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MARMI e Pietre
Va premesso che si ritengono marmi (dal lat. "marmora'") i materiali passibili di lucidatura e pietre (in lat. "lapides") tutti gli altri. La provincia di Brescia è particolarmente ricca degli uni e delle altre. Tra i marmi domina soprattutto il "botticino" e il "semiclassico" . Alle rocce sedimentarie appartengono i giacimenti marmiferi che interessano la fascia che va dal Comune di Botticino, attraverso le vallette che li collegano, a quelli di Virle, Mazzano, Nuvolera, Serle, e da cui si escavano i vari tipi che vanno sotto il nome di Botticino da quello classico di maggiore uniformità di tono fino al «fiorito» di Serle che è più fantastico, con motivi quasi ghiacciati nella pietra e al tipo di Mazzano, più scuro, quasi nuvolato. Nella classe delle rocce metamorfiche rientra la Breccia Aurora, escavata in Comune di Paitone e di Gavardo (marmo di notevole pregio commerciale per i suoi intensi colori su fondo paglierino). Tutte le cave della zona, comprendenti quelle di materiale bianco e semi-scuro affine al botticino, site a Mazzano e a Virle, attingono alle stratificazioni della corna, appartenente appunto al liassico inferiore, la quale affiora nel bresciano in potenti formazioni, specialmente da Brescia al Garda, così da dare un particolare aspetto paesaggistico alla regione che ne viene attraversata. Notizie sulle stratificazioni di corna si possono trovare particolarmente nelle pubblicazioni dei geologi bresciani. Il Cacciamali ha studiato particolarmente la regione che va dalla Maddalena a Gavardo, dove la corna domina la pianura e forma la parte principale del vasto territorio di Serle. Da consultarsi anche la sua opera maggiore che comprende tutte le Prealpi lombarde. Una breve e succosa nota del Cozzaglio, contenuta nelle sue note alla carta geologica di Peschiera, dà un'idea generale della corna da E di Brescia fino al Garda e delle sovrastanti formazioni, variabili e lacunose: ora rappresentate dal corso o dalla breccia locale, che dà il marmo aurora, ora dai calcari argillosi del medolo o addirittura del silicifero giurese che riposano a diretto contatto della corna. Anche i recenti studi del Bonomini sulla sinistra e sulla destra della Val Toscolano comprendono vaste distese di corna, come quella grande fascia che va da Vobarno al Garda e che conta le cime dei monti Forametto, Spino, Pizzocolo e Castello di Gaino; o il prossimo affioramento che culmina nelle cime del Denervo e del Comèr sopra Gargnano. Ma non tutta la corna ha purezza, saldezza e regolarità simili a quelle che si riscontrano nelle località indicate di Botticino, Virle e Mazzano. Qui gli strati sono alti e regolari, veri banchi, e il calcare è quasi puro, rappresentando circa il 98 per cento della massa (il carrara raggiunge talvolta anche il 99 per cento). Antichissima è l'escavazione di marmo e di pietre, forse più antica di quella del ferro, ma ha avuto fama solo con la recente esportazione, specie dei marmi di Botticino, Virle e Mazzano. I marmi di questa zona si trovano in terreni di sedimento del lias nelle due suddivisioni denominate corso e corna. Gli strati che vi si trovano hanno spessori da 1 sino a 6 metri e permettono la escavazione di monoliti enormi che possono raggiungere 15 metri di lunghezza e 300 metri cubi di volume. Si suddividono sul posto in blocchi minori trasportabili nei cantieri che possono tuttavia toccare il peso di 300 quintali. Oltre le dimensioni dei blocchi contraddistinguono questo marmo la grandissima resistenza ed omogeneità di struttura, la trascurabile porosità, nonchè la perfetta lucidatura di cui è suscettibile, che mette in evidenza morbide e calde colorazioni. Questo marmo sopporta pressione che lo pareggiano