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		<title>MONNO - Cronologia</title>
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		<subtitle>Cronologia della pagina su questo sito</subtitle>
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		<title>Pgibe: Rimosso spazio prima del paragrafo di San Brizio</title>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;Rimosso spazio prima del paragrafo di San Brizio&lt;/p&gt;
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Nel 1646 la costruzione della nuova chiesa era in atto, sostenuta dagli &amp;quot;uomini del comune&amp;quot; e dagli abitanti e restaurata entro il 1657 mentre ritocchi e completamenti erano ancora in atto nel 1672. Il campanile fu completato negli anni successivi probabilmente nel 1716. In posizione dominante la strada della valle si distingue per una sua eleganza e singolarità dovuta alle tre caratteristiche finestre, per il solido campanile in granito bigio e per la natura che lo circonda. Domina il santuario una stupenda icona in legno, barocca ma suggestiva ed interessante, ricca di colonne, di statue, statuette, di santi, di angeli, di cariatidi (parecchie purtroppo rubate recentemente). Racchiude una tela con la Madonna con Bambino, S. Brizio e da un lato la scena con la chiesetta di S. Brizio, sulla soglia della quale egli s'affaccia per accogliere una processione: madri con bambini, poveri, ecc. La pala è firmata &amp;quot;Carolus Marnus Burniensis, 1655&amp;quot;. Nel 1976 venne asportata dai ladri e recuperata dai carabinieri sotto un ponte. Ora si trova nella chiesa parrocchiale. Bello il paliotto in legno dell'altare con il santo al centro ed altre figure. Ancona e altare sono attribuiti ai Fantoni. Probabilmente di altra mano, ma squisitamente scolpito è il tabernacolo. Del tardo Settecento sono gli affreschi del soffitto, nei quali fra ornamenti floreali spiccano tre medaglioni raffiguranti S. Brizio in gloria fra gli angeli, Cristo glorioso con la Croce fra i SS. Pietro, Paolo e un vescovo, l'Assunta con San Giuseppe, S. Brizio e S. Anna. Nelle lunette attorno alla navata vi sono figure di apostoli, di vescovi e di santi. Il santuario era ricchissimo di ex voto dei quali fu fatto un gran falò, dopo la visita pastorale di mons. Tredici nel 1935, il quale diede ordine di rimuovere tutti gli ex voto tranne i quadri ad olio. Ne restano due grandi e molto belli. Uno raffigura S. Brizio in abiti vescovili con ai piedi quattro devoti dai caratteristici costumi del tempo, specie per i collari piatti e quadrangolari in lino, amplissimi i paramenti ricamati. Si tratta di una tela molto bella che richiama il Paglia. Un altro quadro votivo, da poco restaurato, raffigura una chiesa verso la quale si dirige una processione di devoti con l'iscrizione &amp;quot;Ricorso devoto fatto lì 9 novembre 1759 dal pio popolo di Monno al suo fedelissimo Protettore S. Brizio per ottenere la liberazione del male epidemico nella gente, e ne ottenne compitissima la grazia et effiges sint in memoria&amp;quot;. Sono di pietra bianca il portale e le finestre. Accanto alla sagrestia esiste anche un piccolo romitaggio consistente in un'unica stanza. Per iniziativa del parroco, nell'aprile 1973 si è formato un comitato o associazione di Amici di S. Brizio, che si proponeva il restauro del santuario. Tutto ciò che poteva essere trasportato si mise in salvo presso la canonica. Nonostante ciò la chiesa è stata in seguito quasi del tutto spogliata: l'ultima volta nel 1980. Per evitare ulteriore degrado e pericoli, si diede corso ad alcune opere. Con due successivi contributi è stato fatto il drenaggio a monte per togliere l'umidità dalla parete e rifatto il tetto con la posa nuovamente delle &amp;quot;piode&amp;quot;, cioè lastre di ardesia. La devozione dei monnesi per il santo resta ancora oggi particolarmente sentita. Nella chiesetta viene celebrata la messa il 13 novembre e tutte le domeniche di marzo. &amp;#160;&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;td class='diff-marker'&gt;+&lt;/td&gt;&lt;td style=&quot;color:black; font-size: 88%; border-style: solid; border-width: 1px 1px 1px 4px; border-radius: 0.33em; border-color: #a3d3ff; vertical-align: top; white-space: pre-wrap;&quot;&gt;&lt;div&gt;S. BRIZIO: la prima chiesa era di derivazione certamente monastica, legata, come indica il santo titolare, al monastero di Tours. È sicuro che una chiesa esisteva già nel 1284, quando ebbe inizio la serie dei parroci di Monno. Nel 1480 la chiesa venne ricostruita. Era ancora parrocchiale nel 1567, quando il vescovo Bollani sollecitò la costruzione di una nuova parrocchiale più vicina al centro abitato. La chiesa aveva allora due altari ed era adorna di ex voto. Verso la metà del sec. XVII venne eretta una cappellanìa che doveva servire al culto e alla custodia della chiesa, alla quale lasciarono capitali anche i monnesi emigrati a Roma. Nel 1646 la costruzione della nuova chiesa era in atto, sostenuta dagli &amp;quot;uomini del comune&amp;quot; e dagli abitanti e restaurata entro il 1657 mentre ritocchi e completamenti erano ancora in atto nel 1672. Il campanile fu completato negli anni successivi probabilmente nel 1716. In posizione dominante la strada della valle si distingue per una sua eleganza e singolarità dovuta alle tre caratteristiche finestre, per il solido campanile in granito bigio e per la natura che lo circonda. Domina il santuario una stupenda icona in legno, barocca ma suggestiva ed interessante, ricca di colonne, di statue, statuette, di