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MARONE (in dial. Marù, in latino Maroni)

Borgata sulla riva sinistra del lago d'Iseo, chiusa tra gli sbocchi delle due valli torrentizie dell'Opol e del Bagnadore. Il territorio è contornato dalle alte cime dei monti Cunicolo a N e Tisdel a E. È a 189 m. s.l.m. ha una superficie di 22,95 kmq., dista da Brescia 34 km. Forse da Marra, voce gallica per acquitrino, palude, smotta. Secondo altri, da "marone" specie pregiata di castagna. A Marone sono numerosi i castagneti. Altri ancora hanno pensato ad un patronimico romano, dato che Marone è il nome ad es. del padre di Virgilio. Ha sei frazioni: Ariolo, Ponzano, Colpiano, Pregasso, Vesto e Vello. Due torrenti: il Bagnadore, che discende da Zone, e l'Opol dalla Vallata. La Festola che sorge vicino alle piramidi di erosione di Cislano, frazione di Zone, ha una portata di 100 cavalli. Abitanti (maronesi): 375 nel 1505; 700 nel 1610; 1263 nel 1861; 1287 nel 1871; 1489 nel 1881; 1867 nel 1901; 2072 nel 1911; 2018 nel 1921; 2287 nel 1931; 2487 nel 1936; 3041 nel 1951; 3117 nel 1961; 3140 nel 1971; 3135 nel 1977. Il centro abitato più compatto si adagia su una piana di origine fluviale, che si inerpica fino a raggiungere il 2 mila metri del Monte Guglielmo. Tra le passeggiate segnalate dal C.A.I. fin dagli inizi del secolo, sono la salita al monte Guglielmo (ore 4.30), con discesa a Inzino (ore 7.30) o a Tavernole (ore 8) e la salita a Punta Cunècolo (m. 1037 s.l.m. ore 3).


Nella costruzione del cimitero, nei primi decenni del secolo, vennero alla luce quelli che allora vennero chiamati «simboli erculei», ora nel Museo romano di Brescia. Nel 1865 durante i lavori diretti a spostare la strada sebina verso il lago, vennero alla luce nuovi reperti, quali pavimenti a mosaico e tratti di acquedotti, che si moltiplicarono nel 1906, quando sul lato sinistro della carrozzabile venne la linea ferroviaria Iseo-Edolo. Nuovi reperti (una scala, una lucernetta appesa alla parete), vennero alla luce nel 1932 durante la costruzione di una villetta, e ancora nel 1963. La statua di Ercole, tratti di pavimento musivo bianconero, muri ecc. hanno dato l'idea dell'esistenza di una grande costruzione rurale del periodo imperiale, una villa cioè appartenente ad un ricco cittadino di Brescia o della Valle Camonica. Un ambiente "nobile" come ha rilevato Mirabella-Roberti, o meglio una villa a terrazze digradanti sul lago. Il territorio si articolò all'antica strada Valeriana che saliva in Valcamonica. La strada entrava in territorio maronese a Remina, sfiorava poi la frazione di Vesto o Vestagg, che secondo Giuseppe Mazzotti, in dialetto romanico significa "rapida". Il Mazzotti ha fatto rilevare infatti come "la strada giunta alla cosiddetta Cà di Frà, si inerpica tortuosa su Guìne, fino ai piedi meridionali del Colle di S. Pietro. Sul colle doveva sorgere una torre di avvistamento e di guardia, la quale poteva tener d'occhio sia le provenienze da Massenzano e Remina da S, come quelle da Collepiano da N, attraverso il ponte di Val Pintana, gettato sul torrente Opol". Altra torre d'avvistamento e di guardia, perciò detta poi castello sorgeva probabilmente in località Castello di Collepiano, ben in vista con quella di S. Pietro e in grado di tener d'occhio il movimento da Cislano. Secondo il Mazzotti, ai piedi della torre di Collepiano doveva esistere una "mutatio" (un cambio di cavalli), se non addirittura una mansio (alloggio e stalle). Lasciata Pregasso, la strada Valeriana correva a mezza costa dai Ronchi, superava l'Opol, sul ponte della Pintana (più volte rifatto) e risaliva poi al pianoro di Collepiano e, aggirato il castello, si trasformava sempre più in mulattiera per salire ai Dossi, al Gabriolo e al Calaruzzo ed entrare in comune di Zone. Da ciò si evince quanto sia erroneo pensare che Marone sia nato intorno alla villa romana scoperta in località Ela che sorgeva ad un km da Marone e giustamente rivalutata di recente. Essa, infatti, non fu che il centro di un «fundus» di un signore romano probabilmente quel Micianus che era nominato in una lapide, esistente, prima come acquasantiera nella chiesa di Sale Marasino e dal 1824 nel Museo romano di Brescia.


Invece la prima comunità maronese fu quella di Pregasso, alla quale si accompagnò quella di Vesto. Era formata, fin da tempi lontanissimi, di pastori che vivevano sulle alture, lontani dai pericoli del lavorio dei torrenti, in luoghi più sicuri e salubri, lungo la strada preistorica che saliva, alta sui dossi da Brescia alla Valcamonica. Soltanto quando si sviluppò l'agricoltura sorse il centro attuale di Marone che divenne anche il porto della comunità di Pregasso. Sviluppandosi poi oltre all'agricoltura anche l'artigianato e il commercio, Marone assorbì la maggior parte della popolazione locale. La comunità di Pregasso e la popolazione sparsa nella zona entrò a far parte prima del borgo romano e poi della pieve che ebbero il loro centro in Sale Marasino. Assieme a Pregasso, in epoca romana esistettero quasi certamente i piccoli centri di Massenzano, Colpiano e Vesto distesi intorno al «gagium» (bosco-gasso) dal quale gli abitanti ricavano legna e carbone. Sviluppatasi l'agricoltura sorsero nel tratto pianeggiante del lungo lago, accanto a quelle dei pescatori, le prime capanne di coloni che poi passarono alle dipendenze di un monastero benedettino, probabilmente di quello di S. Giulia, che iniziò una vasta opera di bonifica e rese abitabile una zona prima in gran parte (fatta eccezione del fondo Villa) selvaggia. L'esistenza sopra Marone di una contrada detta "Degagne", può anche far sospettare l'esistenza di una Decania, istituto amministrativo di origine Longobarda o addirittura Gota. Quasi impenetrabile alle invasioni barbariche, tradizioni locali vogliono che vi sia passato l'esercito di Carlo Magno, che costrinse i rivieraschi ad arroccarsi sulle montagne. Verso il mille, il castello e il feudo di Pregasso vennero infeudati dall'imperatore Ottone ad un Alberto da Pregas, forse della potente famiglia ghibellina dei Federici. Da questi feudatari Andrea Morandini avanza l'ipotesi che siano discesi i Cristini di Marone. Accanto al castello e alla chiesa di S. Pietro, la cui dedicazione fa pensare a possedimenti monastici, si formò la vicinia e poi il comune. Esiste un documento di citazione da parte del Comune di Brescia inviata al sindaco di Pregasso, perchè in ritardo nel pagamento della quota parte di spese per la ricostruzione del ponte sul Mella a Ponte Crotte. Nel 1161 il castello di Pregasso sarebbe stato distrutto dal Barbarossa. L'ipotesi di una presenza federiciana può essere suffragata dal fatto che nel 1238, fra i castelli che si schierarono con l'imperatore contro Brescia, fu anche quello di Pregatium. Il Morandini, sia pure come ipotesi, collega ad una vendetta di Brescia la distruzione del castello di Pregasso e la costruzione con i materiali da esso tratti della primitiva chiesa di S. Pietro, dove ebbe sede la vicinia prima e poi il comune. Il castello di cui furono proprietari i de Matturi fu incendiato nel sec. XIII dal terribile Ezzelino da Romano e queste popolazioni vissero le tragiche lotte fratricide, rinserrate com'erano fra contendenti potenti quali gli Oldofredi di Iseo e i Federici di Valcamonica. E fu loro fortuna che di mezzo, specialmente a Pisogne, si fosse sviluppato il dominio del vescovo, signore di Brescia.


