MOCENIGO Giovanni Alvise: differenze tra le versioni

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'''MOCENIGO Giovanni Alvise'''
 
'''MOCENIGO Giovanni Alvise'''
  
Nobiluomo veneziano nato nel 1742. Di Giovanni Alvise e di Bianca Morosini. Fin da giovane coltivò una particolare passione per la politica e l'economia. Nel 1774 pubblicò un "Saggio critico e morale sulla natura e sugli uomini nella società". Nel 1781 venne nominato rettore di Vicenza; nel 1784 pubblicò "Riflessioni d'un uomo nella società" nelle quali conclamò la necessità dell'uguaglianza tra gli uomini e si dichiarò contro i privilegi. Aperto perciò alle nuove idee, con il passare dei tempi diventò più moderato come dimostrò poco dopo, nel 1785, quando nominato rettore di Verona, pubblicò un "Discorso ragionato sugli innovatori politici", nel quale ebbe ad analizzare con penetrante critica il malcontento verso Venezia e sostenne che i cambiamenti non dovessero essere precipitosi e che le idee nuove dovevano inserirsi sulle vecchie senza provocare rivoluzioni. Decisamente conservatore fu il "Trattato universale filosofico e politico sulla condizione dell'uomo libero nella società" pubblicato nel 1789. Dopo essere stato eletto nel Consiglio dei Pregadi, provveditore sopra i feudi e consultore locale, nel luglio 1794 veniva inviato rettore a Brescia dove si trovò subito in una situazione particolarmente difficile specie per il diffondersi delle idee e della stampa giacobine e filofrancesi, comprese le mode, specie nelle acconciature. Nel giugno-luglio 1795 intensificò la sua azione repressiva tempestando Venezia e specialmente gli Inquisitori di Stato con dispacci allarmanti. Nel maggio 1796 al sopravvento delle truppe francesi, cercò di usare più diplomazia, dovendo, sia pure a malincuore mantener fede alla neutralità disarmata, decisa da Venezia, ma mai rispettata dai francesi. Il 25 maggio 1796 andò incontro alle truppe francesi e al gen. Rusca a Coccaglio e lo accompagnò a Brescia con la sua vettura. Ma quando Napoleone l'1 giugno lo ebbe ad informare che Massena era già entrato in Verona, il Mocenigo voltandosi verso il conte Francesco Martinengo Cesaresco gli disse: «Il leone s'è addormentato e quando si sveglierà non si ritroverà più le ali sul dorso e il libro fra le zampe, e non sarà più il leone di S. Marco». Fece comunque fino in fondo il suo dovere. Il 19 luglio diede un ballo in Broletto a Napoleone ed a Giuseppina, ma dovette accorgersi che Napoleone non aveva occhi che per Francesca Lechi Ghirardi. Nei mesi che seguirono dovette ridursi a sterili proteste dimostrando grande debolezza anche perché non sostenuto dal governo centrale e ciò nonostante venne visto di malocchio dai francesi. Nell'agosto 1796 riuscì tuttavia a far liberare e a tenere presso di sé in Broletto il senatore e procuratore veneto Giorgio Pisani. Il 18 marzo 1797, alla proclamazione della Repubblica bresciana potè mettersi in fuga raggiungendo Verona. Egli, partito da idee aperte, lasciò l'impressione di un conservatore e, come scriveva Stendhal, un "laudator temporis acti".
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Nobiluomo veneziano nato nel 1742. Di Giovanni Alvise e di Bianca Morosini. Fin da giovane coltivò una particolare passione per la politica e l'economia. Nel 1774 pubblicò un "Saggio critico e morale sulla natura e sugli uomini nella società". Nel 1781 venne nominato rettore di Vicenza; nel 1784 pubblicò "Riflessioni d'un uomo nella società" nelle quali conclamò la necessità dell'uguaglianza tra gli uomini e si dichiarò contro i privilegi. Aperto perciò alle nuove idee, con il passare dei tempi diventò più moderato come dimostrò poco dopo, nel 1785, quando nominato rettore di Verona, pubblicò un "Discorso ragionato sugli innovatori politici", nel quale ebbe ad analizzare con penetrante critica il malcontento verso Venezia e sostenne che i cambiamenti non dovessero essere precipitosi e che le idee nuove dovevano inserirsi sulle vecchie senza provocare rivoluzioni. Decisamente conservatore fu il "Trattato universale filosofico e politico sulla condizione dell'uomo libero nella società" pubblicato nel 1789. Dopo essere stato eletto nel Consiglio dei Pregadi, provveditore sopra i feudi e consultore locale, nel luglio 1794 veniva inviato rettore a Brescia dove si trovò subito in una situazione particolarmente difficile specie per il diffondersi delle idee e della stampa giacobine e filofrancesi, comprese le mode, specie nelle acconciature. Nel giugno-luglio 1795 intensificò la sua azione repressiva tempestando Venezia e specialmente gli Inquisitori di Stato con dispacci allarmanti. Nel maggio 1796 al sopravvento delle truppe francesi, cercò di usare più diplomazia, dovendo, sia pure a malincuore mantener fede alla neutralità disarmata, decisa da Venezia, ma mai rispettata dai francesi. Il 25 maggio 1796 andò incontro alle truppe francesi e al gen. Rusca a Coccaglio e lo accompagnò a Brescia con la sua vettura. Ma quando Napoleone l'1 giugno lo ebbe ad informare che Massena era già entrato in Verona, il Mocenigo voltandosi verso il conte Francesco Martinengo Cesaresco gli disse: «Il leone s'è addormentato e quando si sveglierà non si ritroverà più le ali sul dorso e il libro fra le zampe, e non sarà più il leone di S. Marco». Fece comunque fino in fondo il suo dovere. Il 19 luglio diede un ballo in Broletto a Napoleone ed a Giuseppina, ma dovette accorgersi che Napoleone non aveva occhi che per Francesca Lechi Ghirardi. Nei mesi che seguirono dovette ridursi a sterili proteste dimostrando grande debolezza anche perché non sostenuto dal governo centrale e ciò nonostante venne visto di malocchio dai francesi. Nell'agosto 1796 riuscì tuttavia a far spostare dalle carceri in castello e a tenere presso di sé in Broletto il senatore e procuratore veneto Giorgio Pisani. Il 18 marzo 1797, alla proclamazione della Repubblica bresciana potè mettersi in fuga raggiungendo Verona. Egli, partito da idee aperte, lasciò l'impressione di un conservatore e, come scriveva Stendhal, un "laudator temporis acti".
 