al granito e che gli fanno sfidare i secoli. Esperimenti compiuti presso i Politecnici di Torino e di Bologna e nell'Istituto tecnico superiore di Milano hanno appurato che il marmo di Mazzano e Botticino offre in media una resistenza alla rottura di chilogrammi 1352 al centimetro quadrato, mentre il granito di Mont'Orfano in provincia di Novara, quello della Balma presso Biella e l'altro di Baveno sul lago Maggiore, presentano resistenze rispettivamente di 680; 800; 690 chilogrammi; senza dire che, i marmi di Carrara, venato e bardiglio, presentano una media resistenza di soli 300 chilogrammi. Questo si è prestato fin dall'antichità ai più delicati lavori di scultura, compresa la statuaria. Vengono fatte risalire ai tempi di Roma (se non addirittura agli Etruschi) le prime cave. Si ritiene che le prime cave si trovavano sul dorso orientale del promontorio della Trinità dove al valico per Botticino Mattina vi è ancora un pianoro tra la Trinità e la collana Castello detto la "lasa" (che significa lastra di pietra) che serviva come deposito di lastre scavate, in attesa di essere trasferite, come "el büs del marmo", una voragine lasciata da una escavazione delle pietre. Vi lavoravano soprattutto liberti e anche schiavi. Il più antico pezzo di botticino è un capitello ionico-italico di colonna dell'età tardo-repubblicana (I sec. a.C.). Ma poi via via tracce di botticino si trovano sempre più frequentemente nel santuario repubblicano (sottostante il Capitolium) e in maniera determinante, nell'età imperiale, nel Capitolium, nel Teatro e in molti altri monumenti. In base a ciò, c'è chi, come Angelo Galotti, fa addirittura risalire il nome di Botticino ad un Buttus, primo proprietario di cave. Salvo probabilmente i secoli più oscuri delle invasioni barbariche il botticino continuò ad essere utilizzato come dimostrano costruzioni sia nel Duomo vecchio e come in chiesette più modeste come quella di S. Faustino di Botticino Mattina (sec. XII) e in molti altri monumenti. Una decisa ripresa dovette verificarsi verso la fine del sec. XV e agli inizi del sec. XVI (facciate della chiesa dei Miracoli, Loggia e molti monumenti).
È stato rilevato come quasi non esista un angolo della città e di altri centri della provincia che non abbia edifici in botticino, e come esso non sia utilizzato soltanto in blocchi da costruzione ma anche in motivi ornamentali di ogni genere. Come ha scritto Italo Bonardi: "La grana fina, omogenea e docile allo scalpello rende questo marmo atto ad ogni lavoro. Può essere tagliato in lastre di pochi millimetri di spessore e riceve anche una lucidazione perfetta, per merito della quale si manifestano i particolari del suo impasto: il fondo bianco talvolta con aspetto e finezza d'avorio; le vene giallo-ocra un po' ondulate che lo percorrono con felice effetto nel senso della sedimentazione; i cerchietti concentrici, più candidi del fondo, che si mostrano qua e là insieme a qualche punto o venuzza di calcite". Meno puro del carrara, il quale si mostra candidissimo e perfettamente cristallizzato, il botticino supera il marmo apuano per l'assoluta impermeabilità ai colori e inattaccabilità ai geli. Nel 1573 i documenti indicano la proprietà comunale sulla terra per medolo mentre negli anni seguenti emergono i nomi di affittuari di medolo a Botticino quali i Quecchia, gli Arici, i Casali, i Comini ecc. sia per cavar pietra sia per fare calchere. Predominano a lungo le cave del monte Paina, della località Somera. Affiorano sempre più i nomi di marmisti (quali ad esempio nel 1621 quelli di Bartolomeo e Domenico Casali e Domenico e Pietro Binetti, autorizzati a scavare tutte le pietre occorrenti alla costruzione della facciata della basilica di S. Faustino). Ad essi, come cavatori, si accompagnano i