Comunque lo sviluppo del centro di Marone si ebbe solo nei sec. XV-XVI con l'avvio di più intensi commerci e con la nascita dell'artigianato della lana. La fortuna di avere acqua in abbondanza, terra adatta ai «folli», portò presto Marone al rango di centro industriale attivissimo. I molini di Marone macinavano cereali a mezza Franciacorta, trasportando le derrate attraverso il lago. Accanto ai molini nacquero i «folli» per la lavorazione della lana, e specialmente per la produzione delle coperte che i catasti del 1600 e 1700 elencano come molto attivi. Questo sviluppo economico sociale è riscontrabile negli edifici che costellano Marone nei sec. XVII e XVIII e specialmente nella bellissima chiesa parrocchiale che sostituì la piccola e modesta chiesa di S. Martino eretta forse nel Quattrocento e divenuta parrocchia nel 1578. Pur turbata da pestilenze e da calamità la vita amministrativa e sociale fu per secoli contraddistinta da una forte laboriosità e da viva religiosità.


Il Comune era retto dalla General Vicinia cioè da capi famiglia originari che esprimevano il governo costituito da due consoli, da due viceconsoli e nove consiglieri. Il Comune comprendeva la masseria (specie di esattoria comunale), la guardia campestre, i provvisori della caneva (osteria comunale), il campanaro e il beccamorti. Per l'assistenza sanitaria Marone fu in Consorzio con Sale Marasino, col quale nominava il medico. L'organo principale era la generai vicinia. Fra le poche varianti, numerose le liti con Zone per questioni di confini e di beni immobili, e severi i regolamenti. Alle sacche di povertà vennero incontro fin dai tempi antichi la "Carità" che nel 1641 possedeva otto pezze di terra. Ad esse si aggiunse l'Istituto elemosinario, il Monte del Miglio e il Legato Pietro Ghitti. La costruzione nella prima metà della nuova parrocchia e della chiesa di Vesto e la costruzione del nuovo cimitero nel 1815, furono alcuni dei pochi avvenimenti di rilievo. Per il resto la vita della borgata fu segnata da duro lavoro e da continue iniziative imprenditoriali. Dal 1838 al 1850 per intervento dei "deputati" comunali Damioli, Corna Fanza venne costruita "la strada Pisogne-Marone" che toglieva Marone da un grave isolamento. Nell'agosto 1848 ben 1200 uomini dell'esercito sardo e dei volontari disertavano a Marone, davanti all'incalzare delle truppe austriache. Parteciparono alle guerre di indipendenza del 1848-1859: Davide Guerini, Giuseppe Zatti, Giuseppe Pezzotti, Bartolo Ruggeri. Il rapido sviluppo industriale e specialmente il setificio Vismara richiamò presto manodopera femminile costituita da ragazzette giovanissime. Sapendole abbandonate e in pericolo, la contessa Teresina Fè, prese a pigione una casa, ne accolse una ventina fra le più bisognose, alle quali accudì ella stessa. Sopravvenuta una grave crisi, non potendo disporre di molti mezzi ed essendosi alcune fanciulle ammalate, la contessa Fè abbandonò l'impresa che venne invece assunta dalle sorelle Maddalena ed Elisabetta Girelli di Brescia, che accettando la proposta dell'industriale Vismara per l'uso di un locale di sua proprietà nel setificio stesso spinsero una figlia di S. Angela, certa Emilia Ballardini, a riprendere l'opera della contessa Fè. Alla Ballardini si aggiunsero altre figlie di S. Angela. Le sorelle Girelli da parte loro fondarono nel 1877 un Istituto Operaio inaugurato nel 1878 che accolse subito centoventi fanciulle. L'istituto venne subito apprezzato e alle sorelle Girelli nello stesso anno venne assegnato il premio Calini. Vivi contrasti si ebbero negli ultimi decenni del secolo XIX specie tra liberali zanardelliani e cattolici. Nel 1873 veniva fondata la Società Operaia che inaugurò poi la sua bandiera il 10 novembre 1885. Nel 1887 il parroco don Gerolamo Bertoli, osteggiato per il suo intransigentismo, veniva denunciato di aver venduto o dato in pegno cartelle del debito pubblico appartenenti alla Fabbriceria. Nel 1890, su progetto del geom. Francesco Tavolini di Sulzano, veniva ampliato il Cimitero. Non mancarono rilevanti iniziative sociali. Il 19 marzo 1895 veniva inaugurato l'asilo infantile intitolato ai reali "Umberto e Margherita" di Savoia. Il 15 gennaio 1899, grazie ad Emilio Zeni, giunse la luce elettrica. I primi scioperi si manifestarono nel 1901, nello stabilimento Cuter e si ripeterono nell'ottobre 1905. La tensione fra liberali zanardelliani e cattolici, si andò acuendo sulla fine del secolo. Gli zanardelliani riuscirono a conquistare il comune e l' 1 giugno 1905 inauguravano il Circolo Zanardelli. Seguirono negli stessi giorni, specie in occasione della processione del Corpus Domini, scontri, non solo verbali, e vive reazioni nella popolazione. Nella guerra 1915-1918 caddero ben 248 soldati e ufficiali e si ebbero 4 dispersi. Nella II guerra mondiale si ebbero 11 morti e 12 dispersi, 4 caduti nella guerra civile. L'organizzazione sindacale cattolica si rafforzò nel Dopoguerra. L'1 novembre la Sezione Tessili inaugurava la bandiera bianca, presenti numerose associazioni cattoliche della zona. Sotto la loro spinta, nel 1921, venivano compiuti negli stabilimenti Peroni e Fratelli Cristini esperimenti di compartecipazione. Ma due anni dopo il paese conobbe la violenza politica. Il 10 giugno 1923 un gruppo di fascisti di passaggio assalirono un gruppo di giovani, accusandoli di cantare canzoni sovversive, li picchiarono ed uccisero l'alpino Battista Cristini, ferendone un altro. I Cattolici e i non molti socialisti cercarono di resistere alla violenza fascista, ma nelle elezioni amministrative dell'aprile 1925 la lista otteneva la maggioranza con 279 voti contro i 60 dei popolari. L'anno successivo il fascismo era completamente padrone del campo e l'on. Bonardi il 16 novembre giungeva a Marone per inaugurare la nuova bandiera della Società Operaia. Con decreto del 27 ottobre 1927 n. 2077, il comune di Vello veniva aggregato a quello di Marone. Negli anni seguenti vennero migliorate le malghe, e venne rifatto il cimitero di Vello (con relativa cappella) , inaugurato nel 1929. L'anno dopo il 21 maggio 1930 veniva inaugurato l'asilo grazie alla munificenza dei fratelli Cristini fu Andrea. Un mese dopo, il 28 giugno 1930, un incendio distruggeva quasi completamente lo stabilimento della Manifattura coperte, causando un milione e mezzo di danni. Nel 1931 veniva avviata la nuova strada Marone-Zone, finita nel 1935. Il 9 febbraio 1937 veniva benedetto il Cimitero di Marone, completamente rifatto. Nel giugno 1937 venivano inaugurati ben cinque dopolavori aziendali. Il 9 novembre 1943 si combattè a Croce di Marone quella che alcuni considerano la prima battaglia della Resistenza. Pochi i morti ma vennero catturati otto patrioti dei quali tre vennero fucilati al forte Procolo di Verona. Nel dopoguerra particolarmente attivi sul piano politico la D.C. e il P.S.I. che dal 1980 ebbe anche un suo periodico intitolato "Marone socialista". Dal 1946 al 1951 venne migliorata l'illuminazione, sistemato l'acquedotto di Collepiano e realizzato quello di Pregasso, ampliato il cimitero, costruito un lotto di case Fanfani, pavimentata la piazza, avviate opere di rimboschimento ecc. Tragica e immane l'alluvione che colpì Marone il 9 luglio 1953, che mietè la vita di tre suore dell'asilo e travolse stabilimenti, case, strade e ponti. La ripresa fu immediata e già nel 1954, grazie soprattutto alla generosità di Attilio e Cornelia Franchi, veniva inaugurato un nuovo asilo cui seguì nel 1958-1960 la costruzione del villaggio Franchi e nel 1960-1962 la costruzione della Casa Serena per gli anziani. Altra parentesi tragica fu l'alluvione che colpì soprattutto Vello il 12 luglio 1963 e che mietè quattro vittime (tre di una sola famiglia e un anziano di 110 anni). Un nuovo ampliamento venne compiuto nel 1968-1969. Contemporaneamente venne costruito il nuovo porto. Nel giugno 1975 veniva inaugurato un nuovo complesso scolastico, arricchito di affreschi di Oscar Di Prata. Nel 1977-1978 veniva ampliato e perfezionato l'acquedotto e ristrutturata la Casa di riposo. Nell'ottobre 1978 veniva dedicato un monumento ai caduti del mare e in particolare a Romolo Moretti. Il 12 ottobre 1980 veniva inaugurato un monumento ai Caduti del lavoro, opera di Aldo Caratti di Rovato. Numerosi appartamenti vennero costruiti nel 1983-1984. Nel 1987 veniva inaugurato, in località Gardone, il villaggio Morandini. Nel giugno 1984 veniva costituita la cooperativa di solidarietà "Il ponte" per ex tossicodipendenti e giovani in difficoltà. Ad esso seguì alla fine del 1981 il Gruppo di prevenzione "Marone domani". Nel 1971 veniva costituita la Polisportiva Maronese, comprendente il calcio, la pallacanestro, la pallavolo, il nuoto, l'atletica leggera. Nel giugno 1983 si costituiva il Club nautico maronese. Nel 1984 veniva fondata la "Bocciofila Piramidi Marone-Zone", con sede al bar Englar. Un attrezzato centro sportivo veniva inaugurato per iniziativa della parrocchia, il 19 giugno 1966. Testimonianza viva sulla vita di Marone è rimasto l'archivio fotografico di Lorenzo Antonio Predali, affidato al comprensorio bibliotecario del Sebino.


