OBIZIO da Niardo, S.: differenze tra le versioni

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'''OBIZIO da Niardo, S.'''
 
'''OBIZIO da Niardo, S.'''
  
Sec. XII. Di Niardo. Di Graziadio degli Obizi de Pazzi, (v.). Alcuni, senza prove, lo vogliono un Martinengo, altri un Griffi, il Crollalanza lo indica come «De Augustis». Sposato con certa Triglissenda, abbracciò la carriera militare, prese parte alle guerre tra i Comuni lombardi. Il 7 luglio 1191 con cento cavalieri corse, forse al seguito del padre, in aiuto dei Bresciani, assaliti sulle rive dell'Oglio dai Cremonesi, riuscendo, dopo averne uccisi molti, a sconfiggerli. Ritornati all'assalto i Cremonesi con l'appoggio dei Bergamaschi, Obizio si battè con coraggio, inseguendo i nemici fino sul ponte dell'Oglio che, cedendo al peso dei combattenti, si ruppe. Seppellito vivo sotto molti cadaveri per alcune ore, invocato l'aiuto di S. Margherita, di cui era devotissimo, sentendo una persona che passava vicino, gridò, venne dissepellito. Prostrato dalla fatica, si addormentò e nel sonno vide l'orrendo inferno pronto ad inghiottirlo. Svegliandosi decise di cambiare vita, di lasciare il mondo. Tornato a Niardo, vestì abiti poverissimi e si dedicò alla preghiera e alla penitenza, vivendo di solo pane ed acqua e di erbe crude, dormendo sulla nuda terra, affrontando digiuni e macerazioni e assistendo poveri, viandanti ecc. Divise i suoi averi fra la moglie e i figli, ne riservò una quinta parte per costruire presso la chiesa di S. Maria alla Minerva, a S di Breno, un ponte, al quale egli stesso lavorò come muratore. Essendosi un compagno di lavoro ferito seriamente ad una mano, egli lo guarì avvolgendola nel suo mantello. Per vivere più unito a Dio si ritirò in un monastero costruito da suo zio Ansuino e per fare ancora più penitenza faticò a lungo in una cava di pietre con le quali costruì una piccola casetta, vicino al monastero, dove si rinchiuse un anno intero in rigorosa penitenza. Consigliato da due anziani sacerdoti ritornò dalla moglie e dai figli, e ricostituì il patrimonio familiare andato in dissesto. Sempre desideroso di dedicarsi a vita solitaria, ottenne dalla moglie di poter passare la Quaresima in un monastero. Decise poi di dedicarsi a Niardo ad una vita di servizio e di aiuto ai poveri assoggettandosi a faticosi lavori agricoli, raccogliendo legna per i poveri, affrontando i più severi rimproveri dei famigliari. Ottenuto il permesso dalla moglie, intraprese più pellegrinaggi. Fu a Cremona per pregare in S. Mattia sulla tomba del beato Alberto di Ognana, proseguendo per Lucca dove venerò il Volto Santo, superando tentazioni diaboliche. Tornato a Niardo si dedicò a veglie, digiuni e a letture spirituali, fra le quali predilesse il racconto del martirio di S. Margherita. Dopo aver ottenuto l'adesione della moglie, ormai convinta della santità del marito, riprese pellegrinaggi e, trascinandosi ai piedi due pesanti palle di ferro, fu di nuovo a Cremona, per pregare nella chiesa di S. Egidio sulla tomba di S. Omobono. Partì poi per i Camaldoli, da dove per il grave indebolimento per le fatiche e le penitenze dovette tornare sui suoi passi. A Cremona, semivivo, trovò la moglie ed un figlio che se lo portarono a Brescia. Ristabilitosi, poté tornare a Niardo. Dopo aver passato altro tempo a Niardo finalmente nel 1197 ottenne dalla moglie di farsi oblato nel monastero di S. Giulia a Brescia, dove venne accolto con grande gioia dalla badessa Bellintenda e dalle monache. Visse in umile servizio e facendo del bene a quanti avevano modo di avvicinarlo. Poi, presago