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MARCHENO (in dial. Marché)
Borgata che dalla conca industriale di Gardone immette nell'alta Valle Trompia. È situato sulle rive del Mella, con casolari sparsi sui pendii della Valle. Attraversato dalla Statale delle Tre Valli si dispone presso un'ansa del fiume. La comunità è amministrativamente composta di tre frazioni di cui la principale è Marcheno e le altre Brozzo (v.) e Cesovo (v.). Si trova a m. 382 s.l.m. a 22,4 km. da Brescia. Ha una superficie comunale di 22,72 kmq. Le frazioni, oltre alle accennate, sono: Marcheno sopra, Piazza, Aleno, Rovedolo, Croce, Madonnina, Parte, mentre ancora nel sec. XVII erano tre: Lé, Marché, Parte, cui si aggiunse la Galinazza oggi Piazza. A Marcheno esisteva una linea ideale che separava la media dalla alta Val Trompia tanto che proprio da Marcheno, ancora oltre la metà del sec. XIX, cambiava la misura del sacco di carbone, che in luogo di metri cubi 0.40 era di metri cubi 0.70; ed anche il taglio delle piante avveniva, invece che dai 10 ai 12 anni, dai 12 ai 14. Il nome secondo qualcuno deriverebbe dal latino "Marchesium" per palude, stagno. Secondo altri deriverebbe da un supposto nome personale da Marcus, Marco o da Marcallo o, ancora, come le "Le Marche". Nel 1493 era chiamato, infatti, Le Emarche (cod. 188 della Biblioteca del Seminario di Padova), nel 1532 Le Marche, nella carta Pallavicino è Marche. Abitanti 480 nel 1493, 700 nel 1573, 500 nel 1609, 410 nel 1658, 440 nel 1668, 440 nel 1703, 367 nel 1791, 620 nel 1805, 420 nel 1822, 480 nel 1844, 549 nel 1879, 588 nel 1884, 1889, 1891, 880 nel 1911, 2361 nel 1951, 2597 nel 1961 (pop. att. 995, agr. 88, ind. 650, costr. 65, commerc. 67, servizi 44), 2935 nel 1976, 3017 nel 1971, 3101 nel 1973, 3654 nel 1979 (53 nati, 24 morti). Tra le famiglie più in vista nei tempi trascorsi sono da elencare le famiglie Fausti (v.), Marinelli (v.), Morandi (v.), provenienti da Lodrino, Robbi (v.), Zubani (v.). Singolare l'origine attribuita da Marco Cominazzi al cognome Cottani, derivato dal fatto che un tal Foresti erborista e alchimista si era incaponito a far bollire ogni specie di erbe per trovare un elisir di lunga vita. Da quel continuo cuocere sarebbe venuto il nomignolo Cotta e poi il cognome Cottani.
Sotto il profilo naturalistico di un certo interesse sono le grotte di Corna Tiragna, che si aprono alla base della Corna stessa sul sentiero che va da Croce di Marone alla Cascina Malpensata. Si tratta di corti corridoi concrezionati che si diramano poi in cunicoli bassissimi e impraticabili. In località Lugini i naturalistici rinvennero, nel secolo scorso, fossili detti popolarmente "Terebatole" illustrati dall'ab. Antonio Stoppani. Bellissimi fossili vennero trovati recentemente in località Rocca. È considerata una delle più belle località della Valtrompia, ricca di poggi, di prati, di vigneti e boschi. Secondo l'ing. Dabbeni i poggi sono da pareggiarsi a giardini inglesi sapientemente disposti dalla mano dell'uomo. In effetti si trova in ridente posizione, con dolci pendii interrotti tratto tratto da larghi e numerosi ripiani, lungo i due versanti del Mella; di qua e di là si ergono le balze scoscese dei monti. Essi mostrano, in tutta la loro maestà, l'orrido dei precipizi, gli strapiombi paurosi: il monte Guglielmo da una parte, le tenebrose valli del Lembrio e del Vandeno dall'altra. Il pian di Caregno, sostenuto da imponenti muraglie di roccia, serba - a chi lo visita - impreviste, liete sorprese. A massi granitici che sembrano bizzarramente disposti da leggendari ciclopi, si succedono verdeggianti praterie intersecate da limpidi rigagnoli di acqua, piane stradicciole fiancheggiate da alte siepi invitanti al ristoro di quiete passeggiate. Un castelliere preistorico esistette in località Rocca, dove in seguito ad una frana nel 1973 vennero rinvenuti cocci e uno stampo intatto per la fusione di fibule (ora nella collezione Cotelli) risalenti all'età del bronzo, mentre nel 1975 sempre nella stessa località vennero rinvenuti numerosi frammenti, orli e fondi di vasi decorati, ciambelle, frammenti di lana di vetro, due anelli di bronzo, ossa (tra cui un dente di orso) ora nel museo di Capodiponte in Valcamonica. Gabriele Rosa nella sua operetta "Coltura alpina" scriveva nel 1876 (?) «Pretta costruzione originaria romana appare solo nei ruderi di una torre sopra Marche nel luogo detto i Pagà per rammentare qualche avanzo di culto gentile dopo il predominio del Cristianesimo». La "Guida Alpina di Brescia" del 1876 asserisce che tra Marcheno e Brozzo ad oriente del Mella, sopra un piccolo colle, esistevano ancora i ruderi di un fortilizio romano. Antica è la contrada di Lé (oggi Aleno) dove sembra sia esistito un antico castello e che poi sarebbe stata proprietà del monastero di Leno. Nell'"Estimo di tutte le Quadre e terre del territorio bresciano