ECCLESIASTICAMENTE Marone dipende dalla Pieve di Sale Marasino, dalla quale si rese indipendente probabilmente nel sec. XIV. La parrocchia ebbe il suo epicentro in S. Pietro in Vinculis, di Pregasso. Il beneficio di S. Pietro nel 1497 veniva unito con decreto emanato in Milano dal Cardinale di S. Croce il 6 aprile 1496, assieme a quello di S. Alessandro di Valvenzano, al Monastero di S. Faustino Maggiore, il quale in vista del fatto che era "locus amoenus et salutifer" intendeva collocarvi una infermeria o convalescenziario simile alla SS. Trinità di S. Gallo sopra Botticino. Viva la religiosità dei maronesi come indica l'esistenza fin dal sec. XVI della Scuola del Corpus Domini, Confraternita del SS. Sacramento, cui si aggiunse poi nel sec. XVIII la Confraternita del S. Rosario. L' 1 ottobre 1835 veniva eretta la Congregazione del S. Cuore di Gesù. Espressione della religiosità dei maronesi sono le numerose chiese e cappelle del territorio. In tempi di laicismo e di anticlericalismo, che colpirono anche Marone senza scalfirne il duro zoccolo "cattolico", si andò organizzando un forte movimento cattolico e di apostolato. Fin dal 1890 funzionò un circolo operaio cattolico legato alla Società operaia ed agricola federativa della Val Camonica, mentre nei primi anni del sec. XX vi venivano aperte un'agenzia della. Banca di S. Faustino di Darfo, la Sezione Giovani dell'Opera dei Congressi e l'oratorio, che nell'ottobre 1904 ebbe anche un corpo bandistico, diretto dal maestro Arturo Cavallina. Ancor più intensa la vita parrocchiale con il parrocchiato di Mons. Andrea Morandini, incominciato nel 1932. Don Morandini incominciò col donare subito una sua casa a Saviore, atta ad ospitare circa 200 ragazzi. Nel 1937 veniva avviata la Filodrammatica "Giuseppe Tovini", cui nel 1939 seguì la Biblioteca Parrocchiale. Dopo le prove della II guerra mondiale la parrocchia andò sempre più attrezzandosi di strutture fra cui l'oratorio, il cinema parrocchiale (1951) e un centro sportivo, costruito su progetto dell'ing. Giovanni Minelli nel 1966, e che fu all'avanguardia di simili iniziative nel Sebino. Il nuovo parroco, don Gianni Albertelli, realizzava nel 1976-1978 un nuovo moderno centro giovanile. In campo sociale la parrocchia ebbe attivissimi il Circolo e il Patronato ACLI.


CHIESE: S. PIETRO IN VINCULIS è ricordata come parrocchiale nel "catastico" del 1410. Decadde poi rapidamente quando la parrocchiale venne trasferita a S. Martino. Nel 1565 era in completa rovina, tanto che il vescovo Bollani decretava che venisse distrutta e ridotta in santella. La chiesa sorge in luogo incantevole che domina il lago e gran parte della Riviera. All'inizio del sentiero che porta alla chiesa, vengono indicate vistose impronte, che la leggenda vuole lasciate da S. Carlo nella sua visita apostolica. Lungo la salita sono state poste nel 1947 le stazioni della Via Crucis, voto di guerra. Le cappelle sono state ideate dall'ing. Vittorio Montini e adornate da formelle in bassorilievo della ditta Cantagalli di Firenze, collocate in luogo dal decoratore Abele Gorini. Sul piazzale antistante la chiesa, è stata posta nel 1935 una croce alta sei metri ideata dall'ing. Arturo Vismara ed eseguita dall'artigiano maronese Giovanni Verga. L'esterno della chiesa è semplicissimo, a capanna con un protiro, sostenuto da eleganti colonnette. Sul portale un'interessante affresco secentesco raffigura Pietro salvato dalle acque. Elegante anche il Campanile. L'interno diviso in tre campate divise da archi traversi a pieno centro è illuminato da finestroni di vetro colorato. Il soffitto a travatura è stato di recente recuperato. Sulla parete destra è stato conservato un elegante pulpito del tardo Settecento. Il presbiterio più piccolo e quadrato viene introdotto da un arco acuto. Nella fronte vasta sono stati dipinti nel 1946, dai pittori Piroli e Casari, episodi della storia dei Papi e cioè: a destra S. Leone Magno che ferma Attila, S. Gregorio Magno che evangelizza dei popoli anglosassoni; a sinistra S. Pio X che impartisce la Comunione ai bambini e la battaglia di Lepanto. Al centro: Pio XII che indica il vangelo come unico codice di vita. Nell'abside, sulle pareti, si conservano due affreschi, uno raffigurante l'ultima cena e l'altro la Consegna delle chiavi a S. Pietro. La volta è affrescata con angioletti. L'altare in scagliola, con imitanti intarsi marmorei, ha una pala di scuola veneta del sec. XVI e forse di Pietro da Marone, raffigurante la Madonna col Bambino in gloria S. Martino. Ai piedi i S.S. Pietro e Paolo. Altre tele sono state trasferite in parrocchia. Sono rimasti sulla controfacciata quadri di scuola veneta dalla metà del Cinquecento raffiguranti: uno la SS. Trinità, l'altro la Vergine col Bambino e i S.S. Francesco, Fermo e Girolamo. Elegante, anche se semplice, un'acquasantiera del Seicento e altre due in arenaria grigia della metà del Quattrocento. Nella navata a sinistra vi è un altare con palliotto a tre scomparti e sull'altare una nicchia con una statua di S. Fermo, patrono dei contadini e dei mulattieri, la cui festa si celebra il 9 agosto. A destra vi è l'altare della Madonna, con una statua della Madonna con Bambino, opera dell'artigianato della Valgardena, donata dai coniugi Cristini di Marone nel 1930, ed onorata ogni cinque anni da una "peregrinatio". In una cripta, sotto la chiesa, si venera una Pietà composta da tre statue: il Cristo morto, la Madonna ed una pia donna. La cripta è stata costruita nel 1950 per ricordare i Caduti in guerra. La chiesa venne restaurata nel 1980 per iniziativa del parroco don Albertelli e su progetto del geom. Lorenzo Guerini. Ogni cinque anni viene particolarmente solennizzata la Madonna di S. Pietro portata e ricondotta in processione alla e dalla parrocchiale. Accanto alla chiesa è stata recuperata la vecchia casa del romito. Trasformata in eremo è occupata da una monaca.


