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		<title>Enciclopedia Bresciana - Contributi utente [it]</title>
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		<title>RVD Rivadossi Fonderia</title>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''&lt;br /&gt;
 Rivadossi Fonderia (RVD s.r.l.)'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Rivadossi Fonderia (RVD s.r.l.) - È probabilmente l'attività con le radici industriali più profonde ancora attive a Lumezzane. Fu fondata nel 1878 da Angelo Rivadossi come &amp;quot;Fabbrica di ottonami&amp;quot;, ma già precedentemente svolgeva attività legate alla lavorazione dei metalli con tracce al 1750. Oggi è gestita dalla quinta generazione della famiglia e si occupa della produzione di lingotti in ottone e bronzo. Ha sede in Lumezzane via Madonnina 101.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

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		<title>RIVADOSSI</title>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;
'''RIVADOSSI di Lumezzane''': &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Della famiglia Rivadossi di Lumezzane si ha traccia dall’inizio del 700. In un elenco di capi famiglia datato 1764, abitanti nel Comune di Lumezzane S. Apollonio, pubblicato da Lino Lucchini, si leggono Pietro, Giovanni e Antonio Rivadossi. Da questi discendono le varie famiglie riconosciute in luogo dai soprannomi &amp;quot;Sesane&amp;quot;, &amp;quot;Gianoto&amp;quot;, “Fausti” e “Borei” tutte native nella frazione Premiano di Lumezzane S. Apollonio (v. Premiano, v. Lumezzane). Nel 1791 si evidenzia un Francesco Rivadossi di Lumezzane che brevetto' un nuovo metodo di fusione dei metalli. Già alla fine dell'Ottocento i Rivadossi monopolizzavano con i Bonomi, i Ghidini e i Pasotti le fonderie di Lumezzane (v. Rame, Ramai). Un ramo dei Rivadossi, quello dei &amp;quot;Faohte&amp;quot;, si affermò, già dal 1860, nella lavorazione di ottone e bronzo, fondendo cascami e rottami. Si distinse particolarmente Faustino Rivadossi (1834-1912) che diede l'inizio ai &amp;quot;Faohte&amp;quot; e che aveva una fabbrica di ottonami in S. Apollonio. Il figlio Antonio (1860-1924) fu sindaco di Lumezzane S. Apollonio dal 1914 al 1919, Presidente della Congregazione di Carità e giudice conciliatore; egli, con il curato don Angelo Rovetta, nel 1901, fondò la banda musicale S. Cecilia di S. Apollonio. Il figlio di Antonio, anch'egli Faustino (1897-1954), cessò l'attività dei &amp;quot;Faohte&amp;quot;. Altra importante azienda e' la RVD srl della famiglia Rivadossi nata nel 1878 (ma con tracce risalenti al 1750) a Lumezzane Premiano, come Fabbrica di ottonami di Rivadossi Angelo e proprietaria dell'antica ruota idraulica per azionare la fucina tuttora presente sulle rive del fiume Gobbia. Del ramo dei “Sesane” si ricorda Padre Bonaventura Rivadossi (1876-1937) (v. Rivadossi Bonaventura P.), carmelitano scalzo e missionario in Anatolia, tra gravi e continue difficoltà, angherie e vessazioni riuscì in otto anni a far funzionare le scuole e l'ospedale da lui aperti grazie all'aiuto delle Suore Zelatrici del S. Cuore. Fu disinvolto, intelligente, capace di sostenere degnamente ogni situazione, abile nel comando, legato alla sua origine, alle tradizioni familiari e alla valle natia lumezzanese. Padre Bonaventura ricevette dal Governo del Re l'onorificenza della Croce di Cavaliere della Corona d'Italia e dal Governo della Grecia la massima onorificenza ellenica; del medesimo ramo &amp;quot;Sesane&amp;quot;, Giacinto Rivadossi (1895-1969), che nel 1922 emigrò da Lumezzane ad Agnosine e vi trapiantò la lavorazione di maniglierie, avviando una grande industria, la G.R.A.  (v. Rivadossi Giacinto, v. Rivadossi Giacinto s.p.a.) e Francesco Rivadossi (m. l’1 ottobre 1983) (v. Inoxriv) imprenditore. Si rammenta inoltre il Sacerdote Francesco Rivadossi (1877-1937) morto presso la casa di cura Villa Bianca di Brescia e la maestra Caterina Rivadossi che a fine '800 si prodigo' per la scuola femminile di Lumezzane. Nel secondo dopoguerra, le varie famiglie Rivadossi di Lumezzane, hanno aperto attività importanti, ancora oggi attive, per la produzione di stampi, casalinghi, trapani radiali, filo per elettrofusione, ecc.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
'''RIVADOSSI di Vallecamonica:'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Antica famiglia originaria di Borno, dove gli ultimi discendenti sono dediti prevalentemente ad attività nel settore dell'edilizia. Della famiglia ebbe rilievo Giovanni (detto Canöa) appaltatore di strade, negoziante di legname, proprietario di segherie a Berzo, Borno e Malegno. Della famiglia di Esine emersero soprattutto il maestro Antonio (detto &amp;quot;maestro Canöa&amp;quot;), antiquari e restauratori di mobili antichi come Giovanni e il figlio Antonio, capaci operai, falegnami, ottimi artigiani. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
	  [[Categoria: Volumi_Enciclopedia_Bresciana]][[Categoria: Volume_15]][[Categoria: Lettera_R]][[Categoria: Volume_15 - Pagina_77]][[Categoria: Volume_15 - Lettera_R]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

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		<title>MEIO</title>
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				<updated>2026-03-29T07:40:52Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''MEIO (Girolamo) Giuseppe detto &amp;quot;il Voltolina&amp;quot;'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
(Salò, 11 gennaio 1536 - morto poco più che cinquantenne). Di Lazzaro chiamato &amp;quot;il Voltolina&amp;quot; secondo alcuni per l'origine della sua famiglia dalla Valtellina, secondo Guido Lonati dal nome di una contrada omonima di Gardone Riviera usato per indicare altre famiglie di Maderno e di Salò. Poeta didascalico e agronomo. Studiò lettere greche a Verona con Matteo Del Bue. Tornato a Salò, con altri diciotto giovani il 26 maggio 1564 fondava l'Accademia Unanime o Concorde, di cui fu prima rettore o preside, nel quale ebbe il titolo accademico di &amp;quot;odioso&amp;quot;. All'Accademia lesse i suoi versi &amp;quot;De hortorum coltura&amp;quot; dedicati a Gioachino Scaino, stampati poi a Brescia dal Sabbio nel 1574 con altri componimenti come il &amp;quot;Miseto&amp;quot; e l'&amp;quot;Iside&amp;quot;, cui aggiunse l' &amp;quot;Ercole Benacense&amp;quot;. Il 29 agosto 1580 per domanda e munificenza del Visitatore apostolico S. Carlo Borromeo, erigeva un Collegio del Monte di Pietà Spirituale per l'istruzione dei fanciulli e giovanetti. C'è chi lo dice già impazzito nel 1587, secondo il Gargnani, a causa della passione amorosa per Isabella Socia il cui nome ricorre continuamente nel &amp;quot;De hortorum coltura&amp;quot; nell'&amp;quot;Iside&amp;quot; e in altri versi italiani. In effetti di lui non si hanno più notizie dopo i cinquanta anni e neppure circa il luogo e la data della sua morte. Ebbero lodi per le sue opere Eufastro, Quadrio, Tiraboschi, Gargnani e Marcelli. Il Brunati lo dichiara migliore del francese P. Rapin che poetò sullo stesso argomento e soggiunse: &amp;quot;La semplicità delle immagini e de' concetti, le grazie dello stile, la purissima loro latinità innamora il lettore, sebbene il verso vi riesca talvolta languido e dilavato&amp;quot;. Il Meio tradusse il primo libro della &amp;quot;Coltura degli Orti&amp;quot;, traduzione poi ripresa e conclusa dall'ab. Antonio Sambuca e rifatta malamente dall'abate Gargnani che la stampò nel 1813. Quattro ottave, una canzone di sei strofe, un capitoletto di tredici terzine ed una canzoncina di due stanze tutte di intonazione petrarchesca e che il Brunati dice &amp;quot;slombate e senza vita&amp;quot; sono in un codice della Biblioteca del Seminario di Padova.&lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
	  [[Categoria: Volumi_Enciclopedia_Bresciana]][[Categoria: Volume_9]][[Categoria: Lettera_M]][[Categoria: Volume_9 - Pagina_83]][[Categoria: Volume_9 - Lettera_M]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

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		<title>CALAMANDRINO</title>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''CALAMANDRINO'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tecnico spagnolo, nel 1238 cadde prigioniero dei bresciani.&lt;br /&gt;
Secondo la leggenda, pare che fosse un convertito spagnolo al servizio di Federico e una volta catturato, per portarlo dalla parte dei Bresciani, venne dato in sposa ad una ragazza del posto e gli venne data una casa, tradizionalmente identificata nella parte occidentale del complesso di Santa Giulia, già  sede del S.R.Impero sotto Lodovico II il giovane.&lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
	  [[Categoria: Volumi_Enciclopedia_Bresciana]][[Categoria: Volume_2]][[Categoria: Lettera_C]][[Categoria: Volume_2 - Pagina_14]][[Categoria: Volume_2 - Lettera_C]]&lt;/div&gt;</summary>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''CALAMANDRINO'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tecnico spagnolo, nel 1238 cadde prigioniero dei bresciani.&lt;br /&gt;
Secondo la leggenda, pare che fosse un convertito spagnolo al servizio di Federico e una volta catturato, per portarlo dalla parte dei Bresciani, venne dato in sposa ad una ragazza del posto e gli venne data una casa, tradizionalmente identificata nella parte occidentale del complesso di Santa Giulia, già  sede del S.R.Impero sotto Lodovico II il giovane&lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
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		<title>OBIZIO da Niardo, S.</title>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''OBIZIO da Niardo, S.'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sec. XII. Di Niardo. Di Graziadio degli Obizi de Pazzi, (v.). Alcuni, senza prove, lo vogliono un Martinengo, altri un Griffi, il Crollalanza lo indica come «De Augustis». Sposato con certa Triglissenda, abbracciò la carriera militare, prese parte alle guerre tra i Comuni lombardi. Il 7 luglio 1191 con cento cavalieri corse, forse al seguito del padre, in aiuto dei Bresciani, assaliti sulle rive dell'Oglio dai Cremonesi, riuscendo, dopo averne uccisi molti, a sconfiggerli. Ritornati all'assalto i Cremonesi con l'appoggio dei Bergamaschi, Obizio si battè con coraggio, inseguendo i nemici fino sul ponte dell'Oglio che, cedendo al peso dei combattenti, si ruppe. Seppellito vivo sotto molti cadaveri per alcune ore, invocato l'aiuto di S. Margherita, di cui era devotissimo, sentendo una persona che passava vicino, gridò, venne dissepellito. Prostrato dalla fatica, si addormentò e nel sonno vide l'orrendo inferno pronto ad inghiottirlo. Svegliandosi decise di cambiare vita, di lasciare il mondo. Tornato a Niardo, vestì abiti poverissimi e si dedicò alla preghiera e alla penitenza, vivendo di solo pane ed acqua e di erbe crude, dormendo sulla nuda terra, affrontando digiuni e macerazioni e assistendo poveri, viandanti ecc. Divise i suoi averi fra la moglie e i figli, ne riservò una quinta parte per costruire presso la chiesa di S. Maria alla Minerva, a S di Breno, un ponte, al quale egli stesso lavorò come muratore. Essendosi un compagno di lavoro ferito seriamente ad una mano, egli lo guarì avvolgendola nel suo mantello. Per vivere più unito a Dio si ritirò in un monastero costruito da suo zio Ansuino e per fare ancora più penitenza faticò a lungo in una cava di pietre con le quali costruì una piccola casetta, vicino al monastero, dove si rinchiuse un anno intero in rigorosa penitenza. Consigliato da due anziani sacerdoti ritornò dalla moglie e dai figli, e ricostituì il patrimonio familiare andato in dissesto. Sempre desideroso di dedicarsi a vita solitaria, ottenne dalla moglie di poter passare la Quaresima in un monastero. Decise poi di dedicarsi a Niardo ad una vita di servizio e di aiuto ai poveri assoggettandosi a faticosi lavori agricoli, raccogliendo legna per i poveri, affrontando i più severi rimproveri dei famigliari. Ottenuto il permesso dalla moglie, intraprese più pellegrinaggi. Fu a Cremona per pregare in S. Mattia sulla tomba del beato Alberto di Ognana, proseguendo per Lucca dove venerò il Volto Santo, superando tentazioni diaboliche. Tornato a Niardo si dedicò a veglie, digiuni e a letture spirituali, fra le quali predilesse il racconto del martirio di S. Margherita. Dopo aver ottenuto l'adesione della moglie, ormai convinta della santità del marito, riprese pellegrinaggi e, trascinandosi ai piedi due pesanti palle di ferro, fu di nuovo a Cremona, per pregare nella chiesa di S. Egidio sulla tomba di S. Omobono. Partì poi per i Camaldoli, da dove per il grave indebolimento per le fatiche e le penitenze dovette tornare sui suoi passi. A Cremona, semivivo, trovò la moglie ed un figlio che se lo portarono a Brescia. Ristabilitosi, poté tornare a Niardo. Dopo aver passato altro tempo a Niardo finalmente nel 1197 ottenne dalla moglie di farsi oblato nel monastero di S. Giulia a Brescia, dove venne accolto con grande gioia dalla badessa Bellintenda e dalle monache. Visse in umile servizio e facendo del bene a quanti avevano modo di avvicinarlo. Poi, presago di una non lontana fine, nel novembre 1203 andò a Niardo, dove si fermò solo due giorni. Prima di partire unì assieme con la cintura del vestito moglie e figli salutandoli con calde lagrime. Ritornò a Brescia, a piedi scalzi, per sentieri ghiacciati nel più crudo inverno. Giuntovi, dovette fermarsi una notte presso la figlia, ma volle dormire su una stuoia. Ritornato nel monastero, ridotto a uno scheletro, si ammaltò gravemente. Ebbe l'assistenza assidua della figlia Berta e la visita di moltissime persone. Rifiutando ogni medicina e vestito della sola tunica monacale, aspettò la morte. Chiese solo di rivedere la moglie e i due figli Giacomino e Maffeo. Ottenne da quest'ultimo che lasciasse la donna che teneva con sè fuori del matrimonio, rivolse gli occhi al cielo e si addormentò nella morte. Era il 6 dicembre 1204. Nonostante avesse raccomandato di essere sepolto con la massima semplicità e riservatezza, gli furono tributati grandissimi onori. Come ricordano gli atti del processo di beatificazione, «lavato il Santo Corpo conforme l'uso, e riccamente vestito, et ornato col concorso di tutto il popolo attorniato, e preceduto da innocenti fanciulli, che ne gli habiti, e ne' sembianti rassomigliavano la Celeste Corte de gli Angeli, fu levato da tutte le Religioni e Luoghi Pii con Trombe, Piffari, e Tamburri, e col suono festoso di tutte le Campane; così in grande veneratione portandolo processionalmente per tutta la città, era chiamato et adorato da tutti per Santo. Ritornati poi alla Chiesa di S. Giulia, la quale era ricca, e sontuosamente addobbata, fu posto sopra un catafalco da infinità di torci accesi illuminato; si sentiva da dupplicati Chori Angeliche armonie de più isquisiti Musici, a quali rispondevano sonore Trombe, e Piffari con festoso strepito, e mormorio de più Tamburri. Fatto poi in Pulpito un divoto non men che dotto Panegirico da perito Oratore a lode del Santo Cavaliere, di qui fu portato entro il Monasterio, dove vicino alla Chiesa antica nel preparato Sepolcro con gran Solennità fu sepellito». Molti miracoli gli vennero attribuiti nella circostanza della morte e dei funerali. Fistole e piaghe guarite all'istante e membra rattrappite e storpiate raddrizzate al solo contatto con la paglia o la terra sulla quale era morto, demoni in fuga, favorirono la fama di santità di Obizio, e miracoli ancora più insigni. L'esempio di Obizio sarebbe stato seguito dalla moglie che sarebbe morta in concetto di santità. Il figlio Maffeo, seguendo l'esempio dei genitori, divise i suoi beni in tre parti: una destinata al monastero di Cemmo, l'altra alla chiesa di Niardo, e la terza ai poveri del paese. Nel registro di un sodalizio di preghiere del monastero di S. Giulia si legge il nome della monaca Margherita «Filia sancti Obizonis cum omnibus suis vivis et mortuis». Continuando viva la devozione e i miracoli, il corpo del santo venne tolto dal primo sepolcro, e deposto in un'arca marmorea, dalla quale sgorgò d'incanto un'acqua «purissima e cristallina». Bevendola i malati riacquistavano la salute. Dopo molti anni nel 1498 le reliquie tolte dall'arca vennero deposte, con quelle di S. Giulia e di altri santi, sotto l'altare della chiesa del monastero. L'arca venne deposta in sagrestia. Da quell'istante l'acqua non sgorgò più dall'arca. Inariditasi con ciò la devozione popolare, continuò quella delle monache che venne ancor più risvegliata da un fatto straordinario accaduto il 10 ottobre 1505, quando verso mezzanotte la campana del monastero incominciò a suonare senza che nessuno ne toccasse la fune. Una monaca svegliatasi di soprassalto, credendo fosse l'ora del mattutino, vide la chiesa illuminata da una grande luce come fosse giorno. Lo stesso vide un'altra monaca, mentre la monaca sagrestana, vide il pavimento bagnato ed accostatasi all'arca la vide ripiena di acqua. Il fenomeno si ebbe a ripetere per molto tempo. Il miracolo ravvivò ancor più il culto e sollecitò le monache a incaricare il Romanino a documentare la vita del santo con affreschi nella cappella ricavata alla base del campanile di San Salvatore. Nei pregevoli affreschi datati verso il 1530 (e restaurati nel 1965) il pittore lo ha raffigurato nelle vesti di un nobile guerriero dal portamento maestoso. Secondo studi più recenti la datazione degli affreschi corrisponderebbe agli anni di carica nel ruolo di badessa di Adeodata Martinengo. Un inno e orazioni vennero raccolte da p. Floriano Canale, canonico regolare a S. Giovanni in Brescia. Soppresso nel 1797 il monastero di S. Giulia, il 16 dicembre 1798 le reliquie del santo vennero trasferite con grande solennità a Niardo e collocate nella chiesa parrocchiale, dapprima sull'altare della Madonna e dal 1861 su un proprio altare. Al santo, Niardo attribuì numerose grazie: la guarigione delle bestie in una epidemia di polmonera, il dono della pioggia dopo pericolose siccità, l'arresto di una frana minacciante l'abitato, la fine del colera ecc. A S. Obizio venne attribuita l'incolumità degli abitanti nelle continue frane della roccia del colle di S. Giorgio. Ebbe culto «Ab immemorabili» con un ufficio speciale e il ricordo nel Martirologio che, prima della edizione del Martirologio del Baronio, veniva letto in cattedrale. Il culto venne riconosciuto ed approvato da Leone XIII il 23 luglio 1900 e la festa venne fissata al 4 febbraio. Oggi si celebra soltanto a Niardo ai primi di maggio con solenne processione e con manifestazioni folcloristiche nelle quali spiccano le Guardie di S. Obizio, in solenni monture militari. Al santo è attribuito un inno, il più antico del popolo bresciano che ci è stato tramandato, in onore alla grande battaglia di Rudiano. Il ritmo, è quello dei canti sacri, e probabilmente cantato attorno al Carroccio. L'Odorici scrive: «Quest'inno che nell'ebbrezza di un popolo vincitore cantavano devoti appiè dell'ara massima di S. Pietro de Dom (...) questa calda poesia bresciana, rude ma palpitante, è la letizia guerriera che negli entusiasmi della gloria versavano l'esaltazione dei loro affetti nei canti sacri».&lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
	  [[Categoria: Volumi_Enciclopedia_Bresciana]][[Categoria: Volume_10]][[Categoria: Lettera_O]][[Categoria: Volume_10 - Pagina_309]][[Categoria: Volume_10 - Lettera_O]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

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		<title>OBIZIO da Niardo, S.</title>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''OBIZIO da Niardo, S.'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sec. XII. Di Niardo. Di Graziadio degli Obizi de Pazzi, (v.). Alcuni, senza prove, lo vogliono un Martinengo, altri un Griffi, il Crollalanza lo indica come «De Augustis». Sposato con certa Triglissenda, abbracciò la carriera militare, prese parte alle guerre tra i Comuni lombardi. Il 7 luglio 1191 con cento cavalieri corse, forse al seguito del padre, in aiuto dei Bresciani, assaliti sulle rive dell'Oglio dai Cremonesi, riuscendo, dopo averne uccisi molti, a sconfiggerli. Ritornati all'assalto i Cremonesi con l'appoggio dei Bergamaschi, Obizio si battè con coraggio, inseguendo i nemici fino sul ponte dell'Oglio che, cedendo al peso dei combattenti, si ruppe. Seppellito vivo sotto molti cadaveri per alcune ore, invocato l'aiuto di S. Margherita, di cui era devotissimo, sentendo una persona che passava vicino, gridò, venne dissepellito. Prostrato dalla fatica, si addormentò e nel sonno vide l'orrendo inferno pronto ad inghiottirlo. Svegliandosi decise di cambiare vita, di lasciare il mondo. Tornato a Niardo, vestì abiti poverissimi e si dedicò alla preghiera e alla penitenza, vivendo di solo pane ed acqua e di erbe crude, dormendo sulla nuda terra, affrontando digiuni e macerazioni e assistendo poveri, viandanti ecc. Divise i suoi averi fra la moglie e i figli, ne riservò una quinta parte per costruire presso la chiesa di S. Maria alla Minerva, a S di Breno, un ponte, al quale egli stesso lavorò come muratore. Essendosi un compagno di lavoro ferito seriamente ad una mano, egli lo guarì avvolgendola nel suo mantello. Per vivere più unito a Dio si ritirò in un monastero costruito da suo zio Ansuino e per fare ancora più penitenza faticò a lungo in una cava di pietre con le quali costruì una piccola casetta, vicino al monastero, dove si rinchiuse un anno intero in rigorosa penitenza. Consigliato da due anziani sacerdoti ritornò dalla moglie e dai figli, e ricostituì il patrimonio familiare andato in dissesto. Sempre desideroso di dedicarsi a vita solitaria, ottenne dalla moglie di poter passare la Quaresima in un monastero. Decise poi di dedicarsi a Niardo ad una vita di servizio e di aiuto ai poveri assoggettandosi a faticosi lavori agricoli, raccogliendo legna per i poveri, affrontando i più severi rimproveri dei famigliari. Ottenuto il permesso dalla moglie, intraprese più pellegrinaggi. Fu a Cremona per pregare in S. Mattia sulla tomba del beato Alberto di Ognana, proseguendo per Lucca dove venerò il Volto Santo, superando tentazioni diaboliche. Tornato a Niardo si dedicò a veglie, digiuni e a letture spirituali, fra le quali predilesse il racconto del martirio di S. Margherita. Dopo aver ottenuto l'adesione della moglie, ormai convinta della santità del marito, riprese pellegrinaggi e, trascinandosi ai piedi due pesanti palle di ferro, fu di nuovo a Cremona, per pregare nella chiesa di S. Egidio sulla tomba di S. Omobono. Partì poi per i Camaldoli, da dove per il grave indebolimento per le fatiche e le penitenze dovette tornare sui suoi passi. A Cremona, semivivo, trovò la moglie ed un figlio che se lo portarono a Brescia. Ristabilitosi, poté tornare a Niardo. Dopo aver passato altro tempo a Niardo finalmente nel 1197 ottenne dalla moglie di farsi oblato nel monastero di S. Giulia a Brescia, dove venne accolto con grande gioia dalla badessa Bellintenda e dalle monache. Visse in umile servizio e facendo del bene a quanti avevano modo di avvicinarlo. Poi, presago di una non lontana fine, nel novembre 1203 andò a Niardo, dove si fermò solo due giorni. Prima di partire unì assieme con la cintura del vestito moglie e figli salutandoli con calde lagrime. Ritornò a Brescia, a piedi scalzi, per sentieri ghiacciati nel più crudo inverno. Giuntovi, dovette fermarsi una notte presso la figlia, ma volle dormire su una stuoia. Ritornato nel monastero, ridotto a uno scheletro, si ammaltò gravemente. Ebbe l'assistenza assidua della figlia Berta e la visita di moltissime persone. Rifiutando ogni medicina e vestito della sola tunica monacale, aspettò la morte. Chiese solo di rivedere la moglie e i due figli Giacomino e Maffeo. Ottenne da quest'ultimo che lasciasse la donna che teneva con sè fuori del matrimonio, rivolse gli occhi al cielo e si addormentò nella morte. Era il 6 dicembre 1204. Nonostante avesse raccomandato di essere sepolto con la massima semplicità e riservatezza, gli furono tributati grandissimi onori. Come ricordano gli atti del processo di beatificazione, «lavato il Santo Corpo conforme l'uso, e riccamente vestito, et ornato col concorso di tutto il popolo attorniato, e preceduto da innocenti fanciulli, che ne gli habiti, e ne' sembianti rassomigliavano la Celeste Corte de gli Angeli, fu levato da tutte le Religioni e Luoghi Pii con Trombe, Piffari, e Tamburri, e col suono festoso di tutte le Campane; così in grande veneratione portandolo processionalmente per tutta la città, era chiamato et adorato da tutti per Santo. Ritornati poi alla Chiesa di S. Giulia, la quale era ricca, e sontuosamente addobbata, fu posto sopra un catafalco da infinità di torci accesi illuminato; si sentiva da dupplicati Chori Angeliche armonie de più isquisiti Musici, a quali rispondevano sonore Trombe, e Piffari con festoso strepito, e mormorio de più Tamburri. Fatto poi in Pulpito un divoto non men che dotto Panegirico da perito Oratore a lode del Santo Cavaliere, di qui fu portato entro il Monasterio, dove vicino alla Chiesa antica nel preparato Sepolcro con gran Solennità fu sepellito». Molti miracoli gli vennero attribuiti nella circostanza della morte e dei funerali. Fistole e piaghe guarite all'istante e membra rattrappite e storpiate raddrizzate al solo contatto con la paglia o la terra sulla quale era morto, demoni in fuga, favorirono la fama di santità di Obizio, e miracoli ancora più insigni. L'esempio di Obizio sarebbe stato seguito dalla moglie che sarebbe morta in concetto di santità. Il figlio Maffeo, seguendo l'esempio dei genitori, divise i suoi beni in tre parti: una destinata al monastero di Cemmo, l'altra alla chiesa di Niardo, e la terza ai poveri del paese. Nel registro di un sodalizio di preghiere del monastero di S. Giulia si legge il nome della monaca Margherita «Filia sancti Obizonis cum omnibus suis vivis et mortuis». Continuando viva la devozione e i miracoli, il corpo del santo venne tolto dal primo sepolcro, e deposto in un'arca marmorea, dalla quale sgorgò d'incanto un'acqua «purissima e cristallina». Bevendola i malati riacquistavano la salute. Dopo molti anni nel 1498 le reliquie tolte dall'arca vennero deposte, con quelle di S. Giulia e di altri santi, sotto l'altare della chiesa del monastero. L'arca venne deposta in sagrestia. Da quell'istante l'acqua non sgorgò più dall'arca. Inariditasi con ciò la devozione popolare, continuò quella delle monache che venne ancor più risvegliata da un fatto straordinario accaduto il 10 ottobre 1505, quando verso mezzanotte la campana del monastero incominciò a suonare senza che nessuno ne toccasse la fune. Una monaca svegliatasi di soprassalto, credendo fosse l'ora del mattutino, vide la chiesa illuminata da una grande luce come fosse giorno. Lo stesso vide un'altra monaca, mentre la monaca sagrestana, vide il pavimento bagnato ed accostatasi all'arca la vide ripiena di acqua. Il fenomeno si ebbe a ripetere per molto tempo. Il miracolo ravvivò ancor più il culto e sollecitò le monache a incaricare il Romanino a documentare la vita del santo con affreschi nella cappella ricavata alla base del campanile di San Salvatore. Nei pregevoli affreschi datati verso il 1530 (e restaurati nel 1965) il pittore lo ha raffigurato nelle vesti di un nobile guerriero dal portamento maestoso. Secondo studi più recenti la datazione degli affreschi corrisponderebbe agli di carica nel ruolo di badessa di Adeodata Martinengo. Un inno e orazioni vennero raccolte da p. Floriano Canale, canonico regolare a S. Giovanni in Brescia. Soppresso nel 1797 il monastero di S. Giulia, il 16 dicembre 1798 le reliquie del santo vennero trasferite con grande solennità a Niardo e collocate nella chiesa parrocchiale, dapprima sull'altare della Madonna e dal 1861 su un proprio altare. Al santo, Niardo attribuì numerose grazie: la guarigione delle bestie in una epidemia di polmonera, il dono della pioggia dopo pericolose siccità, l'arresto di una frana minacciante l'abitato, la fine del colera ecc. A S. Obizio venne attribuita l'incolumità degli abitanti nelle continue frane della roccia del colle di S. Giorgio. Ebbe culto «Ab immemorabili» con un ufficio speciale e il ricordo nel Martirologio che, prima della edizione del Martirologio del Baronio, veniva letto in cattedrale. Il culto venne riconosciuto ed approvato da Leone XIII il 23 luglio 1900 e la festa venne fissata al 4 febbraio. Oggi si celebra soltanto a Niardo ai primi di maggio con solenne processione e con manifestazioni folcloristiche nelle quali spiccano le Guardie di S. Obizio, in solenni monture militari. Al santo è attribuito un inno, il più antico del popolo bresciano che ci è stato tramandato, in onore alla grande battaglia di Rudiano. Il ritmo, è quello dei canti sacri, e probabilmente cantato attorno al Carroccio. L'Odorici scrive: «Quest'inno che nell'ebbrezza di un popolo vincitore cantavano devoti appiè dell'ara massima di S. Pietro de Dom (...) questa calda poesia bresciana, rude ma palpitante, è la letizia guerriera che negli entusiasmi della gloria versavano l'esaltazione dei loro affetti nei canti sacri».&lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
	  [[Categoria: Volumi_Enciclopedia_Bresciana]][[Categoria: Volume_10]][[Categoria: Lettera_O]][[Categoria: Volume_10 - Pagina_309]][[Categoria: Volume_10 - Lettera_O]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

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		<title>MUSEO Civico di Scienze Naturali</title>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''MUSEO Civico di Scienze Naturali'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il primo nucleo del museo di Brescia si costituì con varie collezioni di cui la prima donata all'Ateneo di Brescia dal conte Luigi Lechi nel 1814. Comprendeva circa 200 minerali di varia provenienza, con esemplari di piccole dimensioni, ma ben classificati dall'Università di Parigi. Ad essa ne seguirono due altre offerte da G.B. Spinelli, di cui una composta da 300 fossili e l'altra di conchiglie di molluschi terrestri. Una collezione veniva offerta nel 1864 dal conte Tommaso Caprioli, cui seguiva una copiosa raccolta di rocce offerta nel 1867 dal geologo Giuseppe Ragazzoni con varie migliaia di esemplari, di medie dimensioni ma ben classificate. Una raccolta di rocce delle Prealpi bresciane e una ricca collezione malacologica venivano consegnate poco dopo sempre all'Ateneo dal capitano degli Alpini Adami. Fu a questo punto che Gabriele Rosa volle assegnare alle raccolte nominate alcune sale dell'Ateneo. Queste si arricchivano nel 1882 del copioso e preziosissimo erbario donato dagli eredi del prof. Elia Zersi, di un grosso frammento del meteorite di Alfianello e delle impronte di Chirotherium rinvenute da don Bruni nel territorio di Collio e di altri numerosi esemplari. Di fronte al crescente patrimonio naturalistico nel 1895 il prof. Eugenio Bettoni caldeggiava l'idea di esporre al pubblico le collezioni esistenti, affidandone il compito alla Società di Storia naturale da lui fondata e alla quale l'Ateneo assegnava un sussidio annuo e gli scaffali per collocarvi i materiali «della Gea, della Flora e della Fauna» mentre il Comune concedeva i locali al piano terreno del palazzo Martinengo da Barco. Il Museo veniva così inaugurato ufficialmente il 7 luglio 1902 con l'intervento del Ministro della Pubblica Istruzione Nunzio Nasi. Per l'occasione nell'atrio venne posta la seguente iscrizione: «Sciogliendo un antico voto / di Gabriele Rosa / l'Ateneo nel secolare di sua fondazione / apre al pubblico studio / i musei dei prodotti naturali / ordinati per iniziativa / di Eugenio Bettoni / col nome di Giuseppe Ragazzoni / coadiuvando all'opera / con zelo indefesso amoroso / i più valenti consoci. 6 settembre 1902». Con lo spostamento nel 1907 dell'Ateneo da palazzo Martinengo a palazzo Tosio, per l'angustia dei nuovi locali, il materiale del museo di storia naturale fu trasportato in castello nel modesto fabbricato Pisani (poi demolito). Qui, grazie all'apporto dei professori Cacciamali e Guccini, il museo ebbe un periodo fortunato. Tra l'altro si arricchì anche di una bella collezione ornitologica. Chiusi i battenti per la prima guerra mondiale, il museo dell'Ateneo non li riaprì più, perché i locali furono nel 1927 ceduti alla milizia fascista. Il materiale fu malamente sistemato in alcuni locali a pianterreno e poco adatti dell'Istituto tecnico a palazzo Bargnani appena sufficienti ad accogliere l'esposizione di nemmeno tutto il materiale. È perciò comprensibile come, nell'agosto-ottobre 1937, giovani entusiasti e particolarmente preparati come Mario Pavan e Gian Maria Ghidini, rimarcassero con insistenza la necessità di un rinnovamento radicale del museo, proponendo sviluppi più moderni. Fu così che alla fine della seconda guerra mondiale i soci dell'Ateneo e del gruppo naturalistico «Ragazzoni» (fra cui Ottavio Trainini, Angelo Bettoni, Valerio Giacomini, Angelo Ferretti-Torricelli) si dovettero dare da fare per salvare il salvabile. Nel 1947 il prof. Ferretti-Torricelli, unitamente a Valerio Giacomini e Gualtiero Laeng, prendeva i primi contatti con la civica amministrazione, per poter realizzare quanto da tempo era auspicato sia dall'una che dall'altra parte e cioè una miglior utilizzazione del patrimonio scientifico-naturalistico fino allora collezionato. Nel 1948 una commissione mista, costituita da membri dell'Ateneo e del Comune, rappresentò il primo segno di ufficialità della trattativa che sboccò, nel 1949, nell'atto di donazione dei materiali del museo «G. Ragazzoni» da parte dell'Ateneo al Comune di Brescia. Il 21 settembre 1950 il Consiglio comunale decideva di accettare l'offerta e di rinnovare il museo. La prima sala (ricca di esemplari di mammiferi nostrani ed esotici e della collezione di 600 uccelli catturati in provincia) venne inaugurata il 17 febbraio 1951. Una seconda sala (con collezioni stratigrafiche di rocce e di fossili) ed una terza (dedicata alla preistoria ed inaugurata nel 1954). Destinato il Mastio del castello a museo delle armi, nel 1968 quello di Storia naturale venne di nuovo smontato e le collezioni inscatolate e depositate nell'ala E del terzo chiostro dell'ex monastero di S. Giulia, rimanendo utilizzabili soltanto i laboratori di ricerca e la biblioteca. La nuova situazione spinse finalmente l'Amministrazione comunale ad avviare la costruzione di un moderno e funzionale edificio a N dell'ex sanatorio S. Antonino, il cui progetto fu affidato all'ing. Panelli e all'arch. Piovanelli con la collaborazione attivissima del direttore Pierfranco Blesio. Avviato nel 1974 il primo lotto, nel settembre 1983 venivano inaugurate le prime sale del nuovo museo, cui seguirono le altre. Nella nuova sede il museo moltiplicò ammirevolmente la propria attività con mostre, conferenze stage, convegni, ecc. Nel 1986 il museo ospitava altre collezioni che furono sistemate nell'atrio e in una quarta e quinta saletta. Numerose anche le raccolte nei depositari, ben organizzati i laboratori (di scienze, di chimica e petrografia), ricca la biblioteca. Nel marzo 1987 inaugurava un mini planetario ed un laboratorio per la didattica dell'astronomia. Il museo prevede trentacinque sale, pari a circa 1550 mq, destinate all'esposizione permanente, di cui dieci sale già allestite. Le raccolte sono costituite da reperti e collezioni naturalistiche di interesse geologico (mineralogico, litologico e paleontologico), botanico e micologico, zoologico (entomologico, ittiologico, erpetologico, ornitologico e mammologico) nonché paletnologico, che fanno capo alle quattro sezioni in cui si articola il museo: mineralogica, litologica e paleontologica, botanica, zoologica e antropologica culturale. Le collezioni mineralogiche comprendono campioni e materiali sia di provenienza locale (mineralizzazioni delle valli Trompia, Sabbia e Camonica) sia provenienti dai più caratteristici giacimenti alpini e appenninici, europei e mondiali. Sono state riunite nel corso degli anni, dal tempo di Giuseppe Ragazzoni fino ai nostri giorni (ultima acquisizione - 1988 - è stata la Collezione M. Lussignoli, recentemente donata al museo cittadino). Le collezioni litologiche hanno come nucleo principale i campioni, raccolti dal Ragazzoni, per l'illustrazione del suo «profilo geognostico delle prealpi lombarde» che altro non è se non una sezione ideale delle nostre montagne, dalla Valtellina alla pianura, attraverso il territorio bresciano. A questo si sono aggiunti i campioni di studio dei vari geologi che si sono succeduti nel corso degli anni (soprattutto dal Cacciamali). Le collezioni paleontologiche sono costituite da reperti raccolti prevalentemente nel territorio bresciano, soprattutto in alcune località fossilifere caratteristiche. Le collezioni botaniche sono costituite da erbari in cui sono conservati campioni ed esemplari floristici e vegetazionali, per lo più riguardanti la flora italiana (erbario Preda) con particolare riferimento a quella bresciana (erbario Zersi); raccolte, queste, che datano dalla fine '800, inizio '900, di grande valore scientifico oltre che storico. Molto più recenti (anni '70 e '80) sono le acquisizioni dell' «erbario Arietti» della flora bresciana e l' «erbario briologico Giacomini», da ritenersi, quest'ultima, fra le più importanti raccolte italiane di muschi; ambedue donate al museo dai rispettivi eredi unitamente alle biblioteche specializzate dei due studiosi. Ad esse si aggiunge il nuovo erbario della flora bresciana che vedrà riuniti gli erbari Crescini, Fenaroli e Tagliaferri per la flora alpina, gli erbari Crescini e Zanotti per la flora della pianura e l'erbario De Carli per gli alberi e gli arbusti. Con la collaborazione di esperti micologici è, inoltre, in corso di costituzione la micoteca (collezione in exsiccata di specie fungine). La sezione «zoologia» comprende raccolte entomologiche, particolarmente di coleotteri e lepidotteri italiani, anche del territorio bresciano, comunque in corso di costituzione; le collezioni dei vertebrati (pesci, anfibi, rettili, uccelli e mammiferi) sono costituite dagli importanti nuclei ornitologici della fauna italiana, rappresentati dalle collezioni «Brichetti» e «Gnecchi-Ruscone» (quest'ultima donata unitamente alla biblioteca specialistica, ricca di rari volumi sugli uccelli). La sezione antropologica culturale comprende collezioni paletnologiche che vanno dai manufatti silicei del Paleolitico ai manufatti dell'età del bronzo. Il museo è affiancato da un settore espositivo che vuole dare attraverso un discorso unitario, sala dopo sala, una visione di insieme degli aspetti naturalistici del nostro pianeta con una serie di approfondimenti a livello locale, quando e dove i fenomeni generali abbiano riscontro, in toto o in parte, anche nel territorio della nostra provincia. Al museo è annessa la biblioteca di Scienze che riunisce le biblioteche del museo di Scienze Naturali e della Specola un tempo separate e distinte, nonché i laboratori di preparazione, studio e conservazione (propri di ciascuna sezione museale operativa); di Scienze della Terra; di Botanica; di Zoologia (aperti anche a studenti e studiosi, previo accordo con la direzione), oltre ai laboratori di Grafica e Tecnica di manutenzione, che operano in funzione dell'allestimento dell'esposizione permanente e delle mostre temporanee. Esistono inoltre un laboratorio di didattica (in cui funziona anche un servizio di «Teachers' Centre), collegato con le attività della Specola astronomica Cidnea del Castello e un osservatorio (didattico) Terra-Sole. Il museo ha dal 1983 un bollettino mensile «Museo Notizie» e pubblica «Natura Bresciana» annuario del museo di S.N. (pubblicazione annuale giunta al n. 23 nel 1987); «Monografie di Natura Bresciana» (pubblicazione aperiodica che raccoglie lavori monografici di una certa mole, giunta al n. 10 nel 1987). Fanno riferimento al museo le seguenti associazioni: Amici dei Parchi e delle Riserve naturali (A.A.d.P.); Amici dei Planetari; Bresciana Ricerca Scientifica (A.B.R.S.); Geologica Bresciana (A.G.B.); Insegnanti Fisica (A.I.F.); Italiana Insegnanti di Geografia - sez. di Brescia (A.I.I.G. - Bs); Nazionale Insegnanti di Scienze Naturali - sez. di Brescia (Anisn - Bs); Speleologica Bresciana (A.S.B.); Centro Studi Naturalistici Bresciani (C.S.N.B.); Circolo Micologico «G. Carini»; Gruppo Grotte Brescia (G.G.B.); Gruppo Ricerche Avifauna (G.R.A.); Mathesis - sez. di Brescia; Unione Astrofili Bresciani. Sono collegati col museo: Astrofisma dell'Ateneo di Brescia; Centro Italiano Studi e Ricerche Archeologiche Precolombiane; Gruppo Naturalistico «G. Ragazzoni» dell'Ateneo di Brescia; Lega Italiana Protezione Uccelli - sez. di Brescia (L.I.P.U. - Bs); Sez. Scientifica «A. Trebeschi» della Fondazione «Calzari-Trebeschi». Il museo ha sede in via Ozanam, 4 a Brescia.&lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
	  [[Categoria: Volumi_Enciclopedia_Bresciana]][[Categoria: Volume_10]][[Categoria: Lettera_M]][[Categoria: Volume_10 - Pagina_96]][[Categoria: Volume_10 - Lettera_M]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

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		<title>VERGINE Domenico</title>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''VERGINE Domenico'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
(Seniga, 2 ottobre 1874 - Brescia, 15 settembre 1950). Di Giovanni Battista e di Maria Sarelli. Organaro. Trasferitosi a Castel Goffredo (Mantova). Nel 1946, su delibera della fabbriceria del 27 settembre 1945, riparava l'organo della chiesa parrocchiale di Quinzano d'Oglio, migliorandolo con una pompa d'aria azionata elettricamente.&lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
	  [[Categoria: Volumi_Enciclopedia_Bresciana]][[Categoria: Volume_20]][[Categoria: Lettera_V]][[Categoria: Volume_20 - Pagina_371]][[Categoria: Volume_20 - Lettera_V]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

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		<title>VIGANÒ Carlo</title>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''VIGANÒ Carlo'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
(Seregno, Milano, 22 agosto 1904 - Brescia, 24 gennaio 1974). Di Ambrogio e di Gina Ramelli. Forse dietro suggerimento del cugino paterno mons. Pietro Viganò, vescovo di Hyderabad (India) e grande estimatore dei Gesuiti, il giovane Carlo - insieme col fratello Mario, più giovane di lui di un anno - venne mandato a compiere gli studi secondari presso il Collegio &amp;quot;C. Arici&amp;quot; di Brescia, retto allora appunto dai Padri Gesuiti. Completò poi la sua formazione nel 1927 conseguendo la Laurea in ingegneria industriale presso il Politecnico di Milano.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel Bresciano tornò come imprenditore nel 1928 per seguire un ramo dell'attività industriale del padre. Stabilitosi definitivamente a Brescia nel 1929, fu presente soprattutto nel settore tessile e dei laterizi, e in particolare dirigente e poi presidente del &amp;quot;Cotonificio del Mella&amp;quot; di Ghedi, delle &amp;quot;Fornaci Bresciane Laterizi&amp;quot;, vicepresidente della &amp;quot;Fornaci Valbrenta e Isola Vicentina&amp;quot; e consigliere della &amp;quot;Valdadige S.p.A.&amp;quot;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Insieme con altri industriali di Brescia, Verona, Milano e Torino, Viganò avviò nel corso degli anni diverse iniziative industriali, tra le quali una anche a Catania, la &amp;quot;Cesame&amp;quot; (&amp;quot;Ceramica Sanitaria del Mediterraneo&amp;quot;). Per circa un decennio fu presidente dei &amp;quot;Magazzini Generali e Frigoriferi&amp;quot; di Brescia. Fece parte della Giunta esecutiva dell'Associazione Industriale Bresciana (A.I.B.), tra i promotori dell'Ente Bresciano Istruzione Superiore (EBIS), presidente dell'Unione Cattolica Imprenditori e Dirigenti (U.C.I.D.) e segretario delle attività sociali (SEDAS) dell'Azione Cattolica, presidente dell'Editrice Morcelliana, de &amp;quot;La Cartografica&amp;quot;. Membro del consiglio della Banca S. Paolo dal novembre 1945 e segretario dal 1948 al 1964, ne fu presidente dal gennaio 1964 al 25 febbraio 1970. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Di animo altamente benefico, fu dal 18 giugno 1945 commissario prefettizio dei Luoghi Pii e dal settembre 1946 presidente della Croce Bianca. Attivo il suo impegno a favore dell'Istituto Pro Familia e come promotore di iniziative nel mondo cattolico, specie nell'Azione Cattolica anche a sostegno dell'attività della cognata Maria Freschi, presidente della Gioventù Femminile di A.C. Per i suoi meriti e per la sua munificenza gli venne dedicato a Obra di Vallarsa (Trento) il Centro Educativo e Pastorale della diocesi di Brescia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sollecitato da p. Gemelli riunì una ricca biblioteca di dieci mila volumi sulla storia delle scienze matematiche, fisiche e astronomiche, donata nel 1973 all'Università Cattolica di Brescia, comprendente un Fondo Antico con 11 incunaboli (dal 6 giugno 1482 al 15 maggio 1500) e 499 cinquecentine distribuite dal 1501 al 1600 delle quali Pier Luigi Pizzamiglio ha redatto un'accurata bibliografia pubblicata nel 1979. La Biblioteca è inoltre formata da un Fondo Moderno comprendente 6777 opere con 8014 volumi, oltre 418 volumi di 23 testate di periodici e 2108 opuscoli. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Fu inoltre un raccoglitore di strumenti e di scritti (donati dal figlio arch. Alberto Viganò) sulla Gnomonica (orologi solari) conservati a Brescia nella Biblioteca a lui intitolata dell'Università Cattolica, pure catalogati da Pier Luigi Pizzamiglio (&amp;quot;Orologi solari da usare e da leggere&amp;quot;). Al Viganò venne eretto, all'ingresso della Biblioteca, un busto dello scultore Luigi Bertoli. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Gli interessi culturali gli meritarono nel 1954 la nomina a socio dell'Ateneo di Brescia per il quale organizzò un convegno di studi della storia della matematica in onore di Nicolò Tartaglia e fu tra i promotori dell'opera omnia del grande matematico bresciano. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alla sua memoria venne organizzata nel 1999 presso l'Università Cattolica, nel duecentesimo anniversario della pila, una mostra sull'elettricismo tra '600 e '700.&lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
	  [[Categoria: Volumi_Enciclopedia_Bresciana]][[Categoria: Volume_21]][[Categoria: Lettera_V]][[Categoria: Volume_21 - Pagina_61]][[Categoria: Volume_21 - Lettera_V]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=TARDIEU_Victor&amp;diff=105682</id>
		<title>TARDIEU Victor</title>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''TARDIEU Victor e Jean'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Victor Tardieu fu un noto pittore francese (1870-1937), sposato con l'arpista Caroline Luigini, di origine italiana, nata da una famiglia di musicisti modenesi. Il figlio Jean (Saint Germain de Joux (Ain),1 novembre 1903 - Créteil (Francia) 27 gennaio 1995), fu autore drammatico e poeta francese. Frequentò a lungo, specie dal 1947, il Garda e particolarmente S. Felice del Benaco, Desenzano, Sirmione dove ebbe amici fedeli. Al Garda dedicò bei versi specie in &amp;quot;Comme ceci comme cela&amp;quot;. &lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
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		<title>TARDIEU Victor</title>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''TARDIEU Jean'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nato a Saint Germain de Joux (Ain) l' 1 novembre 1903. Figlio del pittore Victor Tardieu e dell'arpista Caroline Luigini, di origine italiana. Autore drammatico e poeta francese. Frequentò a lungo, specie dal 1947, il Garda e particolarmente S. Felice del Benaco, Desenzano, Sirmione dove ebbe amici fedeli. Al Garda dedicò bei versi specie in &amp;quot;Comme ceci comme cela&amp;quot;.&lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
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		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''MONNO (in dial. Mòn; in lat. Munni)'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Borgata dell'alta Valcamonica, 7 km a N di Edolo, a O della strada per Pontedilegno. È a m 1066 s.l.m., a 105 km da Brescia e con una superficie comunale di 30,69 kmq. L'abitato sorge sulla destra del fiume Oglio, all'imbocco della valletta del Mortirolo, ai margini di pinete e su un lento declivio. Costituisce un blocco unico, sia pure distinto in contrade. Le principali sono Lucco, che è ormai conglomerato nel nucleo abitato, Iscla, che si trova a S del paese, sulla statale n° 42, a circa 3 km di distanza, e il Mortirolo che è abitato solo d'estate e si trova a circa 6 km a N del paese. Il Comune confina a N con la Valtellina (Sondrio) ed esattamente con i Comuni di Grosotto, Grosio, Mazzo di Valtellina e Tovo S. Agata; a E con Vezza d'Oglio e Incudine; a S con Incudine e Edolo, a O con Edolo. Il territorio è situato tutto sul lato destro orografico del fiume Oglio, che fa anche da confine naturale nella parte S che è la più bassa, con i suoi 765 m sul livello del mare, nel punto in cui il rio Fino si getta nell'Oglio al confine con Edolo. Gradualmente il terreno si innalza fino al paese e poi su su fino al Mortirolo e raggiunge la massima elevazione a NE con i Dossoni, che fanno parte del gruppo dei Monti Serottini, a 2910 m s.l.m. L'arco di montagne che fa da confine a N, appartenente alle Prealpi Bergamasche, è composto dalle seguenti cime: Cima di Grom (m 2773), Monte Varadega (m 2364), Cima Cadì (m 2449), Cima Verda (m 2409), Cima Resverde (m 2348), Motto Pagano (m 2348), Motto della Scala (m 2333), Dosso Signeul (m 1952). Il Passo della Foppa (m 1852), il Passo del Mortirolo (m 1892) e il Passo di Varadega (m 2296) mettono in comunicazione con la Valtellina. Il fiume Oglio riceve in territorio di Monno tre affluenti: la Valle di Mola (o Pedrua), che segna il confine con Incudine, l'Ogliolo di Monno nelle vicinanze di Iscla e il Rio Fino che segna il confine con Edolo. L'Ogliolo di Monno a sua volta riceve le acque del Torrente Re, che attraversa il paese, e del torrente Mortirolo, nel quale confluiscono il Rio Almada, il Rio di Sternorio, il Grom e il Varadega, oltre alle acque dell'emissario del Laghetto di Mortirolo (largo m 172, lungo m 220 e profondo m 7,50). Altro laghetto alpino, di minori dimensioni, è quello di Varadega. Abitanti (monnesi, nomignolo dialett. &amp;quot;i gàcc&amp;quot;): 900 nel 1562, 1000 nel 1567, 1000 nel 1573, 829 nel 1850, 940 nel 1861, 943 nel 1871, 915 nel 1881, 799 nel 1901, 786 nel 1911, 751 nel 1921, 775 nel 1931, 812 nel 1936, 848 nel 1951, 777 nel 1961, 645 nel 1971, 621 nel 1977, 619 nel 1981, 580 nel 1990. &lt;br /&gt;
La tradizione, registrata da p. Gregorio di Valcamonica, vuole che &amp;quot;anticamente&amp;quot; si chiamasse &amp;quot;Amone&amp;quot;, dal nome del leggendario duca Amon, che in lingua ebraica e armena significherebbe &amp;quot;fedele&amp;quot;, &amp;quot;verace&amp;quot;. Altri hanno pensato che derivi dal greco &amp;quot;monos&amp;quot;, cioè &amp;quot;unico, solo&amp;quot;. La località avrebbe conosciuto il passaggio di truppe romane dirette verso la Valtellina e i Grigioni. Monete di Augusto vennero scoperte nella costruzione dell'asilo infantile. La tradizione vuole che vi abbiano eretto un castello due duchi longobardi: Amon (che avrebbe poi dato il nome al paese) e Lamdelfio e che all'epoca longobarda appartenessero le tombe ritrovate durante lavori di fognatura. La leggenda vuole che Carlo Magno, desideroso di liberare l'alta valle dagli ultimi pagani e da greci iconoclasti che vi si erano rifugiati, abbia mandato al duca Landolfo di Monno, quale messaggera dei suoi piani, una sua parente, Monica, la bellissima figlia del duca Alloro di Cala, monaca in Brescia, che riuscì a convincerlo a lasciar via libera alle truppe imperiali. Dalla strage di pagani ed eretici da queste fatta al passo Cala, sarebbe venuto il nome di Mortirolo e il nome ad una altura chiamata Motto Pagano. A ringraziamento per la gentile messaggera, Carlo Magno avrebbe poi chiamato queste terre Cà (per casa) di Monica, donde poi il nome di Valcamonica. L'imperatore franco avrebbe fatto costruire una chiesa dedicata a S. Brizio, alla quale i sette vescovi del seguito concessero quaranta anni di indulgenza per ogni visita alla chiesa, mentre papa Urbano concedette poi novecento giorni ogni venerdì e ogni festa del santo. Leggende e tradizioni hanno avuto origine assieme al culto di molti santi, fra i quali quello di S. Brizio, dalla permanenza dei monaci di Tours e di Cluny, che in valle ebbero possidenze e case, dopo la donazione di Carlo Magno del 774. Nel toponimo della località &amp;quot;dei frà&amp;quot;, vicina a S. Brizio, si è voluto vedere il segno di una presenza di un monastero benedettino, mentre indica certamente possedimenti monasteriali. Il santuario di S. Brizio verso il 1000 era un oratorio o solo un ospizio per pellegrini cui era addetto un prete. La tradizione vuole che la chiesa dedicata a S. Brizio sia stata parrocchiale. Il primo parroco segnalato è del 1284 e la serie segue poi ininterrotta. Con il passaggio della Valcamonica dal dominio del monastero francese di Tours a quello del vescovo di Brescia, anche il territorio di Monno venne assoggettato a canoni di affitto e decime. Periodicamente il vescovo procedeva ad esazioni ed investiture, mandando appositi delegati e teneva in Valle un suo vicario. In modo particolare i vescovi Beato Guala e Berardo Maggi fecero opera di revisione e di riordinamento dei loro diritti. Furono investiti delle decime i Federici e altri personaggi. I Federici continuarono la loro presenza fino a metà del '700. Ad opera di Cazoino, vicario del vescovo, investiture di beni vescovili sono registrate il 2 febbraio 1300. Nel 1389, un Michelino da Monno veniva bandito per non aver corrisposto quanto dovuto, sempre al vescovo, o per non aver chiesto l'investitura. Infeudazioni di decime vescovili in Monno vennero registrate ancora nel 1458, nel 1460. Con il 27 settembre e il 22 ottobre 1465 si registrarono investiture del comune e degli uomini di Monno. Con il disgregarsi del sistema feudale emersero alcune famiglie particolarmente facoltose, quali quelle dei Sutili (&amp;quot;Sitìi&amp;quot;), Fachinetti, Useppi, Fracala, ecc., che hanno lasciato il nome ad alcune località. Il castello continuò a svolgere la sua funzione per molti anni. Nel 1455 Venezia, conscia che molte rocche non potevano resistere alle artiglierie e che erano spesso nido a violenti e ribelli, decretò che fosse restaurato il castello di Breno e che si conservassero le rocche di Cimbergo e di Lozio, ma che fossero distrutte tutte le altre. Anche il castello di Monno, che era passato dai Federici ad una famiglia locale, quella dei Corata (che si estinse poi nel 1733), seguì la stessa sorte. Sulle sue rovine, che scomparvero del tutto agli inizi del '600, venne costruita la nuova parrocchiale. Nel 1398, ad un notaio del luogo, Brizio da Monno, venne affidato l'incarico di comporre dissidi fra guelfi e ghibellini. Si tratta facilmente di uno della famiglia Rizzio (o Ricci), come asserisce Agostino Pietroboni, famiglia illustre di una lunga serie di notai che si estinguerà alla fine del 1700. Ai primi del '500 assunse in valle un ruolo particolare Antonio da Monno che ricoprì la carica di Sindaco di Valcamonica varie volte (negli anni 1527, 1533, 1539 e 1545). Nel 1512 con Bernardino Ronchi e Ambrogio Alberzoni di Breno egli veniva inviato al Provveditore veneto Gritti per confermare la fedeltà dei Comuni a Venezia. Solo pochi mesi dopo Antonio da Monno con Antonio Cini, si affrettava a fare lo stesso con il governatore spagnolo. In accordo con gli Spagnoli, i Monnesi, parteciparono, il 18 marzo 1516, all'assalto del castello di Breno. Temendo discese di truppe dai Grigioni o dall'Austria, ma specialmente paventando il passaggio dei Lanzichenecchi, come poi avverrà nel 1522,  i passi del Mortirolo, del Tonale e dell'Aprica vennero rinforzati e si tennero Deputati e guardie a Ponte di Legno, a Monno e a Corteno. Nella carta topografica della Bresciana, datata 1597, il Pallavicini segna torri in vari passi, compreso il &amp;quot;Monterol&amp;quot;. Impressione fece il passaggio nel 1580 di S. Carlo Borromeo, a ricordo del quale rimane una santella in Mortirolo. Antica e importante fu la Vicinìa, che distribuiva sale e altro, manteneva il cappellano, il maestro, il medico, la levatrice, presiedeva alla manutenzione delle strade, alla sorveglianza sul Re, ecc. La casa comunale, lasciata in eredità dal fabbro Bartolomeo Veggiardi detto Mottino, venne risparmiata quasi del tutto dall'incendio del 1737 che distrusse parecchi registri e documenti. Nel 1720 vennero riordinati gli Statuti comunali, già emanati da secoli. Si distinsero poi le famiglie Andrioli, Caldinelli, Cicci, Grialdi, Ghensi, Lazzarini, Melotti, Mossini, Minelli, Orsatti, Passeri, Pietroboni, Trotti, Useppi, Zanardi e altre famiglie da queste derivate. La tradizione vuole che da Monno, dove viene indicata una casa loro appartenuta, sarebbero derivati quegli Ottoboni che, diventati nobili, diedero poi il vescovo di Brescia Pietro Ottoboni, poi Papa Alessandro VIII.&lt;br /&gt;
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Il paese fu poi sempre avvantaggiato dal fatto di essere all'imbocco della valle Mortirolo, il cui passo ebbe sempre grande importanza. Tuttavia la vita di Monno fu contrassegnata per secoli da povertà endemica, dovuta anche a parecchie sventure che colpirono il paese. Vengono ricordate le carestie del 1348, 1484, 1629, la peste del 1508, 1555, 1576 e quella del 1630 che fu particolarmente funesta e durò fino al gennaio 1631. Proprio a causa della peste risultano estinte ben sei famiglie in quell'anno (Bullola, Aricha, Bonina, Maffei, Premotti, Tomasini). Altre sventure si abbatterono sul paese anche nel secolo XVIII. Una &amp;quot;peste di febbre maligna&amp;quot; mietè nel 1733 ben 93 vittime. Un'inondazione del 1644, una tempesta del 1735 e alluvioni del 1736 distrussero campi e case. Non pochi anche gli incendi che nel 1698 colpirono Vadostiel, nel 1699 casa Facchinetti, nel 1708 fienili a Lucco, nel 1722 casa Useppi, nel 1726 casa Passeri. Ma il più terribile fu quello che colpì il paese la notte del 19 settembre 1737 e che si propagò a quasi tutto il paese salvando solo venticinque case, delle quali dieci a Imavilla e quindici al Dosso. Poche furono le vittime. Alle varie sciagure e alla povertà endemica vennero incontro opere di carità, il Monte di Pietà, legati per la distribuzione del sale, ecc., tutte sorte all'ombra della chiesa. Una località chiamata &amp;quot;Le Misericordie&amp;quot; ricorda pagine di solidarietà sociale molto vive. Valvola alla situazione economica e sociale fu dai primi anni del sec. XVI, l'emigrazione, specie in Val di Sole. Rilevante l'emigrazione a Roma, dove i monnesi si segnalarono soprattutto come acquaioli e a Venezia. Nella sua relazione, il Da Lezze coglie anche l'occasione per dirci che a Monno &amp;quot;li terreni sono puochi, et poco buoni, et vi sono due mulini, et una rasica ( = segheria)&amp;quot; . Il paese non offriva grandi possibilità di lavoro e di guadagno ai suoi abitanti. Monno subì particolari danni specie dal novembre 1797, quando le truppe francesi, vittoriose su quelle austriache, distrussero la cappella dei Martini e tentarono di asportare le campane delle chiese. Poco dopo distrussero la foresta di Mortirolo. Nel 1809 l'Alta Valle vide la discesa degli insorti tirolesi, ricacciati poi dai francesi. L'armistizio dell'aprile 1814 pose fine all'occupazione francese.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
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L'epoca napoleonica, oltre all'abolizione degli antichi Statuti e la confisca dei beni di confraternite, delle chiese e degli enti comunali lasciò tristi ricordi di reclutamenti forzati negli eserciti e di una gravissima carestia che colpì la Valle dal 1815 al 1817 e che fu causa di febbri petecchiali con numerose vittime. Nel 1843 il paese venne colpito di nuovo da un furioso incendio che distrusse molte case e tutti i documenti d'archivio. Di una grave inondazione avvenuta nel 1852 rimaneva a ricordo fino a poco tempo fa un mastodontico masso in via Dosso. Un certo rilievo assunse il paese durante le guerre di indipendenza. Nell'aprile 1848 venivano eseguite opere di fortificazione (trincee e fortini) a S. Brizio. Per l'occasione cinque monnesi si arruolavano fra i volontari avviati al Tonale. Nel 1849 venne fatto saltare il ponte detto di S. Brizio, di cui restano residui vicino a Iscla. Nel luglio 1859 il comune veniva obbligato a concorrere al mantenimento delle truppe dislocate in Valcamonica. Il Rizzi scriveva nel 1870 che a Monno &amp;quot;sull'Oglio erano esistiti sette ponti in pietra, i quali nel 1859 furono distrutti per ordine di Cialdini; riattati dopo, nella guerra del 1866 tre furono demoliti di nuovo&amp;quot; . Durante la seconda e la terza guerra d'indipendenza vennero usate come ospedale e quartiere militare sia la chiesa di S. Brizio che quella di S. Sebastiano, che dovettero essere nuovamente benedette con il &amp;quot;rito romano della riconciliazione&amp;quot;. Inondazioni nel 1862 distrussero varie case e lo stesso Municipio, rovinando gran parte dell'archivio. Sul piano politico, sulla fine del secolo XIX e agli inizi del sec. XX si equilibravano gli zanardelliani e i cattolico-moderati, ma agli inizi del sec. XX diventava particolarmente attivo il movimento cattolico, che vedeva realizzato nel 1905 il gruppo dell'Unione cattolica del lavoro, con 70 soci. All'inizio del '900 il Comune sovvenzionava una sezione di scuola elementare mista. Nel 1912 viene portato a termine il nuovo edificio scolastico. Nel 1915 il Comune istituì anche la 4 e 5 maschile facoltativa. Nel 1914 arrivò in paese l'illuminazione pubblica, per mezzo della soc. Elva e venne istituita una collettoria postale, dovuta specialmente alla importanza strategica che stava assumendo il Mortirolo. Iniziarono anche i primi lavori di riparazione della frana Dorena, che sarà causa di gravi danni negli anni successivi e che ancora oggi, nonostante i massicci interventi, è un grave pericolo specialmente per i paesi sottostanti. Durante la prima guerra mondiale il paese sopportò gravi disagi per la vicinanza del fronte e parecchi monnesi lavorarono ad opere di fortificazione, specie sul Mortirolo (v.), che divenne un importante caposaldo militare. Vennero aperte molte strade militari che collegavano Monno con il Castelletto, il Motto Pagano, il Mortirolo e il Passo dell'Aprica. Tra le personalità che Monno vide durante il conflitto, vi fu il re Vittorio Emanuele III diretto al Mortirolo, che ritornerà poi nel 1931 per seguire manovre militari. Il paese contò 10 caduti, quasi tutti del corpo alpino, su ben 102 giovani che erano partiti per il fronte. Gli anni del dopoguerra, come già all'inizio del secolo, videro aumentare l'emigrazione verso i paesi europei ma tanti presero la via del mare, seguiti a volte dall'intera famiglia, per recarsi in America Meridionale (oltre 50 persone), in Australia (più di 50 emigrati) o negli Stati Uniti. A partire dall'ottobre del 1918 la febbre cosiddetta &amp;quot;spagnola&amp;quot; mietè anche a Monno parecchie vittime. Per dare lavoro ai numerosi disoccupati, nel dopoguerra vennero realizzate alcune opere: la ricostruzione delle malghe di Dorena e di Varadega (completamente destrutturata dai militari); la sistemazione di varie strade con acciottolato; la costruzione dell'acquedotto e dell'impianto antincendi. Molto sentito dalla popolazione il problema della erezione di una efficiente Scuola Materna, che venne aperta il 31 dicembre 1928, dopo un lungo travaglio, specialmente per interessamento del parroco don Battaini e del contributo di vari offerenti. Venne affidato alle Madri Canossiane che continuano la loro opera anche oggi. La Casa Madre scelse Monno come luogo di riposo per le proprie suore, acquistò una villetta adiacente alla Scuola Materna e costruì una villa che negli anni successivi adibì a colonia e, dagli anni '60, a casa per ferie, contribuendo allo sviluppo turistico del paese. Nel 1927 Monno perdette la sua autonomia e venne aggregato al comune di Incudine. Verso gli anni Quaranta venne costruita la Casa della Patata per conservare questo prodotto, per il quale Monno è rinomato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