del 1385 nel Codice Malatestiano 67 di Fano (1418)" negli "Statuta Communis Brixiae (1429)" è denominata "Castellancia de Lé". Frammenti di ceramica medievale vennero ritrovati nel 1975 nell'orto della signora Innocenza Vivenzi di Prevesto. Aleno fu per secoli la sede della parrocchia del Comune, in seguito trasferita nella frazione sottostante di Marcheno. Del complesso antico di Lé o Aleno rimanevano alla metà del sec. XIX i ruderi della chiesa, la sagrestia e la canonica. Il Cominazzi sostiene che ai suoi tempi esisteva ancora l'antico piccolo convento abitato, all'epoca, dalla famiglia Guerini. Nel sec. XV il centro del Comune e della parrocchia venne spostato nella frazione più bassa di Marche sorta nella zona bonificata dove rimase poi per sempre. I consoli del Comune presero anzi l'abitudine di riunirsi a trattare gli affari del Comune dinnanzi alla porta della chiesa, disturbando, nei giorni festivi, le funzioni e provocando perciò un decreto proibitivo di S. Carlo. Omobono Piotti riferisce che a Marcheno il 24 Ottobre 1233 ebbe luogo un accanito combattimento tra Guelfi e Ghibellini, durato per quattro ore. Specie durante i sec. XVI-XVIII pesante fu il fenomeno del banditismo. Agli inizi del '600, i buli assalirono perfino in contrada Parte il parroco durante la processione del Corpus Domini. Il 23 ottobre 1715 alcuni banditi assassinarono con due archibugiate il parroco don Martino Soldi. Gravissime furono anche a Marcheno le carestie che si susseguirono specie nel sec. XVIII, e specie negli anni 1608, 1620, 1649, 1650, 1764, 1767 e quella del 1824, in seguito a siccità, tempeste ecc. Tra le inondazioni particolarmente devastanti quelle del 1527, 1738, 1757, 1676. Terribile quella del 14 agosto 1850 che distrusse, oltre tutto, il ponte di fronte alla chiesa parrocchiale. Esso venne poi ricostruito nel 1852 come ricorda una lapide. «COMUNITAS / ALLUVIONI XIV AVGUSTI MDCCCL / REPARANDAE AERE SUO CONSTRUXIT / ANNO NIDCCCLII / BRUSCA DIREXIT». A sovvenire alle necessità della popolazione così provata provvidero legati di pubblica beneficenza, fra cui un Monte del grano registrato nel 1573. Si arricchirono poi con la peste del 1630. Formatasi la Congregazione di Carità venne beneficata, nel 1786, dal cap. Giacomo Capelletti, nel 1793, dal parroco don Franzini, nel 1868 da P. Morandi, nel 1898 da Maria Gilli Morandi. Nell'aprile 1797 si accampavano presso Marcheno, in attesa di scontrarsi con le truppe giacobine gli insorti Triumplini, Valsabbini sostenuti da elementi sopraggiunti dal Tirolo. Il 27 aprile uno scontro, durato alcune ore, vide la vittoria dei primi sui secondi. L'atteggiamento contraddittorio tenuto da Giacomo Morandi portò al suo arresto e all'incendio prodotto dalle truppe francesi di palazzo Morandi. Rari gli episodi di rilievo durante il sec. XIX. La chiesa venne presa di mira da ladri, nella notte 3-4 novembre 1852 che la spogliarono di quasi tutti i mobili e suppellettili; e nella notte del 15-16 luglio 1862, dove pure vennero rubati preziosi paramenti. Gravi distruzioni portò l'alluvione del Mella nel 1831 che distrusse una grossa fucina. Una iscrizione posta nel 1838 sulla facciata della parrocchiale ricorda la selciatura della piazza antistante con queste parole: «A perpetua ricordanza / della faustissima incoronazione / della augusta Maestà Ferdinando I / il di 6 settembre 1838 / il comune di Marcheno selciò questa piazza». Gravi danni provocò l'alluvione del Mella del 1850 che travolse l'unico ponte sul fiume riedificato poi nell'agosto 1857. Nel 1888 venne sistemata e allargata la strada di provincia, con l'abbellimento della contrada Piazza. La sistemazione della strada venne ripresa negli anni 1903-1904-1905. I lavori costarono due vittime del lavoro. Il 10 aprile 1906 venne inaugurato il tram Gardone-Brozzo. Nello stesso 1906 venne attivata la conduttura di acqua potabile derivata dalla Calchera, sulla sinistra del Mella, con tubi in ferro della ditta Togni. Nel 1907 la fabbrica d'Armi di Gardone V.T. vi attivò una centralina elettrica. Attivo il movimento cattolico sociale fin dall'ultimo decennio del sec. XIX. Nel 1890 don Giovanni Bonsignori vi fondava una delle prime latterie sociali del Bresciano. Il 1905 vi veniva fondato il Ritrovo (cattolico) S. Giuseppe e l'8 novembre 1908 veniva inaugurata la Sezione Giovani della Federazione Giovanile Leone XIII che promuoveva subito la Società Filodrammatica «Alessandro Manzoni» e nel 1909 una Cassa operaia per il piccolo risparmio, e una Scuola serale. Qualche tempo prima era stato costruito il Teatrino parrocchiale ed era stato organizzato un Corpo bandistico. Nel settembre 1910 la Sezione Giovani inaugurava la propria bandiera. A questa sezione si accompagnavano una sezione del segretariato del popolo, un ufficio collocamento, una sezione economica. Il 6 luglio 1913 si tenne un riuscito convegno