MACLODIO: differenze tra le versioni

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'''MACLODIO (in dial. Maclò, in lat. Maclodii)'''
 
'''MACLODIO (in dial. Maclò, in lat. Maclodii)'''
  
Borgata a SO di Brescia, sulla statale per Orzinuovi - Crema - Lodi, poco dopo Lograto, e lungo la rotabile che porta a Trenzano. È a m. 109 s.l.m., a circa 15 Km. da Brescia e da Orzinuovi. Ha una sup. com. di Km. 5,06. Fino al sec. XVIIII, Maclò; il Capriolo lo nomina come Machelaum. Il nome deriva forse da "macla", lat. "macula" sterpeto roveto, o dalla voce celtica-gallica "macl" = luogo paludoso; o, secondo altri ancora, dal personale Màccalo, da un ipotetico Maccalato. Formatosi nell'epoca quaternaria il terreno, fino a profondità di circa 18-20 metri, è formato di ghiaia e di sabbia ed è anche ricco di fontanili, che alimentano, in parte, canali e rogge derivate dall'Oglio, fra i quali i principali sono i vasi Baioncello e Calina. Il nome Maglò appare, la prima volta, in un documento del 1087. In carte e documenti successivi compare come Maclò, e dal sec. XVIII come Maclodio. Ancor oggi il nome dialettale è Maclò. Sembra inverosimile l'ipotesi dell'Olivieri, il quale lo fa contrazione dal nome del santo francese Maclovio. Altri si sono riferiti alla presenza in luogo, presunta, di un Marco Clodio. Abitanti (maclodioesi): 200 nel 1493, 550 nel 1572, 426 nel 1610, 325 nel 1650, 291 nel 1685, 286 nel 1689, 416 nel 1771, 400 nel 1792, 400 nel 1806, 350 nel 1816, 359 nel 1820, 400 nel 1849, 459 nel 1861, 508 nel 1871, 462 nel 1881, 640 nel 1901, 671 nel 1911, 712 nel 1921, 787 nel 1931, 813 nel 1936, 1023 nel 1951, 764 nel 1961, 644 nel 1971, 754 nel 1977, 856 nel 13 1981, 868 nel 1982, 920 nel 1983, 1036 nel 1989. Maclodio è sulla linea sulla quale termina uno dei grandi strati alluvionali, che si stende da nord a sud da Roccafranca a Torbole e che poi si congiunge con un altro, che si stende da E a O, tra il Mella e il Chiese. Segni di centuriazione anche se deboli, indicano quanto il territorio, pur acquitrinoso, abbia interessato fin dai tempi di Roma. La dedicazione della Chiesa parrocchiale primitiva a S. Zenone, potrebbe far pensare che sia esistita una qualche proprietà o casa monastica fin dai tempi antichi, prima ancora dell'istituzione dell'Ordine benedettino. La donazione del chierico Oddone, sarebbe stata una restituzione. Di certo il territorio appartenne a qualche duca longobardo, che vi costituì forse una corte donata ad uno dei grandi monasteri bresciani. Nel sec. XI Maclodio dovette interessare il Comune di Brescia, e probabilmente fece parte di una di quelle linee da esso apprestate in difesa dei confini con il Bergamasco. In effetti, fino al 1427 Maclodio fece parte della Quadra di Maclodio, che di tale complesso difensivo fu uno degli epicentri. Da tale anno passò alla Quadra di Castrezzato. Fondi nel territorio di Maclodio assieme a quasi tutto il territorio di Gerolanuova e a proprietà in Zurlengo, Pudiano, Oriano, Brandico ecc. fecero parte poi di un vasto latifondo appartenente ad un ricchissimo chierico di nome Oddone, figlio unico di Adelardo Sala. Il 18 gennaio 1087, egli donava tutte le sue proprietà al monastero di Pontida, entrando, con ciò, nell'ambito della riforma cluniacense, attraverso un piccolo priorato, che si dedicò alla bonifica della terra e all'assistenza religiosa della zona. Il priorato o cappella di Maclò è nominato in una bolla di Urbano II del 1095 dove compare al 7° posto fra le obbedienze del monastero di Pontida. Ma il catalogo del 1460, edito dal Marrier, e che riportava dati di cent'anni prima, non lo nomina nemmeno. E probabile che nella prima metà del sec. XIV, fosse passato con i beni di Verziano, Sale di Gussago, Gerola ecc. al monastero benedettino di S. Zeno di Verona, dal quale sarebbe venuta anche la dedicazione della chiesetta locale, che molto più tardi diventerà parrocchiale. Anzi, a differenza, di altri centri vicini, Maclodio non fu vicinia o Comune che molto tardi. Nel declino dei cluniacensi e della presenza monastica avevano, nel frattempo, preso rilievo i Chizzola (antichissima famiglia ghibellina risalente al sec. XI) e più tardi ha preso in consegna i beni di Maclodio). Essi ne furono i padroni quasi esclusivi del villaggio fino alla metà del XIX secolo. La decadenza dei cluniacensi, le continue guerre e pestilenze desolarono sempre più questa terra per cui, come scrisse Paolo Guerrini, le difficoltà naturali del terreno paludoso circostante, la vicinanza del fiume Oglio, l'abbandono quasi completo di quella plaga in seguito alla decadenza e allo scioglimento delle case monastiche e la sua posizione a metà strada fra Brescia e Soncino, rendevano il castello di Maclodio un centro molto adatto ad operazioni militari in grande stile. Il 24 marzo 1399 il monastero cluniacense di San Nicola a Verziano concesse a Giacomo Chizzola in