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PARTITO Comunista Italiano

Nato il 21 gennaio 1921 con la scissione di Livorno del Partito Socialista, il Partito Comunista d'Italia (poi dal 1943 Partito Comunista Italiano), aveva avuto una non lontana, ma consistente incubazione in alcune cellule ed in una frazione comunista alla quale aveva aderito un certo numero di operai delle fabbriche bresciane 0.M., Franchi-Gregorini, Tempini e alcuni capilega della Bassa. La frazione comunista secessionista era particolarmente forte nel movimento giovanile. Al Congresso provinciale della Federazione giovanile socialista del 16 gennaio 1921 cui erano intervenuti i rappresentanti di sedici sezioni, la mozione secessionista presentata da Giuseppe Andrini, Cesare Botter e Giuliano Bossini, ottenne 288 voti contro i 41 degli unitari. Scarsamente rappresentata nel settore cooperativistico, la stessa frazione comunista aveva una presenza di un certo rilievo in quello sindacale, nel quale figurano in prima linea Agostino Cattaneo (il Barba), del consiglio direttivo degli edili, Marcello Verdina, segretario del sindacato degli elettrici e membro dell'esecutivo della Camera del Lavoro, a prevalenza comunista, Ottorino Cipolloni, del sindacato ferrovieri. Al Congresso di Livorno (21 gennaio 1921) sono presenti Verdina, Schivardi e Cipolloni. I voti rappresentati dai comunisti bresciani sono 230 (18,14%) contro i 1.034 degli unitari. Ma, come ha sottolineato G.F. Porta, "le adesioni effettive sono ancor più ridotte. Non solo resta nel P.S.I. tutta la sinistra massimalista, ma anche una parte consistente dei militanti che avevano dato la loro adesione alla frazione dei "comunisti puri". A trattenerli concorre sia il timore per gli effetti che la rottura può determinare, sia la convinzione di poter più utilmente lavorare all'interno della vecchia organizzazione che a livello locale appare permeabile alle istanze rivoluzionarie. La costruzione del nuovo partito avviene di conseguenza in condizioni di particolare difficoltà e incide in misura assolutamente marginale sul P.S.I.". Primo segretario è Angelo Alberti. Il partito si arricchì ben presto con l'adesione dei membri della federazione giovanile socialista che, con il segretario Giuseppe Andrini, passò quasi al completo nel P.C.I. e trovò nuovi attivisti nelle fabbriche e fuori. Gli scarsi mezzi, l'estremismo del P.S.I. che toglie spazio a sinistra al P.C. d'Italia, fanno sì che il partito raccolga nelle elezioni del 1921 in tutta la provincia solo 521 voti contro i 37.585 del P.S.I., i 44.545 del P.P.I. e i 25.453 del blocco liberale. In città i voti sono 162 contro i 4.601 dei socialisti e i 3.789 dei popolari. Ma i comunisti non si scoraggiano. Marcello Verdina riorganizza il movimento giovanile e "L'Eco dei comunisti" apre le sue pagine a corrispondenze bresciane, aspramente critiche verso il socialismo. Il partito nel frattempo arma i propri gruppi nelle fabbriche e avvengono scontri con i fascisti. Ma le fortune della nuova forza politica paiono ancor più incerte col trascorrere del tempo: alla fine del 1921 le sezioni sono solo sette e gli iscritti 135, cioè 95 in meno dei voti raccolti a Livorno. Nonostante queste difficoltà, il 15 gennaio 1922, il II Congresso ribadisce la netta ripulsa di ogni "compromesso", e addirittura qualcuno si spinge a chiedere la scissione nei sindacati. Solo nelle campagne, durante gli scioperi del 1922, i comunisti fanno sentire la loro presenza conquistando le leghe di Montichiari, Gambara, Gottolengo, Fiesse e Corticelle; mentre nelle fabbriche restano isolati e sempre più marcata è la polemica contro "l'attendismo" socialista. A fine 1922 gli iscritti si riducono a 108. Anche per tutto il 1923, come ha scritto G.F. Porta, il partito come agente politico non esiste. Alla fine dell'anno gli iscritti sono 54. Un