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GARGNANO (in dial. Gargnà, in lat. Gargnani)

Centro turistico, agricolo e industriale della sponda occidentale del lago di Garda a m. 76-78 s.l.m. Il territorio si estende su 78,28 kmq. L'abitato sorge su una lieve propaggine alle pendici meridionali della cima Comer (m. 1280) che si staglia maestosa a N. Poco a SO del capoluogo, sempre sulla riva del lago, sorgono gli abitati di Villa e Bogliaco che costituiscono ormai un unico centro, demograficamente più importante del capoluogo stesso. Costa è a NO nella valle del rio della Costa sulle pendici meridionali del m. Penni; Muslone, a NE, domina il lago da un elevato terrazzo. Dista da Brescia 44 km, da Verona 74 km., da Trento 74 km., da Mantova 83 km., da Milano 130 km., da Venezia 180 km. Frazioni: Bogliaco, Villavetro, Fornico, Zuino, Villa, Mussaga, Sasso, Navazzo, Costa, Muslone, Liano, Formaga. Abitanti (Gargnanesi) 2000 nel 1597, 700 nel 1642, 950 nel 1656, 1100 nel 1667, 1160 c. nel 1684, 1204 nel 1691, 1210 nel 1702, 1600 nel 1756, 1815 nel 1859. Come parrocchia: 1840 nel 1871, 2000 nel 1876, 2000 nel 1885, 1889, 1895, 1651 nel 1915, 2235 nel 1961, 1794 nel 1978. Come comune (popolaz. presente): 4662 nel 1861, 4245 nel 1871, 3860 nel 1901, 3854 nel 1911, 3971 nel 1921, 4060 nel 1931, 3950 nel 1936, 4186 nel 1951, 4773 nel 1961 (attivi 1669, agr. 352, ind. 774); 3473 nel 1971. Nel sec. XI, Garniano, nel sec. XII Gargnano, nel sec. XVI Gargnanum. Forse da Garenianus, dal nome personale Garenius, o da Carnianus da Carnius. Escursioni a piedi: località S. Giacomo; strada panoramica dei Dossi (km. 3,5); Monte Gargnano (km. 7); Muslone (km. 4); Golf Bogliaco (km. 1); Rasone (km. 9). In automobile: Santuario Madonna di Monte Castello-Tignale (km. 15); Tremosine (km. 24); Giro dei tre laghi (km. 95); diga di Valvestino (km. 12). Gite particolarmente interessanti al Monte Denervo (in 4 ore) con panorama grandioso e poi al Monte Comer. Brevi gite a Muslone (ore 1,30) e Piovere, per la strada dei Dossi o per il sentiero proveniente da Muslone.


Il territorio è ritenuto, nella preistoria, il limite settentrionale del mare pliocenico che copriva tutta la pianura padana. Durante il quaternario le colline tra Gardone e Gargnano si andarono rivestendo di materiali morenici, mentre nell'ultimo periodo glaciale il fiume Toscolano si apriva lo sbocco attraverso la valle delle Cartiere. L'uomo primitivo sarebbe comparso quando si ritirò il ghiacciaio retico. C'è chi sostiene vi si siano spinti i Galli. La riviera e perciò Gargnano sarebbe stato unito, secondo il Labus e l'Odorici, al Bresciano, da Augusto. Una lapide dedicata al dio indigeno Revino era forse legata ad un altarino semplice ed elegante eretto in scioglimento di voto da un rivierasco, che si sottoscrive con le sole iniziali del suo nome: P.P.I. Questo altare è l'unico ricordo che ci resti di tutta l'antichità intorno al dio Revino; esso misura m. 0,65 x 0,33 x 0,21. Venne trovato nella casa dei conti Bernini. Un altro piccolo altare, un po' rozzo, fu dedicato a Nettuno, dio del mare e delle acque; anch'esso ha la sottoscrizione in sigle: «P.B.», a proposito delle quali il Mommsen pensa che possa intendersi "de pago vel populo benacensi", poiché la Riviera Benacense si estendeva a settentrione sin oltre il paese di Gargnano, terminando ai piedi del dosso di S. Gaudenzio che scende a picco sul lago. Venne trovato nel 1837 nella demolizione della antica parrocchiale. Una lapide, probabilmente del 196 d. C., ricorda il voto dei «Benacensi a Lucio Settimo Severo Pio Pertinace Augusto, Arabico, Adiabenico, Pontefice Massimo, Tribuno per la terza volta, Imperatore la settima, Console la seconda volta, Padre della Patria, Proconsole designato, figlio di Cesare Imperatore Marco Antonino Pio, pronipote del divo Adriano, abnepote del divo Traiano Partico e del Divo Nerva". La seconda lapide, forse del 268 d.C., ricorda la dedizione dei Benacensi all'imperatore Cesare Marco Aurelio Claudio Pio Felice invitto Augusto posero. L'abbondanza delle lapidi e la posizione ha fatto pensare che Gargnano facesse parte di un pago, comprendente Vico Vetere (Villavetro), Villa, Pulliano (Bogliaco), compreso fra quelli di Gardone R. e Tignale. Difficile è sceverare se Gargnano sia stato un vico di Maderno o Toscolano e se sia stato esso stesso centro del pago comprendente in un primo tempo anche Tremosine e Limone. Arrivava a Gargnano una via proveniente da Gaino, Cecina, Villavetro che poi proseguiva per Muslone e Tignale. La romanità del territorio è provata anche dal nome di Liano corrispondente ad un fundus Aelianus appartenente alle "Gens Aelia" ricordata in una iscrizione di Toscolano. Un richiamo a Vesta sarebbe il nome della Valvestino. Ad una lapide dedicata a Vulcano accenna il Cocchetti. Secondo qualcuno sarebbero di origine romana anche Formaga (da Firmus = firmaca da forno = canale, acquedotto) e Mussaga (dal personale romano Mussius). Scrive il Perini che "nelle vie più antiche di Gargnano, la Fossa, il Dosso, il Castello, troviamo la soluzione del problema difensivo dell'epoca. Chiara origine latina hanno invece i nomi di Villa che indicò, come vicus, un centro minore della civitas, e Villavetro, villa vetere. Fornico potrebbe derivare, secondo l'Olivieri, dall'aggettivo in icus dal nome personale Furnius; Zuino, ( citato Zovina in un Cod. Crem. del sec. XI) significherebbe piccolo giogo; Muslone, potrebbe forse essere un Mosellone derivato da Mosa, nel qual caso, secondo lo Gnaga, il nome verrebbe da un'area paludosa che forse vi potè esistere più in alto e Navazzo forse in relazione con la voce lombarda navascia, tinozza, oppure da nava (probabile voce celtica) che significa: piano circondato da monti, conca, campo piano fra i boschi. Bogliaco poi verrebbe da Boviliacus o dal gentilizio Bullius. Di rilievo l'esistenza della degania (diaconia) da Boyaco. Ma è certo che il territorio di Gargnano fece parte di un pago federativo comprendente Villavetro (Vicus veter), Villa, Bogliaco (Bulliacus) e poi del grande pago madernese o toscolanese, se non fu invece un pago a se stante, comprendente anche Tremosine e Limone oltre le frazioni. E questa l'ipotesi più probabile dato che Gargnano fu centro di una pieve. Cesare poi lo aggregò con tutta la Riviera alla tribù Fabia. Sul territorio vennero trovate due lapidi romane; la prima nel 1837, dedicata a Nettuno, quando fu distrutta la vecchia parrocchiale; la seconda, vista dal Bettoni in casa Bernini, dedicata per voto a Revino, secondo qualcuno un nume locale, secondo altri un comandante della prima coorte ritenuto invincibile. Ad un'altra lapide dedicata a Vulcano accenna il Cocchetti. Le due are a Nettuno e a Revino, probabilmente furono destinate a propiziare la tutela dei fiumi per i confini del pago. Le due are, in effetti, non furono erette da privati ma dalla popolazione. Le leggende dicono di abitazioni di ninfe. Al pago successe la pieve cristiana che ebbe uno dei suoi epicentri in S. Giacomo Cali, dove sarebbero, a detta del Trotti, tombe e resti di suppellettili dell'epoca romana. Vi sarebbe esistito uno xenodochio per pellegrini e forse un ospedale della zona. Il territorio dovette passare poi al demanio pubblico e da questo ai monasteri quali quelli di Leno, di S. Faustino di Brescia, di S. Pietro di Serle, ed altri. Ciò è indicato chiaramente dal titolo del vescovo di Tours S. Martino, al quale è dedicata la parrocchiale, e lo confermano le vaste possessioni che vi tenevano il vescovato di Brescia, i canonici del Duomo, e i monasteri di Leno, di S. Faustino, di S. Pietro in Monte e altri minori. La pieve aveva pure le sue Diaconie, e una, forse la più importante, era quella di Bogliaco, la quale nei documenti medioevali è costantemente indicata S. Pier d'Agrino per le folte serre di agrumi che una volta formavano in questa conca la classica coltivazione dei limoni e dei cedri di cui facevano largo consumo gli istituti religiosi come medicinali e come ingredienti gastronomici accanto al pesce e all'olio. Il più antico documento in cui si trova ricordato Gargnano risale al 937 cui segue quello del 13 gennaio 958: è il diploma di Berengario che pone, fra i possessi del monastero di Leno, alcuni luoghi della parte settentrionale del lago: fra cui Pulliaco (Bogliaco) e Gargnano. In un documento dell'inizio del sec. IX si ricordano "res Baldulfi abbatis et Landulfi diaconi" (forse un suo congiunto) in Gargnano. Il Conforti ritiene che il territorio sia stato infeudato, nel 1035, da Corrado II imperatore di Germania e re d'Italia, al vescovo di Brescia Ulderico I e ai suoi successori. Verso il 1195 o 1196 troviamo una investitura del vescovo Sicardo di Cremona a favore di illustri bresciani (Albertus e Marchisius Cagnolus) di beni sulla riviera, a Gargnano, Maderno, Salò, ecc. Dell'inizio del sec. XIII è l'atto con cui il vescovo Giovanni da Palazzolo (Johannes de Palacio: + 3.8.1212) concede alcuni beni a Egidio, conte dì Gargnano, perché si impegni a difendere i possessi della chiesa bresciana. Ma l'atto più importante e che attesta l'antichità della fondazione della pieve, è quello del 15 agosto 1196 sottoscritto dal vescovo Giovanni di Brescia che investe dei suoi diritti i conti di Marcaria. Fino al 1196 questa terra fu dunque feudo del vescovo di Brescia, che ne amministrava le rendite provvedendo al mantenimento dei sacerdoti. Il Fossati asserisce che alla gastaldia di Toscolano erano tra l'altro aggregati i territori di Bogliaco con i possessi di Mariano, Magnolo, Villavetro, Castello dei Pellecani, Fornico, Panicale, Cornicolo, Ravicerio, Capra di Navazzo, ecc. segno evidente che il territorio di una gastaldia non coincideva sempre con quello di un comune, ma spesso comprendeva feudi e possessi posti in comuni diversi. Il gastaldo, rappresentante dal vescovo, aveva il compito della esazione dei redditi. Per avere un'idea dei proventi della corte vescovile