S. MARTINO: esisteva pressapoco dove esiste l'attuale parrocchiale. Probabilmente fu dapprima una cappella di origine monastica (forse del monastero di S. Giulia) che divenne poi (e lo era già nel 1534) parrocchiale.


NUOVA PARROCCHIALE: già nel 1581 un decreto di S. Carlo ordinava che venisse costruita una nuova chiesa, al piano dove si era sviluppato il paese. Ma solo a più di cento anni di distanza, il 27 giugno 1698, la Comunità di Marone si decise ad acquistare, in contrada del Porto di S. Martino, un'abitazione da abbattere per costruirvi la nuova chiesa. Qualche anno dopo, nel 1706, sembrò che l'idea di edificare una nuova chiesa fosse abbandonata, tanto che in data 20 marzo dello stesso anno, veniva chiesta l'autorizzazione di ampliare la chiesa vecchia, autorizzazione concessa con ducale dell'11 luglio. Invece si ritornò all'idea di una nuova chiesa, già in costruzione nel 1710, quando veniva acquistato per lo spazio necessario, un orto di proprietà di Lorenzo Ghitti. Nel 1708 veniva affidata al perito Bernardino Fedrighini di Predore una perizia, mentre non è stato provato un suo diretto intervento nella progettazione della chiesa. La chiesa era probabilmente completa nelle strutture nel 1717, come sembra confermare la data, trovata su un pilastro del sottotetto. Ma, come suggerisce un testamento di Maria Ghitti qd. Francesco, del 4 settembre 1722, la "nova chiesa parrocchiale sotto il titolo di S. Martino ed Immacolata Concezione" si stava di presente erigendo". Interessante il fatto che "tra i testimoni presenti, vi fossero anche maistro Lodovico Canozzale qd. Carlo, maistro Giorgio Lazari detto il Pietro, maistro Battista Carbone qd. Antonio, tutti del Lago di Como, maestri che fabbricano la nostra chiesa, e inoltre Ciosetto Giglio detto Carlo di Valvasna, et maistro Domenico Lombardino q. Bernardo pure comasco". Potrebbe darsi che tra questi maestri comacini ci fosse anche l'artefice della nuova chiesa. Altri attribuiscono il progetto a Bernardino Fedrighino di Predore. Sostanzialmente rifinita doveva essere nel 1723, dato che, il 2 giugno di tale anno, il doge decretava che "nella chiesa parrocchiale nuovamente eretta" nessuno dovesse "impadronirsi de banchi particolari". Ricerche di Valentino Volta hanno fatto attribuire a Gaudenzio Bombastoni di Rezzato l'altare maggiore costruito nel 1740 mentre di Giovanni Battista Callegari (ma secondo altri di Antonio, ormai in età), è il medaglione del palliotto, raffigurante il sacrificio di Isacco. Al Bombastone potrebbero appartenere gli angeli oranti, che affiancano l'altare. Nel 1747 il comasco maestro Matteo Tarone eseguiva la completa pavimentazione e finalmente il 24 giugno 1754 la chiesa veniva consacrata su incarico del vescovo card. Querini da mons. Alessandro Fè. Nel 1873-1874 su progetto dell'ing. Brusa e il contributo dell'Amministrazione provinciale, veniva eretto il nuovo campanile dell'altezza di 25 metri, sul quale vennero collocate le campane del vecchio campanile (di cui la più grossa era stata fusa nel 1577 e l'altra nel 1706). Nel 1879 venne posto un nuovo concerto di sei campane, fuso dalla ditta Crespi di Crema. Nel 1885, su disegno dell'ing. Carlo Melchiotti, la ditta Azzolini di Crema eseguiva un nuovo pavimento a mastice. I lavori di decorazione iniziarono nel 1740 quando Domenico Voltolino dipinse i medaglioni centrali della volta, raffiguranti miracoli compiuti da S. Martino, l'apparizione della B.V. e la glorificazione del santo. Ad essi si deve aggiungere il grande affresco della Crocifissione sulla controfacciata, che secondo alcune fonti, sarebbe stato eseguito nel 1899 dal pittore Giuliano Volpi ma che si è rivelato in recenti restauri una composizione del '700 con ricordi del '600 e interventi dell'800. In una bella cassa settecentesca vi è l'organo, che venne costruito nel 1756 da Giangiacomo e figlio Giuseppe Bolognini, ed è poi rifatto nel 1926 dalla ditta Bianchetti Giovanni e da Frigerio e Fusari. Restauri alla chiesa vennero apportati dal 1894 al 1899 con una nuova tinteggiatura, con il restauro della stessa operato da Guglielmo e Rino Manenti di Cazzago S. Martino. Altri significativi interventi vennero compiuti dal parroco don Giovanni Butturini con il rifacimento della facciata (statue, affresco del Trainini), il completamento delle decorazioni e con le opere di restauro della ditta Giovanni M. Cristini. Nuovi restauri interni venivano inaugurati il 16 novembre 1958. La decorazione venne richiamata dai pittori Oscar Di Prata e Gatti, la ditta Cugini Pasquali ha eseguito il pavimento in marmo del presbiterio, la ditta Bormetti di Ponte di Legno e la locale ditta Benedetti restaurarono tutte le opere in legno, ecc. Un completo restauro venne compiuto nel 1989 dalla ditta Giosuè Zenoni di Sorisole (Bergamo) sotto la guida degli arch. Francesco Rubagotti e Valentino Volta e la sovrintendenza dell'arch. G. P. Treccani mentre gli affreschi furono restaurati dal prof. Candido Baggi dell'Accademia di Bergamo. Notevoli le statue che adornano sia l'interno che l'esterno della chiesa. Sei adornano la facciata, i SS. Pietro e Paolo, nella fascia mediana, i SS. Antonio e Pantaleone; in basso i SS. Martino e Carlo opere tutte di Luigi Mainetti "modellatore di statue" e di Severo Trotta e figli "scultori" (1927-1928). Nel coro campeggiano le statue dei SS. Pietro e Paolo, distribuite lungo le navate quelle dei quattro Evangelisti, dei quattro dottori della chiesa e quella di S. Martino. Sulla facciata il pittore Vittorio Trainini dipinse la "Donna dell'Apocalisse". Gli altari e in genere le ancone sono attribuiti tutti o quasi agli stuccatori Peduzzi di Brescia operanti tra la fine del 700 e gli inizi dell'800. Particolarmente interessante il secondo altare di destra con mensa in marmi policromi ed un paliotto pure in marmo suddiviso in tre scomparti con due nicchiette occupate da statuette raffiguranti i S.S. Martino e Carlo B. e con una tela del maronese Pompeo Ghitti raffigurante la Madonna col Bambino fra i S.S. Francesco e Antonio. Particolarmente bello l'altare maggiore opera di Gaudenzio Bombastone di Brescia (eseguita nel 1740 c.) e con paliotto eseguito da Giovanni Battista Callegari (1742). Dubbi, circa la loro attribuzione, Francesco Rubagotti e Valentino Volta esprimono per i due bellissimi angeli oranti. La pala dello stesso altare maggiore, raffigurante l'Assunta e i S.S. Martino, Pantaleone, Antonio ab. e Carlo B. è opera del bergamasco Antonio Locatelli (sec. XIX). Il pulpito in noce è opera del settecento. Le stazioni della Via Crucis vennero eseguite dalle "Maioliche Cantagalli" di Firenze nel 1947. Le vetrate vennero poste nel 1954 dalla Vetreria Fratelli Bontempi. È del 1903 ed opera dei fratelli Ferrari di Pontevico l'apparato delle Quarantore.