enfiteusi, o investitura perpetua, diversi beni che il deteneva a Maclodio, tra cui una terra paludosa, per un fitto di 90 lire ogni anno e ulteriori 200 lire. Il 13 dicembre 1404, si scontrarono nella campagna di Maclodio guelfi e ghibellini; questi, comandati da Estore Visconti riuscirono a far prigioniero Cavalcabò di Cremona con 250 soldati. A Giovanni Chizzola, il 25 aprile 1407, Pandolfo Malatesta, diventato signore di Brescia, concedeva per aver sostenuto la causa ghibellina e viscontea, l'esenzione dalle tasse per tutti i beni posseduti a Maclodio. Proprio perchè ebbero appoggio nel castello di Maclodio infeudato a Giacomo Chizzola, nell'ottobre del 1427, i viscontei attesero l'arrivo delle truppe della Lega veneta-fiorentina, accorse loro incontro, dando luogo alla battaglia di Maclodio del 12 ottobre. Questa battaglia fu la più celebre, ebbe luogo il 12 ottobre 1427 ed ebbe come suo epicentro la strada alquanto elevata su un terreno paludoso e ricco di macchie di vegetazione che collegava il paesello con Urago; venne combattuta tra l'esercito della Lega di Venezia-Firenze, guidato dal conte di Carmagnola, e l'esercito visconteo o duchesco, guidata da Carlo Malatesta e condotto dai capitani di ventura Francesco Sforza, Nicolò Piccinino, Angelo della Pergola, Giovanni Caldara, Guido Torello. I due eserciti vennero a contatto alle ore 16 poco fuori a O di Maclodio. L'unità di comando nell'esercito della Lega, ebbe quasi subito il sopravvento sulle divisioni e i contrasti dei comandanti dell'esercito visconteo, divisi sul fatto di dare o meno battaglia. La battaglia ebbe inizio con un breve scontro fra un drappello di cavalleria veneta e le truppe milanesi. Lo scontro consigliò al Malatesta di schierare parte dell'esercito visconteo, sulla strada per Orzinuovi - Brescia, e un'altra tra il castello e il borgo di Maclodio in direzione di Rovato. Il Carmagnola approfittò della mossa per incunearsi fra i due tronconi. Per questo lanciò dapprima un'azione diversiva contro il troncone che occupava la strada e subito fece partire di rincalzo la mobilissima fanteria. In uno scontro violento ma breve, il condottiero veneto riusciva a far ripiegare i milanesi sulla destra della strada, dividendo completamente in due l'esercito avversario. Subito, fece entrare in campo la cavalleria, che con rapide manovre avvolgenti i due tronconi, mise in fuga disordinata i nemici, catturando circa 800 prigionieri, mentre per la rapidità dell'azione, pochissimi furono i morti e i feriti. Inseguiti, i milanesi finirono la loro ritirata a Soncino, oltre l'Oglio, nel primo castello del territorio ducale. A premio della vittoria il Carmagnola venne creato Conte di Chiari e di Castenedolo, mentre il Senato veneto, il 7 dicembre 1427, decideva di erigere a Maclodio una cappella. Ma con la battaglia, la fortuna aveva segnato l'inizio del declino del condottiero. Trovandosi, infatti, tra le mani 800-900 prigionieri, non volendo mantenerli, li rimandò al Malatesta. Ciò irritò i commissari della Repubblica che se ne lagnarono con il Carmagnola, che non li volle nemmeno ascoltare. Ciò diede il via a crescenti sospetti, che oltre ad annullare il progetto del monumento alla Vittoria di Maclodio, deciso dal senato veneto il 7 dicembre 1427, portarono il 5 maggio 1432 il Carmagnola al capestro. Il ricordo ancor vivo della battaglia, è dovuto soprattutto al celebre coro "S'ode a destra..." che Alessandro Manzoni ha inserito nella tragedia "Il Conte di Carmagnola", pubblicato in Milano nel 1819. La battaglia è stata inoltre raffigurata dal Bassano in una grande tela della sala del Maggior Consiglio, nel Palazzo Ducale di Venezia. Il 30 maggio 1431 il Carmagnola dopo aver ricevuto solennemente nel Duomo di Brescia il gonfalone di capitano generale, diretto a Soncino, con il suo esercito aveva rivisto Maclodio. Il piccolo borgo vide per tutto il sec. XV continui passaggi di eserciti, fra i quali, nel 1448, quello di Francesco Sforza, e, il 16 agosto 1483, quello di Roberto Sanseverino, che inseguendo i veneti seminò distruzioni e incendi. Nel 1484 erano i veneti a riconquistare Maclodio, fortificato con mura, fossati e terrapieni. Tornata la pace, Maclodio tornò a rivedere eserciti nel 1483, nel 1509 e nel 1517, nella guerra fra Francia-Spagna e Impero. L'unico filo conduttore la presenza dei Chizzola, che riconfermati signori di Maclodio dalla Repubblica Veneta e pur dividendosi in due gruppi di famiglie (quello di Chiari e quello di Erbusco) vi mantenne saldi proprietà e dominio. Nell'estimo del 1517 infatti Maclodio apparteneva a quattro famiglie dei due gruppi dei Chizzola, anche se un terzo del "castelletto" era di Giovanni, marito di Chiara Porcellaga, abitante in Brescia in contrada di S. Barbara. Le uniche famiglie di una qualche distinzione, fra quelle di umili contadini, erano nel 1585 i Barzizza di Quinzano e i Vigliani.  