di Gargnano, i cui redditi sono ceduti al comune, con strumento 18 ottobre 1226, dai conti Pizino, Egidio e Vizolo e consorti della famiglia Ugoni o Longhi, per il prezzo di 166 lire imperiali e cinque soldi, il Fossati riporta che i beni tenuti in feudo dal comune di Gargnano erano composti di 49 appezzamenti tra boschi e pascoli, in catasto per 4.701 lire venete, per i quali corrispondeva alla camera vescovile, ad ogni successione di vescovo, 30 scudi d'oro, moneta di camera di Roma, a titolo d'investitura. Su tale base, secondo un calcolo dello stesso Fossati, ogni gastaldia rendeva al vescovo sedici sterline, ossia più di 1.500 lire del 1940. Inoltre si rileva che il vescovo aveva anche diritti di caccia e di pesca e gravava i vassalli di parecchie angherie, tra cui forti oneri in denaro ed in natura e l'obbligo di contribuire al mantenimento della chiesa matrice. Si trattava in verità di diritti presto dimenticati e spesso rivendicati e richiamati. Comunque con atto del 5 giugno 1255 la famiglia Marcaria fece vendita dei suoi carati feudali anche in nome degli Ugoni alla Comunità di Gargnano per il prezzo di 400 lire imperiali. Si ha poi un secondo contratto, tra le stesse parti, il 3 febbraio 1258, cui ne segue un terzo, definitivo, con il quale la comunità ottiene l'infeudazione delle residue parti degli altri consorti del feudo, cosicchè la totalità delle decime o del diritto di decima in Gargnano si riunisce nel corno comunale. L'ultimo dei vescovi feudatari di Brescia, Berardo Maggi (1275-1308), trovò tanti intralci e confusione di possessi e di investiture per le avvenute successioni e divisioni, che provvide a rifare la descrizione e la registrazione censuaria dei diritti vescovili in tutta la diocesi. Per la riviera, il lavoro venne compiuto nel 1298 e si conserva nell'archivio vescovile. Nel Codice Diplomatico del Bettoni troviamo alcuni altri documenti che interessano Gargnano, fra cui quello del 12 maggio 1268 in cui vengono da Maffeo di Gargnano, detto Arzillus o Arzeolius, riconosciuti i diritti di alcuni Gargnanesi su i beni di Uberto de Fontarono. Un altro diploma, datato 10 aprile 1331, riguarda l'investitura feudale ai conti di Castelbarco del territorio di Gargnano e della riviera da parte di Giovanni re di Boemia. L'investitura di una casa posta in Bogliaco è l'oggetto del diploma n. LXXII che risale al 27 gennaio 1347. Un ultimo atto datato 28 gennaio 1383 riguarda una locazione in enfiteusi di case del Monastero di S. Eufemia in tenere di Bogliaco. Verso la metà del sec. XIII i francescani vi aprirono un convento, presso il quale nel 1289 venne eretta l'attuale chiesa. La tradizione attribuisce ad essi l'introduzione degli agrumi sul Garda. La presenza di francescani è un altro segno del fiorire non solo della vita religiosa ma anche di quella civile. Nel sec. XIII il comune ha assunto un ruolo ormai di primaria importanza anche se non circoscrivibile. Durante le lotte tra Guelfi e Ghibellini i vassalli del vescovo dovettero essere necessariamente guelfi, ma, mentre si affievolivano i diritti e le giurisdizioni vescovili, cresceva in potenza il comune, che per antagonismo di interessi era ghibellino. Furono guelfi: Ambrosinida Gargnano, che nel luglio 1196, insieme ad altri, si trovò ad Arco, forse per stipulare qualche accordo relativo alla guerra, poco dopo scoppiata ai confini col Trentino, Maffeo Azzilli da Gargnano, che con altri, nel dicembre 1278, a Trento, partecipò all'accordo intervenuto tra Odorico Pancera d'Arco e la Pieve di Bono da una parte e Nicolò da Lodrone e soci dall'altra; Gargnanino e Bonavita da Gargnano, che con altri, nell'ottobre del 1200, aderirono all'alleanza di Brescia, Pavia, Cremona, Verona, Ferrara; e guelfi furono pure quei 400 armati, condotti da un Avanzini di Maderno e da Francesco Lorenghi (forse Lorenzi) da Gargnano, che assalirono valorosamente Porta Torrelunga e cacciarono Federico Maggi coi suoi ghibellini da Brescia nel 1316. Non troviamo al contrario nomi di ghibellini, ma ve ne furono senz'altro anche di Gargnano tra quei rivieraschi che nel 1160 si allearono a Federico Barbarossa, nel 1232 a Federico II e nel 1257 ad Ezzelino II da Romano, col quale ebbero Brescia nel 1258. Ghibellini furono pure quelli che sotto le mura di Brescia sostennero Lodovico il Bavaro nel 1311. Fra tante e continue lotte che caratterizzarono questo tempo, la Riviera trovò finalmente modo di organizzarsi in una specie di minuscola federazione con aspirazioni di autonomia, finchè all'inizio del sec. XIV le sorti della sponda occidentale appaiono sotto una nuova luce, sotto i Visconti i Della Scala, i Castelbarco ecc. A questi vennero assoggettate nel 1331 anche la terra e ville di Gargnano in una specie di confederazione che aveva a capo Maderno. Infine anche Gargnano, con la Riviera, passò sotto la tutela di Venezia, mentre i Visconti continuavano a fare il possibile per legarli di nuovo a sè. Per simpatie viscontee la Repubblica veneta bandì dalla Riviera parecchi soggetti, tra i quali: Genazola da Gargnano, Arundino da Gargnano coi figli Giacomino e Benvenuto, condannato anche a pagare 1000 ducati oltre il bando e la confisca. I bandi vennero revocati vari anni dopo. Senonchè poco dopo tornarono i Visconti. Nel frattempo, durante tutti questi avvenimenti si erano compiuti il decadimento patrimoniale del vescovo ed il processo di assorbimento dei suoi beni e dei suoi diritti, da parte del Comune. Il Lonati cita una investitura concessa al comune di Gargnano il 18 ottobre 1336 in cui compaiono: Marcaria, i Longhi e gli Ugoni. In un atto successivo, del 1381. viene ricordato l'arbitro prudente e discreto, Tonolo, figlio del qm. Pederzolo Tebachi di Gargnano, che pose fine ad un'annosa controversia tra i comuni di Toscolano e Maderno circa i rispettivi diritti di acqua del fiume. Gargnano intanto si rese emancipato e libero nel migliore dei modi che lo consentivano quei tempi e si sviluppò sia trovandosi a dipendere dagli Scaligeri che dai Visconti. Una delle prove più chiare del suo sviluppo, la troviamo nel censimento fatto nel 1387 ad opera di Bortolo Lancetta, Martino q. Ognibene e Bertolino Bertolini e riportato dal Fossati: Gargnano aveva 110 fuochi (ceppi familiari) in confronto dei 90 di Salò e dei 70 di Toscolano, dei 37 di Manerba ecc. Troviamo ambasciatori presso i Visconti nel 1385 Maffeo di Gargnano e nel 1386 Tebaldo de Arcilis, Franchino Bierlotti. Tra le famiglie feudatarie nel 1309 e 1339 erano i Gorlago Cattanei e anche i Griffi. Un Giorgio de Tabachis da Gargnano fu tra coloro che nel 1426 fecero atto di sudditanza alla Repubblica Veneta ottenendo, con la ducale del 23 maggio, quelle garanzie di autonomia che costituirono la Magna Charta della Riviera. Contro la Repubblica, tuttavia, rimasero per molti anni nidi di resistenza specie nel fortilizio di Tignale, che probabilmente era là, dove oggi è il Santuario di Montecastello e specialmente Muslone, ritenuto baluardo di offesa e di difesa contro Venezia, dato che era stato infeudato a Matteo de Medalli dai Visconti il 20 giugno 1420 e che solo l'11 aprile 1441 passerà ai conti Giorgio e Pietro di Lodrone. Gargnano fu eretto in quadra comprendendo anche Limone e Tremosine. L'importanza di Gargnano è significata anche dal fatto che alla stesura dei decreti della Riviera su sei deputati uno era di Gargnano e che tra i quaranta consiglieri della Magnifica Patria ben sette erano Gargnanesi (e cioè Giovannito Corradini, Maffeo di Tarone, Paolo Turelli, Domenico detto Tardinelli, un Samuelli, Comino Cape e Pelacani Florioli, senza dire delle altre cariche. I secoli che seguirono non registrarono avvenimenti diretti di guerra, ne registrarono di tragici quali le pesti del 1576 e del 1630. Molte le vertenze e i contrasti per i confini con Tignale, e altri comuni confinanti, i ricorsi contro tasse e dazi. Alto il contributo in armati specie per le campagne di Venezia in Oriente compresa la battaglia di Lepanto. Anche il territorio di Gargnano venne toccato dal fenomeno del banditismo che imperversò nei secoli XVII-XVIII. Era forse di Gargnano quel Giovanni Beatrici, detto Zuan Zanon o Zanzanon, che fu uno dei più famosi e attivi banditi della Riviera, come erano di Gargnano alcuni componenti la sua banda quali G. Francesco Beatrici detto "Sime", Tommaso detto "il Ferracino" e Bartolomeo Furlano, e alcuni suoi favoreggiatori. Gli statuti di Gargnano prevedevano un general consiglio, che di pochi elementi, agli inizi, salì nel sec. XVIII a sessanta consiglieri di cui 12 di Gargnano, 8 di Villa, 9 di Bogliaco, 9 di Villavetro, 6 di Fornico, 3 di Zuino, 3 di Navazzo, 4 di Formaga, 3 di Mussaga, 1 di Sasso, 1 di Costa, 1 eletto dal Consiglio. Numerose pure le cariche statutarie. Caduto il Governo veneto, tra crisi economiche, carestie e banditismo, Gargnano, dopo aver opposto una certa resistenza ai francesi, partecipò alle vicende del Governo provvisorio nel 1797 attraverso l'impegno di Giacomo Pederzoli, che fu capo del comitato delle Milizie, di Agostino Avanzini e Giandomenico Bettoni e altri, mentre la popolazione continuava a dimostrare simpatie per la Serenissima, Antonio Maceri di Gargnano fu il commissario del nuovo Cantone del Benaco, denominazione che sostituì quella di Riviera di Salò. Nel marzo-aprile 1799, con la discesa degli austro-russi, Gargnano venne attaccato da una flottiglia tedesca arrivata dalla sponda veronese. Dopo breve difesa opposta dai pochi francesi presenti, l'8 aprile 1799, veniva occupato dalle truppe austriache. In seguito, dopo aver fatto parte del Dipartimento del Benaco e poi del Circondario degli Olivi (Salò) del Dipartimento del Mella, divenne capoluogo del Distretto degli Aranci comprendente Bogliaco, Muslone, Costa, Piovere e Gardola. Ma nemmeno il nuovo governo riuscì a debellare la piaga del banditismo e della povertà. La breve occupazione austro-russa (1799) vide esuli Giacomo Pederzoli, il dott. Pederzani e un Collini.