Quecchia, i Marchetti, i Dominici. Sfruttati erano già nel sec. XVI i medoli (di solito di proprietà comunali) del Peladolo e del colle di S. Martino di Virle, quelli del monte Regogna (dove è la chiesetta degli alpini) e a monte della cascina Casella a Rezzato. Valentino Volta e Renata Massa hanno messo in luce molti nomi di marmorini dal sec. XVI al sec. XVIII. Fra questi ricorrono quelli dei Martelletti, Barbieri, De Fine, Zecchini, Bondi, Pensi, Fantozzo, Pollini, Bertazzi, Palazzi, Tampazzo, Meschini, Marchesini, Gamba, Simbinelli, Gaffuri, Aiardi, Ghirardi, Scalvi, Lombardi, Capuzzi, Lepreni, Zani, Gatta. Brillano fra le altre le famiglie degli Ogna, dei Baroncini, dei Puegnago (già Simbinelli o Cimbinelli), Bombastone, Tagliani, Biasio, Molinari, Faitini, Cattaneo. Parecchi sono i marmorini che lavorano anche fuori provincia: nel Cremonese, nel Mantovano, nel Bergamasco, ecc. Il numero più alto di cavatori botticinesi (sono diciassette) si verifica verso il 1747 in concomitanza con un rilancio straordinario dell'edilizia sacra (esempi si riscontrano nelle stesse parrocchie di Botticino Sera e Mattina). Dopo un periodo di assestamento nell'attività escavatoria nel 1778 i cavatori sono 19 e ricorrono pressapoco sempre gli stessi nomi. Nel 1750 vi sono a Virle nove tagliapietre, e a Rezzato ben 32, così da fare di quello del cavatore, dello scalpellino e del marmorino il mestiere più diffuso della comunità. A cavallo del sec. XVIII e XIX la contrazione dell'attività edilizia provoca anche quella dell'escavazione. Ma anche nei primi decenni dell'800 i registri parrocchiali annotano tuttavia alcuni tagliapietre come Santo Comini, Marco Marchetti, Lorenzo Apostoli, Battista Marchetti, uno scalpellino Pietro Comini e uno scultore Francesco Gorni. Ma già si profila un'attività sempre più industriale grazie, ad esempio, ai Lombardi, già presenti agli inizi del secolo, e poi ai Gaffuri e via via a Gamba, agli Zani, alla Vicentina Marmi, ai Cavagnini ecc.; nel trentennio 1870-1900 le cave di marmo e i cantieri di Botticino, di Virle, di Mazzano forniscono marmo lavorato in sempre maggiore abbondanza. Nel 1876 giornali bresciani indicano come già praticabili le vie dell'Oriente; nel 1882 i Lombardi esportano già marmi a Milano, Padova, in molte città italiane e "persino a Vienna" vincendo la enorme difficoltà della spesa di trasporto. Infatti fin dal 1875 gli architetti di Vienna vanno sempre preferendo il botticino alla pietra di Trento. Nel 1889 all'esposizione industriale operaia sono presenti la Società Operaia di Rezzato, i fratelli Massardi, Fedele Marchesini di Brescia. Nel 1898, a quelle esistenti, si aggiunge la Massardi e Gaffuri di Mazzano e poi di Virle e di Prevalle (che poi più tardi verrà prelevata dalla Lithos e Marmi). È la ditta Massardi e Gaffuri che introduce per prima in Italia la lavorazione meccanica ad aria compressa, sviluppando l'industria del marmo così da produrre migliaia e migliaia di blocchi di marmo greggi e lavorati che raggiungono presto Milano, Asti, Torino, Genova, S. Remo, Padova, Treviso, Cremona, Roma e inoltre Londra, Lugano, Karthum in Egitto, Allahabad in India, Buenos Aires, ecc. La ditta Davide Lombardi, da sola, impiega a sua volta circa 300 operai e compie rilevanti lavori in Brescia, Padova, Venezia, Bergamo, Milano, Genova, Cremona e Roma, a Vienna, nel principato di Monaco, ad Alessandria d'Egitto, in India, in Argentina. Nel frattempo assumono rilievo la ditta Annibale Sberna di Virle, la Fratelli Zani di Rezzato, la Società Marmifera Camuna. Agli inizi del secolo la produzione media annuale delle ditte in materiali greggi e lavorati è di circa mc. 10000, a cui va aggiunto lo smercio di assai rilevante quantità di pietrame di rifiuto, di solito inutilizzato.