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Borgata a SO di Brescia, sulla statale per Orzinuovi - Crema - Lodi, poco dopo Lograto, e lungo la rotabile che porta a Trenzano. È a m. 109 s.l.m., a circa 15 Km. da Brescia e da Orzinuovi. Ha una sup. com. di Km. 5,06. Fino al sec. XVIIII, Maclò; il Capriolo lo nomina come Machelaum. Il nome deriva forse da "macla", lat. "macula" sterpeto roveto, o dalla voce celtica-gallica "macl" = luogo paludoso; o, secondo altri ancora, dal personale Màccalo, da un ipotetico Maccalato. Formatosi nell'epoca quaternaria il terreno, fino a profondità di circa 18-20 metri, è formato di ghiaia e di sabbia ed è anche ricco di fontanili, che alimentano, in parte, canali e rogge derivate dall'Oglio, fra i quali i principali sono i vasi Baioncello e Calina. Il nome Maglò appare, la prima volta, in un documento del 1087. In carte e documenti successivi compare come Maclò, e dal sec. XVIII come Maclodio. Ancor oggi il nome dialettale è Maclò. Sembra inverosimile l'ipotesi dell'Olivieri, il quale lo fa contrazione dal nome del santo francese Maclovio. Altri si sono riferiti alla presenza in luogo, presunta, di un Marco Clodio. Abitanti (maclodioesi): 200 nel 1493, 550 nel 1572, 426 nel 1610, 325 nel 1650, 291 nel 1685, 286 nel 1689, 416 nel 1771, 400 nel 1792, 400 nel 1806, 350 nel 1816, 359 nel 1820, 400 nel 1849, 459 nel 1861, 508 nel 1871, 462 nel 1881, 640 nel 1901, 671 nel 1911, 712 nel 1921, 787 nel 1931, 813 nel 1936, 1023 nel 1951, 764 nel 1961, 644 nel 1971, 754 nel 1977, 856 nel 13 1981, 868 nel 1982, 920 nel 1983, 1036 nel 1989. Maclodio è sulla linea sulla quale termina uno dei grandi strati alluvionali, che si stende da nord a sud da Roccafranca a Torbole e che poi si congiunge con un altro, che si stende da E a O, tra il Mella e il Chiese. Segni di centuriazione anche se deboli, indicano quanto il territorio, pur acquitrinoso, abbia interessato fin dai tempi di Roma. La dedicazione della Chiesa parrocchiale primitiva a S. Zenone, potrebbe far pensare che sia esistita una qualche proprietà o casa monastica fin dai tempi antichi, prima ancora dell'istituzione dell'Ordine benedettino. La donazione del chierico Oddone, sarebbe stata una restituzione. Di certo il territorio appartenne a qualche duca longobardo, che vi costituì forse una corte donata ad uno dei grandi monasteri bresciani. Nel sec. XI Maclodio dovette interessare il Comune di Brescia, e probabilmente fece parte di una di quelle linee da esso apprestate in difesa dei confini con il Bergamasco. In effetti, fino al 1427 Maclodio fece parte della Quadra di Maclodio, che di tale complesso difensivo fu uno degli epicentri. Da tale anno passò alla Quadra di Castrezzato. Fondi nel territorio di Maclodio assieme a quasi tutto il territorio di Gerolanuova e a proprietà in Zurlengo, Pudiano, Oriano, Brandico ecc. fecero parte poi di un vasto latifondo appartenente ad un ricchissimo chierico di nome Oddone, figlio unico di Adelardo Sala. Il 18 gennaio 1087, egli donava tutte le sue proprietà al monastero di Pontida, entrando, con ciò, nell'ambito della riforma cluniacense, attraverso un piccolo priorato, che si dedicò alla bonifica della terra e all'assistenza religiosa della zona. Il priorato o cappella di Maclò è nominato in una bolla di Urbano II del 1095 dove compare al 7° posto fra le obbedienze del monastero di Pontida. Ma il catalogo del 1460, edito dal Marrier, e che riportava dati di cent'anni prima, non lo nomina nemmeno. E probabile che nella prima metà del sec. XIV, fosse passato con i beni di Verziano, Sale di Gussago, Gerola ecc. al monastero benedettino di S. Zeno di Verona, dal quale sarebbe venuta anche la dedicazione della chiesetta locale, che molto più tardi diventerà parrocchiale. Anzi, a differenza, di altri centri vicini, Maclodio non fu vicinia o Comune che molto tardi. Nel declino dei cluniacensi e della presenza monastica avevano, nel frattempo, preso rilievo i Chizzola (antichissima famiglia ghibellina risalente al sec. XI) e più tardi ha preso in consegna i beni di Maclodio. Essi ne furono i padroni quasi esclusivi del villaggio fino alla metà del XIX secolo. La decadenza dei cluniacensi, le continue guerre e pestilenze desolarono sempre più questa terra per cui, come scrisse Paolo Guerrini, le difficoltà naturali del terreno paludoso circostante, la vicinanza del fiume Oglio, l'abbandono quasi completo di quella plaga in seguito alla decadenza e allo scioglimento delle case monastiche e la sua posizione a metà strada fra Brescia e Soncino, rendevano il castello di Maclodio un centro molto adatto ad operazioni militari in grande stile. Il 24 marzo 1399 il monastero cluniacense di San Nicola a Verziano concesse a Giacomo Chizzola, figlio di Giorgio di Maffeo, in enfiteusi, o investitura perpetua, diversi beni che il deteneva a Maclodio, tra cui una terra paludosa, per un fitto di 90 lire ogni anno e ulteriori 200 lire. Il 13 dicembre 1404, si scontrarono nella campagna di Maclodio guelfi e ghibellini; questi, comandati da Estore Visconti riuscirono a far prigioniero Cavalcabò di Cremona con 250 soldati. A Giovanni Chizzola, il 25 aprile 1407, Pandolfo Malatesta, diventato signore di Brescia, concedeva per aver sostenuto la causa ghibellina e viscontea, l'esenzione dalle tasse per tutti i beni posseduti a Maclodio. Proprio perchè ebbero appoggio nel castello di Maclodio infeudato a Giacomo Chizzola, nell'ottobre del 1427, i viscontei attesero l'arrivo delle truppe della Lega veneta-fiorentina, accorse loro incontro, dando luogo alla battaglia di Maclodio del 12 ottobre. Questa battaglia fu la più celebre, ebbe luogo il 12 ottobre 1427 ed ebbe come suo epicentro la strada alquanto elevata su un terreno paludoso e ricco di macchie di vegetazione che collegava il paesello con Urago; venne combattuta tra l'esercito della Lega di Venezia-Firenze, guidato dal conte di Carmagnola, e l'esercito visconteo o duchesco, guidata da Carlo Malatesta e condotto dai capitani di ventura Francesco Sforza, Nicolò Piccinino, Angelo della Pergola, Giovanni Caldara, Guido Torello. I due eserciti vennero a contatto alle ore 16 poco fuori a O di Maclodio. L'unità di comando nell'esercito della Lega, ebbe quasi subito il sopravvento sulle divisioni e i contrasti dei comandanti dell'esercito visconteo, divisi sul fatto di dare o meno battaglia. La battaglia ebbe inizio con un breve scontro fra un drappello di cavalleria veneta e le truppe