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Durante la seconda guerra mondiale il paese contò 7 caduti e 10 dispersi. Momenti terribili il paese visse dal settembre 1943-1944 per rappresaglie nazifasciste dovute particolarmente alla dislocazione in Mortirolo, specie dal novembre 1944 all'aprile 1945, di formazioni patriottiche delle Fiamme Verdi, contro le quali vennero lanciati nel febbraio e nell'aprile 1945 attacchi in forza, che però risultarono inutili (v. Mortirolo). I disagi e i pericoli per la popolazione e per il paese furono enormi, ma non vi fu alcun morto di Monno. Vennero incendiate e distrutte alcune cascine, rovinate parecchie case e edifici pubblici. Il 16 marzo 1945 i fascisti, sospettandone la collaborazione con i partigiani, catturarono il podestà Minelli G. Antonio, assieme alla sorella Maria. Condotto a Brescia a Canton Mombello e sottoposto a pressanti interrogatori da parte delle S.S., venne liberato il 16 aprile, anche dietro le continue insistenze della popolazione. Negli ultimi giorni di guerra la gente dovette sgomberare il paese per l'incombente pericolo di rappresaglie. L' 1 maggio, sotto l'imperversare d'una bufera di neve, le Fiamme Verdi attaccarono la colonna dei repubblichini della &amp;quot;Tagliamento&amp;quot; e dei tedeschi in fuga verso il Tonale. Grazie anche ad una fitta nebbia alcune camicie nere riuscirono a far saltare il Consorzio (casa della patata) adibito a deposito di munizioni, provocando enormi danni. Il 3 maggio fecero saltare anche il ponte dei Pellegrini sulla nazionale. Dopo una lenta ripresa, l'1 gennaio 1948, veniva ricostituito il Comune autonomo e si realizzava la strada per allacciare la statale 42 del Tonale con il centro abitato, si operava l'imbrigliamento della &amp;quot;frana Dorena&amp;quot;, si migliorava l'acquedotto, si rimettevano a nuovo l'asilo e le scuole elementari rovinate da eventi bellici. In seguito ai gravi danni prodotti dalle alluvioni dell'estate 1950 veniva costruito il ponte sull'Ogliolo e quello della segheria comunale, distrutti dalle acque. Miglioramenti vennero compiuti alla Malga Andrina e alle proprietà boschive comunali. Nel 1949 si realizzò l'allacciamento telefonico al Comune, che nel 1955 inizia la costruzione di una nuova sede, allargando la piazza IV Novembre. Nel 1960 un'altra grave alluvione ripropose il problema di un radicale intervento sulla &amp;quot;frana Dorena&amp;quot; che continuava a provocare ingenti danni. Si provvide anche all'allargamento del cimitero, con la costruzione di un primo lotto di loculi, cui ne verranno aggiunti altri due nel 1972 e nel 1984. Nel 1966 vennero inaugurate le scuole nuove, mentre era in corso di esecuzione una nuova strada di collegamento con il Mortirolo, portata a termine negli anni '80. Secondo le indicazioni tratte dalla tradizione orale, il 4 novembre 1972  il Comune assunse ufficialmente il suo stemma: il gonfalone viene sfoggiato per la prima volta durante l'inaugurazione del monumento ai caduti di tutte le guerre, dovuto allo scultore Maffeo Ferrari. Con l'approvazione del Piano d fabbricazione nel 1975 ha inizio un periodo di rinnovo del paese, con la costruzione di nuove case, il recupero degli edifici vecchi e la sistemazione delle strade e della illuminazione da parte dell'Amministrazione Comunale, nonché dall'impinguamento dell'acquedotto e la razionalizzazione della fognatura. Altre opere si aggiunsero negli anni seguenti. Nel 1983 sulla sede del torrentello che attraversa il paese veniva costruito un parcheggio, con successivo allargamento della piazza. Nel 1987 venivano avanzati progetti per la creazione nel territori di due centraline idroelettriche, ora in via di realizzazione e, su iniziativa di Angelo Giovanni Trotti, venne costituito il gruppo folkloristico &amp;quot;Gàlber de Mòn&amp;quot; (cioè gli &amp;quot;Zoccoli di Monno&amp;quot;). In sviluppo anche le attività del tempo libero, grazie alla costruzione, nel 1982, di un nuovo campo sportivo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
ECCLESIASTICAMENTE appartenne alla pieve di Edolo, dalla quale si rese indipendente nel 1284, con una serie di parroci che continua fino ad oggi. Il parroco rimase a lungo presso S. Brizio, mentre il paese si espandeva più in alto. Dopo la visita di S. Carlo Borromeo (1580), pressioni venivano fatte dalla popolazione perché il parroco si trasferisse in paese, tanto che, approfittando di un'assenza i monnesi distrussero la canonica esistente presso S. Brizio per obbligare il parroco alla nuova residenza. Nel 1922 vi veniva eretta la Congregazione del Terz'Ordine francescano.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 S. BRIZIO: la prima chiesa era di derivazione certamente monastica, legata, come indica il santo titolare, al monastero di Tours. È sicuro che una chiesa esisteva già nel 1284, quando ebbe inizio la serie dei parroci di Monno. Nel 1480 la chiesa venne ricostruita. Era ancora parrocchiale nel 1567, quando il vescovo Bollani sollecitò la costruzione di una nuova parrocchiale più vicina al centro abitato. La chiesa aveva allora due altari ed era adorna di ex voto. Verso la metà del sec. XVII venne eretta una cappellanìa che doveva servire al culto e alla custodia della chiesa, alla quale lasciarono capitali anche i monnesi emigrati a Roma. Nel 1646 la costruzione della nuova chiesa era in atto, sostenuta dagli &amp;quot;uomini del comune&amp;quot; e dagli abitanti e restaurata entro il 1657 mentre ritocchi e completamenti erano ancora in atto nel 1672. Il campanile fu completato negli anni successivi probabilmente nel 1716. In posizione dominante la strada della valle si distingue per una sua eleganza e singolarità dovuta alle tre caratteristiche finestre, per il solido campanile in granito bigio e per la natura che lo circonda. Domina il santuario una stupenda icona in legno, barocca ma suggestiva ed interessante, ricca di colonne, di statue, statuette, di santi, di angeli, di cariatidi (parecchie purtroppo rubate recentemente). Racchiude una tela con la Madonna con Bambino, S. Brizio e da un lato la scena con la chiesetta di S. Brizio, sulla soglia della quale egli s'affaccia per accogliere una processione: madri con bambini, poveri, ecc. La pala è firmata &amp;quot;Carolus Marnus Burniensis, 1655&amp;quot;. Nel 1976 venne asportata dai ladri e recuperata dai carabinieri sotto un ponte. Ora si trova nella chiesa parrocchiale. Bello il paliotto in legno dell'altare con il santo al centro ed altre figure. Ancona e altare sono attribuiti ai Fantoni. Probabilmente di altra mano, ma squisitamente scolpito è il tabernacolo. Del tardo Settecento sono gli affreschi del soffitto, nei quali fra ornamenti floreali spiccano tre medaglioni raffiguranti S. Brizio in gloria fra gli angeli, Cristo glorioso con la Croce fra i SS. Pietro, Paolo e un vescovo, l'Assunta con San Giuseppe, S. Brizio e S. Anna. Nelle lunette attorno alla navata vi sono figure di apostoli, di vescovi e di santi. Il santuario era ricchissimo di ex voto dei quali fu fatto un gran falò, dopo la visita pastorale di mons. Tredici nel 1935, il quale diede ordine di rimuovere tutti gli ex voto tranne i quadri ad olio. Ne restano due grandi e molto belli. Uno raffigura S. Brizio in abiti vescovili con ai piedi quattro devoti dai caratteristici costumi del tempo, specie per i collari piatti e quadrangolari in lino, amplissimi i paramenti ricamati. Si tratta di una tela molto bella che richiama il Paglia. Un altro quadro votivo, da poco restaurato, raffigura una chiesa verso la quale si dirige una processione di devoti con l'iscrizione &amp;quot;Ricorso devoto fatto lì 9 novembre 1759 dal pio popolo di Monno al suo fedelissimo Protettore S. Brizio per ottenere la liberazione del male epidemico nella gente, e ne ottenne compitissima la grazia et effiges sint in memoria&amp;quot;. Sono di pietra bianca il portale e le finestre. Accanto alla sagrestia esiste anche un piccolo romitaggio consistente in un'unica stanza. Per iniziativa del parroco, nell'aprile 1973 si è formato un comitato o associazione di Amici di S. Brizio, che si proponeva il restauro del santuario. Tutto ciò che poteva essere trasportato si mise in salvo presso la canonica. Nonostante ciò la chiesa è stata in seguito quasi del tutto spogliata: l'ultima volta nel 1980. Per evitare ulteriore degrado e pericoli, si diede corso ad alcune opere. Con due successivi contributi è stato fatto il drenaggio a monte per togliere l'umidità dalla parete e rifatto il tetto con la posa nuovamente delle &amp;quot;piode&amp;quot;, cioè lastre di ardesia. La devozione dei monnesi per il santo resta ancora oggi particolarmente sentita. Nella chiesetta viene celebrata la messa il 13 novembre e tutte le domeniche di marzo. &lt;br /&gt;
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&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
PARROCCHIALE DEI S.S. PIETRO E PAOLO: costruita nel 1410 circa, venne poi rifatta, conservando della vecchia il campanile con cella a bifore. Venne poi ampliata dal 1600 circa al 1620. Nel 1762 venne costruito, per iniziativa del parroco don Giovanni Carli, l'altare maggiore. Nel 1775 Pietro Corbellini dipingeva e firmava gli affreschi della navata centrale e delle sue cappelle Di grande risalto la Madonna in gloria della volta. L'altare rivolto verso i fedeli è adorno di un paliotto dorato, attribuito a Giovanni Battista Zotti, un tempo nella chiesa dei S.S. Fabiano e Sebastiano. La pala dell'altare maggiore è di Palma il Giovane. Nella parte in basso ci sono raffigurati i santi Pietro, Paolo, Antonio e Francesco, mentre in alto una Madonna col Bambino circondati da angeli. Alle pareti del presbiterio ci sono due quadri settecenteschi di ottima fattura, appena restaurati, che rappresentano il Primato di Pietro e il Martirio dei SS. Pietro e Paolo. Gli affreschi della volta del presbiterio sono di A. Guadagnini. Due sono gli altari laterali, uno dedicato alla Madonna, con statua in legno e i Misteri del Rosario dipinti su lamine di rame, l'altro dedicato a S. Antonio, con una pala raffigurante Gesù Bambino tra i SS. Antonio da Padova e Antonio abate, datata 1791 e firmata Antonio Corbellini, fratello di Pietro. Oltre ad una tela seicentesca raffigurante la Sacra Famiglia con Anna e Gioachino, sono da segnalare un settecentesco pulpito in noce, un confessionale con eleganti colonne tortili, una Via Crucis forse del Corbellini e tutto il coro in noce, di intagliatori monnesi. L'organo venne costruito dai Bossi di Bergamo. Dopo aver rifatto la copertura del tetto nel 1984, un più consistente intervento nel 1989/90 ha dato un aspetto migliore a tutto l'esterno della chiesa, con l'isolazione delle fondazioni, il totale rifacimento dell'intonaco e imbiancature delle pareti, lo spianamento e la sistemazione del piazzale e la posa di piacevole impianto di illuminazione che mette in rilievo anche il bel campanile.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
S. SEBASTIANO: all'imbocco della Valle che porta al Mortirolo, domina il paese il santuario dedicato a S. Sebastiano. All'epoca della visita del vescovo Bollani (1567), aveva due altari, uno dedicato a S. Sebastiano e l'altro a S. Rocco, con pallio di legno dipinto. La chiesa era poi in parte affrescata. Dagli atti della visita del Pilati (20 settembre 1573), sappiamo che la chiesa era consacrata assieme all'altare maggiore. Restauri venivano prescritti da S. Carlo nel 1580 e dal vescovo Morosini nel 1593, da mons. Macario nel 1641, dal vescovo Morosini nel 1645, ecc. Il 21 febbraio 1731 veniva concessa la riedificazione dell'edificio ormai diroccato che durerà per oltre quarant'anni, con la collaborazione di tutta la popolazione. Come indica il cartiglio dell'elegante portale in marmo bianco, la chiesa era già finita nel 1781 e arricchita di tre altari: il maggiore dedicato ai SS. Fabiano e Sebastiano, e i laterali alla Madonna delle Grazie e a S. Rocco. É documentato che venne decorata da Pietro Corbellini, il quale dipinse anche le pale raffiguranti la Madonna col Bambino, i SS. Rocco, Ignazio e Luigi Gonzaga, e il martirio di S. Sebastiano. Il piccolo campanile porta una sola campana, fusa da Gaetano Soletti nel 1793 a Brescia, assieme alle due campane maggiori che servirono per completare il concerto della chiesa parrocchiale, munita fino allora solo di tre. Nuovi restauri venivano prescritti nel 1886. Ancora oggi all'interno stanno tre altari. Il maggiore in legno, elegante e con pale molto interessanti, ha un paliotto in cuoio bulinato con statuette. Vi esisteva una statua lignea della &amp;quot;Madonna dei Miracoli&amp;quot;, che fu al centro di uno speciale culto dei bambini morti senza battesimo, levato per l'energico intervento del parroco don Bartolomeo Mossini durante il suo parrocchiato (1731-1753). Attualmente, dopo un adeguato restauro, si trova in canonica e viene portata nella solenne processione che si tiene ogni anno a ferragosto. E una delle poche (forse quattro) opere lignee del '400 che esistono nel Bresciano. Attribuita comunemente alla mano di un intagliatore altoatesino. Originario è il pavimento di ardesia. Anche a seguito dei danni causati dalla guerra, nel 1955 il Genio Civile interviene per la sostituzione del tetto e la sistemazione e rifacimento degli intonaci e della tinteggiatura delle pareti. È in questa occasione che furono coperti con calce i due grandi affreschi del Corbellini sulla facciata esterna, rappresentanti S. Cristoforo e S. Simone stilita. Nel 1981, il tetto nuovamente ridotto male, fu risistemato. La chiesa è utilizzata saltuariamente durante l'anno, tranne per il periodo estivo, durante il quale vi si celebra la messa vespertina ogni sabato. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
CASA CANONICA: la canonica venne riedificata in gran parte dal parroco don Bartolomeo Mossini nei primi del sec. XVIII e venne in parte distrutta dall'incendio del 1737. Sul bel portale in granito è scolpita la data 1847. &lt;br /&gt;
DISCIPLINA O S. FRANCESCO D'ASSISI: l'antica Disciplina, che sorgeva sopra la chiesa parrocchiale dedicata ai SS. Pietro e Paolo, venne distrutta nel 1600 circa quando venne spianato il poggio per far posto alla nuova parrocchiale con l'impegno per il comune di ricostruire la cappella altrove. Nel 1650-1685 venne fabbricata una volta per conservare il grano del Monte di pietà e delle confraternite. Sopra di essa, nel 1707, ad iniziativa delle Confraternite venne costruito l'ospizio o appartamento per il predicatore, di quattro stanze, che venne poi distrutto dall'incendio del 1737. Servita come Disciplina verso la fine dell'800, ospitò i confratelli del SS. Sacramento e in seguito fu oratorio femminile. L'altare venne restaurato e benedetto nel 1826. Vi esisteva un bel quadro che porta la data 1608 raffigurante la Crocifissione con i santi Bernardino e Francesco, attorniati dai Disciplini incappucciati. Ora è posto sulla parete sinistra del presbiterio della chiesa parrocchiale. Nell'anno 1960 l'Oratorio (così viene ancora oggi chiamato) venne adattato a teatrino, sopraelevando il pavimento e includendo parte della retrostante casa cappellania per adibirla a palco. Ha un centinaio di posti a sedere ed è stato usato vari anni come cinema parrocchiale. Nel 1986, con la collaborazione del Gruppo Alpini locale è stato sistemato ed adeguato, con servizi e camerino per gli attori. Nell'autunno del 1990 sono stati rifatti gli intonaci esterni, la tinteggiatura e i serra menti, adeguandoli alla sistemazione della vicina chiesa parrocchiale, così che tutto l'insieme si presenta in modo molto decoroso.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
RELIGIOSITA': solenne la festa dei S.S. Pietro e Paolo (29 giugno); ma ancor più sentita quella di S. Giacomo (25 luglio), celebrata sul Mortirolo, e in occasione della quale si accendono sui monti suggestivi falò. Dal dicembre del 1970 in parrocchia si stampa un bollettino dal titolo &amp;quot;All'ombra del mio campanile&amp;quot;, che viene distribuito a tutte le famiglie del paese e spedito agli emigrati che lo richiedono. E' stato voluto dal parroco don Francesco Nodari, il quale ha acquistato il ciclostile e il fotoincisore elettronico utilizzando una offerta apposita del monnese padre Michele (al secolo Silvio Andricci) che morì a Monno nel 1976 in concetto di santità. In concetto di santità sono morti pure altri due religiosi monnesi: il cappuccino Arcangelo Grialdi e Caldinelli Rosa (suor Giulia) delle Suore Dorotee di Cemmo. In ottobre, dopo il ritorno anche di quanti trascorrono l'estate in Mortirolo, si svolge la festa dei giovani, dedicata ai SS. Luigi e Teresa. Da vari anni riveste una particolare importanza anche la festa di Natale, con l'allestimento di un presepio vivente che termina, a mezzanotte, in chiesa dove viene allestita ogni anno una diversa capanna, con suggestiva scenografia. La stessa sera, prima della messa, i coscritti salgono sul campanile e cantano una nenia tramandata oralmente dagli avi, inframmezzandola al suono di &amp;quot;allegrezza&amp;quot; . La religiosità dei monnesi è ampiamente dimostrata anche dalle numerose croci e santelle poste agli incroci di varie strade, nonchè da edicole poste sulle facciate di molte case. Monno vanta una lunga sequenza di sacerdoti che si sono sempre fatti apprezzare per il loro zelo e per aver contribuito a diffondere e rinsaldare la fede dei nostri padri. Alcuni si sono particolarmente distinti per la loro intraprendenza. Per il passato ricordiamo don Giovanni Facchinetti, dottore in Teologia a Venezia (1676 c. - 1 marzo 1744), parroco di Berzo Demo; Melotti don Giov. Battista (m. 2 agosto 1745), dottorato in Vienna, poi ordinato sacerdote a Roma; Rizzi don Antonio (m. 1640), dottore in teologia, arciprete di Cemmo, che compose la &amp;quot;Vita delle SS. Faustina e Liberata verg.&amp;quot; (Brescia, Sabbio, 1660); Sutili abate Marco Pio, cancelliere datario a latere di S.S. Papa Alessandro VIII e Sutili don Giacomo (1703), canonico in S. Giovanni in Laterano; Pietroboni don Agostino (1689 - 1764), parroco di Incudine, scrittore della &amp;quot;Historia del tragico et fatal incendio di Monno&amp;quot;. Dei viventi si deve citare almeno mons. Giovanni Antonioli, già parroco di Ponte di Legno, ora rettore di Santa Maria di Esine, apprezzato pubblicista e autore di vari libri: &amp;quot;Mestiere, ministero, mistero&amp;quot; (La Scuola, 1977), &amp;quot;L'ospite più strano. Conversazioni sul dolore&amp;quot; (Morcelliana, 1983), &amp;quot;Sentieri della legna. I solchi della sofferenza&amp;quot; (Morcelliana, 1984), &amp;quot;Trattenimenti con Dio. Conversazioni sul dolore&amp;quot; (Morcelliana, 1985), &amp;quot;Il mio prossimo, il mio paradiso&amp;quot; (Morcelliana, 1986). &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
LEGGENDE: molte sono le leggende locali che veniva tramandate specialmente dai nonni nelle stalle, durante le lunghe sere di veglia, tra cui quella della &amp;quot;Spongada dulcia de Pasqua&amp;quot;, che vede la signora Rosa trasformarsi da donna avara e gretta in una persona generosa in una mattina di Pasqua allietata dal suono festoso delle campane. Ancora oggi la &amp;quot;spongada&amp;quot; è un tipico dolce locale. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
ECONOMIA: preminente l'agricoltura, con produzione di segale e patate e l'allevamento di bovini, favoriti da estesissimi pascoli, specialmente sul Mortirolo dove fino a qualche decennio fa si trasferivano molte famiglie durante l'estate. Estesi i boschi resinosi e cedui, compresi numerosi castagni nella parte bassa del paese e che davano fino a poco tempo fa un prodotto molto ricercato. Nessuno più coltiva frumento o orzo, mentre in rotazione  alla patata, da alcuni anni, qualcuno ha introdotto il granoturco. Scomparsa pure la coltivazione del grano saraceno. Il bosco e la campagna hanno sempre dato un buon prodotto, anche se scarso; l'emigrazione ha sempre contribuito ad incrementare gli scarsi guadagni dei monnesi. Il Da Lezze afferma che nel 1609 a Monno esistevano &amp;quot;dui molini et una rasica&amp;quot;. La segheria continuerà sempre la sua attività, mentre i mulini (2 privati e 1 comunale) subiranno la totale distruzione nelle alluvioni del 1956 e 1960. Un mulino però era necessario, allora ne venne costruito uno elettrico in paese, che cesserà di funzionare nel 1986 con il pensionamento dell'ultimo &amp;quot;mulinér&amp;quot; Pietroboni Brizio. Il pane di segale è sempre stato uno dei nutrimenti base: veniva confezionato una volta alla settimana in quasi tutte le famiglie utilizzando il forno a legna, di cui molte case erano provviste. Ancor oggi è particolarmente apprezzato il pane di segale fatto a Monno. Ottimo è sempre stato anche il miele locale. Nel periodo estivo molte arnie vengono spostate in Mortirolo per la produzione del miele di rododendro. Particolarmente avanzato era l'allevamento del bestiame. Nel 1870 si allevavano 700 giovenche e altrettante pecore e capre. Già nel 1928 venne ufficialmente istituito il primo &amp;quot;Gruppo di Selezione&amp;quot; di bovini di razza bruna-alpina. È a Monno che si attuarono le prime esperienze pubbliche di prevenzione e cura sul fronte delle epizoozie bovine ed ovicaprine, con particolare impegno contro il flagello dell'afta. Si sperimentarono anche le prime &amp;quot;inseminazioni strumentali&amp;quot;, antesignane delle attuali &amp;quot;fecondazioni artificiali&amp;quot;. Migliorìe venivano apportate negli anni Cinquanta alla Malga Andrina e al patrimonio boschivo comunale. La viabilità montana (tra i 1600 e i 1800 metri s.l.m.), le cascine e le malghe vennero ulteriormente migliorate grazie all'intervento del Feoga nel 1979. Sviluppata per secoli l'uccellagione colle reti che nel 1850 veniva detta &amp;quot;ferace di prese molto straordinarie&amp;quot;. Nel 1970 veniva costituita nella zona di Toricla, su 700 ettari di territorio comunale, una riserva di caccia nella quale vennero immessi dei cervi, diventati ormai numerosi. A Monno si facevano borse, tappeti e tessuti con fine gusto artistico, inoltre anche cappelli e canestri. Telai esistevano in parecchie case fino a pochi anni fa. Si fabbricavano tele di canapa, di lino e di seta e si producevano tele a bei disegni floreali. Venivano tinti in blu con un'erba chiamata &amp;quot;guado&amp;quot;, e in rosso utilizzando la robbia. Venivano prodotti soprattutto &amp;quot;pelòrc&amp;quot; tessuti con la stoppa a righe colorate, tinte con la radice del crespino, con le bacche del quale si produceva anche l'aceto. Il territorio è ricco anche di torba estesa sopra i 50 ettari, ma che non fu mai sfruttata. In tempi antichi vi era una miniera di ferro che venne però abbandonata causa le ripetute inondazioni. Una fucina venne messa in luce e poi travolta dall'alluvione nel 1960. Sempre attivo il flusso emigratorio, specie dei giovani, che riprese nella seconda metà dell'800 diretto specialmente all'estero, fornendo soprattutto muratori, scalpellini e falegnami. Negli ultimi trent'anni sono aumentati i pendolari (giornalieri e settimanali), mentre l'emigrazione ha visto maggiormente lo spostamento verso i paesi del fondovalle. Nonostante l'attaccamento alla terra e la cura che viene tuttora dedicata alla campagna, il maggior calo di addetti si è verificato in agricoltura. Nel censimento 1990 risultano attive 81 aziende, ma molti si dedicano a questa attività solo part-time. Negli ultimi anni c'è stato ancora un buon incremento edilizio, rivolto principalmente al recupero delle case del centro abitato. Risulta così che vi sono parecchie abitazioni ad uso dei villeggianti. Esiste poi una casa per ferie con 50 posti letto, gestita dalle Suore Canossiane, mentre 9 sono gli esercizi pubblici. Di essi 4 sono alberghi: 2 a Monno, con 30 camere e 56 posti letto; 2 in Mortirolo, con 19 camere e 29 posti letto. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Stemma del Comune: a destra, sui fianchi di una montagna innevata sono disposti alcuni abeti, con un cervo e un toro al pascolo, mentre a sinistra svetta la torre di un castello con merli ghibellini e nel cielo azzurro un'aquila dispiega le sue lunghe ali. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
PARROCI: Giovanni Prandini (1408), Pietro Donato (1480), Lodovico Ricci (1492), Pietro Pietroboni di Monno (1510-1538), Nicolò Negri di Venezia, canonico di S. Marco (1538-1547), Alessandro Visentini, veneto (1547-1567), Giovanni Regazzi di Incudine (10 settembre 1567 - 1581), Antonio de Nobili di Lozio (1581-1584), Lodovico Rizzi o Ricci di Monno (1584 - m. 29 maggio 1599), Martino Rainetto di Borno (1599-1600, forse solo economo), G.B. Passeri di Monno, detto Trancano (1600-1613), Pietro Bonaccorsi di Vezza d'Oglio (1612, forse solo economo), p. Fortino da Edolo (1613, forse solo economo), G.B. Facchinetti di Monno (1613-1614), p. Arrigo Cresiolo (forse solo economo), Pietro Faustino Panteghini di Bienno (1615-1653), Maffeo Pietroboni di Monno (1653), Pietro Guarneri di Vione (1654-1663), Bartolomeo Rizzoni di Santicolo (1664-1681), p. Giuseppe Gismondi di Mu (1681 - m. nel 1688), Alberto Rizzi di Malonno (1688-1725), Stefano Camadini di Incudine (1725-1730), Bartolomeo Mossini di Monno (1731-1759), Giovanni Carli di Incudine (1759 - 27 ottobre 1786), Matteo Tognatti di Incudine (1787 - 29 settembre 1792), Giacomo Minelli di Monno (1792-1803), Antonio Fenni di Montisola (1803-1812), Giovanni Passeri di Monno (1812 - 13 aprile 1827), Brizio Caldinelli (settembre 1827 - 21 giugno 1844), Giacomo Trotti di Monno (1846 - 23 settembre 1859), Isidoro Corazzina (1860 - ottobre 1893), Angelo Battaini di Vezza d'Oglio (marzo 1894 - gennaio 1924), Antonio Cauzzi (1924 - 1 giugno 1934), Innocenzo Ercoli di Bienno (1934 - 9 novembre 1947), Domenico Garatti di Darfo (1948 - 13 marzo 1956), Giuseppe Figaroli di Costa Volpino (29 giugno 1956 - dicembre 1967), Francesco Nodari di Esine (gennaio 1968 - 25 novembre 1979), Raimondo Sterni di Bossico (13 gennaio 1980 - 28 aprile 1987), Angelo Mario Gozzini di Roccafranca (dal 19 luglio 1987). &lt;br /&gt;
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&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
SINDACI: Melotti Paolo (1890-1895 e 1895-1898), Passeri Giacomo (1898-1899 sindaco f.f.), Passeri Giacomo (1899-1902), Minelli Pietro (1902-1905 e 1905-1907), Zanardi Giovanni (1907-1910 e 1910-1914), Minelli Pietro (luglio 1914-ottobre 1914 dimissionario), Mossini Paolo (1914-1920 e 1920-1926), Guizzardi Giovanni (Podestà 1926-1927); dal 1928 al 1947 aggregazione con Incudine. Di Stefano Francesco (Commiss. Prefettizio 1948 -11 luglio 1948), Minelli Giovanni Antonio (1948-1952), Melotti Luigi ( 1952-1956), Minelli Giovanni Antonio (1956-1960), Melotti Luigi (1960 dimissionario), Minelli Giovanni (1960-1964 e 1964-1970 e 1970-1975), Ferrari Eugenio (1975-1980), Caldinelli Claudio Luciano (1980-1985), Minelli Giovanni (1985-1990 e 1990 in carica).&lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
	  [[Categoria: Volumi_Enciclopedia_Bresciana]][[Categoria: Volume_9]][[Categoria: Lettera_M]][[Categoria: Volume_9 - Pagina_231]][[Categoria: Volume_9 - Lettera_M]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

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		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=MONNO&amp;diff=105669</id>
		<title>MONNO</title>
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				<updated>2025-05-21T17:16:23Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''MONNO (in dial. Mòn; in lat. Munni)'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Borgata dell'alta Valcamonica, 7 km a N di Edolo, a O della strada per Pontedilegno. È a m 1066 s.l.m., a 105 km da Brescia e con una superficie comunale di 30,69 kmq. L'abitato sorge sulla destra del fiume Oglio, all'imbocco della valletta del Mortirolo, ai margini di pinete e su un lento declivio. Costituisce un blocco unico, sia pure distinto in contrade. Le principali sono Lucco, che è ormai conglomerato nel nucleo abitato, Iscla, che si trova a S del paese, sulla statale n° 42, a circa 3 km di distanza, e il Mortirolo che è abitato solo d'estate e si trova a circa 6 km a N del paese. Il Comune confina a N con la Valtellina (Sondrio) ed esattamente con i Comuni di Grosotto, Grosio, Mazzo di Valtellina e Tovo S. Agata; a E con Vezza d'Oglio e Incudine; a S con Incudine e Edolo, a O con Edolo. Il territorio è situato tutto sul lato destro orografico del fiume Oglio, che fa anche da confine naturale nella parte S che è la più bassa, con i suoi 765 m sul livello del mare, nel punto in cui il rio Fino si getta nell'Oglio al confine con Edolo. Gradualmente il terreno si innalza fino al paese e poi su su fino al Mortirolo e raggiunge la massima elevazione a NE con i Dossoni, che fanno parte del gruppo dei Monti Serottini, a 2910 m s.l.m. L'arco di montagne che fa da confine a N, appartenente alle Prealpi Bergamasche, è composto dalle seguenti cime: Cima di Grom (m 2773), Monte Varadega (m 2364), Cima Cadì (m 2449), Cima Verda (m 2409), Cima Resverde (m 2348), Motto Pagano (m 2348), Motto della Scala (m 2333), Dosso Signeul (m 1952). Il Passo della Foppa (m 1852), il Passo del Mortirolo (m 1892) e il Passo di Varadega (m 2296) mettono in comunicazione con la Valtellina. Il fiume Oglio riceve in territorio di Monno tre affluenti: la Valle di Mola (o Pedrua), che segna il confine con Incudine, l'Ogliolo di Monno nelle vicinanze di Iscla e il Rio Fino che segna il confine con Edolo. L'Ogliolo di Monno a sua volta riceve le acque del Torrente Re, che attraversa il paese, e del torrente Mortirolo, nel quale confluiscono il Rio Almada, il Rio di Sternorio, il Grom e il Varadega, oltre alle acque dell'emissario del Laghetto di Mortirolo (largo m 172, lungo m 220 e profondo m 7,50). Altro laghetto alpino, di minori dimensioni, è quello di Varadega. Abitanti (monnesi, nomignolo dialett. &amp;quot;i gàcc&amp;quot;): 900 nel 1562, 1000 nel 1567, 1000 nel 1573, 829 nel 1850, 940 nel 1861, 943 nel 1871, 915 nel 1881, 799 nel 1901, 786 nel 1911, 751 nel 1921, 775 nel 1931, 812 nel 1936, 848 nel 1951, 777 nel 1961, 645 nel 1971, 621 nel 1977, 619 nel 1981, 580 nel 1990. La tradizione, registrata da p. Gregorio di Valcamonica, vuole che &amp;quot;anticamente&amp;quot; si chiamasse &amp;quot;Amone&amp;quot;, dal nome del leggendario duca Amon, che in lingua ebraica e armena significherebbe &amp;quot;fedele&amp;quot;, &amp;quot;verace&amp;quot;. Altri hanno pensato che derivi dal greco &amp;quot;monos&amp;quot;, cioè &amp;quot;unico, solo&amp;quot;. La località avrebbe conosciuto il passaggio di truppe romane dirette verso la Valtellina e i Grigioni. Monete di Augusto vennero scoperte nella costruzione dell'asilo infantile. La tradizione vuole che vi abbiano eretto un castello due duchi longobardi: Amon (che avrebbe poi dato il nome al paese) e Lamdelfio e che all'epoca longobarda appartenessero le tombe ritrovate durante lavori di fognatura. La leggenda vuole che Carlo Magno, desideroso di liberare l'alta valle dagli ultimi pagani e da greci iconoclasti che vi si erano rifugiati, abbia mandato al duca Landolfo di Monno, quale messaggera dei suoi piani, una sua parente, Monica, la bellissima figlia del duca Alloro di Cala, monaca in Brescia, che riuscì a convincerlo a lasciar via libera alle truppe imperiali. Dalla strage di pagani ed eretici da queste fatta al passo Cala, sarebbe venuto il nome di Mortirolo e il nome ad una altura chiamata Motto Pagano. A ringraziamento per la gentile messaggera, Carlo Magno avrebbe poi chiamato queste terre Cà (per casa) di Monica, donde poi il nome di Valcamonica. L'imperatore franco avrebbe fatto costruire una chiesa dedicata a S. Brizio, alla quale i sette vescovi del seguito concessero quaranta anni di indulgenza per ogni visita alla chiesa, mentre papa Urbano concedette poi novecento giorni ogni venerdì e ogni festa del santo. Leggende e tradizioni hanno avuto origine assieme al culto di molti santi, fra i quali quello di S. Brizio, dalla permanenza dei monaci di Tours e di Cluny, che in valle ebbero possidenze e case, dopo la donazione di Carlo Magno del 774. Nel toponimo della località &amp;quot;dei frà&amp;quot;, vicina a S. Brizio, si è voluto vedere il segno di una presenza di un monastero benedettino, mentre indica certamente possedimenti monasteriali. Il santuario di S. Brizio verso il 1000 era un oratorio o solo un ospizio per pellegrini cui era addetto un prete. La tradizione vuole che la chiesa dedicata a S. Brizio sia stata parrocchiale. Il primo parroco segnalato è del 1284 e la serie segue poi ininterrotta. Con il passaggio della Valcamonica dal dominio del monastero francese di Tours a quello del vescovo di Brescia, anche il territorio di Monno venne assoggettato a canoni di affitto e decime. Periodicamente il vescovo procedeva ad esazioni ed investiture, mandando appositi delegati e teneva in Valle un suo vicario. In modo particolare i vescovi Beato Guala e Berardo Maggi fecero opera di revisione e di riordinamento dei loro diritti. Furono investiti delle decime i Federici e altri personaggi. I Federici continuarono la loro presenza fino a metà del '700. Ad opera di Cazoino, vicario del vescovo, investiture di beni vescovili sono registrate il 2 febbraio 1300. Nel 1389, un Michelino da Monno veniva bandito per non aver corrisposto quanto dovuto, sempre al vescovo, o per non aver chiesto l'investitura. Infeudazioni di decime vescovili in Monno vennero registrate ancora nel 1458, nel 1460. Con il 27 settembre e il 22 ottobre 1465 si registrarono investiture del comune e degli uomini di Monno. Con il disgregarsi del sistema feudale emersero alcune famiglie particolarmente facoltose, quali quelle dei Sutili (&amp;quot;Sitìi&amp;quot;), Fachinetti, Useppi, Fracala, ecc., che hanno lasciato il nome ad alcune località. Il castello continuò a svolgere la sua funzione per molti anni. Nel 1455 Venezia, conscia che molte rocche non potevano resistere alle artiglierie e che erano spesso nido a violenti e ribelli, decretò che fosse restaurato il castello di Breno e che si conservassero le rocche di Cimbergo e di Lozio, ma che fossero distrutte tutte le altre. Anche il castello di Monno, che era passato dai Federici ad una famiglia locale, quella dei Corata (che si estinse poi nel 1733), seguì la stessa sorte. Sulle sue rovine, che scomparvero del tutto agli inizi del '600, venne costruita la nuova parrocchiale. Nel 1398, ad un notaio del luogo, Brizio da Monno, venne affidato l'incarico di comporre dissidi fra guelfi e ghibellini. Si tratta facilmente di uno della famiglia Rizzio (o Ricci), come asserisce Agostino Pietroboni, famiglia illustre di una lunga serie di notai che si estinguerà alla fine del 1700. Ai primi del '500 assunse in valle un ruolo particolare Antonio da Monno che ricoprì la carica di Sindaco di Valcamonica varie volte (negli anni 1527, 1533, 1539 e 1545). Nel 1512 con Bernardino Ronchi e Ambrogio Alberzoni di Breno egli veniva inviato al Provveditore veneto Gritti per confermare la fedeltà dei Comuni a Venezia. Solo pochi mesi dopo Antonio da Monno con Antonio Cini, si affrettava a fare lo stesso con il governatore spagnolo. In accordo con gli Spagnoli, i Monnesi, parteciparono, il 18 marzo 1516, all'assalto del castello di Breno. Temendo discese di truppe dai Grigioni o dall'Austria, ma specialmente paventando il passaggio dei Lanzichenecchi, come poi avverrà nel 1522,  i passi del Mortirolo, del Tonale e dell'Aprica vennero rinforzati e si tennero Deputati e guardie a Ponte di Legno, a Monno e a Corteno. Nella carta topografica della Bresciana, datata 1597, il Pallavicini segna torri in vari passi, compreso il &amp;quot;Monterol&amp;quot;. Impressione fece il passaggio nel 1580 di S. Carlo Borromeo, a ricordo del quale rimane una santella in Mortirolo. Antica e importante fu la Vicinìa, che distribuiva sale e altro, manteneva il cappellano, il maestro, il medico, la levatrice, presiedeva alla manutenzione delle strade, alla sorveglianza sul Re, ecc. La casa comunale, lasciata in eredità dal fabbro Bartolomeo Veggiardi detto Mottino, venne risparmiata quasi del tutto dall'incendio del 1737 che distrusse parecchi registri e documenti. Nel 1720 vennero riordinati gli Statuti comunali, già emanati da secoli. Si distinsero poi le famiglie Andrioli, Caldinelli, Cicci, Grialdi, Ghensi, Lazzarini, Melotti, Mossini, Minelli, Orsatti, Passeri, Pietroboni, Trotti, Useppi, Zanardi e altre famiglie da queste derivate. La tradizione vuole che da Monno, dove viene indicata una casa loro appartenuta, sarebbero derivati quegli Ottoboni che, diventati nobili, diedero poi il vescovo di Brescia Pietro Ottoboni, poi Papa Alessandro VIII.&lt;br /&gt;
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Il paese fu poi sempre avvantaggiato dal fatto di essere all'imbocco della valle Mortirolo, il cui passo ebbe sempre grande importanza. Tuttavia la vita di Monno fu contrassegnata per secoli da povertà endemica, dovuta anche a parecchie sventure che colpirono il paese. Vengono ricordate le carestie del 1348, 1484, 1629, la peste del 1508, 1555, 1576 e quella del 1630 che fu particolarmente funesta e durò fino al gennaio 1631. Proprio a causa della peste risultano estinte ben sei famiglie in quell'anno (Bullola, Aricha, Bonina, Maffei, Premotti, Tomasini). Altre sventure si abbatterono sul paese anche nel secolo XVIII. Una &amp;quot;peste di febbre maligna&amp;quot; mietè nel 1733 ben 93 vittime. Un'inondazione del 1644, una tempesta del 1735 e alluvioni del 1736 distrussero campi e case. Non pochi anche gli incendi che nel 1698 colpirono Vadostiel, nel 1699 casa Facchinetti, nel 1708 fienili a Lucco, nel 1722 casa Useppi, nel 1726 casa Passeri. Ma il più terribile fu quello che colpì il paese la notte del 19 settembre 1737 e che si propagò a quasi tutto il paese salvando solo venticinque case, delle quali dieci a Imavilla e quindici al Dosso. Poche furono le vittime. Alle varie sciagure e alla povertà endemica vennero incontro opere di carità, il Monte di Pietà, legati per la distribuzione del sale, ecc., tutte sorte all'ombra della chiesa. Una località chiamata &amp;quot;Le Misericordie&amp;quot; ricorda pagine di solidarietà sociale molto vive. Valvola alla situazione economica e sociale fu dai primi anni del sec. XVI, l'emigrazione, specie in Val di Sole. Rilevante l'emigrazione a Roma, dove i monnesi si segnalarono soprattutto come acquaioli e a Venezia. Nella sua relazione, il Da Lezze coglie anche l'occasione per dirci che a Monno &amp;quot;li terreni sono puochi, et poco buoni, et vi sono due mulini, et una rasica ( = segheria)&amp;quot; . Il paese non offriva grandi possibilità di lavoro e di guadagno ai suoi abitanti. Monno subì particolari danni specie dal novembre 1797, quando le truppe francesi, vittoriose su quelle austriache, distrussero la cappella dei Martini e tentarono di asportare le campane delle chiese. Poco dopo distrussero la foresta di Mortirolo. Nel 1809 l'Alta Valle vide la discesa degli insorti tirolesi, ricacciati poi dai francesi. L'armistizio dell'aprile 1814 pose fine all'occupazione francese.&lt;br /&gt;
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L'epoca napoleonica, oltre all'abolizione degli antichi Statuti e la confisca dei beni di confraternite, delle chiese e degli enti comunali lasciò tristi ricordi di reclutamenti forzati negli eserciti e di una gravissima carestia che colpì la Valle dal 1815 al 1817 e che fu causa di febbri petecchiali con numerose vittime. Nel 1843 il paese venne colpito di nuovo da un furioso incendio che distrusse molte case e tutti i documenti d'archivio. Di una grave inondazione avvenuta nel 1852 rimaneva a ricordo fino a poco tempo fa un mastodontico masso in via Dosso. Un certo rilievo assunse il paese durante le guerre di indipendenza. Nell'aprile 1848 venivano eseguite opere di fortificazione (trincee e fortini) a S. Brizio. Per l'occasione cinque monnesi si arruolavano fra i volontari avviati al Tonale. Nel 1849 venne fatto saltare il ponte detto di S. Brizio, di cui restano residui vicino a Iscla. Nel luglio 1859 il comune veniva obbligato a concorrere al mantenimento delle truppe dislocate in Valcamonica. Il Rizzi scriveva nel 1870 che a Monno &amp;quot;sull'Oglio erano esistiti sette ponti in pietra, i quali nel 1859 furono distrutti per ordine di Cialdini; riattati dopo, nella guerra del 1866 tre furono demoliti di nuovo&amp;quot; . Durante la seconda e la terza guerra d'indipendenza vennero usate come ospedale e quartiere militare sia la chiesa di S. Brizio che quella di S. Sebastiano, che dovettero essere nuovamente benedette con il &amp;quot;rito romano della riconciliazione&amp;quot;. Inondazioni nel 1862 distrussero varie case e lo stesso Municipio, rovinando gran parte dell'archivio. Sul piano politico, sulla fine del secolo XIX e agli inizi del sec. XX si equilibravano gli zanardelliani e i cattolico-moderati, ma agli inizi del sec. XX diventava particolarmente attivo il movimento cattolico, che vedeva realizzato nel 1905 il gruppo dell'Unione cattolica del lavoro, con 70 soci. All'inizio del '900 il Comune sovvenzionava una sezione di scuola elementare mista. Nel 1912 viene portato a termine il nuovo edificio scolastico. Nel 1915 il Comune istituì anche la 4 e 5 maschile facoltativa. Nel 1914 arrivò in paese l'illuminazione pubblica, per mezzo della soc. Elva e venne istituita una collettoria postale, dovuta specialmente alla importanza strategica che stava assumendo il Mortirolo. Iniziarono anche i primi lavori di riparazione della frana Dorena, che sarà causa di gravi danni negli anni successivi e che ancora oggi, nonostante i massicci interventi, è un grave pericolo specialmente per i paesi sottostanti. Durante la prima guerra mondiale il paese sopportò gravi disagi per la vicinanza del fronte e parecchi monnesi lavorarono ad opere di fortificazione, specie sul Mortirolo (v.), che divenne un importante caposaldo militare. Vennero aperte molte strade militari che collegavano Monno con il Castelletto, il Motto Pagano, il Mortirolo e il Passo dell'Aprica. Tra le personalità che Monno vide durante il conflitto, vi fu il re Vittorio Emanuele III diretto al Mortirolo, che ritornerà poi nel 1931 per seguire manovre militari. Il paese contò 10 caduti, quasi tutti del corpo alpino, su ben 102 giovani che erano partiti per il fronte. Gli anni del dopoguerra, come già all'inizio del secolo, videro aumentare l'emigrazione verso i paesi europei ma tanti presero la via del mare, seguiti a volte dall'intera famiglia, per recarsi in America Meridionale (oltre 50 persone), in Australia (più di 50 emigrati) o negli Stati Uniti. A partire dall'ottobre del 1918 la febbre cosiddetta &amp;quot;spagnola&amp;quot; mietè anche a Monno parecchie vittime. Per dare lavoro ai numerosi disoccupati, nel dopoguerra vennero realizzate alcune opere: la ricostruzione delle malghe di Dorena e di Varadega (completamente destrutturata dai militari); la sistemazione di varie strade con acciottolato; la costruzione dell'acquedotto e dell'impianto antincendi. Molto sentito dalla popolazione il problema della erezione di una efficiente Scuola Materna, che venne aperta il 31 dicembre 1928, dopo un lungo travaglio, specialmente per interessamento del parroco don Battaini e del contributo di vari offerenti. Venne affidato alle Madri Canossiane che continuano la loro opera anche oggi. La Casa Madre scelse Monno come luogo di riposo per le proprie suore, acquistò una villetta adiacente alla Scuola Materna e costruì una villa che negli anni successivi adibì a colonia e, dagli anni '60, a casa per ferie, contribuendo allo sviluppo turistico del paese. Nel 1927 Monno perdette la sua autonomia e venne aggregato al comune di Incudine. Verso gli anni Quaranta venne costruita la Casa della Patata per conservare questo prodotto, per il quale Monno è rinomato.&lt;br /&gt;
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Durante la seconda guerra mondiale il paese contò 7 caduti e 10 dispersi. Momenti terribili il paese visse dal settembre 1943-1944 per rappresaglie nazifasciste dovute particolarmente alla dislocazione in Mortirolo, specie dal novembre 1944 all'aprile 1945, di formazioni patriottiche delle Fiamme Verdi, contro le quali vennero lanciati nel febbraio e nell'aprile 1945 attacchi in forza, che però risultarono inutili (v. Mortirolo). I disagi e i pericoli per la popolazione e per il paese furono enormi, ma non vi fu alcun morto di Monno. Vennero incendiate e distrutte alcune cascine, rovinate parecchie case e edifici pubblici. Il 16 marzo 1945 i fascisti, sospettandone la collaborazione con i partigiani, catturarono il podestà Minelli G. Antonio, assieme alla sorella Maria. Condotto a Brescia a Canton Mombello e sottoposto a pressanti interrogatori da parte delle S.S., venne liberato il 16 aprile, anche dietro le continue insistenze della popolazione. Negli ultimi giorni di guerra la gente dovette sgomberare il paese per l'incombente pericolo di rappresaglie. L' 1 maggio, sotto l'imperversare d'una bufera di neve, le Fiamme Verdi attaccarono la colonna dei repubblichini della &amp;quot;Tagliamento&amp;quot; e dei tedeschi in fuga verso il Tonale. Grazie anche ad una fitta nebbia alcune camicie nere riuscirono a far saltare il Consorzio (casa della patata) adibito a deposito di munizioni, provocando enormi danni. Il 3 maggio fecero saltare anche il ponte dei Pellegrini sulla nazionale. Dopo una lenta ripresa, l'1 gennaio 1948, veniva ricostituito il Comune autonomo e si realizzava la strada per allacciare la statale 42 del Tonale con il centro abitato, si operava l'imbrigliamento della &amp;quot;frana Dorena&amp;quot;, si migliorava l'acquedotto, si rimettevano a nuovo l'asilo e le scuole elementari rovinate da eventi bellici. In seguito ai gravi danni prodotti dalle alluvioni dell'estate 1950 veniva costruito il ponte sull'Ogliolo e quello della segheria comunale, distrutti dalle acque. Miglioramenti vennero compiuti alla Malga Andrina e alle proprietà boschive comunali. Nel 1949 si realizzò l'allacciamento telefonico al Comune, che nel 1955 inizia la costruzione di una nuova sede, allargando la piazza IV Novembre. Nel 1960 un'altra grave alluvione ripropose il problema di un radicale intervento sulla &amp;quot;frana Dorena&amp;quot; che continuava a provocare ingenti danni. Si provvide anche all'allargamento del cimitero, con la costruzione di un primo lotto di loculi, cui ne verranno aggiunti altri due nel 1972 e nel 1984. Nel 1966 vennero inaugurate le scuole nuove, mentre era in corso di esecuzione una nuova strada di collegamento con il Mortirolo, portata a termine negli anni '80. Secondo le indicazioni tratte dalla tradizione orale, il 4 novembre 1972  il Comune assunse ufficialmente il suo stemma: il gonfalone viene sfoggiato per la prima volta durante l'inaugurazione del monumento ai caduti di tutte le guerre, dovuto allo scultore Maffeo Ferrari. Con l'approvazione del Piano d fabbricazione nel 1975 ha inizio un periodo di rinnovo del paese, con la costruzione di nuove case, il recupero degli edifici vecchi e la sistemazione delle strade e della illuminazione da parte dell'Amministrazione Comunale, nonché dall'impinguamento dell'acquedotto e la razionalizzazione della fognatura. Altre opere si aggiunsero negli anni seguenti. Nel 1983 sulla sede del torrentello che attraversa il paese veniva costruito un parcheggio, con successivo allargamento della piazza. Nel 1987 venivano avanzati progetti per la creazione nel territori di due centraline idroelettriche, ora in via di realizzazione e, su iniziativa di Angelo Giovanni Trotti, venne costituito il gruppo folkloristico &amp;quot;Gàlber de Mòn&amp;quot; (cioè gli &amp;quot;Zoccoli di Monno&amp;quot;). In sviluppo anche le attività del tempo libero, grazie alla costruzione, nel 1982, d'un nuovo campo sportivo. &lt;br /&gt;
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ECCLESIASTICAMENTE appartenne alla pieve di Edolo, dalla quale si rese indipendente nel 1284, con una serie di parroci che continua fino ad oggi. Il parroco rimase a lungo presso S. Brizio, mentre il paese si espandeva più in alto. Dopo la visita di S. Carlo Borromeo (1580), pressioni venivano fatte dalla popolazione perché il parroco si trasferisse in paese, tanto che, approfittando di un'assenza i monnesi distrussero la canonica esistente presso S. Brizio per obbligare il parroco alla nuova residenza. Nel 1922 vi veniva eretta la Congregazione del Terz'Ordine francescano.&lt;br /&gt;
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 S. BRIZIO: la prima chiesa era di derivazione certamente monastica, legata, come indica il santo titolare, al monastero di Tours. È sicuro che una chiesa esisteva già nel 1284, quando ebbe inizio la serie dei parroci di Monno. Nel 1480 la chiesa venne ricostruita. Era ancora parrocchiale nel 1567, quando il vescovo Bollani sollecitò la costruzione di una nuova parrocchiale più vicina al centro abitato. La chiesa aveva allora due altari ed era adorna di ex voto. Verso la metà del sec. XVII venne eretta una cappellanìa che doveva servire al culto e alla custodia della chiesa, alla quale lasciarono capitali anche i monnesi emigrati a Roma. Nel 1646 la costruzione della nuova chiesa era in atto, sostenuta dagli &amp;quot;uomini del comune&amp;quot; e dagli abitanti e restaurata entro il 1657 mentre ritocchi e completamenti erano ancora in atto nel 1672. Il campanile fu completato negli anni successivi probabilmente nel 1716. In posizione dominante la strada della valle si distingue per una sua eleganza e singolarità dovuta alle tre caratteristiche finestre, per il solido campanile in granito bigio e per la natura che lo circonda. Domina il santuario una stupenda icona in legno, barocca ma suggestiva ed interessante, ricca di colonne, di statue, statuette, di santi, di angeli, di cariatidi (parecchie purtroppo rubate recentemente). Racchiude una tela con la Madonna con Bambino, S. Brizio e da un lato la scena con la chiesetta di S. Brizio, sulla soglia della quale egli s'affaccia per accogliere una processione: madri con bambini, poveri, ecc. La pala è firmata &amp;quot;Carolus Marnus Burniensis, 1655&amp;quot;. Nel 1976 venne asportata dai ladri e recuperata dai carabinieri sotto un ponte. Ora si trova nella chiesa parrocchiale. Bello il paliotto in legno dell'altare con il santo al centro ed altre figure. Ancona e altare sono attribuiti ai Fantoni. Probabilmente di altra mano, ma squisitamente scolpito è il tabernacolo. Del tardo Settecento sono gli affreschi del soffitto, nei quali fra ornamenti floreali spiccano tre medaglioni raffiguranti S. Brizio in gloria fra gli angeli, Cristo glorioso con la Croce fra i SS. Pietro, Paolo e un vescovo, l'Assunta con San Giuseppe, S. Brizio e S. Anna. Nelle lunette attorno alla navata vi sono figure di apostoli, di vescovi e di santi. Il santuario era ricchissimo di ex voto dei quali fu fatto un gran falò, dopo la visita pastorale di mons. Tredici nel 1935, il quale diede ordine di rimuovere tutti gli ex voto tranne i quadri ad olio. Ne restano due grandi e molto belli. Uno raffigura S. Brizio in abiti vescovili con ai piedi quattro devoti dai caratteristici costumi del tempo, specie per i collari piatti e quadrangolari in lino, amplissimi i paramenti ricamati. Si tratta di una tela molto bella che richiama il Paglia. Un altro quadro votivo, da poco restaurato, raffigura una chiesa verso la quale si dirige una processione di devoti con l'iscrizione &amp;quot;Ricorso devoto fatto lì 9 novembre 1759 dal pio popolo di Monno al suo fedelissimo Protettore S. Brizio per ottenere la liberazione del male epidemico nella gente, e ne ottenne compitissima la grazia et effiges sint in memoria&amp;quot;. Sono di pietra bianca il portale e le finestre. Accanto alla sagrestia esiste anche un piccolo romitaggio consistente in un'unica stanza. Per iniziativa del parroco, nell'aprile 1973 si è formato un comitato o associazione di Amici di S. Brizio, che si proponeva il restauro del santuario. Tutto ciò che poteva essere trasportato si mise in salvo presso la canonica. Nonostante ciò la chiesa è stata in seguito quasi del tutto spogliata: l'ultima volta nel 1980. Per evitare ulteriore degrado e pericoli, si diede corso ad alcune opere. Con due successivi contributi è stato fatto il drenaggio a monte per togliere l'umidità dalla parete e rifatto il tetto con la posa nuovamente delle &amp;quot;piode&amp;quot;, cioè lastre di ardesia. La devozione dei monnesi per il santo resta ancora oggi particolarmente sentita. Nella chiesetta viene celebrata la messa il 13 novembre e tutte le domeniche di marzo. &lt;br /&gt;
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PARROCCHIALE DEI S.S. PIETRO E PAOLO: costruita nel 1410 circa, venne poi rifatta, conservando della vecchia il campanile con cella a bifore. Venne poi ampliata dal 1600 circa al 1620. Nel 1762 venne costruito, per iniziativa del parroco don Giovanni Carli, l'altare maggiore. Nel 1775 Pietro Corbellini dipingeva e firmava gli affreschi della navata centrale e delle sue cappelle Di grande risalto la Madonna in gloria della volta. L'altare rivolto verso i fedeli è adorno di un paliotto dorato, attribuito a Giovanni Battista Zotti, un tempo nella chiesa dei S.S. Fabiano e Sebastiano. La pala dell'altare maggiore è di Palma il Giovane. Nella parte in basso ci sono raffigurati i santi Pietro, Paolo, Antonio e Francesco, mentre in alto una Madonna col Bambino circondati da angeli. Alle pareti del presbiterio ci sono due quadri settecenteschi di ottima fattura, appena restaurati, che rappresentano il Primato di Pietro e il Martirio dei SS. Pietro e Paolo. Gli affreschi della volta del presbiterio sono di A. Guadagnini. Due sono gli altari laterali, uno dedicato alla Madonna, con statua in legno e i Misteri del Rosario dipinti su lamine di rame, l'altro dedicato a S. Antonio, con una pala raffigurante Gesù Bambino tra i SS. Antonio da Padova e Antonio abate, datata 1791 e firmata Antonio Corbellini, fratello di Pietro. Oltre ad una tela seicentesca raffigurante la Sacra Famiglia con Anna e Gioachino, sono da segnalare un settecentesco pulpito in noce, un confessionale con eleganti colonne tortili, una Via Crucis forse del Corbellini e tutto il coro in noce, di intagliatori monnesi. L'organo venne costruito dai Bossi di Bergamo. Dopo aver rifatto la copertura del tetto nel 1984, un più consistente intervento nel 1989/90 ha dato un aspetto migliore a tutto l'esterno della chiesa, con l'isolazione delle fondazioni, il totale rifacimento dell'intonaco e imbiancature delle pareti, lo spianamento e la sistemazione del piazzale e la posa di piacevole impianto di illuminazione che mette in rilievo anche il bel campanile.&lt;br /&gt;
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S. SEBASTIANO: all'imbocco della Valle che porta al Mortirolo, domina il paese il santuario dedicato a S. Sebastiano. All'epoca della visita del vescovo Bollani (1567), aveva due altari, uno dedicato a S. Sebastiano e l'altro a S. Rocco, con pallio di legno dipinto. La chiesa era poi in parte affrescata. Dagli atti della visita del Pilati (20 settembre 1573), sappiamo che la chiesa era consacrata assieme all'altare maggiore. Restauri venivano prescritti da S. Carlo nel 1580 e dal vescovo Morosini nel 1593, da mons. Macario nel 1641, dal vescovo Morosini nel 1645, ecc. Il 21 febbraio 1731 veniva concessa la riedificazione dell'edificio ormai diroccato che durerà per oltre quarant'anni, con la collaborazione di tutta la popolazione. Come indica il cartiglio dell'elegante portale in marmo bianco, la chiesa era già finita nel 1781 e arricchita di tre altari: il maggiore dedicato ai SS. Fabiano e Sebastiano, e i laterali alla Madonna delle Grazie e a S. Rocco. É documentato che venne decorata da Pietro Corbellini, il quale dipinse anche le pale raffiguranti la Madonna col Bambino, i SS. Rocco, Ignazio e Luigi Gonzaga, e il martirio di S. Sebastiano. Il piccolo campanile porta una sola campana, fusa da Gaetano Soletti nel 1793 a Brescia, assieme alle due campane maggiori che servirono per completare il concerto della chiesa parrocchiale, munita fino allora solo di tre. Nuovi restauri venivano prescritti nel 1886. Ancora oggi all'interno stanno tre altari. Il maggiore in legno, elegante e con pale molto interessanti, ha un paliotto in cuoio bulinato con statuette. Vi esisteva una statua lignea della &amp;quot;Madonna dei Miracoli&amp;quot;, che fu al centro di uno speciale culto dei bambini morti senza battesimo, levato per l'energico intervento del parroco don Bartolomeo Mossini durante il suo parrocchiato (1731-1753). Attualmente, dopo un adeguato restauro, si trova in canonica e viene portata nella solenne processione che si tiene ogni anno a ferragosto. E una delle poche (forse quattro) opere lignee del '400 che esistono nel Bresciano. Attribuita comunemente alla mano di un intagliatore altoatesino. Originario è il pavimento di ardesia. Anche a seguito dei danni causati dalla guerra, nel 1955 il Genio Civile interviene per la sostituzione del tetto e la sistemazione e rifacimento degli intonaci e della tinteggiatura delle pareti. È in questa occasione che furono coperti con calce i due grandi affreschi del Corbellini sulla facciata esterna, rappresentanti S. Cristoforo e S. Simone stilita. Nel 1981, il tetto nuovamente ridotto male, fu risistemato. La chiesa è utilizzata saltuariamente durante l'anno, tranne per il periodo estivo, durante il quale vi si celebra la messa vespertina ogni sabato. &lt;br /&gt;
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CASA CANONICA: la canonica venne riedificata in gran parte dal parroco don Bartolomeo Mossini nei primi del sec. XVIII e venne in parte distrutta dall'incendio del 1737. Sul bel portale in granito è scolpita la data 1847. &lt;br /&gt;
DISCIPLINA O S. FRANCESCO D'ASSISI: l'antica Disciplina, che sorgeva sopra la chiesa parrocchiale dedicata ai SS. Pietro e Paolo, venne distrutta nel 1600 circa quando venne spianato il poggio per far posto alla nuova parrocchiale con l'impegno per il comune di ricostruire la cappella altrove. Nel 1650-1685 venne fabbricata una volta per conservare il grano del Monte di pietà e delle confraternite. Sopra di essa, nel 1707, ad iniziativa delle Confraternite venne costruito l'ospizio o appartamento per il predicatore, di quattro stanze, che venne poi distrutto dall'incendio del 1737. Servita come Disciplina verso la fine dell'800, ospitò i confratelli del SS. Sacramento e in seguito fu oratorio femminile. L'altare venne restaurato e benedetto nel 1826. Vi esisteva un bel quadro che porta la data 1608 raffigurante la Crocifissione con i santi Bernardino e Francesco, attorniati dai Disciplini incappucciati. Ora è posto sulla parete sinistra del presbiterio della chiesa parrocchiale. Nell'anno 1960 l'Oratorio (così viene ancora oggi chiamato) venne adattato a teatrino, sopraelevando il pavimento e includendo parte della retrostante casa cappellania per adibirla a palco. Ha un centinaio di posti a sedere ed è stato usato vari anni come cinema parrocchiale. Nel 1986, con la collaborazione del Gruppo Alpini locale è stato sistemato ed adeguato, con servizi e camerino per gli attori. Nell'autunno del 1990 sono stati rifatti gli intonaci esterni, la tinteggiatura e i serra menti, adeguandoli alla sistemazione della vicina chiesa parrocchiale, così che tutto l'insieme si presenta in modo molto decoroso.&lt;br /&gt;
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RELIGIOSITA': solenne la festa dei S.S. Pietro e Paolo (29 giugno); ma ancor più sentita quella di S. Giacomo (25 luglio), celebrata sul Mortirolo, e in occasione della quale si accendono sui monti suggestivi falò. Dal dicembre del 1970 in parrocchia si stampa un bollettino dal titolo &amp;quot;All'ombra del mio campanile&amp;quot;, che viene distribuito a tutte le famiglie del paese e spedito agli emigrati che lo richiedono. E' stato voluto dal parroco don Francesco Nodari, il quale ha acquistato il ciclostile e il fotoincisore elettronico utilizzando una offerta apposita del monnese padre Michele (al secolo Silvio Andricci) che morì a Monno nel 1976 in concetto di santità. In concetto di santità sono morti pure altri due religiosi monnesi: il cappuccino Arcangelo Grialdi e Caldinelli Rosa (suor Giulia) delle Suore Dorotee di Cemmo. In ottobre, dopo il ritorno anche di quanti trascorrono l'estate in Mortirolo, si svolge la festa dei giovani, dedicata ai SS. Luigi e Teresa. Da vari anni riveste una particolare importanza anche la festa di Natale, con l'allestimento di un presepio vivente che termina, a mezzanotte, in chiesa dove viene allestita ogni anno una diversa capanna, con suggestiva scenografia. La stessa sera, prima della messa, i coscritti salgono sul campanile e cantano una nenia tramandata oralmente dagli avi, inframmezzandola al suono di &amp;quot;allegrezza&amp;quot; . La religiosità dei monnesi è ampiamente dimostrata anche dalle numerose croci e santelle poste agli incroci di varie strade, nonchè da edicole poste sulle facciate di molte case. Monno vanta una lunga sequenza di sacerdoti che si sono sempre fatti apprezzare per il loro zelo e per aver contribuito a diffondere e rinsaldare la fede dei nostri padri. Alcuni si sono particolarmente distinti per la loro intraprendenza. Per il passato ricordiamo don Giovanni Facchinetti, dottore in Teologia a Venezia (1676 c. - 1 marzo 1744), parroco di Berzo Demo; Melotti don Giov. Battista (m. 2 agosto 1745), dottorato in Vienna, poi ordinato sacerdote a Roma; Rizzi don Antonio (m. 1640), dottore in teologia, arciprete di Cemmo, che compose la &amp;quot;Vita delle SS. Faustina e Liberata verg.&amp;quot; (Brescia, Sabbio, 1660); Sutili abate Marco Pio, cancelliere datario a latere di S.S. Papa Alessandro VIII e Sutili don Giacomo (1703), canonico in S. Giovanni in Laterano; Pietroboni don Agostino (1689 - 1764), parroco di Incudine, scrittore della &amp;quot;Historia del tragico et fatal incendio di Monno&amp;quot;. Dei viventi si deve citare almeno mons. Giovanni Antonioli, già parroco di Ponte di Legno, ora rettore di Santa Maria di Esine, apprezzato pubblicista e autore di vari libri: &amp;quot;Mestiere, ministero, mistero&amp;quot; (La Scuola, 1977), &amp;quot;L'ospite più strano. Conversazioni sul dolore&amp;quot; (Morcelliana, 1983), &amp;quot;Sentieri della legna. I solchi della sofferenza&amp;quot; (Morcelliana, 1984), &amp;quot;Trattenimenti con Dio. Conversazioni sul dolore&amp;quot; (Morcelliana, 1985), &amp;quot;Il mio prossimo, il mio paradiso&amp;quot; (Morcelliana, 1986). &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
LEGGENDE: molte sono le leggende locali che veniva tramandate specialmente dai nonni nelle stalle, durante le lunghe sere di veglia, tra cui quella della &amp;quot;Spongada dulcia de Pasqua&amp;quot;, che vede la signora Rosa trasformarsi da donna avara e gretta in una persona generosa in una mattina di Pasqua allietata dal suono festoso delle campane. Ancora oggi la &amp;quot;spongada&amp;quot; è un tipico dolce locale. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
