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MONTIRONE (in dial. Montirù, in lat. Montironis)
Borgata a 11 km a SE di Brescia, sulla strada S. Zeno-Ghedi, a m 99 s.l.m., sulla sinistra del fiume Mella. Ha una superficie comunale di kmq 10,26. Il paese sorge sulle rive del Naviglio, che lo divide, e delle seriole Gheda e Molinara che scorrono parallele da NO a SE determinando lo sviluppo allungato del paese. Il comune confina con quelli di Borgosatollo, Ghedi, Bagnolo Mella, Poncarale. Il territorio è attraversato dalla linea ferroviaria Brescia-Parma che vi ha qui una stazione. Centri abitati: Belleguardo, Cascina Conti. Località e caseggiati sono: Fenilazzo, la Campagna, il Feniletto, le cascine Preselli, Pradossi, Terzi, Salvi, Paradisino, Loco Nuovo, Betulla ecc. Abitanti (Montironesi): 100 nel 1493, 500 c. nel 1566, 200 nel 1609 (utili 80), 600 nel 1666, 820 nel 1861, 848 nel 1871, 876 nel 1881, 1.092 nel 1901, 1.230 nel 1911, 1.462 nel 1921, 1.401 nel 1931, 1.469 nel 1936, 1.909 nel 1951, 1.916 nel 1961 (attivi 737: agric., 244 ind., 223 commerc. 125), 3.010 nel 1989. Come Monterione è citato in carte del sec. XI. L'Olivieri, il Gnaga e Carla Marcato propendono per "monterone", "montariolo" da "monte" o "monterius", con allusione ad un dosso o rialzo del terreno (o, ancora, ad una strada in salita) che veramente esiste accanto alla chiesa parrocchiale e sul quale sorse un castello del feudo vescovile passato agli Emili e nel 1800 ai milanesi Orio. Il "mons" e la "braida" Tironis (cioè cascina Berteroni di Poncarale) fanno pensare che una villa e i vasti possedimenti circostanti fossero appunto di un signore di nome Tirone. Il territorio fu abitato fin dalla preistoria e di sicuro conosciuto in epoca romana. Un architrave con lacunare lavorato (trovato presso palazzo Lechi) e un capitello (trovato presso la torre Emili) fanno pensare all'esistenza di una villa romana, mentre altri li pensano provenienti da Bagnolo Mella. Scarse tuttavia dovettero essere le abitazioni dato che gran parte del territorio meridionale era formato da terreno ghiaioso e sterile, mentre quello settentrionale era coperto da una fitta foresta che lo divideva da Brescia e che si estendeva tra S. Zeno e Castenedolo. Una tomba di epoca longobarda (sec. VI-VII d.C.) venne trovata nel 1976 in località Casello, lungo la strada per Ghedi. Luogo di pascolo e di caccia fece parte della contea longobarda di Bagnolo Mella, venendo poi, sulla fine del sec. X, donato, dalla contessa Ferlinda, vedova di Attone, ultimo conte di Lecco, al vescovo di Brescia, Goffredo di Canossa divenendo così per secoli una curia feudale. Le prime opere di bonifica che si ricordino vennero operate dal vescovo Berardo Maggi, sul finire del sec. XIII mediante la regolazione dei "manufatti (Arche)" del Naviglio, opere per sé già esistenti da tempi antichissimi come via di trasporto fluviale, ma in quell'epoca adattate anche per uso irriguo, e con la costruzione poi della seriola "Vescovada", ancora esistente tra la frazione di Belleguardo e la cascina Emilia. Ad essa si aggiunsero poi i vasi Gheda e Molinara che portarono a crescente fertilità le campagne. Tuttavia ancora nel 1369 si scriveva che per le incursioni nemiche e per altre cause i terreni di Montirone erano pressoché sterili. Nello stesso 1369, durante l'agitato periodo dello scisma occidentale, il dottor Filippino Emili, cancelliere visconteo e, quindi, alto magistrato della corte di Milano, ottenne dal vescovo Tommaso Visconti la infeudazione della terra di Montirone in luogo di quella di Visano. Vi venne eretto un feudo "onorabile e gentilizio" che fu poi confermato, contro il parere del vescovo di Brescia, da papa Eugenio IV, a Lodovico Emili nel 1439. Gli Emili allargheranno poi le loro proprietà alla Scovola, a Lograto e ad altre terre e terranno parte di Montirone, fino alla loro estinzione nel 1863. Nel 1404 essi costruirono a scopi difensivi una torre che venne ulteriormente fortificata da Pandolfo Malatesta nel 1415. Di essa restano ancora alcuni resti incorporati nella villa che fu pure degli Emili, e ora Orio. Nel giro di due secoli gli Emili videro sempre più assottigliate le loro proprietà tanto che alla fine del '500 non possedevano oltre la torre se non un cortivo di 176 piò di terra. L'ultimo degli Emili (residenti a Montirone oltre che a Verona) fu il conte Pietro ivi morto nel 1864, letterato distinto, cultore della epigrafia e della poesia, che a Montirone aveva eretto una sua biblioteca familiare, dove convenivano spesso intorno a lui sacerdoti e laici suoi amici. Della storica famiglia non resta come ricordo che la denominazione della cascina Emilia di Poncarale, passata ora proprietà dei nobili Zuccheri-Tosio. La curia di Montirone, nominata frequentemente nei documenti dell'archivio vescovile, andò dissolvendosi durante gli ultimi quattro secoli e frazionandosi in tante altre proprietà private, come quella dei Conforti di Quinzano e poi dei Lechi e di altri. I proprietari di queste frazioni fondiarie dell'antico feudo vescovile hanno poi dato vita al comune e alla parrocchia, nella quale conservano ancora il giuspatronato.
