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LOSINE (in dial. Lósen o Lüden)
Borgata a NE di Breno, presso la sinistra dell'Oglio, a m. 370 s.l.m. a 72 km da Brescia e a 4 Km da Breno. Si trova nel conoide di deviazione del torrente che scende dalla Concarena. Secondo il toponimo per qualcuno deriverebbe dal nome etrusco Lüsina; secondo altri da lause = lastra. Altri (lo Gnaga) dubita che derivi da "lozen", nome trentino del "veratro", pianta caratteristica dei prati montani. Altri ancora si sono riferiti ad un misterioso vocabolo preromano, ligure o ibero-ligure o dal retico os-en, ls-en. P. Guerrini più sbrigativamente lo fa derivare dall'esistenza di un noceto (come Agnosine, Odeno) cioè dal dial. "nus" = noce.
Qualcuno vuole l'abitato già esistente nella preistoria, sorto su un'antichissima via, la Valeriana che partendo da Cividate toccava Malegno e superata la Val dell'Opolo, sboccava nell'antico abitato detto Cadì (casino). Ritrovamenti di materiale litico, da parte del dott. Giancarlo Cadeo, per altro contestati, farebbero risalire la presenza dell' "homo erectus" a circa 400 mila anni fa. Certamente Losine registrò insediamenti romani come indicano una lapide dedicata da un Lucio Decio Terzo alla Vittoria ("Victoriae / L. Decius / Tertius") e che si trova nel museo romano di Brescia ed un grosso cippo (alto m 1,19), murato all'esterno della casa parrocchiale, dedicato dall'edile Lucio Decio Quirino a sè e ai suoi parenti. Le due lapidi indicherebbero che Losine fu probabilmente un punto di riferimento civile e militare, sia pure di secondo ordine, rispetto a Cividate, Cemmo ecc. Seguì poi il destino della Valcamonica, fu proprietà longobarda e franca e infine del monastero francese di Tours. Da dominio diventò feudo vescovile per passare poi ai Martinengo e quindi ai Griffi, ritenuti da qualcuno un ramo dei Martinengo e da altri, come il Sina, degli Avvocati del monastero di Tours. Il feudo di Losine rimase legato a Brescia e i Griffi resistettero alla lega stretta nel sec. XI da fuorusciti della città e di altri luoghi, unita a Montecchio, trascinando la Valcamonica all'unione con Brescia sancita da Enrico III il 27 luglio 1192. Da Losine i Griffi allargarono poi il loro potere su parecchie altre località camune. Il Melotti pensa che sia losinese anche il vescovo Giovanni da Fiumicello, eletto nel 1173, come del resto Milone Griffi, console di Brescia nel 1170, seguito da altri consoli di Valcamonica tanto da far pensare che i Griffi fossero arbitri della politica camuna del tempo. Ciò è confermato, tra l'altro, dal fatto che in Losine venne firmata, nel 1182, la pace fra il nobile Guiscardo di Breno e i figli di Biscardo nobile di Losine in lotta con Guiscardo per aver egli ucciso il loro padre. Nelle lotte fra Guelfi e Ghibellini i Griffi si schierarono con i primi, dominando almeno in Valcamonica tale fazione, anche contro lo stesso vescovo Berardo Maggi. Grazie a tale posizione nel 1336 Giovanni Griffi ottenne anche il feudo di Vione. I Griffi costituirono in Losine, su un poggio sovrastante l'attuale chiesetta di S. Maria Assunta un forte castello, di cui non resta che il ricordo ma che ebbe un ruolo importante. È anzi probabile che la chiesetta di S. Maria, la cui abside è del sec. XI, fosse inclusa nelle sue mura. Inoltre ebbero anche abitazioni in contrada Cadì. Nelle lotte contro i Visconti e i Ghibellini, da loro favoriti, i Griffi costruirono, con l'aiuto di Baroncino di Lozio, un fortilizio, in località "Mut de Servè" ancor oggi detta "Castel". All'intimazione del rappresentante visconteo Giovanni di Castiglione di distruggere il forte, i Griffi si rivoltarono e con i Nobili di Lozio e i Ronchi di Breno, attaccarono a fondo, alleandosi con i Valsabbini e Valtrumplini, i ghibellini e i viscontei. Già esultanti per la vittoria, vennero poi sopraffatti dai Federici, fedeli ai Visconti, che seminarono distruzione a Lozio, Niardo, Breno e a Losine, il cui castello venne probabilmente distrutto mentre il feudo passò ai Federici. Con il sopravvento della Repubblica Veneta, il feudo di Losine venne nel 1498 riconsegnato con ducale del 9 maggio ai Griffi, nella persona di Giovanni fu Graziolo che venne anche ripagato dei danni subiti con una casa in Breno e con parecchi beni posseduti in Losine dal ghibellino Antonio Federici di Edolo. Premi andarono in seguito anche ad altri consanguinei di Giovanni Griffi. I Griffi rimasero fedeli a Venezia anche nelle nuove guerre coi Visconti nel 1446 ed