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		<title>PESTE - Cronologia</title>
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		<subtitle>Cronologia della pagina su questo sito</subtitle>
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		<title>Gianni il 16:06, 10 ago 2020</title>
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Allarmato sempre più dal ripetersi anche di decessi in città il 25 maggio del 1630 il Consiglio Generale del comune di Brescia deliberava, per far fronte ai bisogni del momento, di eleggere altri sei deputati alla sanità e di prendere ad interesse mille ducati veneziani; e sei giorni più tardi si eleggevano quattro «sopraintendenti» al lazzaretto, due dei quali dovevano entrare immediatamente in carica, rimanendo gli altri due a disposizione per il caso di «legittimo impedimento» dei primi; il loro numero veniva portato a dodici nella seduta del Consiglio del 4 giugno. Abbiamo motivo per ritenere che il compito delle autorità non fosse facilitato dal contegno della popolazione, che non sembrava rendersi conto della gravità del pericolo: leggiamo infatti nel Bianchi, che al trasporto di due morti vi fu «gran concorso di popolo» e che al primo d'essi i «nettezini», cioè i nostri «monatti», che vestivano un camice verde con una croce bianca ed erano muniti di un campanello per segnalare il loro passaggio, furono seguiti da fanciulli schiamazzanti. Ai primi di giugno, con il caldo, l'epidemia scoppiò letteralmente: il 15 del mese si contavano 12 morti, il giorno seguente 9, ma il 17 essi salivano a circa 24. Il 19 giugno 1630 si riuniva di nuovo il Consiglio Generale cittadino, che decideva di intensificare il servizio di vigilanza sanitaria per prendere nuovi provvedimenti. Il 19 giugno venivano segnalati casi a Salò e a Mompiano e nei giorni seguenti a Lumezzane, Verolanuova, Leno, Goglione, Botticino e Ome. Nel frattempo la città si andava spopolando, gli uffici pubblici e le botteghe venivano chiusi, mentre dalle prigioni si toglievano i galeotti per sostituire i &amp;quot;nettezini&amp;quot; in gran parte morti o ammalati. Assieme si spargeva, come a Milano il terrore degli untori; il 12 luglio un soldato francese, sorpreso da un contadino ad accostarsi alle porte di contrada della Pallata, veniva ferito e catturato assieme ad un altro suo commilitone. La mortalità, intanto, aumentava in modo impressionante: il 6 luglio i morti erano 90, l' 11 luglio 102, il 18 luglio 133. Il 20 luglio il Consiglio Generale di Brescia, assieme ad altre devozioni, deliberava di far cantare una messa solenne e di offrire una lampada d'argento all'altare di S. Nicola da Tolentino nella chiesa di S. Barnaba, di far costruire nel Duomo Nuovo una cappella dedicata al santo e di inviare a Tolentino una rappresentanza a fare atto di omaggio al suo corpo, poiché molti che a quel santo s'erano raccomandati avevano miracolosamente recuperata la salute. Intanto i morti crescevano fino a raggiungere i 150 il 26 luglio e i 522 il 29 dello stesso mese. Mancavano nettezzini e carrette per il trasporto dei cadaveri, per cui si dovette ricorrere alla loro cremazione sul posto. L' 11 agosto i morti salivano in un sol giorno a 180. Solo dopo questa data, e specialmente in settembre il numero dei decessi andò calando fino a ridursi a zero in città nell'ottobre. Tirate le somme risultarono deceduti nel periodo maggio-ottobre 1630, ben 11 mila (di cui 4293 al Lazzaretto) il che significa che la popolazione si era ridotta praticamente alla metà, poiché un prospetto del gennaio 1631 dava un totale di 13.227 abitanti. La spaventosa morìa comportò, oltre al sacrificio di vite umane, spese gravissime per il personale di sanità e di polizia (medici, «barbieri», «nettezini», speziali, anziani delle contrade), per