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		<title>QUINZANO d'Oglio - Cronologia</title>
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		<subtitle>Cronologia della pagina su questo sito</subtitle>
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		<title>Clotilde il 05:33, 18 gen 2020</title>
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Più massicci gli interventi eseguiti nel 1801, 1802 quando vennero rinnovati, con l'intervento oltretutto dell'arch. Carlo Donegani, dello scultore Salterio ecc., la soasa dell'altare maggiore, l'altare di S. Nicolò, e restaurate e indorate cornici, ritinteggiata la chiesa, opera questa che fu ripetuta nel 1828. Nel 1829 su disegno dell'ing. Giuseppe Gandaglia vennero aggiunti nuovi ambienti sul lato orientale della torre completati solo nel 1928. Nel maggio 1840 il vescovo visitatore mons. Carlo Domenico Ferrari trovava la chiesa in ottimo stato e tenuta con lodevole decoro. Opere alla facciata vennero compiute nel 1896. Luigi Gamba di Rezzato rifece in marmo di Botticino il basamento in pietra. Opere di abbellimento e indoratura vennero eseguite nel 1889 - 1891 su progetto dell'arch. Carlo Chimeri. Per l'occasione vennero sistemati gli otto finestroni e le finestre del coro e laterali, muniti di vetri colorati e della vetrata a mosaico della facciata (un angelo che conduce il Bambino alla Chiesa), lavori eseguiti dalla vetreria dell'Istituto Artigianelli di Brescia. Sempre nel 1891 la ditta Ghilardi e C. di Bergamo rinnovava il pavimento e il falegname Fusari costruiva la bussola della porta maggiore. La chiesa venne completamente decorata nel 1929 - 1930 in vista del centenario della morte della Beata Stefana Quinzani. La decorazione venne affidata a Giuseppe Trainini, gli stucchi alla bottega Peduzzi, gli affreschi ai pittori Cesare Secchi di Milano, Giuseppe Mozzoni, Atzori e Giovanni Bevilacqua. Il 29 settembre 1941 il vescovo mons. G. Tredici consacrava l'altare maggiore. Ampi restauri vennero compiuti su iniziativa del prevosto don Bruno Messali nel 1995 - 1996. Ivo Panteghini registra nell'Inventario diocesano la «splendida facciata della prima metà del Settecento» che rivela nei ritmi dei volumi e nell'equilibrio compositivo il progetto di un valente architetto. «Le superfici, scrive, sono scandite su due registri da un cornicione marcapiano ad andamento spezzato e sagomato. Il registro inferiore chiude le tre navate, mentre quello superiore è di semplice parata; infatti si innalza sopra il corpo della Chiesa dando slancio verticale al fronte della stessa. Lo spazio così creato è compensato da modiglioni a rinfianco, da acroteri piramidali e da grandi vasi marmorei fioriti. Le superfici sono movimentate da paraste d'ordine corinzio, tra le quali si aprono nicchioni, privi di statue. Ulteriore movenza alla facciata è data dalla sagomatura dei fianchi e del corpo di mezzo, che sporgendo sembra essere un invito all'ingresso; questo è segnato da un artistico portale in botticino dalla semplice struttura architravata coronata da un timpano ricurvo e ribassato. I portalini laterali, anch'essi architravati sono invece conclusi da un timpano classico, triangolare. Una finestra triloba si apre nell'ordine superiore coronato, ancora una volta, da un frontone ricurvo e ribassato sul quale si innestano le statue del Redentore e dei Patroni di ottima fattura settecentesca. Sul lato destro dell'abside si innalza la possente torre campanaria. Gigantesco pilastro a pianta quadra cimato da un padiglione con aperture a bifora. È coevo alla Chiesa; mal si accorda architettonicamente, il sopralzo apportato successivamente e costituito da alta torretta ottagonale e da una svettante guglia piramidale». Quanto all'interno, Giovanni Cappelletto ha rilevato che poche sono le chiese che conservano ancora la pianta a tre navate, aderendo più rigidamente alla tradizione basilicale, come la grande parrocchiale di Quinzano, tutta giocata sull'ampio ritmo delle cinque campate appoggiate su possenti pilastri cruciformi che le reggono con archi a tutto