cattolico delle Associazioni dell'Alta Valtrompia, presente l'on. Giuliano Corniani. Contemporaneamente prendeva piede il socialismo che a Gardone V.T. aveva una delle sue roccheforti. Ma dopo aver istituito nel 1909 una Cooperativa, i socialisti non riuscirono a sfondare salvo rifarsi vivi nel 1914, con la fondazione di un ritrovo operaio e poi di una sezione del partito e nell'agosto 1914 per pronunciamento contro la guerra. Una certa affermazione i socialisti ebbero nelle elezioni provinciali di tale anno quando conquistarono 33 voti contro i 52 dei liberali e i 97 dei cattolici. Mesi dopo, nel 1923 nasceva il fascio di combattimento che riuscì ad imporsi tanto che nelle elezioni politiche del 1924 riuscirono eletti 146 fascisti-liberali, 64 popolari, 12 socialisti massimalisti, 7 comunisti, 4 socialisti riformisti. Tuttavia, soltanto nell'ottobre 1926, l'on. Carlo Bonardi era in grado di inaugurare il gagliardetto del fascio e la fiamma dei Balilla e assieme la cappella votiva al Cimitero a ricordo dei caduti in guerra. Un risveglio socialista si ebbe nel dopoguerra con la fondazione il 30 giugno 1919 di una cooperativa che però a mesi di distanza non era decollata e, in novembre, di una Lega proletaria tra ex combattenti e reduci. L'attività svolta dà i suoi frutti nell'ottobre 1920 con la conquista della minoranza nell'Amministrazione comunale, con 26 voti contro i 79 dei popolari. Ma già agli inizi del 1922 la sezione socialista si autoscioglieva mentre contemporaneamente si rafforzava ancora di più il movimento cattolico anche attraverso lo sviluppo della Gioventù di A.C. e la nascita di una attiva Sezione Reduci che nel giugno 1922 inaugurava, specie grazie a Granelli e Stefanetti, la bandiera. Intensa anche l'attività del movimento cattolico che nell'aprile 1919 registrava la fondazione (presidente Giacomo Fausti, vicepresidente Giovanni Contessi e segretario don Costanzo Daccaminata) di una delle prime sezioni in provincia di Brescia del P.P.I. Nel 1938 si formava il Gruppo dell'Associazione Nazionale Alpini.
Il 2 settembre 1944 a Cesovo vennero uccisi i partigiani Franco Moretti e Medico Longo, il 21 settembre 1944 a Marcheno viene di nuovo danneggiata la centrale elettrica. Nello stesso mese di settembre veniva ucciso da "Nicola", capo del gruppo dei "russi", Francesco Bertussi. Tredici lapidi murate su tredici case o cascine (ad Aleno, Calchere, Doss del mut, Roccolo dei tre piani, Dazze, Poffe, Peraluga, Sguazzo, Navezzole e Sondino), ricordano la partecipazione di Marcheno alla Resistenza. Essa ebbe i suoi capisaldi nelle case di Francesco Bertussi, Paolo Belleri, Giuseppe Sabatti, Antonio Magri, Giglio e Severo Ferraglio, comunisti; Giovanni Rizzinelli e Onorino Frialdi, cattolici; Egidio Bernasconi e Giuseppe Sala, socialisti che costituirono dopo l'8 settembre il Comitato di liberazione. Mentre il fascio repubblicano fascista, costituitosi il 13 ottobre 1943, non riesce che a raccogliere poche adesioni. La popolazione si dimostra totalmente o quasi schierata per la Resistenza. Capisaldi della resistenza furono: Aleno e specialmente casa di Francesco Bertussi che fu la base di rifornimenti ai gruppi partigiani operanti sui monti; la cascina "Calchere", punto di smistamento dei vari gruppi; la Cascina Doss del mutt, punto di riferimento dei giovani di Azione Cattolica, guidati dal curato don Severino Cardoni; il Roccolo dei tre piani che fu particolarmente punto di riferimento della 122 Brigata Garibaldina; la "Malga dei Zocc" che fu base di concentramento delle reclute delle classi 1923-24-25-26; la cascina "Serache" degli Zubani fu sede del comando del gruppo russo; le cascine Ronco, Dazze, Navezzone, Peralonga ecc. furono le basi della 122 Brigata Garibaldina. Gli episodi salienti della Resistenza locale furono: il 3 aprile 1944, in seguito all'uccisione a Marcheno di un milite fascista, la fucilazione a Tavernole dei fratelli Giuseppe, Virgilio e Oliviero Ferraglio; il 20 aprile 1944 in una località sopra Cesovo l'arresto del ten. Martini che era stato uno dei coordinatori dei gruppi del Guglielmo e la sua uccisione, come spia, due giorni dopo; il 15 luglio 1944 attacchi a Brozzo a militari tedeschi e a Marcheno agli impianti della centrale elettrica fornitrice di energia agli stabilimenti Beretta di Gardone. Il 2 febbraio 1945 in casa di Giacomo Bellini, questi con Giovanni Rizzinelli, Davide Rizzinelli, Guido Zubani e Ottorino Frialdi fondava il "Partito democratico cristiano" poi Democrazia Cristiana che designò poi Giovanni Rizzinelli come sindaco della Liberazione e che conservò sempre la maggioranza. Sostegno di questa attività fu ancora l'Azione Cattolica locale che nel gennaio 1947 inaugurava i vessilli della Gioventù Cattolica maschile e femminile. Nei primi anni di amministrazione comunale democratica veniva costruita la bella strada per Aleno e Cesovo