Nei primi anni del secolo aumenta il numero di addetti al lavoro (che nel 1910 sono circa 400) e non essendoci sufficiente mano d'opera locale si assiste al fenomeno dell'immigrazione: circa una cinquantina di operai giungono dal veronese, altri da Carrara, e con loro giungono a Botticino nuovi sistemi di lavorazione e nuovi strumenti (si sostituiscono, ad esempio, le mazzette di ferro con mazzette di acciaio che non hanno l'inconveniente di consumarsi tanto in fretta). Nel 1913, si forma la "Cooperativa Marmi" con operai delle cave di Botticino e operai di un cantiere di Rezzato. Nei primi anni del secolo il botticino viene utilizzato per il Palazzo di Giustizia di Roma (1903-1904), e il Monumento a Vittorio Emanuele II detto il Vittoriano. Nel 1904 (in seguito a contratto siglato il 21 dicembre 1903) la ditta Gaffuri e Massardi di Mazzano allarga l'escavazione di marmo al territorio di Paitone in una porzione di monte al mappale 328. Nel I dopoguerra l'esportazione del botticino, sia in blocchi greggi che in pezzi finiti per l'architettura, si va ancora più sviluppando oltre che verso l'Europa e le due Americhe anche verso l'Australia, l'Africa e l'Asia. Nel frattempo sviluppa la sua attività la "Lithos e Marmi" che ha prelevato la ditta Gaffuri e Massardi. Nel 1928 la Ditta fratelli Lombardi e la ditta Trotta aprono una nuova cava a Paitone seguite poi nel 1937 dalla ditta Angelo Gamba di Rezzato. Nel 1925 il botticino raggiungeva l'Avana e venne utilizzato per: il monumento al presidente Zaya (opera dello scultore fiorentino Angiolo Vannetti e dell'arch. Ettore Salvatori), la succursale della Banca di New York e, più tardi, nel 1930 il monumento a Josè Miguel Gomez dello scultore Niccolini. Di pari passo è la diffusione del botticino in Argentina ed in altri Paesi dell'America del Sud. Vivaci polemiche sul marmo di Botticino vengono sollevate da Ugo Ojetti nel 1930 che coinvolgono poi giornali e riviste. Ma il botticino continuò ad essere utilizzato. Nel 1932 serve all'ingresso e alla cinta del Cimitero del Vantiniano. Soprattutto si aprono sempre più numerose vie oltre Atlantico, oltre Pacifico, raggiungendo anche il Giappone. Il botticino viene utilizzato per il Palazzo del governo, il Parlamento, la Borsa di Vienna, per il Palazzo delle Nazioni a Ginevra e in molte altre località. Rallentata e quasi del tutto interrotta, durante la seconda guerra mondiale, l'escavazione e la lavorazione riprende nel dopoguerra e particolarmente negli Anni Cinquanta. L'escavazione continuò ad essere affidata a ditte di Botticino, Rezzato alle quali s'erano aggiunte altre di Chiampo (Vicenza). La produzione annua nel 1963 si aggirava sui 15.000 mc. circa e dava lavoro a circa 500 lavoratori. Nel 1974, 10000 mc. di marmo (di cui però solo il 10 per cento di tipo classico) vengono ancora cavati a Botticino. Nonostante il ripetersi di attacchi contro il botticino (nel 1989 pesanti furono quelli di Luca Villoresi) il marmo bresciano ha continuato ad essere utilizzato, tanto da raggiungere, fatta eccezione forse della Cina e dell'URSS, tutte le nazioni del mondo compresi Singapore, Formosa, il Sud Africa e l'Alaska. Un problema vivo per decenni è quello del lavoro di escavazione, specie a Botticino. Essendo la zona marmifera tutta di proprietà comunale, le cave vengono date in concessione per asta pubblica. I primi contratti che si trovano negli archivi del Comune risalgono al 1887 e riguardano convenzioni (con i Gaffuri, Leali, Lombardi ecc.) a breve durata (dai 2 agli 11 anni) e a