santi, di angeli, di cariatidi (parecchie purtroppo rubate recentemente). Racchiude una tela con la Madonna con Bambino, S. Brizio e da un lato la scena con la chiesetta di S. Brizio, sulla soglia della quale egli s'affaccia per accogliere una processione: madri con bambini, poveri, ecc. La pala è firmata &amp;quot;Carolus Marnus Burniensis, 1655&amp;quot;. Nel 1976 venne asportata dai ladri e recuperata dai carabinieri sotto un ponte. Ora si trova nella chiesa parrocchiale. Bello il paliotto in legno dell'altare con il santo al centro ed altre figure. Ancona e altare sono attribuiti ai Fantoni. Probabilmente di altra mano, ma squisitamente scolpito è il tabernacolo. Del tardo Settecento sono gli affreschi del soffitto, nei quali fra ornamenti floreali spiccano tre medaglioni raffiguranti S. Brizio in gloria fra gli angeli, Cristo glorioso con la Croce fra i SS. Pietro, Paolo e un vescovo, l'Assunta con San Giuseppe, S. Brizio e S. Anna. Nelle lunette attorno alla navata vi sono figure di apostoli, di vescovi e di santi. Il santuario era ricchissimo di ex voto dei quali fu fatto un gran falò, dopo la visita pastorale di mons. Tredici nel 1935, il quale diede ordine di rimuovere tutti gli ex voto tranne i quadri ad olio. Ne restano due grandi e molto belli. Uno raffigura S. Brizio in abiti vescovili con ai piedi quattro devoti dai caratteristici costumi del tempo, specie per i collari piatti e quadrangolari in lino, amplissimi i paramenti ricamati. Si tratta di una tela molto bella che richiama il Paglia. Un altro quadro votivo, da poco restaurato, raffigura una chiesa verso la quale si dirige una processione di devoti con l'iscrizione &amp;quot;Ricorso devoto fatto lì 9 novembre 1759 dal pio popolo di Monno al suo fedelissimo Protettore S. Brizio per ottenere la liberazione del male epidemico nella gente, e ne ottenne compitissima la grazia et effiges sint in memoria&amp;quot;. Sono di pietra bianca il portale e le finestre. Accanto alla sagrestia esiste anche un piccolo romitaggio consistente in un'unica stanza. Per iniziativa del parroco, nell'aprile 1973 si è formato un comitato o associazione di Amici di S. Brizio, che si proponeva il restauro del santuario. Tutto ciò che poteva essere trasportato si mise in salvo presso la canonica. Nonostante ciò la chiesa è stata in seguito quasi del tutto spogliata: l'ultima volta nel 1980. Per evitare ulteriore degrado e pericoli, si diede corso ad alcune opere. Con due successivi contributi è stato fatto il drenaggio a monte per togliere l'umidità dalla parete e rifatto il tetto con la posa nuovamente delle &amp;quot;piode&amp;quot;, cioè lastre di ardesia. La devozione dei monnesi per il santo resta ancora oggi particolarmente sentita. Nella chiesetta viene celebrata la messa il 13 novembre e tutte le domeniche di marzo. &amp;#160;&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
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		<author><name>Pgibe</name></author>	</entry>

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		<title>Clotilde il 08:47, 25 mag 2025</title>
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Agata; a E con Vezza d'Oglio e Incudine; a S con Incudine e Edolo, a O con Edolo. Il territorio è situato tutto sul lato destro orografico del fiume Oglio, che fa anche da confine naturale nella parte S che è la più bassa, con i suoi 765 m sul livello del mare, nel punto in cui il rio Fino si getta nell'Oglio al confine con Edolo. Gradualmente il terreno si innalza fino al paese e poi su su fino al Mortirolo e raggiunge la massima elevazione a NE con i Dossoni, che fanno parte del gruppo dei Monti Serottini, a 2910 m s.l.m. L'arco di montagne che fa da confine a N, appartenente alle Prealpi Bergamasche, è composto dalle seguenti cime: Cima di Grom (m 2773), Monte Varadega (m 2364), Cima Cadì (m 2449), Cima Verda (m 2409), Cima Resverde (m 2348), Motto Pagano (m 2348), Motto della Scala (m 2333), Dosso Signeul (m 1952). Il Passo della Foppa (m 1852), il Passo del Mortirolo (m 1892) e il Passo di Varadega (m 2296) mettono in comunicazione con la Valtellina. Il fiume Oglio riceve in territorio di Monno tre affluenti: la Valle di Mola (o Pedrua), che segna il confine con Incudine, l'Ogliolo di Monno nelle vicinanze di Iscla e il Rio Fino che segna il confine con Edolo. L'Ogliolo di Monno a sua volta riceve le acque del Torrente Re, che attraversa il paese, e del torrente Mortirolo, nel quale confluiscono il Rio Almada, il Rio di Sternorio, il Grom e il Varadega, oltre alle acque dell'emissario del Laghetto di Mortirolo (largo m 172, lungo m 220 e profondo m 7,50). Altro laghetto alpino, di minori dimensioni, è quello di Varadega. Abitanti (monnesi, nomignolo dialett. &amp;quot;i gàcc&amp;quot;): 900 nel 1562, 1000 nel 1567, 1000 nel 1573, 829 nel 1850, 940 nel 1861, 943 nel 1871, 915 nel 1881, 799 nel 1901, 786 nel 1911, 751 nel 1921, 775 nel 1931, 812 nel 1936, 848 nel 1951, 777 nel 1961, 645 nel 1971, 621 nel 1977, 619 nel 1981, 580 nel 1990. La tradizione, registrata da p. Gregorio di Valcamonica, vuole che &amp;quot;anticamente&amp;quot; si chiamasse &amp;quot;Amone&amp;quot;, dal nome del leggendario duca Amon, che in lingua ebraica e armena significherebbe &amp;quot;fedele&amp;quot;, &amp;quot;verace&amp;quot;. Altri hanno pensato che derivi dal greco &amp;quot;monos&amp;quot;, cioè &amp;quot;unico, solo&amp;quot;. La località avrebbe conosciuto il passaggio di truppe romane dirette verso la Valtellina e i Grigioni. Monete di Augusto