   
 
   
 
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Versione delle 10:16, 2 feb 2022

MOCENIGO Giovanni Alvise

Nobiluomo veneziano nato nel 1742. Di Giovanni Alvise e di Bianca Morosini. Fin da giovane coltivò una particolare passione per la politica e l'economia. Nel 1774 pubblicò un "Saggio critico e morale sulla natura e sugli uomini nella società". Nel 1781 venne nominato rettore di Vicenza; nel 1784 pubblicò "Riflessioni d'un uomo nella società" nelle quali conclamò la necessità dell'uguaglianza tra gli uomini e si dichiarò contro i privilegi. Aperto perciò alle nuove idee, con il passare dei tempi diventò più moderato come dimostrò poco dopo, nel 1785, quando nominato rettore di Verona, pubblicò un "Discorso ragionato sugli innovatori politici", nel quale ebbe ad analizzare con penetrante critica il malcontento verso Venezia e sostenne che i cambiamenti non dovessero essere precipitosi e che le idee nuove dovevano inserirsi sulle vecchie senza provocare rivoluzioni. Decisamente conservatore fu il "Trattato universale filosofico e politico sulla condizione dell'uomo libero nella società" pubblicato nel 1789. Dopo essere stato eletto nel Consiglio dei Pregadi, provveditore sopra i feudi e consultore locale, nel luglio 1794 veniva inviato rettore a Brescia dove si trovò subito in una situazione particolarmente difficile specie per il diffondersi delle idee e della stampa giacobine e filofrancesi, comprese le mode, specie nelle acconciature. Nel giugno-luglio 1795 intensificò la sua azione repressiva tempestando Venezia e specialmente gli Inquisitori di Stato con dispacci allarmanti. Nel maggio 1796 al sopravvento delle truppe francesi, cercò di usare più diplomazia, dovendo, sia pure a malincuore mantener fede alla neutralità disarmata, decisa da Venezia, ma mai rispettata dai francesi. Il 25 maggio 1796 andò incontro alle truppe francesi e al gen. Rusca a Coccaglio e lo accompagnò a Brescia con la sua vettura. Ma quando Napoleone l'1 giugno lo ebbe ad informare che Massena era già entrato in Verona, il Mocenigo voltandosi verso il conte Francesco Martinengo Cesaresco gli disse: «Il leone s'è addormentato e quando si sveglierà non si ritroverà più le ali sul dorso e il libro fra le zampe, e non sarà più il leone di S. Marco». Fece comunque fino in fondo il suo dovere. Il 19 luglio diede un ballo in Broletto a Napoleone ed a Giuseppina, ma dovette accorgersi che Napoleone non aveva occhi che per Francesca Lechi Ghirardi. Nei mesi che seguirono dovette ridursi a sterili proteste dimostrando grande debolezza anche perché non sostenuto dal governo centrale e ciò nonostante venne visto di malocchio dai francesi. Nell'agosto 1796 riuscì tuttavia a far spostare dalle carceri in castello e a tenere presso di sé in Broletto il senatore e procuratore veneto Giorgio Pisani. Il 18 marzo 1797, alla proclamazione della Repubblica bresciana potè mettersi in fuga raggiungendo Verona. Egli, partito da idee aperte, lasciò l'impressione di un conservatore e, come scriveva Stendhal, un "laudator temporis acti".