ebbero in premio l'esenzione, assieme al comune di Losine, da tasse e imposte. Nel frattempo si era andato organizzando il Comune, nato da un'antica vicinia, che, via via attraverso livelli e affitti, accomunò pascoli e boschi, così che, specie dal sec. XVI, i Griffi perdettero il loro ruolo egemonico, suddividendosi in vari rami fra cui quello dei Zanettini e forse quelli dei Melotti e Chiappini, mentre gli antichi Nobili si dedicavano a varie professioni come notaio e daziere, esercitando il commercio, l'agricoltura ecc. e trasferendosi altrove. Proprietà ebbero i Cuzzetti dalle Tezze, gli Ottini, i Rusconi, i Gheza di Breno. Nel 1698 p. Gregorio scriveva di Losine come di "terra decorata di alcune torri e d'un castello su eminenza dov'è situata la chiesa della Madonna, del quale ritiene il nome la contrada superiore, che in alto s'estende, et essendo stata signoria della famiglia Griffi, vi si veggono ancora di queste e d'altre famiglie soggiornanti in Breno cospicue case dominicali, che per la vicinanza e per la comodità delle caccie e delle pescagioni dell'Oglio servono sovente di diporto, non solo a patroni ma anco al Reggimento della Valle".
Ben 12 losinesi si arruolarono nel 1848 fra i Volontari Crociati che nell'aprile salirono al Tonale per invadere il Tirolo austriaco. Il paese fu più volte danneggiato da inondazioni e disastri. Nel 1850 un incendio bruciò otto case in località Castello. Verso il 1870 l'antico ponte di legno sull'Oglio venne sostituito con uno di pietra. Nel 1904 vi ebbe fama una "casa degli spiriti". In base ad un progetto presentato il 21 aprile 1881 dall'ing. G.B. Agosti e ad aiuti della Provincia, Losine, dal 1886 al 1908, usciva dall'isolamento, con la strada nazionale del Tonale, che tocca il paese. Con decreto del 17 nov. 1927 Losine veniva aggregato con Braone e Niardo al Comune di Breno, dal quale si staccò poi nel 1949 riacquistando la sua piena autonomia. Il Comune si è dotato di un Piano regolatore nel 1984.
ECCLESIASTICAMENTE Losine appartenne alla pieve di Cividate. La sua chiesa, dedicata a S. Maurizio, nome che ricorda la presenza in Valle del monastero di Tours, è nominata in un documento del 1182. Ma secondo il Melotti doveva essere stata costruita in periodo carolingio. Divenne parrocchia autonoma probabilmente nel sec. XIV. Nel 1346 infatti risulta che a Losine risiedeva un sacerdote di nome Aliprando beneficiario della Chiesa di S. Maurizio di Losine. Nel 1420, essendo il beneficio insufficiente venne unita a quella di Braone per poi separarsene di nuovo. La chiesa di S. Maurizio doveva essere molto piccola, copriva in lunghezza quello che è in larghezza l'attuale chiesa, come scrive il Melotti, con il presbiterio nell'altare di S. Luigi e la platea terminava nel vecchio altare della Madonna, perfettamente orientata, EO, com'era allora d'uso. Più tardi si atterrarono i muri laterali e si aggiunse a N il presbiterio dell'attuale chiesa vecchia e a S la platea, riducendo i resti della chiesa primitiva a due altari laterali. Ne risultò un vano eccessivamente largo rispetto alla lunghezza, poichè tale chiesa, ampliata nel sec. XV, arrivava solo al limite del campanile, ove attualmente sorge una grande frammezza di cotti. Dove c'è ora il luogo adibito a deposito del fieno della chiesa vi fu, fino al sec. XVII, il cimitero che si estendeva anche all'area della chiesa nuova. In mezzo al Cimitero sorgeva una cappella dedicata a S. Rocco. P. Gregorio di Valcamonica, nel 1698, scriveva che la chiesa di S. Maurizio "tiene avanti un maestoso portico con colonne di marmo, e si va rimodernando con lustro e si ha pure quadri di stima e di marmoree tombe con le ceneri di persone di conto, a' quali senza eccettione si prega a tutti eterna requie". L'edificio venne allungato verso S, raddoppiando la navata, con diseguale architettura, tanto da far pensare al Melotti che, l'aver costruita l'ultima parte della Chiesa con architettura e altezza diversa dalla parte precedente, l'intenzione dei costruttori fosse di abbattere poi anche l'altra parte a settentrione e ottenere una nuova chiesa. La chiesa venne poi via via abbellita. È dell'1 settembre 1748 il contratto con la scuola dei Fantoni di una statua della Madonna del Rosario. Divenuta troppo angusta nel 1855 il parroco don Alberto Martinazzoli lanciava l'idea di costruire un nuovo edificio, da dedicare al S. Cuore di Gesù. Nel frattempo due anni dopo acquistava dalla ditta Pruneri un buon concerto di campane per una spesa di lit. 4.657.