vennero scoperte nella costruzione dell'asilo infantile. La tradizione vuole che vi abbiano eretto un castello due duchi longobardi: Amon (che avrebbe poi dato il nome al paese) e Lamdelfio e che all'epoca longobarda appartenessero le tombe ritrovate durante lavori di fognatura. La leggenda vuole che Carlo Magno, desideroso di liberare l'alta valle dagli ultimi pagani e da greci iconoclasti che vi si erano rifugiati, abbia mandato al duca Landolfo di Monno, quale messaggera dei suoi piani, una sua parente, Monica, la bellissima figlia del duca Alloro di Cala, monaca in Brescia, che riuscì a convincerlo a lasciar via libera alle truppe imperiali. Dalla strage di pagani ed eretici da queste fatta al passo Cala, sarebbe venuto il nome di Mortirolo e il nome ad una altura chiamata Motto Pagano. A ringraziamento per la gentile messaggera, Carlo Magno avrebbe poi chiamato queste terre Cà (per casa) di Monica, donde poi il nome di Valcamonica. L'imperatore franco avrebbe fatto costruire una chiesa dedicata a S. Brizio, alla quale i sette vescovi del seguito concessero quaranta anni di indulgenza per ogni visita alla chiesa, mentre papa Urbano concedette poi novecento giorni ogni venerdì e ogni festa del santo. Leggende e tradizioni hanno avuto origine assieme al culto di molti santi, fra i quali quello di S. Brizio, dalla permanenza dei monaci di Tours e di Cluny, che in valle ebbero possidenze e case, dopo la donazione di Carlo Magno del 774. Nel toponimo della località &amp;quot;dei frà&amp;quot;, vicina a S. Brizio, si è voluto vedere il segno di una presenza di un monastero benedettino, mentre indica certamente possedimenti monasteriali. Il santuario di S. Brizio verso il 1000 era un oratorio o solo un ospizio per pellegrini cui era addetto un prete. La tradizione vuole che la chiesa dedicata a S. Brizio sia stata parrocchiale. Il primo parroco segnalato è del 1284 e la serie segue poi ininterrotta. Con il passaggio della Valcamonica dal dominio del monastero francese di Tours a quello del vescovo di Brescia, anche il territorio di Monno venne assoggettato a canoni di affitto e decime. Periodicamente il vescovo procedeva ad esazioni ed investiture, mandando appositi delegati e teneva in Valle un suo vicario. In modo particolare i vescovi Beato Guala e Berardo Maggi fecero opera di revisione e di riordinamento dei loro diritti. Furono investiti delle decime i Federici e altri personaggi. I Federici continuarono la loro presenza fino a metà del '700. Ad opera di Cazoino, vicario del vescovo, investiture di beni vescovili sono registrate il 2 febbraio 1300. Nel 1389, un Michelino da Monno veniva bandito per non aver corrisposto quanto dovuto, sempre al vescovo, o per non aver chiesto l'investitura. Infeudazioni di decime vescovili in Monno vennero registrate ancora nel 1458, nel 1460. Con il 27 settembre e il 22 ottobre 1465 si registrarono investiture del comune e degli uomini di Monno. Con il disgregarsi del sistema feudale emersero alcune famiglie particolarmente facoltose, quali quelle dei Sutili (&amp;quot;Sitìi&amp;quot;), Fachinetti, Useppi, Fracala, ecc., che hanno lasciato il nome ad alcune località. Il castello continuò a svolgere la sua funzione per molti anni. Nel 1455 Venezia, conscia che molte rocche non potevano resistere alle artiglierie e che erano spesso nido a violenti e ribelli, decretò che fosse restaurato il castello di Breno e che si conservassero le rocche di Cimbergo e di Lozio, ma che fossero distrutte tutte le altre. Anche il castello di Monno, che era passato dai Federici ad una famiglia locale, quella dei Corata (che si estinse poi nel 1733), seguì la stessa sorte. Sulle sue rovine, che scomparvero del tutto agli inizi del '600, venne costruita la nuova parrocchiale. Nel 1398, ad un notaio del luogo, Brizio da Monno, venne affidato l'incarico di comporre dissidi fra guelfi e ghibellini. Si tratta facilmente di uno della famiglia Rizzio (o Ricci), come asserisce Agostino Pietroboni, famiglia illustre di una lunga serie di notai che si estinguerà alla fine del 1700. Ai primi del '500 assunse in valle un ruolo particolare Antonio da Monno che ricoprì la carica di Sindaco di Valcamonica varie volte (negli anni 1527, 1533, 1539 e 1545). Nel 1512 con Bernardino Ronchi e Ambrogio Alberzoni di Breno egli veniva inviato al Provveditore veneto Gritti per confermare la fedeltà dei Comuni a Venezia. Solo pochi mesi dopo Antonio da Monno con Antonio Cini, si affrettava a fare lo stesso con il governatore spagnolo. In accordo con gli Spagnoli, i Monnesi, parteciparono, il 18 marzo 1516, all'assalto del castello di Breno. Temendo discese di truppe dai Grigioni o dall'Austria, ma specialmente paventando il passaggio dei Lanzichenecchi, come poi avverrà nel 1522,&amp;#160; i passi del Mortirolo, del Tonale e dell'Aprica vennero rinforzati e si tennero Deputati e guardie a Ponte di Legno, a Monno e a Corteno. Nella carta topografica della Bresciana, datata 1597, il Pallavicini segna torri in vari passi, compreso il &amp;quot;Monterol&amp;quot;. Impressione fece il passaggio nel 1580 di S. Carlo Borromeo, a ricordo del quale rimane una santella in Mortirolo. Antica e importante fu la Vicinìa, che distribuiva sale e altro, manteneva il cappellano, il maestro, il medico, la levatrice, presiedeva alla manutenzione delle strade, alla sorveglianza sul Re, ecc. La casa comunale, lasciata in eredità dal fabbro Bartolomeo Veggiardi detto Mottino, venne risparmiata quasi del tutto dall'incendio del 1737 che distrusse parecchi registri e documenti. Nel 1720 vennero riordinati gli Statuti comunali, già emanati da secoli. Si distinsero poi le famiglie Andrioli, Caldinelli, Cicci, Grialdi, Ghensi, Lazzarini, Melotti, Mossini, Minelli, Orsatti, Passeri, Pietroboni, Trotti, Useppi, Zanardi e altre famiglie da queste derivate. La tradizione vuole che da Monno, dove viene indicata una casa loro appartenuta, sarebbero derivati quegli Ottoboni che, diventati nobili, diedero poi il vescovo di Brescia Pietro Ottoboni, poi Papa Alessandro VIII.