milanesi. Lo scontro consigliò al Malatesta di schierare parte dell'esercito visconteo, sulla strada per Orzinuovi - Brescia, e un'altra tra il castello e il borgo di Maclodio in direzione di Rovato. Il Carmagnola approfittò della mossa per incunearsi fra i due tronconi. Per questo lanciò dapprima un'azione diversiva contro il troncone che occupava la strada e subito fece partire di rincalzo la mobilissima fanteria. In uno scontro violento ma breve, il condottiero veneto riusciva a far ripiegare i milanesi sulla destra della strada, dividendo completamente in due l'esercito avversario. Subito, fece entrare in campo la cavalleria, che con rapide manovre avvolgenti i due tronconi, mise in fuga disordinata i nemici, catturando circa 800 prigionieri, mentre per la rapidità dell'azione, pochissimi furono i morti e i feriti. Inseguiti, i milanesi finirono la loro ritirata a Soncino, oltre l'Oglio, nel primo castello del territorio ducale. A premio della vittoria il Carmagnola venne creato Conte di Chiari e di Castenedolo, mentre il Senato veneto, il 7 dicembre 1427, decideva di erigere a Maclodio una cappella. Ma con la battaglia, la fortuna aveva segnato l'inizio del declino del condottiero. Trovandosi, infatti, tra le mani 800-900 prigionieri, non volendo mantenerli, li rimandò al Malatesta. Ciò irritò i commissari della Repubblica che se ne lagnarono con il Carmagnola, che non li volle nemmeno ascoltare. Ciò diede il via a crescenti sospetti, che oltre ad annullare il progetto del monumento alla Vittoria di Maclodio, deciso dal senato veneto il 7 dicembre 1427, portarono il 5 maggio 1432 il Carmagnola al capestro. Il ricordo ancor vivo della battaglia, è dovuto soprattutto al celebre coro "S'ode a destra..." che Alessandro Manzoni ha inserito nella tragedia "Il Conte di Carmagnola", pubblicato in Milano nel 1819. La battaglia è stata inoltre raffigurata dal Bassano in una grande tela della sala del Maggior Consiglio, nel Palazzo Ducale di Venezia. Il 30 maggio 1431 il Carmagnola dopo aver ricevuto solennemente nel Duomo di Brescia il gonfalone di capitano generale, diretto a Soncino, con il suo esercito aveva rivisto Maclodio. Il piccolo borgo vide per tutto il sec. XV continui passaggi di eserciti, fra i quali, nel 1448, quello di Francesco Sforza, e, il 16 agosto 1483, quello di Roberto Sanseverino, che inseguendo i veneti seminò distruzioni e incendi. Nel 1484 erano i veneti a riconquistare Maclodio, fortificato con mura, fossati e terrapieni. Tornata la pace, Maclodio tornò a rivedere eserciti nel 1483, nel 1509 e nel 1517, nella guerra fra Francia-Spagna e Impero. L'unico filo conduttore la presenza dei Chizzola, che riconfermati signori di Maclodio dalla Repubblica Veneta e pur dividendosi in due gruppi di famiglie (quello di Chiari e quello di Erbusco) vi mantenne saldi proprietà e dominio. Nell'estimo del 1517 infatti Maclodio apparteneva a quattro famiglie dei due gruppi dei Chizzola, anche se un terzo del "castelletto" era di Giovanni, marito di Chiara Porcellaga, abitante in Brescia in contrada di S. Barbara. Le uniche famiglie di una qualche distinzione, fra quelle di umili contadini, erano nel 1585 i Barzizza di Quinzano e i Vigliani.  
  
  

Versione attuale delle 12:17, 14 nov 2024

MACLODIO (in dial. Maclò, in lat. Maclodii)

Borgata a SO di Brescia, sulla statale per Orzinuovi - Crema - Lodi, poco dopo Lograto, e lungo la rotabile che porta a Trenzano. È a m. 109 s.l.m., a circa 15 Km. da Brescia e da Orzinuovi. Ha una sup. com. di Km. 5,06. Fino al sec. XVIIII, Maclò; il Capriolo lo nomina come Machelaum. Il nome deriva forse da "macla", lat. "macula" sterpeto roveto, o dalla voce celtica-gallica "macl" = luogo paludoso; o, secondo altri ancora, dal personale Màccalo, da un ipotetico Maccalato. Formatosi nell'epoca quaternaria il terreno, fino a profondità di circa 18-20 metri, è formato di ghiaia e di sabbia ed è anche ricco di fontanili, che alimentano, in parte, canali e rogge derivate dall'Oglio, fra i quali i principali sono i vasi Baioncello e Calina. Il nome Maglò appare, la prima volta, in un documento del 1087. In carte e documenti successivi compare come Maclò, e dal sec. XVIII come Maclodio. Ancor oggi il nome dialettale è Maclò. Sembra inverosimile l'ipotesi dell'Olivieri, il quale lo fa contrazione dal nome del santo francese Maclovio. Altri si sono riferiti alla presenza in luogo, presunta, di un Marco Clodio. Abitanti (maclodioesi): 200 nel 1493, 550 nel 1572, 426 nel 1610, 325 nel 1650, 291 nel 1685, 286 nel 1689, 416 nel 1771, 400 nel 1792, 400 nel 1806, 350 nel 1816, 359 nel 1820, 400 nel 1849, 459 nel 1861, 508 nel 1871, 462 nel 1881, 640 nel 1901, 671 nel 1911, 712 nel 1921, 787 nel 1931, 813 nel 1936, 1023 nel 1951, 764 nel 1961, 644 nel 1971, 754 nel 1977, 856 nel 13 1981, 868 nel 1982, 920 nel 1983, 1036 nel 1989. Maclodio è sulla linea sulla quale termina uno dei grandi strati alluvionali, che si stende da nord a sud da Roccafranca a Torbole e che poi si congiunge con un altro, che si stende da E a O, tra il Mella e il Chiese. Segni di centuriazione anche se deboli, indicano quanto il territorio, pur acquitrinoso, abbia interessato fin dai tempi di Roma. La dedicazione della Chiesa parrocchiale primitiva a S. Zenone, potrebbe far pensare che sia esistita una qualche proprietà o casa monastica fin dai tempi antichi, prima ancora dell'istituzione dell'Ordine benedettino. La donazione del chierico Oddone, sarebbe stata una restituzione. Di certo il territorio appartenne a qualche duca longobardo, che vi costituì forse una corte donata ad uno dei grandi monasteri bresciani. Nel sec. XI Maclodio dovette interessare il Comune di Brescia, e probabilmente fece parte di una di quelle linee da esso apprestate in difesa dei confini con il Bergamasco. In effetti, fino al 1427 Maclodio fece parte della Quadra di Maclodio, che di tale complesso difensivo fu uno degli epicentri. Da tale anno passò alla Quadra di Castrezzato. Fondi nel territorio di Maclodio assieme a quasi tutto il territorio di Gerolanuova e a proprietà in Zurlengo, Pudiano, Oriano, Brandico ecc. fecero parte poi di un vasto latifondo appartenente ad un ricchissimo chierico di nome Oddone, figlio unico di Adelardo Sala. Il 18 gennaio 1087, egli donava tutte le sue proprietà al monastero di Pontida, entrando, con ciò, nell'ambito della riforma cluniacense, attraverso un piccolo priorato, che si dedicò alla bonifica della terra e all'assistenza