ONO Degno: differenze tra le versioni

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ONO Degno (in dial. U, in lat. Honi Degni)

Paese a NO di Vestone, sul versante sinistro di Val del Degnone, tributario di destra del Chiese, a m. 787 s l.m. È protetto a N dalla Corna Blacca e dal Tegaldino e si stende su un ripiano del monte Corna esattamente o quasi al di sopra di Forno che si trova a 500 m. s. l.m. È formato da due contrade distanti fra loro 400 metri ca. chiamate localmente l'una la Parrocchia o anche "Vela di sera" (o Villa) la seconda "La Vela" (la Villa) o anche "Beata Vergine" per l'esistenza del santuario. Il nome è Ono in un documento del 1211, Hone nel 1609. Nel 1693, Hono. Il nome latino di Ono è costantemente scritto honum, honi, e l'h premessa lascia supporre una consonante aspirata, difatti la forma dialettale U è una stroncatura di su con l's aspirata secondo la fonetica locale, ed è quindi sinonimo di Cimmo (Sim), di Cemmo (Sem), oltre che di Ono S. Pietro presso Cemmo, che nel dialetto locale si pronuncia Do perchè la s e la z diventano d (p. es. zio si pronuncia dio). Da qualcuno il nome viene fatto derivare da auno, aono = ontano; da altri da donum = dono, offerta; da notare che in celtico "dun" significa altura, villaggio; e ancora che in tedesco ane significa pascolo. Per ammissione di Carlo Salvioni si tratta di un rebus filologico difficilmente districabile. Al nome Ono è stata aggiunto Degno dal torrente che attraversa il territorio dell'ex comune. La tradizione o leggenda popolare vuole che il nome derivi da un "Oh, no!" che avrebbero pronunciato alcuni fuggiaschi dalla Provenza che fuggendo alle furiose ricerche dei nemici sarebbero finiti fra le abetaie delle Pertiche, chiedendosi poi ansiosamente "Ci ritroveranno anche qui?".


ABITANTI (detti "i Gacc"): 580 c. nel 1566, 500 nel 1580, 900 nel 1907, 426 nel 1976, 238 nel 1990. L'antico comune prima che venisse assorbito nel 1928 in quello della Pertica Bassa era formato dalle frazioni di Villa di Sera con la parrocchiale, Villa di Mattina con il santuario e Forno d'Ono, il quale ultimo è parrocchia autonoma. La dedicazione di chiese a S. Zenone e a S. Salvatore fanno pensare a proprietà di monasteri bresciani. Lo sviluppo del paese si verificò soprattutto a partire dal sec. XIV grazie a famiglie come quella degli Alberghini provenienti da Marmentino e in continua crescita economia e sociale, dei Boccazzi molto in auge nel sec. XV e via via dei Butturini, dei Nicolini, dei Dusi, dei Borra, dei Pirlo ecc. Luigi Bresciani fa risalire al 1355 e al marmentinese Bertolino Alberghini la nascita del forno d'Ono, cioè del primo forno fusorio e di edifici per ospitare gli operai, pure provenienti dalla Valtrompia, in una località che assunse il nome di Forno d'Ono. Assieme all'Alberghini giunse da Marmentino anche Arigolino dei Bacci, molto ricco e socio di affari dell'Alberghini. Si deve probabilmente a loro la costruzione della chiesetta di Forno, che il Bresciani ed il Bonomi fanno risalire al 1350 e nella quale sono stati trovati recentemente begli affreschi quattrocenteschi di intonazione giottesca (v. Forno d'Ono). Il paese fece parte nel sec. XIV della Quadra di Bagolino. A Ono più tardi invece si insediarono e salirono presto in potenza i Butturini, nome di una famiglia francese originariamente Boturain e che secondo Carlo Brusa si sarebbe insediata in luogo con il nobilis vir Bernardinus Boturinus (1495 - 1568), sceso in Italia con Gastone di Foix nel 1512 e qui stanziatosi poi, forse per sfuggire alle vendette dei bresciani e