&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;td class='diff-marker'&gt;+&lt;/td&gt;&lt;td style=&quot;color:black; font-size: 88%; border-style: solid; border-width: 1px 1px 1px 4px; border-radius: 0.33em; border-color: #a3d3ff; vertical-align: top; white-space: pre-wrap;&quot;&gt;&lt;div&gt;Borgata dell'alta Valcamonica, 7 km a N di Edolo, a O della strada per Pontedilegno. È a m 1066 s.l.m., a 105 km da Brescia e con una superficie comunale di 30,69 kmq. L'abitato sorge sulla destra del fiume Oglio, all'imbocco della valletta del Mortirolo, ai margini di pinete e su un lento declivio. Costituisce un blocco unico, sia pure distinto in contrade. Le principali sono Lucco, che è ormai conglomerato nel nucleo abitato, Iscla, che si trova a S del paese, sulla statale n° 42, a circa 3 km di distanza, e il Mortirolo che è abitato solo d'estate e si trova a circa 6 km a N del paese. Il Comune confina a N con la Valtellina (Sondrio) ed esattamente con i Comuni di Grosotto, Grosio, Mazzo di Valtellina e Tovo S. Agata; a E con Vezza d'Oglio e Incudine; a S con Incudine e Edolo, a O con Edolo. Il territorio è situato tutto sul lato destro orografico del fiume Oglio, che fa anche da confine naturale nella parte S che è la più bassa, con i suoi 765 m sul livello del mare, nel punto in cui il rio Fino si getta nell'Oglio al confine con Edolo. Gradualmente il terreno si innalza fino al paese e poi su su fino al Mortirolo e raggiunge la massima elevazione a NE con i Dossoni, che fanno parte del gruppo dei Monti Serottini, a 2910 m s.l.m. L'arco di montagne che fa da confine a N, appartenente alle Prealpi Bergamasche, è composto dalle seguenti cime: Cima di Grom (m 2773), Monte Varadega (m 2364), Cima Cadì (m 2449), Cima Verda (m 2409), Cima Resverde (m 2348), Motto Pagano (m 2348), Motto della Scala (m 2333), Dosso Signeul (m 1952). Il Passo della Foppa (m 1852), il Passo del Mortirolo (m 1892) e il Passo di Varadega (m 2296) mettono in comunicazione con la Valtellina. Il fiume Oglio riceve in territorio di Monno tre affluenti: la Valle di Mola (o Pedrua), che segna il confine con Incudine, l'Ogliolo di Monno nelle vicinanze di Iscla e il Rio Fino che segna il confine con Edolo. L'Ogliolo di Monno a sua volta riceve le acque del Torrente Re, che attraversa il paese, e del torrente Mortirolo, nel quale confluiscono il Rio Almada, il Rio di Sternorio, il Grom e il Varadega, oltre alle acque dell'emissario del Laghetto di Mortirolo (largo m 172, lungo m 220 e profondo m 7,50). Altro laghetto alpino, di minori dimensioni, è quello di Varadega. Abitanti (monnesi, nomignolo dialett. &amp;quot;i gàcc&amp;quot;): 900 nel 1562, 1000 nel 1567, 1000 nel 1573, 829 nel 1850, 940 nel 1861, 943 nel 1871, 915 nel 1881, 799 nel 1901, 786 nel 1911, 751 nel 1921, 775 nel 1931, 812 nel 1936, 848 nel 1951, 777 nel 1961, 645 nel 1971, 621 nel 1977, 619 nel 1981, 580 nel 1990. &amp;#160;&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td colspan=&quot;2&quot;&gt;&amp;#160;&lt;/td&gt;&lt;td class='diff-marker'&gt;+&lt;/td&gt;&lt;td style=&quot;color:black; font-size: 88%; border-style: solid; border-width: 1px 1px 1px 4px; border-radius: 0.33em; border-color: #a3d3ff; vertical-align: top; white-space: pre-wrap;&quot;&gt;&lt;div&gt;La tradizione, registrata da p. Gregorio di Valcamonica, vuole che &amp;quot;anticamente&amp;quot; si chiamasse &amp;quot;Amone&amp;quot;, dal nome del leggendario duca Amon, che in lingua ebraica e armena significherebbe &amp;quot;fedele&amp;quot;, &amp;quot;verace&amp;quot;. Altri hanno pensato che derivi dal greco &amp;quot;monos&amp;quot;, cioè &amp;quot;unico, solo&amp;quot;. La località avrebbe conosciuto il passaggio di truppe romane dirette verso la Valtellina e i Grigioni. Monete di Augusto vennero scoperte nella costruzione dell'asilo infantile. La tradizione vuole che vi abbiano eretto un castello due duchi longobardi: Amon (che avrebbe poi dato il nome al paese) e Lamdelfio e che all'epoca longobarda appartenessero le tombe ritrovate durante lavori di fognatura. La leggenda vuole che Carlo Magno, desideroso di liberare l'alta valle dagli ultimi pagani e da greci iconoclasti che vi si erano rifugiati, abbia mandato al duca Landolfo di Monno, quale messaggera dei suoi piani, una sua parente, Monica, la bellissima figlia del duca Alloro di Cala, monaca in Brescia, che riuscì a convincerlo a lasciar via libera alle truppe imperiali. Dalla strage di pagani ed eretici da queste fatta al passo Cala, sarebbe venuto il nome di Mortirolo e il nome ad una altura chiamata Motto Pagano. A ringraziamento per la gentile messaggera, Carlo Magno avrebbe poi chiamato queste terre Cà (per casa) di Monica, donde poi il nome di Valcamonica. L'imperatore franco avrebbe fatto costruire una chiesa dedicata a S. Brizio, alla quale i sette vescovi del seguito concessero quaranta anni di indulgenza per ogni visita alla chiesa, mentre papa Urbano concedette poi novecento giorni ogni venerdì e ogni festa del santo. Leggende e