di una non lontana fine, nel novembre 1203 andò a Niardo, dove si fermò solo due giorni. Prima di partire unì assieme con la cintura del vestito moglie e figli salutandoli con calde lagrime. Ritornò a Brescia, a piedi scalzi, per sentieri ghiacciati nel più crudo inverno. Giuntovi, dovette fermarsi una notte presso la figlia, ma volle dormire su una stuoia. Ritornato nel monastero, ridotto a uno scheletro, si ammaltò gravemente. Ebbe l'assistenza assidua della figlia Berta e la visita di moltissime persone. Rifiutando ogni medicina e vestito della sola tunica monacale, aspettò la morte. Chiese solo di rivedere la moglie e i due figli Giacomino e Maffeo. Ottenne da quest'ultimo che lasciasse la donna che teneva con sè fuori del matrimonio, rivolse gli occhi al cielo e si addormentò nella morte. Era il 6 dicembre 1204. Nonostante avesse raccomandato di essere sepolto con la massima semplicità e riservatezza, gli furono tributati grandissimi onori. Come ricordano gli atti del processo di beatificazione, «lavato il Santo Corpo conforme l'uso, e riccamente vestito, et ornato col concorso di tutto il popolo attorniato, e preceduto da innocenti fanciulli, che ne gli habiti, e ne' sembianti rassomigliavano la Celeste Corte de gli Angeli, fu levato da tutte le Religioni e Luoghi Pii con Trombe, Piffari, e Tamburri, e col suono festoso di tutte le Campane; così in grande veneratione portandolo processionalmente per tutta la città, era chiamato et adorato da tutti per Santo. Ritornati poi alla Chiesa di S. Giulia, la quale era ricca, e sontuosamente addobbata, fu posto sopra un catafalco da infinità di torci accesi illuminato; si sentiva da dupplicati Chori Angeliche armonie de più isquisiti Musici, a quali rispondevano sonore Trombe, e Piffari con festoso strepito, e mormorio de più Tamburri. Fatto poi in Pulpito un divoto non men che dotto Panegirico da perito Oratore a lode del Santo Cavaliere, di qui fu portato entro il Monasterio, dove vicino alla Chiesa antica nel preparato Sepolcro con gran Solennità fu sepellito». Molti miracoli gli vennero attribuiti nella circostanza della morte e dei funerali. Fistole e piaghe guarite all'istante e membra rattrappite e storpiate raddrizzate al solo contatto con la paglia o la terra sulla quale era morto, demoni in fuga, favorirono la fama di santità di Obizio, e miracoli ancora più insigni. L'esempio di Obizio sarebbe stato seguito dalla moglie che sarebbe morta in concetto di santità. Il figlio Maffeo, seguendo l'esempio dei genitori, divise i suoi beni in tre parti: una destinata al monastero di Cemmo, l'altra alla chiesa di Niardo, e la terza ai poveri del paese. Nel registro di un sodalizio di preghiere del monastero di S. Giulia si legge il nome della monaca Margherita «Filia sancti Obizonis cum omnibus suis vivis et mortuis». Continuando viva la devozione e i miracoli, il corpo del santo venne tolto dal primo sepolcro, e deposto in un'arca marmorea, dalla quale sgorgò d'incanto un'acqua «purissima e cristallina». Bevendola i malati riacquistavano la salute. Dopo molti anni nel 1498 le reliquie tolte dall'arca vennero deposte, con quelle di S. Giulia e di altri santi, sotto l'altare della chiesa del monastero. L'arca venne deposta in sagrestia. Da quell'istante l'acqua non sgorgò più dall'arca. Inariditasi con ciò la devozione popolare, continuò quella delle monache che venne ancor più risvegliata da un fatto straordinario accaduto il 10 ottobre 1505, quando verso mezzanotte la campana del monastero incominciò a suonare senza che nessuno ne toccasse la fune. Una