la sistemazione ed il funzionamento del lazzaretto, per il trasporto e la sepoltura dei cadaveri, per l'assistenza ai poveri, per la disinfezione di abitazioni e di cose, per le ispezioni effettuate in diverse località del territorio. E ciò senza contare le perdite per la cessazione di gran parte delle attività economiche giacché solo l'8 marzo 1631 il Senato riteneva di autorizzare la ripresa del Commercio con Brescia e con il suo territorio. Fra tanto terrore e nonostante le molte viltà non mancarono durante l'epidemia atti di eroismo anche fra sacerdoti e religiosi, non pochi dei quali incontrarono la morte per l'esercizio della carità e del ministero sacerdotale. Le memorie del tempo ricordano in modo particolare i cappuccini, i francescani, i filippini della Pace, i canonici Lateranensi di S. Giovanni, i carmelitani; rimasero in venerazione fra altri i nomi del curato del Duomo, monsignor Pietro Cucchi («che ha fatto grandi fatiche in questi emergenti»), e del prevosto di S. Giorgio monsignor Montini («more in tristitia, senza essere soccorso da alcuno»). Il Bonari elenca ben 103 cappuccini della provincia monastica bresciana morti per peste. Molti furono i medici che morirono vittime della loro abnegazione. Di alcuni è ricordato il nome: Ottorini, Piazza di Cobiato, Ottoni, Nassino, Ferlinga....; il chirurgo maggiore Monsù, tra i più stimati professionisti della città, il chirurgo minore Comini. Morì anche Bernardino Avanzi, &amp;quot;cavallero di corte&amp;quot; che dirigeva i trasporti al lazzaretto ed il seppellimento dei morti, impegno liberamente assunto e gratuito. Tra i medici che si distinsero oltre al Ducco, si ricordano Girolamo Ochi Rizetti di Brescia e Troilo Lancetta. Fra le vittime illustri basta accennare allo storico Ottavio Rossi e al pittore Tommaso Sandrini. Mentre in città gli appestati diminuivano di giorno in giorno fino a scomparire il 29 settembre 1630 il Senato veneto registrava che «al presente el si mor da peste nelli lochi infrascritti de bressana videlicet; in Calvisano, Santo Vigilio, Paraticho; de la Riviera de Salò, Bedizuoli, Calvazesio; de Val Tropia et Val de Sabio, in Bovegno cum sue Ville, Preselio, Agnosino; de Val Camonega, in Artogni, Angol, Borno, Esem, Corna, alli fosine de Sopra, Darfo, Masù (Mazzunno), Anfur, Castel Francho, Cortenedol&amp;quot; e minacciava morte e prigione a chi ardisse &amp;quot;partirsi de diritti lochi amorbadi per venir a Venetia...&amp;quot;. Terribile il bilancio del quale bastano alcuni esempi. La Riviera di Salò perdette circa i due terzi degli abitanti e a Limone il 1630 venne ricordato come anno spaventoso. A Lonato fece circa tremila vittime. A Bagolino mieté 2536 persone, a Livemmo di 800 abitanti ne lasciò vivi 72. Del resto, sempre in Riviera, a Tremosine, sebbene gli elenchi fossero fermati al 25 dicembre 1631, furono registrate ben 600 vittime. In altri paesi, come a Bione, le registrazioni vennero interrotte. A Lumezzane S. Apollonio la peste che infierì soprattutto nel giugno-luglio 1630 fece 82 vittime. A Rodengo la peste si manifestò l'1 luglio 1630 e mieté subito sette vittime sollecitando la creazione di un Lazzaretto in località Crocette. Il 14 luglio era stato colpito Castenedolo e il numero dei morti è tale che il 5 settembre il parroco rinunciava a registrare i nomi delle vittime per la mortalità così grande. Il 24 maggio 1631, data della scomparsa del morbo su 2160 abitanti esistenti agli inizi se ne contavano in tutto 1.131 con una perdita di 1.029 vittime. Il 2 luglio 1630 la peste raggiungeva Edolo colpendo la famiglia di Bartolomeo Mutti che aveva ospitato un uomo, già infetto, proveniente da Brescia. Di fronte al diffondersi del contagio vennero creati più di quattro piccoli lazzaretti, che funzionarono