sesto. La navata centrale è a botte, quelle laterali a volte a crociera. Con la modifica operata con l'allungamento di due nuove campate compiuto agli inizi del '700, ha rilevato Ivo Panteghini, la prima campata fu chiusa da balaustre trasformandosi così da una parte in zona presbiterale e dall'altra dando origine alle due cappelle laterali. Rimase immutato il presbiterio vero e proprio a pianta rettangolare che si prolunga in una abside emiesagonale. Le opere decorative in stucco sono costituite da grandi lesene corinzie che abbellendo i pilastri della navata maggiore reggono una trabeazione a fregi ed un cornicione a mensole. I lesenotti dei sottarchi sono invece decorati da capitelli ionici a volute trasverse da cui pendono festoni fioriti. Gli affreschi della volta del fondo raffigurano i S.S. Faustino e Giovita, la B. Stefana Quinzani e il Cristo, opera, quest'ultima, di Giuseppe Mozzoni. Sulle pareti del presbiterio ai lati figurano gli Evangelisti di Vittorio Trainini, Angeli di Cesare Secchi e il Buon Pastore di Cesare Secchi. Sulla controfacciata è dipinto un grande affresco (m. 60 x 30) del sec. XVI raffigurante l'apparizione dei S.S. Faustino e Giovita sulle mura di Brescia nel 1438 (m. 60 x 30). È coperto, in parte, dalla grande bussola costruita dal falegname locale Fusari nel 1891 assieme alle quattro porte laterali. Sulla parete destra entrando si presenta una notevole e bella tela raffigurante l'Ultima Cena, firmata &amp;quot;Octavius Amigonus Fac MDCXXXXIII, da Ottavio Amigoni (1606 - 1665), cioè proveniente come pensa T. Casanova dalla chiesa del Monastero. Nel quadro dell'Amigoni, discepolo di Antonio Gandino, echeggiano i toni e la maestria del Veronese. Sempre a destra stanno due tele dedicate a S. Antonio di P. di Carlo Baciocchi. Quella raffigurante il santo che riattacca la gamba ad un giovane è firmata e datata 1660. L'altra raffigura S. Antonio che ridona la vista ad un cieco. Seguono due confessionali forniti da Giulio Gandaglia nel 1829 ed ora restaurati ed assemblati in un unico grande doppio confessionale. In legno di noce, sono ornati di intagli e festoni. Il primo altare di destra è dedicato ora all'Immacolata e prima alla Madonna del Rosario o del Carmelo. Come rileva Ivo Panteghini l'altare è databile attorno ai primi trenta-quarant'anni del diciottesimo secolo. Mensa ed ancona sono impostate secondo linee concave. Il paliotto è abbellito da una specchiatura centrale in commesso marmoreo su fondo nero di paragone. Ornati fitomorfi in breccia versicolori incorniciano una cartella raffigurante un'Assunta. Lateralmente si dispongono le paraste con ornati fioriti e modiglioni sagomati. L'ancona s'imposta su lesene e colonne a tutto tondo di ordine corinzio. La trabeazione è abbellita da un innesto di teste di cherubino e si conclude con un fastigio modanato e spezzato cimato da valva. L'altare è completato da due opere statuarie attribuite alla scuola dei Callegari. Esse raffigurano le sante Apollonia e Lucia. Tale altare era adorno di una pala raffigurante la Madonna del Rosario di Antonio Gandino il vecchio (che qualcuno ritiene di famiglia quinzanese); la pala è stata poi sostituita da una statua della Madonna di Lourdes. Segue l'altare detto di S. Anna: secentesco, è parzialmente edificato in marmo e parzialmente in legno intagliato e dorato. Di pregio la mensa che presenta le solite linee, costituite da una grande specchiatura centrale cui si affiancano paraste e modiglioni. È pregevole anche per la presenza di tarsie marmoree geometrizzanti a cornice della grande riquadratura in marmo rosso venato. L'ancona è databile alla prima metà del diciassettesimo secolo, opera di Gian Giacomo Massente e forse è stata reimpiegata per la costruzione dell'altare; difatti ben poco si accorda con la titolarità dell'altare la splendida statua dell'Angelo custode sistemata tra le sezioni spezzate del timpano ricurvo e ribassato. Le colonne corinzie presentano i soliti fregi a grappoli attorti, tipici del periodo assegnato. La Comunità lo fece erigere nel 1630 in adempimento