ECONOMIA: preminente l'agricoltura, con produzione di segale e patate e l'allevamento di bovini, favoriti da estesissimi pascoli, specialmente sul Mortirolo dove fino a qualche decennio fa si trasferivano molte famiglie durante l'estate. Estesi i boschi resinosi e cedui, compresi numerosi castagni nella parte bassa del paese e che davano fino a poco tempo fa un prodotto molto ricercato. Nessuno più coltiva frumento o orzo, mentre in rotazione  alla patata, da alcuni anni, qualcuno ha introdotto il granoturco. Scomparsa pure la coltivazione del grano saraceno. Il bosco e la campagna hanno sempre dato un buon prodotto, anche se scarso; l'emigrazione ha sempre contribuito ad incrementare gli scarsi guadagni dei monnesi. Il Da Lezze afferma che nel 1609 a Monno esistevano &amp;quot;dui molini et una rasica&amp;quot;. La segheria continuerà sempre la sua attività, mentre i mulini (2 privati e 1 comunale) subiranno la totale distruzione nelle alluvioni del 1956 e 1960. Un mulino però era necessario, allora ne venne costruito uno elettrico in paese, che cesserà di funzionare nel 1986 con il pensionamento dell'ultimo &amp;quot;mulinér&amp;quot; Pietroboni Brizio. Il pane di segale è sempre stato uno dei nutrimenti base: veniva confezionato una volta alla settimana in quasi tutte le famiglie utilizzando il forno a legna, di cui molte case erano provviste. Ancor oggi è particolarmente apprezzato il pane di segale fatto a Monno. Ottimo è sempre stato anche il miele locale. Nel periodo estivo molte arnie vengono spostate in Mortirolo per la produzione del miele di rododendro. Particolarmente avanzato era l'allevamento del bestiame. Nel 1870 si allevavano 700 giovenche e altrettante pecore e capre. Già nel 1928 venne ufficialmente istituito il primo &amp;quot;Gruppo di Selezione&amp;quot; di bovini di razza bruna-alpina. È a Monno che si attuarono le prime esperienze pubbliche di prevenzione e cura sul fronte delle epizoozie bovine ed ovicaprine, con particolare impegno contro il flagello dell'afta. Si sperimentarono anche le prime &amp;quot;inseminazioni strumentali&amp;quot;, antesignane delle attuali &amp;quot;fecondazioni artificiali&amp;quot;. Migliorìe venivano apportate negli anni Cinquanta alla Malga Andrina e al patrimonio boschivo comunale. La viabilità montana (tra i 1600 e i 1800 metri s.l.m.), le cascine e le malghe vennero ulteriormente migliorate grazie all'intervento del Feoga nel 1979. Sviluppata per secoli l'uccellagione colle reti che nel 1850 veniva detta &amp;quot;ferace di prese molto straordinarie&amp;quot;. Nel 1970 veniva costituita nella zona di Toricla, su 700 ettari di territorio comunale, una riserva di caccia nella quale vennero immessi dei cervi, diventati ormai numerosi. A Monno si facevano borse, tappeti e tessuti con fine gusto artistico, inoltre anche cappelli e canestri. Telai esistevano in parecchie case fino a pochi anni fa. Si fabbricavano tele di canapa, di lino e di seta e si producevano tele a bei disegni floreali. Venivano tinti in blu con un'erba chiamata &amp;quot;guado&amp;quot;, e in rosso utilizzando la robbia. Venivano prodotti soprattutto &amp;quot;pelòrc&amp;quot; tessuti con la stoppa a righe colorate, tinte con la radice del crespino, con le bacche del quale si produceva anche l'aceto. Il territorio è ricco anche di torba estesa sopra i 50 ettari, ma che non fu mai sfruttata. In tempi antichi vi era una miniera di ferro che venne però abbandonata causa le ripetute inondazioni. Una fucina venne messa in luce e poi travolta dall'alluvione nel 1960. Sempre attivo il flusso emigratorio, specie dei giovani, che riprese nella seconda metà dell'800 diretto specialmente all'estero, fornendo soprattutto muratori, scalpellini e falegnami. Negli ultimi trent'anni sono aumentati i pendolari (giornalieri e settimanali), mentre l'emigrazione ha visto maggiormente lo spostamento verso i paesi del fondovalle. Nonostante l'attaccamento alla terra e la cura che viene tuttora dedicata alla campagna, il maggior calo di addetti si è verificato in agricoltura. Nel censimento 1990 risultano attive 81 aziende, ma molti si dedicano a questa attività solo part-time. Negli ultimi anni c'è stato ancora un buon incremento edilizio, rivolto principalmente al recupero delle case del centro abitato. Risulta così che vi sono parecchie abitazioni ad uso dei villeggianti. Esiste poi una casa per ferie con 50 posti letto, gestita dalle Suore Canossiane, mentre 9 sono gli esercizi pubblici. Di essi 4 sono alberghi: 2 a Monno, con 30 camere e 56 posti letto; 2 in Mortirolo, con 19 camere e 29 posti letto. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
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Stemma del Comune: a destra, sui fianchi di una montagna innevata sono disposti alcuni abeti, con un cervo e un toro al pascolo, mentre a sinistra svetta la torre di un castello con merli ghibellini e nel cielo azzurro un'aquila dispiega le sue lunghe ali. &lt;br /&gt;
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PARROCI: Giovanni Prandini (1408), Pietro Donato (1480), Lodovico Ricci (1492), Pietro Pietroboni di Monno (1510-1538), Nicolò Negri di Venezia, canonico di S. Marco (1538-1547), Alessandro Visentini, veneto (1547-1567), Giovanni Regazzi di Incudine (10 settembre 1567 - 1581), Antonio de Nobili di Lozio (1581-1584), Lodovico Rizzi o Ricci di Monno (1584 - m. 29 maggio 1599), Martino Rainetto di Borno (1599-1600, forse solo economo), G.B. Passeri di Monno, detto Trancano (1600-1613), Pietro Bonaccorsi di Vezza d'Oglio (1612, forse solo economo), p. Fortino da Edolo (1613, forse solo economo), G.B. Facchinetti di Monno (1613-1614), p. Arrigo Cresiolo (forse solo economo), Pietro Faustino Panteghini di Bienno (1615-1653), Maffeo Pietroboni di Monno (1653), Pietro Guarneri di Vione (1654-1663), Bartolomeo Rizzoni di Santicolo (1664-1681), p. Giuseppe Gismondi di Mu (1681 - m. nel 1688), Alberto Rizzi di Malonno (1688-1725), Stefano Camadini di Incudine (1725-1730), Bartolomeo Mossini di Monno (1731-1759), Giovanni Carli di Incudine (1759 - 27 ottobre 1786), Matteo Tognatti di Incudine (1787 - 29 settembre 1792), Giacomo Minelli di Monno (1792-1803), Antonio Fenni di Montisola (1803-1812), Giovanni Passeri di Monno (1812 - 13 aprile 1827), Brizio Caldinelli (settembre 1827 - 21 giugno 1844), Giacomo Trotti di Monno (1846 - 23 settembre 1859), Isidoro Corazzina (1860 - ottobre 1893), Angelo Battaini di Vezza d'Oglio (marzo 1894 - gennaio 1924), Antonio Cauzzi (1924 - 1 giugno 1934), Innocenzo Ercoli di Bienno (1934 - 9 novembre 1947), Domenico Garatti di Darfo (1948 - 13 marzo 1956), Giuseppe Figaroli di Costa Volpino (29 giugno 1956 - dicembre 1967), Francesco Nodari di Esine (gennaio 1968 - 25 novembre 1979), Raimondo Sterni di Bossico (13 gennaio 1980 - 28 aprile 1987), Angelo Mario Gozzini di Roccafranca (dal 19 luglio 1987). &lt;br /&gt;
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SINDACI: Melotti Paolo (1890-1895 e 1895-1898), Passeri Giacomo (1898-1899 sindaco f.f.), Passeri Giacomo (1899-1902), Minelli Pietro (1902-1905 e 1905-1907), Zanardi Giovanni (1907-1910 e 1910-1914), Minelli Pietro (luglio 1914-ottobre 1914 dimissionario), Mossini Paolo (1914-1920 e 1920-1926), Guizzardi Giovanni (Podestà 1926-1927); dal 1928 al 1947 aggregazione con Incudine. Di Stefano Francesco (Commiss. Prefettizio 1948 -11 luglio 1948), Minelli Giovanni Antonio (1948-1952), Melotti Luigi ( 1952-1956), Minelli Giovanni Antonio (1956-1960), Melotti Luigi (1960 dimissionario), Minelli Giovanni (1960-1964 e 1964-1970 e 1970-1975), Ferrari Eugenio (1975-1980), Caldinelli Claudio Luciano (1980-1985), Minelli Giovanni (1985-1990 e 1990 in carica).&lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
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		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

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		<title>ISEO</title>
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				<updated>2025-05-21T16:43:03Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''ISEO (in dial. Isé, in lat. Isoei)'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nome dato ad una borgata bresciana e al lago di cui essa è uno dei principali centri. Il Rosa, riprendendo l'opinione di altri prima di lui, fece derivare il nome da Iside, di cui suppose un culto locale. Opinione rifiutata poi quasi da tutti, anche se non si può fare a meno si osservare che &amp;quot;Iseum&amp;quot; è la denominazione latina (anche Isidos oppidum in Plinio; in greco 'Iseiov) prevalsa nei bassi tempi su quella egizia ntri.t (letteralmente la divina) dell'antico centro occupato oggi dalla cittadina di Behbet el-Hagar, nella porzione centrale del Delta, nei pressi dell'odierna Mansura; e ancora, che può significare l'esistenza di un tempio eretto al culto della dea Isis nelle principali città marittime e commerciali del Mediterraneo orientale e occidentale, nelle metropoli e nei centri del mondo antico, in seguito alla diffusione irradiatasi, con il favore dei Tolomei, da Alessandria d'Egitto. In Italia il più antico I. ebbe sede in Pompei. Famoso l'I. di Roma, eretto da Caligola nel Campo Marzio (I. Campense), i cui resti monumentali sono visibili nel Museo Capitolino. Bisogna anche rilevare che la radicale Is indica presenza d'acqua. Il prof. Carlo Salvioni, per spiegare i nomi di Sebino e di Iseo, per lui correlati, è ricorso al termine Isevo, trasformatosi per scambio intervocalico della b in v, in Isebo, da cui Isebinus = Sebino. Lo stesso Iseo sarebbe derivato dallo stesso etimo arcaico Sebum, Sebo, da cui sarebbe venuto In-sébo, poi In-sevo, Isevo e infine Iseo, Ise. Giuseppe Toppino, seguendo pure il Salvioni, così scrive: «Si parte da Insebo, cioè Sebum (donde è venuto l'aggettivo Sebinus) col quale è concresciuta la preposizione In: da esso poi derivò Isevo (cfr. Insula, Isola) e, da ultimo Iseo, e, nel dialetto, Isé (cfr. Rivus, rio; lomb. Ri; bergam. Re)». Una interpretazione etimologica è fornita dal geografo ed archeologo tedesco Filippo Klver o Cluverio (1580-1623) in due passi del suo «Italia Antiqua» e precisamente nel capitolo 15° «De Euganeis» e nel capitolo 35° «De fluviis ac lacubus in Padum defluentibus» del libro I. Nel primo passo il Cluverio, dopo avere ricordato due piccoli brani della storia di Plinio il Vecchio nei quali si accenna al «Sevinus» o «Sebinus» formato dall'«Ollius» (Oglio), soggiunge (traduciamo in italiano): «Il lago, che il fiume Oglio attraversa, comunemente ora è chiamato Lago d'Iseo dal castello di tal nome, che sorge presso le sue acque, il quale giustamente deve essere lieto ed orgoglioso anche per la sua antichità, perchè un tempo si chiamava Sebum e Sevum. Il lago poi fu denominato Sebinus e Sevinus. Dalla forma Sevo dell'ablativo derivò il vocabolo dialettale Seo. E poichè il lago si chiamava Lago di Seo, il volgo profano, da quella denominazione trasse Lago d'Iseo. E poi tale vocabolo alterato rimase al castello». L'ipotesi del Salvioni è seguita dall'Olivieri. Per Bernardo Sina (1899) e poi per Paolo Guerrini (1932) invece Sebinus deriverebbe da Sinusbinus (v. Sebino lago) e, analogamente, Iseo (dial. Isé) ancora da sinus, ma preceduto dall'aggettivo imus, cioè Imussinus, donde sarebbe venuto un Im-se, e quindi I-se, che vorrebbe dire insenatura inferiore, come difatti mostra all'evidenza la postura di Iseo, collocato nell'ansa inferiore del lago. Singolare è anche il fatto che in dialetto I-sé significa i seni, cioè le insenature i golfi. Altri hanno pensato che derivi da due radici celtiche: &amp;quot;Is&amp;quot; = basso, e &amp;quot;see&amp;quot; = lago. M. Gramatica è ricorso ad una radice celtica nel senso di un' area lacustre. Altri sono ricorsi a Isen da eisen (ferro) di origine germanica. C'è anche chi ha pensato che derivi da Sebino, console romano, contemporaneo di Pompeo. Un'altra opinione è stata espressa da Bianca Lorenzoni Beghin, la quale, dopo aver elencato numerosissimi nomi che incominciano per Is, annota come in bretone (celtico) anche attualmente seilh o seilb vale secchio: così si avrebbe il lago Is-seib da cui l'aggettivale latino sebinus per elisione dell'i iniziale (ricordarsi Isonzo -Sontius) e qui ci è vicina la tesi del Salvoni eliminando ogni arcaico ermetismo. Iseo invece resterebbe il sostantivo come ad indicare una località posta sulle rive del grande e naturale «secchio d'acqua», mentre sull'opposta sponda e a termine del largo Sarnico da Is-arch-vicus (il vicus per posteriore latinizzazione) da cui, per la facile elisione dell'i iniziale dei romani, si ha Sarcvicus e quindi Sarnico che vorrebbe dire: «vicus difeso dalle acque con argini». La sua tesi sembra confortata dall'etimologia data dal prof. Vaglia al Benaco dal celtico &amp;quot;bena&amp;quot; che corrisponde a &amp;quot;carro con letto concavo&amp;quot;, vocabolo ancora in uso nei monti bresciani, per cui il grande &amp;quot;Benaco&amp;quot; sarebbe «un carro d'acqua», e il piccolo Sebino «un secchio d'acqua». Interessante anche annotare come col nome di Valle d'Iseo venisse chiamata gran parte del territorio poi denominato Franciacorta. &lt;br /&gt;
Iseo (in dial. Isé, in lat. Isei) è un grosso centro sulla sponda SE del lago omonimo. È a 23 Km. da Brescia, a 186 m.s.m. Ha una di Km2 17,18. Comprende i centri abitati (da S a N) Clusane (da Iseo Km. 4), Cremignane (da Iseo Km. 3), Iseo, Pilzone (da Iseo Km. 3), Covelo (da Iseo Km. 1,50). L'abitato principale di Iseo si stende su un pianoro delimitato a SE dai primi rilievi dell'anfiteatro morenico a S dalle Torbiere; a O è delimitato dal lago. Clusane sorge a SO nel promontorio formato dalle ultimi pendici del m. Alto; Pilzone è a NE sulla strada nazionale. È sede di Pretura che comprende 12 centri comunali con più di 50 mila abitanti. Ha scuola media, un Istituto Professionale per l'industria e l'artigianato. Ha una Azienda autonoma di soggiorno. Il nome è Ises nell'862, Isex nel 1000, Hisegies (837), Yses, Isé. Abitanti (iseani): 1400 nel 1493, 1300 nel 1505, 1631 nel 1557, 2000 nel 1610 (di cui 350 abili al lavoro), 1400 nel 1658, 1399 nel 1727, 1299 nel 1764, 1492 nel 1771, 1779 nel 1805, 2156 nel 1836, 2006 nel 1839, 2228 nel 1861, 2401 nel 1871, 2562 nel 1881, 3114 nel 1901, 3617 nel 1911, 3766 nel 1921, 3993 nel 1931. Con Pilzone e Clusane: 5823 nel 1933, 6789 nel 1951, 7188 nel 1961 (pop. att.1745, agr. 262, ind. 1316). &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
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Storia. Primi segni di presenza umana sono stati rinvenuti in ricerche operate specialmente nel 1862 e nel 1901 nelle torbiere. Altri sono affiorati casualmente nella escavazione stessa della torba. Vi si sono cimentati G. Rosa, il prof. Castelfranco (1887), il nob. Francesco Ruffoni, e più recentemente De Marinis, Biagi e altri. I più recenti ritrovamenti hanno accertato la presenza nelle torbiere dell'uomo mesolitico. La ricca collezione, ha scritto il Biagi, comprende bulini principalmente semplici grattatoi frontali lunghi, corti e a muso; troncatura anche con &amp;quot;piquant trièdre&amp;quot;; becchi atipici; rari dorsi su lamella; pochi trapezi; microbilini; lame denticolate; molti incavi e moltissimi nuclei principalmente poliedrici ma anche prismatici e piramidali. Altri ritrovamenti di lame precedenti, hanno rivelato una presenza nell'età del bronzo. Sempre nell'ambito del territorio iseano sono stati trovati analoghi resti della stessa età al Büs del Quai, a Monte Covelo, alla Rocca Oldofredi, alla Lametta tra Iseo e Clusane. Alcuni reperti fra i più antichi hanno fatto pensare ad una loro connessione con un probabile rito di propiziazione delle acque. Il toponimo celtico Sambrico, dato al centro della borgata che vorrebbe significare un insieme di palizzate e di ponti, fa pensare che esistesse una specie di isola sopraelevata dove poi sorse il borgo vero e proprio. Fin dai tempi preistorici il porto servì agli scambi commerciali fra i popoli reti, camuni e cenomani. Nell'età di Augusto, intorno al 16 a.C. l'espansione di Roma raggiunse anche il Sebino come dimostrano i numerosi rinvenimenti e lapidi. Già p. Rinaldi accenna ad un manufatto che esisteva nella chiesa plebana di S. Andrea raffigurante un'impresa di Ercole. Il Rosa ricorda, nello stesso luogo, lapidi romane, P. Rinaldi ricorda ancora un' ara funeraria agli dei Mani. Inoltre vennero trovate altre stele onorarie, lapidi, oggetti. Embrici e mattoni vennero trovati nel 1883 nei lavori di sterro per la costruzione della linea ferroviaria Brescia-Iseo, tombe e altri elementi vennero rinvenuti in seguito. Un forte presidio (praetorium) venne posto nell'attuale Predore dove ebbe vaste proprietà il bresciano Mucius. Iseo fu soprattutto porto militare e commerciale, rafforzato poi da un notevole sviluppo di strade ristrutturate su quelle antiche. La strada principale detta strada Romana o Iseana e nel medioevo strada di Franza-Curte seguiva il tracciato Brescia (Porta Pile o di San Faustino) - Ponte delle Grotte - Cellatica - Gussago - Ronco (attuale frazione di Gussago) - Rodengo-Saiano - Valenzano - Bettole di Camignone - Provaglio di Iseo - Iseo. La strada si inoltrava poi nel pago di Sale M. per salire verso Zone e la Valcamonica. Il Rosa sostiene che i romani fondarono il culto di Iside proteggitrice dei naviganti, e lì presso quello di Mitra simbolo persiano del sole fecondatore. Iseum i romani chiamavano il sacello d'Iside, onde il nome a questa stazione lacuale, che diventò Pago ossia mercato, tribunale e sacrario romano, indi, nel secolo quinto, una delle primitive pievi cristiane battesimali». A tale culto attribuiti idoletti in bronzo ritrovati nel 1827. Il Pago di Iseo si estese anche a buona parte della Franciacorta. La scoperta avvenuta nel 1980 di tre strati successivi di pavimentazione, di cui una con mosaico nero e con stelline bianche, e tra un strato ed un altro di cocci di anfore romane, durante i lavori per la costruzione di un garage in un vicolo sotto il santuario della Madonna della Neve, di epoca romana, conferma la permanenza di un centro abitato della tarda età romana. Il rinvenimento poi nell'aprile 1981 in un campo adiacente alla ferrovia di tombe alla cappuccina dal 5° all'8° secolo d.C. allineate in direzioni est-ovest può far pensare alla continuità romana anche in tempi di invasioni barbariche e di grave decadenza. Ciò spiega la tradizione che vuole che il vescovo di S. Vigilio, fuggendo ai barbari, non abbia trovato di meglio agli inizi del VI sec. che riparare a Iseo, dove vi avrebbe fondato la prima comunità cristiana, dalla quale venne poi la pieve sovrappostasi al pago romano, edificandovi, sempre secondo la tradizione, su un luogo di culto pagano, il primo tempio dedicato a S. Andrea apostolo, patrono dei pescatori e delle acque. La pieve, una delle più antiche del bresciano, estendeva la sua giurisdizione su un vastissimo territorio comprendente le attuali parrocchie di Polaveno, Brione, Ome, Monticelli Brusati, Provezze, Provaglio, Timoline, Colombaro, Clusane, Pilzone e l'isola di San Paolo. Fu anche economicamente potente fino al XII secolo quando, quelli che erano i feudatari da essa dipendenti e che rispondevano al nome degli Oldofredi, dei Della Corte, dei Brusati si impadronirono di parte del suo patrimonio. Parte di questi beni passarono poi ai monaci cluniacensi che fondarono un po' dovunque fiorenti priorati. Poi ai piccoli monasteri, al tempo della loro decadenza, si sostituisce la parrocchia che si avvia a vita sempre più ristretta ed unitaria. La Pieve ebbe due diaconie, una dedicata a S. Stefano situata fra le casupole che coprivano la collina sulla quale sorse poi la rocca Oldofredi; l'altra a S. Lorenzo, nell'attuale entrata Duomo, che il Guerrini crede derivata appunto da &amp;quot;domus&amp;quot;. A Iseo vi era anche uno xenodochio, probabilmente dedicato a S. Giacomo, che ospitava pellegrini della Germania e della Svizzera diretti a Roma e che, provenienti da Edolo, avevano la possibilità di essere ospitati a Cividate, Pisogne e Iseo. Con fortilizi i pellegrini e i mercanti venivano difesi da predoni saraceni e dagli Ungheri. Secondo il Rosa, ricordo delle scorrerie saracene sarebbero i toponimi Sarasani (presso il Cortelo) e Beca Mora, di Iseo. La pieve raccolse in unità una popolazione dispersa, favorendo lo sviluppo mercantile civile. Rimaneva a limitare l'importanza del borgo lacuale il retroterra acquitrinoso di proprietà demaniale ed estendentesi a tutta l'intera depressione morenica tra Corte franca, Torbiato, Monterotondo, Provaglio d'Iseo e Iseo stesso. Per un'ampia bonifica i re Longobardi Desiderio e Adelchi, affidarono questo territorio ai monasteri di Leno e di S. Salvatore o S. Giulia. Essi vi insediarono case coloniche e corti, dette anche franche, perchè esenti da imposizioni fiscali, con la clausola però di non chiedere sovvenzioni statali per le opere di bonifica. Ad essi si aggiunse come proprietario di beni anche il monastero benedettino femminile dei S.S. Cosma e Damiano e più tardi il monastero di S. Eufemia. Non ci rimangono date di queste donazioni. Sappiamo che il 15 dicembre 837 l'imperatore Ludovico il Pio conferma al monastero di S. Salvatore in Brescia, beni mobili e immobili della curtis Hisegies, identificata in Iseo. Il 10 nov. 882 Ardefusa, badessa del monastero dei ss. Cosma e Damiano in Brescia, concede in livello a Roberto di Sandremano un podere. Questi si impegna a consegnare presso la corte d'Iseo, ogni anno, la metà del vino prodotto, 25 carri di legno secondo la misura iseana in uso, 2 polli, 10 uova. Tra i testimoni «Luvenperto quondam Dagivert de Ises». Il monastero di S. Giulia vi teneva due affittaioli liberi che tenevano una corte ciascuno e rendevano nell' 897 cinque anfore di vino, due porci, un castrato, sei polli, trenta uova, e tre mogge di castagne. Un circostanziato inventario dei beni del monastero, del 905, un contratto di permuta del 1 settembre 1000, dell'ottobre 1066 confermano le proprietà del monastero bresciano su Iseo. Da Iseo il monastero di S. Giulia estende nel sec. XI le sue possessioni fondiarie a Clusane e su altre terre della Franciacorta. Nella curtis del monastero lavorano una settantina di servi della &amp;quot;pars dominica&amp;quot; e di coloni del &amp;quot;massaricio&amp;quot; e producono cereali (miglio soprattutto), castagne, olio, vino, formaggio, miele, carne di porco e di castrato, pesce, e vi si conciano pelli per il monastero. Ad esso la curtis deve 13 soldi d'argento, di cui 5 provengono da balzelli gravanti sui traffici del porto e della fiera mercato. Si sono già formati con la curtis, il castello che raccoglie in fortificazioni (palizzate, terrapieni e poi lavori murari) il borgo che si è formato fuori del castello, tra gli &amp;quot;exercitales&amp;quot; arimanni. Come hanno sottolineato A.A. Zani, G. Pezzotti e G. Vitali, tra questi poli di futura espansione restano larghi spazi coltivi, il torrente Cortelo - se si accetta la derivazione etimologica del nome da «curtis» - segna un confine, scorre lungo l'attuale via Sombrico, sfocia a lago subito alla destra del pronunciato rientro della riva che funge da porto; fra il IX e durante il X secolo si assiste alla decadenza della «curtis» nelle sue capacità amministrative e d'organizzazione del lavoro, mentre il suo patrimonio terriero ed i suoi diritti di esazione fiscale subiscono l'attacco dei «ministeriales» in ascesa e della pieve, dietro cui campeggia la rinnovata forza del vescovo: cause esterne, quali le razzie ed incursioni ungariche, e la continua anche locale situazione della belligeranza sostituiscono alla vasta area difesa del «castellum» una rocca di superficie assai minore - quantificando il processo su casi analoghi conosciuti si passa dalla migliaia ad alcune centinaia di metri quadri -; si forma così il «vicus Isei», insieme eterogeneo di molte costruzioni in legno e pochissime in pietra, non saldate in un unico sistema difensivo. Mentre del Castello primitivo non ci rimane ricordo, mura e reperti medioevali affiorarono nel 1983 durante i lavori per la costruzione nuova della nuova pretura, tali da far individuare una prima struttura parte di una torre databile intorno al Mille. Dal numero di aperture si può argomentare che all'interno ci fossero fondaci o magazzini. Alla fine del quattordicesimo secolo, o all'inizio del quindicesimo, l'edificio fu gravemente danneggiato da un incendio: ancor oggi si vedono i muri anneriti. All'interno fu poi costruito un volto che poggia contro i vecchi muri. Dopo la «ristrutturazione», a quanto sembra, il palazzo si trasformò in residenza: aperture ad arco sul vicolo furono trasformate in finestre. E la facciata è rimasta così fino all'inizio di quest'ultimo lavoro. L'immobile ha poi mutato nei secoli destinazione più volte: alloggiamento di soldati, armeria (passando di proprietà comunale), fino a restare, tra il Sette e l'Ottocento, inutilizzato. Infine, dopo la restaurazione, divenne carcere mandamentale, e come prigione fu utilizzato fino a pochi anni fa.&lt;br /&gt;
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Lo sviluppo commerciale, la decadenza dei monasteri, favoriscono l'espandersi di proprietà private. Già dal sec. XI alcuni iseani contrattano terre in Adro, ad Azzanello, a Montirone. Nel 1058 Iseo è nominato come vicus, cioè luogo non fortificato. Ma lo dovette essere per poco tempo. Oltre le fortificazioni si andò sviluppando anche la vita economica per cui nel 1107 Iseo contendeva a Lovere il diritto di avere un porto. In effetti la situazione economica sociale di Iseo è in accentuata evoluzione. I &amp;quot;boni homines&amp;quot; (fra i quali Giovanni q. Martino di Leoprando, Maurone q. Ursino, ecc.) e l'esistenza di beni comuni indicano che si va formando una Vicinia che amministra beni accanto a quelli dei monasteri in una crescente autonomia che sfocia nel comune. E ancora emergono famiglie sempre più potenti come quella di Aderano e del figlio Guiberto che sposa Berlinda di Azzanello, consanguinea dei Poncarali, e, soprattutto, Alberto ed Oprando di Mozzo ed altri dello stesso nucleo familiare che sembrano risiedere a Iseo, dove comunque hanno proprietà come indicano documenti del novembre 1091 e del luglio 1093. Si tratta, come hanno rilevato gli autori citati, dell'emergere di un ceto egemone, quello dei «milites», in cui si fondano i discendenti di stirpi comitali ruralizzatesi ed i rampolli degli amministratori dei beni vescovili e plebani o monasteriali; ora nemico, ora alleato del potere del vescovo e del nascente Comune di Brescia, crea con le proprie residenze fortificate - case a corte e casetorri soprattutto in quella che poi verrà chiamata contrada del Sombrico - una serie di nuclei che l'autorità centrale tende a coordinare in un insieme compatto attraverso l'erezione d'una prima cinta muraria; è forse allora che il torrente Cortelo viene deviato, una prima volta, a nord lungo l'attuale via dei Cavalli. Agli inizi del sec. XII si affermano i Sozzi, uno dei quali, Antonio, nel 1102 è con Andrea Cavedona degli Orzi legato a Enrico IV per chiedergli la cittadinanza di Brescia. Sempre dal sec. XI attorno ad Iseo, nell'Isola di S. Paolo, a Provaglio (1083), Clusane (1093), e Cremignane si allarga la riforma cluniacense che organizza la vita religiosa ed economica lasciata decadere dai grandi monasteri. La stagione cluniacense passa presto lasciando il segno nell'impianto architettonico della chiesa plebana, forse in questa epoca ricostruita. Da S. Andrea il romanico si propaga a S. Silvestro e a S. Martino in Prada. Sul castello e sul borgo fortificato conta ora sempre più Brescia che si va costituendo in libero comune e che ne fa un caposaldo sia strategico che commerciale verso Bergamo e le popolazioni camune. In Iseo come a Pisogne ebbe possedimenti anche il vescovo di Brescia e nel 1170 un Versigno figlio di Bruscarolo, testimoniava che suo padre era stato gastaldo del vescovo per 30 anni. Per questa sua importanza Iseo viene preso di mira dagli implacabili nemici delle libertà comunali quali Federico I° Barbarossa e del suo nipote Federico II, che per piegare il libero comune Bresciano, riducono all'impotenza il castrum Isei. Particolarmente dura la repressione del Barbarossa, che lo incendia e distrugge il 28 luglio 1161, giorno di S. Nazaro, se ancora trent'anni dopo, in verbali di processo conservati dal «Liber Potheris», si prende quale data, cui riferire una sequenza d'altri avvenimenti, quell'infausta estate. Nonostante, anzi proprio in ragione di queste distruzioni il Comune di Brescia fortifica il borgo, costruendo nuove mura, privilegia il mercato, offre protezione e favorisce cittadini iseani che assumono ruoli importanti nel comune di Brescia. Il 23 maggio 1167 Giacomo di Iseo giura in Lodi per conto del Comune di Brescia i patti di alleanza tra Milano, Cremona, Bergamo, Lodi, Brescia. Nel 1175 Giovanni di Iseo è prete a S. Zenone di Brescia; nel 1180 Imbertus da Ysé è console dei mercanti del comune di Brescia; il 10 novembre 1182 Lanfranco, arciprete di Iseo, presenzia in Breno ad un atto di pacificazione in Breno ecc. Contro i nemici interni ghibellini, il comune di Brescia potenzia, specie nel 1192, la rocca che va prendendo quella forma che ancora conserva. Situata su un altura dominante il borgo conserva ancora la pianta quadrata, con entrata nel lato ovest. con quattro torri angolari pure di forma quadrata e sporgenti circa m. 6-7 sopra il resto del fabbricato. Conserva ancora cortine murarie, quattro torri angolari, barbacani, tracce di ponte levatoio, parte di una cortina di cinta, porta d'entrata fortificata nella cortina di cinta. &lt;br /&gt;
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Pur conteso e dilaniato da guelfi e ghibellini, anche nel sec. XIII Iseo progredisce economicamente, socialmente e religiosamente. Si insediano a Iseo gli Umiliati e i Francescani, si sviluppa il quartiere artigiano del campo, viene trasformato in fossato l'impetuoso torrente Cortelo ecc. che a fine del secolo viene racchiuso nella seconda e definitiva cerchia di mura. Emergono famiglie sempre più ricche quali quelle dei &amp;quot;de Morentonibus&amp;quot; , &amp;quot;de Ratonibus&amp;quot;, &amp;quot;de Zermegnanis&amp;quot;, &amp;quot;Maiaconte&amp;quot; ecc. e soprattutto i &amp;quot;De Curte&amp;quot; e &amp;quot;de Lacu&amp;quot;. Lo sviluppo civile e culturale è indicato dalla presenza in questo secolo di due grandi iseani: fra Bonaventura, ministro provinciale dell'ordine in diverse sedi tra il 1225 ed il 1256 ed autore d'un trattato d'alchimia, e fra' Giacomo, che, rivestita anch'esso la carica di ministro provinciale, la tradizione vorrebbe miracolato e risanato dal corpo del santo d'Assisi nel 1230; e dalla presenza in Brescia di tre medici quali Conforto, Bonaventura e Iacopo, che ottengono dal Comune privilegi e riconoscimenti. Un ruolo di rilievo ebbe l'arciprete Lanfranco presente ad un atto di pacificazione a Breno nel 1182 e assieme ad altri iseani alla sentenza sul possesso del &amp;quot;Castrum Vulpini&amp;quot; conteso fra Brescia e Bergamo (2 ottobre 1192). Altri iseani fra cui Giacomo di Iseo, Giacomo &amp;quot;De Lacu&amp;quot;, Umberto da Iseo, Albertone de &amp;quot;Ysé&amp;quot;, Alberto de Iseo, Guidotto de Yxé, Oldofredo de Iseo; Bonapace de Ysé de Uchezonibus ecc, sono durante il sec. XIII, presenti ad atti importanti o rivestono cariche di prestigio in Brescia e fuori. È nel sec. XIII che cresce sempre più in potenza una famiglia di &amp;quot;milites&amp;quot; quella dei &amp;quot;de Yxé, o Isei che, crescendo in potere e ricchezza, si atteggia sempre più a paladina dell'autonomia locale, in contrapposizione alla città. È così che, se in seguito, l'assedio delle truppe di Federico II nel 1238, il Comune di Brescia ordina di fortificare il borgo. Ma nel 1252 essendosi rivelati gli Isei sempre più ghibellini, proibisce a Iseo di costruire torri, mura e porto e nel 1256 sottopone a regolamento e controllo stretto il porto. In effetti gli Isei in sempre più aperta polemica con Brescia, nel 1258 si schierano per Ezzelino da Romano contrastato a Iseo nel 1265 dalle truppe di Carlo d'Angiò. Quando nel 1269 i guelfi riprendono il potere a Brescia, espellono gli Oldofredi dal castello d'Iseo, e vi rinforzano le difese ed il porto che verrà ampliato verso la fine. Ma nel 1272, il timore d'una ripresa ghibellina, spinge Brescia a vietare ulteriori fortificazioni, divieto riconfermato nel 1281. Ciò permette nel 1288 ai ghibellini camuni, capitanati dai Federici, dopo aver espugnato l'avamposto guelfo di Pisogne, di inseguire gli scampati fino ad Iseo distruggendo il castello nel quale avevano cercato rifugio uccidendovi tutti i difensori. Dopo questo assalto il vescovo di Brescia ordina che il borgo di Pisogne venga fortificato e il 28 ottobre il Gran Consiglio del Comune di Brescia, mette al bando la famiglia Federici. A protezione di Iseo e del loro feudo gli Isei o Oldofredi erigono anche il castello di Bosine o del Crocifisso e una serie di fortificazione quasi a recingere il borgo e il porto. Nel sec. XIV gli Isei o Oldofredi continuano a militare in campo ghibellino, schierandosi poi per i Visconti, salvo che nel 1313 quando Giacomo da Iseo, &amp;quot;signore&amp;quot; del borgo, è fra coloro che trattano la pace coi guelfi, ottenendo poi di rifortificare Iseo, come si legge nel suo epitaffio scolpito sul sarcofago collocato nella facciata della chiesa di S. Andrea. Del resto nel 1322 egli è coi Visconti alla battaglia di Bassignana. Nel 1327 Luchino, Azzone e Marco Visconti sono ospiti degli Isei sul lago. Poco più tardi gli Isei sono con gli Scaligeri, alleati dei Visconti, che finanziano con Mastino della Scala nel 1331 la ricostruzione del castello e delle mura e lasciano nel castello il loro stemma. Dal 1337 Iseo è sotto l'influenza dei Visconti che nel 1342 finanziano il completamento delle mura e dei fossati. La peste del 1348 semina numerose vittime tra cui Oldofredo da Iseo. Ma non mancano segni di progresso come la costruzione nel 1360 della chiesa di S. Maria del Mercato. A premio della fedeltà nel 1380 Bernabò Visconti infeuda Iseo a Giovanni da Iseo e la borgata viene nel 1385 creata capo quadra. I favori dei Visconti per gli Isei continuano fino al 1410 quando, in seguito ad una congiura contro Pandolfo Malatesta e ad azioni di guerriglia e saccheggi, vengono condannati, in contumacia, alla pena di morte, mentre nel 1411 il Malatesta impone dazi severi. Dal 1412 al 1414 castellano di Iseo è Giovanni Massi da Montefeltro. Dopo un'infeudazione di Iseo come marchesato da parte dell'imperatore Sigismondo I ai fratelli Giacomo e Giovanni da Iseo, il 10 aprile 1415, nello stesso anno viene riconfermato castellano Giovanni Massi, che cede poi il posto nel 1418. Nel 1419 Iseo cade nelle mani del Carmagnola e nel 1426, in ragione del trattato di Ferrara del 20 dicembre, Iseo è tra i luoghi fortificati, ancora in possesso dei Visconti, che si devono consegnare entro 25 giorni a Venezia, mentre gli Isei riprendono la via dell'esilio. Venezia, alla quale Iseo giuria fedeltà il 6 marzo 1428, rimarrà padrona della borgata fino al 1796, salvo alcuni brevi periodi. Venezia del resto è larga di privilegi (9 luglio 1428) e di riforme. Iseo viene eretta in vicaria minore, nel 1437 vengono unificate le varie congregazioni di Carità, nel 1438 vengono rinforzate le opere di difesa. Le quali però non servono a trattenere, nel settembre, il Piccinino dall'impadronirsi, dopo breve assedio, di Iseo e di saccheggiarlo. Tornata ai Visconti, questi il 27 luglio 1439, infeudano Giacomino il marchese. Un anno dopo, nell'agosto le truppe venete rientrarono in Iseo. Ripresa nel 1446 la guerra tra Venezia e Milano, Iseo venne di nuovo occupato fino all'ottobre 1448 dai Visconti, per passar poi a Venezia. Una nuova occupazione da parte di Francesco Sforza nel 1453, viene troncata in novembre, dopo pochi mesi, dal Colleoni che la rioccupa, in nome di Venezia. Conchiusa la pace fra Milano e Venezia la Repubblica cerca di accattivarsi Iseo confermando, l' 11 marzo 1460, il &amp;quot;diritto di onoranza&amp;quot; sulle mole, le biade, legumi, legna, castagne, a condizione che provvedesse ai ponti ed ai porti. Venezia, per assicurarsi appoggi sicuri, distribuisce la maggior parte dei beni sequestrati agli Isei-Oldofredi parte ai nobili bresciani quali Avogadro, Martinengo, i Terzi Lana, per mantenerne i favori, e una parte a famiglie in ascesa quali i Rampinelli, mentre le briciole a Vicinie e Comuni. La castellania d'Iseo viene affidata ad un ramo dei Celeri di Lovere, vecchia tribù ghibellina che ha compreso da che parte stare. La ripresa economica ed edilizia: ne è segno la presenza dal 1460 di un banco di ebrei, mantenuto anche dopo i decreti di espulsione del 1472; si sviluppa l'artigianato e nel 1471 si accenna la prima volta ai boccalari, che tanta importanza avranno nella vita economica iseana. Con il sopravvento della Repubblica Veneta l'attività economica e specialmente il mercato ebbe uno sviluppo rapido. Ad un ebreo, Salomone, che nel 1460 chiedeva di aprire un banco, il Comune lo concedeva con 31 voti contro 26, a patto che pagasse 210 ducati d'ingresso e 42 ogni anno, oltre le solite tasse. Nonostante che gli ebrei fossero espulsi dal bresciano pochi anni dopo, a Iseo rimasero per decenni forse in un ghetto nelle case cosiddette Portelle perchè venivano chiuse di notte. Una lapide in lingua ebraica, ora nel Museo di Brescia, ricorda un Efraim che morì a Iseo nel 1481. Ancora nel 1509 il comune nominava per il banco degli ebrei uno speciale notaio. L'importanza di Iseo è indicata anche dal fatto che viene registrato negli schizzi da Leonardo il quale, secondo il prof. Mario Baratta, avrebbe o pensato ad un canale navigabile da Bergamo a Brescia collegato con il Sebino o che gli schizzi servissero a qualche progetto di azione militare. Naturalmente vengono rinforzati il castello e il presidio, ampliate le fosse. Viene inoltre rafforzata la flotta di pattugliamento. Nel 1493 viene riformata la congregazione della carità (che nel 1503 organizza un lanificio per coprire i bisognosi) e ampliata la chiesa di S. Andrea. A terrori di peste che serpeggia nel 1493, nel 1500 e nel 1503 si alternano feste straordinarie quali quelle tributate a Caterina Cornaro, regina di Cipro nel 1497 e per la riconsacrazione della chiesa plebanale nel 1498. Negli ultimi anni del secolo Iseo andava anche abbellendosi. Già nel 1493 era stata selciata la piazza del mercato sulla quale si riuniva il Consiglio comunale. Nel 1512 sulla stessa piazza veniva edificata la chiesa di s. Rocco e nel 1519 il Comune acquistava da Francesco Albrici la farmacia che sorgeva poco distante. Nel 1555 il comune faceva cingere il grande olmo, che sorgeva in un angolo della piazza, da panchine di pietra di Sarnico. Nel 1576 veniva fabbricato l'Albergo della posta con camere e stalla. Nel 1594 vi esistevano quattro osterie. Nel 1509 si affacciano nuovi pericoli di guerra per i contrasti fra Impero Francia e Spagna. Iseo registra il passaggio di numerose famiglie signorili della città che si trasferiscono in Valcamonica e sulla sponda bergamasca. Nonostante il momento difficile, nel 1511 viene dato il via alla &amp;quot;fabbrica&amp;quot; della piazza del mercato. Anche l'agricoltura ha un decollo che migliora ulteriormente l'economia sebina. L'anno dopo, nel 1512 Iseo ospita il Consiglio Generale Provvisorio di Brescia, che si riunisce in S. Andrea, mentre il Comune invia denaro a sostegno di Venezia. La peste convince ad affrettare la costruzione della chiesa votiva di S. Rocco. Nel febbraio 1513 anche Iseo viene occupata da truppe spagnole, mentre la peste semina vittime fino al 1516. Il 1° gennaio di questo anno tornano a Iseo i veneziani. La pace solidificata porta, come hanno sottolineato Zanni, Pezzotti e Vitali, al coagulo di un solido nucleo di famiglie «contadine», che si impadroniscono poco a poco della amministrazione locale, contestano e combattono l'influenza dei «cives Brixiae» residenti, aspirano ad ottenere dal governo centrale sempre maggiori privilegi, che li liberino dalla tutela e dallo stretto controllo cittadino. Parallelo è anche lo sviluppo urbanistico con l'ampliamento della piazza del Mercato già iniziata alla fine del sec. XV e l'ampliarsi di spazi ad essa circostanti da trasformare in fondaci o in taverne o in speziarie; altrettanto costante è la tendenza a conquistare terreno edificabile sottraendolo al lago: culmine del processo il riempimento nel 1588 della «fossa della Galera», un canale, che staccandosi dal porto, entrava da S nella piazza. Di pari passo si sviluppa l'economia e particolarmente il commercio. Scomparso ogni pericolo di guerra, dal 1523 si ripetono spesso nel 1525, 1527, 1530, 1549 casi di peste ed altri di carestie (1536), mentre si accendono contrasti di confine con Provaglio definiti nel 1526, e per i diritti degli originari e i forestieri (1554). Si sviluppano le scuole fra cui anche quelle di grammatica latina (1583). Mentre nel 1564 il Comune cerca di contrabbandare per vero un falso documento del 1102 che riconosce Iseo come città con ampi privilegi, Sale M. tenta di rubarle il ruolo di capoluogo di Quadra. Al contempo gli originari rivendicano nel 1517 e nel 1554 privilegi nell'amministrazione del comune. La terribile peste del 1576-1577 che riduce la popolazione a 300 abitanti, non scoraggia nuove iniziative come la fabbrica del Salnitro. La visita di S. Carlo Borromeo nel 1580 porta riforme fra cui quella della congregazione di Carità (1581) e nel 1587 l'introduzione nel castello, ormai semi-diroccato, dei cappuccini. Nel 1588 viene migliorato il porto, mentre esenzioni fiscali tentano nel 1591 di far fronte ad una grave carestia e di far riprendere il commercio dei pannilani. Nuova fonte di ricchezza viene nel 1606 dall'introduzione dei primi gelsi per &amp;quot;nutrire bachi da seta&amp;quot;. Nuova tremenda strage di vite umane (cinquecento circa, un terzo degli abitanti) porta la peste del 1629-1630. La ripresa è però rapida, e le vicende di Iseo si esauriscono quasi solo nelle divergenze fra originari e forestieri. Fra le famiglie più in vista emergono: Bonardi e Griffoni, speziali, i Tajardini, gli Aliprandi, i Bonfadini, gli Entratico, i Burlotti, gli Zuccoli, i Solatti, gli Zanotti, i Cacciamatta. &lt;br /&gt;
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Il '600 è costellato da grandi feste religiose come quelle per le reliquie di S. Vigilio (1632) e della consacrazione del santuario della Madonna della neve (1656). Lotta al contrabbando, progetti di un canale navigabile Brescia-Iseo (1675), e di un nuovo porto (1710), lavori di ampliamento alla chiesa di S. Andrea (1723-1731), miglioramenti di strade, potenziamento del mercato ecc., costellano lunghi decenni di tranquilla vita, rotta da inondazioni (1746) e carestie (1764, 1778). Anche gli ultimi decenni del dominio veneziano, mentre generale è la decadenza economico-sociale, registrano a Iseo fatti positivi quali la costituzione dell'Università del lanificio (1784), la sistemazione della strada regale Brescia-Iseo (1791) e la istituzione, per merito del podestà Antonio Savorgnan, del mercato cerealicolo (1794) ecc. La guerra di successione spagnola sfiora soltanto il territorio iseano. Seguono anni di pace, e anche di sviluppo economico, interrotti da qualche carestia di cui grave e generale quella del 1764. La popolazione iseana aumenta, viene ampliata la pieve di S. Andrea, abbellita di affreschi di Alessandro Voltolini (1748) quella di S. Maria del Mercato. Si sviluppa il borgo specie verso il lago, viene scavato in località Prato dei Frati, da Carlo Archetti, nel 1710 un nuovo piccolo porto. Nel 1750 l'Estimo mercantile vede in testa i mercanti e particolarmente i Nulli ed i Bergomi, negozianti in pezze di pannilana e in ferramenta; seguono poi i Bonini, i più ricchi fra i tre speziari; ma il futuro appartiene ad Andrea Bordiga, proprietario di un filatoio di seta, che proprio in quell'anno ricopre la carica di «presidente della Mercanzia - Camera di Commercio - di Brescia». Come giustamente nota il Baroncelli, i dati del ritratto sono parziali: mancano le proprietà ed i redditi - soprattutto agricoli - dei nobili e dei «cittadini», che appunto in città sono estimati e tassati. Per il 1764 - come già accennato anno di carestia, che vede tumulti popolari per la gravissima situazione in cui si vengono a trovare gli abitanti delle valli e delle zone montane - si dispone della «Descrizione generale della città e della provincia di Brescia», ordinata dal Capitano e Vicepodestà Grimani. Notevole per Iseo l'aumento della attività tessile: 2 sono ora i filatoi, 3 le tintorie; dei telai, 3 lavorano la seta, 6 la lana, 22 il telaccio. La popolazione attiva si suddivide in 171 lavoranti dei campi, 235 artigiani e manifatturieri e 18 negozianti. Si distinguono fra i più attivi i forestieri e i &amp;quot;nuovi originari&amp;quot; che però non riescono ad acquistare parità di diritti con gli originari, che nel 1764 sono ridotti a 95 famiglie sulle 236 famiglie abitanti ad Iseo. Nel 1796 l'arrivo di truppe francesi fa prevenire la fine del secolare dominio veneto che termina l'anno dopo, con l'erezione dell'albero della libertà. Nello stesso anno da Iseo, attraverso il dottor Ippolito Bargnani, partiva la propaganda delle idee della Rivoluzione verso la riviera del lago e la Valcamonica. A Bargnani fu accanto il dottor Carlo Cernuschi e altri ancora che costituirono in Iseo il primo nucleo di rottura con il passato che darà i suoi frutti nelle cospirazioni e nei conati rivoluzionari. È la borghesia, specie mercantile, che si fa paladina della rivoluzione. Non a caso è un Giacomo Bordiga, filatore di seta, figlio di quell'Andrea che nel 1750 era presidente della Mercanzia (Camera di Commercio) di Brescia, che il 21 marzo 1797 porta al popolo sovrano di Brescia le felicitazioni e le adesioni delle tredici comunità formanti la Quadra di Iseo. Il 18 giugno a Iseo il generale Lechi di passaggio, diretto a Gardone V.T., fronteggia un gruppo di ribelli comandati da certo Moya. Le truppe del Lechi il giorno dopo saccheggiano la casa dell'arciprete e fucilano un iseano perchè sospettato di essere un gogo. Il governo della Cisalpina vede momenti di rilancio economico attraverso commesse militari e l'espansionismo del commercio da cui ricavano grosse fortune i Cavallini e gli Archetti, rispettivamente mercanti in ferro ed in legname; riprendono fiato i Cacciamatta, i Bergomi, i Bordiga con le loro produzioni di lane, cotonacci e fustagni, seta grezza. Figura di primo piano diventa dal 1796 Carlo Cernuschi, arrivato a Iseo come medico-condotto. Preparatissimo professionalmente egli è uno dei più infaticabili e intelligenti della vita pubblica e degli orientamenti politico-sociali della borgata. Imparentato coi Bordiga e con altre famiglie di rilievo, il Cernuschi semina le idee democratiche e repubblicane che daranno una classe politica nuova, e lo stesso Gabriele Rosa. Si elaborano nuovi progetti quali quello del canale navigabile Iseo-Brescia. Affermatosi il Dominio Austriaco viene posto a Iseo uno dei 17 distretti della provincia che più tardi nel 1853 assorbirà anche quello disciolto di Adro. Il dominio austriaco, sotto il quale Iseo diventa sede del X Distretto, segna nuove iniziative quali l'illuminazione pubblica (1819), la costruzione di un nuovo cimitero (1822), i lavori di ampiamento della chiesa di S. Andrea, sotto la direzione del Vantini (1825), la sperimentazione dell'escavazione della torba nelle lame da parte di Francesco Nulli (1829), il primo esperimento di navigazione sul lago (1834), il crescente abbattimento delle mura (dal 1835), la costruzione su progetto del Vantini dell'attuale municipio (1835), l'apertura dell'ospedale (1841), un nuovo ponte sul Cortelo (1842) lo sviluppo della lavorazione delle seta, la nascita a Vanzago di un ospedale fondato dall'iseano don Cacciamatta (1850), la riedificazione di alcuni edifici fra cui magazzini di cereali e di castagne (1850-1854), la costituzione di un comprensorio per la regolazione delle acque fra i comuni rivieraschi (1858). Fin dai primi decenni del sec. XIX non mancarono calamità ed epidemie. Il lago straripò più volte, specie nel 1823 e nel 1829; comparvero nel 1832, nel 1839 il vaiolo; nel 1835, nel 1849 il colera; nel 1843 una laringite acuta; nel 1847 e nel 1854 le febbri petecchiali; nel 1847 un epidemia tifoidea. &lt;br /&gt;
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Crocevia mercantile e culturale, Iseo sentì profondi i fermenti patriottici e liberi. Nel 1821 subirono processi, per affiliazione alla Carboneria, l'avvocato Alessandro Bargnani figlio di Ippolito, e lo studente G.B. Cavallini, universitario a Pavia, mentre furono arrestati, perchè sospetti di condividere le stesse idee, Giulio Bergomi e il dott. Andrea Nulli, amici del Ducco, del Tonelli, degli Ugoni. Gabriele Rosa dichiarerà di avere per la prima volta sentito, durante il loro processo, risuonare misteriosamente in Iseo la parola «Italia». Nel 1831 Iseo diviene focolaio della propaganda mazziniana della Giovane Italia e perciò sottoposto &amp;quot;a speciale sorveglianza&amp;quot;. Questa porta all'arresto nella notte sul 5 settembre 1833 di Gabriele Rosa, Cristoforo Battaglia, e di Ambrogio Giulitti e all'inquisizione di parecchi altri iseani quali, Giulio, Ippolito, Giovanni, Girolamo Bargnani, Antonio Bonini, Giovanni Bonduri, G.B. Cavallini, Carlo Cernusco, Andrea Guerrini, ed altri nei paesi vicini. G. Rosa pagherà con tre anni di carcere duro allo Spielberg. Per propaganda mazziniana nell'ottobre 1833 venne arrestato il pentolaio Cristoforo Battaglia, nativo di Porlezza, che però riuscì a salvarsi dalla prigione. Nel 1848 i sentimenti patriottici riesplodono. Il 15 febbraio, all'osteria &amp;quot;Fenice&amp;quot;, una sessantina di iseani innalzano il tricolore. Nei giorni seguenti una Commissione opera a Iseo, in permanente diretto contatto con il Governo Provvisorio di 22 marzo alcuni iseani guidati da Francesco Rosa, fratello di Gabriele, partecipano alle 5 Giornate di Milano. Nell'agosto transitano continuamente truppe. Agli avvenimenti militari e politici partecipano numerosi iseani fra i quali il generale Federico Rossi (1824-1895) (capitano) comandante del 1.o reggimento fanteria del governo provvisorio di Lombardia, il generale Angelo Fontana volontario di guerra nel 1848 e combattente in tutte le altre campagne nazionali, i volontari Mosè Fontana, Filippo Cesare Bondurri, sottufficiale del Reggimento Bersaglieri Lombardi, morto poi nella difesa di Roma nel 1849, Giovanni Nulli, Angelo Bonardi, Alessandro Bondurri, ecc. che raggiunsero il numero di trentasei. Nel novembre serpeggiano ancora fermenti rivoluzionari. L' 11 dicembre 1848 veniva fucilato a Brescia l'iseano G.B. Baroni detto Bulghin, di 24 anni, arrestato per essergli stata ritrovata in casa un'arma di caccia. Dodici iseani parteciparono alle Dieci Giornate. A Iseo vennero distribuite armi inviate dal Piemonte e da Bergamo. Le ritirò il 23 aprile 1849 il colonnello Giuseppe Martinengo inviatovi dalla commissione di statistica. Il carro con le armi giunse a Brescia il 26 accompagnato da un pugno di giovani iseani Belotti Paolo, Cittadini Michele, Cittadini Bortolo, Nulli Tiziano, Plevani Camillo, Zanoni Angelo, Ferrari Angelo, Ferrari Gottardo, Scotti Giuseppe, Vitali Tomaso, guidati da Basilio Antonioli. L' Antonioli e gli iseani combatterono a Piazza dell'Albera, e sulle barricate sulle quali cadde lo stalliere iseano Camillo Plevani, di 40 anni. Si distinse, a capo di una falange di Tito Speri, e fu gravemente ferito il ten. Giuseppe Nulli. Fatto prigioniero, trascinato in Castello venne fucilato. Il Municipio di Brescia il 10 aprile 1899 farà pervenire al comune di Iseo il seguente diploma: «Municipio di Brescia - N. 10308 - A perenne ricordo che alcuni terrazzani di Iseo presero parte attiva alla gloriosa insurrezione Bresciana delle dieci giornate 1849, ha il pregio, a nome della Giunta Municipale, di presentare a cotesto On. Municipio la medaglia commemorativa coniata in occasione del 50° anniversario dell'epico avvenimento. «Brescia, 9-10 aprile 1899». Il 16 giugno 1850 visitava Iseo e altre borgate luogotenente principe Carlo di Schwarzenberg. Ma, nonostante la sorveglianza severa, sotto la cenere cova la fiamma patriottica. Nel 1851 e nel 1853 si forma un comitato rivoluzionario, si collegano anche con Iseo file del Partito d'Azione e mazziniane attraverso Bortolo Gheza, che torna dall'America in Europa, Oreste Fontana, che si muove ai confini della Svizzera con l'Italia. Nel comitato è attivo, soprattutto, Giuseppe Vender. Doveva essere Zanardelli a portare l'annuncio della liberazione. Mentre era a Bergamo, il ministro Visconti - Venosta l'aveva incaricato a nome di Cavour, di portarsi ad Iseo per prepararvi azioni fiancheggianti l'avanzata delle truppe piemontesi e francesi. La parola d'ordine era: «Fuoco a tutte le micce», Zanardelli giunse a Sarnico e chiese la collaborazione di Francesco Glisenti; intanto scriveva al cospiratore Guerrini di Iseo avvertendolo che il 10 giugno sarebbe (lo Zanardelli) ivi giunto per sollevare il popolo. A Sarnico l'agitatore bresciano requisì un battello a vapore, vi issò la bandiera tricolore e mosse verso Iseo con circospezione e preparando piani e discorsi per indurre gli iseani a ribellione. Immaginarsi la sorpresa, il lieto stupore di Zanardelli quando, avvicinandosi a Iseo, vide sul porto e sulla riva la popolazione in festa, che agitava vessilli tricolori ed inneggiava alla libertà. Lo Zanardelli era stato prevenuto dalla partenza del presidio austriaco e dall'arrivo di un gruppetto di cacciatori delle Alpi. Due giorni dopo si riuniva la rinnovata amministrazione comunale. Numerosi sono poi gli iseani che combattono nell'esercito e nelle file dei cacciatori delle Alpi fino al luglio 1859. Nel 1860 ben circa venti iseani combattono agli ordini di Garibaldi. A Calatafimi cade Carlo Bonardi; a Milazzo Flavio Bertinotti. Continuano le tradizioni patriottiche. Nel 1863 l'ex furiere garibaldino Giuseppe Viola parte per combattere per l'indipendenza polacca mentre nel 1866 si arruolano nelle file garibaldine, Francesco Rossetti, Silvio e Pietro Bonardi, Luigi Capuani, Oreste Fontana, Giusepì Guerrini, Virgilio Bonalda, Angelo Novali, G. Consoli, N. Costa, A. Draghi, Piero Grazioli, Giacomo Nulli, G. Tisi, Giovanni Viola, Zatti B., Bendinotti S. Al loro ritorno organizzarono gite ed ascensioni in montagna per tenere costanti e continui contatti fra di loro, allenati e pronti a rispondere a nuova chiamata. Così i volontari Garibaldini di Iseo (con alla testa Fransischì Rossetti, Silvio e Pietro Bonardi, Giusepì Guerì, Bigio Capuà, P. Marai e G.M. Archetti poi dei Mille), con gli altri, istituirono il campo di tiro al bersaglio alla foce del torrente Curtel. Dal ponticello alla Parrocchia sparavano verso il Lago con le dovute misure di sicurezza; e questo avvenne nell'autunno del 1866. Negli anni successivi il poligono di tiro al bersaglio di Iseo fu sistemato a monte della valletta del Curtel; località fra i castagneti, detta poi «del bersai», per continuare con le gite in montagna l'addestramento in omaggio alla massima di Garibaldi. Il tiro a segno di Iseo fu «forse» il primo dei mandamentali d'Italia. Costituì subito e proliferò schiere di campioni locali e nazionali (fra questi F. Rossetti, S. Bonardi, R. Rosa, N. Sbardolini, G. Giovanelli e Ludovico Nulli - il campionissimo - e più volte nazionale, che, anche attraverso le sue figlie, continuò la tradizione del «bersai» Garibaldino de «Isè». Il ricordo di Garibaldi rimarrà talmente vivo che verrà avanzata la proposta di offrirgli una nuova e più comoda Caprera nell'isola di S. Paolo e che Iseo sarà la prima ad erigergli un monumento. &lt;br /&gt;
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Con l'unità d'Italia prevale a Iseo una classe politica liberale e progressista che nel 1861 porta in Parlamento l'avv. Giuseppe Zanardelli, che conserverà saldamente il collegio fino alla morte, in alleanza e in contrasto con un altro grande esponente politico iseano quale Gabriele Rosa. A volte, anzi spesso, le strade di Rosa e Zanardelli si incontrano e Rosa collabora attivamente con gli zanardelliani su problemi concreti di carattere amministrativo. Nel dicembre 1864 è il Rosa che fa da tramite fra Zanardelli e Prefettura per la strada Iseo-Marone. Ma molte volte gli orientamenti dei due divergono e certo la coerenza, la ricchezza di suggestioni e di idee politiche pende sulla bilancia della storia, dalla parte dell'iseano. Comunque è Zanardelli che dominerà dal 1861 la vita politica iseana nonostante tutti i tentativi per scalzare il suo prestigio, sostenuto soprattutto dal Circolo degli Amici e da altre organizzazioni quali il Tiro a segno, la Società di M.S. ecc. Nel 1874 Zanardelli riconferma la sua supremazia nel collegio di Iseo trionfando sul colonnello Tappa, direttore della Fabbrica d'armi di Gardone V.T., e per acquistargli voti a Iseo si era sparsa perfino la voce che Zanardelli si fosse fatto repubblicano. I più attivi zanardelliani sono individuabili negli azionisti della Provincia di Brescia nel 1875. Tra essi troviamo i Bonardi, Francesco Formenti, l'avv. Girolamo Nulli, Francesco e Pietro Rossetti. A Iseo tiene il 3 novembre 1878, il 27 settembre 1892, il 31 maggio 1900, alcuni dei suoi più importanti discorsi elettorali. Non mancarono momenti critici anche per il partito zanardelliano e certo fra essi vi fu la liquidazione avvenuta nel 1893 della Filiale di Iseo della Banca Popolare. Ma lo spirito imprenditoriale dei gruppi di potere è sempre abbastanza forte per poter reagire a defaillances del genere. Nel 1895 viene fondata infatti la Banca del Sebino di cui sono principali promotori Gabriele Rosa, Pietro Bonardi, Giuseppe Guerini, Samuele e Roberto Rosa: repubblicani e zanardelliani uniti perciò ancora una volta. In verità, almeno a Iseo i due gruppi repubblicano e zanardelliano non solo convivono, ma si confondono per cui non è da meravigliare se nelle elezioni del 28 marzo 1897, Zanardelli potesse ottenere un nuovo trionfo e se, morendo, nel 1903 potrà tranquillamente indicare il suo successore nell'avvocato Giovanni Quistini. Più fortunosa e meno fortunata fu la vita del nucleo repubblicano di Iseo che pur ebbe un capo di grandissimo prestigio quale Gabriele Rosa. Esso espresse per anni un sindaco, nella persona del rag. Luigi Nulli (23 giugno 1914), che fu «uno dei più attivi propagatori dell'ideale repubblicano federativo» e principale organizzatore del Circolo Repubblicano «Carlo Cattaneo» e un repubblicano di rilievo come l'avv. Camillo Zanetti (3 agosto 1914), organizzatore di associazioni postelegrafiche e del personale degli uffici del Registro. Ma non uscì mai dall'ambito ristretto del paese. In verità benchè, nel 1890, mantenesse ancora un circolo molto efficiente, il repubblicanesimo iseano rimase in gran parte inefficace perchè incapsulato dallo zanardellismo, declinando poi sempre più. Più appartato, anche per via del non expedit, è il mondo cattolico, anch'esso composito in posizioni intransigenti, conciliatoriste ecc. Nell'approssimarsi della I guerra mondiale, i cattolici riusciranno ad allearsi con elementi moderati e facendo leva su masse popolari a scalzare la supremazia zanardelliana. Nelle elezioni del 1909 i moderati e i cattolici riescono infatti a strappare agli zanardelliani il collegio elettorale che da lunghi decenni era stato loro eleggendo il conte Giuliano Corniani in luogo del Quistini. Ma in Iseo paese prevalse ancora Quistini con 173 voti contro i 107 di Corniani. Nonostante sforzi di ripresa come indica la inaugurazione il 13 luglio 1913 del vessillo del Circolo &amp;quot;G. Rosa&amp;quot; dell'Unione Magistrale Nazionale, le sinistre non riuscirono più a prevalere. Al risveglio e alla vivacità politica si accompagna quello economico sociale. Le iniziative economiche si moltiplicano: nel 1862 ha inizio l'escavazione industriale della torba; nel 1870 apre i battenti la filanda a vapore Bonomelli (poi Negrinelli) e nel 1871 quella dei Guerrini, nel 1880 quella dei Formenti. Il porto acquista sempre più importanza: fin dal 1873 vi transita l' 80% dei cereali per la Valcamonica. Nel 1863 la Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde apre la prima succursale; nel 1873 viene installata l'illuminazione pubblica a gas. Il porto acquista sempre più importanza e viene allargato (1875), viene costruito il macello comunale (1880) e costituito il Consorzio del Lago d'Iseo (1881). Allo sviluppo economico si accompagna il risveglio sociale che parte il 1 ottobre 1863 con la fondazione della &amp;quot;Società operaia di mutuo soccorso di Iseo&amp;quot; che nel 1867 era ancora, secondo la Questura, &amp;quot;esente dalla lebbra sociale-internazionale&amp;quot; anche se apertamente favorevole alla classe operaia, specie per merito del presidente Faustino Buffoli. Nel 1875 la Società viene promossa a Biblioteca circolante. Il riconoscimento giuridico verrà con decreto del 21 dicembre 1886. Nel 1868 sorge l'asilo infantile; nel 1875 vengono istituite le «Cucine Economiche»; nel 1880 l'Ospedale Cacciamatta si fonde con l'Ospedale civile. Il 4 febbraio 1883 viene inaugurato il &amp;quot;Circolo operaio d'Iseo&amp;quot;, presenti 70 operai. Presidente onorario venne acclamato Gabriele Rosa. Viene indicato il programma nelle parole «Onestà-moralità-lavoro e istruzione». Il 10 novembre 1883 il Circolo inaugura la propria bandiera. Allo sviluppo economico-sociale contribuisce in modo determinante la costruzione di ferrovie e di strade. Già fin dal 31 ottobre 1871-84 mercanti e negozianti, con a capo Gabriele Rosa, Luigi Rossetti, Giuseppe Bonardi chiedono al comune di promuovere la costruzione della ferrovia normale da Iseo a Rovato e Coccaglio. La linea Brescia-Iseo viene approvata alla Camera il 17 giugno 1879. Nello stesso anno viene approntato il progetto della strada Iseo-Polaveno per un costo totale di L. 107 mila. Il 21 giugno 1885 veniva inaugurata la ferrovia Brescia-Iseo. L'anno appresso venne ventilato il progetto di un collegamento anche di tram da Brescia-Gussago Iseo, non realizzato se non fino a Gussago. L' 11 settembre 1888 una grave inondazione arrecò danni incalcolabili a gran parte del paese, comprese le filande Guerrini, Negrinelli, Formenti e le concerie di pellami dei Bonardi e dei Nulli e la ditta di calce Pesenti. Ma da sventure del genere Iseo seppe riprendersi sempre rapidamente. Nel settembre 1892 veniva avviata la sottoscrizione per la costruzione della Guidovia Iseo-Rovato che venne inaugurata il 1 nov. 1897. Sull'onda dello sviluppo economico sociale e civile migliorano le condizioni della borgata. Il 14 ottobre 1888, per ovviare alla grave carenza di acqua potabile, limitata alle case più alte mentre la gran parte degli abitanti doveva bere acqua di lago, vennero inaugurate 25 nuove fontane, con acqua presa dal monte ad un chilometro dell'abitato. L'acquedotto misurava 2842 m. di tubi di cemento. Un nuovo edificio scolastico viene costruito nel 1892-1893 su progetto dell'arch. Arcioni ed inaugurato il 24 settembre 1893, presente l'on. Zanardelli. Nel 1868 viene fondato il corpo bandistico, il 22 aprile 1877 nell'ex chiesa di S. Rocco viene inaugurato un nuovo teatro comunale con scene dipinte dall'iseano Giuseppe Zanetti; il 2 giugno 1890 della rinata banda musicale composta di 35 elementi, promossa dal maestro Zacchi; un Circolo degli amici attivo, fin dal 1892, promuove feste e carnevali. Sull'onda dello sviluppo accennato si verificano anche ad Iseo le prime agitazioni sindacali. Un vasto sciopero di 300 filatrici degli stabilimenti Negrinelli, Guerrini e Formenti si verifca dal 13 al 16 settembre 1893 al grido: &amp;quot;viva la libertà, vogliamo 12 ore di lavoro soltanto&amp;quot; (invece delle 14 ore). Per una ricomposizione si adopera anche Gabriele Rosa. Il 10 maggio 1898 echeggia, sembra la prima volta, a Iseo l'inno dei lavoratori. La fine del sec. XIX e il periodo giolittiano, sono costellati di nuovi segni di progresso. Se nel 1895 entra in crisi la Banca Popolare che vede il suo direttore processato per appropriazione in debita, nel marzo 1896 viene fondata per iniziativa di Cristoforo Tempini, con un capitale di 75 mila lire, la Banca del Sebino. Nel 1899 vengono aperte una succursale del Consorzio Agrario Cooperativo della Riviera Bresciana e una agenzia del Credito Agrario Bresciano, che nel 1906 trasporta la sede in piazza della parrocchiale. Nell'aprile 1898 viene avviato il progetto di illuminazione elettrica; nel 1904, su progetto dell'ing. Pietro Cassa, viene costruito un nuovo macello comunale; nel 1906-1907 viene posta la linea telefonica, attraverso un Consorzio Telefonico della Valcamonica e Riviera del Sebino. Anche l'istruzione e l'educazione trovano nuove occasioni. Nel 1904 la Società Operaia e l'Istituto Provinciale Scolastico promossero una scuola di disegno e nel febbraio 1909 venne aperta una sottosezione per operai, dell'Umanitaria. Si sveglia anche il mondo cattolico: i salesiani assumono la direzione dell'oratorio maschile, mentre nel 1908 su progetto degli ing. Briosi e Pedrini, per munificenza di Andrea Zuccoli e il concorso della popolazione, viene costruito un nuovo asilo, aperto nel novembre 1909. Si avvertono anche i primi segni di un risveglio turistico cui dà impulso la &amp;quot;Pro Sebino&amp;quot; fondata nel novembre 1901. Agli inizi del 1900, con la conduzione Grossi, viene rilanciato l'albergo Leon d'Oro, e il 27 giugno 1906, con la gestione dei coniugi Taddei-Rivadossi, viene aperto l'albergo Iseo. Nell'ottobre 1910 per iniziativa particolarmente di Pietro Rossetti viene inaugurato il servizio automobilistico Gussago-Iseo. Sempre più affollati sono il porto e il mercato e la fiera dell'agnello del Venerdí Santo. Il 1° settembre 1901 veniva inaugurato in frazione Puno sulla strada militare Iseo Polaveno nuovo campo di tiro di sette campate, tre per tiro a 200 m. e quattro per tiro a 300 m. Nel giro di dieci anni lo sport fa passi lunghi sotto la guida dell'Unione Sportiva Iseana, come confermano le grandi feste sportive dell'agosto 1912. La guerra sfiora Iseo continuamente percorso da mezzi e uomini in movimento per il fronte dell'Adamello. Nel novembre 1915 viene aperto l'ospedale da campo n. 0124 per convalescenti. Sul lago, a Montecolino, viene aperta una scuola di addestramento per piloti di idrovolanti. Nella prima guerra mondiale ebbero la Croce di guerra 21 combattenti, la medaglia 17 combattenti.&lt;br /&gt;
