strappato (cm. 125 x 212) raffigurante l'Assunzione. Il primo altare a destra è dedicato a S. Antonio di P. raffigurato in una pala di anonimo, opera modesta ma di schietta formula popolare di datazione incerta, raccolto in un'ancona marmorea di fine 600. Il secondo altare è dedicato a santa Caterina d'Alessandria. L'altare è dei primi del '700, ha pala raffigurante la B.V. in gloria con il Bambino e S. Giovanna e i S.S. Eufemia, Mauro, Caterina di Alessandria e Carlo B. (cm. 198 x 275) del sec. XVII, è attribuita da qualcuno a Grazio Cossali e da altri a Pietro Romano o Girolamo Rossi. Il terzo altare di destra, marmoreo del tardo '600 dedicato un tempo a S. Rocco, era ricco di una bella tela attribuita a G. Romanino (ma da altri al Moretto), raffigurante il santo con i S.S. Cosma e Damiano, Nicola da Bari e Antonio abate. Trafugata il 24 aprile 1974, ritrovata nel gennaio 1975 si trova ora nella Pinacoteca Tosio Martinengo. In attesa di un suo ritorno è stata sostituita da una pala (olio su tela cm. 64 x 73) del parroco don Giulio Pini da lui firmata, raffigurante la Visita di S. Maria ad Elisabetta.


Il marmoreo altare maggiore opera tardo secentesca è assegnato da Ivo Panteghini a modalità stilistiche riferentesi a Paolo Puegnago. Sovrasta l'altare un bel Crocifisso di anonimo della fine '600, mentre la grande ancona terminata nel 1789, opera del lapicida Paolo Palazzi di Rezzato (come documentato da Battista Bonometti), venne creata per custodire in una elegante edicola l'insigne reliquia della S. Croce, prima custodita presso l'altare di S. Rocco. Il reliquiario in lamine d'argento della fine del '600 ha subito aggiunte e restauri. Sul cimiero dell'ancona sta una tavola sagomata (olio cm. 50 x 70) settecentesca che raffigura la Visita della B.V. ad Elisabetta. Nel presbiterio sopra la cantoria di destra una tela a olio (cm. 185 x 167) di scuola morettesca raffigura l'Annunciazione ed è attribuita di solito a Luca Mombello ma da altri a Francesco Richino. Sopra la cantoria di sinistra sta un'Ultima Cena (olio su tela cm. 83 x 66) del '600, di anonimo. Scendendo lungo il lato di sinistra si incontra l'altare della Madonna del Rosario, opera nella mensa e nell'ancona del tardo '600, attribuita a botteghe rezzatesi. L'ancona accoglie una statua in legno policromo della Madonna del Rosario donata nel 1937 della famiglia Peroni contornata da quindici bassorilievi raffiguranti i Misteri del Rosario scolpiti nel 1974-1975 da uno scultore locale su disegno di mons. Giulio Pini.


Il secondo altare a sinistra, dedicato ora al S. Cuore di Gesù (già S. Mauro), è opera di marmorai locali del primo settecento. Nell'ancona è stata ricavata una nicchia che accoglie una statua in legno del S. Cuore eseguita dallo scultore Luigi Stuflesser di Ortisei nel 1966 (APSE, busta VII,1). Segue, ultimo a sinistra, l'altare del SS. Sacramento, ricco di marmi con angeli e cherubini, che Battista Bonometti ha documentato (APSE -Arch.parr.S. Eufemia della Fonte- III 1.1) come opera di Paolo Cimbinello detto Puignago del 1706. La pala (olio su tela centinata m. 112 x 225), opera di Pietro Avogadro firmata e datata 1707, raffigura la "Deposizione della croce" restaurata recentemente da L. Scalvini. Sopra i confessionali sta una tela (olio cm. 230 x 150 firmato Virginio Faggian inizi degli anni '60) raffigurante il pubblicano e il fariseo al tempio. Le stazioni della Via Crucis (olio su tela ciascuna di cm. 39 x 49) furono dipinte da Mario Pescatori nel 1941. La sagrestia conserva dipinti raffiguranti S. Carlo B. (olio su tela cm. 64 x 82) di anonimo pittore del '600, "Il Calvario" (olio su tela 55 x 45) di anonimo di fine '500. I banconi sono di artigiani della fine del '700, una credenza di fine '600. La chiesa è dotata di buoni paramenti fra i quali pianete del '700 ed altre dell'800; di argenterie fra le quali una croce processionale astile del sec. XVI, un ostensorio del sec. XVIII (bottega Giuseppe Renoldi), un turibolo e altri oggetti dei sec. XIX e XX e inoltre reliquiari, candelieri ecc. Interessanti lavori di buon artigianato sono stendardi, lanterne per processione. La campana maggiore venne innalzata nel 1511, rifusa nel 1768, nel 1820 e nel 1884. Muta per una fenditura la vigilia di Natale del 1924, venne poi aggiustata nell'officina di Pietro Villa, sita in via Cairoli a Brescia. L'organo, opera di Giuseppe Rotelli fu installato nel 1922 in sostituzione del Cadei del 1858 che a sua volta sostituì l'antico Bolognini del 1714.