di un voto per il quale si impegnava per la celebrazione annua di una Messa solenne in onore di S. Anna coll'intervento delle Autorità locali. La pala raffigura la Madonna col Bambino in gloria, S. Anna e Stefana Quinzani. È opera attribuita dal Guazzoni a Gian Giacomo Pasino Rosignolo, datata 1630 ma forse poi rimaneggiata. Nel 1630 Stefana Quinzani non era ancor stata innalzata all'onor degli altari, poiché ciò avvenne l'anno 1729 o 1730. Ma era già tale l'alto concetto che i Quinzanesi avevano della santità di Lei che attribuivano anche alla Sua intercessione la liberazione dalla peste. Accanto allo stemma municipale, in fondo al quadro, trovasi l'iscrizione: «VOTUM COMUNITATIS QUINTIANI / CAUSA PESTIS / ANNO 1630 DIE 24 / IULII / GRATIA OBTENTA EST». Cioè: «VOTO DELLA CO MUNITA / DI QUINZANO / PER CAUSA DELLA PESTE / ANNO 1630 GIORNO 24 / LUGLIO / GRAZIA OTTENUTA». Sotto la pala sono custodite le reliquie donate alla chiesa dal prevosto don Giovanni Capello. L'altare venne restaurato nel 1693 e poi di nuovo dagli artigiani Liborio Castelvedere e dal figlio Luigi nel 1896 - 1898. Nella cappella che affianca il presbiterio, che ha sostituito quella dedicata nel 1529 a S. Pietro Martire il cui quadro (opera di Camillo Pellegrini e che a sua volta forse aveva sostituito un affresco cinquecentesco oggi in canonica) è ora nella chiesa di S. Giuseppe, venne nel 1900, su disegno di don Nember, riadattato l'altare precedente e dedicato a S. Giuseppe. L'altare, come segnala Ivo Panteghini «è una sobria ed elegante struttura della seconda metà avanzata del diciottesimo secolo, interamente costruita in marmo di Carrara e brecce policrome. L'imponente ancona s'innalza sopra un alto zoccolo ornato da formella mistilinea. Le quattro colonne che la costituiscono sono binate e poste su piani sfalsati. I capitelli corinzi dorati fungono da supporto ad una trabeazione spezzata. Il cimiero propone un attico con l'innesto degli attributi simbolici del santo titolare, ed un piccolo timpano ricurvo e ribassato». Nella nicchia che ha sostituito la pala è stata posta il 19 marzo 1909 con grande solennità una statua di S. Giuseppe acquistata da Antonio Sibella nel 1908 da una ditta di S. Ulderich (Tirolo) e in un primo tempo destinata alla chiesa dedicata al santo. L'altare maggiore riferibile al tardo '700, &amp;quot;si struttura, come scrive Ivo Panteghini, su eleganti linee convesse e mosse, ed è impreziosito da filettature e ornamentazioni in bronzo dorato. Il Paliotto presenta un riquadro centrale in diaspro di Sicilia ornato da una lobatura in verde antico [...]. Alti sovralzi inquadrano l'elegante tempietto del tabernacolo, con colonnini e frontone ricurvo e ribassato, sopra il quale s'innalza l'articolata cupoletta a padiglione. La porticina del tabernacolo (sec. XVIII) è centinata e sbalzata con la riproduzione a forte rilievo della Deposizione. L'altare con le attuali balaustre che dovrebbero risalire ai primi anni dell'800 vennero restaurati dal marmista Bonifacio di Brescia nel 1917. La pala raffigurante il Redentore tra i S.S. Faustino e Giovita (olio su tavola cm 143 x 126) un tempo fu attribuita al Moretto o alla sua scuola; viene dalla critica più recente invece assegnata a Floriano Ferramola, come opera dell'ultimo decennio della sua vita e perciò da situarsi attorno al 1525. Tolta la staticità delle figure, la pala è pregevole. I Santi si staccano con vigore dall'azzurro paesaggio dello sfondo ed il Cristo, con il bianco panneggio ha una maestà dolce e vigorosa assieme, mentre su tutte le figure è soffusa una tristezza propria dei tempi travagliati che il pittore visse. La pala venne restaurata nel 1801 dal pittore Gerolamo Romani. La cornice attuale risale al 1802, venne disegnata da Carlo Donegani eseguita da Martino Pasquelli e indorata da Lorenzo Bianchi. Dello scultore Stefano Salteria al quale vennero corrisposte, l'8 ottobre 1802, 1275 lire, sono con tutta probabilità le statue della fede e della speranza che affiancano la soasa, il medaglione della carità, il bassorilievo del martirio