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Nel dopo-guerra la scena politica è completamente cambiata. Il socialismo si va radicando soprattutto tra i ferrovieri lungo la linea camuna con centro ad Iseo, dove vengono scelti dal P.S.I. due candidati locali per le elezioni politiche del 1919 e 1921. Movimentati furono la settimana rossa del luglio 1919, ma soprattutto lo sciopero generale del personale della S.N.F.T. della primavera del 1920 che durò 75 giorni e che ebbe come epicentro Iseo. Mentre il socialismo si va diffondendo tra i ferrovieri e altre categorie, le operaie tessili entrano in maggioranza nella sezione tessili cattolici che il 28 settembre 1919 inaugura la bandiera. Il consolidamento dell'alleanza fra cattolici e moderati e ancor più il rafforzamento del mondo cattolico porta il 9 ottobre 1920 in consiglio provinciale per il Mandamento di Iseo il cattolico avv. Andrea Damiani. Nel frattempo un nucleo di reduci va orientandosi verso i socialisti organizzando il cruminaggio e assicurando i servizi di treni. Il 10 gennaio 1921 in un caffè venne fondato con 12 elementi il fascio di Iseo che Turati dichiara ufficialmente costituito il 6 marzo. Il fascio di Iseo diviene il centro di propaganda in una vasta zona. I fascisti iseani partecipano a varie manifestazioni e spedizioni a Breno, Darfo, Pisogne. L' 8 maggio 1921 la squadra d'Iseo si scontrò a Lovere con socialisti del luogo e nello stesso mese impedirono un comizio al deputato socialista Bianchi. L'attivismo dei fascisti portò a Iseo nelle elezioni del 1921 300 voti a Turati su mille votanti. Lo stesso Turati il 3 luglio 1921 inaugurava il gagliardetto del fascio. Altri scontri i fascisti iseani ebbero a Pisogne il 25 settembre 1921, a Sale Marasino nell'inverno. Fin dal 1921 veniva costituito un nucleo di balilla. Il gruppo fascista femminile nascerà invece solo nel febbraio 1926. Il 28-30 ottobre 1922 la squadra operò a Brescia. Del fascio di Iseo prese parte alla marcia su Roma Giovanni Archetti, comandante della squadra Universitari Fascisti la Fedelissima di Padova. Il 1° novembre 1922 assieme alle squadre di Pisogne-Breno occupava e scioglieva il circolo socialista e il Sindacato Ferrovieri, bruciando le bandiere rosse sulla piazza Garibaldi. Nello stesso giorno occupavano il circolo vinicolo di Pisogne e il Municipio di Breno. Nella primavera del 1922 la squadra di Iseo operò contro gli scioperanti della Bassa Bresciana. L'1 maggio 1922 impedisce la riuscita della festa del lavoro, assicurando il servizio ferroviario. Nel settembre 1922 il fascio ha la visita sia pure fugace di Mussolini che si trova di passaggio. Nel 1923 il fascismo conquista l'amministrazione pubblica e si radica sempre più profondamente nella vita sociale. Il 14 ottobre 1923 ad inaugurare il Parco della Rimembranza sarà Augusto Turati e la cerimonia sarà tutta fascista. Unica iniziativa, apparentemente autonoma, ma che è strettamente controllata, è la fondazione del Gruppo Alpino promosso il 6 ottobre 1924 dal capitano Felice Bonardi. Il Gruppo il 24 ottobre inaugura il gagliardetto. In compenso nel giugno 1923 viene liquidata la cooperativa di consumo. Di seguito vengono soffocate la Cooperativa di consumo fra agenti ed operai ferroviari e quella fra combattenti e reduci. Mentre la vita politica si risolve in senso sempre più antidemocratico, pochi fatti seguono gli anni 20. Nel 1921 viene fondata una scuola d'arti e mestieri che in pochi mesi conta 82 iscritti e 50 frequentanti, nel maggio 1925 avrà il riconoscimento del Consorzio per l'Istruzione Professionale e il 3 gennaio 1939 troverà una sua sede. Nel 1926 vengono aperti un nuovo ufficio postale, e nel luglio la colonia elioterapica. Lo sport prendeva sviluppo particolarmente dalla fusione nel 1925 con la Unione Sportiva &amp;quot;Pro-Iseo&amp;quot;, mentre continua la sua attività la Società &amp;quot;La Rifiorente&amp;quot; USI. Nel novembre 1924 per impulso del maestro Zacchi risorge la Società Musicale Iseana. Nel settembre 1925 viene riaperto il Teatro sociale con cinematografia. Nel 1928 è attiva la filodrammatica &amp;quot;E. Nulli&amp;quot;. Segni più evidenti di sviluppo si verificano nel 1930 con le prime asfaltature, con un certo quale rinnovamento edilizio in centro e con la costruzione, su progetto dell'ing. Giovanni Archetti e del geom. Fausto Archetti, di un acquedotto supplementare. Se il turismo ha avuto un andamento quasi insignificante (solo nell'agosto 1926 viene riaperto l'albergo Lago d'Iseo) con gli anni '30 ha un rilancio decisivo e rapido. La costituzione nel 1932 dell' &amp;quot;Ente autonomo Stazione cura, soggiorno e turismo di Iseo&amp;quot; ne è il centro propulsore. Fin dal 1932 vengono aperti i giardini pubblici e i campi di tennis, vengono migliorate le strade e abbellite tutte le zone adiacenti al porto e al lido. Nel 1932-1933 viene costruita una nuova banchina di circa 140 m. con diga di protezione attracco; nel 1934 viene migliorato il lido Garibaldi. A spese del Genio Civile viene costruito un nuovo lungo lago inaugurato il 28 ottobre 1937. I lavori riprendono nel 1939. Ad esso si aggiungerà un nuovo lido a 500 m. dal porto, verso Clusane con sponde in muratura di 300 m. Sempre dal 1932 vengono intensificati i treni popolari Brescia-Iseo, Rovato-Iseo. Nel giugno 1935 viene organizzata la giornata del pesce e nell'agosto dello stesso anno quella della frutta. Richiamano enormi folle le celebrazioni centenarie di S. Vigilio del settembre 1934 e le Feste della S. Croce dello stesso anno. Nel luglio 1938 vengono aperti un nuovo ufficio postale e l'ufficio informazioni dell'Ente stazione di soggiorno. Inoltre viene potenziato l'Ospedale, con un reparto di maternità nel 1935, grazie a Battista Paroletti. Fin dal settembre 1943 Angelo Zatti, dopo aver aiutato i soldati sbandati e recuperato armi, riuniva un piccolo gruppo di giovani fra cui Fausto Giordani, Luigi Bettoni, Mario Pezzotti e Armando Consoli, ma che subito si sciolse. Lo Zatti continuò la sua attività di appoggio a gruppi di sbandati sulle pendici del Guglielmo, a S. Maria del Giogo ecc. Sul Guglielmo cadeva l'iseano Delle Donne altri riuscirono a salvarsi. Nella primavera 1944 si formò con &amp;quot;Giacomo&amp;quot; un gruppo partigiano di appoggio al gruppo garibaldino Macario. L'attività clandestina viene intanto condotta particolarmente da Silvio Bonomelli, Angelo Savoldi, Lodovico Nulli. Il Bonomelli, il 17 luglio 1944, veniva ucciso da un gruppo di S.S., mentre le sorelle Agape e Mariuccia Nulli riescono a sottrarre nella notte seguente un pacco di documenti e a mettersi in contatto con altri resistenti, fra cui a Genova i figli di Bonomelli, Paride e Bruno che nel frattempo si erano arruolati nello spionaggio inglese operando in alta Italia. Arrestati, riuscirono a fuggire. I Nulli da parte loro continuarono a nascondere e ad aiutare partigiani in contatto con le Fiamme Verdi di Brescia. Specialmente Agape svolse una intensa attività di staffetta. Nell'agosto Ludovico Nulli venne arrestato e poi rilasciato, mentre Agape rimarrà nel carcere di Brescia fino alla Liberazione. Nel settembre 1944 tutta la famiglia veniva arrestata e deportata nel campo di Gries alla periferia nord di Bolzano. Nell'agosto 1944 una decina di giovani riunitisi prima a Stalla Tesor, si riunirono poi alla 122 Brigata Garibaldi dove entrarono alla fine dell'anno anche Vianelli e Zatti. Francesco Di Prizio cadeva, con altri, nella notte 27-28 ottobre 1944 a &amp;quot;La Fratta&amp;quot; presso il Castello di Serle. Altri iseani erano stati fatti prigionieri in località Quarone il 28 agosto 1944. Uomini, armi e munizioni venivano inviati alla 54a Brigata Garibaldi di Macario sopra Lovere. I feriti venivano curati a Iseo. Il 24 dicembre 1944 a Cremignane di Iseo veniva catturato il comandante della 122 Garibaldi, Verginella che verrà fucilato il 10 gennaio 1945 a Lmezzane. In gennaio si riorganizza intanto un campo base per la Brigata Garibaldi, mentre vengono recuperate armi e raccolti viveri e si rafforza il numero dei partigiani. Divisi i compiti e creato un comitato con a capo i colonnelli Giulio Panella, Antonioli e Zuccoli e sotto il comando militare del ten. Marchina, fin dal 24 aprile 1945 si verificano i primi scontri, che si ripetono poi nei giorni, fino alla definitiva Liberazione. Nei giorni della Liberazione caddero Raffaele Botti, Francesco Di Prizio e Giuseppe Zani, partigiani della 112 Brigata Garibaldi. Ad essi vennero dedicate tre vie nel settembre 1981.&lt;br /&gt;
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Il rilancio turistico degli anni '30 aveva solo offerto una facciata alle gite domenicali. Uscendo dalla guerra il paese si ritrovò in stato di quasi abbandono. Fu perciò necessario che le amministrazioni comunali che si susseguirono affrontassero problemi urgenti. Dal 1946 al 1951 venne rinnovata l'illuminazione stradale, costruiti 837 m. di fognatura, allargati i camposanti di Iseo, di Pilzone e di Clusane. Il turismo si è sviluppato attraverso il rinnovo di strutture tradizionali e con strutture nuove. Grosse conquiste turistiche sono state la costruzione del centro di Sassabanek (v.) promosso da enti pubblici e la apertura al pubblico del vecchio Lido dei platani, le cui strutture erano bruciate nel 1973. Gli anni che seguirono videro il boom edilizio, iniziato con la costruzione di un primo villaggio nel 1950. Cooperative e privati riempirono gli spazi vuoti ancora rimasti tra l'antica borgata e la strada statale e costruirono una nuova Iseo tra la strada e il monte, e lungo i primi tornanti della nuova strada per Polaveno. Nel 1950 vennero potenziati gli acquedotti e compiuta l'asfaltatura delle strade. Inoltre venne introdotto un corso triennale di avviamento, sviluppata la Scuola professionale &amp;quot;Romanino&amp;quot;, aggiunta una nuova ala alle Scuole elementari. 11 piano regolatore, di cui fu estensore l'arch. Fausto Bontempi, viene presentato nell'ottobre 1974, dopo 17 anni di elaborazione e approvato il 23 ottobre&amp;quot;. Nel restaurato maniero hanno trovato posto la biblioteca (ottobre 1982), la pinacoteca (costituita attraverso la donazione del pittore Vittorio Viviani, il museo (1983), mostre, convegni ecc. Anche il settore scolastico si espande. Nel novembre 1976 viene costituito il distretto scolastico di Iseo comprendente i comuni di Adro, Capriolo, Cologne, Cortefranca, Erbusco, Iseo, Marone, Montisola, Monticelli Brusati, Palazzolo, Paratico, Pontoglio, Provaglio d'Iseo, Sale Marasino, Sulzano e Zone. Nel 1979 vengono ampliati gli Istituti per l'industria e l'artigianato e quello per ragionieri. Nel febbraio 1983 l'Istituto Tecnico Commerciale viene dedicato a Giacomo Antonietti l'assessore scomparso nel 1978 che più degli altri si era adoperato alla nascita dell'Istituto. Nel campo giovanile assume rilievo il nuovo Centro giovanile parrocchiale, benedetto il 12 giugno 1966. L'assistenza ha visto la completa ristrutturazione del vecchio ospedale e la costruzione di una nuova grande ala, la ristrutturazione della casa di riposo &amp;quot;Fratelli Guerrini&amp;quot;. Nel maggio 1974 viene fondato il centro sociale per handicappati, che comprende anche i comuni di Monticelli, Provaglio, Cortefranca, Sulzano, Sale M., Marone, Zone e Montisola ma che finisce presto, per mancanza di fonti. Questi non mancano invece alla soluzione dei problemi della terza età. Attraverso il lascito Cacciamatta viene realizzata, nel 1976, una residenza di trentun unità monofamiliari. L'assistenza trova i suoi punti focali nell'ospedale e nell'USSL. Attive ancora le associazioni combattentistiche. L'Associazione combattenti e reduci già allogata in casa Mariana, dal novembre 1983 è ospite nel castello. Negli ultimi anni si è intensificata ancor più la vita sociale e culturale. La Biblioteca Comunale ha promosso convegni e pubblicato &amp;quot;Quaderni&amp;quot; culturali, nell'aprile 1975 per iniziativa di Ornella Moselli è nato il &amp;quot;Club donna sebina&amp;quot;. Attiva è la cooperativa teatrale, &amp;quot;La Ginestra&amp;quot;. Fin dal 1945 venne tenuto ogni anno un corso di pittura, mentre dal 1947 viene bandito un &amp;quot;Premio nazionale di pittura&amp;quot; giunto nell'agosto 1982 alla decima edizione. Con cento opere donate da Vittorio Viviani si costituiva presso il castello una Pinacoteca comunale inaugurata il 30 luglio 1977. Tra le mostre ebbero particolarmente rilievo quelle di Arturo Tosi nel settembre 1966. Il CAI con la sua attiva sottosezione è andato sviluppando un'intensa attività specie con la costruzione, ai piedi della Concarena, della Baita Iseo (1981) e al ripristino dei sentieri del Sebino. Una apertura ed un arricchimento culturale è indicato anche dal moltiplicarsi delle attività spontanee come il Coro ISCA fondato nel 1955, la filodrammatica dell'AVIS organizzata nel 1972, il Gruppo Noi, attivo nel 1976, il gruppo spontaneo &amp;quot;Complesso Vocale&amp;quot; iniziato nel 1977, la cooperativa teatrale la &amp;quot;Ginestra&amp;quot;. Sul piano dei divertimenti, se nel marzo 1983 è stato chiuso il cinema Diana, negli ultimi anni sono spuntati Dancing e Club. Avvenimenti di rilievo per la vita cittadina sono state le visite dei presidenti del Consiglio, Aldo Moro il 27 aprile 1968, e Giovanni Spadolini il 17 ottobre 1982. Non mancano momenti difficili come l'inondazione del settembre 1983 provocata dalle acque del Cortelo, ma subito superati. Numerosi i fogli iseani politici e culturali degli ultimi anni. Fra questi &amp;quot;Il confronto - periodico politico-culturale a cura dei giovani D.C. del comune di Iseo (1975), &amp;quot;Iseo socialista&amp;quot; (1978), &amp;quot;il Compagno Lago d'Iseo&amp;quot; (1978), &amp;quot;La poiana, mensile di costume, informazione, cultura&amp;quot; (aprile 1977) e soprattutto &amp;quot;Il Lago Mese&amp;quot; fondato nell'agosto (1979).&lt;br /&gt;
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L'ospedale venne eretto in seguito a disposizioni testamentarie del 1828 di Andrea Bordiga, che lasciava alla Congregazione di Carità un capitale di 24 mila lire per l'istituzione di un Luogo pio per il ricovero e l'assistenza ai malati indigenti. Nell'attesa che l'Ospedale diventasse realtà nel 1836 Angelo Bordiga, fratello di Andrea, lasciava altre 16 mila lire. L'ospedale aprì i battenti nell'ex convento di S. Francesco, l'8 marzo 1841. Accanto ad esso venne aperta poco dopo una sala-convitto per &amp;quot;orfanelle&amp;quot; . Il 26 maggio 1848 l'Ospedale veniva affidato alle Suore della Carità di Lovere. Nel 1880 veniva incorporato ad esso anche l'Ospedale Cacciamatta, eretto a Vanzago dall'iseano don Ambrogio Cacciamatta nel 1850. Grazie al nuovo patrimonio vennero compiute dal 1884 varie opere di ristrutturazione, nelle quali venne sacrificata gran parte della chiesa. Nuove opere di ingrandimento e di modernizzazione vennero compiute dal 1904 al 1910 grazie soprattutto al prestito della Cariplo. Le giornate di degenza salivano da 7197 nel 1891 a 7534 nel 1901, a 10.102 nel 1911. Grazie a nuovi prestiti, nel 1927 l'Ospedale allarga l'assistenza ai comuni di Marone, Peschiera M., Pilzone, Provaglio d'I., Provezze, Sale M. e Clusane. Nel 1929 viene assunto un chirurgo specialista, nel 1935 viene aperto il reparto di maternità. Per riconoscenza, il 3 agosto 1941 vengono murate nell'atrio due lapidi (opera dello scultore Agosti) dedicate l'una al dott. Luigi Filippini, presidente e benefattore insigne dell'istituzione, l'altra a Battista Paroletti anch'egli benemerito oltretutto, per aver fatto abbellire l'ospedale e sovvenzionato il reparto maternità. Altri benefattori furono i fratelli dott. Gianmaria e Carlotta Zuccoli, Giuseppe Guerrini e dott. Aurelio Lui e rilevanti oblazioni furono fatte da Orsolina Verdelli, da don Schivalocchi, da Maria Nulli ved. Antonioli e da altri. Nel gennaio 1940 un R.D. erige l'Ospedale in Ente e negli anni di guerra ospita il reparto maternità dell'Ospedale civile di Brescia. Nuovi ambulatori vengono costruiti nel 1950. Nuove ristrutturazioni si verificano negli anni seguenti, finchè un decreto del 30 aprile 1963 da &amp;quot;infermeria&amp;quot; l'Ente viene riconosciuto Ospedale di III categoria. Dal 1963 si susseguono nuovi e sempre più radicali lavori fino alla costruzione. della nuova ala, avviata nel 1967 e aperta nell'aprile 1970. In seguito venne ristrutturato anche l'ex convento che ospiterà i reparti di medicina e gli uffici. L'Ospedale nel maggio 1979 rinnovava il reparto di medicina.&lt;br /&gt;
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La pieve e la parrocchia. È plausibile la tradizione che vuole come primo missionario della Buona Novella nella Riviera, il vescovo di Brescia S. Vigilio, che fuggendo alle orde barbariche si sarebbe rifugiato a Iseo. Egli dovette trovare un aggancio in un terreno culturale già evoluto. Lapidi e iscrizioni testimoniano infatti una precedente penetrazione di elementi greci ed ebraici, forse anzi di questi stessi israeliti che venendo presumibilmente dal più vicino capoluogo regionale di Milano, più che dalla remota Aquileia, dovevano sfiorare Iseo, prima ancora di Brescia, nella quale essi lasciarono documentate prove nella loro antichissima sinagoga. Iseo, che per vari titoli di preminenza di tempo e d'influenza darà poi il suo nome a tutto il lago che lo bagna, dovette perciò salire presto a rango importante nella zona, tale anzi da attirarsi l'attenzione del vescovo Vigilio e suggerirgli di ripararsi a scampo delle minacciate incursioni barbariche. Ed è del tutto probabile che a Iseo e non altrove, attecchirono i primi germi del cristianesimo sebino, e più tardi sorse la pieve e cioè il primo vetustissimo organismo ecclesiale della plaga, riordinato forse e perfezionato poi in seguito. Sostituendo il pago, la pieve ebbe un ambito vasto. Il giro confinario toccava, infatti, le pievi consorelle di Gussago, Bornato, Erbusco, Palazzolo e Val Renovata o di Sale Marasino, e quel suo raggio raccoglieva fino al 1951 quelle successive ed eredi sue tre Vicarie Foranee: d'Iseo, di Colombaro e di Monticelli Brusati, che poi vennero contratte nelle sole due: d'Iseo e Monticelli, essendo stata soppressa quella di Colombaro. Abbracciava così il territorio delle odierne parrocchie di Brione, Clusane, Colombaro, Fantecolo, Monticelli Brusati, Ome, Pilzone, Polaveno, Provaglio e Provezze e l'eremo di S. Paolo all'Isola. A questo elenco mons. Guerrini aggiungerebbe anche Timoline e Camignone colla sua frazione di Valenzano. Questa vasta organizzazione ecclesiale accentrava nel capoluogo, come del resto in ogni altra pieve, le principali funzioni liturgiche. Caratteristica, fra le tante, quella dell'acqua crismale nel sabato Santo e la conseguente amministrazione dei battesimi nel sacro fonte plebanale. Sulle sue rovine e con qualche frammento scultoreo romanico del XII secolo sulla facciata sorse l'attuale oratorio di S. Giovanni Battista. È probabile, scrive P. Guerrini, che la fondazione della prima basilica dedicata al nostro patrono dei pescatori, S. Andrea, si debba proprio, come afferma la tradizione, a S. Vigilio. Lo confermerebbero due fatti importanti, e cioè che quel tempio non ha mai portato il nome di quel santo, e questo evidentemente perchè sarebbe stato costruito da lui e intestato non a sè, ma all'Apostolo S. Andrea, e, in secondo luogo, la constatazione che proprio per non derogare al costume ch'era poi anche il diritto tradizionale contemporaneo, il quale voleva che i vescovi fossero deposti nelle chiese a loro dedicate, anch'egli sarebbe stato sepolto tra quelle mura che gli erano dovute. Di quel primo tempio sorto, su avanzi idolatri, romani, testimoniati da lapidi, sculture e monete, non rimangono vestigia. Lo doveva officiare un collegio o capitolo di preti, e la schiera sarà stata certamente numerosa, anche per esigenze del vasto territorio pievatico. Tale clero conviveva per la dimora e l'ufficiatura comune in quella residenza, canonica o casa (domus) che diede poi alla contrada che l'accoglieva il suo nome di «strada del Duomo». L'ospitalità e l'assistenza caritativa caratteristiche della pieve vi erano esercitate negli ospizi e nelle diaconie di fuori (S. Martino, Cremignane, isola S. Paolo) e di dentro (S. Stefano al Castello, S. Lorenzo al Duomo, S. Maria all'ospedale) dell'abitato pagense. Dal centro partivano sistematicamente i preti o presbiteri per portarsi a celebrare le messe festive nei minori gruppi di case, anticipanti le attuali parrocchie, finendo poi col dimorarvi stabilmente in semplici enti o canoniche chiericali. A reggere il culto, sostenere il clero e le opere assistenziali, provvedevano le dotazioni dei soppressi istituti religiosi idolatri, aumentate dai doni dei ferventi cristiani degli inizi, costituendo le prebende centrali del clero plebano, aiutate in seguito anche alla periferia, specie colla residenza dei preti, attraverso i legati venuti dalle chiese filiali, o benefici chiericali semplici. Alcune cappelle forse furono promosse dai monasteri che avevano, come s'è già accennato, a Iseo vaste proprietà. Probabilmente si deve ad una di queste proprietà o tutt'al più ad una casa estiva e fattoria quell'&amp;quot;hospitale&amp;quot; di Covelo che fu anche, secondo il Rinaldi, &amp;quot;monastero di monache&amp;quot; la cui chiesa era dedicata a S. Maria. Secondo lo stesso Rinaldi dovevano essere benedettine e di prima del mille. I loro beni sarebbero poi, non si s per quale motivo, forse per decadenza, passati all'ospedale iseano di S. Maria, che ne fece esatto inventario nel 1451. Forse fu allora che il vescovo Pietro del Monte li volle assegnati alle religiose del Monastero della Pace, ch'egli aveva fondato in Brescia circa il 1448. Papa Callisto III nel 1456 avrebbe autorizzato l'alienazione di alcuni dei loro beni in Iseo, realizzando 2500 fiorini, per restaurare e ampliare il loro convento in città, definito «penurioso e pericoloso». Agli orientamenti e alle svolte dell'organizzazione plebanale del territorio s'inframmise e cooperò l'espansione monastica così diffusa anche nella Franciacorta, dove Iseo costituì a un certo punto il centro di fondazioni e corti come Colombaro, Clusane, Provaglio e S. Paolo dell'isola. Desiderio col figlio Adelchi, ultimi re Longobardi, affidarono, infatti, nel secolo VIII l'acquitrinosa Valle di Iseo, come era chiamata gran parte dell'attuale Franciacorta, ai monasteri di Leno e S. Giulia, perchè la bonificassero, e nel sec. XI vi furono aggiunti a dividerla le grandi abbazie di S. Faustino Maggiore, S. Eufemia e della riforma di Cluny. Ad accrescere le già ricche donazioni regie, sopravvennero quelle patrizie, perchè i beni della pieve, spesso usurpati dai titolari e dagli «avvocati» di essa e dai vassalli, che avrebbero invece dovuto esserne i difensori, frequentemente finivano poi col ritornare alla chiesa in forma di riparazione coi doni e i legati ai grandi monasteri, e aggiungendosi alle elargizioni dei devoti concludevano così a costellare di abbazie, monasteruoli, e priorati tutta l'Italia, non ultima la diocesi bresciana e la sua plaga prelacuale Sebina. La Franciacorta deve infatti, secondo alcuni, il suo nome a quelle numerose entità monastiche, esentate per le loro fatiche e meriti di bonifica dalle contribuzioni fiscali e perciò venendo chiamate «corti franche». Tra esse Clusane, Colombaro, Nigoline, Torbiato, Timoline, Provaglio e S. Paolo all'isola, punteggiarono con le loro case monastiche le terre plebanali e S. Martino in Prada e S. Pietro della Lama in Cremignane comparvero anche in quella plaga più ridotta, che resterà in seguito fino a noi, vero e rigido territorio parrocchiale di Iseo. Colla decadenza e il tramonto, quei beni ritornarono alla pieve in senso stretto là dove quei terreni rimarranno nei confini della matrice; e in più largo senso le saranno restituiti nelle dotazioni delle sue chiese filiali, maturate a parrocchie indipendenti. È in questa epoca che, come vuole la tradizione per mandato dello stesso Fondatore, i francescani sarebbero entrati nelle vicende della parrocchia, riprendendo le tramontate influenze monastiche di S. Paolo all'Isola, di S. Martino in Prada e di S. Pietro della Lama in Cremignane. Dal 1218 al 1798, all'ombra della loro chiesa di S. Maria degli Angeli, detta poi di S. Francesco, i Frati Minori, crearono un convento nel paludoso estuario torrentizio del piccolo Cortelo. Dal 1587 al 1798 i cappuccini si stabilirono nel Castello 0ldofredi che trasformarono in convento erigendovi la nuova chiesa di S. Marco. All'epoca delle aspre e cruenti contese tra i Guelfi e i Ghibellini sorsero come gesti inconsci di pace, insieme a quelli minacciosi delle imponenti fortificazioni, anche i templi del Crocifisso o di S. Giorgio nella rocca di Bosine e della Madonna del Mercato, di fondazione Oldofredi, ricordata questa, anche negli elenchi vescovili beneficiari del Bresciano del 1410, come «Cappella di S. Maria di Iseo». Il santuarietto di S. Rocco, sorto a sera della piazza e demolito nel 1952-53, li seguirà nel 1512, riconfermando più solenne il culto già tributato al Santo per conto della Comunità in una cappella ora scomparsa fatta erigere nella chiesa degli Osservanti e nell'altare dedicatogli all'oratorio di S. Maria detto successivamente di S. Rocco e poi di S. Carlo dell'antico ospedale, sparito anche esso nel secolo XVII. Già nel secolo XI, come ha fatto osservare il Falsina, il moltiplicarsi degli abitanti e dei loro centri residenziali, aveva creato la necessità di organismi autonomi e cioè di nuove parrocchie. L'accentuò il XIV coi disordini, le ripicche e le prepotenze dello Scisma d'Occidente e poi il XV colla decadenza della disciplina ecclesiastica e nel sec. XIV coi propositi della preriforma e col ridimensionamento della controriforma tridentina, voltisi a riorganizzare le plaghe diocesane in Vicariati foranei. Una lite, con sentenza del 1548, favorevole all'arciprete nob. Gianpaolo Tiberi, sanzionò un'ultima volta l'obbligo delle chiese filiali e dei loro preti d'intervenire alla benedizione dell'acqua crismale nel sabato santo, ultimo filo di quel vincolo che aveva unificato e avvinto per secoli l'ampio territorio pievatico a Iseo. Dalla fine del 1500 - pallido ricordo delle sue prime ampie prerogative parrocchiali - rimase nella sua perdurante funzione di vigilanza la Vicaria foranea, restringendosi sempre più. Dalla pieve si staccheranno da ultimo Clusane e Pilzone, tuttora inclusi nell'ambito municipale, ma parrocchie da secoli staccate e completamente autonome.&lt;br /&gt;
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La Parrocchia odierna. L'attuale fisionomia della parrocchia d'Iseo, con un arciprete, due cooperatori beneficiati e vario altro clero al centro e a Cremignane, si affaccia alla storia coi due parroci: Teodosio Perini degli Aliprandi e Bartolomeo Ghidoni. Il primo nel 1531 - e cioè a un secolo dalla loro soppressione - risuscitò le due cappellanie coadiutoriali di S. Vigilio e S. Lorenzo che ebbero modo d'arrivare fino al 1940 coi loro due distinti titolari don Achille Lombardi e don Ettore Capitanio. Don Ghidoni legò nel 1630 un capitale censuario di L. 6 mila planet, per l'erogazione di L.400 annue al celebrante in Cremignane nei giorni di precetto. La serie degli Arcipreti attualmente noti, risale al 1192, per un numero di 34. Fra cui i commendatari, di cui due della stirpe Cornaro e cioè, dal 1531 al 1553 Marco, arcivescovo di Spalato, che percepì i frutti beneficiari iseani fino al 1567, e il card. Luigi che fu solo nominalmente arciprete di Iseo, dal 1553 fino al 1566, quando vi rinunciò, in omaggio alle prescrizioni tridentine, proibenti la pluralità dei benefici. L'elenco dei curati di S. Vigilio conta 23 titolari, e quello di S. Lorenzo 33. All'esiguo clero ufficialmente investito, si sono però sempre affiancati, a portar aiuto, i vari preti che non mancavano mai nelle principali famiglie. A quella loro presenza si deve la fioritura settecentesca della rifatta chiesa di Cremignane e dei quattro oratori, che completavano le case di villeggiatura sparse ad allietare il Monte d'Iseo. Già nel 1685, p. Rinaldi, nel V capitolo della seconda parte dei suoi &amp;quot;Monumenti Istoriali&amp;quot;, nota che alla Pieve d'Iseo conveniva il titolo di Vicaria Foranea «avendo tanto clero che uguale difficilmente si trovava altrove» e mons. Guerrini pone a Iseo al XV posto, per abbondanza di sacerdoti allora in numero di 11, cifra che poi si conservò fino al 1958, nei suoi tre preti diocesani e nei sette religiosi salesiani. Dal 1959, però, colla partenza dei padri Salesiani la schiera scese a soli 5 ecclesiastici e poi a meno ancora. Già richieste dall'arciprete don Mai e dall'amministratore dell'ospedale il 28 maggio 1848 fecero l'ingresso a Iseo le Suore della Carità, che diedero vita all'ospedale, all'orfanotrofio e all'asilo. L'asilo si trasferì dopo la grande guerra in una apposita ed elegante sede, per la munificenza del sig. Andrea Zuccoli, mentre l'orfanotrofio rivelatosi ultimamente quasi inutile al paese, venne chiuso il 31 giugno 1956 e assorbito dall'amministrazione ospedaliera intenta a condurre l'opera principale alla provvida e completa sistemazione attuale. Ora nell'ampliato e rifatto edificio dell'antico e venerato convento, di primitivo non rimangono ormai che il chiostro trecentesco colle sovrapposte loggette, qualche affresco assai rimaneggiato e il presbiterio romanico della vecchia chiesa claustrale. Il 2 giugno 1879 sette suore canossiane, provenienti dalla casa di Rovato, chiamate dal parroco Ronchi, prendevano possesso della casa di Iseo acquistata dall'arciprete stesso, da Luigi Rossetti e dal dott. Francesco Bonini il 9 ottobre 1871. Dai primi di dicembre del 1879 le Canossiane diedero vita alla scuola elementare e poco dopo aprirono un internato per le ragazze dei paesi vicini desiderose di istruzione e impossibilitate ad averla per mancanza di scuole nei piccoli centri e sui monti. Le suore prestavano pure assistenza materiale e morale ai malati. Durante la guerra del 1915-1918 il governo adibiva la casa a ospedale da campo. Vennero sospese le scuole di studio e di lavoro, molto fiorenti, e l'internato. Le suore furono a disposizione del governo per i servizi di cucina e di guardaroba inerenti ai soldati feriti (che furono molti). I servizi ospedalieri veri e propri li prestavano le suore di Maria Bambina già presenti nel vicino ospedale civile. Terminata la guerra e ripristinati i locali, nel 1920-21 le suore riprendevano il loro normale lavoro: scuola elementare e di lavori femminili e «Collegio famiglia» per signorine che, terminato il corso elementare desideravano completare la loro istruzione. Vista la necessità di un titolo di studio che consentisse alle giovani di avere un lavoro redditizio, si aggiunsero alle elementari le classi sesta, settima e ottava che si trasformarono presto in scuola di avviamento professionale femminile (prima e unica in tutta la zona) che otteneva il riconoscimento legale il 25 agosto 1941. Col mutare delle leggi scolastiche si cambiò in scuola media, pure legalmente riconosciuta il 18 maggio 1957 che cessò di vivere nel 1966, quando in paese e in altri centri si aprirono scuole medie. Perchè gli ambienti non restassero deserti, si accolse, dietro richiesta delle autorità, la scuola medico psicopedagogica per handicappati dai cinque ai sedici anni, che visse solo nove anni, però con esiti positivi per molti dei frequentanti, che ora si sono integrati nella società. Inseriti i minorati nelle scuole statali normali, le Canossiane adibirono la casa a pensionato. Attualmente trovano ospitalità nell'istituto, oltre la scuola di vita familiare, l'istituto professionale regionale per handicappati che hanno superato l'età scolastica, la scuola di musica, sezione staccata del Conservatorio di Brescia, il corso di inglese, di danza classica, di stenodattilografia, di contabilità. Durante il periodo estivo vengono accolte le fanciulle e le giovani per il centro ricreativo strutturato a tempo pieno: al mattino esercitazioni varie, al pomeriggio bagno al lago.&lt;br /&gt;
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I religiosi salesiani. Attivo fu agli inizi dell'800 l'oratorio di S. Luigi Gonzaga, perseguitato dalle autorità giacobine. Nel 1883 l'arciprete aprì un oratorio nelle case rustiche della canonica fino a quando, nel dicembre 1903, giungono a Iseo i salesiani che prendono alloggio prima presso la canonica e poi nella casa di Francesco Bonardi, presso il santuario della Madonna della Neve. Tengono dapprima l'oratorio (affiancandolo nel 1906, ad iniziativa di don Antonio Rossi, con la Società di Ginnastica Sebina). Nel 1919 aprono una scuola di disegno, nel 1922 potenziano il teatro e organizzano il circolo giovanile, negli anni seguenti potenziano l'attività culturale e sportiva. Il 22 luglio 1923 il vescovo mons. Gaggia benediva la prima pietra di un nuovo ampliamento dell'oratorio. Nel 1924 veniva fabbricato il nuovo teatro su progetto dell'architetto Giacomo Archetti. Nel 1939 aprono la Scuola di avviamento a tipo commerciale. Nel 1945 nasce il gruppo scout. Nel 1947 aprono la Scuola Media, nel 1949 il corpo bandistico. Allargate le proprietà nel 1951 viene costruita una nuova Scuola Media e il campo sportivo. Nel 1958 i salesiani rassegnavano il loro mandato scomparendo da Iseo nel giugno 1959, non senza lasciare un vivo rimpianto di cui è ancora testimonianza l'Associazione ex allievi. &lt;br /&gt;
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Chiesa plebanale di S. Andrea. In origine fu una piccola basilica ad una sola navata, forse corrispondente a parte dell'attuale ala centrale. Il campanile collocato sopra la porta centrale indica influenze cluniacensi, e data la costruzione al sec. XII. Il Panazza ha osservato come, nonostante le rovine apportatevi in età neoclassica dal Vantini, è ancora uno dei monumenti più importanti del bresciano, non solo per la nobiltà di linee, per lo stato di conservazione e per lo slancio della torre campanaria del tutto collegabile alla forme lombarde della seconda metà del sec. XII; ma per i problemi che comportano la collocazione del campanile nel mezzo della facciata e le soluzioni articolate e complesse del suo interno per cui costituisce una rarità addirittura in campo nazionale. Il campanile slanciato, con la bella muratura a conci disposti regolarmente, le lesene angolari, le cornici con archetti a pieno centro in cotto che lo dividono in sette ordini, con l'alternanza di zone prive di apertura ai riquadri traforati da vuoti che divengono sempre più man mano si sale, rivela la sicura origine lombarda delle sue maestranze: purtroppo i rifacimenti del '400, del '600 hanno alterato sia la parte bassa con la presenza della porta con lunetta in luogo di quella originaria con arco a pieno centro, tuttavia ancora visibile, sia la cella campanaria forse originariamente a trifore, data la presenza nei piani sottostanti di una bifora e poi di una trifora, che meriterebbero di essere riaperte. Secondo una ricostruzione fatta dall'arch. Claudio Ballerio sarebbe stato in posizione dominante nei riguardi di una modesta facciata della chiesa ad una sola navata con effetti architettonici abbastanza simili a quelli visibili in S. Maria del Tiglio a Gravedona, sul Lago di Como, altro edificio della seconda metà del sec. XII. Per la mole, la ritmata suddivisione dei riquadri in cornici di archetti in cotto; per l'accordo cromatico della pietra con gli elementi decorativi, e per l'equilibrio dei pieni coi vuoti ne era principale ornamento e richiamo, risultando esso anche oggi, il più bel campanile romanico bresciano di tipo prettamente comacino, con un interno a nicchie, monofore e bifore conformato a piccolo oratorio, direttamente comunicante con l'interno e l'esterno - se a una sola navata, - o addirittura col solo interno, se a più navate. Probabilmente, come pensa il Guerrini, alla fine del sec. XV venne ampliata, con l'aggiunta delle due navate laterali, come si vede chiaramente nella facciata, dove la saldatura fra la parte vecchia centrale e le due aggiunte laterali è fatta con materiale diverso e in una forma che non lascia luogo a dubbi. Inoltre venne anche prolungata con la costruzione di una più ampia abside centrale e una nuova cripta sotterranea. Indicativo dell'epoca di questa ristrutturazione è il fatto che la chiesa venne consacrata il 30 luglio 1498 insieme con l'altare maggiore e i due altari laterali della Madonna e di S. Lorenzo, i quali probabilmente erano i due altari eretti nelle absidi delle due nuove navate laterali. Il Guerrini crede che la nuova cripta, che esisteva nell'attuale transetto anteriore al presbiterio, sia stata costruita con gli elementi architettonici e nella stessa forma della cripta antecedente. La consacrazione dell'altar maggiore fatta nel 1498 lascia supporre che il primitivo altare sia stato distrutto insieme con la sottostante cripta, e poi con essa riedificato. Le opere di rinnovamento continuarono nella prima metà del sec. XVI. Il Vantini toccò anche la facciata nella parte superiore sia della navata centrale che di quelle laterali, aggiungendovi le finestre a semilunette le altre quattro. Sulla facciata è stata collocata l'arca di Giacomo Oldofredi, prode ghibellino fedele ai Visconti e dominatore della riviera sebina, morto il 18 novembre 1325 e qui sepolto. L'artistica arca, che è forse opera di quel medesimo Magister Facius de Tercio che compì nel 1336 il mausoleo di Isonno Federici a Gorzone porta, contratto in numerose abbreviazioni, elogio del defunto (v. Oldofredi Giacomo o Giacobino 1°). Nel 1526 venne fatta la volta, nel 1538 venne ridipinta, coprendo le pitture primitive. Ordini di S. Carlo portarono alla distruzione della cripta ormai abbandonata (1633) e all'abbassamento del presbiterio che fu ricostruito di nuovo (1667). L'arciprete Lussignoli, verso la metà del sec. XVIII, pensò quindi di far abbattere le tre absidi delle navate e di prolungare la chiesa, e forse anche tutte le cappelle laterali che vennero internate per dare maggior spazio alle due navate, lungo le quali erano allineati gli altari. Un nuovo vasto rimaneggiamento venne operato nel 1826 dall'arch. Rodolfo Vantini, che completò poi i lavori nel 1830-1840 con nuovi altari. Venne poi riconsacrata dal vescovo Gaggia il 12 nov. 1916. Entrando a destra si incontra il battistero realizzato ad opera della ditta Rubagotti di Coccaglio. Demolito tutto quanto deformava un antico pertugio, fu creata una spaziosa cappella in armonia con lo stile delle altre cappelle della chiesa, con le due lesene e capitelli e un'arcata a bassorilievo a rosoni e candelabri di sobrio svolgimento ma di bell'effetto. L'interno è tutto rivestito di marmo: nelle due pareti laterali l'ornamentazione semplice dà maggior risalto alla parete di sfondo, sulla quale è effigiato in altorilievo il Battesimo di Gesù. Le due figure di Gesù, che si china umile a ricevere l'acqua battesimale, e di Giovanni che la versa su di Lui, sono modellate in modo molto espressivo e nel candore del marmo hanno una suggestiva eloquenza didattica per chi si avvicina a questo primo sacrario della vita cristiana. Il gruppo, nel quale campeggia una Croce simbolo del sacrificio, poggia sopra un basamento di marmo screziato. Nel mezzo della cappella sta la vasca battesimale in marmo colorato, di forma esagonale, e sopra di essa una cupola decorata a cassettoni, nel centro della quale campeggia la mistica Colomba, dalla quale s'irradiano sprazzi di luce dorata. Nel giro della cornice, sulla quale poggia la cupola, stanno le parole evangeliche «Euntes baptizate omnes gentes». Entrando a destra, la prima e seconda arcata ospitano i confessionali e due quadri. Nella prima vi è una buona tela rappresentante il martirio di S. Stefano segnata Com. de omis f.f. - 1591 e sembra di poterla attribuire a Camillo Rama. Deve essere stata la pala dell'altar maggiore dell'antica chiesa dedicata a S. Stefano, offerta in dono dal comune di Ome, che pure ha S. Stefano come titolare della sua parrocchia. Nella seconda una bella e viva Madonna in trono con S. Francesco e S. Bernardino da Siena, attribuita al Bagnadore (1619 circa). La terza cappella è dedicata alla Madonna del Rosario ed è ornata di un altare e di una soasa marmorea di grande pregio, fulgidi di squisite eleganze settecentesche, bellissimo esemplare della finezza artistica a cui era giunta la bottega dei Bombastone di Rezzato, artigiani di primo ordine nell'arte della scultura sacra. L'altare è simile a quello della Madonna in Silva nella basilica di S. Faustino Maggiore, e nella commissione di esso - forse anche nel disegno e nella fattura di qualche particolare - la Confraternita di Iseo è ricorsa all'aiuto e consiglio di Antonio Callegari (1698-1777), insigne scultore bresciano del settecento. La quarta cappella ha un bellissimo altare barocco secentesco, di marmo, con tre statuette, probabili sculture dei Carra: la tela invece è una bella composizione settecentesca e rappresenta la Vergine in gloria con S. Luigi Gonzaga, S. Carlo Borromeo e un martire (San Cristoforo?) in sacra conversazione. Il quinto altare, nel transetto della cupola, è ora dedicato a San Pietro; l'altare e la soasa di marmo di Carrara sono del Tantardini, la bella tela che rappresenta Il pianto di San Pietro è opera di Giuseppe Diotti di Casalmaggiore (1779-1846). Questa cappella era anticamente dedicata a S. Vigilio. Giustamente il Guerrini ha rilevato che l'abside e l'altar maggiore hanno proporzioni e imponenza da cattedrale. La volta era stata affrescata da Giuseppe Teosa (1758-1848) con il Cenacolo e l'Ascensione di G.C. nella tazza del coro. L'affresco dell'Ascensione, soprattutto, fu molto apprezzato per il disegno della figura principale e per l'intelligenza dello scorcio e della prospettiva lineare ed aerea. Senonchè un furioso incendio, sviluppatosi la notte del 18 maggio 1891 intorno al palco sul quale doveva porsi la statua della Madonna, danneggiò gli affreschi e distrusse la pala di S. Andrea, di autore ignoto, e le due tele di Pietro Rosa che le stavano a lato, rappresentanti la Sibilla che predice la Vergine e la Natività di Maria Vergine, che erano le antiche ante dell'organo della chiesa maggiore del santuario delle Grazie in Brescia. Gli affreschi del Teosa della calotta vennero restaurati prima da inesperto e poi negli anni '30 dai Rubagotti di Coccaglio e ritornati al loro splendore. Restava invece il problema della grande parete semicircolare dell'abside spoglia della soasa e della pala distrutta. Nel 1913 venne affrescata dal pittore loverese Ponziano Loverini con una grande Ultima Cena, la cui prospettiva del vasto porticato a sfondo di colonne venne eseguita dal pittore brenese Francesco Domenighini. L'opera suscitò viva ammirazione per la luminosità e per il grande effetto della scena, oltre che per la dolce figura del Cristo. Scendendo dal lato sinistro nel transetto dell'abside si trova un altare del tutto simile a quello che gli sta di fronte. Esso è dominato da una splendida tela di Francesco Hayez raffigurante l'arcangelo S. Michele e considerato da qualcuno uno dei suoi capolavori. La cappella che segue ha una discreta tela raffigurante S. Lorenzo, S. Firmo e le Anime Purganti. La terza cappella è dedicata a S. Vigilio e venne ideata nei vasti lavori di rinnovamento e ampliamento della chiesa compiuto dal Vantini dal 1826 al 1841. Lo stesso Vantini ne disegnò l'altare sul quale venne posta la nuova urna che fa da piedestallo alla bella e imponente statua del Santo vescovo, scolpita dall'iseano Giovanni Franceschetti, mentre l'urna e l'altare sono opera del Tantardini; la cappella, severa, secondo il Guerrini forse un po' funerea per lo stile, è illuminata da una cupola che ne accresce la dignitosa bellezza. Sull'urna una breve iscrizione latina ricorda che in essa si conservano «OSSA / S. VIGILI EP. BRIX / HUIUS ECCLESIAE FUND, ET PATR. / P. ANN. MDCCCXXX». La statua del Franceschetti ha sostituito un'altra in legno, del seicento, probabilmente scolpita intorno all'anno 1633, e che ora si trova in una nicchia della chiesa di S. Giovanni. Nella quarta arcata, sopra il confessionale, è collocata una tela firmata &amp;quot;Grati Cossali opus 1600&amp;quot; raffigurante S. Bernardino da Siena che presenta al Padre Eterno il popolo di Iseo e proveniente dall'ex convento di S. Francesco. Nell'ultima arcata, sempre sopra il confessionale, sta l'unica opera finora conosciuta di un buon pittore cappuccino, e proviene certamente dalla chiesa dei Cappuccini. Rappresenta S. Francesco, S. Carlo, S. Giovanni Evangelista e S. Marco Evangelista, ed è segnata con questo cartello «D.O.M. / Fr. Io. Franciscus a Prato / albuino sacerdos capuccinus fecit anno domini 1617». In una cappellina accanto alla porta maggiore è stata collocata l'immagine di &amp;quot;Maria SS. Salus Populi Iseani&amp;quot; dovuta al trappista don Paolo Bonardi. Raffigura la Madonna col Bambino e fu in venerazione all'esterno della chiesetta situata all'angolo nord del palazzo municipale di Albano Laziale. Tolto ai pericoli delle incursioni aeree l'11 marzo 1944, e restaurato, l'affresco venne regalato a Iseo nel 1950 prima posto presso la cappella del Rosario e il 24 novembre 1969 e nel luogo in cui si trova. Sopra la bussola della porta maggiore sta una tela del Rosa raffigurante &amp;quot;Gesù nell'orto&amp;quot; antica pala della Scuola del SS. Sacramento eretta per iniziativa del Comune. La sagrestia custodisce, in armadi a vetri, una grandiosa copia della croce di S. Giovanni in Laterano del 1451 dovuta a Nicola Gallucci, detto anche Nicola di Guardiagrele (Chieti); una magnifica e pesante muta bronzea di sei candelieri argentati e dorati, già disegnati, verso la fine del 1800, dall'abate benedettino Odorisio Piscicelli Taeggi, gran Priore di S. Nicola di Bari, per quella sua basilica, ed eseguiti, tanto là che a Iseo dal cesellatore romano Giulio Galli; e le quattro statuette del titolare S. Andrea Ap., del patrono S. Vigilio Vesc. Bresciano, di S. Paolo Ap. e San Giovanni Bosco dell'artista Emilio Bellinza. La croce d'Iseo è una buona riproduzione della croce processionale del Laterano (1451) ma con alcune varianti. La base della croce fu studiata sopra una esistente nella basilica di S. Nicola di Bari. I quattro candelabri del gruppo hanno una base identica a quella sopra descritta della croce, ma in più, un tratto di colonna con arabeschi ripetuti e un capitello che fu copiato dal tabernacolo barese. Le due statue del gruppo posano sopra tre gradini uguali a quelli reggenti la croce e i quattro candelabri; e raffigurano: S. Andrea apostolo titolare della chiesa d'Iseo e il patrono S. Vigilio. Per la prima, fu riprodotto il S. Andrea del Laterano, ma con la aggiunta di una rete e un'ancora a indicare il patrono dei pescatori. La statua di S. Vigilio, fa bel contrasto alla movimentata figura di S. Andrea. Il tutto - meno due candelieri dovuti all'arciprete Schivalocchi - fu dono nel 1933 del concittadino, allora salesiano e presentemente, già da molti anni, trappista, P. Eugenio Paolo Bonardi, dedicandolo alla chiesa del suo battesimo, come volle scritto sulla base di ogni pezzo donato. La cassaforte custodisce tra l'altro una bella croce rinascimentale; gli armadi dei pizzi, paramenti e baldacchini preziosamente ricamati. Del cimitero, che si apriva davanti alla pieve e che venne riconsacrato, in seguito ad una qualche profanazione, non resta che la tomba Oldofredi oggi nella facciata della chiesa. Ma il Rinaldi afferma che la tomba Taiardini, il mausoleo dei Bonfadini che faceva pendant a quello degli Oldofredi dall'altra parte della torre, distrutto nel 1628, l'arca dei Sozzi sul fianco della Disciplina, tolta nel 1667, «e altri Depositi su la medema muraglia della Pieve dalla parte di Tramontana, riguardevoli bensì ma inferiori a sudetti, quali per il decorso forse de' secoli havendo perso il loro decoro furono al suolo adeguati e del tutto hora scordati». Il cimitero all'aperto venne abbandonato nel 1619 quando venne adattata a sepoltura la chiesa del battistero dedicata a S. Giovanni Battista.&lt;br /&gt;
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Madonna del mercato. Dedicato alla Maternità di Maria è certo uno dei più antichi santuari del Sebino. La sua esistenza è legata all'antichissimo mercato che ogni pieve aveva e che si teneva ordinariamente ogni domenica, davanti alla Chiesa. La chiesetta è probabilmente la &amp;quot;cappella S. Mariae de Iseo&amp;quot; ricordata nell'elenco dei benefici ecclesiastici bresciani del 1410, ma più antica di circa un secolo. Il Rinaldi afferma che era stata «fabricata ...] per commodo proprio e del popolo» dal condottiero Giacomo Oldofredi, morto nel 1325. Egli stesso la dotò di beni per una opportuna ufficiatura e certo per alcuni anni fu considerata come cappella privata. Il 7 luglio 1360 venne affidata ai Minori del convento di S. Francesco, ai quali venne riconfermata da un Breve di Clemente VII del 22 marzo 1528. Pressa a poco in questo tempo la chiesetta fu ricostruita nella forma attuale. Nei restauri promossi dalla Commissione per i beni culturali parrocchiale e operati per impulso dell'arciprete don Mondani dall'ENAIP di Botticino nel 1979, sono emersi gli affreschi quattro-cinquecenteschi che erano stati coperti nel 1700 anche con una Via Crucis del pittore iseano Alessandro Voltolini (1748), raffiguranti la Madonna, S. Giorgio, S. Antonio ecc. Sulla parete di fondo il restauro ha recuperato le giuste dimensioni della navata, riaprendo alla luce un rosone ed una monofora dalle proporzioni felici. Restano all'interno le stratificazioni di rifacimenti e manomissioni non tutti privi di dignità: i ricchi intagli barocchi, la cancellatina settecentesca, le decorazioni del volto, e sulla parete di destra alcuni degli undici affreschi dell'iseano Alessandro Voltolini. La maggior parte della Via Crucis settecentesca è stata strappata dalle pareti e riportata su telai. Sull'unico altare, in una fastosa soasa barocca, è venerato un antico affresco della Madonna, davanti al quale i devoti di Iseo e dei dintorni si fermano in preghiera. I restauri vennero inaugurati il 28 luglio 1979. &lt;br /&gt;
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Madonna della Neve. Il santuario sorse sul luogo di una santella, nella quale veniva venerata l'immagine della Madonna in trono col Bambino e accanto S. Giuseppe, ora sull'altare maggiore. La santella fu, per iniziativa di una legnaiuolo Andrea Stefini, meta di particolari devozioni specie durante la festa del 1630 e alla Madonna vennero attribuite grazie specialissime, fra cui un miracolo avvenuto il 21 giugno 1635, quando un poveretto, Martino Sandrini, tutto rattrappito guarì d'improvviso. Crescendo assieme alle grazie anche le elemosine si pensò di erigere una chiesa cui l'arciprete abate Marco Rossi, tra l'altro iseano di nascita, diede tutto il suo appoggio. Gli inizi dei lavori si ebbero il 5 aprile 1655 di lunedì, alle ore 16, ed il 15 aprile sempre alle ore 16 l'arciprete Rossi benedisse e pose la prima pietra. Finito nel breve volgere di poco più di un anno il nuovo tempio, il 15 agosto 1656 fu fatta la traslazione dell'immagine dalla santella alla chiesa, con solennità indimenticabile. La chiesa ha tre pregevoli altari di marmo con artistiche cancellate in ferro battuto. Ma il dono più prezioso, che ha recentemente arricchito di un tesoro spirituale inestimabile il santuario della Madonna della Neve di Iseo, è l'altare delle reliquie in numero di 1500 donate nel 1948 da don Paolo Bonardi salesiano prima e poi trappista. Del 1904 fino alla loro partenza fu officiata dai Salesiani. Restauri vennero compiuti nel 1972 e nel 1980. Convento di S. Francesco. La tradizione vuole che sia stato fondato nel 1218 dallo stesso S. Francesco, di passaggio da Bergamo a Brescia. A lui sarebbe stata donata una piccola casa situata tra i canneti che le crescevano intorno, in zona malsana. Egli l'accettò molto volentieri e ne fece più che un piccolo monastero un eremitorio; vi fece costruire, nello stesso locale, una chiesetta. La tradizione vuole che il santo per un po' di tempo abbia abitato l'eremitorio. Al Santo si attribuiva pure &amp;quot;la piantagione di una Pigna&amp;quot; e un &amp;quot;piccolo pozzo che si conservava perchè da Lui usato&amp;quot;. Inoltre qui avrebbe accolto all'Ordine Giacomo e Bonaventura d'Iseo divenuti poi frati insigni. Se questa è la tradizione, gli studiosi sono divisi sulla data di fondazione. Il Rosa la posticipa al 1220, altri addirittura la fissa al 1360. Ma già un documento del 18 dicembre 1348 cita il guardiano dei Frati Minori &amp;quot;de Iseo&amp;quot;. La tradizione vuole che vi abbia soggiornato nel 1223 S. Antonio di Padova in viaggio per la Valcamonica. Il 7 luglio 1360 Giacomo Oldofredi affida ai francescani l'officiatura della nuova chiesa di S. Maria della Piazza. Il &amp;quot;locum de Yseo&amp;quot; compare poi in un elenco di conventi compilato nel 1385 da fra Bartolomeo da Pavia. L'insalubrità dell'aria &amp;quot;per le acque morte e paludose&amp;quot; era tale che a fatica vi si trovavano frati che vi si volessero fermare, così che veniva spesso abbandonato, e gli Iseani il 4 luglio 1428 se ne lamentarono scrivendo al Doge Francesco Foscari e chiedendo di introdurvi, al posto dei Conventuali, i Padri Osservanti: ciò che fece nel 1465 il Beato Amadeo Menez de Silva con i suoi discepoli. Lo testimonia anche una sua lettera scritta il 15 luglio 1468 segnata: &amp;quot;Ex S. Francisco apud Iseum&amp;quot; e firmata &amp;quot;vester frater Amadeus&amp;quot;. La lettera è indirizzata alla Duchessa di Milano Bianca Maria alla quale esprime i suoi rallegrameni perchè è guarita da una sua &amp;quot;infermitade&amp;quot;. Il monastero perdette il vecchio titolo di &amp;quot;Madama Nuova&amp;quot; e venne detto di &amp;quot;S. Francesco&amp;quot;. Fino ai primi del '500 il monastero si sviluppò e si arricchì anche dal punto di vista artistico. Non è facile ricostruire lo sviluppo del complesso edilizio. Dovette rimanere un ambiente molto ristretto fino alla riforma del beato Amedeo, quando il chiostro venne ampliato e vennero aggiunti i loggiati nelle dimensioni che oggi ancora sussistono. Ma già agli inizi del sec. XVI insorgevano nuove difficoltà. Il 21 settembre 1506 infatti il comune di Iseo costituiva &amp;quot;procuratori&amp;quot; perchè il convento continuasse la sua vita. Gli Amadeiti vi rimasero fino alla loro unione con gli Osservanti decretata da Pio V nel 1568, benchè abbiano fatto una certa opposizione. Tuttavia il 10 agosto se ne andarono e il convento rimase nuovamente abbandonato, affidandone la custodia ad un certo Bartolomeo Cigola che riceverà &amp;quot;lire 40 per mercede&amp;quot;. Finalmente il Provinciale dell'Osservanza di Brescia, Padre Serafino da Pralboino, ne fece domanda e il Comune glielo consegnò solennemente, dopo aver stipulato alcune condizioni, per mano del Console Matteo Pinello, il 21 (27?) febbraio 1569. Nel 1717 e nel 1710 il convento ospitò i capitoli provinciali. Ma il declino era avviato, per cui nel 1769 veniva soppresso e messo all'asta. Il fabbricato comprendeva la chiesa, il chiostro, il refettorio, la cucina, un orto. Qualche anno dopo tuttavia, nel gennaio 1783 veniva riaperto per accogliere i frati dell'isola di S. Paolo. Il 17 giugno 1786 ospitava il capitolo provinciale. Venne soppresso definitivamente nel 1810, indemaniato fino a quando l'8 marzo 1841 venne trasformato in ospedale. Dell'antico convento quattrocentesco rimane il chiostro, una parte della chiesa con alcuni affreschi molto rovinati, qualche sagoma di cordonature a mattoni e poche altre cose d'arte, di minor conto. Una grande tela che rappresenta S. Fermo vestito da guerriero è firmata Thomas Pombiolus -pictor cremen.s - faciebat MDCXXXV. Altri quadri della distrutta chiesa conventuale sono passati nella chiesa parrocchiale. Il presbiterio dell'attuale chiesa dell'ospedale col suo volto a crocera e tonde nervature nella prima campata e il bel catino a spicchi, pure cordonati, di linea gotica, sono certo le cose migliori dell'ambiente. Nella nicchia, che fa da pala dell'altare maggiore, furono successivamente collocate le statue della S. Famiglia e ora di Maria Bambina, fiancheggiata dai busti a olio delle Sante Fondatrici Capitanio e Gerosa. L'altare del Seicento, in marmi policromi, è di buon sapore. Di antico, abbiamo l'affresco sulla porta principale, strappato probabilmente dalla parte demolita e molto deteriorato. La Vergine vi è in trono e incoronata, arieggiando Gentile da Fabriano, e il Bambino sulle ginocchia materne, stringe un lungo cartiglio bianco, mentre a sinistra sta genuflesso l'ignoto committente. Altri relitti trecenteschi si trovano in un frammento di decorazione ad archetti gotici, di cotto, sotto il cornicione delle fiancate esterne, visibili ancora nella loggetta del chiostro addossatovi, e con inciso anche il titolo di S. Francesco, che non può essere cancellato dalle nuove devozioni, ma solo da un decreto papale. Convento dei cappuccini. Venne fondato nel castello di Iseo, ormai in grave decadenza. Fin dal 1568 il Comune aveva invitato a Iseo i cappuccini per fondare nel castello un convento; l'invito fu ripetuto nel 1580 e accettato. Il 25 maggio 1585 finalmente, i Superiori della Provincia ne presero possesso e con solennità posero la prima pietra della chiesetta da dedicarsi a S. Marco Ev. situata sul fianco occidentale delle mura. Siccome la famiglia Celeri vantava diritti sul castello, di cui era stata feudataria, venne tacitata con una considerevole somma da Orazio Fenaroli di Passirano, mentre il Municipio di Iseo pagò per mesi maestro muratori e facchini per il trasporto del materiale e a sue spese trasformò la torre in abitazione a tre piani. Nel corpo del castello vennero ricavati due piani abitabili. I religiosi, ottenuto l'8 marzo 1587 il permesso del Governo veneto, vi fecero il loro ingresso nello stesso anno. Subito i religiosi si adoperarono per la pacificazione fra i componenti della Confraternita del SS. Sacramento, sulle regole da adottare. Il 31 agosto 1629 mons. Bocca vescovo di Cattaro e coadiutore del vescovo mons. Giorgi, consacrò la chiesetta. L'anno appresso i cappuccini si adoperarono nell'assistenza agli appestati e sempre si impegnarono per il bene spirituale della Riviera. Tra i religiosi del convento si distinsero: p. Gianfrancesco di Brescia, nome assunto all'entrata in religione dal luogotenente generale conte Martinengo, dopo la conversione maturata in Iseo; p. Fulgenzio da Iseo, storiografo di Iseo; p. Matteo da Nigoline ed altri. Nel convento morì p. Eliseo Pesenti di Bergamo, che compì a Iseo molte conversioni di ebrei; vi visse il notissimo medico Sabbadini, poi in religione p. Doroteo. I religiosi cappuccini vi rimasero fino al 1798 quando furono scacciati dalla Cisalpina. Dopo un anno vi furono richiamati. Il 9 gennaio 1801 il Municipio di Iseo chiedeva di poter disporre della chiesa e di nove celle per ospitarvi soldati francesi. Ma la richiesta venne disattesa fino a quando il 9 fiorile dell'anno IX (1805) giunse un nuovo perentorio ordine agli &amp;quot;intrusi&amp;quot; di abbandonare il convento. Del convento nel 1931 esisteva ancora, nell'interno, il cortile del chiostro, dove si vede un rustico pozzo usato dai cappuccini. Intorno, sulle pareti del chiostro, si conservavano pitture, evidentemente fatte da qualche volonteroso frate, due meridiane, un grande Crocifisso e sotto il portico, a destra di chi entra, altra pittura, intorno alla quale si leggeva «Pagato col danar vuol esser l'oste del cenar né poter ragion vi vale. Pesasi l'orazion e lei prevale ecc.». I corridoi soprastanti, stretti, avevano ad ogni gomito una acquasantiera a forma di guscio di noce; porticine laterali mettevano nelle cellette dei frati. Sulla facciata a nord, si apriva il portale della chiesa. Nella facciata restavano tracce ben visibili di pitture di ornato. L'interno della chiesa consisteva in uno stanzone, dalla volta alta e dalle pareti con tracce di fregi a colori. S. Giovanni Battista. Venne eretta nel sec. XVIII in luogo dell'antico battistero, esistente di fronte alla chiesa plebana, caduto in disuso per disposizione vescovile del 1569 e poi distrutto. La facciata è mossa da due scomparti a cornici sagomate, ha la porta fiancheggiata da due finestre, e da una monofora affiancata da due nicchie decorative. L'interno è ornato da otto lesene dirette e da quattro angolate e incoronato da un cornicione cui sovrastano sei finestre rettangolari e da un volto a tutto sesto. Quattro nicchioni arcuati ad uso cappella, movimentano la costruzione, interrotti da due parti, sovrastate da nicchie, che accolgono, quella di destra il modello in gesso della statua di S. Vigilio del Franceschetti e quella di sinistra un pregiato simulacro policromo, dello stesso santo, proveniente dalla chiesa di Cremignane. Vi è un unico altare, cui sovrasta una nicchia, coronata da una lunetta adorna di un affresco del Teosa raffigurante S. Giovanni Battista nel deserto. La chiesa era ricca di quadri trasportati poi nella parrocchiale. Divenne sede della Confraternita del Suffragio, e, trovandosi nell'antico cimitero, ospitò le sepolture degli arcipreti, del clero e di alcune famiglie. Venne restaurata nel 1978 ed adibita a mostre fra le quali riscosse particolare consenso quella dei reliquiari.&lt;br /&gt;