monaca svegliatasi di soprassalto, credendo fosse l'ora del mattutino, vide la chiesa illuminata da una grande luce come fosse giorno. Lo stesso vide un'altra monaca, mentre la monaca sagrestana, vide il pavimento bagnato ed accostatasi all'arca la vide ripiena di acqua. Il fenomeno si ripetè per molto tempo. Il miracolo ravvivò ancor più il culto e sollecitò le monache a incaricare il Romanino a documentare con affreschi nella chiesa di S. Maria in Solario la vita del santo. Nei pregevoli affreschi datati verso il 1530 (e restaurati nel 1965) il pittore lo ha raffigurato nelle vesti di un nobile guerriero dal portamento maestoso. Un inno e orazioni vennero raccolte da p. Floriano Canale, canonico regolare a S. Giovanni in Brescia. Soppresso nel 1797 il monastero di S. Giulia, il 16 dicembre 1798 le reliquie del santo vennero trasferite con grande solennità a Niardo e collocate nella chiesa parrocchiale, dapprima sull'altare della Madonna e dal 1861 su un proprio altare. Al santo, Niardo attribuì numerose grazie: la guarigione delle bestie in una epidemia di polmonera, il dono della pioggia dopo pericolose siccità, l'arresto di una frana minacciante l'abitato, la fine del colera ecc. A S. Obizio venne attribuita l'incolumità degli abitanti nelle continue frane della roccia del colle di S. Giorgio. Ebbe culto «Ab immemorabili» con un ufficio speciale e il ricordo nel Martirologio che, prima della edizione del Martirologio del Baronio, veniva letto in cattedrale. Il culto venne riconosciuto ed approvato da Leone XIII il 23 luglio 1900 e la festa venne fissata al 4 febbraio. Oggi si celebra soltanto a Niardo ai primi di maggio con solenne processione e con manifestazioni folcloristiche nelle quali spiccano le Guardie di S. Obizio, in solenni monture militari. Al santo è attribuito un inno, il più antico del popolo bresciano che ci è stato tramandato, in onore alla grande battaglia di Rudiano. Il ritmo, è quello dei canti sacri, e probabilmente cantato attorno al Carroccio. L'Odorici scrive: «Quest'inno che nell'ebbrezza di un popolo vincitore cantavano devoti appiè dell'ara massima di S. Pietro de Dom (...) questa calda poesia bresciana, rude ma palpitante, è la letizia guerriera che negli entusiasmi della gloria versavano l'esaltazione dei loro affetti nei canti sacri».
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Sec. XII. Di Niardo. Di Graziadio degli Obizi de Pazzi, (v.). Alcuni, senza prove, lo vogliono un Martinengo, altri un Griffi, il Crollalanza lo indica come «De Augustis». Sposato con certa Triglissenda, abbracciò la carriera militare, prese parte alle guerre tra i Comuni lombardi. Il 7 luglio 1191 con cento cavalieri corse, forse al seguito del padre, in aiuto dei Bresciani, assaliti sulle rive dell'Oglio dai Cremonesi, riuscendo, dopo averne uccisi molti, a sconfiggerli. Ritornati all'assalto i Cremonesi con l'appoggio dei Bergamaschi, Obizio si battè con coraggio, inseguendo i nemici fino sul ponte dell'Oglio che, cedendo al peso dei combattenti, si ruppe. Seppellito vivo sotto molti cadaveri per alcune ore, invocato l'aiuto di S. Margherita, di cui era devotissimo, sentendo una persona che passava vicino, gridò, venne dissepellito. Prostrato dalla fatica, si addormentò e nel sonno vide l'orrendo inferno pronto ad inghiottirlo. Svegliandosi decise di cambiare vita, di lasciare il mondo. Tornato a Niardo, vestì abiti poverissimi e si dedicò alla preghiera e alla penitenza, vivendo di solo pane ed acqua e di erbe crude, dormendo sulla nuda terra, affrontando digiuni e macerazioni e assistendo