religiosa della zona. Il priorato o cappella di Maclò è nominato in una bolla di Urbano II del 1095 dove compare al 7° posto fra le obbedienze del monastero di Pontida. Ma il catalogo del 1460, edito dal Marrier, e che riportava dati di cent'anni prima, non lo nomina nemmeno. E probabile che nella prima metà del sec. XIV, fosse passato con i beni di Verziano, Sale di Gussago, Gerola ecc. al monastero benedettino di S. Zeno di Verona, dal quale sarebbe venuta anche la dedicazione della chiesetta locale, che molto più tardi diventerà parrocchiale. Anzi, a differenza, di altri centri vicini, Maclodio non fu vicinia o Comune che molto tardi. Nel declino dei cluniacensi e della presenza monastica avevano, nel frattempo, preso rilievo i Chizzola (antichissima famiglia ghibellina risalente al sec. XI) e più tardi ha preso in consegna i beni di Maclodio. Essi ne furono i padroni quasi esclusivi del villaggio fino alla metà del XIX secolo. La decadenza dei cluniacensi, le continue guerre e pestilenze desolarono sempre più questa terra per cui, come scrisse Paolo Guerrini, le difficoltà naturali del terreno paludoso circostante, la vicinanza del fiume Oglio, l'abbandono quasi completo di quella plaga in seguito alla decadenza e allo scioglimento delle case monastiche e la sua posizione a metà strada fra Brescia e Soncino, rendevano il castello di Maclodio un centro molto adatto ad operazioni militari in grande stile. Il 24 marzo 1399 il monastero cluniacense di San Nicola a Verziano concesse a Giacomo Chizzola, figlio di Giorgio di Maffeo, in enfiteusi, o investitura perpetua, diversi beni che il deteneva a Maclodio, tra cui una terra paludosa, per un fitto di 90 lire ogni anno e ulteriori 200 lire. Il 13 dicembre 1404, si scontrarono nella campagna di Maclodio guelfi e ghibellini; questi, comandati da Estore Visconti riuscirono a far prigioniero Cavalcabò di Cremona con 250 soldati. A Giovanni Chizzola, il 25 aprile 1407, Pandolfo Malatesta, diventato signore di Brescia, concedeva per aver sostenuto la causa ghibellina e viscontea, l'esenzione dalle tasse per tutti i beni posseduti a Maclodio. Proprio perchè ebbero appoggio nel castello di Maclodio infeudato a Giacomo Chizzola, nell'ottobre del 1427, i viscontei attesero l'arrivo delle truppe della Lega veneta-fiorentina, accorse loro incontro, dando luogo alla battaglia di Maclodio del 12 ottobre. Questa battaglia fu la più celebre, ebbe luogo il 12 ottobre 1427 ed ebbe come suo epicentro la strada alquanto elevata su un terreno paludoso e ricco di macchie di vegetazione che collegava il paesello con Urago; venne combattuta tra l'esercito della Lega di Venezia-Firenze, guidato dal conte di Carmagnola, e l'esercito visconteo o duchesco, guidata da Carlo Malatesta e condotto dai capitani di ventura Francesco Sforza, Nicolò Piccinino, Angelo della Pergola, Giovanni Caldara, Guido Torello. I due eserciti vennero a contatto alle ore 16 poco fuori a O di Maclodio. L'unità di comando nell'esercito della Lega, ebbe quasi subito il sopravvento sulle divisioni e i contrasti dei comandanti dell'esercito visconteo, divisi sul fatto di dare o meno battaglia. La battaglia ebbe inizio con un breve scontro fra un drappello di cavalleria veneta e le truppe milanesi. Lo scontro consigliò al Malatesta di schierare parte dell'esercito visconteo, sulla strada per Orzinuovi - Brescia, e un'altra tra il castello e il borgo di Maclodio in direzione di Rovato. Il Carmagnola approfittò della mossa per incunearsi fra i due tronconi. Per questo lanciò dapprima un'azione diversiva contro il troncone che occupava la strada e subito fece partire di rincalzo la mobilissima fanteria. In uno scontro violento ma breve, il condottiero veneto riusciva a far ripiegare i milanesi sulla destra della strada, dividendo completamente in due l'esercito avversario. Subito, fece entrare in campo la cavalleria, che con rapide manovre avvolgenti i due tronconi, mise in fuga disordinata i nemici, catturando circa 800 prigionieri, mentre per la rapidità dell'azione, pochissimi furono i morti e i feriti. Inseguiti, i milanesi finirono la loro ritirata a Soncino, oltre l'Oglio, nel primo castello del territorio ducale. A premio della vittoria il Carmagnola venne creato Conte di Chiari e di Castenedolo, mentre il Senato veneto, il 7 dicembre 1427, decideva di erigere a Maclodio una cappella. Ma con la battaglia, la fortuna aveva segnato l'inizio del declino del condottiero. Trovandosi, infatti, tra le mani 800-900 prigionieri, non volendo mantenerli, li rimandò al Malatesta. Ciò irritò i commissari della Repubblica che se ne lagnarono con il Carmagnola, che non li volle nemmeno ascoltare. Ciò diede il via a crescenti sospetti, che oltre ad annullare il progetto del monumento alla Vittoria di Maclodio, deciso dal senato veneto il 7 dicembre 1427, portarono il 5 maggio 1432 il Carmagnola al capestro. Il ricordo ancor vivo della battaglia, è dovuto soprattutto al celebre coro "S'ode a destra..." che Alessandro Manzoni ha inserito nella tragedia "Il Conte di Carmagnola", pubblicato in Milano nel 1819. La battaglia è stata inoltre raffigurata dal Bassano in una grande tela della sala del Maggior Consiglio, nel Palazzo Ducale di Venezia. Il 30 maggio 1431 il Carmagnola dopo aver ricevuto solennemente nel Duomo di Brescia il gonfalone di capitano generale, diretto a Soncino, con il suo esercito aveva rivisto Maclodio. Il piccolo borgo vide per tutto il sec. XV continui passaggi di eserciti, fra i quali, nel 1448, quello di Francesco Sforza, e, il 16 agosto 1483, quello di Roberto Sanseverino, che inseguendo i veneti seminò distruzioni e incendi. Nel 1484 erano i veneti a riconquistare Maclodio, fortificato con mura, fossati e terrapieni. Tornata la pace, Maclodio tornò a rivedere eserciti nel 1483, nel 1509 e nel 1517, nella guerra fra Francia-Spagna e Impero. L'unico filo conduttore la presenza dei Chizzola, che riconfermati signori di Maclodio dalla Repubblica Veneta e pur dividendosi in due gruppi di famiglie (quello di Chiari e quello di Erbusco) vi mantenne saldi proprietà e dominio. Nell'estimo del 1517 infatti Maclodio apparteneva a quattro famiglie dei due gruppi dei Chizzola, anche se un terzo del "castelletto" era di Giovanni, marito di Chiara Porcellaga, abitante in Brescia in contrada di S. Barbara. Le uniche famiglie di una qualche distinzione, fra quelle di umili contadini, erano nel 1585 i Barzizza di Quinzano e i Vigliani.