In sagrestia esistono una Madonna con Bambino di scuola lombarda della fine 500 o degli inizi del 600 probabilmente proveniente dalla antica chiesa parrocchiale, una Madonna con Bambino e i S.S. Pietro e Domenico di Ottavio Amigoni; una Madonna con Bambino e le anime purganti della prima metà del 600 e un'Assunzione della B.V. pure della prima metà del 600. Nella casa parrocchiale sono custoditi un Cristo Risorto del sec. XVI, un "Presepio" di Giovanni da Marone, una Madonna fra i S.S. Sebastiano e Rocco di Pompeo Ghitti, un S. Girolamo Emiliani della metà del sec. XVII e una Madonna con Bambino fra i S.S. Bernardino e Sebastiano, affresco staccato della seconda metà del sec. XV. Fra le insigni reliquie sono da citare un braccio di S. Dionisio martire, di S. Lucio papa, acquisite nel 1664 e autenticate il 10 novembre 1670. Altrettanto insigni le reliquie di S. Lucia martire, di S. Modesta e dei SS. Martiri Teodoro, Vincenzo, Luciano e Modestia concesse il 7 luglio 1689. Autenticate nel 1664 le reliquie dei SS. Gordiano e Floriano, nel 1726 quelle dei SS. Vittoria e Cristino, martiri, nel 1715 quelle degli Apostoli Bartolomeo, Filippo e Giacomo e ancora quelle dei SS. Apollonio e Filastrio.


S. MARIA DELLA ROTA: santuario mariano che sorge a 1166 s.l.m. in località Rota nella valletta dell'Opol sulla mulattiera che porta al passo della Croce di Marone e poi al Monte Guglielmo. Il nome, secondo qualcuno, deriva da un cerchio quasi una ruota che si nota sulla roccia sulla chiara rupe che sta a fianco del santuario. Più verosimile l'opinione di chi lo fa derivare da una fessura della roccia stessa per cui rota sarebbe una correzione di "rotta" cioè di roccia rotta. La tradizione popolare vuole che la prima cappelletta sia stata voluta dalla B. Vergine stessa, apparsa in località Dosso, sul lato opposto della rupe della Rota, manifestata in una apparizione ad un legnaiuolo, al quale avrebbe anche indicato il posto. Il buon uomo cercò di obbedire accumulando materiali (sabbia, sassi, legnami) nel luogo della apparizione. Per tre notti i materiali di notte venivano misteriosamente trasferiti alla Rota nel luogo indicato dalla Madonna. Qui venne in effetti costruita, forse verso la metà del sec. XV, una cappella che venne affrescata con una scena dell'Annunciazione ed altri temi, come la figura di S. Bernardino da Siena con il monogramma a lui attribuito, da Giovanni da Marone. Nel Cinquecento accanto alla primitiva cappelletta, anzi in parte incorporandola, venne costruito un più ampio santuario dedicato alla Assunta; si tratta di un edificio dei primi decenni del Cinquecento che ripete lo schema della primitiva cappella. Il santuario è nominato negli atti della visita del Celeri nel 1578 e poi in quelli della visita di S. Carlo del 1581, che decretano la rimozione dell'altare esterno alla chiesa. Molti i legati fra cui quelli di Giovanni Maria Cotti, del 25 luglio 1591, di Antonio Zino del 16 dicembre 1593, di Apollonia moglie del maestro Matteo Guerini del 9 agosto 1594, di Giovanni Pietro Guerini del 12 agosto 1594. Con testamento dell'8 maggio 1631, Lodovico Francino istituiva la "Cappellania della B.V. della Rota". Il Santuario ebbe almeno nel Settecento una sua specie di fabbriceria che provvedeva alle necessità del santuario e dell'eremita. Nel 1762 vennero poste nel santuario, ad opera di Mastro Giacomo Silva, tagliapietre di Riva di Solto, le balaustre della demolita antica chiesa di S. Martino, mentre il pittore Bernardino Bono eseguiva opere oggi non individuabili. Nel 1782 veniva rialzato il Campaniletto e sistemato l'altare laterale, tolto dall'antica cappella ridotta ad abitazione dell'eremita e dedicato a S. Mauro. Sempre più frequenti le celebrazioni delle Messe nel Settecento, specie nei mesi estivi e autunnali. Continua la presenza dell'eremita e più recentemente del custode, regolata da appositi capitoli. Restauri al Santuario vennero compiuti sotto il parrocchiato di don Giovanni Butturini con l'aiuto finanziario dell'ing. Arturo Vismara. Il suo successore don Andrea Morandini provvedeva al restauro di quadri e negli Anni Cinquanta trasportava in parrocchiale l'antica statua della Madonna che veniva sostituita con altra dell'Assunta, opera di artigiani della Valgardena. Ma i lavori più imponenti vennero compiuti, per iniziativa del parroco don Gianni Albertelli dal 1971 al 1974, grazie all'intervento generoso degli alpini maronesi. Completamente rinnovato, il santuario offre ai fedeli che vi salgono nella festa del 15 agosto e ai frequenti pellegrini, oltre agli affreschi ricordati, un interno ordinato e pulito, con il presbiterio, ricco di affreschi del sec. XVII, un Crocifisso coevo, la statua della Madonna Assunta. Sono state invece rubate nel 1971 le statue di santi che componevano il polittico e che venivano fatte risalire al 1300. I due quadri, che adornavano la chiesa, di Pompeo Ghitti raffiguranti l'uno S. Mauro, che risuscita un morto e l'altro S. Francesco, sono ora in canonica. Sull'altare laterale è ora posto un Cristo ligneo del 500, restaurato nel 1928 dal maronese Egidio Ghitti. Trasferita pure nella sagrestia della parrocchiale una pala con Madonna Assunta di Pietro da Marone. Non mancano nel santuario alcuni degli ex voto che un tempo l'adornavano.


