RICHIEDEI Enrico Augusto: differenze tra le versioni
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RICHIEDEI Enrico Augusto
(Salò, 4 settembre 1833 - Palermo, 28 o 29 maggio 1860). Di Luigi, negoziante e possidente e di Vittoria Visentini. Studiò in Salò e come i suoi fratelli Domenico, Carlo, Nicola, Luigi, Egidio, Annibale, frequentò negli anni scolastici 1843-44 e 1844-45 la prima e la seconda classe di grammatica, riportando quasi sempre e in tutte le materie il 10. Dopo quel tempo la famiglia Richiedei si trasferì a Milano, dove esercitò l'arte tipografica. Nel 1859 alle prime avvisaglie di guerra lasciò Milano e corse assieme ai fratelli Nicola e Egidio in Piemonte, ad arruolarsi nei Cacciatori delle Alpi. Combattè valorosamente a Varese, dove riportò una grave ferita alla coscia destra, e meritò le lodi di Garibaldi, e dai compagni il nomignolo di Campione di Varese. Ripresosi dopo cinque mesi di sofferenze e di interventi chirurgici, ebbe dal gen. Medici l'invito ad entrare col grado di ufficiale nell'esercito regolare, per partecipare alla spedizione in Emilia, ma preferì fermarsi a Milano dove fu, come membro del Comitato insurrezionale lombardo, uno dei più attivi organizzatori della spedizione di Sicilia. Partì poi da Quarto con i Mille e sebbene fosse assegnato come ufficiale all'Intendenza, volle partecipare alle prime battaglie. Per il valore dimostrato a Calatafimi, Garibaldi, stringendogli la mano, lo nominò capitato di Stato Maggiore e lo aggregò al suo seguito. Un compagno d'armi, il Bronzetti, così scrisse di lui: «Prode tra i prodi, nella memorabile giornata di Calatafimi, fu uno dei cinque che, soli, col giovinetto Cairoli si slanciavano con vero eroismo sotto le baionette napoletane». Ed egli stesso scrivendo ai suoi così narrava quell'episodio: «Io ebbi forato delle palle nemiche il mio abito senza restar offeso nella persona. Ero a fianco di Garibaldi e mi ha veduto. Come Ufficiale d'Intendenza sarebbe stato altrove il mio posto e più sicuro: ma qui si trattava di vincere e per vincere bisogna che tutti combattano, e tutti disperatamente». Arrivato il grosso dei garibaldini a Palermo, ebbe incarico di organizzare l'assalto alle barricate borboniche che difendevano la città. Egli fu sempre in mezzo al pericolo, nei punti più minacciati, dove la mitraglia infuriava, e con la voce e con l'esempio spronava i compagni e li spingeva avanti. Proprio quando l'impresa era quasi compiuta, una delle ultime cannonate nemiche lo colpiva al capo, sfigurandolo, insieme al veneziano Enrico Uriel appena sedicenne fuggito alla famiglia per partecipare all'impresa. Morì invocando Dio e l'Italia. Fu sepolto nella Chiesa dello Spasimo a Palermo.