tradizioni hanno avuto origine assieme al culto di molti santi, fra i quali quello di S. Brizio, dalla permanenza dei monaci di Tours e di Cluny, che in valle ebbero possidenze e case, dopo la donazione di Carlo Magno del 774. Nel toponimo della località &amp;quot;dei frà&amp;quot;, vicina a S. Brizio, si è voluto vedere il segno di una presenza di un monastero benedettino, mentre indica certamente possedimenti monasteriali. Il santuario di S. Brizio verso il 1000 era un oratorio o solo un ospizio per pellegrini cui era addetto un prete. La tradizione vuole che la chiesa dedicata a S. Brizio sia stata parrocchiale. Il primo parroco segnalato è del 1284 e la serie segue poi ininterrotta. Con il passaggio della Valcamonica dal dominio del monastero francese di Tours a quello del vescovo di Brescia, anche il territorio di Monno venne assoggettato a canoni di affitto e decime. Periodicamente il vescovo procedeva ad esazioni ed investiture, mandando appositi delegati e teneva in Valle un suo vicario. In modo particolare i vescovi Beato Guala e Berardo Maggi fecero opera di revisione e di riordinamento dei loro diritti. Furono investiti delle decime i Federici e altri personaggi. I Federici continuarono la loro presenza fino a metà del '700. Ad opera di Cazoino, vicario del vescovo, investiture di beni vescovili sono registrate il 2 febbraio 1300. Nel 1389, un Michelino da Monno veniva bandito per non aver corrisposto quanto dovuto, sempre al vescovo, o per non aver chiesto l'investitura. Infeudazioni di decime vescovili in Monno vennero registrate ancora nel 1458, nel 1460. Con il 27 settembre e il 22 ottobre 1465 si registrarono investiture del comune e degli uomini di Monno. Con il disgregarsi del sistema feudale emersero alcune famiglie particolarmente facoltose, quali quelle dei Sutili (&amp;quot;Sitìi&amp;quot;), Fachinetti, Useppi, Fracala, ecc., che hanno lasciato il nome ad alcune località. Il castello continuò a svolgere la sua funzione per molti anni. Nel 1455 Venezia, conscia che molte rocche non potevano resistere alle artiglierie e che erano spesso nido a violenti e ribelli, decretò che fosse restaurato il castello di Breno e che si conservassero le rocche di Cimbergo e di Lozio, ma che fossero distrutte tutte le altre. Anche il castello di Monno, che era passato dai Federici ad una famiglia locale, quella dei Corata (che si estinse poi nel 1733), seguì la stessa sorte. Sulle sue rovine, che scomparvero del tutto agli inizi del '600, venne costruita la nuova parrocchiale. Nel 1398, ad un notaio del luogo, Brizio da Monno, venne affidato l'incarico di comporre dissidi fra guelfi e ghibellini. Si tratta facilmente di uno della famiglia Rizzio (o Ricci), come asserisce Agostino Pietroboni, famiglia illustre di una lunga serie di notai che si estinguerà alla fine del 1700. Ai primi del '500 assunse in valle un ruolo particolare Antonio da Monno che ricoprì la carica di Sindaco di Valcamonica varie volte (negli anni 1527, 1533, 1539 e 1545). Nel 1512 con Bernardino Ronchi e Ambrogio Alberzoni di Breno egli veniva inviato al Provveditore veneto Gritti per confermare la fedeltà dei Comuni a Venezia. Solo pochi mesi dopo Antonio da Monno con Antonio Cini, si affrettava a fare lo stesso con il governatore spagnolo. In accordo con gli Spagnoli, i Monnesi, parteciparono, il 18 marzo 1516, all'assalto del castello di Breno. Temendo discese di truppe dai Grigioni o dall'Austria, ma specialmente paventando il passaggio dei Lanzichenecchi, come poi avverrà nel 1522,&amp;#160; i passi del Mortirolo, del Tonale e dell'Aprica vennero rinforzati e si tennero Deputati e guardie a Ponte di Legno, a Monno e a Corteno. Nella carta topografica della Bresciana, datata 1597, il Pallavicini segna torri in vari passi, compreso il &amp;quot;Monterol&amp;quot;. Impressione fece il passaggio nel 1580 di S. Carlo Borromeo, a ricordo del quale rimane una santella in Mortirolo. Antica e importante fu la Vicinìa, che distribuiva sale e altro, manteneva il cappellano, il maestro, il medico, la levatrice, presiedeva alla manutenzione delle strade, alla sorveglianza sul Re, ecc. La casa comunale, lasciata in eredità dal fabbro Bartolomeo Veggiardi detto Mottino, venne risparmiata quasi del tutto dall'incendio del 1737 che distrusse parecchi registri e documenti. Nel 1720 vennero riordinati gli Statuti comunali, già emanati da secoli. Si distinsero poi le famiglie Andrioli, Caldinelli, Cicci, Grialdi, Ghensi, Lazzarini, Melotti, Mossini, Minelli, Orsatti, Passeri, Pietroboni, Trotti, Useppi, Zanardi e altre famiglie da queste derivate. La tradizione vuole che da Monno, dove viene indicata una casa loro appartenuta, sarebbero derivati quegli Ottoboni che, diventati nobili, diedero poi il vescovo di Brescia Pietro Ottoboni, poi Papa Alessandro VIII.&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