dei S.S. Faustino e Giovita e gli angeli. Sulla cantoria di sinistra è stata posta di recente la pala (olio su tela cm 180 x 230) un tempo nella Disciplina raffigurante la B.V. col Bambino in gloria e i S.S. Bernardo e Martino e disciplini, donne e uomini nei loro sai caratteristici, attribuita da qualcuno al Bagnatore e da altri a Luca Mombello e da Tommaso Casanova accostata a quelle di Camillo Pellegrini e con la scritta: Ad laudem gloriosae - Virginis Mariae Sancto - rumque Bernardi et Mar - tini Societas Disciplina - torum erexit - die X novembris M.D. LXXXVIIIJ. Nel presbiterio segue la cantoria con l'organo alla quale ne fa riscontro un'altra sul lato opposto. Ambedue furono costruite nel 1839 dall'artigiano quinzanese Giulio Gandaglia con l'assistenza di Carlo Donegani. Gli intagli sono opera del Sorbi; l'indoratura del quinzanese Liborio Castelvedere. &lt;/del&gt;&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;td class='diff-marker'&gt;+&lt;/td&gt;&lt;td style=&quot;color:black; font-size: 88%; border-style: solid; border-width: 1px 1px 1px 4px; border-radius: 0.33em; border-color: #a3d3ff; vertical-align: top; white-space: pre-wrap;&quot;&gt;&lt;div&gt;&lt;ins class=&quot;diffchange diffchange-inline&quot;&gt;Nel 1604 venne ricostruita la torre. Nel 1623 veniva eretto il nuovo battistero così da permetterne la nuova consacrazione deliberata il 10 giugno 1625 e testimoniata da una iscrizione. Nel 1669 sotto il parrocchiato di don Giovanni Capello veniva costruita la navata meridionale della chiesa, alla quale venne aggiunta nel 1671 la navata settentrionale e nel 1682, la sagrestia nuova. Nel 1730 venne aggiunta una nuova campata. Nel 1752, 1774, 1820 venivano compiuti lavori di conservazione della facciata. 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Ivo Panteghini registra nell'Inventario diocesano la «splendida facciata della prima metà del Settecento» che rivela nei ritmi dei volumi e nell'equilibrio compositivo il progetto di un valente architetto. «Le superfici, scrive, sono scandite su due registri da un cornicione marcapiano ad andamento spezzato e sagomato. Il registro inferiore chiude le tre navate, mentre quello superiore è di semplice parata; infatti si innalza sopra il corpo della Chiesa dando slancio verticale al fronte della stessa. Lo spazio così creato è compensato da modiglioni a rinfianco, da acroteri piramidali e da grandi vasi marmorei fioriti. Le superfici sono movimentate da paraste d'ordine corinzio, tra le quali si aprono nicchioni, privi di statue. Ulteriore movenza alla facciata è data dalla sagomatura dei fianchi e del corpo di mezzo, che sporgendo sembra essere un invito all'ingresso; questo è segnato da un artistico portale in botticino dalla semplice struttura architravata coronata da un timpano ricurvo e ribassato. I portalini laterali, anch'essi architravati sono invece conclusi da un timpano classico, triangolare. Una finestra triloba si apre nell'ordine superiore coronato, ancora una volta, da un frontone ricurvo e ribassato sul quale si innestano le statue del Redentore e dei Patroni di ottima fattura settecentesca. Sul lato destro dell'abside si innalza la possente torre campanaria. Gigantesco pilastro a pianta quadra cimato da un padiglione con aperture a bifora. È coevo alla Chiesa; mal si accorda architettonicamente, il sopralzo apportato successivamente e costituito da alta torretta ottagonale e da una svettante guglia piramidale». Quanto all'interno, Giovanni Cappelletto ha rilevato che poche sono le chiese che conservano ancora la pianta a tre navate, aderendo più rigidamente alla tradizione basilicale, come la grande parrocchiale di Quinzano, tutta giocata sull'ampio ritmo delle cinque campate appoggiate su possenti pilastri cruciformi che le reggono con archi a tutto sesto. La navata centrale è a botte, quelle laterali a volte a crociera. Con la modifica operata con l'allungamento di due nuove campate compiuto agli inizi del '700, ha rilevato Ivo Panteghini, la prima campata fu chiusa da balaustre trasformandosi così da