canoni modestissimi. Nel giugno 1914 nel Consiglio Comunale viene stipulato un contratto per 18 anni; altri 7 del genere ne seguirono nel 1915. Una convenzione del 3 settembre 1925 e un contratto dell'8 novembre 1926 affidavano le cave di Botticino alla ditta Lombardi fatta eccezione di una cava detta "Cooperativa" da esercitarsi direttamente o attraverso una cooperativa di operai che in effetti venne costituita nel 1932. In seguito a contestazioni e ad una lite giudiziaria un altro contratto veniva siglato tra il Comune e la ditta Lombardi il 12 settembre 1941. Nel gennaio 1958 veniva siglato un nuovo accordo con la ditta Lombardi e con la Cooperativa operai cavatori che venne rinnovato nell'agosto 1982. Nel frattempo la manodopera era andata continuamente calando mentre le cave nella zona di Botticino, Rezzato, Virle, Mazzano, Nuvolera, Nuvolento, Paitone, Vallio, Vobarno ecc., andavano ridimensionandosi. Nel 1978 il comune varava un piano comunale delle attività estrattive. Una convenzione per lo sfruttamento delle cave venne siglata a Rezzato nel luglio 1983. Dagli Anni Settanta si moltiplicano intorno al botticino anche interventi culturali. Nel marzo 1976 viene proposto per iniziativa della Fondazione "Lucio Fontana" l'allestimento di un museo del marmo presso villa Fenaroli a Rezzato, poi non realizzato. Mostre si susseguono dal 1977 fino al 1989. Nell'aprile 1987 si interessa a nuove tecniche di escavazione il Centro studi del Politecnico di Torino. Al cavatore viene dedicato a Botticino M. nel 1981 un monumento eseguito da Ernesto Gatti su progetto del geom. Ennio Capretti.
Nella zona del botticino specie a Mazzano e Paitone si trovano anche altri marmi come quelli di calcare rosso mandorlato e altre cave, anticamente messe a profitto, di marmo bianchiccio. A Botticino Mattina vennero aperte cave di calcare bianco, che il Curioni classifica tra i marmi giallicci e che sul luogo vengono chiamati corna, termine entrato nel linguaggio scientifico. Ancora a Botticino Mattina si scavava un marmo roseo, molto in uso, mentre dalle alture di Rezzato si traevano pietre bianche da taglio e calcari turchini mandorlati. Il più comune marmo però è breccia aurora, bellissimo materiale a caldi e intonati colori, prevalentemente sul rosa, sul nocciola ed oliva, in uno sfondo chiaro. Quasi tutte le ditte che hanno in esercizio le cave del botticino hanno cave di tale breccia nella vicina località di Paitone, lavorata negli stessi stabilimenti di Rezzato e Virle Treponti. È un materiale saldo e di bellissimo effetto che trova applicazione, lucidato, per decorazioni di sale, di altari, di monumenti e di camini, per pavimentazioni, per tavolini da caffè, per lastre su banchi e mobili, ma anche per rivestimenti edilizi come le pareti delle gallerie della Stazione Centrale di Milano. Viene estratto soprattutto sul monte Budellone a Prevalle e fin da tempi antichi. Alla breccia aurora dedicò attenzione soprattutto la ditta Gaffuri e Massardi e poi la Lithos. Dal 1956 la breccia aurora come altri marmi interessa specialmente ditte veronesi e vicentine. Sempre nella zona ricordata si trova alabastro a Paitone e spingendosi a E si trova marmo nero in Degagna, utilizzato tra l'altro per le cornici degli specchi tra le finestre della Loggia e dei portici dell'Orologio in Brescia. La tradizione vuole che sia servito anche per costruire il monumento all'imperatore Carlo V. A Serle si scavava un bel marmo roseo venato suscettibile di bella levigazione, ed utilizzato per stipiti e camini.