Le difficoltà di una costruzione nuova convincevano don Martinazzoli ad ampliare nel 1863 la chiesa vecchia. Ma presto si ripropose il problema di una chiesa nuova che venne assunto in pieno da don Giovanni Donina divenuto parroco nel 1886. Lasciti di don Angelo Zanetta, arciprete di Angolo (morto nel 1880), di don Giovanni Maria Campi (1881), di Francesco Patorini e di altri, sottoscrizioni e offerte, consigliarono nel settembre 1885 a dare il via all'impresa. Il progetto venne affidato a Fortunato Canevali e vennero intensificate le collette di denaro e le raccolte di uva e di bozzoli; nel 1885, si acquistò, con permuta, un brolo poco distante la vecchia chiesa, si incominciò a raccogliere il materiale necessario e con giornate di lavoro gratuito o a poco prezzo, ai primi del 1886, venne dato il via agli scavi delle fondamenta. Il 24 luglio 1886 il vescovo mons. Corna Pellegrini benediva la prima pietra e il 2 agosto si incominciarono a gettare i muri delle fondamenta. Enormi furono i sacrifici compiuti, frustrati a volte dall'inclemenza delle stagioni, da calamità, da quasi improvvise emigrazioni in Europa (1891) nelle Americhe (1892). Il 18 luglio 1893 poi la maggior parte del muro laterale di fianco alla vecchia chiesa rovinò. Ma la ferma fiducia nella Provvidenza da parte del parroco don Donina, la tenacia e la generosità della popolazione riuscì, nel 1904, a terminare l'opera, e il 20 settembre, il vescovo mons. Corna Pellegrini, benediva la nuova chiesa. Per l'occasione i sacerdoti originari di Losine regalarono il nuovo altare. La chiesa venne poi consacrata dal vescovo mons. Gaggia nell'aprile del 1915. L'opera di completamento ed abbellimento veniva ripresa dopo la parentesi della I guerra mondiale dal parroco don Bortolo Piccinoli. La decorazione venne affidata negli anni 1922-1923 al pittore Giuseppe Cominelli di Verolavecchia, e riuscì efficace per tonalità e ispirazione. Meno riusciti invece i quattro medaglioni. Nel 1937 la ditta Andrea Comana di Bergamo eseguì l'altare della Madonna e vennero sistemate le balaustre della precedente chiesa parrocchiale. La stessa ditta Comana realizzò nel 1941 l'altare di S. Giuseppe. Nel 1951 la ditta Bornetti di Precasaglio eseguì il coro in legno di noce. L'organo è dei Bossi di Bergamo. Il pulpito venne trasferito dalla chiesa di S. Maurizio. Recentemente è stato eretto il nuovo altare "liturgico" mentre dalle vecchie balaustre venne ricavato l'ambone, sistemato il battistero, installati i nuovi confessionali ed altri lavori di abbellimento. Costruita la nuova parrocchia la vecchia chiesa di S. Maurizio conservò per qualche decennio un bell'altare maggiore con un'ancona adorna di statue ed ornamentazioni della fine del sec. XVII ed un palliotto con numerose figure a tutto rilievo nelle tre specchiature. La vendita nel 1955 di queste opere d'arte, con le debite autorizzazioni, suscitò un vero "caso di Losine" con vivaci polemiche sui giornali anche nazionali. L'abbandono e la mancanza di mezzi per restaurarlo portò il fabbricato allo sfacelo. Nella notte dal 13 al 14 nov. 1982 parte della chiesa crollò minacciandone l'intera stabilità. Una chiesetta esistette in località Fezze, eretta dalla famiglia Cuzzetti di Breno. A Losine esistette, nel cimitero, davanti alla facciata della chiesa parrocchiale (sorta sulla fine del sec. XV o agli inizi del sec. XVI), una chiesetta dedicata a S. Rocco, conglobata nella chiesa parrocchiale stessa, per ordine di S. Carlo che ne ordinò il prolungamento. Antichissimo è il santuario della Madonna del castello di Losine, tipico esempio