dei veneti, in seguito al terribile sacco di Brescia di quell'anno. A lui, al fratello e ai figli viene attribuita la ricostruzione della chiesetta di S. Lorenzo. La famiglia Butturini ebbe legami con i Torriani di Milano tanto che lo stemma dei Butturini si alterna nella decorazione delle antiche loro case di Ono con quello dei Torriani. Lunghe controversie insorsero fra il rettore e il Comune circa l'appartenenza del mulino di Forno e la costruzione di un nuovo mulino su iniziativa del Comune ma di troppo onerosa costruzione. Vennero risolte con un accordo stipulato il 17 settembre 1510 secondo il quale il Comune di Ono si impegnava ad acquistare il vecchio mulino, a cedere alla chiesa di Ono un pezzo di terra in contrada Pratello. La transazione venne poi, da una bolla di Leone X del 9 luglio 1517, demandata per un giudizio di merito al vicario generale Mons. Saracco, che sanzionò l'accordo imponendo al comune di mantenere l'olio per la lampada al SS. Sacramento. Grazie ai boschi e soprattutto alla produzione e al commercio del ferro nella frazione di Forno il paese godette per secoli una certa tranquillità economica. Nel sec. XV la Repubblica veneta elencava, fra i "nobili agresti" benemeriti nella lotta ai Visconti, ben otto abitanti di Ono e di Forno, rispetto a quattro soli di Savallo, uno di Vestone, uno di Bione e uno della Nozza. Nel 1756 il paese contava cinque "trafficanti di ferro lavorato" e tre notai. La tranquilla e laboriosa vita della comunità venne interrotta da pochi avvenimenti. Fra essi quelli della lacrimazione nel 1601 di una Immagine della Madonna poi raccolta in un bel santuario. Un pauroso nubifragio distrusse nel secolo XVIII gran parte del paese; Ono, invece, rimase miracolosamente indenne dalla peste del 1630. Nel sec. XVII e XVIII non mancarono episodi di banditismo. Nel maggio 1797 il paese accolse i vestonesi e gli abitanti del fondo valle fuggiaschi davanti alle truppe francesi e giacobine. Nel 1798 venne aggregato al Distretto delle Fucine con capoluogo Nozza e venne costituito il cantone delle Pertiche con sede a Forno d'Ono affidato al dott. Placido Nicolini. Nel settembre 1798 il paese subì un attacco di banditi scesi dalla Valvestino e dal Tirolo che vennero tacitati con cibo e soldi. Sotto il dominio austriaco il paese con le Pertiche entrò a far parte del XVI Distretto di Vestone e nel 1816 costruiva presso la chiesa della Madonna del Tormine il nuovo cimitero. Nel 1839 il paese contribuiva alla costruzione della strada della Pertica congiungente Avenone, Levrange, Ono e Presegno e collaudata il 10 aprile del medesimo anno. Sentimenti di italianità sotto il dominio austriaco espressero il parroco don Pier Antonio Filippini (m. il 20 dic. 1860) e il medico Venturelli. Con l'Unità d'Italia il comune entrò con Forno a far parte del Mandamento di Vestone. Nel 1866 il paese vide il passaggio delle truppe del gen. Cialdini, mentre il dott. Venturelli si dedicò all'assistenza ai feriti. Con delibera del 27 settembre 1885 il Consiglio Provinciale concentrava nella Congregazione di carità di Ono la Pia Opera Soccorso di Pertica. Un gravissimo nubifragio, che colpì il paese il 7 agosto 1896 assieme a parte della Valsabbia, scoperchiò case e provocò disastrose inondazioni a fondovalle. La povertà dei luoghi sulla fine dell'800 costrinse molti onesi ad emigrare, specie verso il nord America e in particolare in California, nelle grandi fazendas come custodi del bestiame. Una certa prevalenza ebbero politicamente alcuni esponenti zanardelliani (come Bonetti) che cedettero un ruolo