e venivano avviate costruzioni INA-CASA, ampliate le fognature, il cimitero di Cesovo, il fabbricato scolastico di Marcheno e costruiti i ponti sui torrenti Lembrio e Vandeno. Nel 1973 veniva dato il via ai nuovi complessi scolastici e alla sistemazione della zona del santuario. Nel 1975 venivano inaugurati il ponte sul Revedolo (dedicato all'on. Angelo Gitti) e le scuole elementari della frazione di Cesovo dedicata al parroco don Butturini. Nel 1963 veniva fondata la Biblioteca civica, riattivata nel 1975 dotata nel 1989 di 3200 volumi e nel cui ambito nel 1978 venne fondata, sotto la regia di Claudio Fausti, la Compagnia Teatrale Marchenese. Nel 1987 venne affrettata la costruzione di un nuovo acquedotto detto del Lembrio. Il 14 giugno 1981 veniva inaugurato in via Madonnina il grandioso Centro Polivalente comprendente la scuola media, la palestra comunale, l'auditorium, la biblioteca civica, ecc., una costruzione di 15.800 metri cubi di volume su una superficie di 3740 metri quadrati con area coperta a due piani di metri quadrati 2200. Sono stati ricavati: 17 aule normali, 6 speciali, gli uffici di presidenza e segreteria, l'ambulatorio scolastico, la sala per gli insegnanti, l'archivio, la biblioteca, l'alloggio per il custode, la palestra dimensionata secondo i regolamenti del CONI e l'auditorium con una capienza di oltre 200 posti. Il tutto per una spesa di circa 2 miliardi. Il progetto fu dovuto all'arch. Cenna di Venezia e la realizzazione venne affidata alla società Valdadige di Verona. Intensa negli ultimi anni l'attività del gruppo ANA che nel 1966 costruiva la chiesetta di Caregno, cui aggiungeva nel 1981 il bivacco dedicato al primo presidente locale Lorenzo Sosta. Nel 1966 inaugurava la prima gara di marcia. Nel 1976 il gruppo costituiva il primo nucleo antincendi e partecipava alla ricostruzione dopo i terremoti del Friuli e dell'Irpinia. Nel 1979 dava il via alla grandiosa opera di piantumazione in Caregno e in Lividino, nel 1984 cooperava alla sistemazione del campanile. Nel 1985 adattava la nuova sede. Nel 1987 irrigava la santella della Madonna del Biancospino e restaurava quella di "Rata della Parte". Nel settore dello sport e del tempo libero nel 1968 i fratelli Edmondo e Giovanni Bertussi, Mario e Nando Zanoletti, Fausto Fausti, Angelo Nazzari, Giuseppe Zabetti, Bruno Doloni fondarono lo Sci-Club che divenne presto uno dei più prestigiosi della provincia. Tra i suoi meriti l'organizzazione del Trofeo Ardesi Sport, del Trofeo Roberto Piotti e di altre numerose iniziative. In attività dal 1980 l'Associazione Calcio Marcheno, il Tennis Club Marcheno (con più di 100 soci nel 1981), e alcuni gruppi escursionistici. Nasceva inoltre l'Associazione Pescatori. Nel 1988 è nato il F.C. Marcheno (squadra di calcio a 11 giocatori) mentre è sempre più rilevante l'attività del Softball Basket Club Marcheno che ha raggiunto in sede nazionale la serie B.
La PARROCCHIA e le CHIESE. Appartenente alla Pieve di Inzino la primitiva chiesa si trovava in quella di S. Pietro de Lé o di Marché, che ebbe sotto di sè le chiese di S. Michele di Brozzo e quella di S. Giacomo di Cesovo.
Marchesio diacono della chiesa "S. Petri de Marcheno" è nominato nel documento del 15 febbraio 1309 che registra la elezione dell'arciprete di Bovegno da parte del clero della Pieve e delle chiese annesse. S. Pietro "de Lé" è nominata nel catalogo capitolare del 1410. Abbisognando di restauri il campanile e il portico della chiesa, nacque agli inizi del XV una lunga lite tra Marcheno e Cesovo, rifiutandosi questa frazione di concorrere ai restauri, ai quali vennero poi obbligati per la quarta parte della spesa in data 12 aprile 1445. La chiesa fu sempre considerata come una delle più antiche chiese della Pieve di Inzino. Ad essa erano unite le chiese di S. Michele di Brozzo e di S. Giacomo di Cesovo, (come dimostra il citato arbitrato del 12 aprile in base al quale la frazione di Cesovo dovette pagare un quarto delle spese delle riparazioni della chiesa già parrocchiale). Dalla Pieve di Inzino la chiesa di Lé si rese indipendente probabilmente verso la fine del sec. XIV continuando ad avere obblighi per molto tempo. Nel 1532 la parrocchiale è già trasferita nella chiesa di S. Pietro de Marché o de le Marche, cioè nella frazione sottostante a Lé o Aleno. Della chiesa di Marche Luciano Anelli crede di identificare nell'attuale (e certo non in quella benedettina di Aleno) l'abside "rettangolare, profonda e molto larga in proporzione al corpo della chiesa". Della antica parrocchiale il Cominazzi, testimoniava l'esistenza, ancora nella seconda metà del sec. XIX, delle fondamenta di alcune parti di muro emergenti dal suolo, la sacristia e l'antica canonica. Dell'area interna del crollato tempio dava le misure di m. 14 di larghezza e di m. 17,68 di lunghezza. Forse in ragione del trasferimento della chiesa parrocchiale