DISCIPLINA. Accanto alla chiesa esisteva la Disciplina trasformata poi in cantina. Nelle opere di ampliamento della chiesa parrocchiale nel settembre 1913 venne alla luce un affresco raffigurante il Padre Eterno e frammenti di altri affreschi fra i quali uno raffigurante il Cristo appoggiato alla Croce. L'affresco grande portava la firma di un Pederzoli e la data 1464.




IL MONASTERO. Gaetano Panazza ha così scritto (Arte medievale bresciana) quanto è rimasto del Monastero: «Avanzi di muratura antica e la semplice forma rettangolare con tetto a capanna, presenta l'edificio che è certamente una ricostruzione del XII-XIII secolo, come risulta dalla bella muratura degli spigoli, dalle finestrelle ad archi ribassati e a pieno centro in cotto che spiccano per il loro color rosso affocato sulle rozze pareti. L'abside amplissima della chiesa, la cui navata venne poi rifatta, è di forma semicircolare e mostra all'interno tracce di affreschi; all'esterno è divisa in cinque scomparti da esilissime lesene in cotto. Le dimensioni dell'abside, l'ampio suo incurvarsi con la grande conca a semicatino, la muratura molto rozza a ciottoli alternati a pezzi di mattone o a conci in pietra, le ampie finestre senza strombatura con arco a tutto sesto e ghiera in cotto fanno pensare sia questa abside ancora un frammento dell'edificio eretto nel 1008».


A sua volta Franco Robecchi seguendo una "rilettura dei caratteri planimetrico-distributivi di monasteri coevi e le minuziose prescrizioni contenute nella «Regola benedettina», ha ipotizzato la presenza di un chiostro, cuore geografico e spirituale, nei pressi della chiesa di San Paterio, certamente di dimensioni maggiori di quelle attuali (e magari completata da una sacrestia, da un guardaroba liturgico o da un piccolo scriptorium). Attorno al chiostro alcuni ambienti destinati alla vita in comune: il dormitorio, il refettorio, la cucina e gli spazi per la conservazione dei cibi. L'abitazione dell'abate (da molti indicata nell'edificio prospiciente viale Bornata) doveva invece sorgere isolata e vicina alla chiesa. Infine, attorno e a distanza progressiva, i fabbricati destinati alle attività materiali e al ricovero dei viaggiatori e pellegrini".




S. GIACINTO. Singolare in piena influenza benedettina è la dedicazione di una chiesa a un santo domenicano, S. Giacinto con presenza francescana. Situata per di più in pieno centro abitato, Ivo Panteghini la definisce: «un piccolo gioiello architettonico, con il suo svettante campanile di pietra viva discosto dal corpo della fabbrica e la sobria facciata intonacata. La cella campanaria ha una sola campana. Il pavimento interno è in seminato». Mentre P. Guerrini la dice edificata «nel 1609 per iniziativa di Persio Cereto e altri signori del paese», da un atto del 18 marzo 1651 (fondo Ospedale Maggiore di Brescia), segnalato da Carlo Sabatti, risulta che l'oratorio di S. Giacinto fu costruito, con le elemosine della popolazione, a partire dal 1608 da don Iginio Cariotti, già cappellano della chiesa di S. Maria ad Elisabeth di S. Eufemia, allontanato per condotta non irreprensibile, che ne fece come il contraltare della parrocchiale predetta. Come rileva Battista Bonometti, la pianta della chiesa trovata da Rossana Prestini recante la data 9 gennaio 1625 è un errore di stampa, non pertinente alla fondazione, perchè è datata 1675. In quegli anni l'abate di S.Eufemia chiese al tribunale veneziano di poter abbattere la chiesa di S. Giacinto: il disegno venne usato dalla Vicinia (gli estimati che governavano il paese) per difenderne la demolizione.