fino al febbraio 1631. Il Putelli, invece, accenna a soli 20 i casi mortali a Breno. Il 20 luglio colpiva gli abitanti di Ossimo in Valcamonica fino al 28 novembre 1632, registrando 4 vittime nel 1631 e otto nel 1632. Nel 1630 mieté 3 vittime nel luglio, 80 nell'agosto, 83 in settembre, 38 nell'ottobre, 11 nel novembre, 7 nel dicembre. Zanano in Valtrompia risultò quasi sterminato dal morbo &amp;quot;a causa di una bastardina che fu condotta da Bressa in casa del signor Fioravante Avogadro&amp;quot;, mentre a Lavone fece 93 vittime. Al 27 luglio 1630, nel giro di un mese erano morte a Sarezzo 125 persone su un totale di circa 250 abitanti, a Cesovo ne morirono 1740 mentre ne sopravvissero 200. A Bovegno gli abitanti da 2600 scesero a 900; A Irma morirono 220 persone su 345 abitanti, a Magno di Irma 136 su 253 abitanti. A Botticino Mattina le vittime furono 165; a Calvisano 500. A Iseo la peste cessò il 13 aprile 1631. I 2000 abitanti del 1610 erano ridotti a 1400. A Lumezzane cessò nell'agosto 1631; Adro e Rovato rimasero interdetti fino al febbraio 1632. In alcuni luoghi strascichi della peste perdurarono per lunghi mesi. A Rovato solo il 25 novembre 1632 venne levato lo stipendio ai nettezzini, dopo aver mietuto 2.500 vittime. Singolare è quanto si legge sull'ancona di un altare della pieve di Gussago che su una popolazione di 2000 abitanti ne registra morte 2300, ciò che ha fatto supporre al Begni Redona che nella cifra siano stati compresi molti sfollati della città. Di rilievo l'accurato raffronto di dati demografici riguardanti alcuni centri della Bassa pianura centrale, operati da Renata Savaresi, che danno il segno delle immanenti perdite umane. Raffrontando i dati di dieci paesi dal 1610 al 1637 si nota l'altissima mortalità raggiunta: Verolanuova 4.000 2.191 (-1.809) 45%; Cadignano 500 435 (-65) 13%; Alfianello 3.000 1.282 (-1.718) 57%; Bagnolo 2.525 1.205 (-1320) 52%; Borgo S. Giacomo 3.000 1.217 (-1783) 59%; Manerbio 3.000 2.292 (-708) 23%; Pontevico 5.000 3.286 (-1.714) 34 %; Quinzano 3.600 2.455 (-1.145) 31%; S. Gervasio 2.000 856 (-1.144); Verolavecchia 1.143 (-657) 36%. Il tutto per una perdita di 12.063 unità, pari al 42% della popolazione, con variazioni significative da paese a paese per cui si va dal 59% di Borgo S. Giacomo al 13 % di Cadignano. Qualcuno accenna ad una peste terribile sparsasi nel Bresciano e specialmente a Lonato nel 1634 e nel 1636, di cui non vi è traccia in altre cronache. Il ricordo, tuttavia, non risparmiò nuove paure. Nel 1637 infatti il Provveditore in proposito di sanità di Breno, Marin Molin, richiama ad una stretta sorveglianza ai Passi dell'Aprica e del Tonale contro il &amp;quot;contagio di peste&amp;quot;. &lt;/del&gt;&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;td class='diff-marker'&gt;+&lt;/td&gt;&lt;td style=&quot;color:black; font-size: 88%; border-style: solid; border-width: 1px 1px 1px 4px; border-radius: 0.33em; border-color: #a3d3ff; vertical-align: top; white-space: pre-wrap;&quot;&gt;&lt;div&gt;&lt;ins class=&quot;diffchange diffchange-inline&quot;&gt;Intanto il morbo si estendeva nel territorio il 9 maggio 1630 a Rovato, il 23 maggio a Milzano e Desenzano, il giorno dopo a Montichiari. 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Abbiamo motivo per ritenere che il compito delle autorità non fosse facilitato dal contegno della popolazione, che non sembrava rendersi conto della gravità del pericolo: leggiamo infatti nel Bianchi, che al trasporto di due morti vi fu «gran concorso di popolo» e che al primo d'essi i «nettezini», cioè i nostri «monatti», che vestivano un camice verde con una croce bianca ed erano muniti di un campanello per segnalare il loro passaggio, furono seguiti da fanciulli schiamazzanti. Ai primi di giugno, con il caldo, l'epidemia scoppiò letteralmente: il 15 del mese si contavano 12 morti, il giorno seguente 9, ma il 17 essi salivano a circa 24. Il 19 giugno 1630 si riuniva di nuovo il Consiglio Generale cittadino, che decideva di intensificare il servizio di vigilanza sanitaria per prendere nuovi provvedimenti. Il 19 giugno venivano segnalati casi a Salò e a Mompiano e nei giorni seguenti a Lumezzane, Verolanuova, Leno, Goglione, Botticino e Ome. 