Nel 1609-1610 "Maclò" era considerato al di fuori delle quadre e sempre di proprietà dei Chizzola. Contava, in quegli anni, sei località, di 60 anime (di cui 25 attive), 14 paia di buoi, 4 cavalli, 3 carrette: poco di più di una grande fattoria. Nel sec. XVIII era proprietario di Maclodio il ramo dei Chizzola di Erbusco, abitante a Brescia nel palazzo poi S. Paolo (oggi via Tosio 1, distrutto in 1956). Non si parlava più di castello, ma di casa padronale con una colombera. Il ramo dei Chizzola di Erbusco, si estinse in 1820 con Francesco Luigi Chizzola. Nel 1840, Maclodio fu ereditato da Giov. Francesco Martinengo-Villagana e venduto nuovamente nel 1841. Il castello e le terre sono stati venduti nel XIX secolo ai conti Zirotti di Sale Marasino, che in seguito, alla loro morte, donarono le terre a una fondazione con “scopi cristiani e sociali” a favore delle ragazze madri e della gioventù abbandonata per la creazione di un asilo infantile. Non vennero registrati avvenimenti di rilievo nell'800, se non il colera nel 1836 e nel 1855. Il 12 marzo 1869, il parroco don Angelo Almici veniva processato e condannato a due mesi di reclusione per aver letto in chiesa un'enciclica papale. Nuovi edifici scolastici vennero inaugurati nel gennaio 1913. La I guerra mondiale registrò caduti, al cui ricordo nel maggio 1923 veniva eretto il Parco della Rimembranza. Vivaci scontri accaddero tra fascisti, nel settembre 1924. Nell'ottobre 1925 veniva benedetto il luogo dove doveva sorgere l'Istituto Lorenzo Zirotti "pro maternitate" e per l'asilo infantile. Il 23 novembre 1935, veniva inaugurato grazie alla generosità del comm. Vincenzo Richeri. Negli stessi anni veniva restaurato il Cimitero.


Con R.D. del 18 ottobre 1927 il comune venne soppresso e Maclodio venne aggregato a quello di Lograto dal quale si renderà indipendente e autonomo il 29 giugno 1947. Nel 1983 veniva costruito il villaggio Carmagnola. Dal 1984 venne dato il via alla ristrutturazione della biblioteca Comunale e del Municipio (realizzata nel 1989), alla costruzione dei campi sportivi. Nel 1985 poneva la sua sede a Maclodio la Cooperativa "La Padana" per disadattati, che si dedicano alla cura dei giardini e a lavori idraulici. Il 29-30 settembre 1984 venne, per la prima, volta, realizzata la sfilata storica in costumi medioevali, poi ripetuta negli anni seguenti. Nel 1987 alla sfilata venne aggiunto il Palio del Carmagnola cui parteciparono Rudiano, Chiari, Orzinuovi e Carmagnola, con la quale Maclodio aveva stretto gemellaggio nel 1986. Nel 1989 veniva inaugurato anche un nuovo monumento ai caduti. Nel 1984 Maclodio diede un proprio stendardo e stemma.


ECCLESIASTICAMENTE appartenne alla pieve di Lograto la chiesa dedicata a S. Zenone. Fu probabilmente cappella di origine monastica, come sembra indicare la dedicazione a S. Zenone. Dopo la famosa battaglia del 1427, la chiesa venne ricostruita a cura della Vicinia (o comune), che la dotò di alcuni beni, ottenendone il giuspatronato. Probabilmente su una piccola e antica cappella, ai primi del 1500, venne costruita una nuova chiesa. Potrebbe offrire in proposito una indicazione l'iscrizione trovata, in occasione di lavori eseguiti nel 1902, quando affiorarono sotto la nicchia di S. Luigi, tre affreschi (la Madonna, S. Zenone e un terzo non riconoscibile) con la scritta: "Visitantes hanc quolibet die veneris sanctarum Pentecostes Visitationis Mariae, nativitatis S. Joannis Baptiste et die S. Zenonis haram, lucrabunt dies centum de indulgentia plenaria, quibuscumque temporibus, MCCCCCVI". Cioè: "Coloro che visiteranno questo altare nei giorni delle sante Pentecoste, della Visitazione di Maria, della Natività di S. Giovanni Battista e di S. Zenone, lucreranno cento giorni di indulgenza plenaria in ogni tempo, 1506". La parrocchia dipendeva nel 1540 ancora da Lograto, dove il parroco si recava il Sabato santo per gli Olii Santi. Nella sua visita di quell'anno mons. Grisonio la trovò già consacrata "bene ornata et fabbricata". Nel 1565 aveva altari, il maggiore, quello del S.S. Sacramento (con relativa Confraternita eretta nel 1545 e un altro dedicato a S. Rocco, che il visitatore ordinava venisse distrutto. Il visitatore ordinava che venisse ornato con affreschi il presbiterio. Era dedicata a S. Maria Conceptionis et S. Zenonis". Vi vantavano diritti di giuspatronato i Chizzola, non più nominati in seguito, dato che il giuspatronato stesso venne riconosciuto, ancora nel sec. XIX, alla Vicinia e poi al comune.