poveri, viandanti ecc. Divise i suoi averi fra la moglie e i figli, ne riservò una quinta parte per costruire presso la chiesa di S. Maria alla Minerva, a S di Breno, un ponte, al quale egli stesso lavorò come muratore. Essendosi un compagno di lavoro ferito seriamente ad una mano, egli lo guarì avvolgendola nel suo mantello. Per vivere più unito a Dio si ritirò in un monastero costruito da suo zio Ansuino e per fare ancora più penitenza faticò a lungo in una cava di pietre con le quali costruì una piccola casetta, vicino al monastero, dove si rinchiuse un anno intero in rigorosa penitenza. Consigliato da due anziani sacerdoti ritornò dalla moglie e dai figli, e ricostituì il patrimonio familiare andato in dissesto. Sempre desideroso di dedicarsi a vita solitaria, ottenne dalla moglie di poter passare la Quaresima in un monastero. Decise poi di dedicarsi a Niardo ad una vita di servizio e di aiuto ai poveri assoggettandosi a faticosi lavori agricoli, raccogliendo legna per i poveri, affrontando i più severi rimproveri dei famigliari. Ottenuto il permesso dalla moglie, intraprese più pellegrinaggi. Fu a Cremona per pregare in S. Mattia sulla tomba del beato Alberto di Ognana, proseguendo per Lucca dove venerò il Volto Santo, superando tentazioni diaboliche. Tornato a Niardo si dedicò a veglie, digiuni e a letture spirituali, fra le quali predilesse il racconto del martirio di S. Margherita. Dopo aver ottenuto l'adesione della moglie, ormai convinta della santità del marito, riprese pellegrinaggi e, trascinandosi ai piedi due pesanti palle di ferro, fu di nuovo a Cremona, per pregare nella chiesa di S. Egidio sulla tomba di S. Omobono. Partì poi per i Camaldoli, da dove per il grave indebolimento per le fatiche e le penitenze dovette tornare sui suoi passi. A Cremona, semivivo, trovò la moglie ed un figlio che se lo portarono a Brescia. Ristabilitosi, poté tornare a Niardo. Dopo aver passato altro tempo a Niardo finalmente nel 1197 ottenne dalla moglie di farsi oblato nel monastero di S. Giulia a Brescia, dove venne accolto con grande gioia dalla badessa Bellintenda e dalle monache. Visse in umile servizio e facendo del bene a quanti avevano modo di avvicinarlo. Poi, presago di una non lontana fine, nel novembre 1203 andò a Niardo, dove si fermò solo due giorni. Prima di partire unì assieme con la cintura del vestito moglie e figli salutandoli con calde lagrime. Ritornò a Brescia, a piedi scalzi, per sentieri ghiacciati nel più crudo inverno. Giuntovi, dovette fermarsi una notte presso la figlia, ma volle dormire su una stuoia. Ritornato nel monastero, ridotto a uno scheletro, si ammaltò gravemente. Ebbe l'assistenza assidua della figlia Berta e la visita di moltissime persone. Rifiutando ogni medicina e vestito della sola tunica monacale, aspettò la morte. Chiese solo di rivedere la moglie e i due figli Giacomino e Maffeo. Ottenne da quest'ultimo che lasciasse la donna che teneva con sè fuori del matrimonio, rivolse gli occhi al cielo e si addormentò nella morte. Era il 6 dicembre 1204. Nonostante avesse raccomandato di essere sepolto con la massima semplicità e riservatezza, gli furono tributati grandissimi onori. Come ricordano gli atti del processo di beatificazione, «lavato il Santo Corpo conforme l'uso, e riccamente vestito, et ornato col concorso di tutto il popolo attorniato, e preceduto da innocenti fanciulli, che ne gli habiti, e ne' sembianti rassomigliavano la Celeste Corte de gli Angeli, fu levato da tutte le Religioni e Luoghi Pii con Trombe, Piffari, e Tamburri, e col suono festoso di tutte