da Aleno a Marcheno il parroco tentò di rompere l'ultimo filo, che lo legava alla dipendenza diretta della Pieve, qual'era quello di andare col cero pasquale ad assistere alla benedizione del Fonte nel Sabato Santo, a ritirare l'acqua battesimale e gli olei sacri, cosicchè il Vicario Generale della diocesi Matteo Adiman in data 30 aprile 1529 richiamava al dovere il parroco di Marcheno, che nell'anno antecedente non s'era presentato alla solita cerimonia; obbedì al precetto, sicchè l'anno 1573, com'è dichiarato nel decreto di visita di mons. Pilati, la pratica continuava. Quando, scrive Omobono Piatti, la predetta pratica cadde in desuetudine ed il parroco di S. Pietro cominciò a benedire il Sacro Fonte nella propria parrocchia ed a ritirare soltanto gli olei sacri dalla Plebania, era stato imposto l'obbligo al parroco di Cesovo di venire ad assistere quello di Marcheno nella benedizione del Fonte, ma ad onta delle intimazioni e persino della sospensione (!) fattagli dal parroco di Marcheno, il primo rettore di Cesovo, D. Andrea Foccoli, se ne schermì adducendo la pratica de' suoi antecessori ed il dovere di provvedere il Fonte della propria parrocchia: la pratica però fu continuata dai suoi finché il parroco Ceresoli ebbe a dispensare il vecchio ed acciaccato D. Giovanni Bertuzzi, parroco di Cesovo. Verso la fine del sec. XVI venne eretta la nuova chiesa parrocchiale in frazione di Marcheno, già officiata nel 1573. Secondo Luciano Anelli lo schema (ad una sola navata) è bagnatoriano nel gioco delle lesene, nei semipluvi originati dal cornicione, nelle cappellette nettamente incassate degli altari laterali, mentre Valentino Volta in base a recenti studi ne attribuisce il progetto all'architetto comasco Antonio Spatti. La chiesa venne arricchita di sei altari di cui S. Carlo ricorda quello a S. Giovanni Battista. Nel 1601 venne arricchita di una nuova pala raffigurante la consegna delle chiavi a S. Pietro di A. Zugno. Costruita la nuova chiesa, il Comune, forse per migliorare le condizioni economiche, rinnovò i tentativi di liberarla dall'oneroso canone annuo corrisposto all'arciprete di Inzino ma ebbe risposte negative il 7 gennaio 1584 e 14 novembre 1590. Il parroco venne in effetti stipendiato per molto tempo dal comune fino a quando, dopo la peste del 1630, venne eretto il beneficio parrocchiale. Le spese di culto erano sostenute in gran parte dai Comuni e dalla Scuola del S.S. Corpo di Cristo. Fra il 1650-1700 la chiesa venne edificata con il prolungamento della navata e la costruzione del coro. Il 23 gennaio 1685 il vescovo Gradenigo concedeva al parroco don Andrea Corsini benemerito verso la rinnovata parrocchiale il titolo di arciprete. Il 25 agosto 1685 lo stesso mons. Gradenigo consacrava la chiesa come attesta la seguente iscrizione posta sulla porta maggiore: «ILL. ET R. D. D. BART. GRADENIC. / BRIXIAE EP. DUX, MARCH. COM. ETC. / ECCLESIAM HANC TITULO ARCHIPREBENDAE / DIE XXIII IANUARII MDCLXXXV DECORAVIT / EODEM ANNO DIE XXV AUGUSTI CONSECRAVIT / CUIUS ANNIVERSARIUM CELEBRARE STATUIT / DIE DOMINICO PRIMO POST FESTUM / S. BARNABAE APOSTOLI / SUPPLICITER INSTANTIBUS / COM. MARCHENI / ET R. D. ANDREA CORSINO ARCHIPRES.°».
Esternamente, la facciata è l'arricchimento e la dilatazione di quella di Magno, e ricorda, nel piano superiore, S. Carlo a Brescia. Al piano terreno, tre lesene di marmo bianco a destra e a sinistra della porta (sormontata da un timpano triangolare) sorreggono un cornicione, al di sopra del quale la facciata è divisa in tre riquadri leggermente incassati e occupati da due nicchie con statue e da una finestra rettangolare, incorniciate. Questa sezione superiore è raccordata a quella inferiore mediante due volute poco armoniose, ed è sormontata da un timpano triangolare con piccoli obelischi agli angoli. Nel 1658 la chiesa nuova aveva solo tre altari. Attribuita dal Sabatti ad Abramo Grisono, intorno al 1676 è la pala di S. Pietro Martire, del primo altare di sinistra, trafugata nel marzo 1988 e poi ritrovata e restaurata da Adriano Ansaldi. La tela, oltre al santo massacrato dagli eretici, riporta le figure del Redentore e dei S.S. Carlo B., Rocco e Nicola da Tolentino. Portata a Marcheno la vigilia della festa di S. Pietro apostolo fu dallo stesso pittore staccata dal telaio e trasportata nei boschi con "il pretesto di farli qualcosa". La pala è raccolta in una soasa di legno barocca e policroma. Sull'altare della Madonna stanno 15 misteri del Rosario dei primi anni del 700 restaurati da Adriano Ansaldi. Sull'altare maggiore sta una pala raffigurante Gesù che consegna le chiavi a S. Pietro e il martirio dei S.S. Pietro e Paolo, opera di Francesco Giugno del 1601. La pala è stata restaurata recentemente da Romeo Seccamani. Sempre sull'altare maggiore esistevano, nel 1582, tre statue di legno e dorate raffiguranti la Madonna, S. Rocco e S. Sebastiano. Di