Montirone fu più volte coinvolto nelle liti fra i Visconti e Venezia. Nel giugno 1433 provenienti da Ghedi, Federico Gonzaga e Francesco Sforza occuparono Montirone, da dove minacciarono Brescia attraverso rapide puntate di cavalleria. Nel 1503 la Repubblica veneta donava il territorio al Pitigliano, unendo, in tal modo, i destini di Montirone a quelli di Ghedi, dove il Pitigliano aveva la residenza. Sostanzialmente il paese rimase eminentemente agricolo, senza difese di 'mura' e di 'fossi' come annotava nel 1609 il Da Lezze nel suo catastico. Esisteva in tale anno, in mezzo al borgo, una torre antica "alta, di circonferenza di 35 passi". Sempre feudo del vescovo di Brescia, non era nemmeno comune. Aveva soltanto un massaro "per via di incanto", che riscuoteva e pagava tasse e taglie per un salario di lire trenta. Quaranta erano le famiglie e duecento gli abitanti. Vi avevano predominio i nobili Emili, Fregosi, Malvezzi e Arrigoni. I contadini più in vista erano i Semenza, i Botticini, i Torcomagli e pochi altri. Per un lungo periodo storico, cioè sino al 1701, non risultano notizie particolari su avvenimenti salienti in Montirone, sino cioè al passaggio nel territorio del principe Eugenio di Savoia, comandante dell'esercito asburgico, nella guerra di successione spagnola. Prima della vittoriosa battaglia di Chiari sul francese Villeroy, il principe fu ospite in Montirone dal nob. Francesco Crotta, che aveva allora casa ove ora si trova il palazzo dei Lechi. Nel 1723, attraverso larghi acquisti di terre, i Lechi riuscirono ad ottenere dal vescovo di Brescia l'investitura feudale di carattere "onorabile ed antico" di un vasto territorio a sud del Naviglio; l'investitura venne confermata dal Magistrato sopra i feudi della Repubblica veneta, nel 1775. Nel frattempo dal 1736 al 1742 i Lechi costruivano a Montirone una magnifica villa, riuscita combinazione di abitazione signorile e di corte colonica. Nell'aprile 1799 la villa e le cascine vennero saccheggiate dagli antirivoluzionari. Napoleone I fu a Montirone, ospite di villa Lechi, nel giugno 1805, appena incoronato re d'Italia. Di famiglia montironese fu Tito Speri. Suo padre vi nacque e vi lavorò come restauratore, prima di trasferirsi a Brescia. Agli stessi ideali patriottici dello Speri parteciparono attivamente nel 1848, nel 1849 e negli anni seguenti oltre il conte Pietro Emili, il curato don Mauro Paroli (originario di Montirone), Pietro Febbrari e soprattutto il parroco don Giacomo Pavia, che come rilevava il Commissario distrettuale di Bagnolo, Bianchini, "allo scoppiare della rivoluzione si mostrò caldo animatore di tale novità e si determinò di abbandonare la parrocchia per assumere l'incombenza di Cappellano militare". All'impresa garibaldina dei Mille partecipò il montironese Eugenio Bonsignori. Nei primi decenni dell'Unità nazionale prevalsero nella vita amministrativa del paese gli esponenti delle famiglie più in vista, fra i quali il conte Pietro Emili. Memorabile rimase una grandinata che colpì il territorio rovinando tutti i raccolti, l'8 luglio 1875. Intensa fu la presenza socialista, e specie quella rivoluzionaria, nel primo decennio del secolo, tale da conquistare il paese, contrastata, dal maggio 1910, dalla Unione Cattolica del Lavoro. Durante la I guerra mondiale vi stanziarono contingenti militari in favore dei quali, il 30 dicembre 1918, veniva aperta una Casa del Soldato. Una reviviscenza socialista si riscontrò nel primo dopoguerra. Dopo la scissione di Livorno del 1921, si formò a Montirone un forte gruppo comunista che espresse anche il sindaco in Bortolo Vaccari. Alla sezione e alla lega socialista e alla sezione comunista si contrappose, dal 1922, un attivo movimento fascista, che nel marzo dello stesso anno impose