S. BERNARDO a Collepiano: sorge al centro della frazione e all'epoca della visita del Bollani il 2 ottobre 1567 veniva registrata "certa qual cappella aperta, che non è diretta da nessuno", cioè una specie di santella. Il Pilati (1573) la dice dedicata a S. Bernardino. Non aveva beni e vi si celebrava solo nella festa del Santo. Il visitatore ordina che venisse chiusa con cancelli o di ferro o di legno e venisse tenuta chiusa. Cinque anni dopo, nel 1573, il Celeri la dice centinata, già chiusa con cancello di legno, con le pareti in parte imbiancate e in parte dipinte. Sull'altare vi è come icona un affresco. Il vescovo Morosini nel 1593 ordina che vengano restaurate le pitture rovinate dal tempo e applicate tele cerate alle pareti. Il 12 agosto 1594 il santuario viene ricordato nel testamento di Giovanni Pietro Guerini. Altri legati si aggiunsero in seguito. La facciata è molto semplice, con un occhio in alto e nel mezzo e con un bel portale, in pietra grigia di Sarnico, ricco di ornamentazioni e chiuso oltre che da battenti in legno anche da un elegante cancelletto. Sopra il portale si scorge ancora, anche se sbiadita, una bella immagine di S. Bernardo su affresco. La chiesa si presenta all'interno con semplicità architettonica ma con ricchezza di motivi artistici e di viva pietà. La soasa elegante e massiccia, opera dello stuccatore comasco Francesco Castellazzi del 1707, racchiude la nicchia con una statua del Santo in abito monacale chiaro ed il bastone in mano. La statua è certo di recente collocazione e fattura ed ha sostituito la piccola ma bella pala che oggi è appesa nella controfacciata, sopra la porta maggiore. Nel paliotto dell'altare maggiore, settecentesco, spicca un bassorilievo in marmo bianco dei Calegari, raffigurante S. Antonio che respinge la tentazione. Su due piedistalli laterali della soasa sono state poste di recente a sinistra la statua di S. Egidio abate, con il saio segnato da una croce e con accanto un cerbiatto, a destra, la statuetta di S. Isidoro vestito da contadino. La statuetta di S. Egidio protettore contro le malattie infettive sarebbe stata posta abbastanza recentemente, quando in seguito ad un voto, Collepiano venne liberato completamente dal tifo che prima infieriva funesto e mieteva ogni anno vittime. Il culto invece di S. Isidoro, è tradizionale in paesi agricoli e invocato come protettore dei lavori della campagna; è andato rinverdendo tre anni fa, quando nel giorno a lui dedicato (14 maggio), è stata introdotta la benedizione degli attrezzi agricoli. Ai lati del presbiterio due piccole tele raffigurano due evangelisti. Altre interessanti tele secentesche sono lungo le pareti della navata. Su quella di destra ne esiste una raffigurante S. Lucia, e un'altra che rappresenta la Madonna in atto di porgere il Bambino a S. Francesco. Sulla parete di sinistra una tela raffigura S. Caterina d'Alessandria e l'altra il martirio di S. Giovanni Battista. Salvo quest'ultima, molto dozzinale, le altre sono di buona fattura e di scuola lombarda. Molto bella per luminosità di colori, sicurezza di disegno ed efficacia interpretativa, la vecchia piccola pala, che come s'è detto sta sulla controfacciata. La sagrestia contiene bei mobili (un cassettone per arredi con riquadrature ornate di intagli (sec. XVIII del tipo "fratino"). Nella volta della chiesa in un medaglione è stato raffigurato S. Bernardo in gloria e nell'altro S. Bernardo nel deserto che scaccia i demoni. Fino a poco tempo fa la festa di S. Bernardo (20 agosto) costituiva un'attrazione per tutte le contrade e i paesi della Riviera. Vi si svolgevano infatti fra luminarie e spari di mortaretti una processione con numerosi quadri viventi. Alla fine della processione venivano distribuite focacce e "strinù" gratis a tutti. La chiesa è stata restaurata nel 1970.


S.S. GIOVANNI NEPOMUCENO e ROCCO a Vesto: voluta dalla popolazione, almeno dal 1703, solo con un decreto vescovile del 24 agosto 1743, veniva dato il via alla costruzione della chiesa, su area offerta da don Gian Maria Guerini e da don. G.B. Guerzoni e su disegno dell'arch. Domenico Corbellino. Posta la prima pietra il 2 settembre seguente, ed edificata con il concorso entusiasta della popolazione vi si celebrava la prima messa il 26 marzo 1746. Venne comunque rifinita nel 1749 e arricchita di ben cinque cappellanie. In occasione del colera del 1836 la chiesa divenne un vero e proprio santuario dedicato oltre che a S. Giovanni Nepomuceno, anche a S. Rocco. Il 9 settembre 1934 il parroco di Marone otteneva il permesso di conservarvi l'Eucarestia. Un completo restauro del tempio venne compiuto nel 1965 con il rifacimento della facciata e gli affreschi del pittore Bianchi di Marone. Di nuovo venne riaffrescata nel 1967 quando venne posto anche un pavimento nuovo. L'altare è dominato da una pala raffigurante la B.V. col Bambino, in vesti rosse e manto azzurro, fra gli angeli. In basso a sinistra S. Giovanni Nepomuceno vestito di rocchetto e mazzetta; a destra S. Rocco in abito verde e mantellina. La composizione è tardo secentesca con lontane reminiscenze di scuola veneta. Al di sopra, in una lunetta, è raffigurato il martirio di S. Giovanni Nepomuceno. L'altare è semplice con un tabernacolo elegante firmato da un Rizzi. Il presbiterio è decorato con affreschi popolareschi ma efficaci raffiguranti a sinistra il Presepe e l'Addolorata; a destra Gesù nell'Orto e S. Rocco. In quattro tele sono raffigurati i dottori della Chiesa Occidentale. Un ex voto con la scritta "M.G. - P.G.R. 1860" indica devozione particolare. Per assicurare la presenza del sacerdote, dal 1953 al 1955 verrà costriuta su progetto dell'ing. Lanfranchi e del geom. Dusi e con l'aiuto di tutta la popolazione una casa per il sacerdote.


S. MARIA del CARMINE: chiesa esistente forse dal sec. XVII, servì all'antico cimitero che si stendeva intorno alla antica parrocchiale. Vi si celebrava il 16 luglio e il giorno dei morti. Qualche decennio fa venne trasformata in teatrino. Venne restaurata, per intervento del parroco don Gianni Albertelli, nel 1987.


S. ANTONIO a Croce di Marone: sorge nella località "Stalla di Riva" o "Stalla di Bontempo" e venne costruita in luogo di una santella nei primi decenni del secolo da Santo Cristini "degli Afre", mentre gli arredi sacri vennero offerti dall'Istituto Girelli di Marone. Vendendo il Cristini il suo stabile a certo Salghetti poneva nell'atto notarile precise condizioni e che cioè la chiesetta venisse esclusa dalla vendita perchè era stata destinata al popolo e alla parrocchia di Marone. I figli del Cristini, Antonio, Battista, Paolino donarono, infatti, la chiesetta all'Ente Chiesa di Marone. La parrocchia a sua volta acquistava la cascina denominata "stalla di Bontempo" nella quale ricavava un mini appartamento per il sacerdote che durante l'estate avesse voluto soggiornare lassù. Sarà P. Fausto Cristini oblato, il più assiduo frequentatore della piccola "canonica". Negli anni Trenta la chiesetta divenne sempre più il punto di riferimento della pietà dei mandriani e delle famiglie villeggianti nelle cascine della zona. Ma divenne anche meta di devoti provenienti da Marone e dai dintorni. La crescente devozione spinse, nel 1937, Pietro Ghitti a restaurarla. I lavori vennero inaugurati in occasione della sagra annuale tenutasi il 17 giugno. La chiesetta di S. Antonio fu al centro della tragica giornata del 9 novembre 1943, quando i tedeschi, salendo lungo la valle dell'Opol in rastrellamento, dopo aver bruciato parecchie cascine ritenute rifugio di partigiani, furono fatti segno dalle mitragliatrici dei ribelli che dopo l' 8 settembre si erano rifugiati sulla montagna maronese. I tedeschi risposero al fuoco e la chiesetta di S. Antonio divenne una specie di trincea per i tedeschi, che sfondarono la porta, fracassarono i banchi, dispersero gli arredi e continuarono a rispondere al fuoco fino all'esaurimento delle munizioni. La salvezza del paese fu attribuita a S. Antonio e in segno di riconoscenza fu innalzato il campaniletto, con la lapide commemorativa: "A S. Antonio di Padova che il 9 novembre 1943 protesse Marone dalla distruzione i devoti alzarono questo piccolo campanile perchè il suono della campana benedetta ricordi i morti e preghi per la pace del mondo". Riparata alla meglio dopo la guerra, nel 1962 interveniva don Andrea Morandini che provvedeva a sostanziali restauri, facendo costruire inoltre il portichetto e il campanile. Per donazione di Antonio, Battista e Paolino Cristini è passata di recente all'Ente Chiese di Marone. La memoria del santo di Padova si fa ogni anno, lassù, il 13 giugno. numerosi cacciatori inoltre si danno convegno nel mese di settembre, all'inizio della stagione venatoria.