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Il 16 marzo 1945 i fascisti, sospettandone la collaborazione con i partigiani, catturarono il podestà Minelli G. Antonio, assieme alla sorella Maria. Condotto a Brescia a Canton Mombello e sottoposto a pressanti interrogatori da parte delle S.S., venne liberato il 16 aprile, anche dietro le continue insistenze della popolazione. Negli ultimi giorni di guerra la gente dovette sgomberare il paese per l'incombente pericolo di rappresaglie. L' 1 maggio, sotto l'imperversare d'una bufera di neve, le Fiamme Verdi attaccarono la colonna dei repubblichini della &amp;quot;Tagliamento&amp;quot; e dei tedeschi in fuga verso il Tonale. Grazie anche ad una fitta nebbia alcune camicie nere riuscirono a far saltare il Consorzio (casa della patata) adibito a deposito di munizioni, provocando enormi danni. Il 3 maggio fecero saltare anche il ponte dei Pellegrini sulla nazionale. Dopo una lenta ripresa, l'1 gennaio 1948, veniva ricostituito il Comune autonomo e si realizzava la strada per allacciare la statale 42 del Tonale con il centro abitato, si operava l'imbrigliamento della &amp;quot;frana Dorena&amp;quot;, si migliorava l'acquedotto, si rimettevano a nuovo l'asilo e le scuole elementari rovinate da eventi bellici. In seguito ai gravi danni prodotti dalle alluvioni dell'estate 1950 veniva costruito il ponte sull'Ogliolo e quello della segheria comunale, distrutti dalle acque. Miglioramenti vennero compiuti alla Malga Andrina e alle proprietà boschive comunali. Nel 1949 si realizzò l'allacciamento telefonico al Comune, che nel 1955 inizia la costruzione di una nuova sede, allargando la piazza IV Novembre. Nel 1960 un'altra grave alluvione ripropose il problema di un radicale intervento sulla &amp;quot;frana Dorena&amp;quot; che continuava a provocare ingenti danni. Si provvide anche all'allargamento del cimitero, con la costruzione di un primo lotto di loculi, cui ne verranno aggiunti altri due nel 1972 e nel 1984. Nel 1966 vennero inaugurate le scuole nuove, mentre era in corso di esecuzione una nuova strada di collegamento con il Mortirolo, portata a termine negli anni '80. Secondo le indicazioni tratte dalla tradizione orale, il 4 novembre 1972&amp;#160; il Comune assunse ufficialmente il suo stemma: il gonfalone viene sfoggiato per la prima volta durante l'inaugurazione del monumento ai caduti di tutte le guerre, dovuto allo scultore Maffeo Ferrari. Con l'approvazione del Piano d fabbricazione nel 1975 ha inizio un periodo di rinnovo del paese, con la costruzione di nuove case, il recupero degli edifici vecchi e la sistemazione delle strade e della illuminazione da parte dell'Amministrazione Comunale, nonché dall'impinguamento dell'acquedotto e la razionalizzazione della fognatura. Altre opere si aggiunsero negli anni seguenti. Nel 1983 sulla sede del torrentello che attraversa il paese veniva costruito un parcheggio, con successivo allargamento della piazza. Nel 1987 venivano avanzati progetti per la creazione nel territori di due centraline idroelettriche, ora in via di realizzazione e, su iniziativa di Angelo Giovanni Trotti, venne costituito il gruppo folkloristico &amp;quot;Gàlber de Mòn&amp;quot; (cioè gli &amp;quot;Zoccoli di Monno&amp;quot;). In sviluppo anche le attività del tempo libero, grazie alla costruzione, nel 1982, &lt;del class=&quot;diffchange diffchange-inline&quot;&gt;d'&lt;/del&gt;un nuovo campo sportivo. &amp;#160;&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;td class='diff-marker'&gt;+&lt;/td&gt;&lt;td style=&quot;color:black; font-size: 88%; border-style: solid; border-width: 1px 1px 1px 4px; border-radius: 0.33em; border-color: #a3d3ff; vertical-align: top; white-space: pre-wrap;&quot;&gt;&lt;div&gt;Durante la seconda guerra mondiale il paese contò 7 caduti e 10 dispersi. Momenti terribili il paese visse dal settembre 1943-1944 per rappresaglie nazifasciste dovute particolarmente alla dislocazione in Mortirolo, specie dal novembre 1944 all'aprile 1945, di formazioni patriottiche delle Fiamme Verdi, contro le quali vennero lanciati nel febbraio e nell'aprile 1945 attacchi in forza, che però risultarono inutili (v. Mortirolo). I disagi e i pericoli per la popolazione e per il paese furono enormi, ma non vi fu alcun morto di Monno. Vennero incendiate e distrutte alcune cascine, rovinate parecchie case e edifici pubblici. Il 16 marzo 1945 i fascisti, sospettandone la collaborazione con i partigiani, catturarono il podestà Minelli G. Antonio, assieme alla sorella Maria. Condotto a Brescia a Canton Mombello e sottoposto a pressanti interrogatori da parte delle S.S., venne liberato il 16 aprile, anche dietro le continue insistenze della popolazione. Negli ultimi giorni di guerra la gente dovette sgomberare il paese per l'incombente pericolo di rappresaglie. L' 1 maggio, sotto l'imperversare d'una bufera di neve, le Fiamme Verdi attaccarono la colonna dei repubblichini della &amp;quot;Tagliamento&amp;quot; e dei tedeschi in fuga verso il Tonale. Grazie anche ad una fitta nebbia alcune camicie nere riuscirono a far saltare il Consorzio (casa della patata) adibito a deposito di munizioni, provocando enormi danni. Il 3 maggio fecero saltare anche il ponte dei Pellegrini sulla nazionale. Dopo una lenta ripresa, l'1 gennaio 1948, veniva ricostituito il Comune autonomo e si realizzava la strada per allacciare la statale 42 del Tonale con il centro abitato, si operava l'imbrigliamento della &amp;quot;frana Dorena&amp;quot;, si migliorava l'acquedotto, si rimettevano a nuovo l'asilo e le scuole elementari rovinate da eventi bellici. In seguito ai gravi danni prodotti dalle alluvioni dell'estate 1950 veniva costruito il ponte sull'Ogliolo e quello della segheria comunale, distrutti dalle acque. Miglioramenti vennero compiuti alla Malga Andrina e alle proprietà boschive comunali. Nel 1949 si realizzò l'allacciamento telefonico al Comune, che nel 1955 inizia la costruzione di una nuova sede, allargando la piazza IV Novembre. Nel 1960 un'altra grave alluvione ripropose il problema di un radicale intervento sulla &amp;quot;frana Dorena&amp;quot; che continuava a provocare ingenti danni. Si provvide anche all'allargamento