la chiusura del circolo socialista e nell'aprile provocò diverbi e risse che sfociarono in un grave episodio accaduto al Caffè del Ponte, che registrò tre feriti. Incidenti si ripeterono il 14 agosto 1922 con nuove zuffe e ferimenti. Nuovi scontri, nell'ottobre 1922 richiamarono in paese, il giorno 4, preponderanti forze fasciste le quali, occupato il municipio, vi esposero il tricolore, chiedendo le dimissioni della giunta. La sera dello stesso giorno compirono una spedizione alla cascina Betulla e, inoltre, appiccarono il fuoco al negozio dell'ex sindaco comunista Bortolo Vaccari. Nuove azioni fasciste vennero compiute il 2 novembre seguente con colpi di moschetto sparati contro la casa dei fratelli Angelo, Giacomo e Giuseppe Fugoni, del comunista Cesare Bonometti, dell'ex sindaco Pietro Pluda. Si allontanarono dal paese solo dopo aver intimato al socialista Giuseppe Bennati di lasciare il paese. I fascisti rimasero poi padroni della situazione, sostenuti dai proprietari del paese, costituendo una giunta presieduta dal dott. A. Orio. Il 9 aprile 1923 veniva inaugurato il viale della Rimembranza e introdotta la bandiera tricolore nelle scuole. Il 4 dicembre 1927 un Decreto decideva l'aggregazione del comune di Montirone a quello di Borgosatollo. Con l'andare degli anni venne restaurato il cimitero, ampliato l'asilo, allargato il ponte sul Naviglio, istituita la Casa delle Vedove per dare abitazione a donne anziane diseredate. Durante gli anni 1943-1945 il parroco don Giacomo Ranghetti nascose ricercati politici. Richiesta fin dal 1949, il 31 dicembre 1955 Montirone riconquistava l'autonomia comunale. Al contempo, su progetto dell'ing. conte Antonio Lechi, veniva dato il via ad un nuovo edificio scolastico. Al comune si alternarono fino al 1960 una maggioranza di sinistra, dal 1960 al 1975 una maggioranza democristiana e dal 1975 di nuovo di sinistra. Il paese intanto si sviluppava con insediamenti più vasti e con l'ammodernamento dell'agricoltura, e cambiava faccia con strade sempre più ampie e belle, con l'ampliamento delle scuola (1978), con insediamenti economico-popolari (1976), con una nuova biblioteca (1988). Nel 1989 il Comune adottava su indicazioni di Nicola Ghietti lo stemma con un'aquila i cui artigli ghermiscono una ruota su tre strisce orizzontali blu, recante le lettere 'C' e 'M' su campo d'oro. Di esso viene data la seguente lettura: le tre fasce ondate d'azzurro richiamano i tre canali che solcano la pianura montironese: Il Naviglio, il Gheda e la Molinara; il campo è d'oro e simboleggia la fertilità del terreno; l'aquila l'animale araldico presente negli stemmi gentilizi delle famiglie nobili locali, i conti Lechi ed Emili; la ruota, detta «Noria» ricorda quella in via Molinara ed anticamente attingeva acqua dal canale per le fontane di palazzo Lechi; le lettere «C» ed «M» sono le iniziali di «Comunitas Montironi», ricavate da un sigillo usato in epoca napoleonica. Il gonfalone comunale realizzato dalla bottega Novali di Brescia venne inaugurato il 25 aprile 1991. Due villaggi vennero costruiti dalla Cooperativa 'La Famiglia'. Nel settembre 1991 è stato avviato il progetto del recupero ambientale del laghetto. Attive alcune associazioni come le ACLI e, più tardi, l'AVIS. In campo sportivo attiva l'Unione Sportiva Calcio. Successo ebbe, negli anni Ottanta, la squadra di minihockey, allenata da Agostino Scaroni. Dal 1981 viene organizzato il Palio scolastico. Tra le attività sportive, da segnalare quella della pesca, attraverso la "S.P.S. La Trota" con sede presso il Centro Sportivo. Attivo un centro sportivo realizzato nel 1979-1980 con campi di tennis, calcio, hockey su prato. Fondata nel 1986 ha trovato sviluppo la Società Pallacanestro. Attiva la Società Bocciofila C.S.R.C.