preminente al comm. Bortolo Pirlo, nativo del luogo che impresse un orientamento politico liberale moderato all'amministrazione locale. Fin dal 1916 veniva affrontato con altri comuni delle Pertiche il problema viario reso più grave da continui straripamenti del Glera, risolto però solo ad anni di distanza specialmente per impulso del sindaco avv. Giacomo Bonomi. L'1 aprile 1923 veniva costituita la sezione Reduci e l'8 seguente veniva inaugurato il monumento ai caduti, opera dello scultore vestonese Cirillo Bagozzi. Con R.D. del settembre 1928 il comune veniva conglobato con quelli di Avenone, Levrange, con sede a Forno d'Ono e sotto la denominazione di "Comune di Pertica Bassa". Con rogito notarile del 7 ottobre 1935 Maddalena Bertolotti Flocchini destinava la sua casa a Contrada a sera, ad asilo infantile. Lascito confermato dai discendenti il 12 agosto 1982. Le frazioni vennero raggiunte nel 1960 da una vera strada che ha sostituito l'antica mulattiera. Nel II dopoguerra, la situazione economica e sociale si manifestò ancora più grave costringendo i più giovani ad una emigrazione giornaliera verso il fondovalle o per quella più lontana particolarmente in Australia. Nel contempo molte opere pubbliche realizzate dall'Amministrazione comunale, a partire dal 1960 e sino ai nostri giorni, hanno reso la vita più comoda a chi è rimasto. Nel 1978 - 1986 veniva realizzato un campo sportivo parrocchiale. Tra le tradizioni più caratteristiche ha spicco quella della notte di Natale, quando secondo reminiscenze che si dicono germaniche viene bruciato un abete ricoperto di rami secchi e resinosi. Di Ono si crede oriundo il pittore Antonio Dusi. E di Ono il comm. Bortolo Pirlo, amministratore stimato a cavallo del XIX - XX secolo; conosciutissimo fu il domenicano p. Serafino Borra; fra i parroci si distinse particolarmente don Giovanni Battista Filippini nativo di Levrange, ad Ono dal 1814 al 1860, studioso della Sacra Scrittura e conoscitore di lingue orientali e specialmente l'ebraico.


ECCLESIASTICAMENTE fece parte del pago di Mura (anche se c'è chi opina che assieme a Presegno, sia appartenuta prima e più anticamente al pago e alla pieve di Idro). Alla pieve appartenne la diaconia di S. Lorenzo, oggi ricordata da una chiesa dedicata al santo. La presenza di beni monastici è ricordata dalla Chiesa di S. Zenone e dall'antico oratorio di S. Salvatore. In bolle pontificie del sec. XII è nominata la cappella di S. Zenone in Andulo, soggetta al capitolo della Cattedrale. La chiesa nel 1410 era già parrocchiale e godeva di un censo ecclesiastico del valore di 30 lire ben superiore a quello di 5 lire della vicina chiesa di Barbaine e due volte superiore a quella della pieve di Savallo. A quel tempo offriva al curato una solida canonica a forma di torre di tre vani, uno sopra l'altro. Nel 1570 era in piena funzione la Confraternita del SS. Sacramento con ben 200 iscritti. Ad essa si aggiunse poi la Confraternita del SS. Rosario e per intervento del domenicano fra Corrado Corradi, nel 1650 la Confraternita di S. Rocco. Nel 1955 la parrocchia e le altre delle Pertiche vennero staccate dalle vicarie di Savallo per essere aggregate a quella di Vestone. Ma nel 1963, per essere la parrocchia più popolata della Pertica Bassa e soprattutto per la presenza prestigiosa del Santuario della Vergine, venne elevata a prevostura. Le insegne vennero consegnate direttamente dal vescovo mons. Tredici al parroco don Zambelli il 10 febbraio 1963. La parrocchia, con quelle di Avenone, Forno e Levrange. pubblica il bollettino "L'Eco della Corna Blacca".