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Le memorie del tempo ricordano in modo particolare i cappuccini, i francescani, i filippini della Pace, i canonici Lateranensi di S. Giovanni, i carmelitani; rimasero in venerazione fra altri i nomi del curato del Duomo, monsignor Pietro Cucchi («che ha fatto grandi fatiche in questi emergenti»), e del prevosto di S. Giorgio monsignor Montini («more in tristitia, senza essere soccorso da alcuno»). Il Bonari elenca ben 103 cappuccini della provincia monastica bresciana morti per peste. Molti furono i medici che morirono vittime della loro abnegazione. Di alcuni è ricordato il nome: Ottorini, Piazza di Cobiato, Ottoni, Nassino, Ferlinga....; il chirurgo maggiore Monsù, tra i più stimati professionisti della città, il chirurgo minore Comini. Morì anche Bernardino Avanzi, &amp;quot;cavallero di corte&amp;quot; che dirigeva i trasporti al lazzaretto ed il seppellimento dei morti, impegno liberamente assunto e gratuito. 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Di rilievo l'accurato raffronto di dati demografici riguardanti alcuni centri della Bassa pianura centrale, operati da Renata Savaresi, che danno il segno delle immanenti perdite umane. Raffrontando i dati di dieci paesi dal 1610 al 1637 si nota l'altissima mortalità raggiunta: Verolanuova 4.000 2.191 (-1.809) 45%; Cadignano 500 435 (-65) 13%; Alfianello 3.000 1.282 (-1.718) 57%; Bagnolo 2.525 1.205 (-1320) 52%; Borgo S. Giacomo 3.000 1.217 (-1783) 59%; Manerbio 3.000 2.292 (-708) 23%; Pontevico 5.000 3.286 (-1.714) 34 %; Quinzano 3.600 2.455 (-1.145) 31%; S. Gervasio 2.000 856 (-1.144); Verolavecchia 1.143 (-657) 36%. Il tutto per una perdita di 12.063 unità, pari al 42% della popolazione, con variazioni significative da paese a paese per cui si va dal 59% di Borgo S. Giacomo al 13 % di Cadignano. Qualcuno accenna ad una peste terribile sparsasi nel Bresciano e specialmente a Lonato nel 1634 e nel 1636, di cui non vi è traccia in altre cronache. Il ricordo, tuttavia, non risparmiò nuove paure. Nel 1637 infatti il Provveditore in proposito di sanità di Breno, Marin Molin, richiama ad una stretta sorveglianza ai Passi dell'Aprica e del Tonale contro il &amp;quot;contagio di peste&amp;quot;. &lt;/ins&gt;&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
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		<author><name>Gianni</name></author>	</entry>

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		<title>Pgibe: una versione importata: Import Volume XII</title>
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				<updated>2019-02-17T21:00:40Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;una versione importata: Import Volume XII&lt;/p&gt;
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				&lt;td colspan='1' style=&quot;background-color: white; color:black; text-align: center;&quot;&gt;Versione delle 21:00, 17 feb 2019&lt;/td&gt;
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		<author><name>Pgibe</name></author>	</entry>

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		<title>Pgibe il 08:01, 17 feb 2019</title>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;&lt;/p&gt;
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		<author><name>Pgibe</name></author>	</entry>

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