rafforzamento avviene invece negli anni 1924-25 grazie all'ingresso di nuovi militanti, in particolare di quelli provenienti dalle fila della frazione «terzinternazionalista», dopo il loro distacco dal P.S.I. Come ha ricordato Italo Nicoletto "l'entrata dei terzini per il modo in cui era avvenuta in Italia", con la opposizione di Bordiga, dei "sinistri", creò nel Paese, e a Brescia praticamente, due organizzazioni di partito, la vecchia dei militanti costituitasi sin dal 1921 e l'altra di provenienza terzina. Questa aveva come esponente principale l'avv. Francesco Raineri e con lui sono da annoverare Iro Gherardi, Alcide Bertelli, Ermete Varischi, Luigi Uberti e l'avv. Aldo Caprani. Con la situazione creatasi poi nel '25, cioè con l'obbligo delle forze politiche di rendere pubblici i nomi dei propri dirigenti, il partito venne assumendo sempre più una fisionomia a due livelli: quello legale e quello ormai entrato nella semilegalità ed il lavoro politico vero e proprio era svolto dal vecchio gruppo di militanti venuti fin dalle origini, senza una partecipazione attiva dei "terzini". Questi, salvo pochissimi che si inseriscono nel vecchio ceppo, costituirono una corrente a sé e con l'arresto del Raineri praticamente sparirono dalla lotta politica. Ormai entrato completamente in clandestinità, il partito allineato in maggioranza alle posizioni di Bordiga, promosse incontri e riunioni tra gli iscritti soprattutto in aperta campagna (da ricordare quella del novembre del 1925 con una trentina di partecipanti, nel corso della quale Luigi Abbiati venne designato delegato della federazione provinciale al congresso di Lione).


Il partito, nonostante la promulgazione nel 1926 delle leggi speciali e la soppressione di ogni spazio di libertà da parte del fascismo, continuò il sia pur arduo cammino. Mentre Giuseppe Andrini e Mario Donegani, unitamente ad altri socialisti ed anarchici, venivano inviati al confino, il partito si riorganizzava con la istituzione di un Comitato federale del quale venne nominato segretario Luigi Scarmignan e di un Comitato federale dei giovani guidato da Italo Nicoletto. L'attività si snoda, tra mille difficoltà, con gli strumenti tipici della stampa clandestina, delle riunioni segrete, dei contatti con i militanti delle fabbriche e dei paesi della provincia come Gardone V .T., Sarezzo, Palazzolo, Montichiari, Quinzano e Toscolano. Italo Nicoletto con la collaborazione di Altiero Spinelli riesce a poligrafare un giornaletto dal titolo "Il Comunista". Nei primi mesi del 1927 la polizia compì numerosi arresti, tra i quali quelli di Italo Nicoletto, Scarmignan, operaio, Alcide Bertelli, fonditore, Ardiccio Donegani, operaio meccanico, Cristino Bossini, operaio meccanico, Umberto Tanghetti, muratore, Pietro Tosoni, meccanico, Primo Ghidinelli, rappresentante di commercio, Luigi Gatta, fabbro, Angelo Mucchetti, falegname, Marcello Verdina, elettricista, Luigi Bardelloni, operaio, Tommaso Imperadori, calzolaio, Dante Mozzo, fattorino di una agenzia di abbigliamento, Alessandro Valzelli, Luigi Vivaldini, fornaio, Giuseppe Malzanini, operaio della S. Eustacchio, Carlo Toffanetti, cartaio, Paolo Betti, Guido Melega, prima fruttivendolo e poi vigile, Antonio Gheno, impiegato e Cesare Ragni, cameriere. Seguì il 3 luglio 1928 a Roma il processo davanti al Tribunale Speciale: Scarmignan ebbe 7 anni, Bertelli, Donegani, Bossini, Tosoni e Tanghetti 4 anni, Nicoletto 3 anni, Luigi Gatta 1 anno e 6 mesi, Verdina 3 anni, Malzanini 2 anni, Paolo Betti, che era segretario interregionale, ebbe 12 anni, Melega 10 e gli altri vennero assolti. Gli arresti, le condanne, l'invio al confino dei militanti più determinati, scompaginarono l'organizzazione comunista che, di fatto, cessò di esistere. Italo Nicoletto, Luigi Abbiati e altri passarono di carcere in carcere e di confino in confino.