Affermatosi il governo austriaco, mentre carestia fame e malattie ne salutavano l'instaurazione, alcuni gargnanesi e specialmente il Pederzoli e il Pederzani, continuarono ad essere fedeli a Napoleone e furono affiliati alla così detta XI Falange. Di orientamento liberale fu probabilmente anche la Società del Casino fondata poco dopo il 1830 sull'esempio di quella di Salò. Mentre il ripetersi del colera (nel 1836, 1855, 1867 ecc.) spaventava le popolazioni e mietava vittime, si andava rassodando il sentimento patriottico e nazionale. Ai primi di aprile del 1848 Gargnano vide la presenza della compagnia Bazzi, ma con il 25 agosto truppe austriache sbarcate dal lago iniziavano una vasta azione di rastrellamento di disertori. Alle Dieci Giornate caddero i Gargnanesi: Antonio Corsetti di 18 anni e Giuseppe Tisi di 36 anni. Al Corsetti venne dedicato nel 1929 il nuovo edificio scolastico. Il numero dei disertori non diminuì nemmeno in seguito. Il 3 febbraio 1849 un centinaio di renitenti alla leva, aiutati da montanari, liberò, dalle prigioni di Gargnano, l'oste Ferri, arrestato e condannato a morte perché trovato in possesso di armi. L'8 febbraio 1814 boemi al comando del capitano Freigler, si accantonarono in Gargnano. Nel decennio che seguì fino alla liberazione del Lombardo Veneto, non mancarono novità di rilievo. Nel 1851 venne ricostruito il porto, nel 1853 venne concessa la pretura. Nel contempo si ampliava l'istruzione elementare. Dopo l'armistizio di Villafranca, luglio 1859, Gargnano venne occupato dalle truppe austriache che l'abbandonarono solo il 25 ottobre. Dal 1859 poi Gargnano divenne mandamento del circondario di Salò. L'unificazione portò novità e progressi fra cui l'ufficio telegrafico nel 1860; la fondazione di un Casino degli amici (con sale da gioco o lettura ecc.) nello stesso anno, su iniziativa dell'avv. Pietro Baccinelli ecc. Una grave prova per Gargnano fu la guerra del 1866, quando, occupata dal I Reggimento volontari italiani (comandato dal col. Clemente Corte), cui seguirono il 2 luglio il II Reggimento e il 13 luglio il X Reggimento, fu fatta segno ad azioni di disturbo dalla flotta austriaca specie dal 2 al 20 luglio. Pesante il cannoneggiamento del 2 luglio, che non ebbe risposta efficace e che finì con un morto, due feriti leggeri e case lievemente danneggiate. Pochi i danni nei giorni seguenti, specie il 4, il 5 il 6 luglio e anche nei seguenti. Più pesante il cannoneggiamento del 19 luglio e specie dell'alba del 20 luglio quando gli austriaci riuscirono a catturare il piroscafo Benaco e distrussero o lesionarono a colpi di cannone parecchie case, compreso il palazzo municipale. Una lapide sotto il porticato di questo palazzo ricorda: "L'austriaca flottiglia/ Gargnano/ da itali volontari presidiato/ bombardava/ 2, 4, 6, 19, 20 luglio 1866". Altre lapidi ricordano i morti e i feriti dell'offensiva austriaca. G.C. Abba dettò nel 1909 per incarico della Società Operaia di M.S. la lapide murata nell'atrio del palazzo comunale che suonava: "NELLO SPIRITO Dl GARIBALDI/ GARGNANO SEMPRE MEMORE/ AI VOLONTARI ITALIANI/ DEL 1866/ SOTTO IL FUOCO/ DELL'AUSTRIACA FLOTTIGLIA/ LA GLORIA DEI NOMI/ GIÀ IN ALTRO MARMO SCOLPITI/ RINNOVELLA QUI/ ESEMPIO AI VENTURI/ G.C. ABBA 1909". Opere di rilievo vennero compiute anche negli anni seguenti. Nel 1873 venne ricostruito il tratto di strada Toscolano-Gargnano, che venne migliorata nel 1880. L'istruzione venne garantita dall'Istituzione Bontempi di Bogliaco che manteneva le scuole elementari e il ginnasio. Il 3 dic. 1883 venne aperta sempre a Bogliaco una Scuola di Orticoltura e Albericoltura. Fin dal 1882 veniva progettata la strada Gargnano-Limone. Il progetto veniva ripreso nel 1905 e nel marzo 1906 aveva il nulla-osta dal Governo. Solo nel 1929 Gargnano veniva collegato con Riva del Garda. Sul finire del sec. XIX nel 1898, su progetto dell'arch. Solmi venne eretta la grandiosa villa Feltrinelli. Nel 1900, per la munificenza di mons. Pietro Feltrinelli, venne costruito il nuovo cimitero; nel 1902-1903 venne aperto, grazie allo stesso mons. Feltrinelli e dei fratelli Giacomo e Giuseppe, l'ospedale ricovero. Lo stesso mons. Feltrinelli nel 1906 finanziava la ricostruzione del Convento di Gargnano. Nel 1913 il comm. Giuseppe Feltrinelli provvedeva alla costruzione della strada Gargnano-Sasso-Navazzo-Liano e Formaga che, durante la prima Guerra mondiale, venne dal genio militare prolungata fino a Costa di Gargnano Alla stessa famiglia Feltrinelli si devono le scuole di Mariano e di Costa. La famiglia stessa fece costruire un altra bellissima villa a S. Faustino. Nel 1913 veniva allargato il porto. La prima guerra costò a Gargnano 56 morti, 17 mutilati e invalidi, 57 feriti, e meritò 13 decorati di medaglia d'argento e 9 di medaglia di bronzo. Nel 1915 per interessamento del comm. Giuseppe Feltrinelli venne costruito l'edifico scolastico di Monte Gargnano per le frazioni dell'entroterra (Navazzo, Liano, Sasso e Mussaga). Nel 1921 un altro edificio, su progetto dell'arch. Alberico B. Belgioioso, sempre per merito del comm. Feltrinelli e dedicato al figlio capitano Angelo Feltrinelli, caduto in guerra, venne inaugurato in Gargnano il 4 dic. 1921. L'11 dic. 1922 veniva completata la linea tranviaria Brescia-Tormini-Salò-Gargnano già iniziata nel 1881. Nel 1923 vennero costruite le scuole di Costa e nel 1928 il complesso scolastico per Bogliaco, Villavetro, Fornico e Zuino, intitolato ad Antonio Corsetti ed inaugurato il 28 ottobre 1929. Dall'ottobre 1943 all'aprile 1945, Gargnano ospitò Benito Mussolini e alcuni organismi importanti della Repubblica Sociale Italiana. Una spettacolosa strada nell'entroterra detta dei Dossi venne costruita come strada militare (poi riattivata nel 1957 attraverso un Cantiere di lavoro), collaudata il 27 aprile 1927 e poi chiusa al traffico perché ritenuta pericolosa. Altre opere pubbliche si susseguirono poi fino alla costruzione di una nuova caserma dei carabinieri inaugurata il 28 sett. 1974. Fin dal sec. XVIII Gargnano conobbe una abbastanza viva attività teatrale per la quale veniva utilizzata la sala municipale. In seguito, negli ultimi anni del secolo Giacomo Pederzoli apriva al teatro le sale della propria casa. Nell'agosto 1806, dietro richiesta di G.B. Bottura, Francesco Giorgi, Valentino Badinelli, Pietro Bacinelli, Giuseppe Giorgi, il comune cedeva ad uso di teatro l'ex chiesa della disciplina. Molto più tardi, nel 1857 venne eretta la Società Palchettisti mentre il teatro venne più volte restaurato e abbellito. La Società costruì ampio palcoscenico con un grande e artistico sipario, opera pregevole, palchi, loggione, platea ecc.; il plafone fu coperto da una grande tela azzurro intenso su cui spiccavano stelle lucenti. Il teatro richiamò spettatori anche da fuori. Significativa, anche per l'evoluzione sociale del paese, è la fondazione verso il 1830 di una Società del Casinò che promuoveva divertimenti. Un circolo degli amici veniva fondato dopo il 1860 da Pietro Fiorini. Nel dicembre 1970 veniva aperta la biblioteca comunale. Nella villa Feltrinelli l'Università statale di Milano aprì corsi internazionali di lingua e di cultura. La stessa villa dal 1973, per iniziativa del Maestro Gianluigi Fia, divenne sede degli Incontri chitarristici di Gargnano.