le Campane; così in grande veneratione portandolo processionalmente per tutta la città, era chiamato et adorato da tutti per Santo. Ritornati poi alla Chiesa di S. Giulia, la quale era ricca, e sontuosamente addobbata, fu posto sopra un catafalco da infinità di torci accesi illuminato; si sentiva da dupplicati Chori Angeliche armonie de più isquisiti Musici, a quali rispondevano sonore Trombe, e Piffari con festoso strepito, e mormorio de più Tamburri. Fatto poi in Pulpito un divoto non men che dotto Panegirico da perito Oratore a lode del Santo Cavaliere, di qui fu portato entro il Monasterio, dove vicino alla Chiesa antica nel preparato Sepolcro con gran Solennità fu sepellito». Molti miracoli gli vennero attribuiti nella circostanza della morte e dei funerali. Fistole e piaghe guarite all'istante e membra rattrappite e storpiate raddrizzate al solo contatto con la paglia o la terra sulla quale era morto, demoni in fuga, favorirono la fama di santità di Obizio, e miracoli ancora più insigni. L'esempio di Obizio sarebbe stato seguito dalla moglie che sarebbe morta in concetto di santità. Il figlio Maffeo, seguendo l'esempio dei genitori, divise i suoi beni in tre parti: una destinata al monastero di Cemmo, l'altra alla chiesa di Niardo, e la terza ai poveri del paese. Nel registro di un sodalizio di preghiere del monastero di S. Giulia si legge il nome della monaca Margherita «Filia sancti Obizonis cum omnibus suis vivis et mortuis». Continuando viva la devozione e i miracoli, il corpo del santo venne tolto dal primo sepolcro, e deposto in un'arca marmorea, dalla quale sgorgò d'incanto un'acqua «purissima e cristallina». Bevendola i malati riacquistavano la salute. Dopo molti anni nel 1498 le reliquie tolte dall'arca vennero deposte, con quelle di S. Giulia e di altri santi, sotto l'altare della chiesa del monastero. L'arca venne deposta in sagrestia. Da quell'istante l'acqua non sgorgò più dall'arca. Inariditasi con ciò la devozione popolare, continuò quella delle monache che venne ancor più risvegliata da un fatto straordinario accaduto il 10 ottobre 1505, quando verso mezzanotte la campana del monastero incominciò a suonare senza che nessuno ne toccasse la fune. Una monaca svegliatasi di soprassalto, credendo fosse l'ora del mattutino, vide la chiesa illuminata da una grande luce come fosse giorno. Lo stesso vide un'altra monaca, mentre la monaca sagrestana, vide il pavimento bagnato ed accostatasi all'arca la vide ripiena di acqua. Il fenomeno si ebbe a ripetere per molto tempo. Il miracolo ravvivò ancor più il culto e sollecitò le monache a incaricare il Romanino a documentare la vita del santo con affreschi nella cappella ricavata alla base del campanile di San Salvatore. Nei pregevoli affreschi datati verso il 1530 (e restaurati nel 1965) il pittore lo ha raffigurato nelle vesti di un nobile guerriero dal portamento maestoso. Secondo studi più recenti la datazione degli affreschi corrisponderebbe agli anni di carica nel ruolo di badessa di Adeodata Martinengo. Un inno e orazioni vennero raccolte da p. Floriano Canale, canonico regolare a S. Giovanni in Brescia. Soppresso nel 1797 il monastero di S. Giulia, il 16 dicembre 1798 le reliquie del santo vennero trasferite con grande solennità a Niardo e collocate nella chiesa parrocchiale, dapprima sull'altare della Madonna e dal 1861 su un proprio altare. Al santo, Niardo attribuì numerose grazie: la guarigione delle bestie in una epidemia di polmonera, il dono della pioggia dopo pericolose siccità, l'arresto di una frana minacciante l'abitato, la fine del