esse si è persa traccia, mentre esistono ora due statue raffiguranti i patroni S.S. Pietro e Paolo. Sul lato sinistro dell'arcone del presbiterio si trova una significativa piccola pala di pittore bresciano della prima metà del seicento, raffigurante la Madonna col Bambino e i S.S. Giovanni e Carlo Borromeo, copia della Madonna della Rotonda del Duomo di Brescia di Pietro Marone. L'ultimo altare in fondo alla chiesa è dedicato al Matrimonio mistico di Santa Caterina d'Alessandria e le sante Barbara, Lucia e Agata; è databile al primo decennio del '600 e reca la firma del pittore Pier Giacomo Barucco, nato a Rovato intorno al 1580. Il dipinto si segnala per l'accentuato, squillante cromatismo e per il robusto plasticismo delle figure, la cui tipologia si ricollega alla tradizione del grande Moretto, filtrata attraverso accenti manieristici derivati dal Marone, dal Veronese e da Palma il Giovane. La tela è raccolta in una bella soasa che Carlo Sabatti ha appurato essere stata eseguita nel 1724 dal conosciutissimo stuccatore Porta. È di Emilio Righetti la statua di S. Luigi. Nei primi anni del '900 veniva acquistato dai fratelli Beneducci di Coniolo un bell'apparato del S. Triduo. La chiesa è ricca di molte reliquie fra cui quelle della S. Croce e della Colonna della Flagellazione, donate il 30 giugno 1826 da don Pietro Bosio. Per l'occasione vennero celebrate feste solenni. Nel 1850 circa la chiesa possedeva una cinquantina di reliquie. Nel 1573 il campanile venne arricchito di due campane, cui ne venne aggiunta un'altra. Sulla fine del sec. XVII venne eretta la nuova bella torre in pietre di travertino riquadrate. Nel 1904 venne fuso dalla ditta Pruneri di Grosio (Valtellina) un nuovo concerto di cinque campane, con una spesa di L. 11.700, benedette il 24 maggio. La campana più grossa portava le immagini dei S.S. Faustino e Giovita, del S. Cuore di Maria e dei S.S. Pietro e Paolo con la scritta: "Tota pulcra es Maria et macula originalis non est in te" e ancora "Populi stipe et concordia opus perfectum 1904". Rimosso nel 1944 venne rifuso nel 1948 dalla ditta Ottolini di Seregno. Venne di nuovo sostituito nel 1986. L'organo attuale risale alla metà del sec. XIX, costruito dai Bolognini. Venne rimaneggiato poi agli inizi del '900.
In venerazione è il Santuario della S.S. Annunziata o della "Madonnina". La tradizione vuole che la prima cappella sia sorta sul luogo nel quale il 24 ottobre 1233 sarebbe avvenuto uno scontro fra guelfi e ghibellini e dove venne poi posto il lazzaretto in tempo di peste. A ricordo delle vittime di scontri guerreschi ed epidemie venne eretta nel sec. XV una cappella. Un atto sacrilego compiuto da alcuni buli contro il parroco che portava il S.S. Sacramento nella processione del Corpus Domini (accusati di aver arbitrariamente variato il percorso della processione stessa, in seguito al quale atto si erano susseguite alluvioni, incendi, malattie, contro la frazione di Parte) convinse i marchenesi, con a capo il parroco don G.M. Butturini, a costruire una nuova chiesa di fronte alla più antica cappella. Ancora in via di costruzione, il santuario venne benedetto l'11 giugno 1613, e venne completato solo più tardi. Arricchito di numerosi legati nel 1646 venne arricchito di un altare laterale (a cui più tardi se ne aggiunse un altro), e nel 1701 dell'elegante campanile , nel 1703 della sagrestia, nel 1718 del bellissimo pulpito opera dei Boscaì di Levrange, particolarmente elegante per le figure e l'ornamento. Nello stesso anno Benedetto e Antonio Porta abbellivano la chiesa con stucchi. Nel 1718 venne eretta la confraternita della S.S. Annunziata approvata da Clemente XI il 22 ottobre 1718. Nel 1760-1765 veniva ampliato il presbiterio affrescato da Pietro Scalvini, mentre Domenico Voltolini di Iseo e il figlio Pietro eseguivano i riquadri affrescati delle pareti e la cupola. Le feste cenenarie del 1913 offrirono l'occasione del restauro, da parte di Angelo Poisa dell'altare maggiore, dell'altare di S. Anna e della cappella primitiva. Decorazioni apportava nel 1922 Andrea Piardi di Pezzaze. Restauri vennero compiuti nel 1945, a ricordo dei caduti di guerra e in ringraziamento dei pericoli scampati. Nuovi restauri vennero compiuti nel 1963 e ancora nel 1984-1986. Nel santuario oltre alle opere già accennate sono rilevanti l'altare attribuito ai Boscaì con il legno dorato, probabilmente degli inizi del '700, proveniente da una chiesa della Valsabbia; l'organo, opera di Carlo Perolini di Villa d'Ogna, che nel 1790 ha rimpiazzato il preesistente e che è stato restaurato nel 1937. Notevole la pala dell'altare laterale raffigurante i S.S. Anna, Calogero, Antonio ab. e Nicola da T. in cui l'Anelli ha visto in un disegno manieristico, spunti romaniniani, immersi in una luminosità di tipo palmesco. Elegante il secentesco portale maggiore. Non mancano arredi pregevoli.