CHIESA PARROCCHIALE: dedicata S. Zenone esisteva già nel primo decennio del sec. XV se non prima. Aveva anche un piccolo campanile. Visitandola nell'ottobre 1566 mons. Girolamo Cavalli la rilevava come consacrata e con due altari, quello maggiore e quello della Madonna. Secondo Alfredo Bonomi venne ricostruita, incominciando dal presbiterio, dalla prima metà del '600. La meridiana segna la data 1694. Tra il 1710 e il 1716 venne ricostruita la sagrestia e in seguito ampliata, per iniziativa del parroco don Pietro Bonomi. Nel 1734 aveva già quattro altari (dei quali quello di S. Antonio da Padova era molto recente). Nel 1740 era in via di ricostruzione. Negli anni che seguirono fino al 1770 la chiesa venne totalmente completata anche nella decorazione così da ricevere, annota il Bonomi, quell'«atmosfera settecentesca» così completa ed omogenea, tale da destare ancora oggi l'ammirazione di coloro che sono affascinati dalla bellezza dell'arte. La controfacciata sopra la porta d'ingresso è occupata da un grande affresco raffigurante la cacciata dei mercanti dal tempio. Sulla volta della navata, divisa in due grandi scomparti, il Corbellini, in grandi affreschi, ha raffigurato episodi della vita di S. Zenone, lasciando la firma e la data del 1748. Sopra la cantoria c'è un omaggio alla Vergine di Ono. Un coro di angeli porta in gloria l'effige miracolosa. Il tutto è impreziosito da stucchi molto eleganti. Sulla volta del presbiterio è affrescata la gloria di S. Zenone con i 4 evangelisti. Sullo sfondo, sopra la marmorea soasa, a degno coronamento del tutto, domina una bella «Ultima cena». Bruno Passamani ha pensato che gli affreschi potrebbero essere di Angelo Paglia. Il primo altare di destra dedicato ai SS. Antonio di Padova, Gaetano da Thiene e all'Angelo Custode, costruito verso il 1734, con predelle del marmorino Giovanni Cavaglieri di Virle ha una bella tela, secondo P. Guerrini di Angelo Paglia, mentre il Passamani l'attribuisce ad Antonio Paglia, ed il Bonomi propende a ritenerla di Pietro Scalvini autore della prospettiva che fa da contorno. Il secondo altare dedicato alla Madonna del Rosario con predelle ancora del Cavaglieri, ha una pala raffigurante la B.V. e i S.S. Domenico , Caterina, Rocco e Sebastiano, della prima metà del 600, mentre documenti del luogo la dicono opera di Domenico Voltolini del 1731 e che forse è emigrata altrove. La prospettiva è ancora di Pietro Scalvini. L'altare maggiore venne fabbricato nel 1765 dal Cavaglieri, mentre la bella tela raffigurante S. Zenone in gloria, e raccolta da una soasa coeva è attribuita anche dal Bonomi ad Antonio Paglia. Sulla parete laterale del presbiterio, sopra la porta che immette in sagrestia, campeggia una grande tela che doveva essere la prima pala del Santuario, sostituita nel 1728, raffigurante la Madonna del Rosario, con S. Zeno, S. Antonio Abate, S. Caterina e S. Domenico: è attribuita dal Passamani ad Andrea Celesti, e dal Guerrini e Bonomi al Bagnadore. Scendendo sul lato di sinistra si incontra l'altare della Immacolata Concezione raffigurata in una tela di Domenico Voltolini del 1731. L'ultimo altare di sinistra prima dell'uscita è dedicato a S. Giuseppe e ai SS. Vincenzo Ferrari, Zenone, Monica, Antonio ab. e Pietro. Ultimo ad essere costruito è dominato da una tela secondo il Passamani di Antonio Paglia, ma secondo il Bonomi da attribuire a Pietro Scalvini del quale è anche la scenografia di contorno. L'organo, opera del Bolognini, è del 1734 e venne poi completamente rifatto da G. Bianchetti nel 1904. In sagrestia ci sono otto begli ovali raffiguranti i misteri dolorosi, S. Pietro, S. Paolo e la Vergine Addolorata. Sono sicuramente del Celesti, per la notevole affinità stilistica con le opere di questo autore situate nel Santuario e nell'ex casa Pirlo. Sul volto della navata e su quella della sagrestia stanno affreschi datati 1748 di Paolo Corbellini raffigurante Mosè che riceve le tavole della Legge. Nella chiesa hanno anche lavorato G.B. Bonomi di Avenone autore nel 1768 dei confessionali e nel 1769 della bussola, e inoltre i «magistri» Angelo Pirlo, Pietro Armanni, Giacomo Ghidinelli, Antonio Bozio ed il pittore Bodini. Un cenno merita anche la bella cancellata del fonte battesimale, sicuramente frutto delle fatiche dei «magistri del ferro» di Rimo che secondo il Bonomi potrebbe essere quella che ancora nel 1734 il Bellavite descriveva con meraviglia e diceva posta nel coro della chiesa a protezione della preziosa reliquia del braccio di san Zenone. La chiesa venne consacrata dal vescovo mons. Gaggia il 19 luglio 1921 e la festa venne funestata da un gravissimo incidente dovuto a spari di mortaretti che costò la vita ad un giovane di 21 anni e gravi ferite a uno di 22. Nel 1940 - 1943 venne decorata dal pittore Prandelli.