La chiesa, pur essendosi di molto ridotta la popolazione, veniva descritta negli Atti della visita apostolica di S. Carlo, nel 1580, abbastanza ampia. Aveva già tre altari, ma mancando la sagrestia, i paramenti sacri venivano conservati nella sagrestia della canonica "alquanto angusta". Non aveva campanile e l'unica campana era collocata in due colonne quadrate. IL 7 maggio 1572 mons. Cristoforo Pilati trovava la chiesa già cadente, tanto che era costretto a ordinare che si mettessero tavole di legno sotto il tetto, che minacciava di crollare, e nuovi vetri alle finestre. Dovette essere poi negli anni seguenti ricostruita ed arricchita di un campanile, se visitandola, il 6 maggio 1612, il vescovo Giorgi disponeva che si costruisse la sagrestia, che il battistero venisse adornato di un'immagine del battesimo di Gesù, ed il cimitero cinto di un muro. Pur molto povera, la chiesa risultò in seguito ben tenuta, dato che i vescovi Morosini (1651) ed Ottoboni (qualche anno dopo) annotarono nulla di rilevante. Dagli Atti della visita del vescovo Gradenigo del 1685 sappiamo che, dal febbraio 1643, i padri domenicani avevano eretto l'altare alla Madonna del Rosario. Inoltre, veniamo a sapere che la Scuola o Confraternita del SS.Sacramento aveva 400 lire piccole di entrata e veniva incontro a tutte le necessità della chiesa, tranne l'oglio (sic) nella lampada del SS. Sacramento e il cero pasquale che erano mantenuti dalla comunità. In più, per legato di Giacomo Beletto (in seguito a testamento rogato dal notaio Giovanni Paolo Peri del 6 giugno 1618), la stessa Confraternita aveva l'obbligo di far celebrare una messa alla settimana. Anche monsignor Gabrio Maria Nava troverà la chiesa «vecchia e però sufficiente», con sacrestia «pure sufficiente» e dotata di un buon banco di noce. La casa parrocchiale, benché non molto comoda, era ritenuta anch'essa sufficiente. In questo periodo la chiesa aveva due cappellanie: una del SS. Sacramento con reddito di lire 300. Vi era anche un legato della famiglia Piazzoni, amministrato dall'Ospedale delle donne in Brescia, con un reddito annuo di lire 180 per una messa alla settimana. L'organo venne ricostruito, nella prima metà dell'800, dal bergamasco Egidio Sgritta, riparato nel 1938 da Guido Nazzari di Brescia e ricuperato poi nel 1984 (sponsor il cremonese Giambattista Pacini), mentre la cantoria settecentesca in legno venne rifatta con doratura in oro zecchino da Gianni Trainini. Nel 1893 venne eretto un nuovo campanile, arricchito di un nuovo concerto di campane. Nel 1921 vi venne eretta una Congregazione del Terz'ordine francescano. Parroco don Roberto Guenzati, venne eretto il Centro Giovanile. Lo stesso fece rifare la pavimentazione della chiesa e gli zoccoli in marmo. Nel 1900-1901 (benedetta il 23 giugno di tale anno), il parroco don Cesare Manenti ricavò nell'antico cimitero adiacente alla parrocchiale, una cappella che venne poi distrutta da don Roberto Roncalli, per costruire la nuova canonica. Una "chiesolina" presso il Molino dedicata a S. Carlo Borromeo, che la tradizione locale vuole costruita come semplice santella sul luogo di una sorgente fatta zampillare da S. Carlo per abbeverare il proprio cavallo, venne edificata per testamento del 1629 di Eleonora Occhi ved. Chizzola, che per la costruzione e per la celebrazione di una messa perpetua lascia un capitale di 2 mila lire. Nel 1658 il nobile Galeazzo Chizzola, presidente della santella, lasciò due benefici, uno di lire 582 e l'altro di lire 427, per erigervi una chiesa. In un atto rogato il 17 agosto 1686 si dice che il sopraddetto Galeazzo Chizzola e Girolamo Bolgarino, uno dei sindaci più antichi, nel giorno 17 aprile 1686 diedero ordine di iniziare l'edificazione della chiesa e di ristrutturare la santella e il portico di S. Carlo con una stanza per un eremita (che avrebbe fatto il custode della chiesa e il questuante della parrocchia). I lavori terminarono l'8 giugno. Furono spese in tutto lire 1192 e 18 soldi piccoli. In seguito rovinò per cedimento delle fondamenta. Una chiesetta dei SS. Gioacchino ed Anna, alla Torre Calini, venne fatta costruire intorno al 1743 dai fratelli Faustino e Giacomo Ballini, negozianti ed abitanti in rua Confettora a Brescia, proprietari dell'immobile, passato poi ai conti Calini. Vi si celebra ancora la messa nella festa dei patroni. In auge da molti anni le feste quinquennali in onore della Madonna del S. Rosario, mentre l'8 dicembre, a ricordo della duplice dedicazione, era, qualche decennio fa, ancora detta della Madonna di S. Zenone.