Ecclesiasticamente Gargnano fu pieve autonoma dedicata a S. Martino che ebbe la sua diaconia in Bogliaco e che poi divenne la parrocchia di S. Pietro d'Agrino, mentre oratori e cappelle nascevano a Navazzo, a Mussaga,alla Costa a Muslone ecc. In pratica la parrocchia plebana comprendeva: Bogliaco, Villavetro, Fornico e Zuino (uniti alla Curazia di S. Pietro d'Agrino), Navazzo, Liano e Formaga (che convenivano alla chiesa Curaziale di S. M. Assunta), Sasso e Mussaga (che facevano riferimento a S. Antonio abate), la Costa aveva la sua chiesa dedicata a S. Bartolomeo Apostolo e Muslone a S. Matteo Apostolo. Nel principio del 1400 la Curazia di S. Pietro d'Agrino popolata di circa 400 abitanti faceva istanza al Vescovo di Brescia di essere eretta in Parrocchia, ed avutane l'approvazione, si rivolse a Roma per ottenere la conferma. Di seguito si emancipavano le altre parrocchie. L'antica parrocchiale risaliva al sec. XII e la tradizione vuole che sia stata eretta anche con i materiali recuperati da un tempietto dedicato a Nettuno, del cui culto venne trovata prova in una lapide scoperta nel 1837. Era a tre navate, con tele di valore (del Bertanza, di Angelo Primato, di G.B. Casaffico),con otto altari dedicati, il maggiore a S. Martino, gli altri al S.S. Sacramento, alla Madonna del S. Rosario, alla conversione di S. Paolo, alla S.S. Trinità, a S. Caterina, a Giovanni Battista, al S. Crocefisso. Alcuni di essi erano pregiati per disegno ed ornamenti e marmi. Della chiesa rimase, nel 1733, il campanile romanico, rifatto in tale anno in stile barocco. Dell'antica parrocchiale non rimane che una litografia dell'esterno. La Guida del Paglia segnalava in questa chiesa un Martirio di S. Lorenzo di Paolo Veronese e un Cenacolo della scuola di Tiziano, oltre vari altri quadri del Bertanza, del cav. Celesti e di G. Cossali. Le guide del Garda fanno menzione di un S. Domenico di A. Primato e di un Cenacolo di A. Bertanza. Nel 1680 era stato eretto l'altare del Crocifisso opera questa fra il '500-'600. Viva la venerazione che ha sempre circondato, la reliquia della S. Croce conservata in un prezioso reliquiario d'argento settecentesco. Donata al francescano p. Francesco Maria Celio, l'11 giugno 1711, venne da questi a sua volta regalata, il 25 giugno 1718, a Giacomo Pedersolo di Gargnano. Alla reliquia vennero attribuite numerose grazie pubbliche e private. Un voto venne espresso nel 1855 in occasione del colera. La pieve di S. Martino di Gargnano, vetusta e fatiscente, era stata dotata nel 1718 di una Residenza o Capitolo di numerosi sacerdoti locali, che convenivano ogni giorno a recitare o cantare il divino officio. Questa ufficiatura richiedeva un coro capace e dignitoso, che invece mancava, con notevole disagio dei numerosi sacerdoti residenti. Si pensò quindi di erigere una nuova chiesa parrocchiale, incominciando dal presbiterio. La nuova chiesa venne programmata nel 1734. Il Conforti nelle sue note storiche sulla parrocchia di Gargnano scrive che ideatore del disegno della nuova chiesa fu un grande architetto trentino, del quale però non si conosce il nome, e che la esecuzione di detto disegno incontrò serie difficoltà da parte di alcuni influenti gargnanesi, i quali avrebbero preferito lasciare intatta la antica pieve e creare invece la nuova parrocchiale più in basso e in luogo più comodo alla popolazione, che disertava la pieve e affluiva invece nella chiesa conventuale di S. Francesco. Prevalse l'idea di eseguire la nuova chiesa sul posto della vecchia pieve, e si incominciò ad abbattere l'antico angusto coro per costruire l'attuale. Il disegno della nuova parrocchiale venne presentato in curia per l'approvazione nell'aprile 1785. L'opera fu compiuta in tre anni e tre mesi; incominciata il 20 marzo 1785, ricordano due iscrizioni, fu compiuta l'1 luglio 1788, Deo adiuvante e per sollecita cura del nuovo arciprete D. Pietro Gazetti di Salò (1785-1807), il quale, se non fossero sopravvenuti i gravissimi sconvolgimenti politici dei tempi napoleonici, avrebbe forse affrontato anche la continuazione della fabbrica secondo il disegno primitivo. Invece, soltanto nel 1837, l'anno dopo il colera, sotto l'arciprete D. Giacomo Costardi di Brescia (1835-1863), ma per lo zelo del benemerito fabbriciere D. Giacomo Pederzani, fu ripresa la fabbrica, affidandone l'esecuzione a Rodolfo Vantini, considerato allora il primo architetto di Lombardia, celebre per il Cimitero di Brescia e altre opere insigni da lui create a Milano, Mantova, Bergamo, Trento, ecc. Il Vantini non volle rinunciare ai suoi gusti e al suo stile prediletto, e al nuovo presbiterio settecentesco aggiunse una grande navata ellittica, che misura quasi 70 m. di lunghezza e 23 m. di larghezza preceduta da un pronao di quattro colonne; è una mole imponente, solidissima, costruita a perfezione, e dimostra quali sacrifici devono avere affrontato i gargnanesi per realizzarla. Parrocchiale di S. Martino: Imponente e compatta, ispirata al Pantheon di Agrippa, all'esterno ha un pronao di andamento rettilineo con sei colonne corinzie che reggono la cornice e il timpano; dietro, si profila una facciata con finestrone, due nicchie e un timpano. La costruzione, con pianta curvilinea (ovale) è coperta da una cupola a calotta ovale. All'interno misura m. 68,65 di lunghezza e m. 23,25 di larghezza. L'altezza è giustamente proporzionata; una cupola si innalza sopra l'elisse ed un'altra sopra l'abside. La facciata si presenta con un atrio, a colonnati grandiosi, che si stacca dal corpo ogivale della chiesa con grande gioco di luci e di ombre. Sotto il solenne porticato si aprono tre porte, ognuna delle quali reca un'iscrizione sull'architrave: "Pulsate et aperietur vobis"; "Petite et accipietis"; "Querite et invenietis". Gli altari sono cinque; i quattro della navata nel solito stile impero vantiniano, mentre l'altar maggiore è veramente ammirabile per il disegno settecentesco, la grandiosità, l'eleganza, la varietà e preziosità dei marmi e gli ornati di bronzo dorati. La pala raffigurante S. Martino, attribuita un tempo alla scuola del Moretto, è invece di G. B. Casari di ambiente veronese. Anche le balaustre, erette l'anno 1673 dalla generosa devozione del sac. Martino Giorgi, o Zorzi, e appartenenti all'antica chiesa, sono di marmi svariati e preziosi. L'altare di S. Giovanni Battista venne terminato a spese della famiglia dei co. Bernini; la pala che rappresenta il santo è ottocentesca. Quello della S. Croce fu costruito con le offerte raccolte dal fabbriciere Giacomo Avanzini nel 1855. La stessa fabbriceria provvide a terminare anche quello dedicato alla B. Vergine del Rosario, la cui pala seicentesca è opera di Giovanni Francolini. Quello della conversione di S. Paolo venne eretto a cura della congregazione di carità. La tela è ottocentesca. Notiamo ancora all'interno una grande tela in buona conservazione: l' "Ultima Cena" attribuita alla scuola del Veronese o comunque veneta del seicento. Sembra che provenga dall'antica pieve. Altre tele rappresentano: un "Battesimo di Gesù" di Andrea Bertanza; "Madonna con S. Alberto" di Andrea Celesti, proveniente dalla demolita chiesa di S. Rocco;" Morte di S. Andrea Avellino" di G. Bettino Cignaroli e "Natività di Gesù" della scuola lombarda del XV secolo; "S. Domenico" di Angelo Primato. Verso il 1880 venne chiuso con lamiere il grande finestrone ovale al centro della maestosa volta, per togliere l'inconveniente di continue riparazioni e fu questo un grave errore poichè tolse molta luce all'interno della chiesa. L'organo venne costruito da Luigi Montesanti di Mantova nel 1811 per interessamento del co. Carlo Becelli Zuana. La spesa di lire 6.130,23 fu sostenuta dalle principali famiglie del paese ed il collaudo avvenne il 28 giugno 1812 per opera di Ferdinando Turini, professore di musica di Salò. L'organo fu poi rinnovato e ammodernato nel 1906 da don Cesare Sora di Pontevico. Il pavimento è di marmo bianco e rosso, dei monti vicini (attualmente è in fase di rifacimento, mantenendo la medesima colorazione) ed il colonnato interno, verso il 1880 fu ridotto a stucco lucido. Nel 1897 vennero collocate nelle nicchie, fra le colonne, otto statue plastiche in composizione, che rappresentano il santo di cui l'offerente porta il nome, opera di Pietro Clerici. Il 7 luglio 1889 fu posta la prima pietra della sacrestia, fabbricata con il materiale dei vecchi giardini di agrumi della parrocchia su progetto dell'ing. Antonio Feltrinelli. Fu affrescata originariamente dal cav. Lieti di Milano, che nel 1892 si fermò a Gargnano per dipingere villa Feltrinelli a S. Faustino. La spesa, di oltre 6.000 lire, venne sostenuta per 5.000 lire dalla famiglia Feltrinelli e per il resto dalla popolazione. Nella stessa sacrestia si conserva una "pace", del sec. XVIII, che racchiude, in una sontuosa cornice di fiorami d'argento sbalzato, un motivo ancora medioevale: il Cristo che emerge a mezzo busto dal calice. Da notarsi ancora, nella chiesa, i massicci e artistici candelabri, fusi nel 1909 