S. TERESINA del BAMBIN GESU' a Ponzano: sorge sul lato della strada che sale a Zone. Sul luogo esisteva una cappella dedicata alla Pietà, nella quale era raccolta una deposizione con le solite statue del Cristo morto, della Madonna, di S. Giovanni e della Maddalena, che restaurate nel 1933, vennero poste nella chiesa parrocchiale. Quando venne costruita la nuova strada per Zone, la cappella, già cadente, dovette essere distrutta. Gli abitanti tuttavia insistettero perchè venisse costruita una nuova chiesetta e sotto la guida del parroco don Morandini, venne costituita una commissione formata da: Giuseppe Cristini, presidente, Giulio Bontempi, Angelo Pennacchio, Lorenzo Felappi, Andrea Guerini, Innocente Turelli, Giuseppe Zeni, consiglieri; G.B. Cristini, segretario, la maestra Orsola Cristini, cassiera. La commissione riunitasi il 20 luglio 1937 diede il via, su area donata dalla famiglia Cristini fu Rocco, alla chiesa la cui prima pietra veniva benedetta da mons. Ernesto Pasini il 24 ottobre 1937. La storia del santuario è contenuta in una iscrizione sulla controfacciata che recita: «I fedeli di Ponzano / a sostituire un umile sacello / nel decennio 1936-1946 / innalzarono questo tempio / dedicato a S. Teresina del Bambino Gesù / propiziatrice / contro gli orrori delle guerre / progettista ing. V. Montini / capomastro B. Benedetti / V. Trainini affrescò / decorarono Casari e Sarasini / fu benedetta dal parroco / il 18 maggio 1944 / S.E. Mons. Tredici ne consacrò l'altare il 20 maggio 1944». La chiesa, su progetto dell'ing. Vittorio Montini è in stile basilica, con facciata tripartita, eleganti colonne dove il romanico antico è ammodernato al Novecento. Rimasta incompiuta specie nel presbiterio, venne completata nel 1973. L'interno, è un'unica navata mentre l'abside viene tagliata da un muro maestro decorato nel 1977 con un mosaico della Scuola Peresson di Milano su cartoni di don Mino Trombini. Tutta la chiesa è stata decorata da Vittorio Trainini e dalla sua scuola con fregi di buona efficacia, sia il tetto a vista che il sottotetto e la Via Crucis. Sull'arco del presbiterio lo stesso Trainini ha dipinto la Madonna e l'angelo dell'Annunciazione. La chiesa sorge su due serie di arconi con loggetta a sbalzo che guardano su Marone e su buona parte del lago. La festa patronale viene celebrata ogni anno il primo sabato di ottobre con processione. Lo sguardo abbraccia quasi tutta Montisola, l'isola di Loreto e parte della sponda bergamasca.


S. CARLO: una piccola chiesetta venne costruita dall'ex prevosto di Lovere Mons. Carlo Cristini presso la sua casa in frazione Ariolo. Per testamento egli lasciò la cappella e la casa all'Ente Chiese di Marone.


S. CUORE: una cappella venne dedicata al S. Cuore nella casa costruita nel 1877 dalle sorelle Elisabetta e Maddalena Girelli, per ospitare giovani operaie. Già gli atti della visita pastorale di mons. Corna del 24 ottobre 1885 registrano l'obbligo di 3 Messe la settimana.


Il Faino cita nel 1658 come esistenti a Marone una chiesa dedicata ai S.S. Cassiano e Ippolito e un'altra dedicata a S.  Giorgio. La cappella dell'asilo è stata dedicata a S. Maria  Goretti. 


ECONOMIA: estesa l'agricoltura e specialmente la coltivazione di grano, miglio ecc., e di olive. Sviluppata la viticoltura e anche la gelsicoltura. Ancora dopo la II guerra mondiale Marone era il maggiore centro di produzione d'olio di tutta la zona. Un torchio "nuovo modello" entrava in funzione nel 1877. Numerosi i mulini (18 nel 1610) che macinavano granaglie anche per la Franciacorta e la Riviera. Fin da tempi molto antichi ebbe sviluppo anche l'attività manifatturiera; a un forno fusorio di Marone già esistente nel 1300 accenna Gabriele Rosa. Di esso rimane il nome alla località Forno, nominata in documenti del 1590. Si alimentava del minerale del Guglielmo. Utilizzando il carbone prodotto sui monti di Sale Marasino. Cessò nel 1630 e il carbone non utilizzato nella fornace di calce di Vello, venne trasferito in Valtrompia per i forni di Bovegno, Pezzaze e Tavernole. Antica l'industria della calce grossa con cave fra Marone e Vello, di cui fu proprietario Antonio Negrinelli. L'estimo del 1641 elencava una macina di olive dei Guerini (e già dei Meloni) in contrada Piazze; diversi mulini: due a Ponzano (uno dei quali a due ruote dei Gitti), cinque a Marone (uno a tre ruote di don Giuseppe Zini, uno a due ruote dei Gitti, uno a due ruote e uno a una ruota dei Guerini, uno a tre ruote degli Zini); uno a Panei (ad una ruota dei Gitti); uno ad Ariolo (dei Gitti); due fornaci (a Marone, dei Cristini) e a Calchera (dei Cigola), due torchi (uno a Vesto dei Guerini, ed uno a Marone dei Caccia) quattro folli per panni (a Marone, dei Gitti, dei Benedetti e dei Novali) e a Ponzano (dei Novali).