Nel 1932 l'attività del partito riprese, tra mille difficoltà, grazie all'azione di Cristino Bossini, Ciro Moscatelli, Tanghetti, Alcide Bertelli, Alessandro Valzelli, Antonio Forini, Luigi Gatta, Pietro Ghidini e dello stesso Nicoletto nelle parentesi di libertà. Seguirono nel 1933 altri arresti e altre condanne al confino, ma il partito restò attivo anche nella più dura clandestinità grazie anche all'opera di militanti più giovani quali: Arnaldo Dall'Angelo, Bruno Venturini, Pietro Ghidini, Dante Rossi, Giuseppe Tavelli, Ciro Moscatelli, Italo Feroldi e tanti altri. Con essi Nicoletto, liberato dal confino nel 1936, cercò di rifondare la struttura del partito nel complesso della provincia a Gardone V.T., Sarezzo, Lumezzane, Montichiari, Palazzolo. Con loro e con vecchi compagni lo stesso Nicoletto, grazie soprattutto all'aiuto del Dall'Angelo, poté creare una pur fragile presenza nelle maggiori fabbriche della città: S. Eustacchio, A.T.B., Caffaro, Breda, O.M. Ostilità invece, salvo poche eccezioni, incontrò l'invito del partito ai militanti ad entrare nei sindacati fascisti, mentre venivano avviati rapporti con socialisti e cattolici.


Nei primi mesi del 1937 Antonia Oscar Abbiati collega i compagni bresciani con Milano. Ma nell'aprile nuovi arresti, tra i quali quelli di: Cattaneo, Andrini, Perini e Bandiera vanificano gran parte del lavoro organizzativo. Fatto significativo fu la partecipazione dello stesso Nicoletto e di altri militanti del P.C.I., specialmente provenienti dall'emigrazione in Francia, alla guerra di Spagna. Tra questi possiamo ricordare: Giacomo Baldo di Urago d'Oglio, Rodolfo Libero Bodini di Brescia, Benvenuto Busi di Botticino, Giovanni Cabana di Nuvolento, Giovanni Cotti di Orzinuovi, Angelo Filippini di Brescia, Giuseppe Gennari di Chiari, Vittorio Ghitti di Borno, Pietro Guerrini di Magno d'Inzino, Guido Leonardi di Pozzolengo, Benedetto e Fausto Lonati di Botticino, Angelo Marchina di Gussago, Giuseppe Murachelli di Capodiponte, Geremia Pederzoli di Gianico, Giovanni Premoli di Pontevico, Cesare Rogni di Brescia, Pietro Ramazzini di Collio, Vittorio Richelli di Pozzolengo, Lorenzo Spinalli di Farfengo, Paolo Tinelli di Cigole, Pietro Toletti di Cividate Camuno, Angelo Viola di Cologne, ecc. Il partito moltiplicò gli sforzi di riorganizzazione specie dal 1942 e già nel marzo 1943, in occasione degli scioperi di Milano e di Torino, i comunisti Casimiro Lonati, Antonio Forini, Giuseppe Ghetti, Armando Lottieri, Gino Abbiati e Giuseppe Andrini facevano parte del "Fronte del Lavoro".