MADONNA DEL PIANTO: si tratta del santuario più celebrato e conosciuto in tutta la Valsabbia per un particolare miracolo che vide protagonista un certo Giovanni Antonio Dusi, fu Roberto, nativo del luogo. Uomo di povera condizione, tornando da Venezia, ove gran tempo aveva dimorato per affari aveva portato come ricordo una tavoletta di legno con dipinta una Madonna bizantina in atto di nutrire il figlio. Ogni sera, riunita la famiglia davanti alla devota Immagine, che aveva posta in un'anconetta con due portelline, vi recitava il rosario e quando tutti s'erano ritirati Caterina, figlia unica del Dusi, rimaneva in fervorosa orazione. Ora avvenne che la sera del 30 aprile 1601 Caterina, mentre sola pregava davanti alla sacra tavoletta, vide scendere dagli occhi della Vergine abbondanti lagrime. Sorpresa da tale prodigio, chiamò con grida i genitori che accorsi raccolsero subito le lagrime in un vaso di terra. Il trambusto che ne nacque risvegliò gli uomini e le donne del vicinato che fra la commozione e la devozione videro il prodigioso spettacolo prolungarsi anche il mattino seguente. Avvertito il vescovo di Brescia mons. Marino Giorgi, questi il 18 giugno elesse il dottor teologo Aurelio Averoldi, poi vescovo di Castellaneta nelle Puglie, a recarsi in sua vece a Ono con notaio episcopale per dare inizio al necessario processo canonico. L'Averoldi, giunto a Ono e visitata la casa del Dusi, stimò che l'Immagine venisse consegnata nelle mani del parroco don Costantino Niccolini, perché «tunc temporis», la custodisse privatamente, senza lasciarla vedere se non dopo compiute le canoniche inquisizioni e la concessione del permesso del vescovo il quale volle che la Immagine fosse portata a Brescia in episcopio, rimandandola a Ono dopo due mesi. Conclusosi, dopo alcuni mesi, il processo il vescovo concedette facoltà di poter esporre l'immagine sopra un altare della parrocchiale. Il parroco l'espose per la prima volta alla pubblica venerazione sull'altare del Rosario, ed ivi venne custodita fino al 25 marzo 1610. La fama del prodigio si diffuse ben presto ovunque e folle di fedeli convennero con copiosissime offerte nella terra di Ono, ove non riuscì allora difficile ad alcuni vagabondi questuare per la Madonna miracolosa di Ono per proprio tornaconto. Cosicchè il 3 settembre 1602 il Vicario generale ordinò che tali falsari venissero tosto arrestati e tradotti nelle carceri di Brescia. L'ordine fece presto sparire quei ladri che carpivano dalle mani dei fedeli le offerte tanto generosamente elargite. Nel mese di novembre 1602 il vescovo di Brescia venne a Ono e concesse il giorno quattro dello stesso mese agli abitanti di Villa a mattina che, con le offerte dell'immagine, potesse essere istituita una cappellania nell'oratorio di S. Salvatore, piccola chiesetta edificata l'8 luglio 1590 da Giacomo Dusi, «il quale desiderava di edificare il Tempio di Salomone» come si legge in una epigrafe della porta d'ingresso. Ottenuto questo decreto gli abitanti di Villa chiesero di avere nel loro disadorno oratorio l'immagine della Vergine che non aveva disdegnato di abitare nella povera casa del Dusi loro conterraneo. Queste concessioni accrebbero il malcontento degli abitanti di Villa a sera i quali non stimavano conveniente che un'Immagine venerata da tante persone venisse tolta da un'ampia chiesa per essere rinserrata in una angusta e disadorna chiesetta. Proposero invece di ampliare e arricchire la loro parrocchiale di San Zenone in modo che potesse contenere i devoti indigeni e forestieri. La nuova fabbrica di cui si fece promotore anche p. Serafino Borra cominciò infatti, e già era stato innalzato il coro quando, per acri e violente opposizioni sorte fra le due frazioni, il vescovo la interdisse e i