colera ecc. A S. Obizio venne attribuita l'incolumità degli abitanti nelle continue frane della roccia del colle di S. Giorgio. Ebbe culto «Ab immemorabili» con un ufficio speciale e il ricordo nel Martirologio che, prima della edizione del Martirologio del Baronio, veniva letto in cattedrale. Il culto venne riconosciuto ed approvato da Leone XIII il 23 luglio 1900 e la festa venne fissata al 4 febbraio. Oggi si celebra soltanto a Niardo ai primi di maggio con solenne processione e con manifestazioni folcloristiche nelle quali spiccano le Guardie di S. Obizio, in solenni monture militari. Al santo è attribuito un inno, il più antico del popolo bresciano che ci è stato tramandato, in onore alla grande battaglia di Rudiano. Il ritmo, è quello dei canti sacri, e probabilmente cantato attorno al Carroccio. L'Odorici scrive: «Quest'inno che nell'ebbrezza di un popolo vincitore cantavano devoti appiè dell'ara massima di S. Pietro de Dom (...) questa calda poesia bresciana, rude ma palpitante, è la letizia guerriera che negli entusiasmi della gloria versavano l'esaltazione dei loro affetti nei canti sacri».
 
   
 
   
 
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Versione attuale delle 19:10, 30 nov 2025

OBIZIO da Niardo, S.

Sec. XII. Di Niardo. Di Graziadio degli Obizi de Pazzi, (v.). Alcuni, senza prove, lo vogliono un Martinengo, altri un Griffi, il Crollalanza lo indica come «De Augustis». Sposato con certa Triglissenda, abbracciò la carriera militare, prese parte alle guerre tra i Comuni lombardi. Il 7 luglio 1191 con cento cavalieri corse, forse al seguito del padre, in aiuto dei Bresciani, assaliti sulle rive dell'Oglio dai Cremonesi, riuscendo, dopo averne uccisi molti, a sconfiggerli. Ritornati all'assalto i Cremonesi con l'appoggio dei Bergamaschi, Obizio si battè con coraggio, inseguendo i nemici fino sul ponte dell'Oglio che, cedendo al peso dei combattenti, si ruppe. Seppellito vivo sotto molti cadaveri per alcune ore, invocato l'aiuto di S. Margherita, di cui era devotissimo, sentendo una persona che passava vicino, gridò, venne dissepellito. Prostrato dalla fatica, si addormentò e nel sonno vide l'orrendo inferno pronto ad inghiottirlo. Svegliandosi decise di cambiare vita, di lasciare il mondo. Tornato a Niardo, vestì abiti poverissimi e si dedicò alla preghiera e alla penitenza, vivendo di solo pane ed acqua e di erbe crude, dormendo sulla nuda terra, affrontando digiuni e macerazioni e assistendo poveri, viandanti ecc. Divise i suoi averi fra la moglie e i figli, ne riservò una quinta parte per costruire presso la chiesa di S. Maria alla Minerva, a S di Breno, un ponte, al quale egli stesso lavorò come muratore. Essendosi un compagno di lavoro ferito seriamente ad una mano, egli lo guarì avvolgendola nel suo mantello. Per vivere più unito a Dio si ritirò in un monastero costruito da suo zio Ansuino e per fare ancora più penitenza faticò a lungo in una cava di pietre con le quali costruì una piccola casetta, vicino al monastero, dove si rinchiuse un anno intero in rigorosa penitenza. Consigliato da due anziani sacerdoti ritornò dalla moglie e dai figli, e ricostituì il patrimonio familiare andato in dissesto. Sempre desideroso di dedicarsi a vita solitaria, ottenne dalla moglie di poter passare la Quaresima in un monastero. Decise poi di dedicarsi a Niardo ad una vita di servizio e di aiuto ai poveri assoggettandosi a faticosi lavori agricoli, raccogliendo legna per i poveri, affrontando i più severi rimproveri dei famigliari. Ottenuto il permesso dalla moglie, intraprese più pellegrinaggi. Fu