ECCLESIASTICAMENTE il territorio appartenne alla pieve di Bagnolo Mella o a quella di Ghedi come diaconia. La parrocchia è infatti dedicata a S. Lorenzo; si costituì probabilmente nel sec. XV, grazie al salario corrisposto al parroco dai cittadini nobili aventi beni nel territorio. Visitandola il 30 aprile 1566 il vescovo Bollani trovava la chiesa piccola, non consacrata e senza beneficio, ma con la Confraternita del Corpo del Signore e con una avviata catechesi. La chiesa era già cadente, con infiltrazioni d'acqua e dipinti quasi scomparsi. S. Carlo, da parte sua, invitava a ridurre il campanile "a migliore forma". Nella vita pastorale dell'aprile 1608, la chiesa mancava di parecchie suppellettili. Con l'andar del tempo si arricchì, comunque, di reliquie, specialmente di S. Gordiano (1660) e di S. Floriano (1663), mentre nel 1666 il parroco, don Musasco, provvedeva ad innalzare il campanile "di due cannelli". Nei primi anni del sec. XVIII, sotto la guida del parroco don Angelo Casalini si provvide all'ampliamento della chiesa e ad adornarla, nel 1709, di un nuovo altare maggiore, nel 1711 dell'altare della B.V. del Rosario (la pala venne posta nel 1722) e di quello dei S.S. Antonio, Giovanni ed Emiliano, adornata questa di una nuova pala. Nel 1715 vennero posti un nuovo pulpito e un confessionale opera del maestro Domenico Romano "marangone", di Castenedolo, adorni di fregi eseguiti dall'intagliatore Bartolomeo Guaragnoni di Brescia. Nel 1736 Bernardino Lechi donava alla parrocchia le reliquie dei santi martiri Pio e Lucida, tolte dal cimitero di Lucina di Roma. Nel febbraio 1756 il nuovo parroco, don Francesco Maccarinelli, intraprendeva la costruzione della nuova chiesa parrocchiale, su disegno, pare, di don Gaspare Turbini, anche se il suo nome compare solo in una fattura di indoratura di una croce, e costruita dal capomastro Domenico Prandini di Calvisano. Posta la prima pietra il 10 maggio 1762, grazie anche al sostegno economico dei Lechi e degli Emili, ma con il concorso di tutta la popolazione, venne benedetta, anche se per nulla terminata, il 13 agosto 1772. La chiesa misura di lunghezza nell'interno metri 39, di larghezza metri 11, di altezza metri 20: ha le quattro cappelle laterali sfondate e alte quasi come tutto il volto della platea; con ricchissimo cornicione sostenuto da sedici colonne e trentadue lesene con capitelli ricchi di ornamentazioni. Tutto l'insieme dell'edificio presenta all'occhio una maestà veramente religiosa. Le opere di rifinitura continuarono a lungo nei primi decenni dell'800. Restauri al tetto e alla facciata vennero compiuti dal 1932 al 1939 dal parroco don Codenotti, continuati poi dal successore don Ranghetti che, rifatta la canonica e l'oratorio, fece abbellire dal 1941 al 1945 per le abili mani del decoratore Raffaele Soligo la chiesa parrocchiale, oltre che arricchirla di un nuovo altare al S. Cuore di Gesù. I16 ottobre 1945 la chiesa venne consacrata. Cinque sono gli altari, tre dei quali devono essere certamente quelli tolti dall'antica chiesa, due furono costruiti al principio del 1800. Quattro di essi sono di marmo, l'altare maggiore è bellissimo di marmo verde e rosso. Il quinto, in scaiola, il 15 febbraio 1943 è stato sostituito con uno di marmo del '700 acquistato a Comezzano dal parroco don Ranghetti. La pala rappresenta S. Lorenzo con a lato due soldati che si ritengono S. Floriano e S. Gordiano; in alto la Madonna del Patrocinio. Gli altari laterali sono dedicati alla Madonna del Rosario, Al Sacro Cuore, a S. Antonio di Padova e a S. Giuseppe. Sulla controfacciata è collocato un dipinto di modeste dimensioni raffigurante la Deposizione, che Sandro Guerini ha assegnato a Lattanzio Gambara e che ritiene possa essere l'originale delle molte repliche dovute all'autore. Posto dapprima, nel 1570 sull'altare del S.S. Sacramento viene considerato tra le ultime opere del Gambara. Nel 1815 la chiesa venne arricchita di quadri concessi in deposito dall'Accademia delle Belle Arti di Milano ("Assunzione di Maria", "Visitazione", attribuite a Francesco Larocci, "Ultima Cena", "S. Antonio", "Vergine con Bambino" e stazioni della Via Crucis). Nel 