una parte in zona presbiterale e dall'altra dando origine alle due cappelle laterali. Rimase immutato il presbiterio vero e proprio a pianta rettangolare che si prolunga in una abside emiesagonale. Le opere decorative in stucco sono costituite da grandi lesene corinzie che abbellendo i pilastri della navata maggiore reggono una trabeazione a fregi ed un cornicione a mensole. I lesenotti dei sottarchi sono invece decorati da capitelli ionici a volute trasverse da cui pendono festoni fioriti. Gli affreschi della volta del fondo raffigurano i S.S. Faustino e Giovita, la B. Stefana Quinzani e il Cristo, opera, quest'ultima, di Giuseppe Mozzoni. Sulle pareti del presbiterio ai lati figurano gli Evangelisti di Vittorio Trainini, Angeli di Cesare Secchi e il Buon Pastore di Cesare Secchi. Sulla controfacciata è dipinto un grande affresco del sec. XVI raffigurante l'apparizione dei S.S. Faustino e Giovita sulle mura di Brescia nel 1438. È coperto, in parte, dalla grande bussola costruita dal falegname locale Fusari nel 1891 assieme alle quattro porte laterali. Sulla parete destra entrando si presenta una notevole e bella tela raffigurante l'Ultima Cena, firmata &amp;quot;Octavius Amigonus Fac MDCXXXXIII, da Ottavio Amigoni (1606 - 1665), cioè proveniente come pensa T. Casanova dalla chiesa del Monastero. 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Lateralmente si dispongono le paraste con ornati fioriti e modiglioni sagomati. L'ancona s'imposta su lesene e colonne a tutto tondo di ordine corinzio. La trabeazione è abbellita da un innesto di teste di cherubino e si conclude con un fastigio modanato e spezzato cimato da valva. L'altare è completato da due opere statuarie attribuite alla scuola dei Callegari. Esse raffigurano le sante Apollonia e Lucia. Tale altare era adorno di una pala raffigurante la Madonna del Rosario di Antonio Gandino il vecchio (che qualcuno ritiene di famiglia quinzanese); la pala è stata poi sostituita da una statua della Madonna di Lourdes. Segue l'altare detto di S. Anna: secentesco, è parzialmente edificato in marmo e parzialmente in legno intagliato e dorato. Di pregio la mensa che presenta le solite linee, costituite da una grande specchiatura centrale cui si affiancano paraste e modiglioni. È pregevole anche per la presenza di tarsie marmoree geometrizzanti a cornice della grande riquadratura in marmo rosso venato. L'ancona è databile alla prima metà del diciassettesimo secolo, opera di Gian Giacomo Massente e forse è stata reimpiegata per la costruzione dell'altare; difatti ben poco si accorda con la titolarità dell'altare la splendida statua dell'Angelo custode sistemata tra le sezioni spezzate del timpano ricurvo e ribassato. Le colonne corinzie presentano i soliti fregi a grappoli attorti, tipici del periodo assegnato. La Comunità lo fece erigere nel 1630 in adempimento di un voto per il quale si impegnava per la celebrazione annua di una Messa solenne in onore di S. Anna coll'intervento delle Autorità locali. La pala raffigura la Madonna col Bambino in gloria, S. Anna e Stefana Quinzani. È opera attribuita dal Guazzoni a Gian Giacomo Pasino Rosignolo, datata 1630 ma forse poi rimaneggiata. Nel 1630 Stefana Quinzani non era ancor stata innalzata all'onor degli altari, poiché ciò avvenne l'anno 1729 o 1730. Ma era già tale l'alto concetto che i Quinzanesi avevano della santità di Lei che attribuivano anche alla Sua intercessione la liberazione dalla peste. Accanto allo stemma municipale, in fondo al quadro, trovasi l'iscrizione: «VOTUM COMUNITATIS QUINTIANI / CAUSA PESTIS / ANNO 1630 DIE 24 / IULII / GRATIA OBTENTA EST». Cioè: «VOTO DELLA CO MUNITA / DI QUINZANO / PER CAUSA DELLA PESTE / ANNO 1630 GIORNO 24 / LUGLIO / GRAZIA OTTENUTA». Sotto la pala sono custodite le reliquie donate alla chiesa dal prevosto don Giovanni Capello. L'altare venne restaurato nel 1693 e poi di nuovo dagli artigiani Liborio Castelvedere e dal figlio Luigi nel 1896 - 1898. Nella cappella che affianca il presbiterio, che ha sostituito quella dedicata nel 1529 a S. Pietro Martire