Il 17 settembre 1943 Casimiro Lonati e Giuseppe Ghetti parteciparono alla riunione costitutiva del C.L.N. che si tenne nella villa del rag. Angelo Venturelli a Gussago. Tra i più attivi tra i militanti comunisti, a Brescia, nella Resistenza, è Eugenio Curiel, mentre a metà settembre la Federazione comunista viene affidata alla guida di Giovanni Grilli, inviato da Milano ed egli tiene i rapporti con le altre forze politiche ed organizza Gruppi di Azione Partigiana (G.A.P.). Organizzano l'attività partigiana Casimiro Lonati, Giuseppe Verginella, Giuseppe Gheda, Leonardo Speziale e altri. Collegata con il partito è la 54ª Brigata Garibaldi comandata da Antonio Parisi, mentre commissario politico è Giuseppe Verginella (Alberto), vicecomandanti Luigi Romelli (Bigio) e Leonida Bogarelli (Leo)), capo di stato maggiore Bartolomeo Bazzana (Il Maestro). A questa Brigata, che si articolò in 6 battaglioni e 3 distaccamenti, si affiancarono altre formazioni partigiane per una forza complessiva di circa 1.000 uomini. Caddero nella lotta resistenziale alcuni esponenti di rilievo del partito come Gino Abbiati, Giuseppe Verginella, Armando Lottieri, Giuseppe Gheda e Mario Micheli.


In questo periodo, oltre alla presenza "militare", il partito va rafforzando una rete organizzativa di carattere più squisitamente politico. Relazioni del gennaio 1945 dalle varie zone della provincia denotano la presenza di varie cellule: 53 comunisti segnala l'ispettore di zona Carlo nella zona XIII di Montichiari Vighizzolo. L'ispettore sottolinea "l'entusiasmo" verso il partito, l'esistenza di capicellula di strada e di fabbrica, mentre 36 comunisti sono segnalati a Castenedolo, 33 nel settore di Ghedi Montirone. L' VIII zona registra 205 iscritti. In sostanza nel 1944 il P.C.I. supera ormai largamente i 2.000 iscritti. Nei giorni della Liberazione segretario provinciale era Montanari, che subito dopo tornò a Mantova. Si verificò in tal mondo un vuoto nella direzione del partito, vuoto colmato il 15 maggio 1945 con la designazione alla segreteria di Italo Nicoletto, al suo rientro a Brescia da Torino, ove aveva condotta la sua battaglia resistenziale negli ultimi periodi. Egli si trovò accanto un buon numero di dirigenti, quali: Sergio Sola, Costantino Coccoli, Libero Bianchi, Giuseppe Ghetti, Giovanni Bonometti, Angelo Moreni, Franco Duina, Massimo Carminati, Giorgio Scarabelli, Alma Conti e altri ancora. Da partito di quadri, quale era sempre stato, il P.C.I. divenne, nel giro di pochi mesi, partito di massa e ciò comportò l'esigenza di nuove strutture e di una diversa organizzazione, compresa una nuova modalità per il tesseramento, le riunioni di sezione e di cellula di fabbrica. A metà giugno, diretto inizialmente da Guglielmo Zatti, uscì l'organo di stampa provinciale "La Verità", prima con periodicità bisettimanale, poi settimanale, affiancato dalla diffusione capillare del quotidiano del partito a livello nazionale "L'Unità" e di altri opuscoli propagandistici. Ciò avveniva con la distribuzione curata dai numerosi attivisti e durante le feste provinciali e di sezione. Intensamente stretti furono anche a Brescia i rapporti con il P.S.I.U.P., poi P.S.I., tanto che, come ha scritto Nicoletto, "nel corso del 1945 in vari paesi della provincia si erano costituite sezioni socialcomuniste e si tenevano riunioni congiunte dei comitati federali e delle segreterie dei due partiti in vista della fusione che avrebbe dovuto portare alla costituzione di un unico partito del proletariato italiano". "Nel giugno dello stesso anno, ricorda ancora Nicoletto, arrivammo ad una proposta, che non ebbe seguito, di un unico giornale provinciale, prospettando anche una direzione collegiale delle due federazioni. Obiettivo che non fu raggiunto a motivo dello sviluppo della reciproca autonomia e dell'inevitabile processo di differenziazione, anche se affermavamo "l'identica posizione dei due partiti sulla repubblica, la riforma agraria e industriale, l'epurazione, la ricostruzione, l'alimentazione e gli alloggi". Non altrettanto successo ebbero le avances verso i cattolici e i rapporti con la D.C. Un convegno provinciale di cattolici comunisti tenutosi il 15 febbraio 1946, venne contestato da accesi contraddittori del francescano Paolo Dusini e del giovane Cesare Trebeschi. Pur non biasimando del tutto l'iniziativa, Togliatti consigliò di non ripeterla. Attenzione particolare venne riservata ai Comitati di Liberazione Nazionale, ai diversi livelli, ai Consigli di Gestione e in genere a tutta l'attività sindacale, oltre che all'Ente bresciano della ricostruzione promosso il 21 agosto 1945.