1839 vennero, su disegno dell'arch. Angelo Vita, eseguite dagli stuccatori Ettore Bedussi e Giovanni Vidoletti, le soase dell'altare maggiore e di quelli della Madonna e dei S. Martiri. Furono dorate da Giovanni Conservi. Nel 1842 venne posta, per opera dei Rodoini padre e figlio, la pala di S. Lorenzo. Le soase degli altari di S. Antonio abate e del Transito di S. Giuseppe vennero poste nel 1880. Le stazioni della Via Crucis vennero poste nel 1758. Nel 1904-1905 Guido Bertini eseguiva la grande vetrata della facciata raffigurante S. Lorenzo. I banchi furono costruiti nel 1816-1817 dal falegname locale Borghetti. Del falegname locale Favalli, è il bancone della sagrestia (seconda metà dell'800). L'organo, esistente già nel sec. XVII, venne "riformato" nel 1762 e nel 1822 sostituito da uno nuovo, opera del Cadei di Ospitaletto e riparato da Bianchetti e Maccarinelli nel 1919. I confessionali provennero dalla chiesa di S. Cristo in Brescia. L'apparato dei tridui venne eseguito intorno al 1739, sostituito nel febbraio 1818 da un altro costruito su disegno di Giovanni Sigolini di Brescia, che venne poi abbellito da Clemente Rivetti di Rovato nel 1898. Inutilizzato dal 1959, venne venduto per 200 mila lire nel 1968. Cinque campane sostituirono, nel 1827, le tre prima esistenti. Tolte nel 1940 per ragioni belliche, vennero restituite nel settembre 1943. La chiesa venne restaurata nel 1935 e, ancora più accuratamente, dal 1980 al 1988, quando venne ricondotta alle linee originali. Il 29 ottobre 1933 facevano il loro ingresso, soprattutto grazie alla generosità di Carla ed Elisa Orio, le Ancelle della Carità, che, oltre all'assistenza dell'asilo, aprirono anche una scuola di lavoro. Ospitate in una casa in affitto, si stabilirono poi nella casa della gioventù, fatta costruire negli anni Cinquanta dal conte Antonio Lechi in memoria della figlia Mariateresa.
Nel 1940 veniva aggregata alla parrocchia di Montirone la frazione di Finilnuovo già appartenente alla parrocchia di Ghedi. Inoltre negli anni Cinquanta veniva aperta la Casa del giovane, costruita una sala cinematografica e un campo sportivo. Altre cappelle e chiesette si trovano al Finilnuovo, dedicata alla Madonna di Caravaggio (già di proprietà Bignami), al Belleguardo, dedicata a S. Gaetano (già di proprietà Bravi), e nel palazzo Lechi, dedicata a S. Antonio di Padova. Tradizione, un tempo, assieme a quella del 10 agosto festa del patrono S. Lorenzo, la festa del 10 maggio in onore dei santi particolarmente venerati e cioè S.S. Gordiano, Floriana, Pio Lucio e Adeodata. In tale festa si benedicevano i cavalli e la campagna. Viva la devozione a S. Antonio abate nella cui festa vengono ancora benedetti gli animali.
ECONOMIA. Soltanto agricola l'economia del territorio, costituito, nel 1609, da circa tremila piò' di terra, per la maggior parte occupata da prati magri, mentre i migliori non valevano più di cento ducati. Venivano irrigati dalla Serioletta, tratta dal Naviglio, mentre la seriola Molinara alimentava l'unico molino. Vi esistevano, sempre nel 1609, quaranta paia di buoi, 3 cavalli, 25 carri. Nel 1842 attirarono l'attenzione del chimico Stefano Grandini giacimenti di torba che però non vennero sfruttati. Negli ultimi decenni del sec. XIX prese nuovo slancio l'agricoltura, specie grazie al dott. Carlo Gorio, che si insediò nel palazzo e sulle proprietà un tempo dei conti Emili. A sostegno dell'agricoltura il 31 dicembre 1949 nasceva il Caseificio Sociale. Ricostruito nel 1952, nel 1989 raccoglieva 35 soci e aveva 17 spacci operanti in provincia. Sulla fine degli anni Sessanta Montirone conobbe una accentuata industrializzazione, con la fondazione nel 1969, per iniziativa di Eugenio Borghesi, della MA.FER, per la lavorazione di metalli ferrosi, nel 1974 della Acciaieria Profilati Nave degli Stefana-Busseni, poi Siderurgica Montirone (1974) e della Filatura di Montirone, che nel 1988 assorbiva circa 200 dipendenti. Nel 1980 nasceva la Fermeco-Brescia 80, specializzata nel recupero e nella lavorazione delle scorie di alluminio, che impose seri problemi di inquinamento, poi superati. Nel 1981 veniva aperta una zona artigianale.