di chiesa castrense, in cui la Vergine venne invocata fin dai tempi più antichi nei momenti più difficili per le popolazioni del luogo. Sorta nell'ambito del castello la chiesetta risale alla prima metà del secolo XII e il Panazza rileva «che pur nella grande povertà (essa) rivela l'abilità dei costruttori nell'adattare la pianta al luogo in cui la chiesa doveva sorgere». Giovanni Melotti sostiene che «La chiesa in parola aveva la lunghezza di platea pari alla larghezza della chiesa attuale, ad una sola navata, perfettamente orientata EO, con entrata laterale, poichè la facciata sorse a picco sopra un forte scoscendimento del terreno. Tuttavia si segnò ugualmente la facciata aprendo nella rozza muratura a conci malamente squadrati, una piccola monofora con doppia strombatura liscia e sormontata da una croce greca. Nella parte opposta fino ad oggi è rimasta intatta e ben conservata la piccola abside coi caratteristici elementi romanici del secolo XII che avvicinano questo piccolo santuario a s. Siro di Cemmo, a s. Salvatore di Capodiponte e alla SS. Trinità di Esine. L'abside esternamente è suddivisa in tre riquadri da lesene che poggiano su di uno zoccolo e sostengono archetti a pieno centro con grossi peducci a gola. In ogni scomparto una monofora bassa con forte strombatura liscia e doppia. La muratura è a conci molto larghi, abbastanza bene squadrati e a corsi orizzontali. Internamente all'abside i lavori di restauro e di ricerca, voluti dal parroco don Bortolo Piccinoli, hanno messo in vista un meraviglioso affresco del secolo XIV che occupa la volta dell'abside: Cristo seduto, attorniato dai quattro evangelisti, è in atto di affermare il suo potere, mentre con la mano sinistra sostiene un volume con la scritta «ego sum via, veritas et vita». La severa espressione ammonitrice del volto par che dica: «Senza di me nulla potete fare; inutile agitarsi». Sopra la porta N dell'abside si alza il piccolo campanile a vela romanico, con muratura a conci squadrati e orizzontali, che ora sostiene una squillante campana del 1612 con la scritta: «Deus homo factus est. Christus venit in pace»; il che, unito all'affresco nell'interno dell'abside, fa pensare che per parecchi secoli la chiesetta in parola fosse dedicata al Salvatore, come quella del monastero di Capodiponte. Nel XVI secolo si atterrarono i muri laterali della primitiva chiesa e si aggiunsero a destra e a sinistra altre due parti, per cui la chiesa risultò a tre campate divise da archi traversi, sostenuti da lesene molto semplici, ottenute al centro dell'antico muro e sorreggenti le tre volte a crociera cinquecentesche, che sostituirono il primitivo tetto in vista. Fu allora che l'altare fu posto a S facendo assumere alla chiesa la direzione attuale, S-N; tanto vero che la sagrestia, allora costruita fu addossata al fianco O della campata S. Da piccolo, il Melotti, ricorda d'aver notato anche il segno di una apertura nel muro che quivi dava accesso, mentre è evidente che l'attuale passaggio dal coro alla sagrestia è un'opera posteriore ed adattata. L'ampliamento della chiesa operato nel cinquecento fu dovuto a Paolo Agostino Griffi come ringraziamento alla Madonna per aver avuto salve le sue proprietà da un terribile incendio scoppiato nelle vicinanze. Un affresco scoperto durante i restauri avvenuti negli anni Quaranta, raffigurante l'incendio e la B.Vergine, librata in aria, porta infatti la scritta «questa opera facta per satisfare un voto di Paolo Agostino Griffi». Nuovi ampliamenti sul lato vennero operati nel sec. XVIII, quando fu aggiunto anche l'attuale presbiterio