Nelle elezioni amministrative del 1946 la forza del partito si impose con evidenza, anche se deluse la sua dirigenza. Il P.C.I. infatti al Comune di Brescia risultò al terzo posto con 17.534 voti e 12 seggi, contro i 19.511 voti e 13 seggi del P.S.I.U.P. e 32.678 voti e 22 seggi della D.C. La maggioranza dei comuni in provincia andò alla D.C. Anche nelle elezioni alla Costituente del 1946 il Partito risultò terzo con 90.026 voti contro i 122.068 voti del P.S.I.U.P. e i 215.349 voti della D.C. Nel giugno del 1947 Italo Nicoletto cede la segreteria della federazione ad Alessandro Vaia, riconfermato nell'incarico dal Congresso provinciale dell'1-11 dicembre dello stesso anno, congresso dedicato alla situazione sindacale. Ma sono le elezioni dell'aprile 1948 a tenere in tensione il partito che, in alleanza con il P.S.I., le affronta con particolare mobilitazione di dirigenti e militanti. Il risultato non è per niente brillante, perché nella realtà bresciana il "Fronte Democratico Popolare" raccoglie 159.656 voti contro i 332.501 della D.C. L'insuccesso porta alle dimissioni di Vaia e alla nomina a segretario della federazione di Cesare Belleri che, nell'agosto 1949, passa alla segreteria della Camera del Lavoro, sostituito nell'incarico nuovamente da Italo Nicoletto. Il partito rilancia la propria presenza nella realtà provinciale e la Federazione Giovanile Comunista tiene al salone Da Cemmo, il 18-19 marzo 1950, il suo primo Congresso provinciale e nomina segretario Sergio Pini. Si succedono in questo periodo di intensa attività numerosi convegni e congressi dalle varie articolazioni del partito. Figure di spicco sono, oltre a Nicoletto, Renata Bottarelli e Bruno Sclavo: la prima combattiva consigliera a palazzo Loggia, il secondo al Broletto, e ancora Guido Frassine, presidente della commissione stampa e propaganda, Angelo Negroni, direttore della "Verità", Giuseppe Ghetti, Dolores Abbiati, Aldo Caprani. Agguerrita è la presenza dei militanti del P.C.I. nel campo sindacale ove emergono le figure di Cesare Belleri, Guerino Pezzotti e poi Antonio Forini alla Federterra, Giulio Dalola.