Marmi pregevoli venivano scavati sul Monte Denervo sopra Gargnano, utilizzati tra l'altro per il presbiterio del Santuario di Montecastello di Tignale. Salendo per la Valsabbia si trova il botticino a Barghe, dove c'è un pregevolissimo marmo di un rosso vivo marezzato, il porfido a Presegno, marmo nero, fra i migliori, si trova a Navono e a Lavenone, marmo bianco saccaroide a Bagolino, utilizzato, causa l'isolamento, solo in opere locali ma il Cocchetti, nel 1857, asseriva che poteva competere con quello di Carrara. A Caino esisteva una cava di marmo nero. In Valtrompia si trovano banchi estesi di lumachella sul Pezzeda a Collio, e, ancora, marmi scuri e venati, di gradevole aspetto e pulibilissimi a Brozzo e a Tavernole. Alcune cave vennero riaperte a Costorio.
Marmi e pietre di notevole valore si trovano anche in Valcamonica. A Gorzone, a Corna di Darfo e a Capodiponte venne cavata la pietra Simona (v. Simona, pietra) usata anche in antichi monumenti (come il monumento Federici di Garzone, gli stipiti della porta della chiesa di S. Antonio di Breno). Meno abbondante della pietra Simona, ma più pregevole per l'effetto ornamentale che con esso si ottiene, è il marmo occhialino, la cui cava si trova alla base del gruppo della Concarena. Roccia per eccellenza calcarea, si presenta come un conglomerato conchigliare (da ciò la denominazione di «lumachella») giallastro, con parti bruno scure. La sua lavorazione è relativamente facile. Lucidato diventa brillante come uno specchio. L'occhialino oltre che a Cerveno veniva scavato a Cividate dove presenta mirabili incroci di tinte. Nella Valle Camonica aveva una certa importanza l'alabastro di Breno. La lumachella esiste a Ono S. Pietro. Porfidi si trovano a Bienno, di tipo quarzoso di forte colorazione rosso-viola (porfido sanguigno). La sua durezza (circa 6) e la sua elevata resistenza alla compressione nonchè agli agenti atmosferici lo rendono preferibile alle altre pietre del luogo per l'impiego all'esterno. Una caratteristica importante di tale roccia camuna in genere è data dal fatto che a differenza degli altri porfidi italiani, questo presenta nella sua composizione un'alta percentuale di biossido di carbonio (CO2), circa 0,45%, e soltanto tracce di quell'ossido di manganese (MgO) che si trova invece in maggior quantità nei porfidi in genere. Note le dioriti camune, sia in granito sia in tonalite, la cui abbondanza le ha portate al rango di pietra classica da costruzione. A Capodiponte viene da decenni lavorata una roccia granitica (chiamata genericamente «diorite») che pur essendo tale ha raggiunto uno stadio di metamorfismo, al confronto, più avanzato per cui sono scomparse in essa le caratteristiche specifiche più evidenti della roccia granitica. Questa diorite, di cui si trovano enormi massi nei pressi del Pian della Regina, si presenta infatti con struttura più compatta di quella che dovrebbe avere come appartenente alle famiglie delle tonaliti. È di colorazione bianco-cinerea; la si trova in massi erratici che hanno una cubatura variabile fra i dieci e i cinquanta metri. La sua lavorazione non presenta difficoltà; alla lucidatura non diventa molto brillante. Nel 1938 venne scoperto in Bazena un nuovo tipo di pietra da ornamento. Negli Anni Trenta del sec. XX venne accertata la presenza di una pietra le