Marone, Sale Marasino e in parte Zone, grazie all'allevamento delle pecore e alla confluenza del mercato delle stesse provenienti dalla Valcamonica, Valtellina e Tirolo, all'abbondanza dell'acqua e alla presenza di terre da gualchiere della Val d'Opol, divennero i centri più importanti della filatura e della tessitura della lana. In crisi alla metà del secolo XVII, come scriveva il capitano Giovanni Grassi nel 1784, riprese poi nel '700 grazie alla lavorazione delle coperte di cui ne venivano prodotte a Marone, Sale M. e Zone in numero di trentamila l'anno con 37 telai. L'industria delle coperte ebbe uno straordinario incremento dal 1848. Seguì una nuova crisi che venne presto superata grazie alla presenza in loco di terra detta "follonica", atta a purgare e imbiancare meglio la lana e le coperte, e all'acqua pura di fonte specie della sorgente Festola e del Rio Ariolo, con una portata di 150 litri al secondo ed un salto di 150 metri. Nel 1850 Luigi Cristini fu Giovanni Battista ebbe l'idea della fabbricazione delle coperte. Nasceva così la ditta Fratelli Cristini cui nel 1860 si accompagnava quella di Giovanni Battista Cuter, che raggiunse presto cento lavoranti. Altre se ne aggiunsero, in seguito anche al trasferimento di quelle già fiorenti in Sale Marasino i cui titolari (come ad es. i Tempini) avevano preferito investire capitali in opere di bonifica ed in altre imprese industriali. Oltre alle ditte Cristini e Cuter si svilupparono a Marone le ditte: Zeni Egisto, Zeni Emilio, Guerini Giacomo e Giovanni, Giacomo Sbardolini e poi la Peroni e Cristini, ecc. Queste ditte sfornarono coperte di tutti i tipi: militari e per istituti, uso Francia, Bolzano, jacquard e a doppia faccia, particolarmente apprezzate in Italia e all'estero. I due telai con 8 lavoranti, esistenti nel 1857, si andarono sviluppando soprattutto nel secolo XX. Con lana importata dall'Australia, dall'Uruguay, dalla Nuova Zelanda e dalla Turchia , l'industria dei feltri andò sempre più sviluppandosi fino a quando, nel 1921, la ditta Guerini venne assorbita dalle Industrie Tessili Bresciane che rivaleggiò dopo pochi anni, nel 1928, col Feltrificio Franchi diventato tra i più importanti produttori di feltri. Infatti le Industrie Tessili Bresciane raddoppiarono lo stabilimento , dotandolo di macchine modernissime e di telai atti a preparare i feltri tubolari (senza fine) per tutte le più moderne cartiere, in concorrenza specialmente con aziende tedesche e austriache. Ai feltrifici accennati si aggiunse poi la ditta Moglia. Nel 1813 i fratelli Guerini (e specialmente Giacomo che ottenne una specie di brevetto dall'Imperial Regio Governo austriaco) impiantarono a Marone il primo feltrificio italiano che venne poi sviluppato dai successori cav. Eugenio e Giuseppe Guerini e in seguito dai figli di questi, Matteo e Silvio, che, oltre a feltri, fabbricarono anche coperte.


Attilio Franchi (con il fratello Camillo) lasciata nel 1922 la S. Eustacchio di Brescia creava, nel 1924, a Marone, accanto allo stabilimento per la cottura della dolomite, il primo e allora unico impianto italiano per la produzione di elettrodi di grafite. Sfidando la ditta americana Acheson, nel 1928 impose al mercato il prodotto, che dal 1932 venne ceduto ai nuovi stabilimenti di Forno di Allione. Nei locali rimasti liberi Attilio Franchi senior dava vita alla fabbricazione di feltro per cartiere, industria che poi passò sotto la direzione del nipote ing. Emilio Franchi, il quale, abbandonata nel 1945 la S. Eustacchio, si dedicò completamente ad essa. La Feltri Marone, passata poi al prof. Attilio Franchi junior, continua ancor oggi, occupando 87 operai e una trentina di di impiegati e dirigenti con 17-18 miliardi di fatturato nel 1988 e rivaleggia con gli altri due feltrifici italiani, il "Feltrificio Cristini", fondato nel bergamasco da un maronese, e il "Feltrificio Veneto" di Marghera. Un imponente stabilimento serico , insieme ad altro di Endine, Tavernola e Sulzano apriva, verso la fine del secolo XIX, Antonio Vismara (morto nel febbraio del 1897) che fu anche sinaco di Marone. Nel 1928 era in funzione anche una maglieria. Nel 1895 veniva fondata la G.G.(Giuseppe Ghirardelli), grossa officina per la produzione di carpenterie e di attrezzature metalliche per l'industria, cui più recentemente si aggiunsero le ditte Lorandi, Giacomo Guerini e Mario Verga e altre di carattere artigianale che assorbono centinaia di lavoratori. Attive le imprese edili di Gorini, Benedetti e Cristini. L'industria del legno è imperniata sulle ditte Pennacchio, Zanotti, Cristini, Costantino e Predali.


Nel 1989 veniva costruita in località Festola una centrale elettrica capace di 2 milioni di kw/h. all'anno. Al turismo diede sviluppo l'apertura della strada, la navigazione a vapore (il primo battello approdò a Marone il 3 febbraio 1878), la ferrovia (dal 1906). Ancora tuttavia limitati, fino alla I guerra mondiale, vi esistevano alcuni buoni alberghi, modesti ma puliti. Il turismo ebbe particolare sviluppo negli ultimi trent'anni. Nell'ottobre del 1978 veniva inaugurata una agenzia della Banca Credito Agrario Bresciano. Marone vanta anche una generazione di artisti che dal paese presero  il nome. Basta elencarli per dirne l'importanza nella storia dell'arte bresciana. Essi sono: Giovanni da Marone (sec. XV) affreschista; fra' Raffaele Roberto da Marone (1479-1539) intagliatore e intarsiatore; fra' Benedetto da Marone, monaco gesuato, autore di affreschi in S. Cristo a Brescia; Pietro di Andrea da Marone (1548-1625), allievo del Veronese; Pietro Maria Bagnatore (1550 c. - 1620 c.); Pompeo Ghitti (1631-1703), pittore e incisore.


PARROCI: Bartolomeo de Potentia, rettore di S. Pietro di Pregasso nel 1448, è il primo di cui si ha memoria. Prima e dopo di lui vi sono stati Rettori di cui non si conosce nemmeno il nome; Giacomo Zatti di Zone ebbe forse il beneficio di Marone in commenda e si fece sostituire in esso da un Vicario. Morì o rinunciò nell'aprile 1572. Fabrizio Cristoni di Farfengo, nominato per concorso il 6 maggio 1572, fu poi promosso arciprete di Sale Marasino; Giacomo Clerici mantovano, come «rector ecclesiae S. Petri de Pregatio seu de Marono» compie il «designamentum bonorum ecclesiae S. Petri de Marono» il 7 gennaio 1576, trovandosi «in domo ecclesiae de Marono sita in terra de Marono contrate S. Martini». Giacomo Guerini di Marone (1594 - 10 febbraio 1624): nel 1621 fece fare un altro inventario del beneficio; Antonio Giordani curato di Sale (1624-16..); Antonio Obizi (de Obiciis) di Sale Marasino, fu promosso arciprete della pieve di Sale nel 1652; Lorenzo Fontana di Rogno (1652-giugno 1658); Lodovico Guerini di Marone (1658 - 29 dicembre 1689); Lorenzo Bassanesi di Angolo (1690-1701) già parroco di Pedergnaga da sette anni, rinunciò; Bartolomeo Basseghi di Villa Dalegno, Dottore in Teologia (mancano i dati estremi del suo parrocchiato); Bartolomeo Pietroboni di Monno, morto il 6 dicembre 1719; Bartolomeo Ghitti di Marone (1720 - 27 dicembre 1758), era stato prima confessore delle Cappuccine e del Seminario; Pietro Antonio Marchesi di Concesio (1759 - 27 gennaio 1761) per dieci anni curato di Vobarno e per altri dieci parroco di Serle; Giuseppe Bertolini di Gorzone (1761 - 6 febbraio 1791); Giorgio Buccio di Bagolino (1791 - 1 maggio 1813); Stefano Soardi di Siviano (1813-1865); Giacomo Sacellini di Esine (1866-1867); Sebastiano Cittadini di Pilzone (1867-1872) promosso arciprete della pieve di Bornato; Girolamo Bertoli di Botticino (1873 - 31 marzo 1903); Giovanni Butturini di Bedizzole (1903 - 14 giugno 1932); Andrea Morandini di Bienno (1932-1971); Gianni Albertelli (1971-1989).