L'impegno del partito a sostegno delle lotte sindacali è costante e assiduo, in particolare a fianco dei salariati della bassa bresciana, e si accentua quando la corrente cristiana si costituisce nella Libera C.G.I.L. poi divenuta C.I.S.L. Anche se la morte di Stalin, il 7 marzo 1953, rappresenta un momento di particolare esaltazione per i quadri anche bresciani del P.C.I., le elezioni del 7 giugno 1953 non cambiano di molto i risultati elettorali precedenti. In seguito le rivelazioni di Kruscev innescano un periodo di crisi anche a livello locale, anche se la presenza a Brescia di dirigenti nazionali del calibro di Palmiro Togliatti, Luigi Longo, Emilio Sereni, Davide Lajolo, Pietro Secchia, Enrico Berlinguer, Giancarlo Pajetta, Mario Alicata e Arturo Colombi, con i loro comizi aiuta a rinsaldare le file. Sull'onda di serie difficoltà del momento Nicoletto cede la segreteria della Federazione a Domenico Ciufoli che a sua volta, il 3 gennaio 1956, lascia l'incarico a Bruno Sclavo. Proprio il 1956 con i sanguinosi fatti di Ungheria segna una nuova crisi del partito e il P.C.I. bresciano deve registrare l'abbandono, tra gli altri, del prof. Massimiliano Carminati, già segretario della Camera del Lavoro. Nel marzo 1960 Bruno Sclavo lascia la segreteria federale ad Adelio Terraroli. Aldo Tortorella, Luigi Longo, Giorgio Napolitano intervengono nella vita del partito bresciano degli anni '60. Terraroli eletto al Parlamento rimane segretario fino al marzo del 1968 quando passa le consegne a Gino Torri.


Negli anni '70-80 c'è un fiorire di iniziative pubblicistiche attraverso notiziari e giornali quali "Il Punto" di Urago d'Oglio, "Partecipazione" di Palazzolo e molti altri. Si infoltiscono inoltre, grazie a Paolo Corsini e Gianfranco Porta, gli studi sul partito dalle sue premesse e dalle sue origini ai dibattiti più recenti. Ottimo successo il partito ottiene nelle elezioni amministrative del 15 giugno 1975; in città arriva al 27,49% (in provincia al 25,7%) con un aumento del 10%. Cinque comuni, fra i quali Desenzano e Nave, eleggono giunte di sinistra. Il partito si impegna decisamente nelle istituzioni aspirando ormai ad essere partito di governo. Nella nuova prospettiva prendono rilievo giovani dirigenti, quali Claudio Bragaglio ed Aldo Rebecchi. Il primo diventa segretario del partito schierandosi sulla posizione di centro di Natta, aprendosi sempre più al dialogo anche con la forza più avanzata del cattolicesimo sia nella D.C. che nelle A.C.L.I. Ma intanto il partito perde consensi e slancio organizzativo; la stessa federazione giovanile pur molto attiva conta nel 1986 solo 550 tesseramenti. Si incominciò, per questo, a parlare sempre più di un partito "nuovo", adottando per la prima volta il voto segreto. Al congresso del marzo 1986 per la prima volta risultò votata (509 voti) una ragazza, Nadia Pedersoli di Flero con clamorose esclusioni. Nell'aprile 1986 seguirono la nomina a segretario federale di Guido Bussi ed un profondo rinnovamento del gruppo dirigente. Nel febbraio 1987 la conferenza cittadina di organizzazione del P.C.I. si pronunciava per una convenzione sul futuro della città, ma proprio a distanza di pochi mesi, in maggio, il P.C.I. subiva in città una vera sconfitta. Il calo dei voti, diversamente dai tesseramenti che tendevano ad aumentare, dava fiato alla corrente migliorista (Bruno Barzellotti, Gianluigi Berardi, Gianni Fornoni, Francesco Loda, Osvaldo Papetti) e dopo mediazioni anche estenuanti il 16 marzo 1988 il segretario Bussi rassegnava le dimissioni e al suo posto veniva eletto Franco Torri, ma il dibattito interno non cessava e il partito rimaneva diviso e in questo modo andava al congresso nel febbraio del 1989. Dal congresso, al posto di un Comitato direttivo, usciva una segreteria ristretta con a capo Franco Torri. Nonostante gli sforzi compiuti il partito rimase diviso, tanto che in settembre si parlò di un commissariamento del P.C.I. bresciano. Venne eletto Pierangelo Ferrari, mentre i miglioristi si ritiravano sull'Aventino. La proposta di radicale rinnovamento del segretario Occhetto, che fu accolta dai dirigenti locali con atteggiamento diviso tra preoccupazioni e sentimenti di fiducia, portava anche il partito bresciano a chiudere la storia del P.C.I. e a dare vita al Partito democratico della Sinistra.