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S. Maria dell'Ospedale. Era una chiesa addetta all'ospizio o ospedale della primitiva pieve, esistente fuori delle mura presso la fossa dove venne costruita la caserma della Finanza e dove ora sorge, anche in parte sui suoi pochi ruderi, la Direzione della ferrovia delle S.N.F.T. Fino a pochi decenni fa, la località era ancora detta dell'Ospedale. Era ancora in piedi nel 1658, quando p. Rinaldi scriveva i suoi Monimenti. Egli ricorda che sotto la predella dell'altare si apriva un pozzo, forse ossario dell'ospedale o forse fonte sorgiva d'acqua ritenuta prodigiosa, fatta chiudere nel 1581 dal vescovo Giovanni Dolfin, ad un anno dalla visita di S. Carlo. Il coro era a levante e la facciata era rivolta a Porta Mirolte e decorata di una Pietà e dei S.S. Giacomo, Cristoforo, Rocco e Bernardino. La cappella, all'interno, era ricca di affreschi fra cui una bella immagine della Madonna. Perduta la sua funzione di cappella dell'Ospedale, venne dedicata a S. Rocco, forse a ricordo di un lazzaretto installatovi nel sec. XV e. in seguito, nel 1613 a S. Carlo. Un secolo più tardi, o per demolizione o perchè ridotta ad usi profani, era scomparsa. &lt;br /&gt;
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S. Maria Vecchia o delle Ferrate. Esisteva un tempo nella muraglia della facciata della Pieve tra l'entrata principale e l'attuale Battistero. A unire il piccolo e disadorno vano venne posta una cancellatina che diede il nome alla cappella S. Maria dell'Ospedale di S. Giacomo. Altra chiesa scomparsa era legata ad uno ospizio che venne rovinato durante le guerre tra Venezia e i Visconti. La chiesa era ancora in piedi ai tempi di p. Fulgenzio. Aveva la facciata verso Porta Mirolte. Sulla facciata affreschi raffiguranti S. Giacomo e S. Cristoforo patrono dei viandanti. All'interno era in venerazione una immagine della Madonna e tra altri affreschi uno che raffigurava alcune persone sedute ad una tavola. La chiesa, trasformato che fu l'adiacente ospizio in lazzaretto, venne dedicata a S. Rocco e infine nel 1613 a S. Carlo, fino a scomparire nei decenni seguenti. Una cappella dedicata al Crocifisso è quella del Cimitero. Vi venne sistemato un altare in marmo intarsiato che il Falsina crede proveniente dalla chiesa di S. Croce. Nel 1958 venne pavimentata, rivestita di marmo di botticino, e vi venne posto un bel Crocifisso in bronzo del milanese Casponi. Nella cappella vennero sepolti alcuni arcipreti. &lt;br /&gt;
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S. Francesco di Sales o S. Paolo. Sorge ad Invino. È una chiesetta semplice ed elegante (con la facciata delimitata da due lesene a capitelli corinzi con finestra con stucchi e portale con cartella) addossata ad un caseggiato che con troppa civetteria è stato chiamato &amp;quot;Palazzina&amp;quot;. Venne probabilmente eretta nella seconda metà del sec. XVII, forse sulla scia della canonizzazione del santo, avvenuta nel 1665. La Chiesa fu proprietà degli Zuccoli per passare poi agli Antonioli. L'interno è di metri quadrati 17, di cui 10,23 della navatella. La piccola platea si presenta lunga m. 3.10 e larga 3.30, mentre il presbiterio è di m. 2,20 su una apertura di 3,10. La chiesetta è forse la più elegante di quelle montane. L'interno barocco s'arricchisce di una cupoletta ovale sul presbiterio e di un'altra rotonda nella navata. Nel 1951 vi venne posto un quadro di S. Paolo in onore al nuovo proprietario. &lt;br /&gt;
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S. Cuore. Cappella della Casa delle Canossiane. Costruita intorno al 1880, è ad alta navata. É stata recentemente rinnovata e arricchita di un altare in marmo, ha un grande crocifisso.&lt;br /&gt;
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Cappella dell'asilo &amp;quot;Zuccoli&amp;quot;. Una cappella per le suore che reggono l'asilo Zuccoli, dedicata a ricordo dei caduti sui campi di battaglia i cui nomi sono scolpiti in una lapide, è dominata da una pala raffigurante Gesù fra i fanciulli, opera del bergamasco Giovan Battista Galizzi.&lt;br /&gt;
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&lt;br /&gt;
S. Teresa d'Avila. Sorge ad Invino, di proprietà Antonioli e Nulli. Venne edificata da certo LR. F.F. fece costruire nel 1705 come appare dalla dicitura che si legge sul portalino di granito. La chiesa è formata da una navatella quadrata e di un piccolo presbiterio rettangolare. Il volto è alto e a tutto sesto in un bel cornicione con tre finestre rettangolari. Due pilastri lesenati aprono il presbiterio e due lesene angolate fiancheggiano la facciata interna. Non c'è che un altare in stile barocco. È di bei marmi policromi a tarsia e nel mezzo della facciata reca uno scudo pur esso intarsiato, recante la S. Croce. La soasa è sormontata da tre grosse teste di cherubini in stucco e incorona una piccola pala elegante ben restaurata. Vi è dipinta in alto a sinistra la B. Vergine col bambino, seduta sulle nubi e con lo sfondo di un colonnato appena intravisto. Ai piedi e a destra si prosterna S. Teresa, in gesto devoto di venerazione. Alla sua destra e sotto la Madonna, un putto alato reca il dardo della mistica trasverberazione. In cornu epistolae vi è appeso un piccolo quadro a olio che raffigura S. Cecilia. La chiesetta dal secondo dopoguerra serve per la popolazione sparsa sul monte.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
S. Giuseppe in Bosine. Eretta nel 1764 è di proprietà privata, e ricca di stucchi barocchini nel cornicione, nelle lesene e cornici. Sconsacrata e ridotta a magazzino, dal 1912 divenne necropoli privata della famiglia Vacchelli. Restaurata nel 1931, nel 1975 venne riconciliata al culto. S. Rocco. La devozione al Santo risale nella cittadina sebina a tempi molto antichi. A S. Rocco venne dedicata, infatti, fin dal 1480 una cappella nella chiesa del convento di S. Francesco &amp;quot;dove per vari anni furono fatte preghiere private e dai Reggenti del Pubblico Sacrificio frequenti per mezzo di quei R.R. Padri che erano Amadei del medesimo ordine&amp;quot;. La chiesa invece venne eretta agli inizi del '500 e la costruzione venne affrettata da una pestilenza insorta nel 1512 e nel 1514 già completata. Venne adornata di &amp;quot;divote&amp;quot; pitture e di una statua del santo. A provvedere ai bisogni della chiesa vennero eletti due deputati. In più venne istituita una specie di confraternita che però scomparve molto presto. Gli atti della visita del vescovo Bollani del 4 ottobre 1567 la dicono esplicitamente della Comunità. Vi si celebra nella festa del Santo e nel giorno di S. Defendente per devozione della Comunità. La devozione al Santo rinvigorì con la peste del 1576 che mietè a Iseo un terzo della popolazione. Venne fatto allora voto di celebrare una Messa nei giorni di mercato e, imperversando ancora più feroce il flagello, si fece voto di una messa quotidiana, per la quale vennero istituiti numerosi legati, completati dal Comune. Alla fine del '500 venne eretto un nuovo presbiterio. Dopo la peste del 1630 si celebravano, oltre la festa di S. Rocco, quelle votive di S. Defendente (3 gennaio), dei S.S. Fabiano e Sebastiano (20 gennaio), di S. Vitale (28 aprile), di S. Nicolò da Tolentino (10 settembre). Nel 1710 &amp;quot;per supplica di devoti&amp;quot; la chiesa (senza suo pregiudizio) era stata consegnata ai confratelli della &amp;quot;Compagnia di S. Maria&amp;quot; &amp;quot;vestiti&amp;quot; chiamati Suffragini. Si deve a questa Compagnia la ricostruzione della chiesa che venne completata nel 1743. Nel 1864 la chiesa è già in piena decadenza. La relazione del parroco informa che &amp;quot;non vi si celebra più alcuna messa da qualche anno, poi pure sospesa a cagione degli alloggi militari che vi si fanno&amp;quot;. Nel 1895 la chiesa era comunque all'esterno ancora intatta, con, nella facciata, la porta sormontata da una cimasa in pietra. Tramutata in teatro, più tardi, negli anni Trenta, verrà trasformata in cinema e in luogo della cimasa verrà collocata un'assurda cabina cinematografica. Verrà demolita nel 1952 per far posto &amp;quot;ad un orribile ampliamento del Municipio&amp;quot;. Una cappelletta dedicata a S. Rocco esisteva nel '600 in località Bosine ed era di giuspatronato dei Rampinelli.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Iseo: S. Giorgio della Corna. Si trovava in posizione eminente su un alto sperone, sopra il buco del Quai. Lo stesso P. Rinaldi scrive della scoperta di una specie di Necropoli, ecc. Ma non vi sono prove di ciò. Sta invece il fatto che al tempo in cui p. Rinaldi scriveva, nel 1685, la chiesa era già &amp;quot;mezzo diroccata&amp;quot; anche se aveva ancora l'altare, il campanile e qualche parte dei muri. L'altare aveva una tribuna semisferica dipinta con l'immagine del Padre Eterno attorniato da santi e da misteriosi animali dell'Apocalisse. Il Rinaldi informa che Giacomo Oldofredi, &amp;quot;zelante cavaglier dell'Imperatore, non men celeste che terreno&amp;quot;, fabbricò circa nel 1300 su quei duri macigni la rocca detta del Crocefisso, restaurò la chiesa &amp;quot;facendovi effigiare il suo riverito S. Giorgio si che dall'hora in qua si è poi sempre nominata chiesa di S. Giorgio e Castello di S. Giorgio&amp;quot;. Nell'interno fu ospitata la tomba gentilizia del Rampinelli di Gardone V.T. Aveva dinnanzi il cimitero, come tutte le altre chiese e cappelle rurali, ed ossa affiorarono anche recentemente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Iseo: S. Pietro in Bocasso. Trasformata in pollaio magazzino da una ditta, è la chiesetta montana di S. Pietro, addossata alla roccia e alta sul monte di fronte al lago. Ecco la descrizione che ne ha fatto il Falsina. La facciata guarda con semplici linee il lago lontano e la corona un piccolo timpano. Alla sua base con cornicione, corre la significativa dicitura «Tibi dabo claves regni coelorum». L'interno fu curato elegantemente a pianta elittica di m. 7 x 4 per una superficie di metri quadrati 28 arricchito da sei lesene, due all'ingresso e quattro alla navatina. Un'abbondante decorazione neoclassica furoreggiante nel primo ottocento anche nelle migliori case iseane del borgo quali quelle dei Bonardi, degli Zuccoli, ecc., inquadra le pareti e copre tutto il volto. Sull'ingresso e sull'altare due conchiglie a doppia valva, rientranti l'una nell'altra, ricoprono lo spazio con squame decrescenti iridate. La pala è fatta di una piccola tela trascurata, dove la Madonna col S. Bambino campeggia sulle nubi. In basso a destra con le simboliche chiavi si erge S. Pietro e a sinistra S. Giovanni Evangelista, col calice che lo caratterizza. L'altare non è che una povera mensa, priva al tutto di ogni interesse.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Iseo: S. Martino al monte, o della Prada. In posizione aperta al sole e all'aria in località Prada poco dopo il valico che porta da Iseo a Polaveno. Probabilmente fu agli inizi un ospizio per pellegrini. Infatti il 25 luglio festa di S. Giacomo patrono dei pellegrini, vi si faceva un tempo grande fiera. In un recente studio Carlo Sabatti - citando il Guerrini - ritiene che la chiesetta sia stata fondata tra il 1080 e il 1100. Dipese poi dal monastero di Rodengo, ma nel 1410 era &amp;quot;sine cura&amp;quot; e Papa Pio II con bolla del 1459, unì il clericato di S. Martino alla parrocchia di S. Nicolò di Polaveno. Nel 1559 tele beneficio fu nuovamente smembrato dal Vicario generale di Brescia Vincenzo Duranti, ma gli abitanti di Polaveno ricorsero a S. Carlo. Nel 1580 Bernardino Tarugi a nome del santo arcivescovo di Milano visitò la chiesa, riscontrandovi un culto - verso S. Carpoforo - giudicato superstizioso. Alla statua lignea raffigurante il Santo erano soliti accorrere i sofferenti che si avvicina vano al simulacro ponendosi sul capo, un berretto di feltro, mentre le donne si coprivano con una cuffia di rete; questo rito assicurava ai devoti... la scomparsa dell'emicrania. Divenne poi chiericato semplice. G. Panazza l'ha descritta: &amp;quot;Si tratta di un edificio di due campate, orientato, privo di facciata, al suo posto era addossata una casa, da pochi anni demolita; l'odierna porta di ingresso - come ricorda l'iscrizione del 1626 - fu fatta eseguire da Marco Rossi allora abate di S. Maria in Mambre che diventò nel 1637 Arciprete d'Iseo. Tale porta si trova sul fianco sud con una finestra rettangolare; a destra è un affresco, in corso di deperimento, econda metà del '400 ma ancora memore delle forme del gotico internazionale con la Madonna del Bambino in trono e S. Martino abate. Il fianco nord è oggi in parte nascosto da piccole baracche e non presenta nulla di notevole; alla sua estremità verso oriente è il campanile, per fortuna ancora in buono stato, in conci di pietra disposti con una certa regolarità, con le lesene angolari collegate in alto, sotto la cella campanaria, da due archetti a pieno centro per ogni lato. La cella è dovuta ad un rifacimento tardo come rivela la scritta sul cornicione: &amp;quot;1722 G.M.B.&amp;quot;. Si tratta di un campanile di tipologia lombarda arcaica, risalente al tardo sec. XI; a questa data si confà pure l'abside semicircolare, in parte con l muratura a conci piuttosto regolari in vista, in parte invece intonacata, con tre monofore (la centrale oggi murata) a duplice strombatura liscia, con cornicione aggettante, parzialmente conservato, altrove rovinato da un sopralzo che l'abside ha subito. L'interno è gravemente alterato: la chiesa era a due campate divise da due pilastri addossati alle pareti. Il campanile è collegato con quello del tardo XI della chiesa di S. Eufemia o &amp;quot;dei morti&amp;quot; di Vello. Lo stesso prof. Panazza esprime, a buona ragione, una previsione pessimistica. &amp;quot;La chiesa&amp;quot;, scrive, &amp;quot;é ancor quasi integra, ma fra qualche anno non ve ne sarà che il ricordo, dato lo spaventoso stato di abbandono in cui si trova, trasformata in deposito di legna&amp;quot;. Ceduta, infatti, nel 1960 ad un commerciante, passò alla famiglia Guarnieri e poi alla Società Cip-zoo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Disciplina o S. Silvestro. Sorgeva sul lato settentrionale del sagrato della chiesa parrocchiale e ora è ridotta a uso abitazione. Di essa, però, nell'attigua ortaglia del Convento delle Canossiane si scorge la bella abside marmorea e la facciata che - afferma il Rinaldi - era chiamata il Paradiso. La chiesa, a giudicare dallo stile dell'abside, risale certamente al secolo XIII, ed era la sede della pia associazione di culto e di beneficenza che si chiamava la Disciplina o anche Consorzio della S. Croce, perchè gli ascritti portavano un abito bianco con cappuccio, segnato da una croce rossa sulla fronte e da un'altra croce rossa sul petto, col simbolo della Disciplina, che era il flagello delle cinque corde. Da principio la chiesa era ufficiata insieme dagli uomini e donne della Disciplina, ma quando, nel sec. XV, incominciarono a penetrare degli abusi e scorrettezze nei rapporti dei due elementi, la chiesa venne divisa in due piani: nel piano inferiore si radunavano gli uomini, in quello superiore le donne. La Disciplina era sempre unica, ma i due reparti avevano superiori propri e adunanze separate sotto la reggenza di un unico Minister, che spesse volte era lo stesso arciprete o un altro religioso. Dice il Rinaldi che l'oratorio inferiore era chiamato dal volgo il Carnerio, cioè il grande cimitero comune, nome assunto nel 1647, quando sollecitati da un quaresimalista domenicano gli iseani si diedero a dissotterrare le ossa di morti, specie a causa della peste del 1630, per deporle nella tomba preparata in questa chiesa. La quale venne poi chiusa, incamerata e trasformata dopo le soppressioni del 1797. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La chiesa di S. Stefano. Sorgeva dove ora è il santuario della Madonna della neve. Il Rinaldi erroneamente affermò «che vecchiamente fosse la prima Parrocchia d'Iseo» mentre non fu che la sede di una delle due diaconie della pieve, cioè la residenza di un diacono, che amministrava opere di beneficenza pubblica. Decaduto il capitolo plebanale e sciolta la sua antica costituzione, anche la diaconia di S. Stefano divenne un beneficio semplice. Per qualche tempo fu unito - come afferma il Rinaldi - al monastero cluniacense di Verziano poi fu dato al Capitolo della Cattedrale in commenda, la quale passò quindi - non sappiamo come - nella famiglia patrizia dei Lippomano di Venezia. Il beneficio aveva alcuni fondi a Iseo e a Provaglio e rendeva nel 1534 intorno a 30 ducati annui; in quell'anno lo possedeva già da molto tempo mons. Pietro Lippomano vescovo di Bergamo, ma la piccola chiesa era abbandonata e cadente. Nel 1623 l'aveva chiesta la Confraternita del SS. Sacramento per farne la sua sede e per mettervi un eremita, ma non ottenne lo scopo. Fu del tutto atterrata nel 1653 per far posto alla nuova e più ampia chiesa della Madonna della neve, nella quale a ricordo dell'antica chiesetta fu dedicato a S. Stefano un altare laterale. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Deposizione o Addolorata. Più che di una chiesa si trattava di una santella alquanto ampia. Sorgeva sulla Provinciale ed era di proprietà Bonardi. Venne demolita nel 1932, per allargare il Crocevia Lago-Lido e Polaveno. Nel 1960 c. venne ricostruita come santella. La piccola soasa racchiude un piccolo affresco di Angelo Inganni raffigurante una Deposizione proveniente da Covelo e forse da un mulino dato che la chiesa la definisce Madonna del Mulino. Nell'altare è stato inserito un simulacro di Legno di Cristo Morto proveniente dalla chiesa della Madonna del Mercato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Monumenti. Il monumento a Garibaldi, opera dello scultore Bordini di Verona, che l'aveva già predisposto per Livorno è considerato il primo dedicato all' &amp;quot;Eroe dei due mondi&amp;quot;. Il basamento venne costruito su tufo della Busa del Quai. Venne inaugurato l'11 novembre 1883. Tennero discorsi il sindaco Vacchelli, Gabriele Rosa, Giuseppe Capuzzi e Gonsildo Ondei. Due cose risultano discutibili: la scelta della piazza e le linee del basamento. Furono presenti 15 società operaie, 10 rappresentanze comunali, numerosi giornalisti. Il 17 ottobre 1982 il presidente del Consiglio Giovanni Spadolini scopriva una targa sul monumento a Garibaldi che suona: «1882-1982. Nel centenario della morte di Giuseppe Garibaldi, Iseo nel dare testimonianza dei suoi caduti garibaldini e di tutti i suoi figli che hanno partecipato alle campagne promosse dal Generale per l'unificazione della Patria Italia, ricorda che questo monumento fu il primo ad essere eretto all'Eroe dei due mondi, inaugurato l'11 novembre 1883». In piazza del mercato, davanti al lago, nel 1912 venne eretto un monumento a Gabriele Rosa dello scultore Ettore Ferrari. Misura m. 5,80 di altezza. Consta di un basamento in pietra bianca di Rezzato, collocato in uno spiazzo erboso. Dal basamento si innalza un piedestallo in marmo di Carrara con altorilievi raffiguranti la Libertà vittoriosa, la Fede, la Fermezza e lo Studio. Sopra il basamento il busto del Rosa. Sul basamento v'è la dedica: «A Gabriele Rosa / prigioniero allo Spielberg / che la Patria onorò / con l'impegno col carattere / col martirio sublime / i concittadini posero». Venne inaugurato il 15 sett. 1912. Il 14 marzo 1914 ad Ettore Ferrari il Consiglio Comunale di Iseo conferì la cittadinanza onoraria. Il 7 giugno 1909 venne inaugurato, sul lato sud del Mercato dei Grani, un busto ed una lapide a Zanardelli, opera dell'iseano Giovanni Asti. L'epigrafe venne dettata da G.C. Abba e dice: «Da questo palazzo del mercato / Come da casa di popolo / Dall'età dei comuni / La voce di Giuseppe Zanardelli / Suonò tre volte all'Italia nova / Grandi promesse / Libertà - Giustizia - Progresso / 1878 - 1892 - 1900». Il 27 giugno 1888 la Sezione Reduci delle Patrie Battaglie provvedeva a porre una lapide sull'osteria della Fenice, dove il 15 febbr. 1848 era stato innalzato il tricolore. Una Lapide a Battista Cavallini venne dedicata in via della Pieve nel giugno 1893. Lapidi ai caduti vennero poste in S. Maria del Mercato. Lo spostamento delle lapidi in occasione del restauro della chiesa provocò vive polemiche. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Economia. Fin dall'antichità, almeno dall'avvento dei Romani, Iseo costituì il centro più importante di smistamento dei cereali diretti in Valcamonica. Dell'ampiezza degli scambi vi è testimonianza in una lapide trovata durante i lavori di ampliamento della Pieve, che ricorda un &amp;quot;mercator&amp;quot; cremonese morto nel I secolo d.C. Tutto ciò venne favorito dai collegamenti affidati dapprima alla navigazione sul lago. Sviluppatasi, poi, la costruzione di viottoli, sentieri, vie molto strette e, dopo l'avvento di Roma (16 a.C.), di una strada vera e propria, sufficientemente ampia, i collegamenti vennero tenuti anche per via terra. Lasciata Brescia, tale via, attraversata la Franciacorta orientale, toccava l'Iseo per una decina di chilometri, passando per Martignago, Marasino ecc. per inerpicarsi poi a Croce di Marone, e discendere in Valcamonica a Biviata (oggi Beata) in Pian Camuno. Il Rosa accenna a vasti opifici, esistenti nell'epoca romana, a Iseo e Clusane, di mattoni, embrici e stoviglie. I traffici e l'attività economica in genere si rallentarono moltissimo durante il periodo barbarico. Poi il commercio si andò sviluppando sempre più, specie per i cereali, le castagne ecc. Numerosi i mercanti di pannilani e mezzilani, di lino e canapa, tra i quali alla fine del sec. XV vi erano anche i Bonvicini scesi da Ardesio che poi si stabilirono in Rovato e tra i quali si distinse il celebre Moretto. I mercanti d'Iseo frequentavano, soprattutto, le fiere di Cremona e Verona. Il Rossi definisce &amp;quot;grossissimo&amp;quot; il mercato d'Iseo e la sua importanza fu tale che Brescia cercò di farlo chiudere, tentativo respinto nel 1562 dallo stesso Consiglio dei Dieci. Per il mercato vi erano uffici particolari nel luogo chiamato Mercanzia, dove la Repubblica veneta fece aprire nel 1579 un &amp;quot;tesone&amp;quot; per ospitare le pecore di transito, poi chiamato Salnitro perchè vi si preparava il nitro per la polvere pirica. La decadenza dell'importante via di comunicazione, dovette essere rapida se nel sec. VI, come vuole la tradizione, il vescovo di Brescia S. Vigilio fuggendo ai barbari credette opportuno rifugiarsi a Iseo, dato che per la pessima viabilità, era diventato quasi inaccessibile alle carovane militari. «La trasformazione, ha scritto Giuseppe Vitali, dell'economia iseana mediante il passaggio dall'industria «domestica» a quella «urbana», procedette per gradi favorita nei secoli VIII/IX dai grandi monasteri bresciani, quindi dalla diffusione dei cenobi cluniacensi che svolsero un'azione concomitante a quella della Pieve. Ovviamente non si ebbero mutamenti radicali. E l'economia mantenne carattere «domestico». Ma l'innovazione fu tutt'altro che trascurabile e fece si che a poco a poco crescesse l'insofferenza verso un sistema economico chiuso in se stesso. In tal modo si posero le premesse per un sistema di traffici più articolato, con un processo graduale ed irreversibile che giunse a maturazione nel tardo '300. Comunque, attorno al 1000 gli effetti dell'evoluzione in atto erano manifesti ed Iseo andava assumendo un ruolo di spicco negli scambi commerciali fra la Valle e la Pianura». Il mercato e il porto, già attivi nel Mille, diventano i caposaldi dell'espansione economica, messa a dura prova dalle estenuanti lotte fra i liberi comuni e l'imperatore e fra guelfi e ghibellini. Nel sec. XIII si intensificò anche il commercio del legname. Brescia, infatti, teneva a Iseo un massaro per ricevere dal console i tronchi di Montecchio, inviati dal probiviro di Montecchio per mezzo di zattere che scendevano dall'Oglio. Nel sec. XIV l'economia da &amp;quot;domestica&amp;quot; diventa sempre più economia di scambio, fondata sull'aumento della produzione e sulla conquista di nuovi mercati. A mortificare tale slancio subentrò una sempre più grave pressione fiscale da parte dei Visconti e del Malatesta. Venezia, pur mantenendo tasse e dazi, cercò di favorire il commercio con privilegi e Iseo conobbe sotto la Serenissima momenti di grande prosperità. Al contempo si sviluppò l'industria estrattiva e dei pannilana. Il '500 con le nuove guerre dei primi due decenni e il ripetersi di pestilenze segnò una seria recessione economica che venne superata agli inizi del '600, come confermano il catastico del Da Lezze e le pagine di p. Rinaldi. Progressi l'economia iseana segnò anche agli inizi del '700, dovuti ai commerci di biade, dei pannilana, e all'industrializzazione della trattura della seta. La stima edita per ordine del capitano e vice-podestà Francesco Grimani nel 1764, fornisce, accanto alle informazioni di carattere demografico e relative al clero secolare e regolare, ragguagli sulle «persone industriose», sulla consistenza del patrimonio zootecnico, sulle attività artigiane esercitate nella borgata. Gli «occupati» erano 426 di cui 171 agricoltori, 18 negozianti e bottegari, l'armaiolo d'arma da fuoco, 235 artigiani ed altri manifattori, 1 mulattiere. Fra le piccole industrie artigiane si segnalavano 2 filatoi, 5 molini, 1 frantoio per le olive, 3 telai di seta e bavella, 6 di lino e bambace, 22 di tela, 3 tintorie. Nonostante la crisi generale dell'economia della Serenissima, Iseo superò le gravi difficoltà mantenendo intatta la propria attività commerciale e industriale. In espansione ancora alla metà dell'800, raggiungeva poi nella seconda metà quello che il Vitali ha definito il boom economico. L'agricoltura ha avuto ad Iseo le sue espressioni più concrete soprattutto nella coltivazione degli olivi. In auge fu anche la viticultura. Iseo divenne nei primi anni del 1900 centro di propaganda per la lotta contro la filossera della vite. Corsi di enologia vennero ripresi nel 1981. Rilievo ebbe la mostra dei vini DOC della Franciacorta che si tenne ad Iseo dal 25 al 31 giugno 1982. Conosciuta da secoli ed apprezzata fu la grappa detta delle Grazie o di S. Paolo. L'allevamento avicolo ha avuto i suoi pionieri nei coniugi Zatti che negli anni '50 acquistarono un'incubatrice capace di 2 mila uova di razze pregiate. Anticamente era sviluppato anche l'allevamento ovino e nel 1600 le pecore allevate erano 400. L'introduzione della gelsicoltura nel 1606 alla Casella di Iseo, potenziò la produzione e la lavorazione della seta. La prima filanda fu quella che Andrea Bordiga avviò prima del 1750 e che nel 1768 era dotata di tre telai per seta. Nel 1846 su 350 bacinelle per la trattura della seta esistenti sul Sebino 150 erano a Iseo nelle filande Bordiga, Bonardi e Bergomi. Seguono nella seconda metà del sec. XIX le filande a vapore Formenti (1863) con 50 bacinelle, Bonomelli (1869) con 65 bacinelle, Guerini (1871) con 65 bacinelle e in seguito Giuseppe Erba. La filanda Andrea Formenti, in via Canapo, passò poi al nipote Cesare Filippini che la ricostruì nel 1901 e rimodernò nel 1925. Lo stesso cav. Filippini aprì altra filanda in via Duomo (all'angolo di piazza Statuto), acquistata nel 1923 e rimodernata nel 1925. Entrambe avevano nel 1929 132 bacinelle e occupavano 100 operaie. Una filanda di Enrico Cova era ancora aperta nel 1929 a Pilzone. Nel 1938 un violento incendio distruggeva la filanda Luigi Filippini, ma in compenso, due anni dopo, la stessa filanda acquistata da Pasquale Membri veniva ampliata. Venne chiusa nel 1973. Le mandrie esistenti sui monti contermini e soprattutto il mercato ovino, molto antico a Iseo, assieme all'abbondanza di cortecce per concia sia in Franciacorta che sulle pendici del Guglielmo favorirono fin dall'antichità la concia delle pelli, da qualcuno considerata la più antica di Iseo. Nel 1929 erano attive a Iseo e producevano cuoio da suola e vacchette cerate e naturali, le concerie di Battista Biemmi, e di Bruno Ghidini in via Campo, di Giuseppe Nulli a Covelo, di Isideo Pezzotti in via Duomo. Assorbivano una sessantina di operai. A Iseo esistettero anche fabbriche di corde da bucato fatte con cortecce di tigli. Per alcuni secoli funzionarono in via Mirolte fucine e forni dove si lavorava rame della Val di Scalve e ferro del Guglielmo. Ricchi, grazie alla costituzione geologica del terreno, i dintorni di Iseo, di pietra per gessi e calci ecc. Sembra che già in epoca Romana, esistesse, sul monte S. Martino, un forno per calce. Altri forni sorsero in seguito. La calcina di Iseo venne, come risulta da un documento del 1516 del provveditore Trevisan a Brescia, preferita per quantità e qualità. Tale calce venne usata in tutte le costruzioni di Iseo. Calce grassa da fabbrica e per l'agricoltura venne cavata dalle alture di Iseo, gessi per muratori stuccatori pittori ecc., solfato di calce, gesso per concime, gesso alabastro tipo Parigi, vennero prodotti a Iseo dallo &amp;quot;Stabilimento della Società Anonima Gessi del Lago d'Iseo&amp;quot; (v.). I Rossetti tennero una fornace a Castro per macinare e cuocere il gesso di Volpino. Nei primi decenni del secolo funzionavano a Iseo, per la fabbricazione di cemento, le ditte Giovanelli, Pezzotti, Barbieri e Pigliardi. Nel XIV secolo a Iseo si fondeva e si lavorava il ferro proveniente dalle cave del Guglielmo, del monte di Iseo e di Clusane. In via Mirolte funzionava un forno fusorio sabbatino e ivi pure nella stessa epoca, si lavorava il rame che si estraeva in Val di Scalve e dalle montagne di Pisogne. Di grande importanza furono, specie nella seconda metà del sec. XIX, i giacimenti di calcare liassico di Montecolo a 2 Km. a nord di Iseo, che la Società austriaca delle ferrovie del sud sfruttò a partire dal 1856 per ricavarne, nello stabilimento costruito a Palazzolo, la calce idraulica. Il sottosuolo iseano, formato da terreno alluvionale e perciò poroso e permeabile, diede sempre ottima argilla e terracotta che bene si accompagnò al quarzo della Vallecamonica. Iseo ebbe fornaci fin dall'antichità e specie nel sec. XV in via Fornaci, oggi via Campo, verso la torbiera, dove esistettero anche fornaci per vetri. Fino al sec. XVIII, scrive il Rosa, esistette anche una fabbrica di stoviglie prodotte con argilla, caolino e col quarzo. P. Fulgenzio Rinaldi scrive di fornaci di vetro, di coppi, di mattoni, di vasi di terra presso Porta di Campo di Iseo, e &amp;quot;non mancavano, continua, anco quelle da calsina, quali però sparse per il monte&amp;quot;. Fin dal 1774 veniva scavata torba, che il Pilati sperimentava, con buoni risultati, per la trattura della seta nella filanda Nulli. Esentata di dazio con decreto del 9 agosto 1808 veniva usata nella fabbrica di falci di Castro. La vera escavazione iniziò nel 1830 per iniziativa di Francesco Nulli, avvantaggiata nel 1830 dai brevetti degli ing. Moro e Ceriani. Più tardi l'ing. Pedrali apriva in Cologne uno stabilimento per la lavorazione della torba. Francesco Nulli riprendeva l'escavazione di torba nel 1830. Nel 1862 nasceva la &amp;quot;Società delle torbiere iseane&amp;quot; che nel 1893 scavava centomila quintali di torba circa l'anno. Il 7 luglio 1867 veniva varata una «macchina di ferro galleggiante spappolatrice» della torba stessa e nel 1874 si scavavano da 50 quintali a 80.000 quintali di tale materia. Nell'aprile 1897 da Andrea Formenti venne installata nelle cave una turbina idrovora del sistema Ridder per estrarre dalla torba acqua per lo stendaggio della torba. Alla Società delle Torbiere, subentrò nel 1912 l'ing. Andrea Zuccoli che riuscì a rilanciare la produzione, la quale si esaurì negli anni '20 del sec. XX. Con lo sviluppo dell'economia e del commercio dopo l'unificazione d'Italia si ampliò anche il credito con l'apertura nel 1863 di una filiale della CARIPLO, cui si aggiunse la filiale della Banca Popolare di Brescia e nel 1896 la Banca Sebina. Nel 1950 venne fondata la S.p.A. Montecolino per la filatura e tessiture. La ditta entrò in crisi nel 1980. Negli anni cinquanta si svilupparono la Meccanica ing. Rizzi. Nel 1963 la Niggeler e Küpfer aprì la filatura di Pilzone per titoli fini, ampliata poi nel 1969. Nacque in seguito la Resinex andata in crisi nel 1983. A questi complessi si affiancano alcune aziende meccaniche (mollificio, officine meccaniche di alta precisione, fabbrica di arredi metallici ed altri), un cantiere nautico, alcune industrie di acque gassate ed imprese per la costruzione di solai prefabbricati. Sviluppato è anche l'artigianato in massima parte complementare all'industria. Iseo è anche affermato centro turistico fornito di adeguate attrezzature ricettive. L'agricoltura, attività ormai secondaria, dà in prevalenza uva (vino tipico «Franciacorta»), cereali e foraggi. Praticato è anche l'allevamento avicolo. L'attività industriale è stata tuttavia, dagli anni '50 in poi, soverchiata per importanza da quella turistica, grazie al miglioramento delle attrezzature e all'attività promozionale. Specie dal 1952 si andò registrando un continuo aumento di presenze che dalle 5906 di tale anno passarono a 13.916 nel 1953, 15.143 nel 1954, 20.653 nel 1955, 25.000 nel 1956, 30.860 nel 1957. Nel 1958 Iseo offriva 2 alberghi di 3 cat., 4 di 4a categoria, 10 locande, 5 campeggi. Importanza sempre maggiore ha acquistato il mercato. A metà del sec. XIX venne aperto il mercato delle biade, per il deposito e per l'essicazione dei grani. Ma già nel 1878 il mercato languiva, come la Società del mercato, creata per l'esercizio del mercato stesso. Nel 1850 infatti nasce la società mercato grani che provvede alla costruzione, terminata nel 1854, di un grande mercato nell'edificio che oggi ospita il Municipio. Da Iseo salivano ogni anno 200.000 ettolitri di mais e frumento, a cui vanno aggiunti altri prodotti cerealicoli. Di questi 60.000 vengono contrattati sul mercato iseano. Nel 1857 prenderanno la via della valle 2.644 sacchi di granoturco, 4.416 di frumento. Nel 1874 si contratteranno 1.200 quintali di fieno, 1.000 di patate e 20.000 di castagne». Nel 1886 il Rosa scriveva: «Per Iseo passano annualmente duecentomila ettolitri di grano che il bacino del lago, dell'Oglio e del Serio superiore attirano dal piano bresciano, dal mantovano, dal cremonese. Ci passano anche, mediamente, ottantamila ettolitri di vino, e per bacini medesimi, dai quali scendono in cambio centomila quintali di ghise, acciai e ferri, quarantamila quintali di castagne ventimila di legnami, tremila di vimini, sessantamila di gessi e quarantamila capi di bestiame di varie qualità, per dirigerne una quarta parte verso la Bergamasca allo sbocco del lago di Sarnico». Nel 1850 vi si teneva mercato il martedì e il venerdì e la fiera il 5 agosto. Nel 1888 veniva programmata una mostra di caccia e di pesca. Per favorire la vendita di pesce, dal giugno 1935 venne organizzata a Iseo la giornata del pesce. Nell'agosto dello stesso anno vi si tenne la prima giornata della frutta. Antica (sembra risalire al 1400) la fiera dell'agnello che si tiene il venerdì Santo. Fu sempre particolarmente affollata con mostra di pecore, tiri a segno, giocolieri, bazar ambulanti, esposizioni di carni nelle macellerie. Seguita dal 1973 la fiera della Caccia con due settori: uno riservato ai cani, l'altro agli uccelli da richiamo ed esotici, alle reti ed a tutti gli accessori. Mostre enogastronomiche vennero organizzate a partire dal 1981 nel castello di Iseo. Dal 1981 si tiene il mercatino o &amp;quot;Mercato-fiera delle cose vecchie&amp;quot; fissato al terzo sabato di ogni mese.&lt;br /&gt;
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Il porto. Antichissimo il porto di Iseo, rifatto e potenziato poi sempre più. Il porto era frequentato nel 1850 da 250 barche da carico, oltre il battello a vapore. Il porto di Iseo acquistò maggiore importanza con la creazione della ferrovia Brescia-Iseo e venne elevato con R.D. 5 maggio 1887 alla seconda classe dei porti marittimi. Per una spesa di 105 mila lire venne progettato nel 1886 un molo collegato con lo scalo ferroviario, così da internarsi nel lago per 37,69 m. Il porto, classificato con R.D. 5 maggio 1889 nella 2a classe, serie 2a della II categoria, era costituito da una piccola insenatura aperta a nord-ovest, munita di 3 piccoli pontili di 14 m. di lunghezza, da una banchina di riva, posta a nord dell'insenatura lunga 38 m. denominata Molo della Quadra. Le 34.392 t. di merci sbarcate e imbarcate nel 1896 salirono a 43.479 nel 1904. I 40.440 viaggiatori arrivati e partiti nel 1896 salirono nel 1904 a 186.032. Nel 1909 veniva programmato un porto nuovo, ma non venne realizzato. Nel 1912 era, fra tutti i laghi italiani, quello che aveva il maggior traffico e i migliori commerci. Un nuovo progetto per una ristrutturazione e potenziamento venne sottoposto nel febbraio 1912 alla Commissione Centrale dei Porti. Nel 1931 aveva raggiunto un traffico di 400 mila tonnellate.&lt;br /&gt;
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Sport. Tra gli sport più antichi fu il gioco della palla. Fra i primi sport recenti di notevole successo fu il Tiro a segno che allineò sempre un nutrito gruppo di campioni fra i quali Ludovico Nulli più volte campione d'Italia e terzo alle Olimpiadi di Stoccolma del 1929; Giovanelli, Pasinelli, Mariuccia Nulli Antonioli, Rosa Archetti, Cervi. Molto attiva intorno al 1924-1925 la Unione Sportiva Pro Iseo che l'11 ottobre 1925 inaugurava il gagliardetto e organizzava, per merito soprattutto di Federico Leone e di Franco Uberti, riuscite gare ciclistiche, podistiche, di marcia, di motori fuori bordo, di barche da pesca. Nel 1946 nasceva l'Orsa Iseo, una squadra di calcio che conquistò numerosi successi e che venne poi rinnovata per il campionato 1981-1982, passando in Seconda Categoria. Il ciclismo si diffuse negli anni '30. Il Gruppo sportivo del Dopolavoro di Iseo organizzava per il 17 luglio 1932 il primo circuito della Franciacorta. Il 16 luglio 1978 veniva corsa a Iseo la prima prova del Palio dei &amp;quot;naecc&amp;quot; del lago d'Iseo, vinto da un equipaggio di Clusane. Sempre più addestrato l'equipaggio delle bisse &amp;quot;La Clusanina&amp;quot; che si impose nel 1982. Il 9 ottobre 1978 si tenne la &amp;quot;festa dello skate board&amp;quot; organizzata dallo Sporting club di Iseo. Nel gennaio 1982 veniva inaugurato il nuovo palazzetto dello sport del Centro Olimpia con campi di pallacanestro, di tennis, di pallavolo, tribunette ecc. Vi esiste anche un Karate sporting club ed attivo il &amp;quot;Ferrari Club&amp;quot; e altri. Diffuso l'alpinismo. Nell'aprile 1977 veniva inaugurata sopra la Buca del Quai una palestra di roccia del Cai di Iseo, Marone e Coccaglio, alta 60 m. e chiamata per le sue caratteristiche la Piccola Grignetta. Nel 1980 il CAI costruiva un rifugio alle pendici della Concarena intitolato a Iseo. &lt;br /&gt;
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Personaggi. Fra i più illustri iseani compaiono, fra i primi, i francescani fra Bonaventura di Iseo (ministro provinciale dal 1225 al 1256 filosofo, teologo e alchimista naturalista) e fra Giacomo da Iseo, considerato fra i fondatori, con S. Francesco, del francescanesimo, ministro provinciale e miracolato sulla tomba di S. Francesco nel 1230. Di Iseo fu p. Fulgenzio Rinaldi (sec. XVIII) autore dei &amp;quot;Monimenti istorici dell'antico e nobile Castello di Iseo&amp;quot;. Paleografo di valore fu don Pietro Voltolini (1732-1788) parroco di Cemmo, compilatore degli annali di Iseo, Pezzaze e Pisogne. Studioso e poligrafo instancabile, oltre che politico illuminato, fu Gabriele Rosa. Giornalista molto noto a Brescia e in Argentina, fu Basilio Cittadini di Pilzone. Fra gli scrittori più recenti sono da ricordare: Antonio Archetti, autore di numerosi versi, Michele Rinella, pubblicista, don Peppino Tedeschi, direttore per molti anni della &amp;quot;Voce del Popolo&amp;quot; e di &amp;quot;Madre&amp;quot;, pubblicista e conferenziere popolare, il cappuccino p. Ezechiele da Iseo, autore di opere storiche. Tra i pittori: i Voltolini, Giacomo Rossetti, Giuseppe Zanetti. Musicisti di valore furono Uriano Fontana, direttore dell'Opera di Parigi, e il fratello Oreste, che fu anche coraggioso patriota. Fra i militari si distinsero i generali Angelo Fontana (v.) e Federico Rossi. A Iseo nacque nel 1848 mons. Pietro Trabattoni, trasferitosi nel Lodigiano e avviato alla gloria degli altari. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
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Arcipreti. Lanfranco (1182-1192), Corrado Ugoni (1244-1275), Bonaventura de Solaciis (1340), Arico o Enrico (1353), Antonio da Todi (1373), Francesco da Parma (1377), Francesco da Cremona (13 -1382); Francesco Mutti da Gromo (di famiglia bergamasca stabilita a Iseo) (1382); nob. Pietro Oldofredi di Iseo (1451...), Marco Cropelli di Iseo (1475), Carlo Valgulio di Brescia, protonot. apostolico (15...), ammazzato a Brescia il 7 gennaio 1517); Tito Pierino de Aliprandi di Iseo (.... + settembre 1591); Marco Cornaco di Venezia (Proton. Apost., semplice chierico e poi arcivescovo di Spalato nom. 16 ott. 1531, rinunciò il 4 dic. 1553), card. Luigi Cornaro, cugino del preced., (10 gennaio 1554 - rinuncia nel 1566 in ossequio ai decreti del Concilio di Trento); nob. Giampaolo Tiberi q. Francesco (1566 - rinuncia nel sett. 1594); nob. Francesco Pace (21 ott. 1594 - + agosto 1598); Marc'Antonio Marterelli (1599-1615); Bartolomeo Ghidoni di Iseo (17 febbr. 1616 - 31 luglio 1630); Giovanni Maria Macario di Lovere (12 giugno 1631 - luglio 1635); Giovanni Giorgi o Zorzi, di Valcamonica (25 luglio 1635, rinunciò subito); Marco Rossi d'Iseo (26 maggio 1637 - 5 nov. 1661); Tommaso Zanetti di Provaglio d'Iseo (19 dic. 1661 - rin. nel 1696); Antonio Angari di Castelcovati (3 luglio 1696 - 13 nov. 1727); Giambattista Lussignoli di Erbusco (1 marzo 1728 - 3 nov. 1765, &amp;quot;in fama sanctitatis&amp;quot;); Angelo Maria Rubini di Brescia (25 gennaio 1766 - + 16 agosto 1800); Bartolomeo Vitali di Palosco (24 ottobre 1802 - rimosso nel 1824); Antonio Riccardi di Ardesio (Bergamo) (20 giugno 1824 - rinunciò nel 1832); Vincenzo May di Travagliato (17 giugno 1842 - 12 luglio 1867); Pietro Ronchi di Goglione (12 nov. 1867 - 20 maggio 1882); Santo Losio di Gambara (12 agosto 1882 - non potè entrare in parrocchia e nel 1886 fu promosso prevosto di S. Alessandro in Città; Paolo Micanzi di Passirano (16 nov. 1886 - 3 nov. 1909); Raffaele Schivalocchi di Bagolino (3 agosto 1910 - + 1 marzo 1951); Luigi Falsina di Castegnato, proveniente da Passirano - (1951 fino al 1976); Graziano Montani (1976-1983) che si trasferisce a Nave); don Abramo Putelli proveniente da Gambara (dal 1983).&lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
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		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

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		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=SANT%27EUFEMIA_della_Fonte&amp;diff=105659</id>
		<title>SANT'EUFEMIA della Fonte</title>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''SANT'EUFEMIA della Fonte (in dial. Santafemia)'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Frazione della città di Brescia e comune autonomo fino al 1928, parrocchia dedicata a S. Maria ad Elisabetta è situata a 3,5 km. ad E della città, a m. 134 s.l.m. Ha un territorio di kmq. 10,5. Si trova ai piedi dei Ronchi e della Maddalena, agli inizi di una zona marmifera in cui predomina la &amp;quot;corna&amp;quot; e che si spinge in direzione E fino a Gavardo. Il territorio bagnato dal Naviglio Grande è noto da secoli per una sorgente di acqua purissima che dal 1862 diede il nome, anche per distinguerlo da altre località dedicate a S. Eufemia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
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&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
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ABITANTI (Santeufemiesi, nomignolo &amp;quot;Laandér&amp;quot;): 350 nel 1493, 1038 nel 1566, 890 nel 1610, 1200 nel 1648, 1457 nel 1701, 1232 nel 1760, 1533 nel 1775, 1361 nel 1791, 1301 nel 1805, 1539 nel 1819, 1640 nel 1835, 1800 nel 1848, 2100 nel 1858, 2550 nel 1868, 2340 nel 1875, 1887 nel 1898 e nel 1908, 3150 nel 1913, 4500 nel 1926, 5030 nel 1930, 5500 nel 1936, 5000 nel 1949 e nel 1963, 4391 nel 1971, 4315 nel 1981, 3660 nel 1991, 3558 nel 1997. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alcuni studiosi propendono a far passare dove è l'attuale S. Eufemia una pista preistorica e poi cenomana divenuta poi una via militare, l'importante Via Emilia o Gallica, di grande rilievo per congiungere Brescia e Verona. L'importanza assunta dalla strada che fu poi chiamata regale, come anche la ricchezza di fattori naturali economici, fecero sì che la località fosse ampiamente conosciuta in tempi molto remoti. A parte i due nuclei preistorici venuti alla luce nel maggio 1994 a S della ferrovia Milano-Venezia, nella zona di San Polo (da sempre considerata legata a S. Eufemia) (v. San Polo) a O della frazione vennero rinvenuti nel 1851-1852, i resti di un insediamento preistorico e particolarmente un fondo di capanne, frammenti di ceramica e due punte di selce. E certo molto di più si potrebbe scoprire ai piedi della Maddalena e dei Ronchi. Ancor più di grande rilievo sono stati i ritrovamenti dì epoca romana. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel territorio di S. Eufemia infatti sono venute alla luce una trentina di are, di epigrafi ecc., una decina delle quali dedicate a Mercurio lungo la via cosiddetta regale, una a Ercole, una a Iside. La presenza delle molte dediche a Mercurio ha fatto pensare all'esistenza di un importante mercato al quale convergevano abitanti di Brescia, della Valsabbia e della Riviera del Garda. Sono state trovate inoltre strutture murarie di età romana e più precisamente i resti di una edicola (ipotizzata di oltre 8 metri di diametro) interpretata da Mirabella Roberti e da Garzetti come pertinente ad un santuario suburbano, dedicato a Mercurio da un romano di origine cenomana, primo figlio di Cariassi. Resti di un muro e di un fondo stradale databili in età romana furono scoperti nel 1945 assieme a due are votive dedicate a Mercurio. Di notevole interesse anche le tombe trovate sul territorio: una a cremazione scoperta nel 1834 lungo la &amp;quot;via regale&amp;quot; con olla vitrea, un anello d'oro con incastonata una corniola sulla quale è incisa una baccante; le altre, pure a cremazione, rinvenute nel 1934, con balsamari in vetro, lucerne, lucernette, due monete di Augusto, ecc. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lungo la linea ferroviaria Milano-Venezia, sempre in territorio di S. Eufemia, nel 1980 vennero scoperte tre sepolture tardo antiche o altomedievali. Il territorio dovette subire devastazioni e periodi di abbandono durante le invasioni barbariche dato che non vi sono stati trovati segni di presenza longobarda o di periodi seguenti. Nel frattempo era entrato a far parte del &amp;quot;territorium civitatis&amp;quot; che aveva come epicentro la pieve cattedrale. Gran parte del demanio pubblico passò al vescovo di Brescia, diventando luogo di caccia ai piedi del Monte Denno (cioè del &amp;quot;monte del signore&amp;quot;) poi diventato Monte Maddalena. Infatti la località venne chiamata cazia, caza o anche casa ferrea. In un documento del 961 figura infatti un teste Martino q. Roperti &amp;quot;de vico caza ferrea&amp;quot;. Come sottolinea A. Gnaga anche in altri documenti riguardanti il monastero si trova: in an. 1037 «terra monasteri S. Eufemie et fontana que nomenatur Casaferrea», an. 1038 «monasterio S. Euphenie V. sito latere monte q. Cazaferio dicitur», an. 1038 «monte Casofero e... locus Cazaferia». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questo nome non compare più nel 1085 «monasterio sce. Eufemie que est constructum iuxsta monte Dignum». Sempre secondo Gnaga &amp;quot;Casa ferrea&amp;quot; avrebbe indicato probabilmente la casa-bottega di un maniscalco o fabbro (ancora oggi detto in dialetto lombardo fèrè, frér) mentre più verosimilmente si riferiva a caccia a fiere dato che lupi e orsi proliferarono per secoli sulla Maddalena. Forse all'epoca delle ultime invasioni barbariche venne eretto un castello cui accenna da Piacenza Innocenzo II nel suo breve del 13 giugno 1132 assieme alla cappella di S. Maria. Nel sec. X il vescovo ebbe dai Franchi in donazione possedimenti a S. Eufemia oltre che a Bagnolo e Mompiano. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Territorio desolato dalle invasioni barbariche, abbandonato dalla popolazione, ridiventato luogo di paludi e di selve ma sempre polmone verde della città, diventò sede di un importante monastero. Infatti fra paludi e selve, chiamate &amp;quot;cacia foris&amp;quot; o &amp;quot;cazza foris&amp;quot; nel senso di luoghi di caccia, superate le ultime invasioni barbariche e le grandi paure dell'anno mille, nell'alveo della incipiente grande riforma della Chiesa e, al contempo, di una pressante ripresa economica e sociale, il vescovo Landolfo II fondava a S. Eufemia tra il 1008 e il 1030 (le date indicate sono 1020, 1022 ecc.) un monastero posto sotto la regola benedettina. Nella fondazione, favorita dal clima creato dalla politica di Enrico II, il santo imperatore, sostenuta altresì dal fratello del vescovo Landolfo, l'arcivescovo di Milano, di sostegno ai monasteri si è voluto vedere un contraltare creato dal fondatore al monastero di S. Faustino allora in grave decadenza. Per dotare il monastero di beni Landolfo compera nel 1019 beni in Botticino che dovrà poi più tardi difendere chiamando in causa il 3 agosto 1024 l'imperatore Enrico II in persona, avendo egli come consigliere l'abate vescovo S. Gottardo. Nel 1022 il vescovo Landolfo faceva trasportare da S. Fiorano sui Ronchi il corpo di S. Paterio, che venne sepolto nella cripta da poco costruita. Nella stessa cripta accanto a S. Paterio verrà sepolto il vescovo Landolfo sulla cui tomba verrà posta la seguente epigrafe: «Praesul Landolfus Pater Almus... / et Huius Chenobi / Cripta hic iacet exigua» e cioè «Il Vescovo Landolfo / Padre che ci nutrì e diè vita a questo cenobio / in questa umile cripta fu sepolto... il 26 aprile 1030». Dedicato come molti monasteri benedettini a S. Pietro verrà poi dedicato a S. Eufemia invocata contro gli assalti di orsi e lupi, frequenti allora sulla Maddalena. La festa più solenne venne fissata al 22 febbraio, dedicata alla Cattedrale di S. Pietro e ricordata nel Sacramentario della Basilica come Cattedra di S. Pietro apostolo unita a quella di S. Paterio vescovo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Morendo nel 1030 il vescovo Landolfo aveva già dotato il Monastero, di cui egli stesso era anche abate, di circa 700 jugeri di terra valutati oggi circa 1750 ettari, da lui comperati con 400 libbre d'argento, terreni giacenti specialmente nei territori di Botticino, Rezzato e contermini. Il monastero si rafforza poi sempre più nei territori vicini e cioè verso Castenedolo, spingendosi verso i laghi di Garda e d'Iseo, in Valtrompia e in Franciacorta (Nigoline, Ome, ecc.). Nel maggio 1038, grazie ad un atto di permuta con il vescovo Ulderico, S. Eufemia cede beni a Carcina, Villa, Semenzaria, Cogozzo e ne acquista a Gardone, Inzino e nella città stessa. Nel giugno seguente una nuova permuta di beni ha luogo fra l'abate Gisalberto e Otta, badessa di S. Giulia. Qualcuno attribuisce al monastero lo scavo del canale Naviglio; si pensa più realisticamente che i monaci lo migliorarono servendosene per più facili trasporti per via d'acqua. È così che il Monastero è, nel 1071, interessato anche al portizolo di S. Polo in prossimità delle sablonere. L'espansione economica continua lungo tutto il sec. XI e viene valutata a 17 kmq. la prima espansione territoriale del monastero comprendente S. Eufemia, Botticino, Rezzato, Virle, Mazzano, Castenedolo. Nel marzo 1085 le proprietà monasteriali si allargano a Toscolano e a Gardone Riviera, mentre compare fra esse una chiesa di S. Nicola costruita nel monastero stesso. Per la prima volta, nel 1102 compare nella storia del monastero l'ospizio e la chiesa di S. Giacomo di Castenedolo che nel 1120 sarà consacrata dal vescovo Villano. Del tutto fantastica la notizia raccolta anche da Carlo Cocchetti secondo la quale il monastero di S. Eufemia fu incendiato da Leutelmo (1109) e dieci anni dopo come quello di Leno, fu preso sotto la protezione della repubblica Bresciana, essendo consoli Ardiccio degli Aimoni e Sibello della Noce (1119).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sempre più evidente invece la protezione dei Sommi Pontefici. Di capitale importanza, infatti, è la bolla di papa Callisto II del 10 febbraio 1123 che, confermando al monastero il possesso dei beni acquisiti, lo prende sotto la protezione della S. Sede &amp;quot;assieme a tutti i beni che verranno in seguito&amp;quot;. Indipendenza e beni vengono poi confermati da una bolla firmata a Piacenza il 13 giugno 1132 da papa Innocenzo II. Lo stesso Papa, durante una sosta a Brescia, manda a S. Giacomo di Castenedolo il proprio legato, card. Anselmo, che concede per la festa del santo privilegi ed esenzioni che verranno poi confermati da Alessandro III nel 1170. Un nuovo privilegio viene concesso da Lucio II tra il 1144-1145 mentre Eugenio III, che verosimilmente visita anche il monastero, il 5 settembre 1148 da Leno conferma le proprietà del monastero su Caionvico, con terreni un tempo del monastero di S. Faustino. Nel 1166 sul monastero e sul borgo incombe la presenza e la minaccia del Barbarossa che stringe d'assedio Brescia. Ma l'ascesa in importanza del monastero prosegue con nuovi privilegi e conferme anche di decime da parte di Urbano III con bolla del 10 agosto 1186 da Verona che enumera beni monasteriali a Rezzato, Calcinato, Cazzago, Castenedolo, Folzano, Ome, Brescia e Chiusure, Iseo e il porto di Vello dove l'abate tiene una piccola flotta battente bandiera propria. Ma il monastero nel 1200 avrà proprietà anche in Valcamonica a Pontasio, Borno, Niardo, Losine, Ono S. Pietro, Paspardo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Molti di questi beni sembrano derivare da un'imponente eredità della famiglia Feroldi. Il monastero è inoltre sempre più presente, con una permuta di beni tra terreni di Pedergnaga con altri a S. Pietro in Mavino del 26 marzo 1196 sul lago di Garda. Ma, come hanno sottolineato G.C. Piovanelli e E. Puddu, paradossalmente proprio nel periodo di maggior espansione il monastero entra, come altri del resto, in una crescente crisi. Come rileva Edmondo Puddu: «Continua in parte l'espansione territoriale dell'abbazia, ma alla fine di quel periodo una crisi economica costringe i monaci a vendite e permute di beni per pagare i titolari di prebende (in genere chierici rampolli di nobili famiglie) e di uffici vari (probabilmente castaldi o fattori addetti all'amministrazione dei beni avuti in donazione sparsi per la diocesi)». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La vicinanza con Brescia e la posizione strategica delle strade principali fecero sì che S. Eufemia venisse coinvolta in momenti storici critici per il passaggio continuo di eserciti che andarono via via infittendo dal sec. XIII in poi nelle guerre fra i comuni di Verona e di Brescia e poi tra la Repubblica Veneta e il Ducato di Milano. Nel 1218, in particolare, vi avrebbe soggiornato Ezzelino da Romano. Nel frattempo l'interesse di grandi famiglie nobili (Ugoni, Confalonieri, Poncarali) e di famiglie della nuova borghesia manifatturiere (i Ganassoni, i Mazzola, i Vergine, ecc.) ridussero i beni del Monastero frenati soltanto ma non arrestati da interventi pontifici quali quelli di Gregorio IX del 1236 e di Innocenzo IV del 1251 mettendo in crisi il prestigio del monastero che con arbitrato del vescovo Berardo Maggi del 25 febbraio 1275 perse inoltre il vassallaggio su Rezzato. L'equiparazione nel 1309 della dignità dell'abate con quella dell'abate di S. Faustino non mette al riparo il monastero da nuove crisi, indotte anche da avvenimenti di più ampia portata, quali l'assedio nel 1311 a Brescia di Arrigo VII durante il quale combattimenti e saccheggi colpiscono il monastero e la zona. Tali fatti spinsero l'abate Inverardo Confalonieri, che pur si nominava anche conte di S. Eufemia e di Rezzato, ad acquistare nel 1231 per maggiore sicurezza la casa degli Umiliati dei S.S. Simone e Giuda nei pressi di porta Torlonga in città acquisita poi definitivamente nel 1381. Oramai il monastero è in piena decadenza, tanto che il vescovo Bernardo Tricarico si sente in dovere di minacciare di scomunica l'abate per vendite ingiustificate e arbitrarie lamentando per di più che l'abate stesso e i sei monaci del monastero non osservino le regole e non portino nemmeno il saio. I documenti riguardanti il monastero riguardano ormai solo affari economici e specialmente l'utilizzo delle acque della Seriola e del Naviglio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per le bocche di questi corsi d'acqua nel 1416 si ripetono contenziosi tra autorità, popolazione e monaci. Gli abati diventano commendatari mentre i provveditori veneti intervengono a reprimere scandali più o meno gravi. L'abate Gabriele Avogadro è, ad esempio, aperto sostenitore del pronipote Corradino Caprioli che dal 1437 al 1451 dilapida il monastero di Rodengo definitivamente della casa degli Umiliati. E ciò fino a quando il 30 maggio 1444 Eugenio IV autorizza la costruzione di un nuovo monastero &amp;quot;intra moenia&amp;quot;, mentre una bolla di Callisto III del 2 febbraio 1457 autorizza l'unione di S. Eufemia alla Congregazione Cassinese a S. Giustina di Padova, portando ad essa un patrimonio ancora imponente. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Infatti, dagli Annuali redatti dall'ab. Pietro Faita verso la metà del '700 risulta che nei sec. XV e XVI il monastero conservava rapporti di proprietà e diritti con il Comune di Brescia, con la &amp;quot;terra&amp;quot; di S. Eufemia extra, con Bogliaco, Buffalora, Caionvico, Calcinato, Castenedolo, Cigole, Cogozzo V.T., Flero, Folzano, Gardone Riviera, Gazzane, Gerola, Maderno, Mazzano, Nave, Nuvolento, Offlaga, Paderno, Passirano, Polaveno, Portese, Puegnago, Rezzato, Roncadelle, Rovato, Salò, San Felice, San Zeno, Toscolano, Virle, Volciano, ecc. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La fine del monastero di S. Eufemia avviene nel 1438, durante l'assedio a Brescia, quando la borgata S. Eufemia costituisce una testa di ponte nell'assedio posto dal Piccinino alla città. Egli, dopo aver reso inutile il tentativo delle autorità venete di presidiare, attraverso contadini che si erano rifugiati in città, il Naviglio, vi si trincerava cercando di stringere la città in un forte blocco così da prenderla per fame. Nella ripresa delle ostilità, nel luglio 1439 la borgata veniva occupata dai cittadini bresciani, per essere ripresa poi dai viscontei. Nell'aprile 1440 erano due donne a turno ogni giorno a far da vedetta nei pressi di S. Eufemia, per dare tempestivo allarme dell'arrivo delle truppe nemiche. Orfana del monastero la borgata dì S. Eufemia va costituendosi una sua fisionomia amministrativa ed ecclesiastica raccolta intorno alla chiesa parrocchiale mentre il monastero di S. Eufemia della Fonte diventa una grossa fattoria intorno alla quale la parrocchia e il comune si sviluppano ormai autonomamente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nella campagna militare del 1440 in luglio, S. Eufemia veniva di nuovo raggiunta dalle truppe milanesi. La vicinanza alla città mette il borgo, non più nemmeno protetto dal monastero, in balia di eserciti. È, per fare un solo esempio, a S. Eufemia della Fonte che il 16 febbraio 1512 Gastone di Foix concentra le sue truppe e, saccheggiate e incendiate le case, prepara il terribile &amp;quot;sacco di Brescia&amp;quot; del 19 seguente. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel giugno la borgata è ancora al centro di uno scontro fra gli eserciti veneto e francese. Il 19 novembre 1515 gli spagnoli comandati dall'Icardo e i fuorusciti bresciani ingaggiano a S. Eufemia uno scontro con i francesi nel quale si segnalò principalmente Annibale Lana. È ancora a S. Eufemia che il 5 dicembre 1515 si tiene sotto la presidenza del conte Vittore Martinengo il Consiglio provvisorio dei cittadini in esilio che non riesce però ad evitare, pochi giorni dopo, per la permanenza delle truppe venete di G.G. Trivulzio, scontri, saccheggi e incendi con le truppe nemiche tanto che, a distanza di decenni, in un atto del 29 gennaio 1552 si attesta che il monastero della terra di S. Eufemia &amp;quot;extra&amp;quot; è stato distrutto a beneficio del Serenissimo Dominio veneto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo decenni di tranquillità nel 1577 scoppia la peste detta di S. Carlo che imperversa nei mesi estivi per cessare in autunno avanzato, mietendo 27 vittime. Ma ancora una volta la vita del borgo riprende intensa tanto che nel 1590 si verificano 63 nascite. Nel giugno 1610 un violento nubifragio si abbatté su S. Eufemia, rovinando, come riferiscono i Bianchi nei Diari, moltissime case e terreni. Idilliaca o quasi è la descrizione di S. Eufemia che ne fa nel 1610 Giovanni da Lezze nel suo Catastico. Egli arriva a scrivere come «le persone vivono longamente in quella terra et fino 100 et più anni per essere l'aria salutifera». Vi registra la presenza di nobili bresciani quali i Martinengo, i Cesedi, i Fusari, i Parabeati, mentre tra i contadini &amp;quot;principali&amp;quot; sono elencati i Veronesi, i Geremia, i Mattanza «et altri, che per la maggior parte sono lavoranti di campagna, essendovi anco alcuni mercanti di ferrarezze et da biave&amp;quot;. «Il Comune era governato da due sindaci e da un consule et questi governano la terra et sono ballotati dalla vicinia, ed il Massaro scode et paga, né altri che il massaro hanno salario. Il Massaro a me fa l'effetto dell'Esattore, il Console ed i Sindaci mi fanno quello della Giunta, con questo di differente che nella nomina non ci entrava il Governo, che oggi si è riservata la nomina del Sindaco. I redditi del Comune non erano grande cosa. Si limitavano a 500 lire che si ricavavano da un prestino, da un'osteria e da alcuni boschi». I padri benedettini avevano, scrive sempre il da Lezze, «un bellissimo giardino circondato da muraglia, dal quale cavano perfettissimi frutti e di buona vernazza, senza contare due molini con le sue botteghe e bellissimi casamenti con peschiera ai piedi del monte (Maddalena)». Aggiunge inoltre che gli &amp;quot;illustrissimi signori&amp;quot; Antonio e Teofilo Martinengo vi hanno «molti luochi da piaceri et deliciosi» e, anch'essi, una peschiera. Pochi anni dopo queste testimonianze tornano momenti difficili anzi terribili. Il continuo passaggio di Lanzichenecchi nel 1628 e 1629 porta la peste che specie nel 1630 diventa distruggitrice mietendo in 12 mesi 92 vittime, un numero tale da non trovare posto nel cimitero e da costringere le autorità a seppellire i morti nel campo del &amp;quot;filio Forlano&amp;quot; ai limiti orientali del paese. Un episodio indica l'esasperazione della popolazione. Il 2 giugno 1630 alla notizia del sopraggiungere di truppe venete che una voce voleva che nel Veronese avessero emulato le imprese dei Lanzichenecchi gli abitanti, saliti sui tetti gli uomini, alle finestre le donne, con sassi tentarono di opporsi al loro passaggio, obbligando la autorità pubblica ad intervenire. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Scomparsa la peste la vita del borgo rifiorì. Nel giro di 18 anni la popolazione aumentò di circa trecento abitanti. Nel 1673 grazie ad un legato lasciato, con testamento del mercante Giacinto Moneghini/o, alla confraternita del S.S. Sacramento si viene formando un monte frumentario o monte di pietà a &amp;quot;servitio dei poveri della terra et territorio&amp;quot;. Scomparsa la peste la vita riprende poi tranquilla, grazie anche allo sviluppo oltre che agricolo, commerciale per merito della strada percorsa in continuità e al Naviglio che alimenta le rogge e fa muovere le ruote dei mulini e delle &amp;quot;raseghe&amp;quot; ed ha, a S. Eufemia, il terminale del trasporto di merci attraverso barconi e del legname fluitante che viene dalla Valsabbia. S. Eufemia diventa inoltre uno dei punti di partenza del servizio di scorta dei corrieri per Venezia e del servizio postale. Il borgo conosce nuovi momenti difficili nel 1701-1705 per la guerra di successione spagnola. Specie nel settembre 1701 e febbraio 1702 vengono denunciate violenze e ladrocini delle truppe tedesche. Ma si tratta di episodi momentanei. La fine del secolo vede un continuo passaggio di truppe napoleoniche e poi austro-russe mentre la Rivoluzione Giacobina del marzo 1797 viene avvertita particolarmente per lo scontro fra le truppe della stessa e quelle controrivoluzionarie provenienti dalla Riviera del Garda e dalla Valsabbia. Ma più a fondo colpisce l'incameramento, il 2 novembre 1797, delle proprietà del Monastero e di S. Giacomo, che passano all'Ospedale Maggiore. Certo un avvenimento difficile da dimenticare è l'arrivo il 7 aprile 1801 dei deportati in Ungheria da parte degli austro-russi. Dura pochi anni la soppressione dell'autonomia comunale avvenuta nel 1810 e restituita il 1° maggio 1816. Il dominio austriaco non fu nefasto quanto lo si è voluto dipingere. Già nel 1816 vengono infatti organizzate scuole comunali in paese e a S. Polo. Vengono inoltre costruite strade, nel 1838 adottata l'illuminazione a gas. Vengono inoltre istituite le condotte mediche, imposta l'obbligatorietà delle vaccinazioni e la salvaguardia delle acque di superficie e di falde. In sviluppo anche l'assistenza ai poveri con la costituzione il 4 maggio 1846 della Congregazione di carità diventata ente morale nel 1858. Il progresso è indicato del resto anche dall'aumento di popolazione che passa da 1536 abitanti nel 1816 a 2069 nel 1860. Non mancano d'altro canto gravi e improvvise calamità come quella del colera del 1836 e del 1855 che miete un centinaio di vittime, i gravissimi allagamenti provocati da alluvioni accadute in Val Carobbio e dalla tracimazione del Naviglio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tali avvenimenti si ripetono di frequente: l'11 giugno 1863 e più tardi, il 10 novembre 1880 e compiono ingenti danni. La borgata è nel 1848 fra le prime del Bresciano ad avvertire i segni della nuova Rivoluzione. Nel marzo infatti il maresciallo Radetzky vi confinò, nel timore che fraternizzassero con gli insorti, i reparti dei granatieri italiani arruolati nell'esercito austriaco. Partiti al seguito del vicerè per Verona i contadini di S. Eufemia partecipavano a Rezzato alla cattura di un convoglio di munizioni dell'esercito austriaco. Più esaltanti e gravi assieme furono gli avvenimenti che accompagnarono le Dieci Giornate di Brescia dell'anno seguente. Nel 1849 Tito Speri con i suoi uomini aggrediva un convoglio di austriaci e disarmava decine di uomini armati. Al sopraggiungere il 26 marzo di mille austriaci al comando del gen. Nugent vennero bloccati per ore dagli insorti bresciani al comando di don Boifava e di Tito Speri che si ritirarono poi alla porta di Torrelunga. Il 28 marzo attirati da un'abile mossa del gen. Nugent, giunsero fino a S. Eufemia, dove gli insorti furono presi da due fuochi, ingaggiando uno scontro vivacissimo nel quale i bresciani perdettero tra morti, feriti e prigionieri circa 100 uomini mentre gli austriaci ne perdettero il doppio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lo Speri si salvò gettando svanziche agli inseguitori. A ricordo di alcuni caduti l'8 aprile 1877 venne posta la seguente epigrafe: «IL MUNICIPIO / SCRIVE IN MARMO I NOMI GLORIOSI / DI ANTONIO CORSETTI - NULLO CESARE / LOVATINI TEMISTOCLE - BISEO PIETRO / MONEGHINI PIETRO - MARTINELLI LUIGI / PONTOLTI GIUSEPPE - TAGLIANI PIETRO / CHE PRIMI QUI PRESSO / NEL XXVIII MARZO MDCCCXLIX / DONARONO ALLA PATRIA LA VITA / PERCHÈ DURI NEI POSTERI LA LORO MEMORIA / E LA RICONOSCENZA ALLO SMISURATO VALORE / E MAGNANIMO SACRIFIZIO / S. EUFEMIA   VIII APRILE MDCCCLXXVII». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nei giorni seguenti S. Eufemia divenne come per il passato un caposaldo per la riconquista da parte degli austriaci della città, occupata come fu dal 29 marzo da crescenti truppe provenienti da Verona e registrando il 31 marzo il passaggio dello stesso gen. Haynau. Questi episodi delle Dieci giornate verranno, dopo l'Unità d'Italia, a lungo solennizzate a S. Eufemia con una festa commemorativa e discorsi dei massimi esponenti della politica bresciana (on. Zanardelli, on. Da Como) oltre che di altre personalità, con gare di tiro, ciclistiche, ecc. Il 14 giugno 1859 S. Eufemia rivedeva vittoriosi il gen. Garibaldi con i suoi volontari che vi pernottò dormendo su un banco di lavoro nella casa del falegname Noventa come ricorda una lapide posta il 20 settembre 1899 su casa Speziali, nella quale si legge: «Giuseppe Garibaldi - dopo le vittorie di Varese e San Fermo - da Brescia proseguendo la sua marcia gloriosa - riposava - al piano terreno di questa casa - su nudo banco di falegname - la notte dal 14 al 15 giugno - 1859 - precedente l'alba - dell'eroico scontro a Virle Treponti. 20 settembre 1899» (singolare la vicenda del bancone-letto che donato poi al Museo del Risorgimento, e secondo altri custodito fino al 1921 nel circolo Mazzini di Brescia, scomparve. Più tardi alcuni imbroglioni cercarono di contraffarlo venendo però scoperti). Comandato il mattino del 15 giugno da un dispaccio del re di avanzare su Lonato per unirsi alle truppe del Sambuy il generale lasciò S. Eufemia. Mentre le sue truppe si scontravano duramente a Treponti egli ricevette dal re l'ordine di ritirarsi a S. Eufemia. Nel 1862 (Regio Decreto 7 settembre) il Consiglio comunale (era sindaco Vincenzo Bontempi) deliberava di aggiungere la denominazione &amp;quot;della Fonte&amp;quot; al nome del paese, per distinguerlo da altri nove esistenti in Italia. Passaggi continui di truppe si verificarono nel 1866; ma di rilievo è il fatto che dopo la sconfitta di Custoza, Garibaldi individuò S. Eufemia come ultima difesa di Brescia facendo edificare sulla collina sovrastante l'abitato un piccolo forte, sui ruderi del quale il 28 luglio 1907 venne posta una lapide con l'epigrafe «QUI / NEL 1866 / DOPO LA FATAL GIORNATA DI CUSTOZA / PER PROTEGGERE L'EROICA BRESCIA / FU COSTRUITO IL FORTE / CHE / DI GIUSEPPE GARIBALDI / PRESE IL NOME GLORIOSO / MUNICIPIO E CITTADINI VOLLERO / NEL CENTENARIO DELLA NASCITA DEL GRANDE / QUESTO RICORDO / S. EUFEMIA, LUGLIO 1907». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I primi decenni dell'Unità d'Italia non furono esaltanti. Pochissimi i votanti nelle elezioni politiche del 25 marzo 1860 e scarsa la partecipazione alla vita politica e amministrativa mentre dovevano essere affrontati con urgenza i gravi problemi imposti da una dilagante povertà solo in parte arginata attraverso la Congregazione di carità e alcune iniziative come la &amp;quot;Locanda sanitaria&amp;quot; fondata nel 1901 e i bagni per i pellagrosi, attuate dal dott. Arnaldo Maraglio. Di particolare utilità l'apertura nel 1863 della Farmacia Romelli poi dal 1873 Pasini. Il 9 agosto 1875 il Consiglio Provinciale bocciava la proposta di aggregazione del comune di Caionvico a quello di S. Eufemia. Il 18 settembre 1887 veniva messo in attività il tram a cavalli da Brescia. Un crescente risveglio sociale e culturale si verifica negli anni '80 quando nasce (nel 1884) la Società di Tiro a segno locale con poligono in Val Carobbio e i cui soci mieterono buoni successi specialmente da parte di Candido Rapuzzi, Faustino Capretti, ecc. Attiva è presto l'associazione &amp;quot;Vis et Patria&amp;quot; che promuove tra l'altro uno dei primi club ciclistici che nel luglio 1902 è presente in corse importanti come la Milano-Riva e che il 28 luglio 1907 inaugurerà il proprio labaro. La solidarietà fra le forze sociali crea nel 1884 la Società di Mutuo Soccorso che nel giro di vent'anni raccoglierà 140 soci ma che incontrerà gravi difficoltà nel 1908-1909. Nel 1886 l'Amministrazione comunale incominciò a pensare ad un asilo di infanzia, che aprì i suoi battenti il 2 gennaio 1888 con 85 bambini. Ristrutturato nel 1888-1890 il fabbricato su progetto dell'arch. Arcioni, l'asilo ebbe il primo statuto e il regolamento interno nel 1890, la costituzione in ente morale nel 1893. Lo stesso sarà avvantaggiato nel 1924 dal lascito di Giovanni Sega al quale verrà intitolato, e verrà sistemato in un nuovo fabbricato nel 1937-38. Fra i problemi più seguiti vi furono quelli dell'istruzione scolastica presente al centro attraverso sei classi, collocate in locali della fabbrica e a S. Polo. Più tardi si aggiunsero una scuola serale e una scuola di disegno. La pressione su S. Eufemia di popolazioni di Caionvico e dell'ex comune di S. Alessandro, soppresso nel 1880, indussero agli inizi degli anni '80 alla costruzione di un nuovo edificio scolastico. Nel 1900 veniva installata una classe promiscua a Buffalora che contò subito ben 88 alunni. Nel 1913 le classi salivano nel comune a nove (sette al centro e due sulle frazioni).Il palazzo ex Ganassoni/Noventa/Martinengo, ora centro diurno anziani &amp;quot;Don Franco Benedini&amp;quot; di via Indipendenza 29, acquistato per accogliere in un unico edificio le classi elementari del paese, per esigenze economiche divenne l'ultima sede Municipale di S.Eufemia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Agli inizi del '900 per iniziativa del prof. Staglieno Zaccarelli veniva istituita una scuola professionale di disegno tecnico cui si affiancarono corsi di ornato e di disegno libero. Fortuna di S. Eufemia fu la presenza di ottimi insegnanti come il maestro Giacomo Ontini, le maestre Angela Arici (medaglia d'argento dell'Ateneo di Brescia nel 1862), Matilde Prati, la maestra d'asilo Emilia Bazoli e ultimo nel tempo ma di indelebile memoria il prof. Vittorino Chizzolini. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L'evolversi della vita amministrativa venne per decenni dominato da liberali prima e moderati poi, zanardelliani e particolarmente da Ugo Da Como mentre sul piano locale conta particolarmente il dott. Arnaldo Maraglio. Agli inizi del '900 tuttavia si affacciano sulla soglia della politica socialisti e cattolici, più attenti alle istanze sociali di una borgata in via di industrializzazione. L'Unione Cattolica del lavoro porta alla ribalta per la prima volta il 7 ottobre 1902 le filatrici della ditta Pirovano. Favorisce lo sviluppo, agli inizi del secolo, la rete elettrica realizzata dalla ditta Porta e C. che nel 1905 raggiunge anche S. Polo e il tram a vapore Brescia-Gargnano e Brescia-Vestone mentre alle Bettole viene aperto uno scalo della Brescia-Mantova-Ostiglia. Si registrano anche più diffusi interessi culturali nuovi con un'attiva Società Filodrammatica che nel febbraio 1907 inaugura un proprio teatro. L'assistenza ai poveri registra dal 1908 il &amp;quot;Natale del povero&amp;quot; con l'ausilio della cucina economica, voluta dal benefattore Luigi Chiappa nel 1888. La I guerra mondiale vede una mobilitazione anche nell'assistenza alle famiglie dei richiamati e a quelle particolarmente povere. A ricordo dei caduti verranno inaugurati il 6 luglio 1924 il Monumento ai Caduti, opera dello scultore Emilio Magoni su progetto dell'arch. Angelo Albertini, e il Parco della Rimembranza (ora don Orazio Bresciani). Lo schieramento politico vede nel dopoguerra in prima fila socialisti e cattolici. Questi ultimi nell'aprile 1919 si organizzano nel P.P.I. Nel campo sindacale le più attive sono le filatrici che nel 1919 e 1920 organizzano insistenti agitazioni sindacali mentre il grave problema delle abitazioni viene affrontato, il 13 maggio 1921, con l'istituzione di una sezione della Federazione nazionale inquilini. Il clima politico va cambiando dal 1922 quando fa la sua comparsa il fascismo che ingaggia subito una serrata lotta, specie con i socialisti. Più o meno accesi scontri con bastonate, olio di ricino e anche colpi di rivoltella per fortuna andati a vuoto si verificano nel settembre e dicembre 1922. I tristi fatti si rinnovano il 6 gennaio 1923. Il 13 di tale mese una squadra d'azione fascista invade la casa di tale Luigi Saiani per impadronirsi del busto di Carlo Marx. Il 1° novembre 1923 una ventina di fascisti occupa il Circolo socialista. Intanto alle esigenze igieniche si provvede con l'acquedotto il cui progetto viene presentato dall'ing. Gino Rizzoli di Gallarate, mentre viene affrontato il problema delle fognature, su progetto del geom. Rossetti, dell'imbrigliatura del torrente Carrobbio, con più progetti attuati nella seconda metà dell'800 e primi 900, che saranno però insufficienti a fermare nuove alluvioni come quella grave del 1936; e ampliati nel 2022/23.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un nuovo clima segnala nel 1923 la consegna della bandiera della scuola e la consegna del Crocifisso. Il 19 ottobre 1924 vengono benedetti il Cimitero ampliato e la cappella eretta dal Comune. Continua ad avere importanza il Poligono dove nel 1922-1923 si prova la Mitragliatrice Brixia. Per l'assistenza ai più poveri si pensa ad un Ricovero per anziani, mentre progredisce anche l'associazionismo da quello combattentistico (che vede nascere la Sezione combattenti, della quale viene benedetta la bandiera nel luglio 1924) a quello sportivo nel quale predomina l'Unione Sportiva, figliazione del &amp;quot;Club Vis et Patria&amp;quot; e fondata sotto la presidenza del dott. Lucio Callegari nel marzo 1924. Nel 1928 il Comune, che ha un'estensione di kmq. 10,29 e 1.092,15 ettari, viene fagocitato dal Comune di Brescia la cui amministrazione provvede presto a miglioramenti di rilievo come l'allargamento e la sistemazione nel 1930 del tronco stradale Brescia-S. Eufemia, la deviazione nel 1934 della statale n. 11 in corrispondenza dell'abitato con la costruzione a S dello stesso di una nuova strada lunga 1300 m., l'elettrificazione del tram che verrà sostituito nel 1952 dalla filovia. L'accorpamento al Comune di Brescia rese necessaria una nuova toponomastica stradale (in sintesi) come da delibera 31 gennaio 1931: via Case e via XX Settembre in via Lucio Fiorentini; via Giuseppe Mazzini in via Giuseppe Saleri; Via Umberto I in via Indipendenza; via Rampino in via Mario Alberti; via Razzica in via Vittorio Arici; via dei Ronchi in via Parrocchia; via Solferino in via Agostino Chiappa (con un errore clamoroso perchè il sig. Chiappa che ha lasciato tutti i suoi beni per i poveri del paese non fu Agostino ma lo zio Luigi); via Tito Speri in via Pila; via Giuseppe Zanardelli in via Cesare Guerini; Via Belguardo in via Cesare Noventa; via Brescia e via Castenedolo in via Mantova. Nel 1932 vengono, con demolizioni di case a E dell'abitato, risanate le fonti che tuttavia si esauriranno nel 1963. Nel 1938 viene costruito per larga elargizione di Giovanni Sega e su progetto dell'ing. Giuseppe Cacciatore il nuovo asilo. Nello stesso anno viene sistemata e bitumata la vecchia traversa della frazione. Gli anni Trenta vedono il completamento di opere pubbliche, l'arrivo del gas nelle case e nelle industrie, ed il prolungamento del tram cittadino della linea n. 7 fino alla fine del paese, nell'attuale piazzetta Garibaldi. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lavori di regimentazione delle acque sono invece ancora frustrati e tali lavori non eseguiti danno luogo ad esondazioni del Naviglio e ad alluvioni fra le quali, particolarmente pesanti, quelle del maggio 1930 e dell'agosto 1934. Fra gli avvenimenti che accompagnarono la seconda guerra mondiale suscitò viva impressione la caduta il 17 agosto 1943 sulle prime pendici della Maddalena di una fortezza volante (B17 dell'VIII USAAF) di ritorno da un bombardamento sulla Germania senza tuttavia che vi fossero vittime. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I giorni della liberazione vedono in viale Bornata all'imbocco dell'abitato di S. Eufemia un sanguinoso scontro avvenuto dalle ore 2 alle 4 del 27 aprile, tra una autocolonna di soldati tedeschi e due carri armati americani che probabilmente per un errore provocato dal buio hanno già sparato su un gruppo di patrioti di S. Eufemia uccidendo otto persone (Zintu Giulia a.16; Zilioli Giuseppe a.55; Mainetti Tomaso a.57; Biasibetti Angelo a.26; Bonassi (Maria); Febbrari Italo a.23; Gnocchi Attilio a. 28; Ghisma Giuseppe a. 49). Nello scontro cadono una quarantina di tedeschi e due americani. Mentre gli americani vengono raccolti dai loro commilitoni, i tedeschi lo sono da un gruppo di giovani diretti da Giuseppe Rapuzzi che darà loro degna sepoltura. Le giornate della Liberazione vedono protagonista Tito (Luigi Guitti) e finiscono in una inumana carneficina. Il 10 maggio 1945, infatti, alcuni componenti della 122ª Brigata Garibaldi fucilano 33 persone tra ufficiali della X Mas, funzionari della RSI e civili prelevati a Lumezzane, seppellendone i corpi al Ghiacciarolo di Botticino. Particolarmente intensa è la lotta politica negli anni seguenti, specie fra socialcomunisti e democristiani sostenuti, questi, da un attivo circolo ACLI che tra le sue attività vanta tra l'altro anche un Gruppo escursionistico di notevole prestigio. Più contenuto lo sviluppo edilizio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Negli anni '50- '60 vengono avviati nella zona a N della borgata nuovi insediamenti continuati con i Villaggi Marcolini e Carloni ma tale espansione si fermò agli inizi degli anni '70, mentre le attività produttive, fatta eccezione della cava e fabbrica di calce viva S. Orsola, rimangono sul viale S. Eufemia. Nel 1974 veniva avviata la costruzione della strada detta del Carso di S. Eufemia che raggiunse via Triinale. Dal 1970 (ed ufficialmente costituito nel 1977) opera attivamente per particolare iniziativa di Rolando Bennati, che ne fu anche il primo presidente, il gruppo antincendio &amp;quot;Val Carobbio&amp;quot; il quale, oltre che a spegnere numerosi incendi specie sulle pendici del monte Maddalena, allargò sempre più la sua attività alla protezione civile, alla pulizia dei torrenti. Ad esso si è aggiunto il gruppo &amp;quot;Sella&amp;quot; di Caionvico. Tra gli altri gruppi si distinguono quello degli alpini che dal 1966 con il gruppo escursionisti delle ACLI organizza la Settimana della montagna. Lo sport ha espresso nel 1976 una attiva Associazione sportiva calcio presente nel campionato provinciale di Terza Categoria. Nel 1995 è stata realizzata per gli scalatori una palestra d'arrampicata artificiale (v. Roc Palace). Non mancano episodi di attiva partecipazione alla vita civile come dimostra il referendum del 27 giugno 1977 che respinge a grande maggioranza (789 contro 38) la municipalizzazione della scuola materna. Danni ingenti per miliardi di lire provocò il 6 agosto 1982 tra le ore 6 e le 7 un'alluvione. Una nuova minaccia di allagamento incomberà nel giugno 1993. Nell'aprile 1983 viene inaugurata in via Indipendenza la sede dell'Associazione ex Combattenti. Nello stesso anno nasce il Gruppo Scout. Molte discussioni e manifestazioni sono state spese circa il recupero del complesso dell'antico monastero (ostello della gioventù, spazi per convegni, centro culturale, fino alla malaugurata destinazione a Museo della Mille Miglia). Le vecchie scuole sono state invece destinate nel 1998 a centro diurno per anziani. Nel cimitero di S. Eufemia è prevista la realizzazione di un forno crematorio da parte del Comune di Brescia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A S. Eufemia nacquero i due fratelli noti incisori Faustino (+ 1847) e Pietro (+ 1849) Anderloni. Secondo il Faino a S. Eufemia vi avrebbero abitato i SS. Faustino e Giovita ai quali egli dà il cognome Prignacchi quando i cognomi non esistevano per niente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L'ECONOMIA fu per lunghi secoli eminentemente agricola, specialmente indirizzata alla produzione dei cereali e ad una parziale coltivazione della vite arricchitasi poi con l'allevamento del baco da seta. Frutta e verdura sono stati, da secoli, i prodotti locali. Il Da Lezze nel Catastico del 1610 registrava anche che vi si cavava &amp;quot;quantità di olive&amp;quot; e &amp;quot;monti&amp;quot; delle legne, del fiume &amp;quot;et anco in alcuni luochi di buon vino&amp;quot;. Lo stesso segnalava la presenza di due mulini di due ruote l'uno «con le sue rasseghe» di proprietà del Monastero e due altri mulini &amp;quot;da quali si cava buona entrata... posti sopra l'acqua del Naviglio...&amp;quot;. Scavi di pietre, appendice delle grandi cave di Botticino, non mancarono nei secoli più lontani. Nel sec. XV si registrano esportazioni nel Bergamasco e altrove. Caratteristica a S. Eufemia e ad altri paesi (Botticino, Paitone, ecc.) fu da lungo tempo la produzione della spolverina o polvere ricavata da cave di dolomia che veniva comunemente utilizzata per pulire utensili da cucina. Mai sfruttate invece per fare colori le argille che riempiono le fessure delle dolomie liassiche. Folta la presenza di lavandai e lavandaie a servizio di moltissime abitazioni della città. Per alleviare il loro lavoro ma anche per non creare nuove difficoltà economiche nel dicembre 1885 in casa Guillaume veniva impiantata dall'ing. Enrico Pandiani una delle prime lavanderie a vapore della ditta Davey Paxman e Comp. di Colchester (Inghilterra). Nel tempo l'abbondanza delle acque favorì un sempre crescente sviluppo di realtà produttive. Agli inizi dell'800 esisteva verso Rezzato una rinomata fonderia di cannoni, mentre via via vennero avviate una cereria e seghe idrauliche per la lavorazione del legno. La prima fabbrica di notevoli dimensioni fu il Cotonificio Ercole e Giuseppe Lualdi, fondato nel 1857 cui si aggiunsero in pochi anni un opificio per la lavorazione della seta e un altro per la fabbrica dell'amido. Attivo il Mulino Frick che nel 1900 passava a Hefti e Benigher che lo tennero fino al 1923. Nel 1862 nasceva il Pastificio Cesare Rapuzzi uno dei più importanti nel Bresciano. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Come sottolinea Piercarlo Morandi, un vero salto di qualità l'economia del paese lo compie avvicinandosi il nuovo secolo. Nel 1882, per iniziativa dell'industriale monzese Brambilla, si installa in via Reale un importante setificio che contò fino a 82 operaie (gestito alla sua morte dalla vedova Virginia Pirovano). Nel 1892 si installò il grosso cotonificio di Giulio Schiannini con 400 addetti. Attiva la filanda Kramer Enrico e C. con 60 bacinelle. Reperto di archeologia industriale un soffocatoio per bozzoli. Tra le altre varie attività da tempo funzionava una fabbrica di liquori e specialmente di anesone. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Da sempre presente l'attività commerciale ebbe un'impennata nell'80 registrando un continuo sviluppo. Da un censimento del 1913 risultavano presenti: 7 falegnami, 7 commercianti di legna al minuto, 11 verdurai, 5 spacci di vino e liquori, ben 29 osterie in riva al Naviglio, alle quali se ne aggiungevano 7 a Buffalora e 7 a San Polo. Di birrerie ce n'era una sola e inoltre 4 mercerie, 3 telerie, 5 merciai ambulanti, ecc. Il commercio del latte contava ben 16 ambulanti, che ogni mattina sciamavano dalle cascine fino a Brescia a portare il prodotto &amp;quot;sciolto&amp;quot;. In sviluppo anche l'artigianato: lungo corso Umberto (ora Indipendenza) e nelle vie confluenti come registra Morandi, erano allineate ben 63 attività «fra gli opifici e le attività industriali rilevate nel censimento, accanto ai già citati vi erano una fabbrica di liquori, una di cera, una fornace di mattoni in via Umberto I, una piccola fabbrica di sapone a San Polo, una cartiera in località Case, alcune cave di ghiaia, una di pietra e alcuni mulini ad una ruota (palmento) a Chiodarolo. Lungo il Naviglio, in paese v'erano due seghe idrauliche per la lavorazione del legname, più un mulino con quattro palmenti. Nel territorio vi erano altresì tre mulini da grano con due palmenti». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Sant'Eufemia della Fonte vi era già il calzaturificio artigianale Peroni che lavorava per l'esercito. Nel 1915 se ne aggiunse un altro, cioè il calzaturificio Brixia fondato da Angelo Alberti e presto in prima linea nella produzione di calzature sportive. Intensa l'industrializzazione della zona negli ultimi decenni con imprese come la OMAP, la G.O.G. (1977) ecc. Tra le ultime iniziative fu nel 1991 l'avvio tra il cimitero di S. Eufemia e quello di S. Francesco di Paola, su iniziativa del Consorzio S. Eufemia, presieduto da Augusto Corsini, di un nuovo polo artigianale estendentesi su 20 mila mq. Per lunghi decenni unica banca del quartiere fu la filiale del CAB, inaugurata in via Indipendenza nel 1930, e ricostruita a poca distanza nel 1981.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
ECCLESIASTICAMENTE è certo che il territorio appartenne alla pieve della Cattedrale (tanto che ancora nel sec. XVI riceveva gli oli santi dalla Cattedrale) e ciò fino a quando venne fondato il monastero che amministrò anche pastoralmente il territorio. La più antica notizia avverte che dall'abate Giovanni (1090-1106) venne eretta &amp;quot;in una torre (probabilmente un terrapieno) contigua al monastero) la chiesa a S. Maria ad Elisabetta che divenne la parrocchiale. Una notizia avverte: «Anno 1175. Atti della causa tra il Monastero di Santa Eufemia e la cattedrale di Brescia, circa la giurisdizione sulla chiesa di Santa Maria ad Elisabetta cappella dei Monaci, posta nella terra di Santa Eufemia; dai quali risulta che la predetta chiesa è stata fondata, fabbricata e dotata dagli Abati del Monastero, con nomine e destinazioni, a beneplacito, di presbiteri e chierici, per l'esercizio delle funzioni parrocchiali, e che i cappellani ivi nominati mai hanno avuto alcuna dipendenza dai canonici della cattedrale di Brescia, se non quella per l'esazione delle decime». Nel 1300 un benedettino donava una reliquia della S. Croce che continua ancor oggi ad essere al centro della più viva devozione. Specie dal sec. XV si moltiplicano i legati e le cappellanie. Il 22 giugno 1462 veniva sancita l'unione fra il monastero di S. Eufemia e la nuova parrocchia di S. Maria ad Elisabetta. Nel 1508 è già costituita la Scuola del SS. Sacramento che meriterà lodi nelle visite pastorali. Essa verrà favorita di lasciti e avrà il privilegio di custodire la preziosa reliquia della S. Croce. Oltre alla Confraternita del S. Rosario vi esistette la Confraternita di S. Rocco. Come ricorda un documento: «La chiesa fu unita con tutti li suoi beni al Monistero, l'anno 1544 con Bolla Pontificia, e con Ducale di possesso l'anno 1554: prima dell'unione essercitavasi in quella la Cura da un Prete investito dal Monistero, a risserva di pochi anni prima dell'unione, che era Monaco, e si facevano le visite pieno iure dagli Abati» per cui gli abati mettevano a guida della parrocchia o preti o monaci &amp;quot;amovibili ad nutum&amp;quot; supplendo ad ogni spesa del loro mantenimento. Luci e ombre rivela invece la vita parrocchiale verso la seconda metà del cinquecento. La visita del vescovo Bollani (28 maggio 1566) registra in pieno disfacimento la chiesa del Monastero dedicata a S. Paterio ridotta a cantina e a magazzino e della quale il vescovo chiede conto al curato convocandolo immediatamente in curia. Ma la chiesa parrocchiale che è già consacrata era in buono stato e anche ben tenuta compresa la cappellania di S. Caterina e la &amp;quot;schola&amp;quot; del Corpus Domini. Presenti i sacerdoti in cura d'anime. Non del tutto lodevoli le condizioni morali per la presenza di concubini e inconfessi. Il visitatore a nome di S. Carlo B. nel 1580 ordina la costruzione di una cappella per ospitare il fonte battesimale, l'assunzione dato il numero degli abitanti, di un coadiutore che deve essere mantenuto dalla cappellania di S. Caterina. Nel 1601 il vescovo Giorgi ordina lavori di consolidamento e ampliamento della chiesa, ribadisce la necessità di un coadiutore, l'urgenza della costruzione di una cappella-battistero e ingiunge che venga allungata la veste &amp;quot;per maggiore pudicizia&amp;quot; al S. Cristoforo dipinto all'esterno della parrocchia di forme tardo trecentesche. Negli anni che seguono viene edificata in centro al paese la chiesa di S. Giacinto, ed istituita la Confraternita del Rosario. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Da Lezze nel suo Catastico del 1610 rileva come: «La chiesa di S. Maria Helisabeth parochiale governata ed officiata dalli reverendi padri di S. Euffemia con bonissima entrada che cavano da 300 piò di terra (sono questi i primi riferimenti che disponiamo sulla situazione patrimoniale della parrocchia) in circa li quali hanno un bellissimo giardino circondato da una muraglia dal quale cavano perfettissimmi frutta e di buona vernazza». Durante il sec. XVII salvo i terribili tempi della peste cosiddetta manzoniana (1630) gli unici disguidi denunciati nella visita pastorale del 1648 sono che a S. Maria si celebrasse una sola messa grazie ai lasciti Della Porta e Zola mentre i suoi quattro coadiutori celebravano anche la domenica nelle dislocate chiese del territorio (5. Giacinto, Case, S. Polo). Salvo questa lamentela il vescovo non può non constatare un lodevole comportamento del clero, una corretta gestione delle Confraternite, salvo quella dei Disciplini che tendevano a consumare le elemosine in pranzi e altre cose. Una novità si profila nel 1658 quando opere compiute nella chiesa (fabbrica di volte e cappelle) con l'intervento dai parrocchiani continuato anche in seguito, si persuasero che la chiesa &amp;quot;fosse loro propria&amp;quot; e ciò fino al 1750 quando con &amp;quot;atti di lite e scritture&amp;quot; dovettero persuadersi del contrario. Salvo qualche rimarco (tra cui quello del vescovo Marino Giovanni Giorgi che in visita l'8 settembre 1673 sollecita interventi di restauro alle strutture della chiesa della parrocchia), i vescovi visitatori non possono, come mons. Bartolomeo Gradenigo, non constatare un soddisfacente stato della parrocchia e dei luoghi di culto, per cui non può che limitarsi ad una serie di prescrizioni riguardanti gli arredi, il decoro della parrocchiale e delle chiese sussidiarie. Nonostante la denuncia di una certa anarchia da parte di più di una decina di sacerdoti, che celebrano ovunque senza un coordinante personale, la vita religiosa si mantiene viva e sentita come dimostra l'episodio del 1684 che vede gli abitanti di S. Eufemia assieme a quelli di paesi circostanti in seguito a diverse disgrazie e infortuni ottenere il 24 marzo del citato anno uno speciale breve di Innocenzo III recante la remissione di ogni colpa, una benedizione particolare e l'indulgenza plenaria. Di rilievo la devozione alle reliquie per le quali nel 1673 viene ordinata una nicchia. La chiesa inoltre si arricchiva di nuovi legati. Tale vitalità è ancora rimarcata nei primi decenni del secolo dei lumi, il '700, come conferma il curato don Giuseppe Moreschi nella sua relazione stesa in occasione della visita pastorale del vescovo Morosini del 25 settembre 1724 nella quale la comunità viene presentata come una viva «oasi» di cristiana pietà, di fervore di fede testimoniato dai numerosi oratori pubblici e privati (ben 5), dall'attivismo spirituale e non delle confraternite, dall'assenza di inconfessi e di casi di eresia, malefici ed usurai. Sul piano morale la famiglia, secondo la descrizione del parroco, è la sacra custode dei valori cristiani, e naturalmente non vi sono &amp;quot;coniugi non cohabitanti&amp;quot; ed il numeroso clero (12 religiosi, 1 diacono, 1 chierico), &amp;quot;di buonissimi costumi&amp;quot;, vigila sulla comunità, che è pure assidua alla dottrina cristiana, ma non altrettanto attenta ai bisogni della chiesa parrocchiale. Infatti (unico neo del perfetto ritratto), la comunità è sorda ai richiami del curato perché contribuisca alle spese per la sostituzione della campana rotta da un anno, (per la qual cosa, riferisce il Moreschi al vescovo, «perciò poco si distinguono li segni delle feste...»), e perché provveda alla sostituzione della coperta del battistero «tutta lacera e senza potersi chiudere, a benché habbia fatto le mie parti con la Comunità», come osserva amareggiato a chiusa della sua relazione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Improvvisamente anche su S. Eufemia si abbatté la tempesta della rivoluzione bresciana del 1797 e dei tempi napoleonici. Il 2 novembre 1797 i beni del monastero venivano incamerati, come già s'è detto, e passati all'Ospedale maggiore di Brescia e i curati e poi parroci da esso stipendiati. Dal canto loro i rivoluzionari del luogo a nome del popolo alla morte, nell'aprile 1798, del curato don Angelo Bertanza, avvalendosi delle nuove leggi eleggono un ex carmelitano Alessandro Bennati il quale al sopraggiungere nel 1799 delle truppe austro russe rinuncia e viene sostituito dal vescovo con don Pedretti, ritornando però alla partenza degli austro-russi e provocando una spaccatura nella popolazione fra sostenitori suoi in maggior parte in buona fede credendolo legittimamente al suo posto, e avversari che lo vogliono via. Sospeso a divinis egli si arrende mentre il clima rimasto molto acceso consiglia il vescovo a nominare un terzo nella persona di don Giovanni Giacomini che reggerà la parrocchia fino alla morte avvenuta nel 1844. Avvenimenti del genere non scalfiscono di molto la religiosità della popolazione. Infatti quando il vescovo Nava visita l'11-13 maggio 1817 la parrocchia non può non constatare un rinnovato fervore religioso che si esprime nelle restaurate &amp;quot;antiche usanze&amp;quot;, nella ricostituita confraternita del SS. Sacramento, nella solenne devozione alla S. Croce. Questa per voto fatto in tempo di colera, diventerà la più viva solennità nelle feste quinquennali che ancora oggi si celebrano. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In grave abbandono è invece la chiesa parrocchiale che venne poi restaurata. Pur nel pesante dissidio fra Chiesa e Stato anche dopo l'Unificazione la parrocchia vive una vita tranquilla e i parroci mantengono con le autorità comunali rapporti che il Morandi definisce &amp;quot;corretti&amp;quot; con le autorità civili e gli amministratori locali di orientamento liberale, anche se non riescono nel 1861 ad ottenere l'intervento dell'amministrazione dell'Ospedale che continua ad avere il giuspatronato nella costruzione di una nuova chiesa. Ma alla morte nel 1861 del parroco don Antonio Romano, la Curia resiste a che venga nominato parroco don Bortolo Deruschi, prete notoriamente liberale e sospeso dalle confessioni per la firma non ritirata all'indirizzo del Passaglia, provocando sassaiole contro la casa parrocchiale da parte di elementi anticlericali. Dopo tre anni di vacanza il 2 febbraio 1864 veniva eletto parroco don Bartolomeo Castellini (1864-1896). Venerato come un santo affrontò con coraggio le necessità pastorali del paese. Non riuscì a realizzare il sogno di una nuova chiesa, ma sistemò la parrocchia risolvendo la questione di don Deruschi il quale sostenuto dall'autorità civile, pur sospeso &amp;quot;a divinis&amp;quot; continuava a godere dall'ospedale l'appannaggio di curato. Ma, soprattutto impresse una svolta nella pastorale parrocchiale, incrementando le compagnie di S. Giuseppe, delle Maritate e delle Giovani. Nel 1885 don Castellini assieme alla superiora delle Figlie di S. Angela fonda la confraternita delle figlie di Maria con oratorio al quale sono annesse come aspiranti le bambine dopo la prima Comunione le quali dopo i 12 anni diventano &amp;quot;Figlie dell'oratorio&amp;quot;. Assieme viene aperta una scuola di lavori domestici per la quale vengono chiamate le suore. Inoltre si provvede ad una più adeguata assistenza religiosa alla popolazione di S. Polo. Meno brillante anzi si può dire in parte almeno negativo è il parrocchiato di don Pietro Piccinelli (1896-1911). Prete zelante e pio, ma discusso per il carattere iracondo, egli si scontra con le autorità civili per la concomitanza della festa della S. Croce con quella del 20 settembre fino ad essere portato in giudizio nel gennaio del 1900, ottenendo la condanna &amp;quot;per ingiuria&amp;quot; da parte del gerente del giornale zanardelliano &amp;quot;La Provincia di Brescia&amp;quot;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È da ricordare a suo merito la riorganizzazione dell'oratorio femminile. Inoltre tentò in tutti i modi di realizzare, senza riuscirci, la nuova chiesa incoraggiato da alcuni lasciti che erano andati accumulandosi da decenni e dalla proposta della direzione dell'Ospedale di vendere la pala di S. Rocco del Romanino in cambio di sovvenzionamenti, proposta contro la quale insorge nuovamente, come nel 1880, la popolazione. Ma alla decisione di far benedire la prima pietra del nuovo edificio sacro il 31 ottobre 1909 si dichiarano contrari l'Ospedale e le autorità comunali. Non più alla costruzione di una chiesa nuova ma all'ampliamento della esistente, dedicherà le sue energie il nuovo parroco don Orazio Bresciani (1912-1956) che a poco più di un anno dal suo ingresso nell'autunno 1913 riuscirà ad avviare, su progetto di Luigi Arcioni, lavori condotti dal capomastro Giovanni Togni, completati in nemmeno un anno, nell'agosto 1914, e coronati dalla consacrazione da parte del vescovo mons. Gaggia il 15 ottobre 1916. Ma il parrocchiato di don Bresciani si distinse per intensità di vita religiosa e pastorale. La sempre più strutturata organizzazione parrocchiale permette, nonostante che la domanda di 280 genitori fosse stata respinta, il 31 gennaio 1915 dalla maggioranza in Comune, l'introduzione il 1° giugno 1915 dell'insegnamento religioso nelle aule scolastiche. L'iniziativa non fu priva di ostacoli: dopo corsi e ricorsi, insegnanti non più disponibili gratuitamente o inidonei, solo il 25 maggio 1921 si otterrà l'introduzione dell'insegnamento religioso nelle aule scolastiche in modo stabile. Il carattere anche se fermo, sereno, di don Bresciani, evita gli attriti con le autorità di accentuati indirizzi liberali e apre nuovi spiragli di conciliazione celebrando nel novembre 1912 un ufficio solenne per i caduti di Libia e dopo la guerra la dedicazione alla Vittoria della seconda cappella della navata destra. Il dopo guerra vede una sempre più accentuata pastorale giovanile che si riassume nel 1922 con la costituzione dell'oratorio maschile e nel dicembre dello stesso anno la costituzione in casa Redondi di un nuovo circolo cattolico maschile con filodrammatica, biblioteca, ecc. Nel 1926 si potrà usufruire, in affitto, di un piccolo edificio con area annessa; lo stesso stabile nel gennaio 1929 verrà acquistato dalla società anonima S.Angela Merici di Brescia e donato in usufrutto permanente alle opere parrocchiali del paese. Nonostante che per anni rimangano tesi i rapporti con le autorità fasciste specie riguardo all'educazione della gioventù, solo negli anni '30 tali rapporti verranno segnalati come &amp;quot;bastevolmente buoni&amp;quot;. D'altro canto la parrocchia vive di una vita propria in espansione. Nel 1929 nasce il gruppo uomini di A.C., vigoreggiano le confraternite, specie quella delle Consorelle del SS. Sacramento. La devozione popolare trova espressione oltre che nel culto della S. Croce con funzioni e processioni quinquennali, anche in quello della Beata Vergine del Rosario; mentre nella frazione Case di S. Polo in quello della Madonna di Pompei che nel 1926 viene significata da un gruppo scultoreo opera della bottega Poisa di Brescia.  Sotto il parrocchiato di don Bresciani, di don Ilario Manfredini e di don Giuseppe Garzoni, facendo fronte ad impellenti e crescenti esigenze dei tempi vengono fondate nel 1946 le ACLI e nel 1950 il loro Patronato e si rafforza specie grazie al curato don Franzoni l'attività oratoriana che si appoggia su nuove e più moderne strutture. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dalla parrocchia di S. Eufemia un decreto del 29 ottobre 1954 si staccava la chiesa curaziale di S. Paolo nella frazione di S. Polo erigendola in parrocchia. La cura della chiesa parrocchiale si accentuò sotto il parrocchiato di mons. Giulio Pini (1968-1999). Con particolare gusto egli ha fatto restaurare quasi tutte le pale e sculture della parrocchia e della chiesa di S. Giacinto, ha provveduto ad una nuova pavimentazione, all'altare liturgico, alla sistemazione della cappella iemale provvista di accessori. Inoltre ha provveduto alla sistemazione della casa della comunità, dell'oratorio di via Sega ecc. Inoltre il 13 dicembre 1998 ha firmato la permuta con il Comune di Brescia della casa dell'abate con il complesso parrocchiale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
CHIESA PARROCCHIALE S. MARIA ad ELISABETTA. Già esistente sulla fine del sec. XI e affidata alla cura dei monaci del vicino monastero di S. Eufemia, ricordata ancora nel 1175 cedette probabilmente il posto all'attuale agli inizi del sec. XV. È ricordata in un documento del 1481 al tempo nel quale deve essere stata restaurata e in parte dipinta. A questo intervento devono appartenere gli affreschi ritrovati recentemente. Fra essi singolare quello di una santa nella quale G.C. Piovanelli crede di aver individuato S. Anatolia. Viene visitata dal vescovo Bollani e dal card. S. Carlo Borromeo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel 1175 il monastero ha una vertenza con la Curia di Brescia per la chiesa di S. Maria. Il 26 marzo 1494 Giacomo de Portis seu de Castellanis dotava la chiesa di S. Eufemia dell'altare di S. Caterina che nel 1664 veniva completamente rinnovato. Nel 1536 un lascito di Filippo Locatelli permette la costruzione di un tabernacolo ornato di marmi. La chiesa venne rinnovata nel 1658 con &amp;quot;fabbrica di volte e cappelle&amp;quot;, con il concorso della popolazione e ancora migliorata nel 1673. La chiesa è stata affrescata da Mario Pescatori nel 1947 nell'arcosolio del presbiterio con la Visitazione e, tra il 1952 e il 1954, nella controfacciata e nella volta e nelle pareti laterali del presbiterio. Su tali pareti appaiono le figure dei SS. Pietro, Paolo, Maria Maddalena, Giovanni Battista, Benedetto, Eufemia, ecc. Sulla controfacciata sta un affresco strappato (cm. 125 x 212) raffigurante l'Assunzione. Il primo altare a destra è dedicato a S. Antonio di P. raffigurato in una pala di anonimo, opera modesta ma di schietta formula popolare di datazione incerta, raccolto in un'ancona marmorea di fine 600. Il secondo altare è dedicato a santa Caterina d'Alessandria. L'altare è dei primi del '700, ha pala raffigurante la B.V. in gloria con il Bambino e S. Giovanna e i S.S. Eufemia, Mauro, Caterina di Alessandria e Carlo B. (cm. 198 x 275) del sec. XVII, è attribuita da qualcuno a Grazio Cossali e da altri a Pietro Romano o Girolamo Rossi. Il terzo altare di destra, marmoreo del tardo '600 dedicato un tempo a S. Rocco, era ricco di una bella tela attribuita a G. Romanino (ma da altri al Moretto), raffigurante il santo con i S.S. Cosma e Damiano, Nicola da Bari e Antonio abate. Trafugata il 24 aprile 1974, ritrovata nel gennaio 1975 si trova ora nella Pinacoteca Tosio Martinengo. In attesa di un suo ritorno è stata sostituita da una pala (olio su tela cm. 64 x 73) del parroco don Giulio Pini da lui firmata, raffigurante la Visita di S. Maria ad Elisabetta. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il marmoreo altare maggiore opera tardo secentesca è assegnato da Ivo Panteghini a modalità stilistiche riferentesi a Paolo Puegnago. Sovrasta l'altare un bel Crocifisso di anonimo della fine '600, mentre la grande ancona terminata nel 1789, opera del lapicida Paolo Palazzi di Rezzato (come documentato da Battista Bonometti), venne creata per custodire in una elegante edicola l'insigne reliquia della S. Croce, prima custodita presso l'altare di S. Rocco. Il reliquiario in lamine d'argento della fine del '600 ha subito aggiunte e restauri. Sul cimiero dell'ancona sta una tavola sagomata (olio cm. 50 x 70) settecentesca che raffigura la Visita della B.V. ad Elisabetta. Nel presbiterio sopra la cantoria di destra una tela a olio (cm. 185 x 167) di scuola morettesca raffigura l'Annunciazione ed è attribuita di solito a Luca Mombello ma da altri a Francesco Richino. Sopra la cantoria di sinistra sta un'Ultima Cena (olio su tela cm. 83 x 66) del '600, di anonimo. Scendendo lungo il lato di sinistra si incontra l'altare della Madonna del Rosario, opera nella mensa e nell'ancona del tardo '600, attribuita a botteghe rezzatesi. L'ancona accoglie una statua in legno policromo della Madonna del Rosario donata nel 1937 della famiglia Peroni contornata da quindici bassorilievi raffiguranti i Misteri del Rosario scolpiti nel 1974-1975 da uno scultore locale su disegno di mons. Giulio Pini. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il secondo altare a sinistra, dedicato ora al S. Cuore di Gesù (già S. Mauro), è opera di marmorai locali del primo settecento. Nell'ancona è stata ricavata una nicchia che accoglie una statua in legno del S. Cuore eseguita dallo scultore Luigi Stuflesser di Ortisei nel 1966 (APSE, busta VII,1). Segue, ultimo a sinistra, l'altare del SS. Sacramento, ricco di marmi con angeli e cherubini, che Battista Bonometti ha documentato (APSE -Arch.parr.S. Eufemia della Fonte- III 1.1) come opera di Paolo Cimbinello detto Puignago del 1706. La pala (olio su tela centinata m. 112 x 225), opera di Pietro Avogadro firmata e datata 1707, raffigura la &amp;quot;Deposizione della croce&amp;quot; restaurata recentemente da L. Scalvini. Sopra i confessionali sta una tela (olio cm. 230 x 150 firmato Virginio Faggian inizi degli anni '60) raffigurante il pubblicano e il fariseo al tempio. Le stazioni della Via Crucis (olio su tela ciascuna di cm. 39 x 49) furono dipinte da Mario Pescatori nel 1941. La sagrestia conserva dipinti raffiguranti S. Carlo B. (olio su tela cm. 64 x 82) di anonimo pittore del '600, &amp;quot;Il Calvario&amp;quot; (olio su tela 55 x 45) di anonimo di fine '500. I banconi sono di artigiani della fine del '700, una credenza di fine '600. La chiesa è dotata di buoni paramenti fra i quali pianete del '700 ed altre dell'800; di argenterie fra le quali una croce processionale astile del sec. XVI, un ostensorio del sec. XVIII (bottega Giuseppe Renoldi), un turibolo e altri oggetti dei sec. XIX e XX e inoltre reliquiari, candelieri ecc. Interessanti lavori di buon artigianato sono stendardi, lanterne per processione. La campana maggiore venne innalzata nel 1511, rifusa nel 1768, nel 1820 e nel 1884. Muta per una fenditura la vigilia di Natale del 1924, venne poi aggiustata nell'officina di Pietro Villa, sita in via Cairoli a Brescia. L'organo, opera di Giuseppe Rotelli fu installato nel 1922 in sostituzione del Cadei del 1858 che a sua volta sostituì l'antico  Bolognini del 1714. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
DISCIPLINA. Accanto alla chiesa esisteva la Disciplina trasformata poi in cantina. Nelle opere di ampliamento della chiesa parrocchiale nel settembre 1913 venne alla luce un affresco raffigurante il Padre Eterno e frammenti di altri affreschi fra i quali uno raffigurante il Cristo appoggiato alla Croce. L'affresco grande portava la firma di un Pederzoli e la data 1464.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
IL MONASTERO. Gaetano Panazza ha così scritto (Arte medievale bresciana) quanto è rimasto del Monastero: «Avanzi di muratura antica e la semplice forma rettangolare con tetto a capanna, presenta l'edificio che è certamente una ricostruzione del XII-XIII secolo, come risulta dalla bella muratura degli spigoli, dalle finestrelle ad archi ribassati e a pieno centro in cotto che spiccano per il loro color rosso affocato sulle rozze pareti. L'abside amplissima della chiesa, la cui navata venne poi rifatta, è di forma semicircolare e mostra all'interno tracce di affreschi; all'esterno è divisa in cinque scomparti da esilissime lesene in cotto. Le dimensioni dell'abside, l'ampio suo incurvarsi con la grande conca a semicatino, la muratura molto rozza a ciottoli alternati a pezzi di mattone o a conci in pietra, le ampie finestre senza strombatura con arco a tutto sesto e ghiera in cotto fanno pensare sia questa abside ancora un frammento dell'edificio eretto nel 1008». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A sua volta Franco Robecchi seguendo una &amp;quot;rilettura dei caratteri planimetrico-distributivi di monasteri coevi e le minuziose prescrizioni contenute nella «Regola benedettina», ha ipotizzato la presenza di un chiostro, cuore geografico e spirituale, nei pressi della chiesa di San Paterio, certamente di dimensioni maggiori di quelle attuali (e magari completata da una sacrestia, da un guardaroba liturgico o da un piccolo scriptorium). Attorno al chiostro alcuni ambienti destinati alla vita in comune: il dormitorio, il refettorio, la cucina e gli spazi per la conservazione dei cibi. L'abitazione dell'abate (da molti indicata nell'edificio prospiciente viale Bornata) doveva invece sorgere isolata e vicina alla chiesa. Infine, attorno e a distanza progressiva, i fabbricati destinati alle attività materiali e al ricovero dei viaggiatori e pellegrini&amp;quot;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
S. GIACINTO. Singolare in piena influenza benedettina è la dedicazione di una chiesa a un santo domenicano, S. Giacinto con presenza francescana. Situata per di più in pieno centro abitato, Ivo Panteghini la definisce: «un piccolo gioiello architettonico, con il suo svettante campanile di pietra viva discosto dal corpo della fabbrica e la sobria facciata intonacata. La cella campanaria ha una sola campana. Il pavimento interno è in seminato».  Mentre P. Guerrini la dice edificata «nel 1609 per iniziativa di Persio Cereto e altri signori del paese», da un atto del 18 marzo 1651 (fondo Ospedale Maggiore di Brescia), segnalato da Carlo Sabatti, risulta che l'oratorio di S. Giacinto fu costruito, con le elemosine della popolazione, a partire dal 1608 da don Iginio Cariotti, già cappellano della chiesa di S. Maria ad Elisabeth di S. Eufemia, allontanato per condotta non irreprensibile, che ne fece come il contraltare della parrocchiale predetta. Come rileva Battista Bonometti, la pianta della chiesa trovata da Rossana Prestini recante la data 9 gennaio 1625 è un errore di stampa, non pertinente alla fondazione, perchè è datata 1675. In quegli anni l'abate di S.Eufemia chiese al tribunale veneziano di poter abbattere la chiesa di S. Giacinto: il disegno venne usato dalla Vicinia (gli estimati che governavano il paese) per difenderne la demolizione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La chiesa venne arricchita di legati (delle famiglie Forlani nel 1627 poi Bassi; delle famiglie Zola nel 1697 poi Armani e Bettinzoli; da Bernardino Rovetta nel 1716; e di Gio Batta Fappani nel 1838). Semplice la facciata probabilmente rimaneggiata nel sec. XIX. Ha un portalino in botticino chiuso da timpano spezzato. Due lesene finiscono in un cornicione marcapiano e racchiudono un ampio lunotto con sovrapposto un frontone triangolare. L'interno è a pianta longitudinale con, sui lati, due profonde cappelle. La prima a destra è dedicata a S. Carlo B. raffigurato in preghiera davanti alla Madonna col Bambino e a S. Francesco in una tela a olio cm. 161 x 245 firmata da G.B. Motella pittore quasi sconosciuto ancora. Il paliotto e i sovralzi sono in marmo di botticino. L. Anelli ha sottolineato come la tela non si adatti alla cornice e forse ne ha sostituito un'altra. In stucco marmorizzato con specchiature in rosso è sormontata da una grande pala (olio su tela cm. 213 x 320) raccolta in una bella cornice e raffigurante la Madonna col Bambino e i S.S. Agostino, Giacinto, Fermo e l'offerente, attribuita comunemente ad Antonio Gandino ed è assegnata, invece, da Luciano Anelli a Camillo Rama. L'altare della cappella di sinistra è dedicato alla Immacolata Concezione che calpesta il demonio, raffigurata in pala (olio su tela cm. 157 x 245) attribuita comunemente a Ottavio Amigoni ma da L. Anelli assegnata a Camillo Rama. La chiesa è dotata di bei calici. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In via Cesare Noventa sorge ancora la chiesa di S. GAETANO da THIENE, edificata tra il 1699 e il 1702 da Giorgio Medici (come da documenti prodotti da B. Bonometti) e impreziosita con la reliquia del santo nel 1784. Ai primi dell'800 ne era proprietaria la famiglia Chiodi. Passò poi ai Panazza-Perletti ricordati in lapidi murate nelle pareti. Come scrive Riccardo Lonati (&amp;quot;Le chiese di Brescia&amp;quot;): «Semplice la fronte, finita a intonaco e incorniciata da lesene il cui rilievo si estende a dare forma al timpano. Marmoreo il portale dalla lineare cimasa sulla quale imposta quadrangolare finestra. Oltre il tetto a capanna risalta la sagoma del campanile, la base inserita nel fianco sinistro dell'edificio. A volta lievemente ribassata, l'aula è regolare e illuminata da finestre poste centralmente alle pareti laterali. A fianco dell'altare, dipinto a imitare il marmo, due porte dai lignei stipiti, pure dipinti a finto marmo, danno accesso alla retrostante sagrestia. Nella controfacciata vi è la cantoria, dove ha preso posto nel 2008 un piccolo organo del maestro Giuseppe Pagani. Sull'altare risalta la pala della Madonna in gloria e i S.S. Gaetano e Antonio di P., attribuita da qualcuno all'ambito di Antonio Paglia ma da Gaetano Panazza attribuita ad Antonio Dusi. Alcuni dipinti si trovano in sagrestia fra i quali uno raffigurante le &amp;quot;Anime purganti&amp;quot; attribuibile a Faustino Perletti, pittore dilettante.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Di una cappella dedicata alla Madonna del Patrocinio era proprietaria la famiglia Rovetta. Una cappella al Crocifisso sorge nel Cimitero, mentre all'Immacolata è dedicata la cappella della scuola materna. Nel citato atto del 18 marzo 1651 è dichiarato &amp;quot;antichissimo&amp;quot; l'oratorio di S. Paolo, mentre da trent'anni è fabbricato quello di S. Girolamo per iniziativa di Costanza Chizzola. L'edificazione di santelle fu concessa dai monaci. Nel 1581 il Comune otteneva da loro di poter costruire un capitello della Madonna &amp;quot;sopra la Strada Regale&amp;quot;; nel 1673 concedevano a Giacomo Fappani &amp;quot;ditto Zannozzo&amp;quot; di costruire, sempre sulla via Regale, in un luogo ben determinato, una santella nella quale fossero dipinti, assieme alla Madonna, i S.S. Benedetto e Paterio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Notevoli le santelle sparse nel territorio fra le quali quella della Madonna del Carobbio in via C. Noventa; la Madonna del Quarter in via Pila, che racchiude un affresco del 1580 raffigurante la &amp;quot;Deposizione&amp;quot;, che Battista Bonometti attribuisce a Francesco Ricchino e Sebastiano Aragonese e quelle della Natività di via Pila e della Madonna del Carmelo di via Agostino Chiappa. Particolarmente suggestiva all'esterno del muro di cinta del monastero la santella con una pala settecentesca raffigurante la Vergine col Bambino, che Francesco De Leonardis ha avvicinato all'opera pittorica di Pietro Avogadro o a Giuseppe Tortelli e che B. Bonometti l'ha documentata (APSE, Libro Limosine Scuola del SS° in Sant'Eufemia del 1777) come opera di Sante Cattaneo del 1778. Restaurata da Lino Scalvini nel 1993, è stata sostituita da una copia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
CURATI E RETTORI.  D. Basilio da Brescia monaco benedettino di S. Eufemia (rinuncia 1532); D. Gregario da Calvisano monaco c. s. (rin. 1540).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Si susseguono poi nella cura, quasi alternativamente monaci e sacerdoti secolari mandati dal monastero come curati mercenari. Marsilio Giordano, prete (1566-1572); Agostino Gelmini (Guelmino) da Sale, monaco (1572-1590); Giov. Antonio Mazzoli di Commenduno, prete (1590-92); Paolo Serotto, prete e Cherubbino da Brescia, monaco (1591); Giacomo Ragucio, o Rangozzi, di Quinzano, prete (1592-1597); Francesco... prete (1597); Aurelio da Parma, monaco (1598-1605); Igino Cariotti, monaco (semestre 1606); Ippolito da Brescia, monaco (1606-1608); Pietro Bettini, prete (1609-1617); Gabriele Francini, o Franzini, monaco (1617-1624); Tiburzio Gorno, monaco (1624); Gabriele Francini di nuovo (1625-1630); Silvio Botturini, monaco (1630); Mauro Inverardi, monaco (1631-1639); Girolamo da Bologna, monaco (1639-1643); Gabriele (Francini) da Brescia, di nuovo (1643-46); Leone Mattina, monaco (16461649); Gabriele Francini di nuovo (1649-50); Giambattista Bertoli, prete (1650-1657); Carlo Lavelli, monaco (1657-1663); Orazio Terzi, monaco (1663-1667); Mauro Bodei, monaco (1667-1681); Cipriano di Parma, monaco (1681-1684); Alessandro Mellini, monaco (1684-1697); Angelo M. Zamboni, monaco (1697); Benedetto Locatelli, monaco (1697); Giorgio Rosa di Pontida, monaco (1697-1705); Carlo Geroldi, monaco, bergamasco (1706-1716); Giov. Andrea Astesati, monaco, professo di S. Sisto di Piacenza (1716-1 giugno 1719); Pietro Giuseppe Moreschi, monaco professo di S. Salvatore di Pavia (1719-1726); Francesco M. Gallina di Venezia, monaco di S. Eufemia (1726-1744); Lodovico Coffani di Medole, Decano di S. Benedetto di Mantova, già Curato di Maguzzano (1744-1751), passò curato di Bondanello sul mantovano; Mauro Agostino Paratico monaco professo di S. Eufemia (1751-1756); Angelo Bertanza, monaco (1756-1763); Mauro Agostino Paratico di nuovo (1763-1768) ultimo parroco monaco, rimosso per il Decreto veneto 7 settembre 1768; Angelo Bertanza di nuovo, eletto dall'Abate d. Pietro Faita, ma secolarizzato e nominato dal vescovo (7 febbraio 1770 - 5 aprile 1798); Alessandro Bennati di Brescia (1798-99); Francesco Rettori ex-Min. Osservante, Economo spirituale (1799-1801); Giorgio Pedretti, Economo spir. (1801-1802); Giovanni Paolo Giacomini di Muscoline (1812 - 4 settembre 1844 d'anni 96); Antonio Romano di S. Zeno Naviglio (30 aprile 1845, m. 10 febbraio 1863); Bartolomeo Castellini di Bogliaco (7 gennaio 1864, m. 1895); Pietro Piccinelli di Alone (20 marzo 1896, rin. 1911); Orazio Bresciani di Serle (29 gennaio 1912, m. 5 maggio 1956); Ilario Manfredini da Motta di Cavezzo (Mo) (8 dicembre 1956 - 24 settembre 1961); Giuseppe Garzoni da Calcinato (6 gennaio 1962 - rin. 9 gennaio 1968); Giulio Pini da Bassano Bresciano (1 dicembre 1968 - 1999).( Revisione e integrazione di Battista Bonometti).&lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
	  [[Categoria: Volumi_Enciclopedia_Bresciana]][[Categoria: Volume_16]][[Categoria: Lettera_S]][[Categoria: Volume_16 - Pagina_250]][[Categoria: Volume_16 - Lettera_S]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=SANT%27EUFEMIA_della_Fonte&amp;diff=105658</id>
		<title>SANT'EUFEMIA della Fonte</title>
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				<updated>2025-04-17T15:30:45Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''SANT'EUFEMIA della Fonte (in dial. Santafemia)'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Frazione della città di Brescia e comune autonomo fino al 1928, parrocchia dedicata a S. Maria ad Elisabetta è situata a 3,5 km. ad E della città, a m. 134 s.l.m. Ha un territorio di kmq. 10,5. Si trova ai piedi dei Ronchi e della Maddalena, agli inizi di una zona marmifera in cui predomina la &amp;quot;corna&amp;quot; e che si spinge in direzione E fino a Gavardo. Il territorio bagnato dal Naviglio Grande è noto da secoli per una sorgente di acqua purissima che dal 1862 diede il nome, anche per distinguerlo da altre località dedicate a S. Eufemia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