dalla ditta Tavazzano, che adornano i cinque altari. A questi si aggiunsero poi i grandi busti dei vescovi. Dello stesso periodo è il baldacchino dorato, in legno, sopra l'altar maggiore, opera di Andrea Poisa di Brescia ed i lampadari in cristallo di Murano. Nel 1910 una ditta di Brianza lavorava i banchi di noce, dono della famiglia Feltrinelli. Feste straordinarie vennero celebrate in onore di S. Croce. Fra le varie solennità di grande rilievo si ricordano quelle celebrate il 18 luglio 1802, l'11 maggio 1817, il 22 ottobre 1855 e poi il 26 settembre 1909. Annualmente si celebrava pure la festa di S. Antonio da Padova e le contrade e le piazze per le quali passava la processione venivano addobbate e illuminate. Frequenti erano in passato anche i pellegrinaggi dei gargnanesi alle chiese vicine e particolarmente a S. Maria del Benaco, a Toscolano. Ne fa fede una stampa, eseguita nel 1834 da L. Libardi di Verona, fatta stampare da alcuni ammiratori veronesi per il comune di Gargnano. La parrocchiale venne restaurata nel 1974 per iniziativa di mons. Primo Adami. S. Francesco d'Assisi: Una remota tradizione francescana locale afferma che nel 1220 nel ritorno dalla Siria, S. Francesco fu ospite per alcuni giorni sulla riviera bresciana del Benaco e vi ricevette in dono una casa e un campo per edificare un romitorio del suo ordine. Questo si accenna anche in una lettera di S. Bonaventura, nel "Libro delle Conformità" di Fra Bartolomeo da Pisa e nella storia francescana del Tossignano. La difficoltà sorge nel fissare il luogo di questo primo romitorio francescan- benacense, perché alcuni storici vogliono che sia la isola Lechi, dinnanzi al golfo di Salò, dove ebbe sede un antichissimo convento di Frati Minori onde fu chiamata per quattro secoli "L'isola dei frati"; altri invece credono che il primo convento sia stato quello di S. Francesco di Gargnano, occupato fino al 1771 dai Minori Conventuali e dipendente dal convento di S. Francesco in Brescia. Secondo P. Sartori i francescani presero dimora inizialmente in località Varolo presso un romitorio chiamato S. Giorgio (forse S. Giorgio in Ruina). Il luogo passò nella seconda metà del duecento, alle dipendenze del più ampio e nuovo convento di S. Francesco eretto prima del 1266 anche se il Wadding riferisce la data del 1286, altri quella del 1279. Nella cappella terminale di destra, su cui oggi s'innalza il campanile, si vedono i resti di modeste pitture, ormai illeggibili, ma ritenute dello scorcio del secolo XIII. Dell'antichità della chiesa fa prova una Bolla di Nicola IV del 3 dicembre 1289 che concedeva "visitantibus Ecclesiam" un'Indulgenza di un anno e 40 giorni nelle feste di S. Francesco, S. Antonio e S. Chiara. Altra importante testimonianza è l'iscrizione datata 1301 che si legge sotto la statua di S. Antonio, visibile sul lato destro della facciata della chiesa: «MCCCI - Sanctus Antonius illuminavit uno oculo fratrem Delayorurn de Laude, factorem huius operis». Questo frate risulta autore anche di un bassorilievo nel S. Francesco di Lodi, ove si firma "Delay de Brellanis". La chiesa è stata più volte rifatta e ristrutturata ma la semplice architettura lombarda del '200 ha lasciato ancora alcune traccie visibili nell'ossatura esterna, ma all'interno è completamente sparita per dar luogo alle ricche ornamentazioni barocche secentesche e settecentesche. Sul fianco settentrionale, di fronte alla contrada centrale di Gargnano, esisteva una cappella o tempietto ora scomparso: di esso è rimasto soltanto una interessantissima scultura delle "Stimmate di S. Francesco" che è, secondo il Guerrini, senza dubbio uno dei più antichi documenti iconografici della tradizione francescana. La scultura è ingenua, un po' rozza, a forma di lunetta e ha tutti i caratteri dell'arte dugentesca: dovrebbe risalire all'ultima parte del 1200 o ai primi anni del 1300, ed è un documento storico di primo ordine per la diffusione del culto delle sacre Stimmate, fino dal remoto secolo XIII. La facciata nelle sue linee semplici è facilmente riducibile alle sue forme primitive ed esemplata su quella di S. Francesco in Brescia; ha una stele quattrocentesca con la figura di S. Francesco, sotto la quale, balzano su di una pietra capovolta, usata come materiale di costruzione, le parole H - MONVM - E - HEREDV - ANDRE... "questo monumento è degli eredi di Andrea" e l'iscrizione è infranta. La chiesa aveva sul fianco un cimitero e tombe numerose dovevano trovarsi un po' dappertutto, in chiesa, nel chiostro e all'esterno; mausolei o tombe di benefattori insigni e di devoti dell'ordine francescano. Delle tombe ne rimangono ancora alcune. Murato nella facciata della Chiesa di S. Francesco, vi è un piccolo frammento di ghiera di archetto di scultura romanica adorno da una fascia verso l'interno e verso l'esterno da una serie di quattro fogliette lanceolate. La tomba più singolare è quella che resta presso l'ingresso del chiostro: un mausoleo di porfido veronese sostenuto da quattro colonnette, restaurato poco tempo fa e aperto. In esso fu trovato ancora il cadavere rivestito dell'abito francescano e si ritenne quindi il mausoleo di un frate del convento. Invece è probabilmente il mausoleo del nob. Arrighino de Cattanei di Gargnano: difatti sull'avanzo dell'arcone che si sporge sopra il mausoleo si legge questa iscrizione: "hoc monumentum est d. argn. de gargnano et heredum suorum anno dom. M. CCCCLI". "Questo monumento è del signor Arrighino di Gargnano e dei suoi eredi, eretto l'anno 1451". L'epitaffio è sormontato da uno stemma, che rappresenta un monumento funebre, ed è questo precisamente lo stemma usato anticamente dalla potente famiglia dei Capitani o Cattanei della Riviera benacense, feudatari delle pievi e dei beni vescovili, che si suddivisero in molte ramificazioni. L'edificio, era a tre navate poi demolite e ridotte ad una sola, e questa, alzata di un quinto, per fare la volta; le finestrelle antiche scomparvero per dar luogo a nuove più ampie finestre comuni e sulle pareti laterali, che erano prive di altari perché bastavano per il servizio religioso gli altari delle_ tre absidi, furono costruiti nuovi fianchi per dividere sei cappelle d'altare e per sostenere la volta; nelle cappelle furono collocati altari di marmo, bellissimi e ornati di finezze decorative, ma che hanno cambiato totalmente il severo stile interno della chiesa primitiva in sfarzose policromie barocche. Sull'altare maggiore sta una tela di Giovanni Grossi raffigurante S. Antonio e tre altari per lato. Entrando, da sinistra, essi sono dedicati rispettivamente a S. Antonio da Padova, all'Angelo Custode e a S. Maria Maddalena, con la statua lignea proveniente dalla omonima chiesa dissacrata e la scritta: "Disciplinorum Societas erexit 1601". A destra sono gli altari di S. Giuseppe (pala del '600), l'Immacolata (statua marmorea di scuola fantoniana) , S. Stefano, la cui pala è firmata in basso a destra: "Il Bertanciu F.", mentre in basso a sinistra: "Bartolomeus Contri", è forse il committente. La tela con S. Antonio da Padova è di Antonio Grossi. Sopra la porta maggiore tre grandi tele, erroneamente attribuite ad Andrea Celesti, rappresentano la "Visita dei Pastorr", la "Fuga in Egitto" e l' "Adorazione dei Magi" e dovrebbero invece appartenere alla scuola lombarda della fine del sec. XVI. Sotto, quattro tele più piccole mostrano scene di Gesù con gli apostoli. Altra tela, della scuola del Celesti, è posta sopra il confessionale di sinistra, ed un'altra, posta sopra la porta della sacrestia, rappresenta una santa martire (sec. XIX). Altro grande dipinto, che il Mucchi ci elenca fra le opere del Bertanza, ma che potrebbe forse essere attribuito ancora alla scuola del Celesti, si trova nella cappelletta in cornu Evangeli che raffigura l'Ascensione. Degli affreschi che vi erano, non sono ormai visibili che quelli sovrapposti ai più antichi, nella cappella terminale sotto il campanile, dello stile di Maestro Paolo e Lorenzo Veneziano, che lasciano vedere una testa di Cristo e una di S. Paolo. Delle tele ricorderemo una "Madonna e S. Antonio" su altare datato 1710 di Andrea Celesti (1637-1708) e due quadri (un tempo in sacrestia) raffiguranti l' "apoteosi di S. Francesco" e l' "apoteosi dei Santi dell'Ordine Francescano" di Gian Andrea Bertanza di Padenghe, firmate con la sigla: F.A.B. Nel 1972 venne posto in opera il nuovo portale di circa 5 m. di altezza in rovere di Slavonia all'esterno e in douglas all'interno, disegnato dall'arch. Fausto Bontempi. Vi avevano sede le Confraternite dell'Immacolata, di S. Francesco (o del Cordone), di S. Antonio e dei Battuti. Notevole è pure l'elegante Sacrestia ritenuta opera del pieno Quattrocento con magnifico portale in pietra nera ricco di disegni ornamentali, di scene della vita della Madonna, di un Agnus Dei, centrale, simile a quello della facciata della chiesa e finalmente con le parole che si scambiano la Vergine e l'Angelo, scolpite le une da destra e l'altre da sinistra. "Il chiostro, scrive il Panazza, con il suo