PALAZZO o VILLA LECHI. Venne costruito dal 1735 al 1745 e completato verso il 1760, sul luogo dove sorgevano alcune casupole, una cascina di proprietà degli Emili e una casa dominicale dei Lechi. È certo uno dei più grandiosi ed eleganti del Bresciano. È opera dell'architetto M. Antonio Turbino di Lugano (1675-1756). Fausto Lechi ha dedicato al palazzo nel VII volume delle "Dimore bresciane" uno studio molto ampio. Egli ha rilevato che sono due le caratteristiche che s scorgono immediatamente: la prima è la fusione tre le tre classiche funzioni: rappresentanza, villeggiatura, conduzione agraria (e quest'ultima giustifica la scelta del luogo); la seconda è la composizione del fronte sulla strada «regale» di Ghedi: un fronte di ben 150 metri, di sbieco rispetto alla via. Qui nel 1739 il talento dell'architetto M.A. Turbino si espresse magistralmente, con l'idea di avanzare di oltre 20 metri il corpo centrale. L'andamento a greca che ne risulta non solo annulla visivamente lo sbieco, ma lo sfrutta in senso scenografico. Nel 1754 venne costruita la cappella, nel 1755, la scuderia e verso il 1760 dall'ab. Gaspare figlio del Turbino, le ali e il parco. Il palazzo si svolge su tre fronti. Il principale è solenne; affiancano il palazzo: a sera la casa del fattore e dei fittabili e a mattina la cappella con casa del cappellano. Come ha scritto Fausto Lechi «il prospetto interno della villa è meno ricco ma più ridente dell'esterno. Sull'arioso porticato si innalza il fabbricato con finestre senza alcun ornamento, nemmeno di decorazione pittorica, ma accompagnate da lesene composite in stucco che sostengono il cornicione; soltanto la porta-finestra centrale, dal balcone in ferro battuto, porta, in chiave, un piccolo busto di Minerva...». Lo stesso Fausto Lechi informa che «vent'anni dopo la costruzione del corpo centrale testè descritto, per necessità di abitazione venne fatta... la sistemazione delle due lunghe e basse ali dove esistevano costruzioni delle più antiche case; in esse vennero ricavate molte stanze per gli ospiti con numerose scale e porte di disimpegno». Le due ali furono congiunte fra loro con una ricca cancellata in ferro battuto di insolita eleganza realizzata intorno al 1755-1760 e completata con pilastri e le statue di Marte e Minerva forse di Lorenzo Muttoni. L'ingresso al corpo centrale attraverso un breve ed alto androne porta ad un atrio con alle pareti quattro grandi statue raffiguranti Marte e Flora, Pallade e Pomona che discorrono fra di loro e con panconi dipinti dal monzese Giacomo Lecchi nel 1746. Segue il portico vero e proprio che secondo il Lechi con l'atrio è "l'insieme più riuscito di tutto l'edificio dal punto di vista architettonico" . Ha volte a crociera sorrette da colonne toscane in pietra ed ha felicissima prospettiva sul parco. Dall'atrio a sinistra si passa ad un salone detto "Caminadone" ornato di stucchi del 1741 e di affreschi del 1744 di un Alvise Ricardo. Sopra le porte stanno paesaggi di Francesco Zuccarelli (1702-1788). Gli arredi (lampadari, specchiere, cassapanche, ecc.) sono del sec. XVIII. In fondo a destra si apre la biblioteca con stucchi e affreschi, libreria, poltrone settecentesche e una scrivania Impero. Segue l'archivio (un tempo sala di musica) sempre con stucchi e affreschi del sec. XVIII ed un armadio del sec. XVII. Oltre ad una tela ("Conversazione di contadini") del Pitocchetto vi sono ritratti, proclami, vedute. Attraversato l'atrio di ingresso, sempre a destra si passa alla Armeria ricca di armi (dei Cominazzi e Lazzarine, Zanon, Franzini, Bonetti, Zugno, ecc.) dai sec. XVI al sec. XVIII. A sera si apre il grande scalone d'onore nel quale si ripete lo schema solito della villa bresciana, con sculture, figuranti gli animali dello stemma dei Lechi (il leone e l'aquila) e una lapide che ricorda il soggiorno di Napoleone. La balaustra ha colonnine sagomate con gruppi di putti. Sulla volta sta un affresco con Ercole che sale all'Olimpo. Dal ripiano a destra si passa all'ammezzato veneziano destinato agli ospiti e rimasto intatto dal 1750 circa, riccamente decorato nei soffitti e nelle pareti delle varie sale