del cimitero, con la costruzione di un primo lotto di loculi, cui ne verranno aggiunti altri due nel 1972 e nel 1984. Nel 1966 vennero inaugurate le scuole nuove, mentre era in corso di esecuzione una nuova strada di collegamento con il Mortirolo, portata a termine negli anni '80. Secondo le indicazioni tratte dalla tradizione orale, il 4 novembre 1972&amp;#160; il Comune assunse ufficialmente il suo stemma: il gonfalone viene sfoggiato per la prima volta durante l'inaugurazione del monumento ai caduti di tutte le guerre, dovuto allo scultore Maffeo Ferrari. Con l'approvazione del Piano d fabbricazione nel 1975 ha inizio un periodo di rinnovo del paese, con la costruzione di nuove case, il recupero degli edifici vecchi e la sistemazione delle strade e della illuminazione da parte dell'Amministrazione Comunale, nonché dall'impinguamento dell'acquedotto e la razionalizzazione della fognatura. Altre opere si aggiunsero negli anni seguenti. Nel 1983 sulla sede del torrentello che attraversa il paese veniva costruito un parcheggio, con successivo allargamento della piazza. Nel 1987 venivano avanzati progetti per la creazione nel territori di due centraline idroelettriche, ora in via di realizzazione e, su iniziativa di Angelo Giovanni Trotti, venne costituito il gruppo folkloristico &amp;quot;Gàlber de Mòn&amp;quot; (cioè gli &amp;quot;Zoccoli di Monno&amp;quot;). 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		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

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		<title>Clotilde il 17:16, 21 mag 2025</title>
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				<updated>2025-05-21T17:16:23Z</updated>
		
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Nel 1646 la costruzione della nuova chiesa era in atto, sostenuta dagli &amp;quot;uomini del comune&amp;quot; e dagli abitanti e restaurata entro il 1657 mentre ritocchi e completamenti erano ancora in atto nel 1672. Il campanile fu completato negli anni successivi probabilmente nel 1716. In posizione dominante la strada della valle si distingue per una sua eleganza e singolarità dovuta alle tre caratteristiche finestre, per il solido campanile in granito bigio e per la natura che lo circonda. Domina il santuario una stupenda icona in legno, barocca ma suggestiva ed interessante, ricca di colonne, di statue, statuette, di santi, di angeli, di cariatidi (parecchie purtroppo rubate recentemente). Racchiude una tela con la Madonna con &lt;del class=&quot;diffchange diffchange-inline&quot;&gt;bambino&lt;/del&gt;, S. Brizio e da un lato la scena con la chiesetta di S. Brizio, sulla soglia della quale egli s'affaccia per accogliere una processione: madri con bambini, poveri, ecc. La pala è firmata &amp;quot;Carolus Marnus Burniensis, 1655&amp;quot;. Nel 1976 venne asportata dai ladri e recuperata dai carabinieri sotto un ponte. Ora si trova nella chiesa parrocchiale. Bello il paliotto in legno dell'altare con il santo al centro ed altre figure. Ancona e altare sono attribuiti ai Fantoni. Probabilmente di altra mano, ma squisitamente scolpito è il tabernacolo. Del tardo Settecento sono gli affreschi del soffitto, nei quali fra ornamenti floreali spiccano tre medaglioni raffiguranti S. Brizio in gloria fra gli angeli, Cristo glorioso con la Croce fra i SS. Pietro, Paolo e un vescovo, l'Assunta con San Giuseppe, S. Brizio e S. Anna. Nelle lunette attorno alla navata vi sono figure di apostoli, di vescovi e di santi. Il santuario era ricchissimo di ex voto dei quali fu fatto un gran falò, dopo la visita pastorale di mons. Tredici nel 1935, il quale diede ordine di rimuovere tutti gli ex voto tranne i quadri ad olio. Ne restano due grandi e molto belli. Uno raffigura S. Brizio in abiti vescovili con ai piedi quattro devoti dai caratteristici costumi del tempo, specie per i collari piatti e quadrangolari in lino, amplissimi i paramenti ricamati. Si tratta di una tela molto bella che richiama il Paglia. Un altro quadro votivo, da poco restaurato, raffigura una chiesa verso la quale si dirige una processione di devoti con l'iscrizione &amp;quot;Ricorso devoto fatto lì 9 novembre 1759 dal pio popolo di Monno al suo fedelissimo Protettore S. Brizio per ottenere la liberazione del male epidemico nella gente, e ne ottenne compitissima la grazia et effiges sint in memoria&amp;quot;. Sono di pietra bianca il portale e le finestre. Accanto alla sagrestia esiste anche un piccolo romitaggio consistente in un'unica stanza. Per iniziativa del parroco, nell'aprile 1973 si è formato un comitato o associazione di Amici di S. Brizio, che si proponeva il restauro del santuario. Tutto ciò che poteva essere trasportato si mise in salvo presso la canonica. Nonostante ciò la chiesa è stata in seguito quasi del tutto spogliata: l'ultima volta nel 1980. Per evitare ulteriore degrado e pericoli, si diede corso ad alcune opere. Con due successivi contributi è stato fatto il drenaggio a monte per togliere l'umidità dalla parete e rifatto il tetto con la posa nuovamente delle &amp;quot;&lt;del class=&quot;diffchange diffchange-inline&quot;&gt;pide&lt;/del&gt;&amp;quot;, cioè lastre di ardesia. La devozione dei monnesi per il santo resta ancora oggi particolarmente sentita. Nella chiesetta viene celebrata la messa il 13 novembre e tutte le domeniche di marzo. &amp;#160;&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;td class='diff-marker'&gt;+&lt;/td&gt;&lt;td style=&quot;color:black; font-size: 88%; border-style: solid; border-width: 