lavori rimasero incompleti fino al secolo successivo. Finalmente gli animi si composero in pace e l'8 marzo 1610 il vescovo concesse la traslazione della venerata immagine nell'oratorio di S. Salvatore. Il trasporto venne solennemente eseguito nel giorno festivo della SS. Annunciata, 25 marzo, dal vicario foraneo di Savallo, don Barbieri, assistito dal domenicano padre Borra, maestro di teologia e vicario del S. Ufficio, pur egli nativo di Villa a mattina che già aveva accelerato le pratiche per il riconoscimento del miracolo. Giunta la processione a S. Salvatore, l'immagine rimase esposta per tutto il giorno e da quel momento la chiesetta fu detta della Madonna di Ono. L'affluenza dei devoti convinse anche gli abitanti di Villa a mattina ad erigere un più ampio santuario. Se ne interessò Borra che ottenne tutti i dovuti permessi. Il progetto cui prestarono la loro opera gli architetti G.B. Lantana e Giovanni Antonio Biasio fu presto approvato. Alla fabbrica fu deputato G.B. Borra, che riuscì in breve a raccogliere una gran quantità di materiali per cui il 18 maggio 1610 il cerimoniere vescovile, a ciò incaricato dal vescovo, benedisse la prima pietra. Poi fu una gara di generosità sia di lavoro che di denari per cui ben presto, nel 1615 il santuario era una realtà. Ne risultò un bel monumento d'arte sia per l'architettura che per le preziose raccolte in esso contenute. Un decreto vescovile del 26 luglio 1618 sottoponeva il Santuario ad una apposita commissione, mentre una bolla di Urbano VIII del 14 novembre 1623 approvava la traslazione della sacra immagine, i decreti emessi dal vescovo di Brescia, la nuova fabbrica al posto dell'oratorio di S. Salvatore e concedeva l'indulgenza plenaria ai fedeli che avessero visitato il santuario nel giorno della sua solenne festa, cioè l'8 settembre di ogni anno. Il 6 maggio del 1628 la nuova chiesa veniva benedetta da fra Michele Veroglio, bresciano dell'ordine dei conventuali di S. Francesco, già vescovo di Zante e Cefalonia. Se l'esterno è semplice con la facciata in cui spicca solo il portale in pietra nera con porta intagliata in legno, un affresco e un elegantissimo rosone, l'interno è quanto di più elegante e ricco si possa aspettare in un piccolo centro di montagna. Il vano, come ha rilevato Alfredo Bonomi, non particolarmente vasto, è così ben proporzionato che è nel medesimo tempo raccolto e monumentale. Alla navata corrisponde un misurato coro e, quasi a rendere più equilibrato lo spazio, si aprono ai lati di essa due cappelle simmetriche. Sembra di entrare in una grande aula ove la misura regna sovrana e dove l'attenzione viene subito indirizzata verso una meta ben precisa, in questo caso l'altare maggiore e la sua leggiadra custodia marmorea che contiene il quadro miracoloso. L'altare maggiore, secondo una tradizione, sarebbe opera del Lantana. Secondo il Bonomi vi sarebbero aggiunte dovute all'intervento dell'architetto Antonio Biasio nel 1734. L'insieme, sostiene il Bonomi, è uno strabiliante esempio di scultura e di intarsi marmorei. È certamente l'altare più bello della valle Sabbia. Al centro del paliotto un medaglione di marmo bianco raffigura l'abbraccio tra la Vergine e S. Elisabetta. Ai lati due splendidi angeli, sempre di marmo bianco, rendono il tutto più lezioso. Fiori, festoni in marmi diversi, preziosi e ricercati, su sfondo scuro, completano il tutto. Il tabernacolo sembra una piccola chiesa barocca, tanto è scenografico e mosso. La pala rappresentante la nascita della Vergine che sostituì un'altra pala del Bagnadore raffigurante la Vergine e i S.S. Zenone, Antonio, Domenico e S. Caterina da Siena, ora nella parrocchiale, è opera del Paglia (1728). Stupenda è l'ancona, di Antonio Montanino, ricca di colonne, di statue e