rettangolare. Il Canevali ricordava anche l'esistenza nella chiesa di una lunga e grossa trave appesa alla parete di destra con un occhiello in ferro, gelosamente custodita quale unico ricordo dell'antico castello. Un legato faceva obbligo di celebrare ogni mese la messa, nella chiesa, mentre la sagra locale rimase per secoli il 15 agosto. La canonica venne rifatta negli anni 1925-1930. La vita parrocchiale fu sempre viva. Fin dal sec. XVI esistevano due confraternite o "Scuole" quella del S.S. Sacramento e quella della Concezione. Ad esse nel 1556 si aggiunse quella del S. Rosario. Esisteva inoltre un consorzio di carità cui si aggiunse nel 1637 il Monte di pietà. Soppressi dalla Rivoluzione Giacobina, i beni immobili vennero ricomprati dagli abitanti all'asta pubblica e devoluti al beneficio parrocchiale. Attraverso il lascito di una piccola casa e di una somma sufficiente da parte dell'avv. Paolo Prudenzini nel 1912 venne realizzato il fabbricato delle scuole. Il benefattore fu ricordato con una lapide e con la seguente iscrizione: «Losine / riconoscente e memore / vuole / in questa casa della scuola / faro di civiltà / la venerabile effige / del benefattore / Paolo Prudenzini / perchè / il ricordo della sua liberalità / sia perenne incitamento / ai generosi sensi». Data l'ampiezza del fabbricato il parroco don Donina vi sistemò anche l'asilo infantile e, sistemata la casetta del Prudenzini, vi installò nel 1913 le Suore di S. Dorotea di Cemmo addette all'asilo stesso. L'economia di Losine si basò sempre sull'agricoltura e specialmente su boschi (con buoni querceti), pascoli e sulla pastorizia i cereali e la vite. Si sviluppò soprattutto l'allevamento del bestiame. Da 200 nel 1870 i bovini nel 1953 erano 509. Sviluppata un tempo la coltura di grano e granoturco. Il terreno arenoso ha dato una buona produzione di vino considerato nell'800 uno dei migliori della Valle. Ottima la frutta, discretamente sviluppato l'allevamento delle api. In auge fino a pochi decenni fa l'allevamento del baco da seta che alimentò anche una filanda. Esistettero tre fornaci di calce ed una di mattoni, una segheria. Particolarmente sviluppata, fin dalla metà dell'800 l'emigrazione specie nelle Americhe, in Grecia, Spagna, Francia, Svizzera e Germania e ora quella pendolare a Breno e a Piancogno. Recentemente si sono sviluppate alcune aziende edili. Nel 1905 una Società elettrica incominciò ad utilizzare l'acqua del torrente Palobbia.
Parroci: prete Aliprando (ricordato in un documento del 26 aprile 1346), Maffero Regazzi (1534); Gaspare qd. Magistri Boni da Scalve (24 nov. 1536 - 16 marzo 1583); Gabriele Gagliardis (marzo 1587 - 27 luglio 1616); Pietro de Risiy (Rizzi) di Cividate (3 settembre 1624 - 1658); Giovanni Batt. Tonsi di Saviore (26 ottobre 1658 - rin. 1666); Carlo Clementi di Losine (27 dic. 1667 - 18 febbr. 1690); Tomaso Boni di Stadolina (17 maggio 1650 - 1709); Omobono Tantera di Temù (18 apr. 1709 - 6 gennaio 1734); Stefano Agostino di Grignaghe (4 giugno 1734 - 15 aprile 1759); Giov. Maria Lollio di Volpino (27 ago. 1759 - rin. 1 ago. 1787); Domenico Comincioli di Cevo (27 nov. 1787 - rin. 1793); Domenico Paini di Valle di Saviore (3 marzo 1794 - 17 luglio 1814); G.B. Bulferi di Ponte di Legno (22 sett. 1814 - 19 giugno 1855); Alberto Martinazzoli di Paspardo (5 sett. 1855 - rinn. 1880); Giov. Maria Donina di Ceto (9 apr. 1880 - 9 gennaio 1917); Carlo Erlocchi di Bienno, econ. spir.,(1917-1918); Bortolo Piccinoli di Cimbergo (24 sett. 1919 - 1 marzo 1953); Severo Morandi di Malonno (1953-1980), Pierino Menolfi (1981...).