caratteristico portico ad archi inflessi è uno degli esempi più antichi di un motivo che durerà fino alla metà del sec. XV". A pianta quadrata, con sei arcate per lato, ha i capitelli variamente decorati con foglie, fiori, cedri, meloni, limoni, pesci, teste di frate e di leone. All'ingresso, alquanto spostato dal luogo originario, si vede un sarcofago di porfido veronese, sostenuto da 4 colonnette, ove fu rinvenuta una salma vestita dall'abito francescano. L'iscrizione del vicino arcone dice: " + Hoc nomun(en)tu(m) e(st) d(omi)ni/ Arcil(i) d(e) gargn(a)no h(e)r(e)du(m) suoru(m), An(n)o D. MCCCII". Questo sconosciuto Argilo di Gargnano dunque testimonierebbe che il chiostrino è pure del Trecento. Tuttavia, un'epigrafe nell'interno del porticato ricorda i lavori compiuti nel 1424 e ciò fa sorgere il dubbio che a tale data esso risalga. Vi si trovavano anche lapidi e marmi fra cui una votiva al dio celtico Ravino e un'altra a Nettuno, una colonna di porfido rosso di Verona, che probabilmente sosteneva una croce e un bellissimo stemma marmoreo quattrocentesco che rappresenta una lupa rampante a sinistra, che tiene fra le zampe un giglio di Francia, sormontato da una corona capovolta: il blasone comunale è individuato dalle due iniziali C.G. (Comunitas Gargnani). E ancora una lapide che ricorda una antica chiesetta dedicata a S. Michele. Nell'angolo NE del chiostrino c'è una porta che mette alla bella sacrestia che è decorata da un meraviglioso portale marmoreo del primo cinquecento o della fine del secolo XV, in pietra nera, con ornamentazioni di un gusto squisito e con alcune bellissime scene dell'infanzia di Cristo in altorilievo. Vi è pure rappresentata l'Annunciazione di Maria con questa singolarità che le parole dell'Angelo (Ave Maria gratia plena dominus tecum) sono scolpite da sinistra a destra, mentre la risposta della Vergine (Ecce ancilla domini ecc.) sono scolpite in senso inverso da destra a sinistra, su due linee. Nel chiostro di S. Francesco, si conservano un frammento di cornice ornato di nitidi dentelli e due altarini con iscrizione a dedica (CIL, V, 4874, 4875). Una lapide esistente nel chiostro del convento di S. Francesco in pietra nera, che porta incisa una croce e una iscrizione in caratteri gotici, e che dice: "IHS M CCCC XXVII die primo septembris hec eclia sact micel p bap tista d monte cento (?)" ricorda l'erezione o la consacrazione dell'antica chiesetta di S. Michele, già esistente presso la pieve di S. Martino e che dovrebbe essere stata fondata da un certo Battista da Montesanto. Sotto la chiesa, lungo la costa, esistono ancora i resti di una diga con argine romano, simile a quello di Toscolano, ma meno conservato. Nel convento di Gargnano passò gli ultimi anni della sua vita e morì il 25 o 27 settembre 1637 il P. Michele Varoglio (o Vergoglio), nativo di Bagnolo Mella, che fu Vescovo di Zante e Cefalonia nell'arcipelago greco. Sul suo sepolcro davanti all'Altar maggiore si legge: "P. Michel Varolius Brixiensis Ord. Min. Convent. probitate pietate doctrina clarus Zacynthii Cephaloniaeque antistes vigil, vicaria pius opera ibidem functus hic jacet abiit non obiit Garignani anno salutis MDCXXXVII, VII Kal. Octob.". La Repubblica Veneta ordinò la soppressione di questo convento il 12 agosto 1769 lasciando liberi i Religiosi di ritirarsi altrove con l'assegno della pensione giornaliera di lire 1 e soldi 15 a testa. Essi se ne andarono il 14 settembre. Il convento fu comprato da Giannandrea De Giorgi, mentre la chiesa rimase aperta al culto e, nel 1912, fu dichiarata Monumento Nazionale insieme col suggestivo chiostrino. Questo venne restaurato nel 1926 dall'ingegnere Giuseppe Feltrinelli, mentre il comm. Edoardo Bertola vi ha raccolto lapidi e frammenti di marmi lavorati del territorio di Gargnano. Gargnano S. Carlo: Dagli inizi del '600, per volontà della Comunità, esisteva a Gargnano un convento di Cappuccini. Era situato al confine con Bogliaco al margine della valletta del Triolo; poco sotto passa la strada Gardesana. I religiosi vi piantarono la croce il 15 agosto 1612, mentre Bernardino Bordelli, arciprete e gran benefattore del luogo, ebbe il privilegio di porre la prima pietra. La chiesa venne dedicata a S. Carlo Borromeo, allora appena canonizzato (1610). In un solo anno chiesa e convento furono ultimati; ed il P. Marcantonio da Brescia, nobile Gambara, ministro provinciale, il 4 novembre, festa di S. Carlo del 1613, vi celebrò la prima Messa con concorso indicibile di gente; ed al 26 aprile 1626 la chiesa fu consacrata da Mons. Bocchia, vescovo di Cattaro e coadiutore del vescovo di Brescia Giorgi. Il grande convento, con chiostro e porticato, era circondato da un lussureggiante brolo; di fronte ad esso, verso il lago, dove sorge la villa Sorlini, c'era l'ortaglia dei frati; vi si accedeva attraverso una galleria scavata sotto la strada provinciale. La santella detta "dei quattro santi", dava il nome alla località e segnava il confine con la parrocchia di Bogliaco. Ma nel Seicento il luogo si chiamò San Carlo, in ricordo della visita del Santo. Soppresso e confiscato nel 1797, compresa la biblioteca che pure venne confiscata, l'immobile venne messo all'incanto e comperato da Faustino Bianchi di Villa. Passò poi ai Bettoni e, ancora, ai Raimondi e, infine a un'industria della carta "Penetrazione". Distrutto in parte da un incendio, nel 1908, e sparsasi la voce che fosse luogo maledetto, venne acquistato dal demanio, che nel 1911 lo trasformò in caserma, prima per bersaglieri poi per alpini. Diventò poi colonia elioterapica, asilo di profughi giuliani, di alluvionati ecc. La pala dell'altare maggiore raffigurante la "Madonna con Bambino fra i SS. Carlo, Giovanni Battista e Francesco d'Assisi" firmata "Jacobus Palma f." è finita nella chiesa di S. Marco di Milano. I francescani tornarono a Gargnano agli inizi del '900. Dopo trattative intercorse fin dagli inizi del 1904, tra l'arciprete e superiori della Provincia religiosa dei Frati Minori di Trento, il 17 dic. 1904, don Lorenzo Conforti cedeva ai Minori della Lombardia l'uso della chiesetta di S. Tommaso in frazione Villa, mentre mons. Pietro Feltrinelli offriva generosamente un vasto appezzamento di terreno per costruirvi il nuovo convento, sostenendone anche in parte le spese. L'architetto di Milano Paolo Cesa Bianchi approntò il disegno e due frati, col primo superiore P. Damiano Soldini da Bergamo, il 9 febbraio 1905, prendevano alloggio nella vicina casa dei Signori Fiorini, mentre si eseguivano i lavori. L'anno seguente, il 4 novembre 1906, fu solennemente inaugurata l'ala centrale del nuovo cenacolo francescano. I Francescani ebbero un loro piccolo ospizio anche in Rasone a 1000 m. s.l.m. con cappella annessa costruita nel 1684. Poi si stanziarono i Bettoni, che costruirono una loro villa. In luogo incantevole, antichissima, è la chiesa di S. Giacomo de Cali che viene fatta risalire ai sec. XI-XII. Nei documenti antichi, annota il Perini, viene spesso denominata di Calino ed è tuttora vivo il detto popolare: "La cesa de Cali/ S. Zè da l'uselì/ E quela de Benac/ Ié le piú vece del nos lac". La tradizione locale la vuole eretta su un antico tempio pagano. Costruita, in direzione EO, si presenta con la facciata, a doppio spiovente, in pietra viva annerita dal tempo, a quadri lavorati, ben squadrati e disposti a corsi orizzontali e terminante con un cornicione formato da tegole di cotto. La facciata aveva originariamente soltanto una piccola porta con arco a tutto sesto, sostituita dall'attuale alla fine del '500. In alto, verso il vertice, sul quale è posta una vecchia croce in ferro, è disegnata la croce greca disposta con gli stessi quadri di pietra; più in basso, verso i lati della facciata, due piccole finestre quadrate con inferriate, aperte per ordine del Borromeo, danno luce all'interno. Sull'angolo di sinistra, nel sec. XVIII, venne alzato il piccolo campanile a vela. A circa due metri dalla chiesa, verso l'angolo a S, si trovano due cippi di pietra che portano diverse diciture: quello a destra:" EM/89" e quello a sinistra è indecifrabile. Probabilmente entrambi dovettero essere sormontati da qualche simbolo religioso. La chiesa di S. Giacomo, come indica il santo al quale è dedicata, fu, agli inizi, probabilmente un ospizio o un ospedaletto per viandanti che transitavano per la Riviera da e per il Trentino. Degna della maggiore attenzione, annota sempre il Perini, è la parete laterale esterna SE. Posta verso il lago, è costruita con pietra bianca ben battuta, a dadi rettangolari e chiusa in alto da un sottile cornicione rettilineo, sotto il quale, a distanza simmetrica, si aprono due finestrelle ogivali. Verso la base ad E si trova una porta originaria, architravata e con elegante lunetta dall'arco leggermente a ferro di cavallo, consona all'architettura di tutta la parete. Sullo stesso lato risaltano alcuni tratti di intonaco applicati posteriormente e coperti da affreschi. In un riquadro, abbastanza ben conservato, troviamo "S. Antonio abate, fra