di fiorami. Bellissimo è il deposito marmoreo situato sull'altare maggiore dei santi martiri e poi rifatto nel 1734 su disegno del Biasio. Nell'urna centrale è custodita la venerata icona, racchiusa sotto due antelle dipinte da Andrea Celesti. Ai lati in altre due nicchie pure chiuse da antelli dipinti dallo stesso pittore, si conservano i corpi dei santi martiri Beatrice e Felice. Notevoli le statuette della Fede e della Carità ai lati del deposito della veneratissima immagine della Madonna del Pianto. I preziosi marmi dell'altare e del deposito sono fastosamente contornati dalla grandiosa soasa scolpita dal Lancillotti che incornicia la Pala della nascita della Vergine. Questo Lancillotti, molto di moda nella seconda metà del 1600, ci ha lasciato qui un grande impianto scenografico ma poco plastico. Gli scanni del coro con cariatidi, cimase con fiorami sono sicura guida per la attribuzione ai Boscaì. Questo coro è quasi uguale a quello di Presegno e si può attribuire a Giovan Battista Pialorsi o al figlio Francesco, eseguito tra il 1700 e il 1710. La pala dell'altare di sinistra raffigurante il Crocefisso, i S.S. Pietro e Paolo, Rocco e Sebastiano è di G. Barbelli, pittore cremasco (datata 1631). La pala sovrastante che rappresenta la circoncisione, è attribuita da alcuni ad Antonio Dusi pittore locale morto a Brescia nel 1766. La decorazione è, secondo il Bonomi, di un buon pittore ma sconosciuto. Il santuario venne affrescato nel 1615 da Camillo Rama che nel presbiterio rappresentò la Gloria della Vergine e nella volta della navata l'Assunzione oltre ad altri più piccoli affreschi raffiguranti l'Annunciazione a Maria e Giuseppe, tutti contornati da eleganti stucchi con modanature dorate. Sulle pareti della navata sono incastonate con belle cornici in stucco 4 grandi tele. Sopra la porta centrale c'è «L'adorazione dei Magi». A destra, sopra il confessionale «La Presentazione al Tempio». A sinistra, sempre sopra il confessionale «l'incontro tra la Vergine e S. Elisabetta». Sempre a sinistra, sopra il pulpito fa bella mostra lo «Sposalizio della Vergine». Sicuramente almeno due di queste e cioè «Lo sposalizio» e «L'incontro tra la Vergine e S. Elisabetta» sono a giudizio del Bonomi dello stesso autore della pala della «Circoncisione». Ci sono molti elementi comuni, mentre le altre due invece sono di più fiacca esecuzione anche se di buona mano. Nel presbiterio, sulla sinistra, in una cornice dorata ed in una scenografica finta finestra di stucchi, in una tela ovale è rappresentato un fatto tolto dalle tradizioni apocrife: la disputa della Vergine fanciulla con i sacerdoti del tempio. I colori sono vivaci e l'insieme buono. Altri quattro tondi con santi completano la rassegna delle tele della navata. Questi ultimi sono sicuramente della stessa mano dell'ovale del presbiterio e di un pittore legato agli influssi del Celesti. L'organo attuale è opera dei Fratelli Perolini ed è chiuso in una nicchia con voltone in legno dipinto e dorato con cariatidi ai lati ma già nel 1734 era in funzione un altro organo. Il Bonomi segnala anche che i paliotti ed i parapetti degli altari laterali sono un «recupero» e provengono dalla demolita chiesa di S. Domenico in Brescia. Sono un buon esempio di lavorazione dei marmorai di Rezzato e sono stati montati nel 1849 e nel 1851. Fra le grazie segnalate citeremo la guarigione della moglie di Giovanni Antonio Dusi, ammalata di epilessia, avvenuta nella stessa notte del pianto della Vergine. La guarigione miracolosa avvenuta il 15 agosto 1612 di un infermo di nome Lorenzo Facchinetti, quella di Bartolomeo Piatti avvenuta il 20 luglio 1612 e di molti altri. Alla Vergine del Pianto fu attribuita nel 1855 la preservazione di Ono e dei paesi circonvicini dal colera.