e salette, nonché con tappezzeria. Vi si trovano anche quadri tra cui il ritratto di Pietro Lechi, opera di Rosalba Carriera (1675-1764). Tornati allo scalone si sale alla Galleria con decorazione di Giacomo Lecchi e figure di Carlo Carloni, da cui si accede al Salone d'onore da ballo decorato nel 1746 sempre dal Lecchi e dal Carloni, ed alle pareti inquadrature di altro pittore, con altri ritratti della famiglia Lechi. Ci sono inoltre quattro Sale dei quadri, che contengono solo una piccola parte delle ricchissime Gallerie della famiglia Lechi oltre a suppellettili più varie (poltrone, scrivanie, vasi, anfore, servizi). Tra le tele: "Galatea ed Aci" e "Ratto di Proserpina" di Alessandro Turchi detto l'Orbetto (1581-1648), frammenti di scuola bolognese barocca vicina al Carracci o di P.F. Nola (1612-1668) (seconda sala); Ecce Homo in terracotta del '400 proveniente da Quinzano d'O., Sposalizio di S. Caterina, attribuito a Bonifacio Veronese (1487-1553) e quadretti in rame di Annibale Carracci (1560-1609) Morte di S. Francesco, Madonna, Figlio e S. Giovannino, Presentazione al Tempio di ignoto del '400 forse marchigiano; S. Francesco di Nicolò Frangipane (1594), Madonna e Figlio di Francesco M. Rondani (1470-1545); S. Francesco del Guercino (1591-1666) frammento di Paolo Veronese (terza sala); Assunta (unico quadro firmato da Lattanzio Gambara 1541-1573), Mosè deposto nelle acque del bolognese Marcantonio Franceschini (1648-1721), quadretto di animali di Giorgio Duranti (1683-1755), l'Inverno e l'Estate, scena zingaresca di scuola bassanese (quarta sala). Attraversato il salone da ballo si entra nell'appartamento nobile o di Napoleone. La prima sala è adorna di putti di ignoto della fine del '500, di una tela raffigurante Sofonisba e Massinissa, già attribuito al Guercino, ma ora assegnato a Simon Vonet (1590-1649), Assunta del Dominichino (1581-1641), S. Giovannino di Francesco Furini (1600-1649), Assunta del Salmeggia (1610), putto di scuola caravaggesca, disegni a matita. Nella seconda sala assieme a mobilio settecentesco, a capoletto sta una Madonna della candela del veneto Francesco Trevisani (1656-1746). Nella terza sala, camera da letto di Napoleone, sta un letto del Seicento con a capoletto una Madonna con Bambino del bresciano Marenzio (1609) e con alle pareti ritratti di donne Martinengo. Attraversati due piccoli ambienti con soffitti affrescati attraverso ad una sala di passaggio (adorna di due grandi ritratti di religiose carmelitane) si sale per una scala alla Torretta belvedere. La cappella sul lato a mattina, costruita con due logge una per i padroni, l'altra dei domestici, venne affrescata da Francesco Savanni (1723-1772) e con una pala raffigurante la "Madonna col Bambino", "S. Antonio di Padova e S. Galliano". Sempre a mattina, oltre un portico sorge la scuderia a 24 poste separate da colonnine che reggono statue dell'Olimpo alternate a vasi di fiori. Nel soffitto un affresco forse di Pietro Scalvini (1718-1780) raffigurante il Carro del sole. Il giardino come ha rilevato Fausto Lechi ha lo schema detto «all'italiana»: aiuole basse nello spazio centrale con viali e fontana (rond d'eau), siepi di bosso e di carpino, vasi di limoni e ai lati grandi carpinate in forma di cassone. Sul lato orientale vi è l'orto, «le jardin potager». A mezzodì del giardino vero e proprio un ampio e lungo prato (al suo centro vi era una fontana a quadrifoglio), affiancato da due vialetti sotto i carpini, porta verso un gruppo di platani secolari che fanno da fondale a tutto il parco. Attorno al 1820 il settore occidentale del giardino venne tutto rifatto: estirpata la carpinata di sera, quello che era un bosco regolare di alti fusti venne fuso e integrato e raggiunse la parte centrale; le nuove essenze erano per lo più esotiche. Venne anche posta contro l'ala ovest una fontana con un delfino scolpito da buona mano. Nel bosco è pure una piccola stele del Vantini (1844). Il palazzo venne abitato specie d'estate dapprima dal conte Pietro (1690-1764), dai figli Faustino e Galliano (questi poi bandito dalla Repubblica veneta). Il 30 aprile 1799 venne saccheggiato