il cui quadro (opera di Camillo Pellegrini e che a sua volta forse aveva sostituito un affresco cinquecentesco oggi in canonica) è ora nella chiesa di S. Giuseppe, venne nel 1900, su disegno di don Nember, riadattato l'altare precedente e dedicato a S. Giuseppe. L'altare, come segnala Ivo Panteghini «è una sobria ed elegante struttura della seconda metà avanzata del diciottesimo secolo, interamente costruita in marmo di Carrara e brecce policrome. L'imponente ancona s'innalza sopra un alto zoccolo ornato da formella mistilinea. Le quattro colonne che la costituiscono sono binate e poste su piani sfalsati. I capitelli corinzi dorati fungono da supporto ad una trabeazione spezzata. Il cimiero propone un attico con l'innesto degli attributi simbolici del santo titolare, ed un piccolo timpano ricurvo e ribassato». Nella nicchia che ha sostituito la pala è stata posta il 19 marzo 1909 con grande solennità una statua di S. Giuseppe acquistata da Antonio Sibella nel 1908 da una ditta di S. Ulderich (Tirolo) e in un primo tempo destinata alla chiesa dedicata al santo. L'altare maggiore riferibile al tardo '700, &amp;quot;si struttura, come scrive Ivo Panteghini, su eleganti linee convesse e mosse, ed è impreziosito da filettature e ornamentazioni in bronzo dorato. Il Paliotto presenta un riquadro centrale in diaspro di Sicilia ornato da una lobatura in verde antico [...]. Alti sovralzi inquadrano l'elegante tempietto del tabernacolo, con colonnini e frontone ricurvo e ribassato, sopra il quale s'innalza l'articolata cupoletta a padiglione. La porticina del tabernacolo (sec. XVIII) è centinata e sbalzata con la riproduzione a forte rilievo della Deposizione. L'altare con le attuali balaustre che dovrebbero risalire ai primi anni dell'800 vennero restaurati dal marmista Bonifacio di Brescia nel 1917. La pala raffigurante il Redentore tra i S.S. Faustino e Giovita (olio su tavola cm 143 x 126) un tempo fu attribuita al Moretto o alla sua scuola; viene dalla critica più recente invece assegnata a Floriano Ferramola, come opera dell'ultimo decennio della sua vita e perciò da situarsi attorno al 1525. Tolta la staticità delle figure, la pala è pregevole. I Santi si staccano con vigore dall'azzurro paesaggio dello sfondo ed il Cristo, con il bianco panneggio ha una maestà dolce e vigorosa assieme, mentre su tutte le figure è soffusa una tristezza propria dei tempi travagliati che il pittore visse. La pala venne restaurata nel 1801 dal pittore Gerolamo Romani. La cornice attuale risale al 1802, venne disegnata da Carlo Donegani eseguita da Martino Pasquelli e indorata da Lorenzo Bianchi. Dello scultore Stefano Salteria al quale vennero corrisposte, l'8 ottobre 1802, 1275 lire, sono con tutta probabilità le statue della fede e della speranza che affiancano la soasa, il medaglione della carità, il bassorilievo del martirio dei S.S. Faustino e Giovita e gli angeli. Sulla cantoria di sinistra è stata posta di recente la pala (olio su tela cm 180 x 230) un tempo nella Disciplina raffigurante la B.V. col Bambino in gloria e i S.S. Bernardo e Martino e disciplini, donne e uomini nei loro sai caratteristici, attribuita da qualcuno al Bagnatore e da altri a Luca Mombello e da Tommaso Casanova accostata a quelle di Camillo Pellegrini e con la scritta: Ad laudem gloriosae - Virginis Mariae Sancto - rumque Bernardi et Mar - tini Societas Disciplina - torum erexit - die X novembris M.D. LXXXVIIIJ. Nel presbiterio segue la cantoria con l'organo alla quale ne fa riscontro un'altra sul lato opposto. Ambedue furono costruite nel 1839 dall'artigiano quinzanese Giulio Gandaglia con l'assistenza di Carlo Donegani. Gli intagli sono opera del Sorbi; l'indoratura del quinzanese Liborio Castelvedere. &lt;/ins&gt;&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
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		<title>Pgibe il 07:42, 28 ago 2019</title>
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		<title>Pgibe: una versione importata: Import Volume XIV</title>
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