Dei numerosi ex voto ne sono rimasti soltanto tre. Nella cappelletta della Madonna della Fröscanegra, a Sud-Ovest della borgata, si venera una Pietà del sec. XVII, davanti alla quale si celebrava, il Venerdì di Passione, la festa dell'Addolorata e ora a fine maggio. Una piccola ed elegante santella è stata costruita dagli Alpini in Caregno nel 1987 al bivio che porta al "Fonte della Salute e alla Melaga". Un affresco della fine del sec. XV raffigurante la Madonna con il Bambino e i S.S. Lucia e Giovanni si vede dipinto su una casa di via Kennedy, 57. La vita parrocchiale andò animandosi di nuove iniziative con il parroco don Costanzo Daccaminata (1892-1942), come dimostrano le opere da lui compiute in campo sociale, la costruzione di un teatrino parrocchiale, ecc. Il 25 marzo 1922 veniva eretta la Congregazione del Terz'Ordine francescano che, riattivata poi nel 1945, raccolse subito ben 100 donne e 31 uomini. Il 1° luglio 1906 in ambienti del beneficio parrocchiale veniva aperto l'asilo, affidato alle Piccole Suore della Sacra Famiglia di Castelletto Veronese. In seguito nacque anche un oratorio mentre si andarono formando associazioni di apostolato. Una ripresa dell'Azione Cattolica si ebbe nel II Dopoguerra. Ai primi di gennaio del 1947 venivano inaugurate le bandiere delle Associazioni giovanile femminile e maschile. Una tappa fondamentale è data dal nuovo centro parrocchiale la cui costruzione è stata avviata nel giugno 1988.
Oltre alla chiesa e al santuario, notevole a Marcheno è la casa Robbi, sul capitello di due colonne della quale esistono gli stemmi dei Robbi (v.). Una bella casa appartenente alla famiglia Pirlo porta la data 1580. Altra bella abitazione quella che appartenne al dott. Enrico Molinari. Il palazzo Morandi, incendiato nell'aprile 1797 dalle truppe francesi, fu restaurato e abbellito agli inizi del sec. XIX.
ECONOMIA. L'economia di Marcheno, dapprima agricola, divenne dal sec. XX mista. Il terreno offriva fieno, grano, cereali in genere, castagne, legna, e fino alla metà del sec. XVIII abbondante uva. Ogni anno veniva mandato un omaggio di vernaccia al Doge. Fino al 1852 per parecchi giorni in ottobre sostavano sulla piazza di Marcheno 25-30 carri di compratori mantovani. Dal 1852 al 1855 le viti andarono distrutte quasi del tutto. Solo nel 1892 si riprese a piantare viti di clinto ed americane, e più tardi ibridi che nel 1908-1909 diedero oltre 1000 ettolitri di vino. Al progresso agricolo contribuì dal 1891 una Latteria Sociale e nel 1898 l'Unione agraria di ispirazione cattolica a cui si affiancò un consorzio agrario cooperativo nei primi anni del sec. XX. L'agricoltura è espressa ancora oggi in piccole aziende agricole a conduzione familiare che si dedicano prevalentemente all'allevamento di bestiame (ovini, caprini) e alla produzione di formaggi e formaggelle. Complementare all'agricoltura la caccia che registra ancora dal 1977 l'organizzazione della prima fiera, la quale per alcuni anni ebbe notevole successo. Ma a Marcheno all'agricoltura si accompagnò presto la lavorazione del ferro. Marcheno fu con Lavenone, Lumezzane uno dei principali centri della produzione del celebre acciarino bresciano iniziata fin dal sec. XIV e che si sviluppò moltissimo dal 1517 con l'invenzione dell'acciarino a molle con piastra a rotella che sostituì lo schioppo a miccia. Gli acciarini venivano spediti a Venezia, in Piemonte, a Napoli, in Turchia, in Spagna in Marocco. Vi si lavoravano inoltre broccami minuti e chiodi di ogni genere. Dalla lavorazione iniziale di un tipo di acciarino o azzalino detta "alla morlacca" si passò poi a tipi di azzalini più perfezionati di tutte le varietà. A Marcheno (come a Sarezzo) tra gli azzalini o i fornimenti in genere di archibugi e schioppi si lavorava soprattutto ad apparecchi di accensione a S e perciò detti a serpe o serpentino, che nel 1470 incominciarono ad essere fabbricati come apparecchi staccati e applicabili a qualunque arma e che rimasero in uso fino al 1700 inoltrato in armi da guerra e da caccia. I maestri da "serpe" di Marcheno furono anzi tanto numerosi da costituire un loro paratico. A tali lavorazioni si dedicavano intere famiglie di ferradori. Una grossa fucina e tre "fusinetti" sono ricordati nella relazione del viaggio in Valtrompia effettuato nel giugno 1586 da Onorio Scotto, governatore di Brescia e dal capitano Gabriele Cornaro. La lavorazione del ferro andò declinando agli inizi del sec. XVII, quando nel giro di un secolo emigrarono ben 261 famiglie. Nel 1609 veniva prodotta solo chioderia in piccole fucine. Alluvioni, restrizioni di politica governativa ecc. smantellarono quasi del tutto l'attività industriale. Continuò a funzionare la fabbrica di acciarini, per seguire la quale il governo del regno italico inviò un sorvegliante. Il I giugno 1661 gli artigiani di Marcheno siglavano un contratto con Giovanni Antonio Rampinelli di apertura di un fondale in Gardone V.T. per la vendita di parti di moschetto, moschettoni, archibuso o schioppo "con manilla". Nel 1706 sempre a Marcheno lavoravano una settantina di specialisti, immatricolati in un'arte che disciplinava in forma cooperativa tutta l'attività, dalla distribuzione delle commesse alle varie botteghe fino alla vendita del prodotto, della quale si cedeva di solito l'esclusiva ad un mercante di Brescia. Con le riforme del 1717 questi fabbricanti di azzalini, che si erano trasferiti numerosi in città, vennero assorbiti dalla corporazione degli archibusari bresciani. A Marcheno sopravvisse una chioderia, che troviamo in funzione nel 1766-70; nel 1780-84 se ne aggiunse una seconda, ma col 1785 scompaiono tutte e due. Più tardi oltre agli acciarini si producevano baionette. Nel 1801 il Franzini rilevava che Marcheno aveva già sacrificato alla violenza del Mella le proprie tre fucine di acciarini che nell'inchiesta napoleonica del 1807 erano diventate dieci con 24 cottimisti. Una fabbrica diventata importante venne chiusa nel 1843, mentre la produzione di acciarini si ridusse al solo esercizio di pochi artigiani ridotti nel 1911 a dieci-undici mentre molti artigiani emigrarono per le fabbriche di Gardone. Altri si dedicavano a pulire i lavori di ferro, d'acciaio e d'ottone portati dalle altre fucine della valle. Nel 1853 funzionavano tre "fusinetti" e una fucina "grossa". Agli inizi del '900 Giovanni Secondo Fracassi di Collio con due bovegnesi, Gatta e Giacomelli, apriva in Marcheno una segheria che ebbe ampio sviluppo. Dotata di propria centralina elettrica andò occupando numerosi operai.