L'ECONOMIA si è sempre basata fino agli Anni Sessanta, sull'agricoltura. Cereali e foraggio vennero poi accompagnati dalla coltivazione del lino e del gelso. Fino a pochi decenni fa (1920) Maclodio forniva rane a numerosissime trattorie della provincia. Nel 1885 parte del territorio di Maclodio veniva compreso dalle Depurazioni Provinciali nella bonifica di terreni paludosi previsti dalla legge 25 giugno 1882. Nel 1921 veniva avviata l'ultima opera di bonifica, comprendente i comuni di Maclodio, Lograto, Mairano, Torbole C., Azzano M. Per il territorio di Maclodio, su iniziativa del Consorzio delle Cooperative edilizie di Brescia, venivano bonificati 57.529 ettari compresi nelle paludi Chiodo, Biscia e Prandona. Grazie anche alle più recenti bonifiche, l'agricoltura ebbe un nuovo rilancio, concentrandosi sulla produzione di cereali e foraggi e l'allevamento del bestiame. Il II dopoguerra segnò duramente la vita economica sociale del paese. Eminentemente agricolo nel 1951, la manodopera era per l'81% assorbita dall'agricoltura e solo il 9 per cento in aziende manifatturiere (25 addetti su 324). Dopo la grave crisi degli Anni Cinquanta, nel 1961 gli addetti all'agricoltura costituivano il 58% e quelli all'industria erano saliti al 23%. Capovolta completamente la situazione, nel 1971, con il 30% di addetti all'agricoltura e il 40% all'industria. Dichiarata zona depressa, nel 1974, Maclodio incominciò a richiamare in continuità industrie: dalla CIP-Z00 agli imprenditori valtrumplini. Nell'ottobre 1981, veniva inaugurata la nuova sede della Prefabbricati PAMA di Giambattista Pacini per la produzione di manufatti in cemento armato, vibrati e precompressi utilizzati per l'allestimento di capannoni e di edifici industriali. Il complesso copriva un'area di 25 mila mq., e nel 1986 occupava 32 dipendenti. Con l'entrata nel 1984 della FINECO Holding l'azienda raddoppiava il fatturato e si trasformava da Srl in Spa. L'espansione industriale ha portato via via sempre più imponenti complessi industriali quali la KIM (fabbrica di vernici), la Piombifera Bresciana (fusione di piombo), Osal MEC (ossidazione di alluminio), con gravi pericoli di inquinamento. Inoltre vi si piantarono aziende di filatura, tessili, meccaniche, di lavorazione di plastica, e per vaccini di polli. Nel 1986 su 1200 abitanti Maclodio, offriva 600 posti di lavoro. Nel 1988 l'attività industriale registrava le seguenti aziende (tra parentesi il numero degli addetti): Tdm - torneria ed assemblaggio materiali di ottone (10); Molino Rivetti - macchinazione grano tenero (7); Lars - produzione tubi in Pvc rigidi e corrugati (6); Siag Om - tornitura ed alesatura (9); Idealplastic - trafile di Pvc per costruzione tubi (11); Maclodioplast - mescole di Pvc (5); Elettrocavi - trafilatura rame, cordatura, rivestimento, matassatura (12); OMM - costruzione basi per stampa (16); Tranciature Nord meccaniche-Italia - tranciatura metallica (5); Metalpark - carpenteria in ferro e alluminio (12); 3M - carpenteria in ferro (5); MGM Spa - conduzione di compressori d'aria e bilanceri (12); Confezioni Z - confezioni (13); Piombifera Bresciana - pani di piombo (13); Os. AI.M.E.C. - ossicolorazione dell'alluminio (54); Kim Vernici - produzione pitture all'acqua e smalti (15); Eurobio - vaccini aviari (14); Accorderie Q.B. - lavorazione metalli ferrosi e non ferrosi (6); Lam - lavorazione accordi acciaio-ottone (15); Alpha Pompe - pompe centrifughe autoadescanti, a mano, elettropompe sommergibili (30); Stamperie De Com - stampaggio e pressofusione a caldo (3); Mole Mab Phoenix - prodotto refrattari (5); Microtool - abrasivi in genere (5); Cristhian - calzature (3); Calzificio S. Orsola - produzione calze uomo (3); Pama prefabbricati - elementi prefabbricati in genere (30); Marefil - filatura di cotone (40); Filatura di Maclodio - produzione filati di fiocco viscosa (62); Cristina confezioni - produzione di confezioni in genere (7); Mara confezioni - taglio e distribuzione (35); Fenil Sera - latte e carni bovine (4); Cascina 100 Piò - zootecnica e cerealicola (5); Cascina Azienda - zootecnica e cerealicola (3); Cascina Cattafame - zootecnica e cerealicola (6); Cascina Ciocchino - zootecnica e cerealicola (3).


Oltre la Torre Calini (v.) di un certo rilievo rimane ancora oggi, anche in parte molto trasformato il castello, che, secondo Gottardo Ravelli e Alberto Redaelli, era molto simile a quello riprodotto in un'incisione del genovese Ratti (1699-1775). Era costituito da due corpi di fabbricati distaccati l'uno dall'altro. Il primo, che forse è sorto sull'antico edificio, ha una pianta rettangolare, con il lato dell'ingresso leggermente ricurvo. Sopra il portale sembra di scorgere la traccia del vano di muro dove scorrevano le catene del ponte levatoio. Per tutto il resto non vi sono che finestre semplici e modeste mensoline sotto la gronda, a indicare una dimora padronale. Altrettanto si può dire del secondo corpo che sorge presso il primo, ma un po' arretrato rispetto ad esso, in forma di torre decisamente cinquecentesca e non medioevale. Fino ad una decina di anni fa, esso era circondato su tutti e quattro i lati da una fossa alimentata dall'acqua delle risorgive. Ora esiste solo il tratto anteriore, con acque putride e limacciose. É di proprietà del signor Bruno Zanotti, agricoltore, che lo utilizza come abitazione e magazzino per i cereali. Davanti al castello sorgono le dipendenze per il bestiame e le abitazioni dei contadini e, lungo la Statale, esiste ancora un'antica e caratteristica palazzina con poggiolo ad archi sostenuti da colonne di pietra di Sarnico. Sull'arco di un portale di questa palazzina si trova uno dei pochi stemmi leggibili della famiglia Chizzola (tre focacce poste sotto l'aquila imperiale. Le focacce in dialetto bresciano sono chiamate «chisöle»). Lo stemma a colori è «di rosso a tre stiacciate d'argento, poste due e una, col capo dell'impero». Brescia, Investitura Maclodio 1399, perg.77 Storia della Fam.Chizzola, Lothar Chizzola, Brescia 2023 Fondazione S.Faustino