S. Paolo ed un Evangelista". Tale affresco è da collocarsi alla metà del '300 e può ricollegarsi alle pitture trentino-veronesi che sono di contorno a Giacomo da Riva. Un altro, accanto a questo, ma di minori proporzioni, rappresenta "S. Antonio da Padova", secondo il Trotti; secondo altri, "S.Jacopo". Dopo questo, un terzo affresco: "S. Cristoforo col Bambino sulle spalle", di proporzioni più che naturali. Il fatto si spiega poiché un tempo era molto diffusa la devozione a questo santo che veniva dipinto sulle pareti esterne delle chiese poste in prossimità della strada più frequentata, a forme enormi, per essere visto anche da lontano. Infatti, secondo un distico medioevale, chi avesse guardato l'immagine del santo, per quella giornata, non sarebbe morto improvvisamente: "Cristophori sancti speciem quicumque tuetur ista manque die non morte mala morietur". Lo stesso Trotti annota che identica immagine vide dipinta, con le stesse dimensioni e forse dalla stessa mano, sulla corrispondente parete esterna verso il lago delle chiese di S. Zè de l'uselì a Castelletto ed a S. Maria del Benaco a Toscolano. Notiamo un ultimo affresco all'estremità E della parete, ma, per il pessimo stato di conservazione, non è possibile dire con esattezza chi rappresenti. Gli affreschi del primo gruppo, posti su questa parete, sulla quale appoggia il porticato tuttora esistente, servivano da pala ad un altare che venne tolto nel 1580 per ordine di S. Carlo: "Altare sub porticu infra biduum tolletur". Per mezzo di cinque gradini si discende nell'interno della chiesa il cui pavimento, un tempo di mattoni di cotto, si trova di un metro e mezzo al di sotto del livello del sagrato. L'unico altare, di cotto, così ridimensionato dal Borromeo: "altare ad formam reducatur", è dedicato a S. Giacomo Maggiore, la cui statua in legno, posta in una nicchia sopra l'altare stesso è datata 1501. Il santo è seduto su un tronetto rustico; nella mano destra tiene un libro aperto con la scritta: "Qui conceptus est de spiritu sancto" e nella sinistra un bastone che porta all'estremità il cappello da pellegrino. La piastrella dorata posta sul capo era simbolo di dignità episcopale presso gli Ebrei. La statua è alta circa un metro e mezzo ed ai lati della nicchia, che forma la pala dell'altare, si staccano dalla parete due statue in stucco raffiguranti S. Domenico di Gusman e S. Bernardino da Siena. Sopra, quasi a soasa dell'altare, in quel riquadro ora rimasto vuoto, era posto un quadretto ovale dipinto su tela con l'Annunciazione, sormontato da due angeli che sostengono una corona, visibili anche oggi. L'abside si può dire di stile bizantino e si appoggia, davanti, sull'arco trionfale, un po' giù dal volto della navata, un tempo coperto con assi e quadri di mattoni, come in uso presso le chiese primitive. S. Carlo ordinò che il tetto fosse coperto da assi ben unite tra di loro: "Tectum assibus bene compositis fulciatur". Notiamo altri affreschi trecenteschi, scoperti soltanto nel 1920, sulla parete NE del locale attiguo che serviva da sacrestia e che fu forse il luogo che raccolse le primizie cristiane gargnanesi. Ad esso si accede da una apertura arcuata a destra dell'altare. Al centro, una crocifissione dalle forme piuttosto rudi, richiama, anche nella cornice, quasi fosse una tavola, certi aspetti della pittura del Turone; a destra è rappresentato un santo pellegrino, forse S. Giacomo. In questa stanza vi si può supporre quasi un appartamento a sé, diviso dall'oratorio stesso; s. Carlo infatti ordinò che: "fenestrellae prope altare a parte epistolae, claudantur" e che "in frontispitio fenestrae aperiantur unde introspici non possit ab audientibus missam". L'ambiente a volto reale, dovette servire da abitazione ad un cappellano ed in seguito all'eremita cui è dedicata l'iscrizione sepolcrale (murata nel mezzo del pavimento) che ricorda Bernardino Collini di Gargnano, primo eremita della chiesa, che, nel 1725, aveva provveduto a farsi costruire il sepolcro stesso. Un legato di G.B. Giorgi q. Domenico di Gargnano, disponeva che si distribuisse pane a quanti intervenivano alla processione della prima rogazione. Altra processione aveva luogo, per ordine di S. Carlo, ogni terza domenica del mese. I Gargnanesi vi si recavano anche nel pomeriggio della domenica di Pasqua. Verso la fine del '600 e ancora nell'800 la chiesa divenne rifugio di malfattori e contrabbandieri. Durante la prima guerra mondiale la chiesa divenne deposito di munizioni. Restaurata nel 1960 per iniziativa della Sovrintendenza ai monumenti, è ora aperta al culto soltanto il giorno del titolare, il 25 luglio, in cui si celebra la messa. Nello stesso giorno si tiene a Gargnano la tradizionale fiera di S. Giacomo, un tempo affollata e meta delle popolazioni di tutta la riviera e della val Vestino, ora ridotta a niente più che un mercato.


L'11 settembre 1742, la baronessa Antonia Bernini della Zuanna otteneva il permesso di erigere un oratorio dedicato a S. Francesco di Paola, a favore del piccolo convento di suore che vi ebbero anche sepoltura. Chiusa per alcuni decenni venne riaperta nel 1897, dedicata all'Immacolata e riservata alle giovani dell'Oratorio.


Del secolo XIV era la chiesa di S. Tommaso a Villa su un'altura dalla quale si domina Gargnano e il lago, sito che incantò lo scrittore D.H. Lawrence. La chiesa, non molto grande, sembra essere stata edificata verso la metà del secolo XIV ed era sede di una scuola o confraternita di Disciplini. Nel passaggio alla sacrestia si vede un antico affresco con in alto la scritta "S. Liberata 1535" e sotto "Quest'opera la fata far le done da Vila". Dalla visita di S. Carlo nel 1580 risulta che vi era anche un altare, dedicato a S. Bernardino da Siena, che il visitatore ordinò fosse levato. La chiesa ha una sola navata, a tre altari: il maggiore, in legno di noce dei Cressotti di Gargnano, con l'abside affrescata da Vittorio Trainini e pala dell'apostolo S. Tommaso. Le due cappelle laterali, l'una già dedicata a S. Andrea ora a S. Antonio di Padova con statua lignea, l'altra alla Madonna con tela firmata: "Spillenberg fecit 1677" mentre gli affreschi della volta sono firmati: "Gio. Antonio Italiani fecit 1675". La statua lignea di S. Carlo proviene dal soppresso convento dei Cappuccini. La torre ha due campane: fuse dal Maggi di Brescia: una porta inciso: "A fulgure et tempestate libera nos Domine 1775"; l'altra "Sancte Thoma ora pro nobis: la pietà dei cittadini di Villa nell'anno del Signore 1826". Nel 1485 venne eretta per voto popolare, per iniziativa del dottor M. Matteo Ransoldi, Gian Maria q. Galvoni Turella, Giovanni q. Domenico Turella, Tebono q. Paolo Turella, che all'uopo predisposero di propri capitali, una chiesa dedicata a S. Rocco. La chiesa venne poi riedificata e decorata nel 1748. Ha cinque altari: il maggiore dedicato a S. Rocco, S. Sebastiano e S. Filippo ai piedi della Madonna col Bambino, gli altri a S. Alberto, a S. Andrea Avellino, al Crocifisso, alla Madonna. La chiesetta, ad un chilometro dal centro sulla strada per Muslone, venne eretta per voto di certo Carlo Rocchi, di Villa, che, trovandosi moribondo, promise ad un cappuccino che era andato ad amministrargli i sacramenti, in cambio della salute di dare degna sede ad un grande crocifisso che aveva nella sua camera. Risanato, il Rocchi mantenne la promessa e con l'aiuto delle famiglie Zeni e Chignola costruì la chiesetta, meta di particolari devozioni, specie nei Venerdì di Quaresima. Una chiesetta esisteva ad un chilometro, sulla via per Tignale, dedicata ai S.S. Faustino e Giovita. S. Carlo ne aveva decretato l'abbattimento. Restaurata, venne poi abbattuta per far luogo alla villa Feltrinelli. Antica anche la chiesa della Disciplina, trasformata nel 1771 in un santuario a S. Maria Maddalena, raffigurata in una bella statua, ora nella chiesa di S. Francesco. Nel 1806 la chiesa venne trasformata in teatro. Oratorio privato esisteva nella villa Beccelli (poi Capettini e, infine, Feltrinelli), nella villa Bettoni, in casa Valenti, in casa Turella e in un'altra degli Della Zuana.


Nel 1594 per merito di Cecilia Randini, vedova di Giovanni Antonio de Battisti, veniva fondato un Monte di Pietà, arricchito nel 1617 da un legato di Moretto Moro che disponeva doti annuali per tre fanciulle del paese povere e oneste e per la distribuzione di pane ai poveri. Per questo stesso scopo lasciava nuove sostanze, nel 1623 ,Giovanni Battista Giorgi q. Domenico, seguito poi nel 1629 da Paolo Turella, che disponeva due distribuzioni annuali di vino. Si aggiunsero più tardi altri lasciti come quello nel 1716 di Marco Valenti per ragazze da marito di Villa di Gargnano e per altri scopi, di don Paolo Gelmina nel 1785, di Oliva Damiani nel 1820, di don Giacomo Apollonio ecc. Con suo testamento del 31 agosto Marco Valenti lasciava alla "terra di Villa" di Gargnano e a quattro ragazze da marito i suoi averi. Il 6 giugno 1913 mons. Pietro, Giacomo e l'ing. Giuseppe Feltrinelli fondavano l'ospedale che prese il loro nome.