Vertiginoso o quasi si può definire lo sviluppo industriale nel II Dopoguerra. Da poche officine esistenti nel 1945, nel 1971 erano già salite a sessanta, a 174 nel 1983 mentre nel commercio e in altre attività se ne contano 131. L'espansione del settore artigianale e industriale ha trovato una sua collocazione nell'apposita area predisposta in frazione Rovedolo. Fra le industrie veniva aperta l'industria di plastica Ferdinando Bosio che nel 1975 occupava 35 operai. Rilievo ebbe presto la Valtrompia Marc per la produzione di griglie per frigoriferi che occupò subito una cinquantina di lavoratori ma che, nel giro di pochi mesi, nel 1976 era in crisi. Ancor più rapido lo sviluppo di analoghe ditte di grigliati come la IAB Marcheno di L. Zoli e la I.G.B. Questa, che occupò presto una cinquantina di operai, divenne nel 1981 una cooperativa. Nel 1986 gli addetti all'artigianato erano 1200. Al 31 dicembre 1986 l'industria marchenese sempre gravitante su Gardone contava 1178 addetti sparsi in 249 unità produttive con particolare concentrazione nei settori di produzione di grigliame vario (114 addetti in 7 imprese), fonderie e stampaggi (235 addetti in 10 imprese), minuterie metalliche (151 addetti in 43 imprese), armi (249 addetti in 31 imprese), legno (73 addetti in 15 imprese). Fin dagli Anni Novanta del sec. XIX Marcheno vide la presenza d'estate di "una piccola ma eletta colonia cremonese" di avvocati, ingegneri e professori. Di essa fece parte nell'agosto anche l'avv. Leonida Bissolati, futuro leader del socialismo democratico italiano. Alloggi disponibili ve ne sono ammobiliati e no tanto negli alberghi come nelle case private. La proverbiale cortesia ospitale della popolazione e le attrattive del luogo lo rendono frequentato dai forestieri che vi estivano così da formare una vera colonia. Merito di Secondo Fracassi fu l'apertura dell'Albergo Marcheno, condotto per decenni dalla famiglia Bosio. Altri alberghi si aggiunsero poi discretamente attrezzati e frequentati mentre non mancano le testimonianze circa la cortesia degli abitanti.
PARROCI: Marco Robbi di Brozzo (1559 - maggio 1578); Paolo Bignotti di Brescia (23 maggio 1578 - ottobre 1607); Alessandro Baldini di Gavardo (23 ottobre - novembre 1607); Giovanni Maria Bottorini di Goglione (19 dicembre 1608 - 1624); Raffaele Saleri di Lumezzane (17 agosto 1624 - settembre 1630); Lorenzo Nobili (5 gennaio 1631 - maggio 1635); Ventura Buzia di Bovegno (16 agosto 1635 - 1647); Faustino Fantoni (1647 - luglio 1657); Andrea Corsini di Padenghe (31 luglio 1658 - giugno 1690); Martino Soldi di Brescia (17 giugno 1690 - 23 ottobre 1715); Pietro Ceresoli di Marcheno (23 giugno 1716 - 19 giugno 1743); Bartolomeo Freddi di Savallo (24 ottobre 1743 - 18 novembre 1777); Graziadio Franzini (24 dicembre 1777 - 10 ottobre 1793); G.B. Trerinelli di Irma (24 novembre 1793 - 15 ottobre 1796); G.B. Nelli di Savallo (31 dicembre 1796 - 1 giugno 1803); Maffeo Lazzari di Collio (28 novembre 1803 - 27 maggio 1833); Vincenzo Zambonetti di Marcheno (7 agosto 1834 - 8 novembre 1842); Angelo Bianchetti di Villa Cogozzo (27 gennaio 1844 - 13 aprile 1858); Primo Zanetti di Brescia (21 settembre 1858 - 22 ottobre 1863); Martino Rebuffoni di Cerveno (6 giugno 1864 - 3 luglio 1891); Costanzo Daccaminata di Bovezzo (7 maggio 1892 - 1942); Severino Cardoni (1942-1952); Ernesto Moscardi (1953-1984); Luigi Bellini (8 dicembre 1984).
SINDACI: Giovanni Rizzinelli (Sindaco della Liberazione); Giulio Zanoletti (1947-1951); Davide Rizzinelli (1951-1956); Vittorio Contessa (1956-1965); Giovanni Fausti (1965-1975); Virginio Baresi (1975-1979); Franco Dusina (1979-1986); Roberto Gitti (dal 1986).