ABITANTI (Santeufemiesi, nomignolo &amp;quot;Laandér&amp;quot;): 350 nel 1493, 1038 nel 1566, 890 nel 1610, 1200 nel 1648, 1457 nel 1701, 1232 nel 1760, 1533 nel 1775, 1361 nel 1791, 1301 nel 1805, 1539 nel 1819, 1640 nel 1835, 1800 nel 1848, 2100 nel 1858, 2550 nel 1868, 2340 nel 1875, 1887 nel 1898 e nel 1908, 3150 nel 1913, 4500 nel 1926, 5030 nel 1930, 5500 nel 1936, 5000 nel 1949 e nel 1963, 4391 nel 1971, 4315 nel 1981, 3660 nel 1991, 3558 nel 1997. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alcuni studiosi propendono a far passare dove è l'attuale S. Eufemia una pista preistorica e poi cenomana divenuta poi una via militare, l'importante Via Emilia o Gallica, di grande rilievo per congiungere Brescia e Verona. L'importanza assunta dalla strada che fu poi chiamata regale, come anche la ricchezza di fattori naturali economici, fecero sì che la località fosse ampiamente conosciuta in tempi molto remoti. A parte i due nuclei preistorici venuti alla luce nel maggio 1994 a S della ferrovia Milano-Venezia, nella zona di San Polo (da sempre considerata legata a S. Eufemia) (v. San Polo) a O della frazione vennero rinvenuti nel 1851-1852, i resti di un insediamento preistorico e particolarmente un fondo di capanne, frammenti di ceramica e due punte di selce. E certo molto di più si potrebbe scoprire ai piedi della Maddalena e dei Ronchi. Ancor più di grande rilievo sono stati i ritrovamenti dì epoca romana. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel territorio di S. Eufemia infatti sono venute alla luce una trentina di are, di epigrafi ecc., una decina delle quali dedicate a Mercurio lungo la via cosiddetta regale, una a Ercole, una a Iside. La presenza delle molte dediche a Mercurio ha fatto pensare all'esistenza di un importante mercato al quale convergevano abitanti di Brescia, della Valsabbia e della Riviera del Garda. Sono state trovate inoltre strutture murarie di età romana e più precisamente i resti di una edicola (ipotizzata di oltre 8 metri di diametro) interpretata da Mirabella Roberti e da Garzetti come pertinente ad un santuario suburbano, dedicato a Mercurio da un romano di origine cenomana, primo figlio di Cariassi. Resti di un muro e di un fondo stradale databili in età romana furono scoperti nel 1945 assieme a due are votive dedicate a Mercurio. Di notevole interesse anche le tombe trovate sul territorio: una a cremazione scoperta nel 1834 lungo la &amp;quot;via regale&amp;quot; con olla vitrea, un anello d'oro con incastonata una corniola sulla quale è incisa una baccante; le altre, pure a cremazione, rinvenute nel 1934, con balsamari in vetro, lucerne, lucernette, due monete di Augusto, ecc. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lungo la linea ferroviaria Milano-Venezia, sempre in territorio di S. Eufemia, nel 1980 vennero scoperte tre sepolture tardo antiche o altomedievali. Il territorio dovette subire devastazioni e periodi di abbandono durante le invasioni barbariche dato che non vi sono stati trovati segni di presenza longobarda o di periodi seguenti. Nel frattempo era entrato a far parte del &amp;quot;territorium civitatis&amp;quot; che aveva come epicentro la pieve cattedrale. Gran parte del demanio pubblico passò al vescovo di Brescia, diventando luogo di caccia ai piedi del Monte Denno (cioè del &amp;quot;monte del signore&amp;quot;) poi diventato Monte Maddalena. Infatti la località venne chiamata cazia, caza o anche casa ferrea. In un documento del 961 figura infatti un teste Martino q. Roperti &amp;quot;de vico caza ferrea&amp;quot;. Come sottolinea A. Gnaga anche in altri documenti riguardanti il monastero si trova: in an. 1037 «terra monasteri S. Eufemie et fontana que nomenatur Casaferrea», an. 1038 «monasterio S. Euphenie V. sito latere monte q. Cazaferio dicitur», an. 1038 «monte Casofero e... locus Cazaferia». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questo nome non compare più nel 1085 «monasterio sce. Eufemie que est constructum iuxsta monte Dignum». Sempre secondo Gnaga &amp;quot;Casa ferrea&amp;quot; avrebbe indicato probabilmente la casa-bottega di un maniscalco o fabbro (ancora oggi detto in dialetto lombardo fèrè, frér) mentre più verosimilmente si riferiva a caccia a fiere dato che lupi e orsi proliferarono per secoli sulla Maddalena. Forse all'epoca delle ultime invasioni barbariche venne eretto un castello cui accenna da Piacenza Innocenzo II nel suo breve del 13 giugno 1132 assieme alla cappella di S. Maria. Nel sec. X il vescovo ebbe dai Franchi in donazione possedimenti a S. Eufemia oltre che a Bagnolo e Mompiano. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Territorio desolato dalle invasioni barbariche, abbandonato dalla popolazione, ridiventato luogo di paludi e di selve ma sempre polmone verde della città, diventò sede di un importante monastero. Infatti fra paludi e selve, chiamate &amp;quot;cacia foris&amp;quot; o &amp;quot;cazza foris&amp;quot; nel senso di luoghi di caccia, superate le ultime invasioni barbariche e le grandi paure dell'anno mille, nell'alveo della incipiente grande riforma della Chiesa e, al contempo, di una pressante ripresa economica e sociale, il vescovo Landolfo II fondava a S. Eufemia tra il 1008 e il 1030 (le date indicate sono 1020, 1022 ecc.) un monastero posto sotto la regola benedettina. Nella fondazione, favorita dal clima creato dalla politica di Enrico II, il santo imperatore, sostenuta altresì dal fratello del vescovo Landolfo, l'arcivescovo di Milano, di sostegno ai monasteri si è voluto vedere un contraltare creato dal fondatore al monastero di S. Faustino allora in grave decadenza. Per dotare il monastero di beni Landolfo compera nel 1019 beni in Botticino che dovrà poi più tardi difendere chiamando in causa il 3 agosto 1024 l'imperatore Enrico II in persona, avendo egli come consigliere l'abate vescovo S. Gottardo. Nel 1022 il vescovo Landolfo faceva trasportare da S. Fiorano sui Ronchi il corpo di S. Paterio, che venne sepolto nella cripta da poco costruita. Nella stessa cripta accanto a S. Paterio verrà sepolto il vescovo Landolfo sulla cui tomba verrà posta la seguente epigrafe: «Praesul Landolfus Pater Almus... / et Huius Chenobi / Cripta hic iacet exigua» e cioè «Il Vescovo Landolfo / Padre che ci nutrì e diè vita a questo cenobio / in questa umile cripta fu sepolto... il 26 aprile 1030». Dedicato come molti monasteri benedettini a S. Pietro verrà poi dedicato a S. Eufemia invocata contro gli assalti di orsi e lupi, frequenti allora sulla Maddalena. La festa più solenne venne fissata al 22 febbraio, dedicata alla Cattedrale di S. Pietro e ricordata nel Sacramentario della Basilica come Cattedra di S. Pietro apostolo unita a quella di S. Paterio vescovo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Morendo nel 1030 il vescovo Landolfo aveva già dotato il Monastero, di cui egli stesso era anche abate, di circa 700 jugeri di terra valutati oggi circa 1750 ettari, da lui comperati con 400 libbre d'argento, terreni giacenti specialmente nei territori di Botticino, Rezzato e contermini. Il monastero si rafforza poi sempre più nei territori vicini e cioè verso Castenedolo, spingendosi verso i laghi di Garda e d'Iseo, in Valtrompia e in Franciacorta (Nigoline, Ome, ecc.). Nel maggio 1038, grazie ad un atto di permuta con il vescovo Ulderico, S. Eufemia cede beni a Carcina, Villa, Semenzaria, Cogozzo e ne acquista a Gardone, Inzino e nella città stessa. Nel giugno seguente una nuova permuta di beni ha luogo fra l'abate Gisalberto e Otta, badessa di S. Giulia. Qualcuno attribuisce al monastero lo scavo del canale Naviglio; si pensa più realisticamente che i monaci lo migliorarono servendosene per più facili trasporti per via d'acqua. È così che il Monastero è, nel 1071, interessato anche al portizolo di S. Polo in prossimità delle sablonere. L'espansione economica continua lungo tutto il sec. XI e viene valutata a 17 kmq. la prima espansione territoriale del monastero comprendente S. Eufemia, Botticino, Rezzato, Virle, Mazzano, Castenedolo. Nel marzo 1085 le proprietà monasteriali si allargano a Toscolano e a Gardone Riviera, mentre compare fra esse una chiesa di S. Nicola costruita nel monastero stesso. Per la prima volta, nel 1102 compare nella storia del monastero l'ospizio e la chiesa di S. Giacomo di Castenedolo che nel 1120 sarà consacrata dal vescovo Villano. Del tutto fantastica la notizia raccolta anche da Carlo Cocchetti secondo la quale il monastero di S. Eufemia fu incendiato da Leutelmo (1109) e dieci anni dopo come quello di Leno, fu preso sotto la protezione della repubblica Bresciana, essendo consoli Ardiccio degli Aimoni e Sibello della Noce (1119).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sempre più evidente invece la protezione dei Sommi Pontefici. Di capitale importanza, infatti, è la bolla di papa Callisto II del 10 febbraio 1123 che, confermando al monastero il possesso dei beni acquisiti, lo prende sotto la protezione della S. Sede &amp;quot;assieme a tutti i beni che verranno in seguito&amp;quot;. Indipendenza e beni vengono poi confermati da una bolla firmata a Piacenza il 13 giugno 1132 da papa Innocenzo II. Lo stesso Papa, durante una sosta a Brescia, manda a S. Giacomo di Castenedolo il proprio legato, card. Anselmo, che concede per la festa del santo privilegi ed esenzioni che verranno poi confermati da Alessandro III nel 1170. Un nuovo privilegio viene concesso da Lucio II tra il 1144-1145 mentre Eugenio III, che verosimilmente visita anche il monastero, il 5 settembre 1148 da Leno conferma le proprietà del monastero su Caionvico, con terreni un tempo del monastero di S. Faustino. Nel 1166 sul monastero e sul borgo incombe la presenza e la minaccia del Barbarossa che stringe d'assedio Brescia. Ma l'ascesa in importanza del monastero prosegue con nuovi privilegi e conferme anche di decime da parte di Urbano III con bolla del 10 agosto 1186 da Verona che enumera beni monasteriali a Rezzato, Calcinato, Cazzago, Castenedolo, Folzano, Ome, Brescia e Chiusure, Iseo e il porto di Vello dove l'abate tiene una piccola flotta battente bandiera propria. Ma il monastero nel 1200 avrà proprietà anche in Valcamonica a Pontasio, Borno, Niardo, Losine, Ono S. Pietro, Paspardo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Molti di questi beni sembrano derivare da un'imponente eredità della famiglia Feroldi. Il monastero è inoltre sempre più presente, con una permuta di beni tra terreni di Pedergnaga con altri a S. Pietro in Mavino del 26 marzo 1196 sul lago di Garda. Ma, come hanno sottolineato G.C. Piovanelli e E. Puddu, paradossalmente proprio nel periodo di maggior espansione il monastero entra, come altri del resto, in una crescente crisi. Come rileva Edmondo Puddu: «Continua in parte l'espansione territoriale dell'abbazia, ma alla fine di quel periodo una crisi economica costringe i monaci a vendite e permute di beni per pagare i titolari di prebende (in genere chierici rampolli di nobili famiglie) e di uffici vari (probabilmente castaldi o fattori addetti all'amministrazione dei beni avuti in donazione sparsi per la diocesi)». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La vicinanza con Brescia e la posizione strategica delle strade principali fecero sì che S. Eufemia venisse coinvolta in momenti storici critici per il passaggio continuo di eserciti che andarono via via infittendo dal sec. XIII in poi nelle guerre fra i comuni di Verona e di Brescia e poi tra la Repubblica Veneta e il Ducato di Milano. Nel 1218, in particolare, vi avrebbe soggiornato Ezzelino da Romano. Nel frattempo l'interesse di grandi famiglie nobili (Ugoni, Confalonieri, Poncarali) e di famiglie della nuova borghesia manifatturiere (i Ganassoni, i Mazzola, i Vergine, ecc.) ridussero i beni del Monastero frenati soltanto ma non arrestati da interventi pontifici quali quelli di Gregorio IX del 1236 e di Innocenzo IV del 1251 mettendo in crisi il prestigio del monastero che con arbitrato del vescovo Berardo Maggi del 25 febbraio 1275 perse inoltre il vassallaggio su Rezzato. L'equiparazione nel 1309 della dignità dell'abate con quella dell'abate di S. Faustino non mette al riparo il monastero da nuove crisi, indotte anche da avvenimenti di più ampia portata, quali l'assedio nel 1311 a Brescia di Arrigo VII durante il quale combattimenti e saccheggi colpiscono il monastero e la zona. Tali fatti spinsero l'abate Inverardo Confalonieri, che pur si nominava anche conte di S. Eufemia e di Rezzato, ad acquistare nel 1231 per maggiore sicurezza la casa degli Umiliati dei S.S. Simone e Giuda nei pressi di porta Torlonga in città acquisita poi definitivamente nel 1381. Oramai il monastero è in piena decadenza, tanto che il vescovo Bernardo Tricarico si sente in dovere di minacciare di scomunica l'abate per vendite ingiustificate e arbitrarie lamentando per di più che l'abate stesso e i sei monaci del monastero non osservino le regole e non portino nemmeno il saio. I documenti riguardanti il monastero riguardano ormai solo affari economici e specialmente l'utilizzo delle acque della Seriola e del Naviglio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per le bocche di questi corsi d'acqua nel 1416 si ripetono contenziosi tra autorità, popolazione e monaci. Gli abati diventano commendatari mentre i provveditori veneti intervengono a reprimere scandali più o meno gravi. L'abate Gabriele Avogadro è, ad esempio, aperto sostenitore del pronipote Corradino Caprioli che dal 1437 al 1451 dilapida il monastero di Rodengo definitivamente della casa degli Umiliati. E ciò fino a quando il 30 maggio 1444 Eugenio IV autorizza la costruzione di un nuovo monastero &amp;quot;intra moenia&amp;quot;, mentre una bolla di Callisto III del 2 febbraio 1457 autorizza l'unione di S. Eufemia alla Congregazione Cassinese a S. Giustina di Padova, portando ad essa un patrimonio ancora imponente. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Infatti, dagli Annuali redatti dall'ab. Pietro Faita verso la metà del '700 risulta che nei sec. XV e XVI il monastero conservava rapporti di proprietà e diritti con il Comune di Brescia, con la &amp;quot;terra&amp;quot; di S. Eufemia extra, con Bogliaco, Buffalora, Caionvico, Calcinato, Castenedolo, Cigole, Cogozzo V.T., Flero, Folzano, Gardone Riviera, Gazzane, Gerola, Maderno, Mazzano, Nave, Nuvolento, Offlaga, Paderno, Passirano, Polaveno, Portese, Puegnago, Rezzato, Roncadelle, Rovato, Salò, San Felice, San Zeno, Toscolano, Virle, Volciano, ecc. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La fine del monastero di S. Eufemia avviene nel 1438, durante l'assedio a Brescia, quando la borgata S. Eufemia costituisce una testa di ponte nell'assedio posto dal Piccinino alla città. Egli, dopo aver reso inutile il tentativo delle autorità venete di presidiare, attraverso contadini che si erano rifugiati in città, il Naviglio, vi si trincerava cercando di stringere la città in un forte blocco così da prenderla per fame. Nella ripresa delle ostilità, nel luglio 1439 la borgata veniva occupata dai cittadini bresciani, per essere ripresa poi dai viscontei. Nell'aprile 1440 erano due donne a turno ogni giorno a far da vedetta nei pressi di S. Eufemia, per dare tempestivo allarme dell'arrivo delle truppe nemiche. Orfana del monastero la borgata dì S. Eufemia va costituendosi una sua fisionomia amministrativa ed ecclesiastica raccolta intorno alla chiesa parrocchiale mentre il monastero di S. Eufemia della Fonte diventa una grossa fattoria intorno alla quale la parrocchia e il comune si sviluppano ormai autonomamente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nella campagna militare del 1440 in luglio, S. Eufemia veniva di nuovo raggiunta dalle truppe milanesi. La vicinanza alla città mette il borgo, non più nemmeno protetto dal monastero, in balia di eserciti. È, per fare un solo esempio, a S. Eufemia della Fonte che il 16 febbraio 1512 Gastone di Foix concentra le sue truppe e, saccheggiate e incendiate le case, prepara il terribile &amp;quot;sacco di Brescia&amp;quot; del 19 seguente. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel giugno la borgata è ancora al centro di uno scontro fra gli eserciti veneto e francese. Il 19 novembre 1515 gli spagnoli comandati dall'Icardo e i fuorusciti bresciani ingaggiano a S. Eufemia uno scontro con i francesi nel quale si segnalò principalmente Annibale Lana. È ancora a S. Eufemia che il 5 dicembre 1515 si tiene sotto la presidenza del conte Vittore Martinengo il Consiglio provvisorio dei cittadini in esilio che non riesce però ad evitare, pochi giorni dopo, per la permanenza delle truppe venete di G.G. Trivulzio, scontri, saccheggi e incendi con le truppe nemiche tanto che, a distanza di decenni, in un atto del 29 gennaio 1552 si attesta che il monastero della terra di S. Eufemia &amp;quot;extra&amp;quot; è stato distrutto a beneficio del Serenissimo Dominio veneto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo decenni di tranquillità nel 1577 scoppia la peste detta di S. Carlo che imperversa nei mesi estivi per cessare in autunno avanzato, mietendo 27 vittime. Ma ancora una volta la vita del borgo riprende intensa tanto che nel 1590 si verificano 63 nascite. Nel giugno 1610 un violento nubifragio si abbatté su S. Eufemia, rovinando, come riferiscono i Bianchi nei Diari, moltissime case e terreni. Idilliaca o quasi è la descrizione di S. Eufemia che ne fa nel 1610 Giovanni da Lezze nel suo Catastico. Egli arriva a scrivere come «le persone vivono longamente in quella terra et fino 100 et più anni per essere l'aria salutifera». Vi registra la presenza di nobili bresciani quali i Martinengo, i Cesedi, i Fusari, i Parabeati, mentre tra i contadini &amp;quot;principali&amp;quot; sono elencati i Veronesi, i Geremia, i Mattanza «et altri, che per la maggior parte sono lavoranti di campagna, essendovi anco alcuni mercanti di ferrarezze et da biave&amp;quot;. «Il Comune era governato da due sindaci e da un consule et questi governano la terra et sono ballotati dalla vicinia, ed il Massaro scode et paga, né altri che il massaro hanno salario. Il Massaro a me fa l'effetto dell'Esattore, il Console ed i Sindaci mi fanno quello della Giunta, con questo di differente che nella nomina non ci entrava il Governo, che oggi si è riservata la nomina del Sindaco. I redditi del Comune non erano grande cosa. Si limitavano a 500 lire che si ricavavano da un prestino, da un'osteria e da alcuni boschi». I padri benedettini avevano, scrive sempre il da Lezze, «un bellissimo giardino circondato da muraglia, dal quale cavano perfettissimi frutti e di buona vernazza, senza contare due molini con le sue botteghe e bellissimi casamenti con peschiera ai piedi del monte (Maddalena)». Aggiunge inoltre che gli &amp;quot;illustrissimi signori&amp;quot; Antonio e Teofilo Martinengo vi hanno «molti luochi da piaceri et deliciosi» e, anch'essi, una peschiera. Pochi anni dopo queste testimonianze tornano momenti difficili anzi terribili. Il continuo passaggio di Lanzichenecchi nel 1628 e 1629 porta la peste che specie nel 1630 diventa distruggitrice mietendo in 12 mesi 92 vittime, un numero tale da non trovare posto nel cimitero e da costringere le autorità a seppellire i morti nel campo del &amp;quot;filio Forlano&amp;quot; ai limiti orientali del paese. Un episodio indica l'esasperazione della popolazione. Il 2 giugno 1630 alla notizia del sopraggiungere di truppe venete che una voce voleva che nel Veronese avessero emulato le imprese dei Lanzichenecchi gli abitanti, saliti sui tetti gli uomini, alle finestre le donne, con sassi tentarono di opporsi al loro passaggio, obbligando la autorità pubblica ad intervenire. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Scomparsa la peste la vita del borgo rifiorì. Nel giro di 18 anni la popolazione aumentò di circa trecento abitanti. Nel 1673 grazie ad un legato lasciato, con testamento del mercante Giacinto Moneghini/o, alla confraternita del S.S. Sacramento si viene formando un monte frumentario o monte di pietà a &amp;quot;servitio dei poveri della terra et territorio&amp;quot;. Scomparsa la peste la vita riprende poi tranquilla, grazie anche allo sviluppo oltre che agricolo, commerciale per merito della strada percorsa in continuità e al Naviglio che alimenta le rogge e fa muovere le ruote dei mulini e delle &amp;quot;raseghe&amp;quot; ed ha, a S. Eufemia, il terminale del trasporto di merci attraverso barconi e del legname fluitante che viene dalla Valsabbia. S. Eufemia diventa inoltre uno dei punti di partenza del servizio di scorta dei corrieri per Venezia e del servizio postale. Il borgo conosce nuovi momenti difficili nel 1701-1705 per la guerra di successione spagnola. Specie nel settembre 1701 e febbraio 1702 vengono denunciate violenze e ladrocini delle truppe tedesche. Ma si tratta di episodi momentanei. La fine del secolo vede un continuo passaggio di truppe napoleoniche e poi austro-russe mentre la Rivoluzione Giacobina del marzo 1797 viene avvertita particolarmente per lo scontro fra le truppe della stessa e quelle controrivoluzionarie provenienti dalla Riviera del Garda e dalla Valsabbia. Ma più a fondo colpisce l'incameramento, il 2 novembre 1797, delle proprietà del Monastero e di S. Giacomo, che passano all'Ospedale Maggiore. Certo un avvenimento difficile da dimenticare è l'arrivo il 7 aprile 1801 dei deportati in Ungheria da parte degli austro-russi. Dura pochi anni la soppressione dell'autonomia comunale avvenuta nel 1810 e restituita il 1° maggio 1816. Il dominio austriaco non fu nefasto quanto lo si è voluto dipingere. Già nel 1816 vengono infatti organizzate scuole comunali in paese e a S. Polo. Vengono inoltre costruite strade, nel 1838 adottata l'illuminazione a gas. Vengono inoltre istituite le condotte mediche, imposta l'obbligatorietà delle vaccinazioni e la salvaguardia delle acque di superficie e di falde. In sviluppo anche l'assistenza ai poveri con la costituzione il 4 maggio 1846 della Congregazione di carità diventata ente morale nel 1858. Il progresso è indicato del resto anche dall'aumento di popolazione che passa da 1536 abitanti nel 1816 a 2069 nel 1860. Non mancano d'altro canto gravi e improvvise calamità come quella del colera del 1836 e del 1855 che miete un centinaio di vittime, i gravissimi allagamenti provocati da alluvioni accadute in Val Carobbio e dalla tracimazione del Naviglio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tali avvenimenti si ripetono di frequente: l'11 giugno 1863 e più tardi, il 10 novembre 1880 e compiono ingenti danni. La borgata è nel 1848 fra le prime del Bresciano ad avvertire i segni della nuova Rivoluzione. Nel marzo infatti il maresciallo Radetzky vi confinò, nel timore che fraternizzassero con gli insorti, i reparti dei granatieri italiani arruolati nell'esercito austriaco. Partiti al seguito del vicerè per Verona i contadini di S. Eufemia partecipavano a Rezzato alla cattura di un convoglio di munizioni dell'esercito austriaco. Più esaltanti e gravi assieme furono gli avvenimenti che accompagnarono le Dieci Giornate di Brescia dell'anno seguente. Nel 1849 Tito Speri con i suoi uomini aggrediva un convoglio di austriaci e disarmava decine di uomini armati. Al sopraggiungere il 26 marzo di mille austriaci al comando del gen. Nugent vennero bloccati per ore dagli insorti bresciani al comando di don Boifava e di Tito Speri che si ritirarono poi alla porta di Torrelunga. Il 28 marzo attirati da un'abile mossa del gen. Nugent, giunsero fino a S. Eufemia, dove gli insorti furono presi da due fuochi, ingaggiando uno scontro vivacissimo nel quale i bresciani perdettero tra morti, feriti e prigionieri circa 100 uomini mentre gli austriaci ne perdettero il doppio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lo Speri si salvò gettando svanziche agli inseguitori. A ricordo di alcuni caduti l'8 aprile 1877 venne posta la seguente epigrafe: «IL MUNICIPIO / SCRIVE IN MARMO I NOMI GLORIOSI / DI ANTONIO CORSETTI - NULLO CESARE / LOVATINI TEMISTOCLE - BISEO PIETRO / MONEGHINI PIETRO - MARTINELLI LUIGI / PONTOLTI GIUSEPPE - TAGLIANI PIETRO / CHE PRIMI QUI PRESSO / NEL XXVIII MARZO MDCCCXLIX / DONARONO ALLA PATRIA LA VITA / PERCHÈ DURI NEI POSTERI LA LORO MEMORIA / E LA RICONOSCENZA ALLO SMISURATO VALORE / E MAGNANIMO SACRIFIZIO / S. EUFEMIA   VIII APRILE MDCCCLXXVII». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nei giorni seguenti S. Eufemia divenne come per il passato un caposaldo per la riconquista da parte degli austriaci della città, occupata come fu dal 29 marzo da crescenti truppe provenienti da Verona e registrando il 31 marzo il passaggio dello stesso gen. Haynau. Questi episodi delle Dieci giornate verranno, dopo l'Unità d'Italia, a lungo solennizzate a S. Eufemia con una festa commemorativa e discorsi dei massimi esponenti della politica bresciana (on. Zanardelli, on. Da Como) oltre che di altre personalità, con gare di tiro, ciclistiche, ecc. Il 14 giugno 1859 S. Eufemia rivedeva vittoriosi il gen. Garibaldi con i suoi volontari che vi pernottò dormendo su un banco di lavoro nella casa del falegname Noventa come ricorda una lapide posta il 20 settembre 1899 su casa Speziali, nella quale si legge: «Giuseppe Garibaldi - dopo le vittorie di Varese e San Fermo - da Brescia proseguendo la sua marcia gloriosa - riposava - al piano terreno di questa casa - su nudo banco di falegname - la notte dal 14 al 15 giugno - 1859 - precedente l'alba - dell'eroico scontro a Virle Treponti. 20 settembre 1899» (singolare la vicenda del bancone-letto che donato poi al Museo del Risorgimento, e secondo altri custodito fino al 1921 nel circolo Mazzini di Brescia, scomparve. Più tardi alcuni imbroglioni cercarono di contraffarlo venendo però scoperti). Comandato il mattino del 15 giugno da un dispaccio del re di avanzare su Lonato per unirsi alle truppe del Sambuy il generale lasciò S. Eufemia. Mentre le sue truppe si scontravano duramente a Treponti egli ricevette dal re l'ordine di ritirarsi a S. Eufemia. Nel 1862 (Regio Decreto 7 settembre) il Consiglio comunale (era sindaco Vincenzo Bontempi) deliberava di aggiungere la denominazione &amp;quot;della Fonte&amp;quot; al nome del paese, per distinguerlo da altri nove esistenti in Italia. Passaggi continui di truppe si verificarono nel 1866; ma di rilievo è il fatto che dopo la sconfitta di Custoza, Garibaldi individuò S. Eufemia come ultima difesa di Brescia facendo edificare sulla collina sovrastante l'abitato un piccolo forte, sui ruderi del quale il 28 luglio 1907 venne posta una lapide con l'epigrafe «QUI / NEL 1866 / DOPO LA FATAL GIORNATA DI CUSTOZA / PER PROTEGGERE L'EROICA BRESCIA / FU COSTRUITO IL FORTE / CHE / DI GIUSEPPE GARIBALDI / PRESE IL NOME GLORIOSO / MUNICIPIO E CITTADINI VOLLERO / NEL CENTENARIO DELLA NASCITA DEL GRANDE / QUESTO RICORDO / S. EUFEMIA, LUGLIO 1907». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I primi decenni dell'Unità d'Italia non furono esaltanti. Pochissimi i votanti nelle elezioni politiche del 25 marzo 1860 e scarsa la partecipazione alla vita politica e amministrativa mentre dovevano essere affrontati con urgenza i gravi problemi imposti da una dilagante povertà solo in parte arginata attraverso la Congregazione di carità e alcune iniziative come la &amp;quot;Locanda sanitaria&amp;quot; fondata nel 1901 e i bagni per i pellagrosi, attuate dal dott. Arnaldo Maraglio. Di particolare utilità l'apertura nel 1863 della Farmacia Romelli poi dal 1873 Pasini. Il 9 agosto 1875 il Consiglio Provinciale bocciava la proposta di aggregazione del comune di Caionvico a quello di S. Eufemia. Il 18 settembre 1887 veniva messo in attività il tram a cavalli da Brescia. Un crescente risveglio sociale e culturale si verifica negli anni '80 quando nasce (nel 1884) la Società di Tiro a segno locale con poligono in Val Carobbio e i cui soci mieterono buoni successi specialmente da parte di Candido Rapuzzi, Faustino Capretti, ecc. Attiva è presto l'associazione &amp;quot;Vis et Patria&amp;quot; che promuove tra l'altro uno dei primi club ciclistici che nel luglio 1902 è presente in corse importanti come la Milano-Riva e che il 28 luglio 1907 inaugurerà il proprio labaro. La solidarietà fra le forze sociali crea nel 1884 la Società di Mutuo Soccorso che nel giro di vent'anni raccoglierà 140 soci ma che incontrerà gravi difficoltà nel 1908-1909. Nel 1886 l'Amministrazione comunale incominciò a pensare ad un asilo di infanzia, che aprì i suoi battenti il 2 gennaio 1888 con 85 bambini. Ristrutturato nel 1888-1890 il fabbricato su progetto dell'arch. Arcioni, l'asilo ebbe il primo statuto e il regolamento interno nel 1890, la costituzione in ente morale nel 1893. Lo stesso sarà avvantaggiato nel 1924 dal lascito di Giovanni Sega al quale verrà intitolato, e verrà sistemato in un nuovo fabbricato nel 1937-38. Fra i problemi più seguiti vi furono quelli dell'istruzione scolastica presente al centro attraverso sei classi, collocate in locali della fabbrica e a S. Polo. Più tardi si aggiunsero una scuola serale e una scuola di disegno. La pressione su S. Eufemia di popolazioni di Caionvico e dell'ex comune di S. Alessandro, soppresso nel 1880, indussero agli inizi degli anni '80 alla costruzione di un nuovo edificio scolastico. Nel 1900 veniva installata una classe promiscua a Buffalora che contò subito ben 88 alunni. Nel 1913 le classi salivano nel comune a nove (sette al centro e due sulle frazioni).Il palazzo ex Ganassoni/Noventa/Martinengo, ora centro diurno anziani &amp;quot;Don Franco Benedini&amp;quot; di via Indipendenza 29, acquistato per accogliere in un unico edificio le classi elementari del paese, per esigenze economiche divenne l'ultima sede Municipale di S.Eufemia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Agli inizi del '900 per iniziativa del prof. Staglieno Zaccarelli veniva istituita una scuola professionale di disegno tecnico cui si affiancarono corsi di ornato e di disegno libero. Fortuna di S. Eufemia fu la presenza di ottimi insegnanti come il maestro Giacomo Ontini, le maestre Angela Arici (medaglia d'argento dell'Ateneo di Brescia nel 1862), Matilde Prati, la maestra d'asilo Emilia Bazoli e ultimo nel tempo ma di indelebile memoria il prof. Vittorino Chizzolini. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L'evolversi della vita amministrativa venne per decenni dominato da liberali prima e moderati poi, zanardelliani e particolarmente da Ugo Da Como mentre sul piano locale conta particolarmente il dott. Arnaldo Maraglio. Agli inizi del '900 tuttavia si affacciano sulla soglia della politica socialisti e cattolici, più attenti alle istanze sociali di una borgata in via di industrializzazione. L'Unione Cattolica del lavoro porta alla ribalta per la prima volta il 7 ottobre 1902 le filatrici della ditta Pirovano. Favorisce lo sviluppo, agli inizi del secolo, la rete elettrica realizzata dalla ditta Porta e C. che nel 1905 raggiunge anche S. Polo e il tram a vapore Brescia-Gargnano e Brescia-Vestone mentre alle Bettole viene aperto uno scalo della Brescia-Mantova-Ostiglia. Si registrano anche più diffusi interessi culturali nuovi con un'attiva Società Filodrammatica che nel febbraio 1907 inaugura un proprio teatro. L'assistenza ai poveri registra dal 1908 il &amp;quot;Natale del povero&amp;quot; con l'ausilio della cucina economica, voluta dal benefattore Luigi Chiappa nel 1888. La I guerra mondiale vede una mobilitazione anche nell'assistenza alle famiglie dei richiamati e a quelle particolarmente povere. A ricordo dei caduti verranno inaugurati il 6 luglio 1924 il Monumento ai Caduti, opera dello scultore Emilio Magoni su progetto dell'arch. Angelo Albertini, e il Parco della Rimembranza (ora don Orazio Bresciani). Lo schieramento politico vede nel dopoguerra in prima fila socialisti e cattolici. Questi ultimi nell'aprile 1919 si organizzano nel P.P.I. Nel campo sindacale le più attive sono le filatrici che nel 1919 e 1920 organizzano insistenti agitazioni sindacali mentre il grave problema delle abitazioni viene affrontato, il 13 maggio 1921, con l'istituzione di una sezione della Federazione nazionale inquilini. Il clima politico va cambiando dal 1922 quando fa la sua comparsa il fascismo che ingaggia subito una serrata lotta, specie con i socialisti. Più o meno accesi scontri con bastonate, olio di ricino e anche colpi di rivoltella per fortuna andati a vuoto si verificano nel settembre e dicembre 1922. I tristi fatti si rinnovano il 6 gennaio 1923. Il 13 di tale mese una squadra d'azione fascista invade la casa di tale Luigi Saiani per impadronirsi del busto di Carlo Marx. Il 1° novembre 1923 una ventina di fascisti occupa il Circolo socialista. Intanto alle esigenze igieniche si provvede con l'acquedotto il cui progetto viene presentato dall'ing. Gino Rizzoli di Gallarate, mentre viene affrontato il problema delle fognature, su progetto del geom. Rossetti, dell'imbrigliatura del torrente Carrobbio, con più progetti attuati nella seconda metà dell'800 e primi 900, che saranno però insufficienti a fermare nuove alluvioni come quella grave del 1936; e ampliati nel 2022/23.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un nuovo clima segnala nel 1923 la consegna della bandiera della scuola e la consegna del Crocifisso. Il 19 ottobre 1924 vengono benedetti il Cimitero ampliato e la cappella eretta dal Comune. Continua ad avere importanza il Poligono dove nel 1922-1923 si prova la Mitragliatrice Brixia. Per l'assistenza ai più poveri si pensa ad un Ricovero per anziani, mentre progredisce anche l'associazionismo da quello combattentistico (che vede nascere la Sezione combattenti, della quale viene benedetta la bandiera nel luglio 1924) a quello sportivo nel quale predomina l'Unione Sportiva, figliazione del &amp;quot;Club Vis et Patria&amp;quot; e fondata sotto la presidenza del dott. Lucio Callegari nel marzo 1924. Nel 1928 il Comune, che ha un'estensione di kmq. 10,29 e 1.092,15 ettari, viene fagocitato dal Comune di Brescia la cui amministrazione provvede presto a miglioramenti di rilievo come l'allargamento e la sistemazione nel 1930 del tronco stradale Brescia-S. Eufemia, la deviazione nel 1934 della statale n. 11 in corrispondenza dell'abitato con la costruzione a S dello stesso di una nuova strada lunga 1300 m., l'elettrificazione del tram che verrà sostituito nel 1952 dalla filovia. L'accorpamento al Comune di Brescia rese necessaria una nuova toponomastica stradale (in sintesi) come da delibera 31 gennaio 1931: via Case e via XX Settembre in via Lucio Fiorentini; via Giuseppe Mazzini in via Giuseppe Saleri; Via Umberto I in via Indipendenza; via Rampino in via Mario Alberti; via Razzica in via Vittorio Arici; via dei Ronchi in via Parrocchia; via Solferino in via Agostino Chiappa (con un errore clamoroso perchè il sig. Chiappa che ha lasciato tutti i suoi beni per i poveri del paese non fu Agostino ma lo zio Luigi); via Tito Speri in via Pila; via Giuseppe Zanardelli in via Cesare Guerini; Via Belguardo in via Cesare Noventa; via Brescia e via Castenedolo in via Mantova. Nel 1932 vengono, con demolizioni di case a E dell'abitato, risanate le fonti che tuttavia si esauriranno nel 1963. Nel 1938 viene costruito per larga elargizione di Giovanni Sega e su progetto dell'ing. Giuseppe Cacciatore il nuovo asilo. Nello stesso anno viene sistemata e bitumata la vecchia traversa della frazione. Gli anni Trenta vedono il completamento di opere pubbliche, l'arrivo del gas nelle case e nelle industrie, ed il prolungamento del tram cittadino della linea n. 7 fino alla fine del paese, nell'attuale piazzetta Garibaldi. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lavori di regimentazione delle acque sono invece ancora frustrati e tali lavori non eseguiti danno luogo ad esondazioni del Naviglio e ad alluvioni fra le quali, particolarmente pesanti, quelle del maggio 1930 e dell'agosto 1934. Fra gli avvenimenti che accompagnarono la seconda guerra mondiale suscitò viva impressione la caduta il 17 agosto 1943 sulle prime pendici della Maddalena di una fortezza volante (B17 dell'VIII USAAF) di ritorno da un bombardamento sulla Germania senza tuttavia che vi fossero vittime. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I giorni della liberazione vedono in viale Bornata all'imbocco dell'abitato di S. Eufemia un sanguinoso scontro avvenuto dalle ore 2 alle 4 del 27 aprile, tra una autocolonna di soldati tedeschi e due carri armati americani che probabilmente per un errore provocato dal buio hanno già sparato su un gruppo di patrioti di S. Eufemia uccidendo otto persone (Zintu Giulia a.16; Zilioli Giuseppe a.55; Mainetti Tomaso a.57; Biasibetti Angelo a.26; Bonassi (Maria); Febbrari Italo a.23; Gnocchi Attilio a. 28; Ghisma Giuseppe a. 49). Nello scontro cadono una quarantina di tedeschi e due americani. Mentre gli americani vengono raccolti dai loro commilitoni, i tedeschi lo sono da un gruppo di giovani diretti da Giuseppe Rapuzzi che darà loro degna sepoltura. Le giornate della Liberazione vedono protagonista Tito (Luigi Guitti) e finiscono in una inumana carneficina. Il 10 maggio 1945, infatti, alcuni componenti della 122ª Brigata Garibaldi fucilano 33 persone tra ufficiali della X Mas, funzionari della RSI e civili prelevati a Lumezzane, seppellendone i corpi al Ghiacciarolo di Botticino. Particolarmente intensa è la lotta politica negli anni seguenti, specie fra socialcomunisti e democristiani sostenuti, questi, da un attivo circolo ACLI che tra le sue attività vanta tra l'altro anche un Gruppo escursionistico di notevole prestigio. Più contenuto lo sviluppo edilizio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Negli anni '50- '60 vengono avviati nella zona a N della borgata nuovi insediamenti continuati con i Villaggi Marcolini e Carloni ma tale espansione si fermò agli inizi degli anni '70, mentre le attività produttive, fatta eccezione della cava e fabbrica di calce viva S. Orsola, rimangono sul viale S. Eufemia. Nel 1974 veniva avviata la costruzione della strada detta del Carso di S. Eufemia che raggiunse via Triinale. Dal 1970 (ed ufficialmente costituito nel 1977) opera attivamente per particolare iniziativa di Rolando Bennati, che ne fu anche il primo presidente, il gruppo antincendio &amp;quot;Val Carobbio&amp;quot; il quale, oltre che a spegnere numerosi incendi specie sulle pendici del monte Maddalena, allargò sempre più la sua attività alla protezione civile, alla pulizia dei torrenti. Ad esso si è aggiunto il gruppo &amp;quot;Sella&amp;quot; di Caionvico. Tra gli altri gruppi si distinguono quello degli alpini che dal 1966 con il gruppo escursionisti delle ACLI organizza la Settimana della montagna. Lo sport ha espresso nel 1976 una attiva Associazione sportiva calcio presente nel campionato provinciale di Terza Categoria. Nel 1995 è stata realizzata per gli scalatori una palestra d'arrampicata artificiale (v. Roc Palace). Non mancano episodi di attiva partecipazione alla vita civile come dimostra il referendum del 27 giugno 1977 che respinge a grande maggioranza (789 contro 38) la municipalizzazione della scuola materna. Danni ingenti per miliardi di lire provocò il 6 agosto 1982 tra le ore 6 e le 7 un'alluvione. Una nuova minaccia di allagamento incomberà nel giugno 1993. Nell'aprile 1983 viene inaugurata in via Indipendenza la sede dell'Associazione ex Combattenti. Nello stesso anno nasce il Gruppo Scout. Molte discussioni e manifestazioni sono state spese circa il recupero del complesso dell'antico monastero (ostello della gioventù, spazi per convegni, centro culturale, fino alla malaugurata destinazione a Museo della Mille Miglia). Le vecchie scuole sono state invece destinate nel 1998 a centro diurno per anziani. Nel cimitero di S. Eufemia è prevista la realizzazione di un forno crematorio da parte del Comune di Brescia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A S. Eufemia nacquero i due fratelli noti incisori Faustino (+ 1847) e Pietro (+ 1849) Anderloni. Secondo il Faino a S. Eufemia vi avrebbero abitato i SS. Faustino e Giovita ai quali egli dà il cognome Prignacchi quando i cognomi non esistevano per niente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L'ECONOMIA fu per lunghi secoli eminentemente agricola, specialmente indirizzata alla produzione dei cereali e ad una parziale coltivazione della vite arricchitasi poi con l'allevamento del baco da seta. Frutta e verdura sono stati, da secoli, i prodotti locali. Il Da Lezze nel Catastico del 1610 registrava anche che vi si cavava &amp;quot;quantità di olive&amp;quot; e &amp;quot;monti&amp;quot; delle legne, del fiume &amp;quot;et anco in alcuni luochi di buon vino&amp;quot;. Lo stesso segnalava la presenza di due mulini di due ruote l'uno «con le sue rasseghe» di proprietà del Monastero e due altri mulini &amp;quot;da quali si cava buona entrata... posti sopra l'acqua del Naviglio...&amp;quot;. Scavi di pietre, appendice delle grandi cave di Botticino, non mancarono nei secoli più lontani. Nel sec. XV si registrano esportazioni nel Bergamasco e altrove. Caratteristica a S. Eufemia e ad altri paesi (Botticino, Paitone, ecc.) fu da lungo tempo la produzione della spolverina o polvere ricavata da cave di dolomia che veniva comunemente utilizzata per pulire utensili da cucina. Mai sfruttate invece per fare colori le argille che riempiono le fessure delle dolomie liassiche. Folta la presenza di lavandai e lavandaie a servizio di moltissime abitazioni della città. Per alleviare il loro lavoro ma anche per non creare nuove difficoltà economiche nel dicembre 1885 in casa Guillaume veniva impiantata dall'ing. Enrico Pandiani una delle prime lavanderie a vapore della ditta Davey Paxman e Comp. di Colchester (Inghilterra). Nel tempo l'abbondanza delle acque favorì un sempre crescente sviluppo di realtà produttive. Agli inizi dell'800 esisteva verso Rezzato una rinomata fonderia di cannoni, mentre via via vennero avviate una cereria e seghe idrauliche per la lavorazione del legno. La prima fabbrica di notevoli dimensioni fu il Cotonificio Ercole e Giuseppe Lualdi, fondato nel 1857 cui si aggiunsero in pochi anni un opificio per la lavorazione della seta e un altro per la fabbrica dell'amido. Attivo il Mulino Frick che nel 1900 passava a Hefti e Benigher che lo tennero fino al 1923. Nel 1862 nasceva il Pastificio Cesare Rapuzzi uno dei più importanti nel Bresciano. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Come sottolinea Piercarlo Morandi, un vero salto di qualità l'economia del paese lo compie avvicinandosi il nuovo secolo. Nel 1882, per iniziativa dell'industriale monzese Brambilla, si installa in via Reale un importante setificio che contò fino a 82 operaie (gestito alla sua morte dalla vedova Virginia Pirovano). Nel 1892 si installò il grosso cotonificio di Giulio Schiannini con 400 addetti. Attiva la filanda Kramer Enrico e C. con 60 bacinelle. Reperto di archeologia industriale un soffocatoio per bozzoli. Tra le altre varie attività da tempo funzionava una fabbrica di liquori e specialmente di anesone. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Da sempre presente l'attività commerciale ebbe un'impennata nell'80 registrando un continuo sviluppo. Da un censimento del 1913 risultavano presenti: 7 falegnami, 7 commercianti di legna al minuto, 11 verdurai, 5 spacci di vino e liquori, ben 29 osterie in riva al Naviglio, alle quali se ne aggiungevano 7 a Buffalora e 7 a San Polo. Di birrerie ce n'era una sola e inoltre 4 mercerie, 3 telerie, 5 merciai ambulanti, ecc. Il commercio del latte contava ben 16 ambulanti, che ogni mattina sciamavano dalle cascine fino a Brescia a portare il prodotto &amp;quot;sciolto&amp;quot;. In sviluppo anche l'artigianato: lungo corso Umberto (ora Indipendenza) e nelle vie confluenti come registra Morandi, erano allineate ben 63 attività «fra gli opifici e le attività industriali rilevate nel censimento, accanto ai già citati vi erano una fabbrica di liquori, una di cera, una fornace di mattoni in via Umberto I, una piccola fabbrica di sapone a San Polo, una cartiera in località Case, alcune cave di ghiaia, una di pietra e alcuni mulini ad una ruota (palmento) a Chiodarolo. Lungo il Naviglio, in paese v'erano due seghe idrauliche per la lavorazione del legname, più un mulino con quattro palmenti. Nel territorio vi erano altresì tre mulini da grano con due palmenti». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Sant'Eufemia della Fonte vi era già il calzaturificio artigianale Peroni che lavorava per l'esercito. Nel 1915 se ne aggiunse un altro, cioè il calzaturificio Brixia fondato da Angelo Alberti e presto in prima linea nella produzione di calzature sportive. Intensa l'industrializzazione della zona negli ultimi decenni con imprese come la OMAP, la G.O.G. (1977) ecc. Tra le ultime iniziative fu nel 1991 l'avvio tra il cimitero di S. Eufemia e quello di S. Francesco di Paola, su iniziativa del Consorzio S. Eufemia, presieduto da Augusto Corsini, di un nuovo polo artigianale estendentesi su 20 mila mq. Per lunghi decenni unica banca del quartiere fu la filiale del CAB, inaugurata in via Indipendenza nel 1930, e ricostruita a poca distanza nel 1981.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
ECCLESIASTICAMENTE è certo che il territorio appartenne alla pieve della Cattedrale (tanto che ancora nel sec. XVI riceveva gli oli santi dalla Cattedrale) e ciò fino a quando venne fondato il monastero che amministrò anche pastoralmente il territorio. La più antica notizia avverte che dall'abate Giovanni (1090-1106) venne eretta &amp;quot;in una torre (probabilmente un terrapieno) contigua al monastero) la chiesa a S. Maria ad Elisabetta che divenne la parrocchiale. Una notizia avverte: «Anno 1175. Atti della causa tra il Monastero di Santa Eufemia e la cattedrale di Brescia, circa la giurisdizione sulla chiesa di Santa Maria ad Elisabetta cappella dei Monaci, posta nella terra di Santa Eufemia; dai quali risulta che la predetta chiesa è stata fondata, fabbricata e dotata dagli Abati del Monastero, con nomine e destinazioni, a beneplacito, di presbiteri e chierici, per l'esercizio delle funzioni parrocchiali, e che i cappellani ivi nominati mai hanno avuto alcuna dipendenza dai canonici della cattedrale di Brescia, se non quella per l'esazione delle decime». Nel 1300 un benedettino donava una reliquia della S. Croce che continua ancor oggi ad essere al centro della più viva devozione. Specie dal sec. XV si moltiplicano i legati e le cappellanie. Il 22 giugno 1462 veniva sancita l'unione fra il monastero di S. Eufemia e la nuova parrocchia di S. Maria ad Elisabetta. Nel 1508 è già costituita la Scuola del SS. Sacramento che meriterà lodi nelle visite pastorali. Essa verrà favorita di lasciti e avrà il privilegio di custodire la preziosa reliquia della S. Croce. Oltre alla Confraternita del S. Rosario vi esistette la Confraternita di S. Rocco. Come ricorda un documento: «La chiesa fu unita con tutti li suoi beni al Monistero, l'anno 1544 con Bolla Pontificia, e con Ducale di possesso l'anno 1554: prima dell'unione essercitavasi in quella la Cura da un Prete investito dal Monistero, a risserva di pochi anni prima dell'unione, che era Monaco, e si facevano le visite pieno iure dagli Abati» per cui gli abati mettevano a guida della parrocchia o preti o monaci &amp;quot;amovibili ad nutum&amp;quot; supplendo ad ogni spesa del loro mantenimento. Luci e ombre rivela invece la vita parrocchiale verso la seconda metà del cinquecento. La visita del vescovo Bollani (28 maggio 1566) registra in pieno disfacimento la chiesa del Monastero dedicata a S. Paterio ridotta a cantina e a magazzino e della quale il vescovo chiede conto al curato convocandolo immediatamente in curia. Ma la chiesa parrocchiale che è già consacrata era in buono stato e anche ben tenuta compresa la cappellania di S. Caterina e la &amp;quot;schola&amp;quot; del Corpus Domini. Presenti i sacerdoti in cura d'anime. Non del tutto lodevoli le condizioni morali per la presenza di concubini e inconfessi. Il visitatore a nome di S. Carlo B. nel 1580 ordina la costruzione di una cappella per ospitare il fonte battesimale, l'assunzione dato il numero degli abitanti, di un coadiutore che deve essere mantenuto dalla cappellania di S. Caterina. Nel 1601 il vescovo Giorgi ordina lavori di consolidamento e ampliamento della chiesa, ribadisce la necessità di un coadiutore, l'urgenza della costruzione di una cappella-battistero e ingiunge che venga allungata la veste &amp;quot;per maggiore pudicizia&amp;quot; al S. Cristoforo dipinto all'esterno della parrocchia di forme tardo trecentesche. Negli anni che seguono viene edificata in centro al paese la chiesa di S. Giacinto, ed istituita la Confraternita del Rosario. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Da Lezze nel suo Catastico del 1610 rileva come: «La chiesa di S. Maria Helisabeth parochiale governata ed officiata dalli reverendi padri di S. Euffemia con bonissima entrada che cavano da 300 piò di terra (sono questi i primi riferimenti che disponiamo sulla situazione patrimoniale della parrocchia) in circa li quali hanno un bellissimo giardino circondato da una muraglia dal quale cavano perfettissimmi frutta e di buona vernazza». Durante il sec. XVII salvo i terribili tempi della peste cosiddetta manzoniana (1630) gli unici disguidi denunciati nella visita pastorale del 1648 sono che a S. Maria si celebrasse una sola messa grazie ai lasciti Della Porta e Zola mentre i suoi quattro coadiutori celebravano anche la domenica nelle dislocate chiese del territorio (5. Giacinto, Case, S. Polo). Salvo questa lamentela il vescovo non può non constatare un lodevole comportamento del clero, una corretta gestione delle Confraternite, salvo quella dei Disciplini che tendevano a consumare le elemosine in pranzi e altre cose. Una novità si profila nel 1658 quando opere compiute nella chiesa (fabbrica di volte e cappelle) con l'intervento dai parrocchiani continuato anche in seguito, si persuasero che la chiesa &amp;quot;fosse loro propria&amp;quot; e ciò fino al 1750 quando con &amp;quot;atti di lite e scritture&amp;quot; dovettero persuadersi del contrario. Salvo qualche rimarco (tra cui quello del vescovo Marino Giovanni Giorgi che in visita l'8 settembre 1673 sollecita interventi di restauro alle strutture della chiesa della parrocchia), i vescovi visitatori non possono, come mons. Bartolomeo Gradenigo, non constatare un soddisfacente stato della parrocchia e dei luoghi di culto, per cui non può che limitarsi ad una serie di prescrizioni riguardanti gli arredi, il decoro della parrocchiale e delle chiese sussidiarie. Nonostante la denuncia di una certa anarchia da parte di più di una decina di sacerdoti, che celebrano ovunque senza un coordinante personale, la vita religiosa si mantiene viva e sentita come dimostra l'episodio del 1684 che vede gli abitanti di S. Eufemia assieme a quelli di paesi circostanti in seguito a diverse disgrazie e infortuni ottenere il 24 marzo del citato anno uno speciale breve di Innocenzo III recante la remissione di ogni colpa, una benedizione particolare e l'indulgenza plenaria. Di rilievo la devozione alle reliquie per le quali nel 1673 viene ordinata una nicchia. La chiesa inoltre si arricchiva di nuovi legati. Tale vitalità è ancora rimarcata nei primi decenni del secolo dei lumi, il '700, come conferma il curato don Giuseppe Moreschi nella sua relazione stesa in occasione della visita pastorale del vescovo Morosini del 25 settembre 1724 nella quale la comunità viene presentata come una viva «oasi» di cristiana pietà, di fervore di fede testimoniato dai numerosi oratori pubblici e privati (ben 5), dall'attivismo spirituale e non delle confraternite, dall'assenza di inconfessi e di casi di eresia, malefici ed usurai. Sul piano morale la famiglia, secondo la descrizione del parroco, è la sacra custode dei valori cristiani, e naturalmente non vi sono &amp;quot;coniugi non cohabitanti&amp;quot; ed il numeroso clero (12 religiosi, 1 diacono, 1 chierico), &amp;quot;di buonissimi costumi&amp;quot;, vigila sulla comunità, che è pure assidua alla dottrina cristiana, ma non altrettanto attenta ai bisogni della chiesa parrocchiale. Infatti (unico neo del perfetto ritratto), la comunità è sorda ai richiami del curato perché contribuisca alle spese per la sostituzione della campana rotta da un anno, (per la qual cosa, riferisce il Moreschi al vescovo, «perciò poco si distinguono li segni delle feste...»), e perché provveda alla sostituzione della coperta del battistero «tutta lacera e senza potersi chiudere, a benché habbia fatto le mie parti con la Comunità», come osserva amareggiato a chiusa della sua relazione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Improvvisamente anche su S. Eufemia si abbatté la tempesta della rivoluzione bresciana del 1797 e dei tempi napoleonici. Il 2 novembre 1797 i beni del monastero venivano incamerati, come già s'è detto, e passati all'Ospedale maggiore di Brescia e i curati e poi parroci da esso stipendiati. Dal canto loro i rivoluzionari del luogo a nome del popolo alla morte, nell'aprile 1798, del curato don Angelo Bertanza, avvalendosi delle nuove leggi eleggono un ex carmelitano Alessandro Bennati il quale al sopraggiungere nel 1799 delle truppe austro russe rinuncia e viene sostituito dal vescovo con don Pedretti, ritornando però alla partenza degli austro-russi e provocando una spaccatura nella popolazione fra sostenitori suoi in maggior parte in buona fede credendolo legittimamente al suo posto, e avversari che lo vogliono via. Sospeso a divinis egli si arrende mentre il clima rimasto molto acceso consiglia il vescovo a nominare un terzo nella persona di don Giovanni Giacomini che reggerà la parrocchia fino alla morte avvenuta nel 1844. Avvenimenti del genere non scalfiscono di molto la religiosità della popolazione. Infatti quando il vescovo Nava visita l'11-13 maggio 1817 la parrocchia non può non constatare un rinnovato fervore religioso che si esprime nelle restaurate &amp;quot;antiche usanze&amp;quot;, nella ricostituita confraternita del SS. Sacramento, nella solenne devozione alla S. Croce. Questa per voto fatto in tempo di colera, diventerà la più viva solennità nelle feste quinquennali che ancora oggi si celebrano. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In grave abbandono è invece la chiesa parrocchiale che venne poi restaurata. Pur nel pesante dissidio fra Chiesa e Stato anche dopo l'Unificazione la parrocchia vive una vita tranquilla e i parroci mantengono con le autorità comunali rapporti che il Morandi definisce &amp;quot;corretti&amp;quot; con le autorità civili e gli amministratori locali di orientamento liberale, anche se non riescono nel 1861 ad ottenere l'intervento dell'amministrazione dell'Ospedale che continua ad avere il giuspatronato nella costruzione di una nuova chiesa. Ma alla morte nel 1861 del parroco don Antonio Romano, la Curia resiste a che venga nominato parroco don Bortolo Deruschi, prete notoriamente liberale e sospeso dalle confessioni per la firma non ritirata all'indirizzo del Passaglia, provocando sassaiole contro la casa parrocchiale da parte di elementi anticlericali. Dopo tre anni di vacanza il 2 febbraio 1864 veniva eletto parroco don Bartolomeo Castellini (1864-1896). Venerato come un santo affrontò con coraggio le necessità pastorali del paese. Non riuscì a realizzare il sogno di una nuova chiesa, ma sistemò la parrocchia risolvendo la questione di don Deruschi il quale sostenuto dall'autorità civile, pur sospeso &amp;quot;a divinis&amp;quot; continuava a godere dall'ospedale l'appannaggio di curato. Ma, soprattutto impresse una svolta nella pastorale parrocchiale, incrementando le compagnie di S. Giuseppe, delle Maritate e delle Giovani. Nel 1885 don Castellini assieme alla superiora delle Figlie di S. Angela fonda la confraternita delle figlie di Maria con oratorio al quale sono annesse come aspiranti le bambine dopo la prima Comunione le quali dopo i 12 anni diventano &amp;quot;Figlie dell'oratorio&amp;quot;. Assieme viene aperta una scuola di lavori domestici per la quale vengono chiamate le suore. Inoltre si provvede ad una più adeguata assistenza religiosa alla popolazione di S. Polo. Meno brillante anzi si può dire in parte almeno negativo è il parrocchiato di don Pietro Piccinelli (1896-1911). Prete zelante e pio, ma discusso per il carattere iracondo, egli si scontra con le autorità civili per la concomitanza della festa della S. Croce con quella del 20 settembre fino ad essere portato in giudizio nel gennaio del 1900, ottenendo la condanna &amp;quot;per ingiuria&amp;quot; da parte del gerente del giornale zanardelliano &amp;quot;La Provincia di Brescia&amp;quot;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È da ricordare a suo merito la riorganizzazione dell'oratorio femminile. Inoltre tentò in tutti i modi di realizzare, senza riuscirci, la nuova chiesa incoraggiato da alcuni lasciti che erano andati accumulandosi da decenni e dalla proposta della direzione dell'Ospedale di vendere la pala di S. Rocco del Romanino in cambio di sovvenzionamenti, proposta contro la quale insorge nuovamente, come nel 1880, la popolazione. Ma alla decisione di far benedire la prima pietra del nuovo edificio sacro il 31 ottobre 1909 si dichiarano contrari l'Ospedale e le autorità comunali. Non più alla costruzione di una chiesa nuova ma all'ampliamento della esistente, dedicherà le sue energie il nuovo parroco don Orazio Bresciani (1912-1956) che a poco più di un anno dal suo ingresso nell'autunno 1913 riuscirà ad avviare, su progetto di Luigi Arcioni, lavori condotti dal capomastro Giovanni Togni, completati in nemmeno un anno, nell'agosto 1914, e coronati dalla consacrazione da parte del vescovo mons. Gaggia il 15 ottobre 1916. Ma il parrocchiato di don Bresciani si distinse per intensità di vita religiosa e pastorale. La sempre più strutturata organizzazione parrocchiale permette, nonostante che la domanda di 280 genitori fosse stata respinta, il 31 gennaio 1915 dalla maggioranza in Comune, l'introduzione il 1° giugno 1915 dell'insegnamento religioso nelle aule scolastiche. L'iniziativa non fu priva di ostacoli: dopo corsi e ricorsi, insegnanti non più disponibili gratuitamente o inidonei, solo il 25 maggio 1921 si otterrà l'introduzione dell'insegnamento religioso nelle aule scolastiche in modo stabile. Il carattere anche se fermo, sereno, di don Bresciani, evita gli attriti con le autorità di accentuati indirizzi liberali e apre nuovi spiragli di conciliazione celebrando nel novembre 1912 un ufficio solenne per i caduti di Libia e dopo la guerra la dedicazione alla Vittoria della seconda cappella della navata destra. Il dopo guerra vede una sempre più accentuata pastorale giovanile che si riassume nel 1922 con la costituzione dell'oratorio maschile e nel dicembre dello stesso anno la costituzione in casa Redondi di un nuovo circolo cattolico maschile con filodrammatica, biblioteca, ecc. Nel 1926 si potrà usufruire, in affitto, di un piccolo edificio con area annessa; lo stesso stabile nel gennaio 1929 verrà acquistato dalla società anonima S.Angela Merici di Brescia e donato in usufrutto permanente alle opere parrocchiali del paese. Nonostante che per anni rimangano tesi i rapporti con le autorità fasciste specie riguardo all'educazione della gioventù, solo negli anni '30 tali rapporti verranno segnalati come &amp;quot;bastevolmente buoni&amp;quot;. D'altro canto la parrocchia vive di una vita propria in espansione. Nel 1929 nasce il gruppo uomini di A.C., vigoreggiano le confraternite, specie quella delle Consorelle del SS. Sacramento. La devozione popolare trova espressione nel culto alla S. Croce. Sotto il parrocchiato di don Bresciani, di don Ilario Manfredini e di don Giuseppe Garzoni, facendo fronte ad impellenti e crescenti esigenze dei tempi vengono fondate nel 1946 le ACLI e nel 1950 il loro Patronato e si rafforza specie grazie al curato don Franzoni l'attività oratoriana che si appoggia su nuove e più moderne strutture. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dalla parrocchia di S. Eufemia un decreto del 29 ottobre 1954 si staccava la chiesa curaziale di S. Paolo nella frazione di S. Polo erigendola in parrocchia. La cura della chiesa parrocchiale si accentuò sotto il parrocchiato di mons. Giulio Pini (1968-1999). Con particolare gusto egli ha fatto restaurare quasi tutte le pale e sculture della parrocchia e della chiesa di S. Giacinto, ha provveduto ad una nuova pavimentazione, all'altare liturgico, alla sistemazione della cappella iemale provvista di accessori. Inoltre ha provveduto alla sistemazione della casa della comunità, dell'oratorio di via Sega ecc. Inoltre il 13 dicembre 1998 ha firmato la permuta con il Comune di Brescia della casa dell'abate con il complesso parrocchiale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
CHIESA PARROCCHIALE S. MARIA ad ELISABETTA. Già esistente sulla fine del sec. XI e affidata alla cura dei monaci del vicino monastero di S. Eufemia, ricordata ancora nel 1175 cedette probabilmente il posto all'attuale agli inizi del sec. XV. È ricordata in un documento del 1481 al tempo nel quale deve essere stata restaurata e in parte dipinta. A questo intervento devono appartenere gli affreschi ritrovati recentemente. Fra essi singolare quello di una santa nella quale G.C. Piovanelli crede di aver individuato S. Anatolia. Viene visitata dal vescovo Bollani e dal card. S. Carlo Borromeo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel 1175 il monastero ha una vertenza con la Curia di Brescia per la chiesa di S. Maria. Il 26 marzo 1494 Giacomo de Portis seu de Castellanis dotava la chiesa di S. Eufemia dell'altare di S. Caterina che nel 1664 veniva completamente rinnovato. Nel 1536 un lascito di Filippo Locatelli permette la costruzione di un tabernacolo ornato di marmi. La chiesa venne rinnovata nel 1658 con &amp;quot;fabbrica di volte e cappelle&amp;quot;, con il concorso della popolazione e ancora migliorata nel 1673. La chiesa è stata affrescata da Mario Pescatori nel 1947 nell'arcosolio del presbiterio con la Visitazione e, tra il 1952 e il 1954, nella controfacciata e nella volta e nelle pareti laterali del presbiterio. Su tali pareti appaiono le figure dei SS. Pietro, Paolo, Maria Maddalena, Giovanni Battista, Benedetto, Eufemia, ecc. Sulla controfacciata sta un affresco strappato (cm. 125 x 212) raffigurante l'Assunzione. Il primo altare a destra è dedicato a S. Antonio di P. raffigurato in una pala di anonimo, opera modesta ma di schietta formula popolare di datazione incerta, raccolto in un'ancona marmorea di fine 600. Il secondo altare è dedicato a santa Caterina d'Alessandria. L'altare è dei primi del '700, ha pala raffigurante la B.V. in gloria con il Bambino e S. Giovanna e i S.S. Eufemia, Mauro, Caterina di Alessandria e Carlo B. (cm. 198 x 275) del sec. XVII, è attribuita da qualcuno a Grazio Cossali e da altri a Pietro Romano o Girolamo Rossi. Il terzo altare di destra, marmoreo del tardo '600 dedicato un tempo a S. Rocco, era ricco di una bella tela attribuita a G. Romanino (ma da altri al Moretto), raffigurante il santo con i S.S. Cosma e Damiano, Nicola da Bari e Antonio abate. Trafugata il 24 aprile 1974, ritrovata nel gennaio 1975 si trova ora nella Pinacoteca Tosio Martinengo. In attesa di un suo ritorno è stata sostituita da una pala (olio su tela cm. 64 x 73) del parroco don Giulio Pini da lui firmata, raffigurante la Visita di S. Maria ad Elisabetta. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il marmoreo altare maggiore opera tardo secentesca è assegnato da Ivo Panteghini a modalità stilistiche riferentesi a Paolo Puegnago. Sovrasta l'altare un bel Crocifisso di anonimo della fine '600, mentre la grande ancona terminata nel 1789, opera del lapicida Paolo Palazzi di Rezzato (come documentato da Battista Bonometti), venne creata per custodire in una elegante edicola l'insigne reliquia della S. Croce, prima custodita presso l'altare di S. Rocco. Il reliquiario in lamine d'argento della fine del '600 ha subito aggiunte e restauri. Sul cimiero dell'ancona sta una tavola sagomata (olio cm. 50 x 70) settecentesca che raffigura la Visita della B.V. ad Elisabetta. Nel presbiterio sopra la cantoria di destra una tela a olio (cm. 185 x 167) di scuola morettesca raffigura l'Annunciazione ed è attribuita di solito a Luca Mombello ma da altri a Francesco Richino. Sopra la cantoria di sinistra sta un'Ultima Cena (olio su tela cm. 83 x 66) del '600, di anonimo. Scendendo lungo il lato di sinistra si incontra l'altare della Madonna del Rosario, opera nella mensa e nell'ancona del tardo '600, attribuita a botteghe rezzatesi. L'ancona accoglie una statua in legno policromo della Madonna del Rosario donata nel 1937 della famiglia Peroni contornata da quindici bassorilievi raffiguranti i Misteri del Rosario scolpiti nel 1974-1975 da uno scultore locale su disegno di mons. Giulio Pini. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il secondo altare a sinistra, dedicato ora al S. Cuore di Gesù (già S. Mauro), è opera di marmorai locali del primo settecento. Nell'ancona è stata ricavata una nicchia che accoglie una statua in legno del S. Cuore eseguita dallo scultore Luigi Stuflesser di Ortisei nel 1966. Segue, ultimo a sinistra, l'altare del SS. Sacramento, ricco di marmi con angeli e cherubini, che Battista Bonometti ha documentato come opera di Paolo Cimbinello detto Puignago del 1706. La pala (olio su tela centinata m. 112 x 225), opera di Pietro Avogadro firmata e datata 1707, raffigura la &amp;quot;Deposizione della croce&amp;quot; restaurata recentemente da L. Scalvini. Sopra i confessionali sta una tela (olio cm. 230 x 150 firmato Virginio Faggian inizi degli anni '60) raffigurante il pubblicano e il fariseo al tempio. Le stazioni della Via Crucis (olio su tela ciascuna di cm. 39 x 49) furono dipinte da Mario Pescatori nel 1941. La sagrestia conserva dipinti raffiguranti S. Carlo B. (olio su tela cm. 64 x 82) di anonimo pittore del '600, &amp;quot;Il Calvario&amp;quot; (olio su tela 55 x 45) di anonimo di fine '500. I banconi sono di artigiani della fine del '700, una credenza di fine '600. La chiesa è dotata di buoni paramenti fra i quali pianete del '700 ed altre dell'800; di argenterie fra le quali una croce processionale astile del sec. XVI, un ostensorio del sec. XVIII (bottega Giuseppe Renoldi), un turibolo e altri oggetti dei sec. XIX e XX e inoltre reliquiari, candelieri ecc. Interessanti lavori di buon artigianato sono stendardi, lanterne per processione. La campana maggiore venne innalzata nel 1511, rifusa nel 1768, nel 1820 e nel 1884. Muta per una fenditura la vigilia di Natale del 1924, venne poi aggiustata nell'officina di Pietro Villa, sita in via Cairoli a Brescia. L'organo, opera di Giuseppe Rotelli fu installato nel 1922 in sostituzione del Cadei del 1858 che a sua volta sostituì l'antico  Bolognini del 1714. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
DISCIPLINA. Accanto alla chiesa esisteva la Disciplina trasformata poi in cantina. Nelle opere di ampliamento della chiesa parrocchiale nel settembre 1913 venne alla luce un affresco raffigurante il Padre Eterno e frammenti di altri affreschi fra i quali uno raffigurante il Cristo appoggiato alla Croce. L'affresco grande portava la firma di un Pederzoli e la data 1464.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
IL MONASTERO. Gaetano Panazza ha così scritto (Arte medievale bresciana) quanto è rimasto del Monastero: «Avanzi di muratura antica e la semplice forma rettangolare con tetto a capanna, presenta l'edificio che è certamente una ricostruzione del XII-XIII secolo, come risulta dalla bella muratura degli spigoli, dalle finestrelle ad archi ribassati e a pieno centro in cotto che spiccano per il loro color rosso affocato sulle rozze pareti. L'abside amplissima della chiesa, la cui navata venne poi rifatta, è di forma semicircolare e mostra all'interno tracce di affreschi; all'esterno è divisa in cinque scomparti da esilissime lesene in cotto. Le dimensioni dell'abside, l'ampio suo incurvarsi con la grande conca a semicatino, la muratura molto rozza a ciottoli alternati a pezzi di mattone o a conci in pietra, le ampie finestre senza strombatura con arco a tutto sesto e ghiera in cotto fanno pensare sia questa abside ancora un frammento dell'edificio eretto nel 1008». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A sua volta Franco Robecchi seguendo una &amp;quot;rilettura dei caratteri planimetrico-distributivi di monasteri coevi e le minuziose prescrizioni contenute nella «Regola benedettina», ha ipotizzato la presenza di un chiostro, cuore geografico e spirituale, nei pressi della chiesa di San Paterio, certamente di dimensioni maggiori di quelle attuali (e magari completata da una sacrestia, da un guardaroba liturgico o da un piccolo scriptorium). Attorno al chiostro alcuni ambienti destinati alla vita in comune: il dormitorio, il refettorio, la cucina e gli spazi per la conservazione dei cibi. L'abitazione dell'abate (da molti indicata nell'edificio prospiciente viale Bornata) doveva invece sorgere isolata e vicina alla chiesa. Infine, attorno e a distanza progressiva, i fabbricati destinati alle attività materiali e al ricovero dei viaggiatori e pellegrini&amp;quot;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