dagli austriaci. Passato ai figli di Faustino, Giuseppe, Giacomo, Angelo, Bernardino, Teodoro, Luigi, Pietro e loro sorelle, il palazzo ospitò il 13 giugno 1805 Napoleone, dopo l'incoronazione a re d'Italia. A ricordo di Napoleone si conservarono un bicchiere spezzato e una tazzina da caffè da lui usati. A ricordo di quel soggiorno rimane la seguente iscrizione: «A Napoleone Primo - che assunta la corona d'Italia - visitò il giorno XIII giugno MDCCCV - gli accampamenti gallo-itali - nelle pianure di Montechiaro - la famiglia Lechi - per tanto ospite - esultante». Assegnato nel 1814 ai due fratelli Teodoro e Giuseppe e dal primo ceduto per la sua parte nel 1825 al secondo, dopo la morte di questi (1836) rimase alla vedova Sextian-Eleonor Siméon e alle sue due figlie Elisa ed Eleonora de Launay adottate da Giuseppe Lechi nel 1828. Il palazzo venne poi assegnato ad Elisa, (1810-1883) sposa al conte sen. Francesco Longo. Quando venne a morire, nel gennaio 1883, lasciò erede l'unica figlia Elena Longo, sposata al conte Agliardi di Bergamo, raccomandandole che, in caso di vendita, Montirone venisse offerto in prelazione ai cugini Lechi, nipoti di Teodoro. La sua volontà venne eseguita e, tra i vari acquirenti che si erano presentati, il palazzo e lo stabile vennero venduti, nel novembre 1883 stesso, alla contessa Giulia Lechi, nata Malabajla di Canale, piemontese, vedova di Faustino (1831-1870) unico figlio del conte Teodoro. Montirone dovette poi vedere nel 1917 una occupazione da parte di duemila militari sbandati durante la tragica ritirata di Caporetto. Da Teodoro il palazzo passò ai figli Fausto e Antonio. In seguito alle divisioni, effettuate dai fratelli nel 1942, il palazzo di Montirone venne assegnato al conte ing. Antonio Lechi (1901-1970). Durante il periodo bellico il palazzo venne ripetutamente occupato da reparti dell'esercito tedesco che recarono notevoli danni all'edificio e al giardino. Dopo la guerra il conte Antonio Lechi iniziò una lunga, paziente e fondamentale opera di restauro, condotta con profonda cultura e rigore scientifico. Il conte Antonio Lechi sposò nel 1929 la contessa Elisabetta Bettoni Cazzago (1904-1977). I loro figli Giacomo, Alfredo e Giovanni Maria divennero i proprietari del palazzo.
PARROCI: Devendo (1566), Innocenzo De Marchi (1623), Agostino Cerpellone (1660), Matteo Musasco (1666-1679), Antonio Boselli (1679-1680), Giamb. Locatelli di Montirone (1680-1701), Angelo Casalini di Manerba (1701-1716), Picino Frizza (1716-1718), Filippo Galvani di Bagnolo (1719-1735), Giacomo Filippo Locatelli di Montirone (1735-1754), Giuseppe Curti di Montirone (1754-1755), Francesco Maccarinelli di Nuvolera (1755-1767 passa a Nuvolera), Bartolomeo Guzzi di Montirone (1768-1789), Giuseppe Bedussi (1789-1795), Giambattista Poli (1795-1797), Enrico Bianchini (1797-1798), Bernardino Bedussi (1798-1803), Marco Gazzaroli di Mura Savallo (1803-1806 passa a Nozza), Vincenzo Montini (1806-1817), Antonio Zanardini (1817-1827), Giov. Battista Marchi di Castiglione delle Stiviere (1829-1837 passa a Lumezzane S. Apollonio), Giacomo Pavia di Ghedi (1837-1848), Mauro Paroli di Montirone (1849-1858 passa a Barbariga), Francesco Volpi di Montirone (1858-1870 promosso Prevosto di Gottolengo), Giuseppe Alberti di Bagolino (1871-1874), Ferdinando Spinoni di Pontevico (1875-1880 promosso arciprete di Orzinuovi), Giovanni Perotti di Sarezzo (1881-1899), Vittorio Prati di Rodengo (1899-1932), Giovanni cav. Codenotti di Gussago (1932-1939 promosso arciprete di Adro), Giacomo Ranghetti di Calcio (1939-1972), Bortolo Savoldini di Adro (1972-1979), Giovanni Arrigotti di Castenedolo (1980-1989), Giacomo Micheletti (1989).
SINDACI: Emili Pietro, conte (1860), Volpi Giacomo (1868), Reggio Epaminonda (1876), Orio dott. Carlo (1885), Richetti Antonio (1896), Orio dott. Alessandro (1905), Vaccari Bortolo (1921), Ziletti rag. Giacomo podestà (1926), Conforti Andrea podestà a Borgosatollo (1928), Cereda Giuseppe (25 novembre 1956 - 19 novembre 1960), Bianchi Arealdo (19 novembre 1960 - 21 marzo 1975), Ventura Fausto (21 marzo 1975 - 5 luglio 1975), Bussi Guido (dal luglio 1975).