a Cremona per pregare in S. Mattia sulla tomba del beato Alberto di Ognana, proseguendo per Lucca dove venerò il Volto Santo, superando tentazioni diaboliche. Tornato a Niardo si dedicò a veglie, digiuni e a letture spirituali, fra le quali predilesse il racconto del martirio di S. Margherita. Dopo aver ottenuto l'adesione della moglie, ormai convinta della santità del marito, riprese pellegrinaggi e, trascinandosi ai piedi due pesanti palle di ferro, fu di nuovo a Cremona, per pregare nella chiesa di S. Egidio sulla tomba di S. Omobono. Partì poi per i Camaldoli, da dove per il grave indebolimento per le fatiche e le penitenze dovette tornare sui suoi passi. A Cremona, semivivo, trovò la moglie ed un figlio che se lo portarono a Brescia. Ristabilitosi, poté tornare a Niardo. Dopo aver passato altro tempo a Niardo finalmente nel 1197 ottenne dalla moglie di farsi oblato nel monastero di S. Giulia a Brescia, dove venne accolto con grande gioia dalla badessa Bellintenda e dalle monache. Visse in umile servizio e facendo del bene a quanti avevano modo di avvicinarlo. Poi, presago di una non lontana fine, nel novembre 1203 andò a Niardo, dove si fermò solo due giorni. Prima di partire unì assieme con la cintura del vestito moglie e figli salutandoli con calde lagrime. Ritornò a Brescia, a piedi scalzi, per sentieri ghiacciati nel più crudo inverno. Giuntovi, dovette fermarsi una notte presso la figlia, ma volle dormire su una stuoia. Ritornato nel monastero, ridotto a uno scheletro, si ammaltò gravemente. Ebbe l'assistenza assidua della figlia Berta e la visita di moltissime persone. Rifiutando ogni medicina e vestito della sola tunica monacale, aspettò la morte. Chiese solo di rivedere la moglie e i due figli Giacomino e Maffeo. Ottenne da quest'ultimo che lasciasse la donna che teneva con sè fuori del matrimonio, rivolse gli occhi al cielo e si addormentò nella morte. Era il 6 dicembre 1204. Nonostante avesse raccomandato di essere sepolto con la massima semplicità e riservatezza, gli furono tributati grandissimi onori. Come ricordano gli atti del processo di beatificazione, «lavato il Santo Corpo conforme l'uso, e riccamente vestito, et ornato col concorso di tutto il popolo attorniato, e preceduto da innocenti fanciulli, che ne gli habiti, e ne' sembianti rassomigliavano la Celeste Corte de gli Angeli, fu levato da tutte le Religioni e Luoghi Pii con Trombe, Piffari, e Tamburri, e col suono festoso di tutte le Campane; così in grande veneratione portandolo processionalmente per tutta la città, era chiamato et adorato da tutti per Santo. Ritornati poi alla Chiesa di S. Giulia, la quale era ricca, e sontuosamente addobbata, fu posto sopra un catafalco da infinità di torci accesi illuminato; si sentiva da dupplicati Chori Angeliche armonie de più isquisiti Musici, a quali rispondevano sonore Trombe, e Piffari con festoso strepito, e mormorio de più Tamburri. Fatto poi in Pulpito un divoto non men che dotto Panegirico da perito Oratore a lode del Santo Cavaliere, di qui fu portato entro il Monasterio, dove vicino alla Chiesa antica nel preparato Sepolcro con gran Solennità fu sepellito». Molti miracoli gli vennero attribuiti nella circostanza della morte e dei funerali. Fistole e piaghe guarite all'istante e membra rattrappite e storpiate raddrizzate al solo contatto con la paglia o la terra sulla quale era morto, demoni in fuga, favorirono la fama di santità di Obizio, e miracoli ancora più insigni. L'esempio di Obizio sarebbe stato seguito dalla moglie che sarebbe morta in concetto di santità. Il figlio