Fra gli edifici hanno rilievo il palazzo comunale che venne eretto nel 1581. Il 12 febbraio 1581 di tale anno venne indetto, dal consiglio comunale, il concorso per il progetto, affidato poi il 26 dello stesso mese al capomastro Giovanni Traffegnini che si ispirò a progetti del Todeschini. L'opera seguita con attenzione dagli amministratori, venne compiuta nel 1582. Secondo la descrizione del Perini, al pianterreno si succedono un porticato sorretto da pilastri ed un corpo retrostante, contenente la scala d'accesso al piano superiore. Qui si conservano la sala delle riunioni, adibita anche ad uffici, che copre quattro campate della loggia inferiore, soffittata con travatura originale lignea a cassettoni semplici e disadorni, ed altre tre sale minori. L'alzato esterno comprende tre archi per lato, e nel primo piano rispettivamente tre finestre modanate, su murature coperte ad intonaco ed un cornicione terminale a mensole in cui si aprono pure tre finestrelle. L'insieme risulta di un sicuro e ben calcolato equilibrio, di coerente e ben risolta esecuzione. Sul lato verso il lago una lapide in bronzo ricorda i caduti della prima e seconda guerra mondiale e sotto il porticato un marmo venne posto a ricordo del bombardamento del 1866. Al piano superiore è conservato un dipinto attribuito al Celesti: rappresenta Nettuno sullo sfondo del paesaggio locale, in una mano ha il tridente e nell'altra un mazzo di limoni e tre bellissimi carpioni, pesci celebrati da pittori e poeti per la carne rosea, delicata e rinomata per lo squisito sapore. La tela, che misura cm. 274 x 227, rappresenta anche il paesaggio dell'epoca. Venne restaurata nel 1960 assieme ad un ritratto di Marco Valenti e di Paolo Turella dal pittore Fondrieschi di Desenzano. Nel salone superiore del palazzo comunale e pure conservato un cippo marmoreo del '400 con lo stemma del comune, pressocchè identico a quello conservato nel chiostro di s. Francesco. Del 1542 è la villa Becelli de Zuane a Razone (acquistata dai Bettoni nel 1749), alla quale fu aggiunta nel 1684 la cappella. La villa Bettoni-Cazzago venne eretta ai primi del '700 su disegno dell'arch. veronese Adriano Cristofoli, allievo del Sanmicheli. Era stata commissionata dal conte Giandomenico Bettoni. Continuando il corpo già esistente a S, il palazzo venne completato in pochi anni dai figli di Giandomenico e in particolare da Giacomo (v. Bogliaco). Due grandi ville eressero i Feltrinelli ricche di marmi e di decorazioni. Una di esse è opera dell'arch. Belgioioso, le decorazioni del Lieti. Il Cimitero venne eretto per intervento di mons. Pietro Feltrinelli nel 1900. La cappella è in marmo bianco di Carrara, candellieri e tavolette in bronzo della ditta Bertarelli di Milano. Tre cappelle sono dedicate all'Immacolata (suore), alla Madre Immacolata (Casa della Giovane), a Maria Ausiliatrice (ex Centro Tunisini).


Economia. È tradizione che i Francescani vi abbiano introdotto gli agrumi, ma probabilmente essa si appoggia al fatto che limoni e arance sono riprodotti nei capitelli della chiesa di S. Francesco. Gargnano visse di pesca, specialmente quella dei prelibati carpioni, il cui commercio aveva arricchito Marco Valenti di Villa. Le entrate considerevoli di questo commercio venivano accresciute dalla vendita di limoni. Da secoli viene coltivato l'olivo. Per la spremitura delle olive, nel 1829, venne fondata la Società Lago di Garda, che fu il più antico oleificio del Garda e che venne chiuso solo nel 1970. Da essa derivò nel 1878 la "Società Lauriva" (v.) per l'industria dei prodotti del lauro. Esisteva a Bogliaco una scuola di orticoltura e albericoltura che venne fondata dai conti Bettoni e venne chiusa nel 1893. Per il potenziamento agricolo nel 1979 venne costituita la cooperativa Alto Garda Verde, per un intervento diretto sull'agricoltura locale. Ebbe l'energia elettrica fin dal 1899 grazie alla stazione dei Covoli. Venne aperta inoltre la "Distilleria Liquori G. Paccagnella & Figlio" di proprietà di Ugo Paccagnella, con la produzione di una vasta gamma di squisiti liquori, tra cui rinomato e ricercato il "Doppio Cedro", preparato con una formula quasi segreta, che si tramanda di padre in figlio. Anche l'industria si sviluppò, sia pur più recentemente, con il "Cantiere navale Feltrinelli" per la costruzione d scafi in genere, motoscafi da turismo e da corsa, entro e fuoribordo, imbarcazioni a vela, ecc.; il "Cantiere navale Patucelli" per la costruzione di barche da diporto e imbarcazioni a vela, sia comuni sia di stazza internazionale: dinghy, snipe, F.D., Finn, lightning, ecc. Vi esiste anche una veleria, la "Vel Nuova" di Gino Filippini. Un nuovo potenziamento industriale fu reso possibile dal grosso impianto idroelettrico costruito dalla "Selt Valdarno" a Villa di Gargnano nel 1962. Nel 1970 venne aperto un opificio nella frazione di Bogliaco che ospitò circa 250 dipendenti con prevalenza di manodopera femminile. Nel 1972, a Navazzo, frazione montana, sorse un secondo opificio che attualmente da lavoro a circa 150 dipendenti, con prevalenza anche qui di manodopera femminile. Nella primavera del 1975, sempre nella zona montana di Navazzo (classificata zona industriale) venne fondata una officina metalmeccanica che assunse decine di operai. Fin dal 1884 vi venne fondata una società operaia di mutuo soccorso che nel 1904 contava 142 soci e nel 1909, 138. Vi esistette inoltre anche una Cooperativa di consumo sempre di ispirazione cattolica. Relativamente recente è il lancio turistico. Un tentativo di Gargnano in tal senso si ebbe nel 1803 quando per iniziativa di don Silvestro Zeni, e sotto la direzione dell'idrologo francese Pennet, vennero, il 4 febbraio, iniziati gli scavi per trovare una sorgente di acque termali. Per parecchio tempo ebbe notorietà la "trattoria dello Zuavo" fondata da un Baruffa, entusiasta delle vicende risorgimentali. Poi vennero l'"Hotel Pension Cervo", che fu attivo fino al 1940, per diventare poi sede dell'agenzia della Banca S. Paolo e il più modesto, ma buono albergo "Gargnano", che accoglievano soprattutto tedeschi. Altri e più attrezzati seguirono. Nel luglio 1934 veniva inaugurato un nuovo albergo a Bocca di Magno a 800 m. s.l.m. Attivo il caffè del "Riccardo". Sulla fine dell'800 venne aperto il bel lungo lago: Viale dei tigli. Nuovo sviluppo turistico ebbe la zona con la costruzione nel 1928 della strada Gardesana e particolarmente del tratto Gargnano-Riva. Per lo sviluppo turistico veniva fondata l'Associazione Pro Loco, il cui statuto era riconosciuto dal Commissariato generale per il turismo il 26 maggio 1950. Antica la gara delle bisse. Ora è rinomata quella delle Centomiglia (v.).


Fra i suoi personaggi illustri ricorderemo l'ab. Giuseppe Avanzini matematico e fisico, professore a Padova e Bologna; il Co: Carlo Bettoni, fisico e chimico di grande fama, autore di trattati celebri; Giacomo Comincioli, docente di anatomia all'Università di Padova; P. Bernardino Bernini, missionario del Tibet e glottologo di chiara fama; Giacomo Pedersoli, presidente del Governo Provvisorio di Brescia; Antonio Corsetti, valoroso combattente nelle X Giornate; senza dire degli altri tra i quali i letterati Bernardino Gennari, fra Domenico, Fra Girolamo Comboni, Giovanni Battista Giorgi, Domenico Cappuccini; i fisici e filosofi, G.P. Bondini, fra Cherubino, fra Antonio Battisti, Paolo Collini e gli ufficiali Lorenzo Marcolini ed il Co: Giovanni Bettoni e il fotografo Giovanni negri. Il nome di Gargnano ricorre in numerose leggende e racconti come paese delle "ninfee". È ricordato da Goethe. Tra i molti che vi dimorarono lo scrittore inglese D. H. Lawrence che dimorò all'Hotel Cervo e a Villa e qui scrisse "Pomeriggio di domenica in Italia". Particolarmente festeggiato il patrono S. Giacomo. Per l'occasione si teneva il caratteristico mercato delle cipolle che richiamava coltivatori breciani, bergamaschi, cremonesi e mantovani, che vi giungevano con carri carichi di cipolle, ingombrando tutto il lago. Sgombrate piazze e strade dal mercato, si riempivano di gente in festa. Vi si tengono fiere di merci il mercoledì successivo l'ottava di Pasqua e mercato di generi vari ogni mercoledì a Gargnano in via Venerdì e a Bogliaco in via Battacletti. Lo stemma rappresenta una lupa d'argento con un giglio nelle zampe, sormontato da un rastrello vermiglio, il tutto in campo azzurro.


Arcipreti: Matteo de Valentibus; Jacobo de Martino; Martino Bono; Jorio Martino; Pietro Cereghino de Villa; Martino Colino; Faustino de Feltre; Antonio de Mantua; Bernardo de Gargnano; Gio. Battista del Monte; Giorgio de Giorgi di Gargnano (1749); Bernardino de Giorgi di Gargnano (1505); Giovanni Tebaco di Gargnano (1527); Ercoliano Setti di Maderno (1565); Bernardino Bardelli di Gardola di Tignale (1601); Domenico Giorgi di Gargnano (1631); Domenico Belotti di Gargnano (1664); Romoaldo Ventrelli di Tremosine (1695); Carlo Boticella di Maderno (1709); Donato Samuelli di Gargnano (1720); Giacomo Gelmina di Gargnano (1751); Pietro Gazetti di Salò (1785); Giacomo Cogli di Montichiari (1807); Giacomo Costardi di Brescia (1835); Pietro Molinari di Pisogne (1864); Bernardo Gadola di Pontevico (1874); Mons. Lorenzo Conforti di Montirone (1888); Carlo Albini (1928); Giovanni Gottardi (1929); Mons. Primo Adami (1943); Amato Bombardieri (1977).