MADONNA DEL TORMINE: un santuarietto dedicato alla Madonna detta "del Tormine" o "dei Tribulati" sorge accanto al cimitero in posizione bellissima. Il nome di Tormine sarebbe derivato dal poggio rotondo (in dialetto "tormen") sul quale sorge, poco distante dalla mulattiera che da Ono porta a Presegno. È stata avanzata l'ipotesi che fosse un'antica diaconia eretta per l'assistenza ai viandanti che da Collio si portavano a Presegno e a Bagolino. Ma Alfredo Bonomi ne ha visto l'origine in una confraternita o Scuola di lavoratori del ferro, veri tribulati per il durissimo lavoro, del Forno di Hono, della quale nell'archivio parrocchiale di Ono Degno esiste un libro di contributi degli iscritti per i poveri e il culto, che va dal 1527 al 1627. Nel 1580 all'epoca della visita di S. Carlo non era che una santella aperta sul davanti con altare, ma senza redditi e nella quale non si celebrava. Ad essa era legato un lascito di Battista Borra che permetteva la vigilia di Natale una abbondante distribuzione di sale agli abitanti. Probabilmente fu ridotta a chiesetta agli inizi del '700. Gli atti della visita del vescovo Barbarigo del 1715 la chiamano S. Maria dei Tribulati. Il santuarietto conserva linee settecentesche e sull'altare ha una bella tela raffigurante l'Addolorata.


S. LORENZO. Le linee sono semplicissime: una facciata con la solita porta e finestra al centro e le due finestrelle ai lati, un campaniletto, una sagrestia. Che fosse antica, si sapeva, ma che fosse tutta, o quasi, dipinta lo si è appurato solo nel 1976, quando il parroco, don Luigi Bresciani, provvide con l'aiuto del Museo di Pertica Bassa a intelligenti opere di restauro. Manomissioni, umidità, traversie varie, hanno compromesso irrimediabilmente molti affreschi; ma altri sono stati recuperati e fra essi quelli della parete di sinistra, con la Madonna con Bambino, S. Lucia, S. Rocco, un santo con spada e piaghe alle mani, e ancora S. Rocco. Segni di decorazione cinquecentesca sono apparsi anche nella volta a vela della navata. Sull'altare, in una semplice cornice, sta una pala di recente restaurata. Alquanto abbandonato nel '700, il santuarietto venne poi riordinato. Esisteva a Villa Mattina la chiesa di S. Salvatore sulla quale vi era una certa irridente iscrizione che lo diceva costruito l'8 luglio 1590 da Giacomo Dusi "qui templum optabat construere Salomonis". Interessanti le santelle fra le quali quelle in località "Fornàsho" con un'immagine della Madonna del Pianto e i SS. Lorenzo, Stefano e Francesco di A. Il borgo conserva ancora oggi testimonianze vive del suo passato in alcune antiche case quali quelle dei Borra, dei Dusina e dei Bacchetti e soprattutto la Casa Torre dei Butturini che il Lechi descrive come "forte e possente nella sua elementare struttura di torre". La casa porta decorazioni in cotto con elementi trecenteschi. Altre vaste e comode dimore come quelle dei Pirlo, dei Nicolini risalgono ai sec. XVII e XVIII.


ECONOMIA. Si è sempre basata sull'allevamento del bestiame e il taglio dei boschi, integrata da una continua emigrazione che è, come si è accennato, andata accentuando nella seconda metà del sec. XIX. Anche Ono oltre alle fucine di Forno (v. Forno d'Ono) ne aveva una sua che fu per qualche tempo particolarmente attiva. Nel 1789 aveva distinti da quelli di Forno due mulini, quattro "tubi" sia da terra che da acqua, due magli a ruota. Più recentemente negli anni '50, non essendo più sufficiente l'allevamento del bestiame e il taglio dei boschi, molti hanno cercato fortuna oltre oceano, specialmente in Australia mentre in tempi più vicini si sono riversati nelle officine di fondo valle.