Maffeo, seguendo l'esempio dei genitori, divise i suoi beni in tre parti: una destinata al monastero di Cemmo, l'altra alla chiesa di Niardo, e la terza ai poveri del paese. Nel registro di un sodalizio di preghiere del monastero di S. Giulia si legge il nome della monaca Margherita «Filia sancti Obizonis cum omnibus suis vivis et mortuis». Continuando viva la devozione e i miracoli, il corpo del santo venne tolto dal primo sepolcro, e deposto in un'arca marmorea, dalla quale sgorgò d'incanto un'acqua «purissima e cristallina». Bevendola i malati riacquistavano la salute. Dopo molti anni nel 1498 le reliquie tolte dall'arca vennero deposte, con quelle di S. Giulia e di altri santi, sotto l'altare della chiesa del monastero. L'arca venne deposta in sagrestia. Da quell'istante l'acqua non sgorgò più dall'arca. Inariditasi con ciò la devozione popolare, continuò quella delle monache che venne ancor più risvegliata da un fatto straordinario accaduto il 10 ottobre 1505, quando verso mezzanotte la campana del monastero incominciò a suonare senza che nessuno ne toccasse la fune. Una monaca svegliatasi di soprassalto, credendo fosse l'ora del mattutino, vide la chiesa illuminata da una grande luce come fosse giorno. Lo stesso vide un'altra monaca, mentre la monaca sagrestana, vide il pavimento bagnato ed accostatasi all'arca la vide ripiena di acqua. Il fenomeno si ebbe a ripetere per molto tempo. Il miracolo ravvivò ancor più il culto e sollecitò le monache a incaricare il Romanino a documentare la vita del santo con affreschi nella cappella ricavata alla base del campanile di San Salvatore. Nei pregevoli affreschi datati verso il 1530 (e restaurati nel 1965) il pittore lo ha raffigurato nelle vesti di un nobile guerriero dal portamento maestoso. Secondo studi più recenti la datazione degli affreschi corrisponderebbe agli anni di carica nel ruolo di badessa di Adeodata Martinengo. Un inno e orazioni vennero raccolte da p. Floriano Canale, canonico regolare a S. Giovanni in Brescia. Soppresso nel 1797 il monastero di S. Giulia, il 16 dicembre 1798 le reliquie del santo vennero trasferite con grande solennità a Niardo e collocate nella chiesa parrocchiale, dapprima sull'altare della Madonna e dal 1861 su un proprio altare. Al santo, Niardo attribuì numerose grazie: la guarigione delle bestie in una epidemia di polmonera, il dono della pioggia dopo pericolose siccità, l'arresto di una frana minacciante l'abitato, la fine del colera ecc. A S. Obizio venne attribuita l'incolumità degli abitanti nelle continue frane della roccia del colle di S. Giorgio. Ebbe culto «Ab immemorabili» con un ufficio speciale e il ricordo nel Martirologio che, prima della edizione del Martirologio del Baronio, veniva letto in cattedrale. Il culto venne riconosciuto ed approvato da Leone XIII il 23 luglio 1900 e la festa venne fissata al 4 febbraio. Oggi si celebra soltanto a Niardo ai primi di maggio con solenne processione e con manifestazioni folcloristiche nelle quali spiccano le Guardie di S. Obizio, in solenni monture militari. Al santo è attribuito un inno, il più antico del popolo bresciano che ci è stato tramandato, in onore alla grande battaglia di Rudiano. Il ritmo, è quello dei canti sacri, e probabilmente cantato attorno al Carroccio. L'Odorici scrive: «Quest'inno che nell'ebbrezza di un popolo vincitore cantavano devoti appiè dell'ara massima di S. Pietro de Dom (...) questa calda poesia bresciana, rude ma palpitante, è la letizia guerriera che negli entusiasmi della gloria versavano l'esaltazione dei loro affetti nei canti sacri».