La chiesa venne arricchita di legati (delle famiglie Forlani nel 1627 poi Bassi; delle famiglie Zola nel 1697 poi Armani e Bettinzoli; da Bernardino Rovetta nel 1716; e di Gio Batta Fappani nel 1838). Semplice la facciata probabilmente rimaneggiata nel sec. XIX. Ha un portalino in botticino chiuso da timpano spezzato. Due lesene finiscono in un cornicione marcapiano e racchiudono un ampio lunotto con sovrapposto un frontone triangolare. L'interno è a pianta longitudinale con, sui lati, due profonde cappelle. La prima a destra è dedicata a S. Carlo B. raffigurato in preghiera davanti alla Madonna col Bambino e a S. Francesco in una tela a olio cm. 161 x 245 firmata da G.B. Motella pittore quasi sconosciuto ancora. Il paliotto e i sovralzi sono in marmo di botticino. L. Anelli ha sottolineato come la tela non si adatti alla cornice e forse ne ha sostituito un'altra. In stucco marmorizzato con specchiature in rosso è sormontata da una grande pala (olio su tela cm. 213 x 320) raccolta in una bella cornice e raffigurante la Madonna col Bambino e i S.S. Agostino, Giacinto, Fermo e l'offerente, attribuita comunemente ad Antonio Gandino ed è assegnata, invece, da Luciano Anelli a Camillo Rama. L'altare della cappella di sinistra è dedicato alla Immacolata Concezione che calpesta il demonio, raffigurata in pala (olio su tela cm. 157 x 245) attribuita comunemente a Ottavio Amigoni ma da L. Anelli assegnata a Camillo Rama. La chiesa è dotata di bei calici.



In via Cesare Noventa sorge ancora la chiesa di S. GAETANO da THIENE, edificata tra il 1699 e il 1702 da Giorgio Medici (come da documenti prodotti da B. Bonometti) e impreziosita con la reliquia del santo nel 1784. Ai primi dell'800 ne era proprietaria la famiglia Chiodi. Passò poi ai Panazza-Perletti ricordati in lapidi murate nelle pareti. Come scrive Riccardo Lonati ("Le chiese di Brescia"): «Semplice la fronte, finita a intonaco e incorniciata da lesene il cui rilievo si estende a dare forma al timpano. Marmoreo il portale dalla lineare cimasa sulla quale imposta quadrangolare finestra. Oltre il tetto a capanna risalta la sagoma del campanile, la base inserita nel fianco sinistro dell'edificio. A volta lievemente ribassata, l'aula è regolare e illuminata da finestre poste centralmente alle pareti laterali. A fianco dell'altare, dipinto a imitare il marmo, due porte dai lignei stipiti, pure dipinti a finto marmo, danno accesso alla retrostante sagrestia. Nella controfacciata vi è la cantoria, dove ha preso posto nel 2008 un piccolo organo del maestro Giuseppe Pagani. Sull'altare risalta la pala della Madonna in gloria e i S.S. Gaetano e Antonio di P., attribuita da qualcuno all'ambito di Antonio Paglia ma da Gaetano Panazza attribuita ad Antonio Dusi. Alcuni dipinti si trovano in sagrestia fra i quali uno raffigurante le "Anime purganti" attribuibile a Faustino Perletti, pittore dilettante.


Di una cappella dedicata alla Madonna del Patrocinio era proprietaria la famiglia Rovetta. Una cappella al Crocifisso sorge nel Cimitero, mentre all'Immacolata è dedicata la cappella della scuola materna. Nel citato atto del 18 marzo 1651 è dichiarato "antichissimo" l'oratorio di S. Paolo, mentre da trent'anni è fabbricato quello di S. Girolamo per iniziativa di Costanza Chizzola. L'edificazione di santelle fu concessa dai monaci. Nel 1581 il Comune otteneva da loro di poter costruire un capitello della Madonna "sopra la Strada Regale"; nel 1673 concedevano a Giacomo Fappani "ditto Zannozzo" di costruire, sempre sulla via Regale, in un luogo ben determinato, una santella nella quale fossero dipinti, assieme alla Madonna, i S.S. Benedetto e Paterio.