cui caratteristiche coincidono con quelle della labradorite. Viene infatti denominata «labradorite italiana». È una roccia fortemente basica, la cui struttura non è ancora interamente nota, utilizzata per il passato per cornici, gradini, stipiti. Nella valle di Lozio si trova marmo nero venato che viene, presso Malegno, scavato da strati calcarei raibliani. Una cava di marmo nero veniva riaperta nel 1906 per iniziativa di Camplani d'Iseo, in frazione Sommaprada di Villa di Lozio. Già un tempo era lavorato da una segheria alle soglie della valle di S. Cristina. Nel 1870 veniva segnalato sulla montagna Marser in Valsaviore un marmo di fondo bianchissimo. Note le arenarie (la cui cava principale è sita a Cemmo di Capodiponte). Nella varietà «verde olivo» prevalente, e in quella meno diffusa propriamente chiamata «arenaria rossa» (pietra simona di Darfo). Questa è una famiglia di rocce clastiche derivanti dalla cementazione più o meno completa di sedimenti sabbiosi, la cui composizione è più frequentemente poligenica, in cui tanto i granuli componenti quanto il cemento presentano sempre struttura calcareo-dolomitico-quarzosa. Di facile lavorazione, temono un poco il gelo, per cui vanno adoperate con adeguati criteri (decorazioni interne, ecc.). Si presentano a grana fina, media e grossa. Alla lucidatura rimangono opache. Diffuso il marmo saccaroide di Vezza, ritenuto, per poco, inferiore a quello di Carrara. Il filone è lungo dieci Km. e già nei primi del sec. XX, se non vi fossero state le difficoltà del trasporto, alcuni industriali di Marsiglia vi avrebbero iniziata la escavazione su larga scala anche per la qualità del marmo che ha una leggerissima colorazione azzurrognola, e che si presenta a grana fina e grossa. Con esso è stato costruito il monumento ai Garibaldini di Vezza. Diffuso in Valcamonica il porfido cavato un tempo specialmente a Gratacasolo, ma anche altrove, e sparso in torrenti. Un blocco di porfido del peso di 75 tonnellate giacente "ab immemorabili" nel letto del torrente Re di Artogne venne nel giugno 1937 a Redipuglia destinato alla tomba del Duca di Aosta. Porfido venne cavato a ridosso di Crocedomini (cava "Co' de preda") dalla ditta Pedretti utilizzato per il palazzo I.B.M. di Parigi. Un posto d'onore tra le pietre e i marmi camuni è stato riservato in passato alla tonalite che il geologo Wilhelm Salomon ha decantato come uno dei migliori graniti (v. Tonalite). Fra le ditte più attive nella lavorazione di pietre ornamentali è da citare quella del cav. G.B. Mancini di Capodiponte (v. Mancini, G.B. e figlio, ditta). Arenarie azzurre esistono a Capriolo e Paratico dove,dal 1850 circa, furono attive varie cave. Si tratta di una pietra di uso modesto ma esteso, come per marciapiedi, pavimenti e zoccoli, di facile lavorazione e al cui smercio giova assai il breve tronco ferroviario Paratico-Palazzolo che si innesta sulla linea di gran traffico Milano-Bergamo-Brescia-Verona. Ebbero notevole fortuna le pietre litografiche di Monticelli Brusati e specialmente di Ome sfruttate queste con l'apertura delle cave della Lithos dal 1907. Marmo venato, assieme a pietra litografica, di Urago Mella e di Collebeato venne esposto all'Esposizione di Parigi del 1855. Migliore ancora era ritenuto quello di Brione. A Urago Mella si cavava anche dell'ottimo diaspro.