1px 1px 1px 4px; border-radius: 0.33em; border-color: #a3d3ff; vertical-align: top; white-space: pre-wrap;&quot;&gt;&lt;div&gt;&amp;#160; S. BRIZIO: la prima chiesa era di derivazione certamente monastica, legata, come indica il santo titolare, al monastero di Tours. È sicuro che una chiesa esisteva già nel 1284, quando ebbe inizio la serie dei parroci di Monno. Nel 1480 la chiesa venne ricostruita. Era ancora parrocchiale nel 1567, quando il vescovo Bollani sollecitò la costruzione di una nuova parrocchiale più vicina al centro abitato. La chiesa aveva allora due altari ed era adorna di ex voto. Verso la metà del sec. XVII venne eretta una cappellanìa che doveva servire al culto e alla custodia della chiesa, alla quale lasciarono capitali anche i monnesi emigrati a Roma. Nel 1646 la costruzione della nuova chiesa era in atto, sostenuta dagli &amp;quot;uomini del comune&amp;quot; e dagli abitanti e restaurata entro il 1657 mentre ritocchi e completamenti erano ancora in atto nel 1672. Il campanile fu completato negli anni successivi probabilmente nel 1716. In posizione dominante la strada della valle si distingue per una sua eleganza e singolarità dovuta alle tre caratteristiche finestre, per il solido campanile in granito bigio e per la natura che lo circonda. Domina il santuario una stupenda icona in legno, barocca ma suggestiva ed interessante, ricca di colonne, di statue, statuette, di santi, di angeli, di cariatidi (parecchie purtroppo rubate recentemente). Racchiude una tela con la Madonna con &lt;ins class=&quot;diffchange diffchange-inline&quot;&gt;Bambino&lt;/ins&gt;, S. Brizio e da un lato la scena con la chiesetta di S. Brizio, sulla soglia della quale egli s'affaccia per accogliere una processione: madri con bambini, poveri, ecc. La pala è firmata &amp;quot;Carolus Marnus Burniensis, 1655&amp;quot;. Nel 1976 venne asportata dai ladri e recuperata dai carabinieri sotto un ponte. Ora si trova nella chiesa parrocchiale. Bello il paliotto in legno dell'altare con il santo al centro ed altre figure. Ancona e altare sono attribuiti ai Fantoni. Probabilmente di altra mano, ma squisitamente scolpito è il tabernacolo. Del tardo Settecento sono gli affreschi del soffitto, nei quali fra ornamenti floreali spiccano tre medaglioni raffiguranti S. Brizio in gloria fra gli angeli, Cristo glorioso con la Croce fra i SS. Pietro, Paolo e un vescovo, l'Assunta con San Giuseppe, S. Brizio e S. Anna. Nelle lunette attorno alla navata vi sono figure di apostoli, di vescovi e di santi. Il santuario era ricchissimo di ex voto dei quali fu fatto un gran falò, dopo la visita pastorale di mons. Tredici nel 1935, il quale diede ordine di rimuovere tutti gli ex voto tranne i quadri ad olio. Ne restano due grandi e molto belli. Uno raffigura S. Brizio in abiti vescovili con ai piedi quattro devoti dai caratteristici costumi del tempo, specie per i collari piatti e quadrangolari in lino, amplissimi i paramenti ricamati. Si tratta di una tela molto bella che richiama il Paglia. Un altro quadro votivo, da poco restaurato, raffigura una chiesa verso la quale si dirige una processione di devoti con l'iscrizione &amp;quot;Ricorso devoto fatto lì 9 novembre 1759 dal pio popolo di Monno al suo fedelissimo Protettore S. Brizio per ottenere la liberazione del male epidemico nella gente, e ne ottenne compitissima la grazia et effiges sint in memoria&amp;quot;. Sono di pietra bianca il portale e le finestre. Accanto alla sagrestia esiste anche un piccolo romitaggio consistente in un'unica stanza. Per iniziativa del parroco, nell'aprile 1973 si è formato un comitato o associazione di Amici di S. Brizio, che si proponeva il restauro del santuario. Tutto ciò che poteva essere trasportato si mise in salvo presso la canonica. Nonostante ciò la chiesa è stata in seguito quasi del tutto spogliata: l'ultima volta nel 1980. Per evitare ulteriore degrado e pericoli, si diede corso ad alcune opere. Con due successivi contributi è stato fatto il drenaggio a monte per togliere l'umidità dalla parete e rifatto il tetto con la posa nuovamente delle &amp;quot;&lt;ins class=&quot;diffchange diffchange-inline&quot;&gt;piode&lt;/ins&gt;&amp;quot;, cioè lastre di ardesia. La devozione dei monnesi per il santo resta ancora oggi particolarmente sentita. Nella chiesetta viene celebrata la messa il 13 novembre e tutte le domeniche di marzo. &amp;#160;&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
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		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

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		<title>Pgibe: una versione importata: Import volume 9</title>
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				<updated>2018-10-01T08:34:41Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;una versione importata: Import volume 9&lt;/p&gt;
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&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/table&gt;</summary>
		<author><name>Pgibe</name></author>	</entry>

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		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=MONNO&amp;diff=46601&amp;oldid=prev</id>
		<title>Pgibe il 03:43, 1 ott 2018</title>
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				<updated>2018-10-01T03:43:17Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;&lt;/p&gt;
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		<author><name>Pgibe</name></author>	</entry>

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