Notevoli le santelle sparse nel territorio fra le quali quella della Madonna del Carobbio in via C. Noventa; la Madonna del Quarter in via Pila, che racchiude un affresco del 1580 raffigurante la "Deposizione", che Battista Bonometti attribuisce a Francesco Ricchino e Sebastiano Aragonese e quelle della Natività di via Pila e della Madonna del Carmelo di via Agostino Chiappa. Particolarmente suggestiva all'esterno del muro di cinta del monastero la santella con una pala settecentesca raffigurante la Vergine col Bambino, che Francesco De Leonardis ha avvicinato all'opera pittorica di Pietro Avogadro o a Giuseppe Tortelli e che B. Bonometti l'ha documentata (APSE, Libro Limosine Scuola del SS° in Sant'Eufemia del 1777) come opera di Sante Cattaneo del 1778. Restaurata da Lino Scalvini nel 1993, è stata sostituita da una copia.




CURATI E RETTORI. D. Basilio da Brescia monaco benedettino di S. Eufemia (rinuncia 1532); D. Gregario da Calvisano monaco c. s. (rin. 1540).


Si susseguono poi nella cura, quasi alternativamente monaci e sacerdoti secolari mandati dal monastero come curati mercenari. Marsilio Giordano, prete (1566-1572); Agostino Gelmini (Guelmino) da Sale, monaco (1572-1590); Giov. Antonio Mazzoli di Commenduno, prete (1590-92); Paolo Serotto, prete e Cherubbino da Brescia, monaco (1591); Giacomo Ragucio, o Rangozzi, di Quinzano, prete (1592-1597); Francesco... prete (1597); Aurelio da Parma, monaco (1598-1605); Igino Cariotti, monaco (semestre 1606); Ippolito da Brescia, monaco (1606-1608); Pietro Bettini, prete (1609-1617); Gabriele Francini, o Franzini, monaco (1617-1624); Tiburzio Gorno, monaco (1624); Gabriele Francini di nuovo (1625-1630); Silvio Botturini, monaco (1630); Mauro Inverardi, monaco (1631-1639); Girolamo da Bologna, monaco (1639-1643); Gabriele (Francini) da Brescia, di nuovo (1643-46); Leone Mattina, monaco (16461649); Gabriele Francini di nuovo (1649-50); Giambattista Bertoli, prete (1650-1657); Carlo Lavelli, monaco (1657-1663); Orazio Terzi, monaco (1663-1667); Mauro Bodei, monaco (1667-1681); Cipriano di Parma, monaco (1681-1684); Alessandro Mellini, monaco (1684-1697); Angelo M. Zamboni, monaco (1697); Benedetto Locatelli, monaco (1697); Giorgio Rosa di Pontida, monaco (1697-1705); Carlo Geroldi, monaco, bergamasco (1706-1716); Giov. Andrea Astesati, monaco, professo di S. Sisto di Piacenza (1716-1 giugno 1719); Pietro Giuseppe Moreschi, monaco professo di S. Salvatore di Pavia (1719-1726); Francesco M. Gallina di Venezia, monaco di S. Eufemia (1726-1744); Lodovico Coffani di Medole, Decano di S. Benedetto di Mantova, già Curato di Maguzzano (1744-1751), passò curato di Bondanello sul mantovano; Mauro Agostino Paratico monaco professo di S. Eufemia (1751-1756); Angelo Bertanza, monaco (1756-1763); Mauro Agostino Paratico di nuovo (1763-1768) ultimo parroco monaco, rimosso per il Decreto veneto 7 settembre 1768; Angelo Bertanza di nuovo, eletto dall'Abate d. Pietro Faita, ma secolarizzato e nominato dal vescovo (7 febbraio 1770 - 5 aprile 1798); Alessandro Bennati di Brescia (1798-99); Francesco Rettori ex-Min. Osservante, Economo spirituale (1799-1801); Giorgio Pedretti, Economo spir. (1801-1802); Giovanni Paolo Giacomini di Muscoline (1812 - 4 settembre 1844 d'anni 96); Antonio Romano di S. Zeno Naviglio (30 aprile 1845, m. 10 febbraio 1863); Bartolomeo Castellini di Bogliaco (7 gennaio 1864, m. 1895); Pietro Piccinelli di Alone (20 marzo 1896, rin. 1911); Orazio Bresciani di Serle (29 gennaio 1912, m. 5 maggio 1956); Ilario Manfredini da Motta di Cavezzo (Mo) (8 dicembre 1956 - 24 settembre 1961); Giuseppe Garzoni da Calcinato (6 gennaio 1962 - rin. 9 gennaio 1968); Giulio Pini da Bassano Bresciano (1 dicembre 1968 - 1999).( Revisione e integrazione di Battista Bonometti).