S. GIACINTO. Singolare in piena influenza benedettina è la dedicazione di una chiesa a un santo domenicano, S. Giacinto con presenza francescana. Situata per di più in pieno centro abitato, Ivo Panteghini la definisce: «un piccolo gioiello architettonico, con il suo svettante campanile di pietra viva discosto dal corpo della fabbrica e la sobria facciata intonacata. La cella campanaria ha una sola campana. Il pavimento interno è in seminato».  Mentre P. Guerrini la dice edificata «nel 1609 per iniziativa di Persio Cereto e altri signori del paese», da un atto del 18 marzo 1651 (fondo Ospedale Maggiore di Brescia), segnalato da Carlo Sabatti, risulta che l'oratorio di S. Giacinto fu costruito, con le elemosine della popolazione, a partire dal 1608 da don Iginio Cariotti, già cappellano della chiesa di S. Maria ad Elisabeth di S. Eufemia, allontanato per condotta non irreprensibile, che ne fece come il contraltare della parrocchiale predetta. La pianta della chiesa trovata da Rossana Prestini recante la data 9 gennaio 1625, come rileva Battista Bonometti, è un errore di stampa, non pertinente alla fondazione, perchè è datato 1675. In quegli anni l'abate di S.Eufemia chiese al tribunale veneziano di poter abbattere la chiesa di S. Giacinto: il disegno venne usato dalla Vicinia (gli estimati che governavano il paese) per difenderne la demolizione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La chiesa venne arricchita di legati (delle famiglie Forlani nel 1627 poi Bassi; delle famiglie Zola nel 1697 poi Armani e Bettinzoli; da Bernardino Rovetta nel 1716; e di Gio Batta Fappani nel 1838). Semplice la facciata probabilmente rimaneggiata nel sec. XIX. Ha un portalino in botticino chiuso da timpano spezzato. Due lesene finiscono in un cornicione marcapiano e racchiudono un ampio lunotto con sovrapposto un frontone triangolare. L'interno è a pianta longitudinale con, sui lati, due profonde cappelle. La prima a destra è dedicata a S. Carlo B. raffigurato in preghiera davanti alla Madonna col Bambino e a S. Francesco in una tela a olio cm. 161 x 245 firmata da G.B. Motella pittore quasi sconosciuto ancora. Il paliotto e i sovralzi sono in marmo di botticino. L. Anelli ha sottolineato come la tela non si adatti alla cornice e forse ne ha sostituito un'altra. In stucco marmorizzato con specchiature in rosso è sormontata da una grande pala (olio su tela cm. 213 x 320) raccolta in una bella cornice e raffigurante la Madonna col Bambino e i S.S. Agostino, Giacinto, Fermo e l'offerente, attribuita comunemente ad Antonio Gandino ed è assegnata, invece, da Luciano Anelli a Camillo Rama. L'altare della cappella di sinistra è dedicato alla Immacolata Concezione che calpesta il demonio, raffigurata in pala (olio su tela cm. 157 x 245) attribuita comunemente a Ottavio Amigoni ma da L. Anelli assegnata a Camillo Rama. La chiesa è dotata di bei calici. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In via Cesare Noventa sorge ancora la chiesa di S. GAETANO da THIENE, edificata tra il 1699 e il 1702 da Giorgio Medici (come da documenti prodotti da B. Bonometti) e impreziosita con la reliquia del santo nel 1784. Ai primi dell'800 ne era proprietaria la famiglia Chiodi. Passò poi ai Panazza-Perletti ricordati in lapidi murate nelle pareti. Come scrive Riccardo Lonati (&amp;quot;Le chiese di Brescia&amp;quot;): «Semplice la fronte, finita a intonaco e incorniciata da lesene il cui rilievo si estende a dare forma al timpano. Marmoreo il portale dalla lineare cimasa sulla quale imposta quadrangolare finestra. Oltre il tetto a capanna risalta la sagoma del campanile, la base inserita nel fianco sinistro dell'edificio. A volta lievemente ribassata, l'aula è regolare e illuminata da finestre poste centralmente alle pareti laterali. A fianco dell'altare, dipinto a imitare il marmo, due porte dai lignei stipiti, pure dipinti a finto marmo, danno accesso alla retrostante sagrestia. Nella controfacciata vi è la cantoria, dove ha preso posto nel 2008 un piccolo organo del maestro Giuseppe Pagani. Sull'altare risalta la pala della Madonna in gloria e i S.S. Gaetano e Antonio di P., attribuita da qualcuno all'ambito di Antonio Paglia ma da Gaetano Panazza attribuita ad Antonio Dusi. Alcuni dipinti si trovano in sagrestia fra i quali uno raffigurante le &amp;quot;Anime purganti&amp;quot; attribuibile a Faustino Perletti, pittore dilettante.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Di una cappella dedicata alla Madonna del Patrocinio era proprietaria la famiglia Rovetta. Una cappella al Crocifisso sorge nel Cimitero, mentre all'Immacolata è dedicata la cappella della scuola materna. Nel citato atto del 18 marzo 1651 è dichiarato &amp;quot;antichissimo&amp;quot; l'oratorio di S. Paolo, mentre da trent'anni è fabbricato quello di S. Girolamo per iniziativa di Costanza Chizzola. L'edificazione di santelle fu concessa dai monaci. Nel 1581 il Comune otteneva da loro di poter costruire un capitello della Madonna &amp;quot;sopra la Strada Regale&amp;quot;; nel 1673 concedevano a Giacomo Fappani &amp;quot;ditto Zannozzo&amp;quot; di costruire, sempre sulla via Regale, in un luogo ben determinato, una santella nella quale fossero dipinti, assieme alla Madonna, i S.S. Benedetto e Paterio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Notevoli le santelle sparse nel territorio fra le quali quella della Madonna del Carobbio in via C. Noventa; la Madonna del Quarter in via Pila, che racchiude un affresco del 1580 raffigurante la &amp;quot;Deposizione&amp;quot;, opera di Francesco Ricchino e Sebastiano Aragonese (come da una ricerca di B. Bonometti) e quelle della Natività di via Pila, della Madonna del Carmelo di via Agostino Chiappa. Particolarmente suggestiva all'esterno del muro di cinta del monastero la santella con una pala settecentesca raffigurante la Vergine col Bambino, che Francesco De Leonardis ha avvicinato all'opera pittorica di Pietro Avogadro o a Giuseppe Tortelli e che B. Bonometti l'ha documentata come opera di Sante Cattaneo del 1778. Restaurata da Lino Scalvini nel 1993, è stata sostituita da una copia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
CURATI E RETTORI.  D. Basilio da Brescia monaco benedettino di S. Eufemia (rinuncia 1532); D. Gregario da Calvisano monaco c. s. (rin. 1540).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Si susseguono poi nella cura, quasi alternativamente monaci e sacerdoti secolari mandati dal monastero come curati mercenari. Marsilio Giordano, prete (1566-1572); Agostino Gelmini (Guelmino) da Sale, monaco (1572-1590); Giov. Antonio Mazzoli di Commenduno, prete (1590-92); Paolo Serotto, prete e Cherubbino da Brescia, monaco (1591); Giacomo Ragucio, o Rangozzi, di Quinzano, prete (1592-1597); Francesco... prete (1597); Aurelio da Parma, monaco (1598-1605); Igino Cariotti, monaco (semestre 1606); Ippolito da Brescia, monaco (1606-1608); Pietro Bettini, prete (1609-1617); Gabriele Francini, o Franzini, monaco (1617-1624); Tiburzio Gorno, monaco (1624); Gabriele Francini di nuovo (1625-1630); Silvio Botturini, monaco (1630); Mauro Inverardi, monaco (1631-1639); Girolamo da Bologna, monaco (1639-1643); Gabriele (Francini) da Brescia, di nuovo (1643-46); Leone Mattina, monaco (16461649); Gabriele Francini di nuovo (1649-50); Giambattista Bertoli, prete (1650-1657); Carlo Lavelli, monaco (1657-1663); Orazio Terzi, monaco (1663-1667); Mauro Bodei, monaco (1667-1681); Cipriano di Parma, monaco (1681-1684); Alessandro Mellini, monaco (1684-1697); Angelo M. Zamboni, monaco (1697); Benedetto Locatelli, monaco (1697); Giorgio Rosa di Pontida, monaco (1697-1705); Carlo Geroldi, monaco, bergamasco (1706-1716); Giov. Andrea Astesati, monaco, professo di S. Sisto di Piacenza (1716-1 giugno 1719); Pietro Giuseppe Moreschi, monaco professo di S. Salvatore di Pavia (1719-1726); Francesco M. Gallina di Venezia, monaco di S. Eufemia (1726-1744); Lodovico Coffani di Medole, Decano di S. Benedetto di Mantova, già Curato di Maguzzano (1744-1751), passò curato di Bondanello sul mantovano; Mauro Agostino Paratico monaco professo di S. Eufemia (1751-1756); Angelo Bertanza, monaco (1756-1763); Mauro Agostino Paratico di nuovo (1763-1768) ultimo parroco monaco, rimosso per il Decreto veneto 7 settembre 1768; Angelo Bertanza di nuovo, eletto dall'Abate d. Pietro Faita, ma secolarizzato e nominato dal vescovo (7 febbraio 1770 - 5 aprile 1798); Alessandro Bennati di Brescia (1798-99); Francesco Rettori ex-Min. Osservante, Economo spirituale (1799-1801); Giorgio Pedretti, Economo spir. (1801-1802); Giovanni Paolo Giacomini di Muscoline (1812 - 4 settembre 1844 d'anni 96); Antonio Romano di S. Zeno Naviglio (30 aprile 1845, m. 10 febbraio 1863); Bartolomeo Castellini di Bogliaco (7 gennaio 1864, m. 1895); Pietro Piccinelli di Alone (20 marzo 1896, rin. 1911); Orazio Bresciani di Serle (29 gennaio 1912, m. 5 maggio 1956); Ilario Manfredini da Motta di Cavezzo (Mo) (8 dicembre 1956 - 24 settembre 1961); Giuseppe Garzoni da Calcinato (6 gennaio 1962 - rin. 9 gennaio 1968); Giulio Pini da Bassano Bresciano (1 dicembre 1968 - 1999).&lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
	  [[Categoria: Volumi_Enciclopedia_Bresciana]][[Categoria: Volume_16]][[Categoria: Lettera_S]][[Categoria: Volume_16 - Pagina_250]][[Categoria: Volume_16 - Lettera_S]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

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		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=SANT%27EUFEMIA_della_Fonte&amp;diff=105657</id>
		<title>SANT'EUFEMIA della Fonte</title>
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				<updated>2025-04-17T14:55:50Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''SANT'EUFEMIA della Fonte (in dial. Santafemia)'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Frazione della città di Brescia e comune autonomo fino al 1928, parrocchia dedicata a S. Maria ad Elisabetta è situata a 3,5 km. ad E della città, a m. 134 s.l.m. Ha un territorio di kmq. 10,5. Si trova ai piedi dei Ronchi e della Maddalena, agli inizi di una zona marmifera in cui predomina la &amp;quot;corna&amp;quot; e che si spinge in direzione E fino a Gavardo. Il territorio bagnato dal Naviglio Grande è noto da secoli per una sorgente di acqua purissima che dal 1862 diede il nome, anche per distinguerlo da altre località dedicate a S. Eufemia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
ABITANTI (Santeufemiesi, nomignolo &amp;quot;Laandér&amp;quot;): 350 nel 1493, 1038 nel 1566, 890 nel 1610, 1200 nel 1648, 1457 nel 1701, 1232 nel 1760, 1533 nel 1775, 1361 nel 1791, 1301 nel 1805, 1539 nel 1819, 1640 nel 1835, 1800 nel 1848, 2100 nel 1858, 2550 nel 1868, 2340 nel 1875, 1887 nel 1898 e nel 1908, 3150 nel 1913, 4500 nel 1926, 5030 nel 1930, 5500 nel 1936, 5000 nel 1949 e nel 1963, 4391 nel 1971, 4315 nel 1981, 3660 nel 1991, 3558 nel 1997. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alcuni studiosi propendono a far passare dove è l'attuale S. Eufemia una pista preistorica e poi cenomana divenuta poi una via militare, l'importante Via Emilia o Gallica, di grande rilievo per congiungere Brescia e Verona. L'importanza assunta dalla strada che fu poi chiamata regale, come anche la ricchezza di fattori naturali economici, fecero sì che la località fosse ampiamente conosciuta in tempi molto remoti. A parte i due nuclei preistorici venuti alla luce nel maggio 1994 a S della ferrovia Milano-Venezia, nella zona di San Polo (da sempre considerata legata a S. Eufemia) (v. San Polo) a O della frazione vennero rinvenuti nel 1851-1852, i resti di un insediamento preistorico e particolarmente un fondo di capanne, frammenti di ceramica e due punte di selce. E certo molto di più si potrebbe scoprire ai piedi della Maddalena e dei Ronchi. Ancor più di grande rilievo sono stati i ritrovamenti dì epoca romana. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel territorio di S. Eufemia infatti sono venute alla luce una trentina di are, di epigrafi ecc., una decina delle quali dedicate a Mercurio lungo la via cosiddetta regale, una a Ercole, una a Iside. La presenza delle molte dediche a Mercurio ha fatto pensare all'esistenza di un importante mercato al quale convergevano abitanti di Brescia, della Valsabbia e della Riviera del Garda. Sono state trovate inoltre strutture murarie di età romana e più precisamente i resti di una edicola (ipotizzata di oltre 8 metri di diametro) interpretata da Mirabella Roberti e da Garzetti come pertinente ad un santuario suburbano, dedicato a Mercurio da un romano di origine cenomana, primo figlio di Cariassi. Resti di un muro e di un fondo stradale databili in età romana furono scoperti nel 1945 assieme a due are votive dedicate a Mercurio. Di notevole interesse anche le tombe trovate sul territorio: una a cremazione scoperta nel 1834 lungo la &amp;quot;via regale&amp;quot; con olla vitrea, un anello d'oro con incastonata una corniola sulla quale è incisa una baccante; le altre, pure a cremazione, rinvenute nel 1934, con balsamari in vetro, lucerne, lucernette, due monete di Augusto, ecc. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lungo la linea ferroviaria Milano-Venezia, sempre in territorio di S. Eufemia, nel 1980 vennero scoperte tre sepolture tardo antiche o altomedievali. Il territorio dovette subire devastazioni e periodi di abbandono durante le invasioni barbariche dato che non vi sono stati trovati segni di presenza longobarda o di periodi seguenti. Nel frattempo era entrato a far parte del &amp;quot;territorium civitatis&amp;quot; che aveva come epicentro la pieve cattedrale. Gran parte del demanio pubblico passò al vescovo di Brescia, diventando luogo di caccia ai piedi del Monte Denno (cioè del &amp;quot;monte del signore&amp;quot;) poi diventato Monte Maddalena. Infatti la località venne chiamata cazia, caza o anche casa ferrea. In un documento del 961 figura infatti un teste Martino q. Roperti &amp;quot;de vico caza ferrea&amp;quot;. Come sottolinea A. Gnaga anche in altri documenti riguardanti il monastero si trova: in an. 1037 «terra monasteri S. Eufemie et fontana que nomenatur Casaferrea», an. 1038 «monasterio S. Euphenie V. sito latere monte q. Cazaferio dicitur», an. 1038 «monte Casofero e... locus Cazaferia». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questo nome non compare più nel 1085 «monasterio sce. Eufemie que est constructum iuxsta monte Dignum». Sempre secondo Gnaga &amp;quot;Casa ferrea&amp;quot; avrebbe indicato probabilmente la casa-bottega di un maniscalco o fabbro (ancora oggi detto in dialetto lombardo fèrè, frér) mentre più verosimilmente si riferiva a caccia a fiere dato che lupi e orsi proliferarono per secoli sulla Maddalena. Forse all'epoca delle ultime invasioni barbariche venne eretto un castello cui accenna da Piacenza Innocenzo II nel suo breve del 13 giugno 1132 assieme alla cappella di S. Maria. Nel sec. X il vescovo ebbe dai Franchi in donazione possedimenti a S. Eufemia oltre che a Bagnolo e Mompiano. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Territorio desolato dalle invasioni barbariche, abbandonato dalla popolazione, ridiventato luogo di paludi e di selve ma sempre polmone verde della città, diventò sede di un importante monastero. Infatti fra paludi e selve, chiamate &amp;quot;cacia foris&amp;quot; o &amp;quot;cazza foris&amp;quot; nel senso di luoghi di caccia, superate le ultime invasioni barbariche e le grandi paure dell'anno mille, nell'alveo della incipiente grande riforma della Chiesa e, al contempo, di una pressante ripresa economica e sociale, il vescovo Landolfo II fondava a S. Eufemia tra il 1008 e il 1030 (le date indicate sono 1020, 1022 ecc.) un monastero posto sotto la regola benedettina. Nella fondazione, favorita dal clima creato dalla politica di Enrico II, il santo imperatore, sostenuta altresì dal fratello del vescovo Landolfo, l'arcivescovo di Milano, di sostegno ai monasteri si è voluto vedere un contraltare creato dal fondatore al monastero di S. Faustino allora in grave decadenza. Per dotare il monastero di beni Landolfo compera nel 1019 beni in Botticino che dovrà poi più tardi difendere chiamando in causa il 3 agosto 1024 l'imperatore Enrico II in persona, avendo egli come consigliere l'abate vescovo S. Gottardo. Nel 1022 il vescovo Landolfo faceva trasportare da S. Fiorano sui Ronchi il corpo di S. Paterio, che venne sepolto nella cripta da poco costruita. Nella stessa cripta accanto a S. Paterio verrà sepolto il vescovo Landolfo sulla cui tomba verrà posta la seguente epigrafe: «Praesul Landolfus Pater Almus... / et Huius Chenobi / Cripta hic iacet exigua» e cioè «Il Vescovo Landolfo / Padre che ci nutrì e diè vita a questo cenobio / in questa umile cripta fu sepolto... il 26 aprile 1030». Dedicato come molti monasteri benedettini a S. Pietro verrà poi dedicato a S. Eufemia invocata contro gli assalti di orsi e lupi, frequenti allora sulla Maddalena. La festa più solenne venne fissata al 22 febbraio, dedicata alla Cattedrale di S. Pietro e ricordata nel Sacramentario della Basilica come Cattedra di S. Pietro apostolo unita a quella di S. Paterio vescovo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Morendo nel 1030 il vescovo Landolfo aveva già dotato il Monastero, di cui egli stesso era anche abate, di circa 700 jugeri di terra valutati oggi circa 1750 ettari, da lui comperati con 400 libbre d'argento, terreni giacenti specialmente nei territori di Botticino, Rezzato e contermini. Il monastero si rafforza poi sempre più nei territori vicini e cioè verso Castenedolo, spingendosi verso i laghi di Garda e d'Iseo, in Valtrompia e in Franciacorta (Nigoline, Ome, ecc.). Nel maggio 1038, grazie ad un atto di permuta con il vescovo Ulderico, S. Eufemia cede beni a Carcina, Villa, Semenzaria, Cogozzo e ne acquista a Gardone, Inzino e nella città stessa. Nel giugno seguente una nuova permuta di beni ha luogo fra l'abate Gisalberto e Otta, badessa di S. Giulia. Qualcuno attribuisce al monastero lo scavo del canale Naviglio; si pensa più realisticamente che i monaci lo migliorarono servendosene per più facili trasporti per via d'acqua. È così che il Monastero è, nel 1071, interessato anche al portizolo di S. Polo in prossimità delle sablonere. L'espansione economica continua lungo tutto il sec. XI e viene valutata a 17 kmq. la prima espansione territoriale del monastero comprendente S. Eufemia, Botticino, Rezzato, Virle, Mazzano, Castenedolo. Nel marzo 1085 le proprietà monasteriali si allargano a Toscolano e a Gardone Riviera, mentre compare fra esse una chiesa di S. Nicola costruita nel monastero stesso. Per la prima volta, nel 1102 compare nella storia del monastero l'ospizio e la chiesa di S. Giacomo di Castenedolo che nel 1120 sarà consacrata dal vescovo Villano. Del tutto fantastica la notizia raccolta anche da Carlo Cocchetti secondo la quale il monastero di S. Eufemia fu incendiato da Leutelmo (1109) e dieci anni dopo come quello di Leno, fu preso sotto la protezione della repubblica Bresciana, essendo consoli Ardiccio degli Aimoni e Sibello della Noce (1119).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sempre più evidente invece la protezione dei Sommi Pontefici. Di capitale importanza, infatti, è la bolla di papa Callisto II del 10 febbraio 1123 che, confermando al monastero il possesso dei beni acquisiti, lo prende sotto la protezione della S. Sede &amp;quot;assieme a tutti i beni che verranno in seguito&amp;quot;. Indipendenza e beni vengono poi confermati da una bolla firmata a Piacenza il 13 giugno 1132 da papa Innocenzo II. Lo stesso Papa, durante una sosta a Brescia, manda a S. Giacomo di Castenedolo il proprio legato, card. Anselmo, che concede per la festa del santo privilegi ed esenzioni che verranno poi confermati da Alessandro III nel 1170. Un nuovo privilegio viene concesso da Lucio II tra il 1144-1145 mentre Eugenio III, che verosimilmente visita anche il monastero, il 5 settembre 1148 da Leno conferma le proprietà del monastero su Caionvico, con terreni un tempo del monastero di S. Faustino. Nel 1166 sul monastero e sul borgo incombe la presenza e la minaccia del Barbarossa che stringe d'assedio Brescia. Ma l'ascesa in importanza del monastero prosegue con nuovi privilegi e conferme anche di decime da parte di Urbano III con bolla del 10 agosto 1186 da Verona che enumera beni monasteriali a Rezzato, Calcinato, Cazzago, Castenedolo, Folzano, Ome, Brescia e Chiusure, Iseo e il porto di Vello dove l'abate tiene una piccola flotta battente bandiera propria. Ma il monastero nel 1200 avrà proprietà anche in Valcamonica a Pontasio, Borno, Niardo, Losine, Ono S. Pietro, Paspardo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Molti di questi beni sembrano derivare da un'imponente eredità della famiglia Feroldi. Il monastero è inoltre sempre più presente, con una permuta di beni tra terreni di Pedergnaga con altri a S. Pietro in Mavino del 26 marzo 1196 sul lago di Garda. Ma, come hanno sottolineato G.C. Piovanelli e E. Puddu, paradossalmente proprio nel periodo di maggior espansione il monastero entra, come altri del resto, in una crescente crisi. Come rileva Edmondo Puddu: «Continua in parte l'espansione territoriale dell'abbazia, ma alla fine di quel periodo una crisi economica costringe i monaci a vendite e permute di beni per pagare i titolari di prebende (in genere chierici rampolli di nobili famiglie) e di uffici vari (probabilmente castaldi o fattori addetti all'amministrazione dei beni avuti in donazione sparsi per la diocesi)». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La vicinanza con Brescia e la posizione strategica delle strade principali fecero sì che S. Eufemia venisse coinvolta in momenti storici critici per il passaggio continuo di eserciti che andarono via via infittendo dal sec. XIII in poi nelle guerre fra i comuni di Verona e di Brescia e poi tra la Repubblica Veneta e il Ducato di Milano. Nel 1218, in particolare, vi avrebbe soggiornato Ezzelino da Romano. Nel frattempo l'interesse di grandi famiglie nobili (Ugoni, Confalonieri, Poncarali) e di famiglie della nuova borghesia manifatturiere (i Ganassoni, i Mazzola, i Vergine, ecc.) ridussero i beni del Monastero frenati soltanto ma non arrestati da interventi pontifici quali quelli di Gregorio IX del 1236 e di Innocenzo IV del 1251 mettendo in crisi il prestigio del monastero che con arbitrato del vescovo Berardo Maggi del 25 febbraio 1275 perse inoltre il vassallaggio su Rezzato. L'equiparazione nel 1309 della dignità dell'abate con quella dell'abate di S. Faustino non mette al riparo il monastero da nuove crisi, indotte anche da avvenimenti di più ampia portata, quali l'assedio nel 1311 a Brescia di Arrigo VII durante il quale combattimenti e saccheggi colpiscono il monastero e la zona. Tali fatti spinsero l'abate Inverardo Confalonieri, che pur si nominava anche conte di S. Eufemia e di Rezzato, ad acquistare nel 1231 per maggiore sicurezza la casa degli Umiliati dei S.S. Simone e Giuda nei pressi di porta Torlonga in città acquisita poi definitivamente nel 1381. Oramai il monastero è in piena decadenza, tanto che il vescovo Bernardo Tricarico si sente in dovere di minacciare di scomunica l'abate per vendite ingiustificate e arbitrarie lamentando per di più che l'abate stesso e i sei monaci del monastero non osservino le regole e non portino nemmeno il saio. I documenti riguardanti il monastero riguardano ormai solo affari economici e specialmente l'utilizzo delle acque della Seriola e del Naviglio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per le bocche di questi corsi d'acqua nel 1416 si ripetono contenziosi tra autorità, popolazione e monaci. Gli abati diventano commendatari mentre i provveditori veneti intervengono a reprimere scandali più o meno gravi. L'abate Gabriele Avogadro è, ad esempio, aperto sostenitore del pronipote Corradino Caprioli che dal 1437 al 1451 dilapida il monastero di Rodengo definitivamente della casa degli Umiliati. E ciò fino a quando il 30 maggio 1444 Eugenio IV autorizza la costruzione di un nuovo monastero &amp;quot;intra moenia&amp;quot;, mentre una bolla di Callisto III del 2 febbraio 1457 autorizza l'unione di S. Eufemia alla Congregazione Cassinese a S. Giustina di Padova, portando ad essa un patrimonio ancora imponente. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Infatti, dagli Annuali redatti dall'ab. Pietro Faita verso la metà del '700 risulta che nei sec. XV e XVI il monastero conservava rapporti di proprietà e diritti con il Comune di Brescia, con la &amp;quot;terra&amp;quot; di S. Eufemia extra, con Bogliaco, Buffalora, Caionvico, Calcinato, Castenedolo, Cigole, Cogozzo V.T., Flero, Folzano, Gardone Riviera, Gazzane, Gerola, Maderno, Mazzano, Nave, Nuvolento, Offlaga, Paderno, Passirano, Polaveno, Portese, Puegnago, Rezzato, Roncadelle, Rovato, Salò, San Felice, San Zeno, Toscolano, Virle, Volciano, ecc. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La fine del monastero di S. Eufemia avviene nel 1438, durante l'assedio a Brescia, quando la borgata S. Eufemia costituisce una testa di ponte nell'assedio posto dal Piccinino alla città. Egli, dopo aver reso inutile il tentativo delle autorità venete di presidiare, attraverso contadini che si erano rifugiati in città, il Naviglio, vi si trincerava cercando di stringere la città in un forte blocco così da prenderla per fame. Nella ripresa delle ostilità, nel luglio 1439 la borgata veniva occupata dai cittadini bresciani, per essere ripresa poi dai viscontei. Nell'aprile 1440 erano due donne a turno ogni giorno a far da vedetta nei pressi di S. Eufemia, per dare tempestivo allarme dell'arrivo delle truppe nemiche. Orfana del monastero la borgata dì S. Eufemia va costituendosi una sua fisionomia amministrativa ed ecclesiastica raccolta intorno alla chiesa parrocchiale mentre il monastero di S. Eufemia della Fonte diventa una grossa fattoria intorno alla quale la parrocchia e il comune si sviluppano ormai autonomamente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nella campagna militare del 1440 in luglio, S. Eufemia veniva di nuovo raggiunta dalle truppe milanesi. La vicinanza alla città mette il borgo, non più nemmeno protetto dal monastero, in balia di eserciti. È, per fare un solo esempio, a S. Eufemia della Fonte che il 16 febbraio 1512 Gastone di Foix concentra le sue truppe e, saccheggiate e incendiate le case, prepara il terribile &amp;quot;sacco di Brescia&amp;quot; del 19 seguente. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel giugno la borgata è ancora al centro di uno scontro fra gli eserciti veneto e francese. Il 19 novembre 1515 gli spagnoli comandati dall'Icardo e i fuorusciti bresciani ingaggiano a S. Eufemia uno scontro con i francesi nel quale si segnalò principalmente Annibale Lana. È ancora a S. Eufemia che il 5 dicembre 1515 si tiene sotto la presidenza del conte Vittore Martinengo il Consiglio provvisorio dei cittadini in esilio che non riesce però ad evitare, pochi giorni dopo, per la permanenza delle truppe venete di G.G. Trivulzio, scontri, saccheggi e incendi con le truppe nemiche tanto che, a distanza di decenni, in un atto del 29 gennaio 1552 si attesta che il monastero della terra di S. Eufemia &amp;quot;extra&amp;quot; è stato distrutto a beneficio del Serenissimo Dominio veneto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo decenni di tranquillità nel 1577 scoppia la peste detta di S. Carlo che imperversa nei mesi estivi per cessare in autunno avanzato, mietendo 27 vittime. Ma ancora una volta la vita del borgo riprende intensa tanto che nel 1590 si verificano 63 nascite. Nel giugno 1610 un violento nubifragio si abbatté su S. Eufemia, rovinando, come riferiscono i Bianchi nei Diari, moltissime case e terreni. Idilliaca o quasi è la descrizione di S. Eufemia che ne fa nel 1610 Giovanni da Lezze nel suo Catastico. Egli arriva a scrivere come «le persone vivono longamente in quella terra et fino 100 et più anni per essere l'aria salutifera». Vi registra la presenza di nobili bresciani quali i Martinengo, i Cesedi, i Fusari, i Parabeati, mentre tra i contadini &amp;quot;principali&amp;quot; sono elencati i Veronesi, i Geremia, i Mattanza «et altri, che per la maggior parte sono lavoranti di campagna, essendovi anco alcuni mercanti di ferrarezze et da biave&amp;quot;. «Il Comune era governato da due sindaci e da un consule et questi governano la terra et sono ballotati dalla vicinia, ed il Massaro scode et paga, né altri che il massaro hanno salario. Il Massaro a me fa l'effetto dell'Esattore, il Console ed i Sindaci mi fanno quello della Giunta, con questo di differente che nella nomina non ci entrava il Governo, che oggi si è riservata la nomina del Sindaco. I redditi del Comune non erano grande cosa. Si limitavano a 500 lire che si ricavavano da un prestino, da un'osteria e da alcuni boschi». I padri benedettini avevano, scrive sempre il da Lezze, «un bellissimo giardino circondato da muraglia, dal quale cavano perfettissimi frutti e di buona vernazza, senza contare due molini con le sue botteghe e bellissimi casamenti con peschiera ai piedi del monte (Maddalena)». Aggiunge inoltre che gli &amp;quot;illustrissimi signori&amp;quot; Antonio e Teofilo Martinengo vi hanno «molti luochi da piaceri et deliciosi» e, anch'essi, una peschiera. Pochi anni dopo queste testimonianze tornano momenti difficili anzi terribili. Il continuo passaggio di Lanzichenecchi nel 1628 e 1629 porta la peste che specie nel 1630 diventa distruggitrice mietendo in 12 mesi 92 vittime, un numero tale da non trovare posto nel cimitero e da costringere le autorità a seppellire i morti nel campo del &amp;quot;filio Forlano&amp;quot; ai limiti orientali del paese. Un episodio indica l'esasperazione della popolazione. Il 2 giugno 1630 alla notizia del sopraggiungere di truppe venete che una voce voleva che nel Veronese avessero emulato le imprese dei Lanzichenecchi gli abitanti, saliti sui tetti gli uomini, alle finestre le donne, con sassi tentarono di opporsi al loro passaggio, obbligando la autorità pubblica ad intervenire. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Scomparsa la peste la vita del borgo rifiorì. Nel giro di 18 anni la popolazione aumentò di circa trecento abitanti. Nel 1673 grazie ad un legato lasciato, con testamento del mercante Giacinto Moneghini/o, alla confraternita del S.S. Sacramento si viene formando un monte frumentario o monte di pietà a &amp;quot;servitio dei poveri della terra et territorio&amp;quot;. Scomparsa la peste la vita riprende poi tranquilla, grazie anche allo sviluppo oltre che agricolo, commerciale per merito della strada percorsa in continuità e al Naviglio che alimenta le rogge e fa muovere le ruote dei mulini e delle &amp;quot;raseghe&amp;quot; ed ha, a S. Eufemia, il terminale del trasporto di merci attraverso barconi e del legname fluitante che viene dalla Valsabbia. S. Eufemia diventa inoltre uno dei punti di partenza del servizio di scorta dei corrieri per Venezia e del servizio postale. Il borgo conosce nuovi momenti difficili nel 1701-1705 per la guerra di successione spagnola. Specie nel settembre 1701 e febbraio 1702 vengono denunciate violenze e ladrocini delle truppe tedesche. Ma si tratta di episodi momentanei. La fine del secolo vede un continuo passaggio di truppe napoleoniche e poi austro-russe mentre la Rivoluzione Giacobina del marzo 1797 viene avvertita particolarmente per lo scontro fra le truppe della stessa e quelle controrivoluzionarie provenienti dalla Riviera del Garda e dalla Valsabbia. Ma più a fondo colpisce l'incameramento, il 2 novembre 1797, delle proprietà del Monastero e di S. Giacomo, che passano all'Ospedale Maggiore. Certo un avvenimento difficile da dimenticare è l'arrivo il 7 aprile 1801 dei deportati in Ungheria da parte degli austro-russi. Dura pochi anni la soppressione dell'autonomia comunale avvenuta nel 1810 e restituita il 1° maggio 1816. Il dominio austriaco non fu nefasto quanto lo si è voluto dipingere. Già nel 1816 vengono infatti organizzate scuole comunali in paese e a S. Polo. Vengono inoltre costruite strade, nel 1838 adottata l'illuminazione a gas. Vengono inoltre istituite le condotte mediche, imposta l'obbligatorietà delle vaccinazioni e la salvaguardia delle acque di superficie e di falde. In sviluppo anche l'assistenza ai poveri con la costituzione il 4 maggio 1846 della Congregazione di carità diventata ente morale nel 1858. Il progresso è indicato del resto anche dall'aumento di popolazione che passa da 1536 abitanti nel 1816 a 2069 nel 1860. Non mancano d'altro canto gravi e improvvise calamità come quella del colera del 1836 e del 1855 che miete un centinaio di vittime, i gravissimi allagamenti provocati da alluvioni accadute in Val Carobbio e dalla tracimazione del Naviglio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tali avvenimenti si ripetono di frequente: l'11 giugno 1863 e più tardi, il 10 novembre 1880 e compiono ingenti danni. La borgata è nel 1848 fra le prime del Bresciano ad avvertire i segni della nuova Rivoluzione. Nel marzo infatti il maresciallo Radetzky vi confinò, nel timore che fraternizzassero con gli insorti, i reparti dei granatieri italiani arruolati nell'esercito austriaco. Partiti al seguito del vicerè per Verona i contadini di S. Eufemia partecipavano a Rezzato alla cattura di un convoglio di munizioni dell'esercito austriaco. Più esaltanti e gravi assieme furono gli avvenimenti che accompagnarono le Dieci Giornate di Brescia dell'anno seguente. Nel 1849 Tito Speri con i suoi uomini aggrediva un convoglio di austriaci e disarmava decine di uomini armati. Al sopraggiungere il 26 marzo di mille austriaci al comando del gen. Nugent vennero bloccati per ore dagli insorti bresciani al comando di don Boifava e di Tito Speri che si ritirarono poi alla porta di Torrelunga. Il 28 marzo attirati da un'abile mossa del gen. Nugent, giunsero fino a S. Eufemia, dove gli insorti furono presi da due fuochi, ingaggiando uno scontro vivacissimo nel quale i bresciani perdettero tra morti, feriti e prigionieri circa 100 uomini mentre gli austriaci ne perdettero il doppio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lo Speri si salvò gettando svanziche agli inseguitori. A ricordo di alcuni caduti l'8 aprile 1877 venne posta la seguente epigrafe: «IL MUNICIPIO / SCRIVE IN MARMO I NOMI GLORIOSI / DI ANTONIO CORSETTI - NULLO CESARE / LOVATINI TEMISTOCLE - BISEO PIETRO / MONEGHINI PIETRO - MARTINELLI LUIGI / PONTOLTI GIUSEPPE - TAGLIANI PIETRO / CHE PRIMI QUI PRESSO / NEL XXVIII MARZO MDCCCXLIX / DONARONO ALLA PATRIA LA VITA / PERCHÈ DURI NEI POSTERI LA LORO MEMORIA / E LA RICONOSCENZA ALLO SMISURATO VALORE / E MAGNANIMO SACRIFIZIO / S. EUFEMIA   VIII APRILE MDCCCLXXVII». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nei giorni seguenti S. Eufemia divenne come per il passato un caposaldo per la riconquista da parte degli austriaci della città, occupata come fu dal 29 marzo da crescenti truppe provenienti da Verona e registrando il 31 marzo il passaggio dello stesso gen. Haynau. Questi episodi delle Dieci giornate verranno, dopo l'Unità d'Italia, a lungo solennizzate a S. Eufemia con una festa commemorativa e discorsi dei massimi esponenti della politica bresciana (on. Zanardelli, on. Da Como) oltre che di altre personalità, con gare di tiro, ciclistiche, ecc. Il 14 giugno 1859 S. Eufemia rivedeva vittoriosi il gen. Garibaldi con i suoi volontari che vi pernottò dormendo su un banco di lavoro nella casa del falegname Noventa come ricorda una lapide posta il 20 settembre 1899 su casa Speziali, nella quale si legge: «Giuseppe Garibaldi - dopo le vittorie di Varese e San Fermo - da Brescia proseguendo la sua marcia gloriosa - riposava - al piano terreno di questa casa - su nudo banco di falegname - la notte dal 14 al 15 giugno - 1859 - precedente l'alba - dell'eroico scontro a Virle Treponti. 20 settembre 1899» (singolare la vicenda del bancone-letto che donato poi al Museo del Risorgimento, e secondo altri custodito fino al 1921 nel circolo Mazzini di Brescia, scomparve. Più tardi alcuni imbroglioni cercarono di contraffarlo venendo però scoperti). Comandato il mattino del 15 giugno da un dispaccio del re di avanzare su Lonato per unirsi alle truppe del Sambuy il generale lasciò S. Eufemia. Mentre le sue truppe si scontravano duramente a Treponti egli ricevette dal re l'ordine di ritirarsi a S. Eufemia. Nel 1862 (Regio Decreto 7 settembre) il Consiglio comunale (era sindaco Vincenzo Bontempi) deliberava di aggiungere la denominazione &amp;quot;della Fonte&amp;quot; al nome del paese, per distinguerlo da altri nove esistenti in Italia. Passaggi continui di truppe si verificarono nel 1866; ma di rilievo è il fatto che dopo la sconfitta di Custoza, Garibaldi individuò S. Eufemia come ultima difesa di Brescia facendo edificare sulla collina sovrastante l'abitato un piccolo forte, sui ruderi del quale il 28 luglio 1907 venne posta una lapide con l'epigrafe «QUI / NEL 1866 / DOPO LA FATAL GIORNATA DI CUSTOZA / PER PROTEGGERE L'EROICA BRESCIA / FU COSTRUITO IL FORTE / CHE / DI GIUSEPPE GARIBALDI / PRESE IL NOME GLORIOSO / MUNICIPIO E CITTADINI VOLLERO / NEL CENTENARIO DELLA NASCITA DEL GRANDE / QUESTO RICORDO / S. EUFEMIA, LUGLIO 1907». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I primi decenni dell'Unità d'Italia non furono esaltanti. Pochissimi i votanti nelle elezioni politiche del 25 marzo 1860 e scarsa la partecipazione alla vita politica e amministrativa mentre dovevano essere affrontati con urgenza i gravi problemi imposti da una dilagante povertà solo in parte arginata attraverso la Congregazione di carità e alcune iniziative come la &amp;quot;Locanda sanitaria&amp;quot; fondata nel 1901 e i bagni per i pellagrosi, attuate dal dott. Arnaldo Maraglio. Di particolare utilità l'apertura nel 1863 della Farmacia Romelli poi dal 1873 Pasini. Il 9 agosto 1875 il Consiglio Provinciale bocciava la proposta di aggregazione del comune di Caionvico a quello di S. Eufemia. Il 18 settembre 1887 veniva messo in attività il tram a cavalli da Brescia. Un crescente risveglio sociale e culturale si verifica negli anni '80 quando nasce (nel 1884) la Società di Tiro a segno locale con poligono in Val Carobbio e i cui soci mieterono buoni successi specialmente da parte di Candido Rapuzzi, Faustino Capretti, ecc. Attiva è presto l'associazione &amp;quot;Vis et Patria&amp;quot; che promuove tra l'altro uno dei primi club ciclistici che nel luglio 1902 è presente in corse importanti come la Milano-Riva e che il 28 luglio 1907 inaugurerà il proprio labaro. La solidarietà fra le forze sociali crea nel 1884 la Società di Mutuo Soccorso che nel giro di vent'anni raccoglierà 140 soci ma che incontrerà gravi difficoltà nel 1908-1909. Nel 1886 l'Amministrazione comunale incominciò a pensare ad un asilo di infanzia, che aprì i suoi battenti il 2 gennaio 1888 con 85 bambini. Ristrutturato nel 1888-1890 il fabbricato su progetto dell'arch. Arcioni, l'asilo ebbe il primo statuto e il regolamento interno nel 1890, la costituzione in ente morale nel 1893. Lo stesso sarà avvantaggiato nel 1924 dal lascito di Giovanni Sega al quale verrà intitolato, e verrà sistemato in un nuovo fabbricato nel 1937-38. Fra i problemi più seguiti vi furono quelli dell'istruzione scolastica presente al centro attraverso sei classi, collocate in locali della fabbrica e a S. Polo. Più tardi si aggiunsero una scuola serale e una scuola di disegno. La pressione su S. Eufemia di popolazioni di Caionvico e dell'ex comune di S. Alessandro, soppresso nel 1880, indussero agli inizi degli anni '80 alla costruzione di un nuovo edificio scolastico. Nel 1900 veniva installata una classe promiscua a Buffalora che contò subito ben 88 alunni. Nel 1913 le classi salivano nel comune a nove (sette al centro e due sulle frazioni).Il palazzo ex Ganassoni/Noventa/Martinengo, ora centro diurno anziani &amp;quot;Don Franco Benedini&amp;quot; di via Indipendenza 29, acquistato per accogliere in un unico edificio le classi elementari del paese, per esigenze economiche divenne l'ultima sede Municipale di S.Eufemia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Agli inizi del '900 per iniziativa del prof. Staglieno Zaccarelli veniva istituita una scuola professionale di disegno tecnico cui si affiancarono corsi di ornato e di disegno libero. Fortuna di S. Eufemia fu la presenza di ottimi insegnanti come il maestro Giacomo Ontini, le maestre Angela Arici (medaglia d'argento dell'Ateneo di Brescia nel 1862), Matilde Prati, la maestra d'asilo Emilia Bazoli e ultimo nel tempo ma di indelebile memoria il prof. Vittorino Chizzolini. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L'evolversi della vita amministrativa venne per decenni dominato da liberali prima e moderati poi, zanardelliani e particolarmente da Ugo Da Como mentre sul piano locale conta particolarmente il dott. Arnaldo Maraglio. Agli inizi del '900 tuttavia si affacciano sulla soglia della politica socialisti e cattolici, più attenti alle istanze sociali di una borgata in via di industrializzazione. L'Unione Cattolica del lavoro porta alla ribalta per la prima volta il 7 ottobre 1902 le filatrici della ditta Pirovano. Favorisce lo sviluppo, agli inizi del secolo, la rete elettrica realizzata dalla ditta Porta e C. che nel 1905 raggiunge anche S. Polo e il tram a vapore Brescia-Gargnano e Brescia-Vestone mentre alle Bettole viene aperto uno scalo della Brescia-Mantova-Ostiglia. Si registrano anche più diffusi interessi culturali nuovi con un'attiva Società Filodrammatica che nel febbraio 1907 inaugura un proprio teatro. L'assistenza ai poveri registra dal 1908 il &amp;quot;Natale del povero&amp;quot; con l'ausilio della cucina economica, voluta dal benefattore Luigi Chiappa nel 1888. La I guerra mondiale vede una mobilitazione anche nell'assistenza alle famiglie dei richiamati e a quelle particolarmente povere. A ricordo dei caduti verranno inaugurati il 6 luglio 1924 il Monumento ai Caduti, opera dello scultore Emilio Magoni su progetto dell'arch. Angelo Albertini, e il Parco della Rimembranza (ora don Orazio Bresciani). Lo schieramento politico vede nel dopoguerra in prima fila socialisti e cattolici. Questi ultimi nell'aprile 1919 si organizzano nel P.P.I. Nel campo sindacale le più attive sono le filatrici che nel 1919 e 1920 organizzano insistenti agitazioni sindacali mentre il grave problema delle abitazioni viene affrontato, il 13 maggio 1921, con l'istituzione di una sezione della Federazione nazionale inquilini. Il clima politico va cambiando dal 1922 quando fa la sua comparsa il fascismo che ingaggia subito una serrata lotta, specie con i socialisti. Più o meno accesi scontri con bastonate, olio di ricino e anche colpi di rivoltella per fortuna andati a vuoto si verificano nel settembre e dicembre 1922. I tristi fatti si rinnovano il 6 gennaio 1923. Il 13 di tale mese una squadra d'azione fascista invade la casa di tale Luigi Saiani per impadronirsi del busto di Carlo Marx. Il 1° novembre 1923 una ventina di fascisti occupa il Circolo socialista. Intanto alle esigenze igieniche si provvede con l'acquedotto il cui progetto viene presentato dall'ing. Gino Rizzoli di Gallarate, mentre viene affrontato il problema delle fognature, su progetto del geom. Rossetti, dell'imbrigliatura del torrente Carrobbio, con più progetti attuati nella seconda metà dell'800 e primi 900, che saranno però insufficienti a fermare nuove alluvioni come quella grave del 1936; e ampliati nel 2022/23.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un nuovo clima segnala nel 1923 la consegna della bandiera della scuola e la consegna del Crocifisso. Il 19 ottobre 1924 vengono benedetti il Cimitero ampliato e la cappella eretta dal Comune. Continua ad avere importanza il Poligono dove nel 1922-1923 si prova la Mitragliatrice Brixia. Per l'assistenza ai più poveri si pensa ad un Ricovero per anziani, mentre progredisce anche l'associazionismo da quello combattentistico (che vede nascere la Sezione combattenti, della quale viene benedetta la bandiera nel luglio 1924) a quello sportivo nel quale predomina l'Unione Sportiva, figliazione del &amp;quot;Club Vis et Patria&amp;quot; e fondata sotto la presidenza del dott. Lucio Callegari nel marzo 1924. Nel 1928 il Comune, che ha un'estensione di kmq. 10,29 e 1.092,15 ettari, viene fagocitato dal Comune di Brescia la cui amministrazione provvede presto a miglioramenti di rilievo come l'allargamento e la sistemazione nel 1930 del tronco stradale Brescia-S. Eufemia, la deviazione nel 1934 della statale n. 11 in corrispondenza dell'abitato con la costruzione a S dello stesso di una nuova strada lunga 1300 m., l'elettrificazione del tram che verrà sostituito nel 1952 dalla filovia. L'accorpamento al Comune di Brescia rese necessaria una nuova toponomastica stradale (in sintesi) come da delibera 31 gennaio 1931: via Case e via XX Settembre in via Lucio Fiorentini; via Giuseppe Mazzini in via Giuseppe Saleri; Via Umberto I in via Indipendenza; via Rampino in via Mario Alberti; via Razzica in via Vittorio Arici; via dei Ronchi in via Parrocchia; via Solferino in via Agostino Chiappa (con un errore clamoroso perchè il sig. Chiappa che ha lasciato tutti i suoi beni per i poveri del paese non fu Agostino ma lo zio Luigi); via Tito Speri in via Pila; via Giuseppe Zanardelli in via Cesare Guerini; Via Belguardo in via Cesare Noventa; via Brescia e via Castenedolo in via Mantova. Nel 1932 vengono, con demolizioni di case a E dell'abitato, risanate le fonti che tuttavia si esauriranno nel 1963. Nel 1938 viene costruito per larga elargizione di Giovanni Sega e su progetto dell'ing. Giuseppe Cacciatore il nuovo asilo. Nello stesso anno viene sistemata e bitumata la vecchia traversa della frazione. Gli anni Trenta vedono il completamento di opere pubbliche, l'arrivo del gas nelle case e nelle industrie, ed il prolungamento del tram cittadino della linea n. 7 fino alla fine del paese, nell'attuale piazzetta Garibaldi. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lavori di regimentazione delle acque sono invece ancora frustrati e tali lavori non eseguiti danno luogo ad esondazioni del Naviglio e ad alluvioni fra le quali, particolarmente pesanti, quelle del maggio 1930 e dell'agosto 1934. Fra gli avvenimenti che accompagnarono la seconda guerra mondiale suscitò viva impressione la caduta il 17 agosto 1943 sulle prime pendici della Maddalena di una fortezza volante (B17 dell'VIII USAAF) di ritorno da un bombardamento sulla Germania senza tuttavia che vi fossero vittime. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I giorni della liberazione vedono in viale Bornata all'imbocco dell'abitato di S. Eufemia un sanguinoso scontro avvenuto dalle ore 2 alle 4 del 27 aprile, tra una autocolonna di soldati tedeschi e due carri armati americani che probabilmente per un errore provocato dal buio hanno già sparato su un gruppo di patrioti di S. Eufemia uccidendo otto persone (Zintu Giulia a.16; Zilioli Giuseppe a.55; Mainetti Tomaso a.57; Biasibetti Angelo a.26; Bonassi (Maria); Febbrari Italo a.23; Gnocchi Attilio a. 28; Ghisma Giuseppe a. 49). Nello scontro cadono una quarantina di tedeschi e due americani. Mentre gli americani vengono raccolti dai loro commilitoni, i tedeschi lo sono da un gruppo di giovani diretti da Giuseppe Rapuzzi che darà loro degna sepoltura. Le giornate della Liberazione vedono protagonista Tito (Luigi Guitti) e finiscono in una inumana carneficina. Il 10 maggio 1945, infatti, alcuni componenti della 122ª Brigata Garibaldi fucilano 33 persone tra ufficiali della X Mas, funzionari della RSI e civili prelevati a Lumezzane, seppellendone i corpi al Ghiacciarolo di Botticino. Particolarmente intensa è la lotta politica negli anni seguenti, specie fra socialcomunisti e democristiani sostenuti, questi, da un attivo circolo ACLI che tra le sue attività vanta tra l'altro anche un Gruppo escursionistico di notevole prestigio. Più contenuto lo sviluppo edilizio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Negli anni '50- '60 vengono avviati nella zona a N della borgata nuovi insediamenti continuati con i Villaggi Marcolini e Carloni ma tale espansione si fermò agli inizi degli anni '70, mentre le attività produttive, fatta eccezione della cava e fabbrica di calce viva S. Orsola, rimangono sul viale S. Eufemia. Nel 1974 veniva avviata la costruzione della strada detta del Carso di S. Eufemia che raggiunse via Triinale. Dal 1970 (ed ufficialmente costituito nel 1977) opera attivamente per particolare iniziativa di Rolando Bennati, che ne fu anche il primo presidente, il gruppo antincendio &amp;quot;Val Carobbio&amp;quot; il quale, oltre che a spegnere numerosi incendi specie sulle pendici del monte Maddalena, allargò sempre più la sua attività alla protezione civile, alla pulizia dei torrenti. Ad esso si è aggiunto il gruppo &amp;quot;Sella&amp;quot; di Caionvico. Tra gli altri gruppi si distinguono quello degli alpini che dal 1966 con il gruppo escursionisti delle ACLI organizza la Settimana della montagna. Lo sport ha espresso nel 1976 una attiva Associazione sportiva calcio presente nel campionato provinciale di Terza Categoria. Nel 1995 è stata realizzata per gli scalatori una palestra d'arrampicata artificiale (v. Roc Palace). Non mancano episodi di attiva partecipazione alla vita civile come dimostra il referendum del 27 giugno 1977 che respinge a grande maggioranza (789 contro 38) la municipalizzazione della scuola materna. Danni ingenti per miliardi di lire provocò il 6 agosto 1982 tra le ore 6 e le 7 un'alluvione. Una nuova minaccia di allagamento incomberà nel giugno 1993. Nell'aprile 1983 viene inaugurata in via Indipendenza la sede dell'Associazione ex Combattenti. Nello stesso anno nasce il Gruppo Scout. Molte discussioni e manifestazioni sono state spese circa il recupero del complesso dell'antico monastero (ostello della gioventù, spazi per convegni, centro culturale, fino alla malaugurata destinazione a Museo della Mille Miglia). Le vecchie scuole sono state invece destinate nel 1998 a centro diurno per anziani. Nel cimitero di S. Eufemia è prevista la realizzazione di un forno crematorio da parte del Comune di Brescia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A S. Eufemia nacquero i due fratelli noti incisori Faustino (+ 1847) e Pietro (+ 1849) Anderloni. Secondo il Faino a S. Eufemia vi avrebbero abitato i SS. Faustino e Giovita ai quali egli dà il cognome Prignacchi quando i cognomi non esistevano per niente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L'ECONOMIA fu per lunghi secoli eminentemente agricola, specialmente indirizzata alla produzione dei cereali e ad una parziale coltivazione della vite arricchitasi poi con l'allevamento del baco da seta. Frutta e verdura sono stati, da secoli, i prodotti locali. Il Da Lezze nel Catastico del 1610 registrava anche che vi si cavava &amp;quot;quantità di olive&amp;quot; e &amp;quot;monti&amp;quot; delle legne, del fiume &amp;quot;et anco in alcuni luochi di buon vino&amp;quot;. Lo stesso segnalava la presenza di due mulini di due ruote l'uno «con le sue rasseghe» di proprietà del Monastero e due altri mulini &amp;quot;da quali si cava buona entrata... posti sopra l'acqua del Naviglio...&amp;quot;. Scavi di pietre, appendice delle grandi cave di Botticino, non mancarono nei secoli più lontani. Nel sec. XV si registrano esportazioni nel Bergamasco e altrove. Caratteristica a S. Eufemia e ad altri paesi (Botticino, Paitone, ecc.) fu da lungo tempo la produzione della spolverina o polvere ricavata da cave di dolomia che veniva comunemente utilizzata per pulire utensili da cucina. Mai sfruttate invece per fare colori le argille che riempiono le fessure delle dolomie liassiche. Folta la presenza di lavandai e lavandaie a servizio di moltissime abitazioni della città. Per alleviare il loro lavoro ma anche per non creare nuove difficoltà economiche nel dicembre 1885 in casa Guillaume veniva impiantata dall'ing. Enrico Pandiani una delle prime lavanderie a vapore della ditta Davey Paxman e Comp. di Colchester (Inghilterra). Nel tempo l'abbondanza delle acque favorì un sempre crescente sviluppo di realtà produttive. Agli inizi dell'800 esisteva verso Rezzato una rinomata fonderia di cannoni, mentre via via vennero avviate una cereria e seghe idrauliche per la lavorazione del legno. La prima fabbrica di notevoli dimensioni fu il Cotonificio Ercole e Giuseppe Lualdi, fondato nel 1857 cui si aggiunsero in pochi anni un opificio per la lavorazione della seta e un altro per la fabbrica dell'amido. Attivo il Mulino Frick che nel 1900 passava a Hefti e Benigher che lo tennero fino al 1923. Nel 1862 nasceva il Pastificio Cesare Rapuzzi uno dei più importanti nel Bresciano. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Come sottolinea Piercarlo Morandi, un vero salto di qualità l'economia del paese lo compie avvicinandosi il nuovo secolo. Nel 1882, per iniziativa dell'industriale monzese Brambilla, si installa in via Reale un importante setificio che contò fino a 82 operaie (gestito alla sua morte dalla vedova Virginia Pirovano). Nel 1892 si installò il grosso cotonificio di Giulio Schiannini con 400 addetti. Attiva la filanda Kramer Enrico e C. con 60 bacinelle. Reperto di archeologia industriale un soffocatoio per bozzoli. Tra le altre varie attività da tempo funzionava una fabbrica di liquori e specialmente di anesone. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Da sempre presente l'attività commerciale ebbe un'impennata nell'80 registrando un continuo sviluppo. Da un censimento del 1913 risultavano presenti: 7 falegnami, 7 commercianti di legna al minuto, 11 verdurai, 5 spacci di vino e liquori, ben 29 osterie in riva al Naviglio, alle quali se ne aggiungevano 7 a Buffalora e 7 a San Polo. Di birrerie ce n'era una sola e inoltre 4 mercerie, 3 telerie, 5 merciai ambulanti, ecc. Il commercio del latte contava ben 16 ambulanti, che ogni mattina sciamavano dalle cascine fino a Brescia a portare il prodotto &amp;quot;sciolto&amp;quot;. In sviluppo anche l'artigianato: lungo corso Umberto (ora Indipendenza) e nelle vie confluenti come registra Morandi, erano allineate ben 63 attività «fra gli opifici e le attività industriali rilevate nel censimento, accanto ai già citati vi erano una fabbrica di liquori, una di cera, una fornace di mattoni in via Umberto I, una piccola fabbrica di sapone a San Polo, una cartiera in località Case, alcune cave di ghiaia, una di pietra e alcuni mulini ad una ruota (palmento) a Chiodarolo. Lungo il Naviglio, in paese v'erano due seghe idrauliche per la lavorazione del legname, più un mulino con quattro palmenti. Nel territorio vi erano altresì tre mulini da grano con due palmenti». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Sant'Eufemia della Fonte vi era già il calzaturificio artigianale Peroni che lavorava per l'esercito. Nel 1915 se ne aggiunse un altro, cioè il calzaturificio Brixia fondato da Angelo Alberti e presto in prima linea nella produzione di calzature sportive. Intensa l'industrializzazione della zona negli ultimi decenni con imprese come la OMAP, la G.O.G. (1977) ecc. Tra le ultime iniziative fu nel 1991 l'avvio tra il cimitero di S. Eufemia e quello di S. Francesco di Paola, su iniziativa del Consorzio S. Eufemia, presieduto da Augusto Corsini, di un nuovo polo artigianale estendentesi su 20 mila mq. Per lunghi decenni unica banca del quartiere fu la filiale del CAB, inaugurata in via Indipendenza nel 1930, e ricostruita a poca distanza nel 1981.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
ECCLESIASTICAMENTE è certo che il territorio appartenne alla pieve della Cattedrale (tanto che ancora nel sec. XVI riceveva gli oli santi dalla Cattedrale) e ciò fino a quando venne fondato il monastero che amministrò anche pastoralmente il territorio. La più antica notizia avverte che dall'abate Giovanni (1090-1106) venne eretta &amp;quot;in una torre (probabilmente un terrapieno) contigua al monastero) la chiesa a S. Maria ad Elisabetta che divenne la parrocchiale. Una notizia avverte: «Anno 1175. Atti della causa tra il Monastero di Santa Eufemia e la cattedrale di Brescia, circa la giurisdizione sulla chiesa di Santa Maria ad Elisabetta cappella dei Monaci, posta nella terra di Santa Eufemia; dai quali risulta che la predetta chiesa è stata fondata, fabbricata e dotata dagli Abati del Monastero, con nomine e destinazioni, a beneplacito, di presbiteri e chierici, per l'esercizio delle funzioni parrocchiali, e che i cappellani ivi nominati mai hanno avuto alcuna dipendenza dai canonici della cattedrale di Brescia, se non quella per l'esazione delle decime». Nel 1300 un benedettino donava una reliquia della S. Croce che continua ancor oggi ad essere al centro della più viva devozione. Specie dal sec. XV si moltiplicano i legati e le cappellanie. Il 22 giugno 1462 veniva sancita l'unione fra il monastero di S. Eufemia e la nuova parrocchia di S. Maria ad Elisabetta. Nel 1508 è già costituita la Scuola del SS. Sacramento che meriterà lodi nelle visite pastorali. Essa verrà favorita di lasciti e avrà il privilegio di custodire la preziosa reliquia della S. Croce. Oltre alla Confraternita del S. Rosario vi esistette la Confraternita di S. Rocco. Come ricorda un documento: «La chiesa fu unita con tutti li suoi beni al Monistero, l'anno 1544 con Bolla Pontificia, e con Ducale di possesso l'anno 1554: prima dell'unione essercitavasi in quella la Cura da un Prete investito dal Monistero, a risserva di pochi anni prima dell'unione, che era Monaco, e si facevano le visite pieno iure dagli Abati» per cui gli abati mettevano a guida della parrocchia o preti o monaci &amp;quot;amovibili ad nutum&amp;quot; supplendo ad ogni spesa del loro mantenimento. Luci e ombre rivela invece la vita parrocchiale verso la seconda metà del cinquecento. La visita del vescovo Bollani (28 maggio 1566) registra in pieno disfacimento la chiesa del Monastero dedicata a S. Paterio ridotta a cantina e a magazzino e della quale il vescovo chiede conto al curato convocandolo immediatamente in curia. Ma la chiesa parrocchiale che è già consacrata era in buono stato e anche ben tenuta compresa la cappellania di S. Caterina e la &amp;quot;schola&amp;quot; del Corpus Domini. Presenti i sacerdoti in cura d'anime. Non del tutto lodevoli le condizioni morali per la presenza di concubini e inconfessi. Il visitatore a nome di S. Carlo B. nel 1580 ordina la costruzione di una cappella per ospitare il fonte battesimale, l'assunzione dato il numero degli abitanti, di un coadiutore che deve essere mantenuto dalla cappellania di S. Caterina. Nel 1601 il vescovo Giorgi ordina lavori di consolidamento e ampliamento della chiesa, ribadisce la necessità di un coadiutore, l'urgenza della costruzione di una cappella-battistero e ingiunge che venga allungata la veste &amp;quot;per maggiore pudicizia&amp;quot; al S. Cristoforo dipinto all'esterno della parrocchia di forme tardo trecentesche. Negli anni che seguono viene edificata in centro al paese la chiesa di S. Giacinto, ed istituita la Confraternita del Rosario. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Da Lezze nel suo Catastico del 1610 rileva come: «La chiesa di S. Maria Helisabeth parochiale governata ed officiata dalli reverendi padri di S. Euffemia con bonissima entrada che cavano da 300 piò di terra (sono questi i primi riferimenti che disponiamo sulla situazione patrimoniale della parrocchia) in circa li quali hanno un bellissimo giardino circondato da una muraglia dal quale cavano perfettissimmi frutta e di buona vernazza». Durante il sec. XVII salvo i terribili tempi della peste cosiddetta manzoniana (1630) gli unici disguidi denunciati nella visita pastorale del 1648 sono che a S. Maria si celebrasse una sola messa grazie ai lasciti Della Porta e Zola mentre i suoi quattro coadiutori celebravano anche la domenica nelle dislocate chiese del territorio (5. Giacinto, Case, S. Polo). Salvo questa lamentela il vescovo non può non constatare un lodevole comportamento del clero, una corretta gestione delle Confraternite, salvo quella dei Disciplini che tendevano a consumare le elemosine in pranzi e altre cose. Una novità si profila nel 1658 quando opere compiute nella chiesa (fabbrica di volte e cappelle) con l'intervento dai parrocchiani continuato anche in seguito, si persuasero che la chiesa &amp;quot;fosse loro propria&amp;quot; e ciò fino al 1750 quando con &amp;quot;atti di lite e scritture&amp;quot; dovettero persuadersi del contrario. Salvo qualche rimarco (tra cui quello del vescovo Marino Giovanni Giorgi che in visita l'8 settembre 1673 sollecita interventi di restauro alle strutture della chiesa della parrocchia), i vescovi visitatori non possono, come mons. Bartolomeo Gradenigo, non constatare un soddisfacente stato della parrocchia e dei luoghi di culto, per cui non può che limitarsi ad una serie di prescrizioni riguardanti gli arredi, il decoro della parrocchiale e delle chiese sussidiarie. Nonostante la denuncia di una certa anarchia da parte di più di una decina di sacerdoti, che celebrano ovunque senza un coordinante personale, la vita religiosa si mantiene viva e sentita come dimostra l'episodio del 1684 che vede gli abitanti di S. Eufemia assieme a quelli di paesi circostanti in seguito a diverse disgrazie e infortuni ottenere il 24 marzo del citato anno uno speciale breve di Innocenzo III recante la remissione di ogni colpa, una benedizione particolare e l'indulgenza plenaria. Di rilievo la devozione alle reliquie per le quali nel 1673 viene ordinata una nicchia. La chiesa inoltre si arricchiva di nuovi legati. Tale vitalità è ancora rimarcata nei primi decenni del secolo dei lumi, il '700, come conferma il curato don Giuseppe Moreschi nella sua relazione stesa in occasione della visita pastorale del vescovo Morosini del 25 settembre 1724 nella quale la comunità viene presentata come una viva «oasi» di cristiana pietà, di fervore di fede testimoniato dai numerosi oratori pubblici e privati (ben 5), dall'attivismo spirituale e non delle confraternite, dall'assenza di inconfessi e di casi di eresia, malefici ed usurai. Sul piano morale la famiglia, secondo la descrizione del parroco, è la sacra custode dei valori cristiani, e naturalmente non vi sono &amp;quot;coniugi non cohabitanti&amp;quot; ed il numeroso clero (12 religiosi, 1 diacono, 1 chierico), &amp;quot;di buonissimi costumi&amp;quot;, vigila sulla comunità, che è pure assidua alla dottrina cristiana, ma non altrettanto attenta ai bisogni della chiesa parrocchiale. Infatti (unico neo del perfetto ritratto), la comunità è sorda ai richiami del curato perché contribuisca alle spese per la sostituzione della campana rotta da un anno, (per la qual cosa, riferisce il Moreschi al vescovo, «perciò poco si distinguono li segni delle feste...»), e perché provveda alla sostituzione della coperta del battistero «tutta lacera e senza potersi chiudere, a benché habbia fatto le mie parti con la Comunità», come osserva amareggiato a chiusa della sua relazione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Improvvisamente anche su S. Eufemia si abbatté la tempesta della rivoluzione bresciana del 1797 e dei tempi napoleonici. Il 2 novembre 1797 i beni del monastero venivano incamerati, come già s'è detto, e passati all'Ospedale maggiore di Brescia e i curati e poi parroci da esso stipendiati. Dal canto loro i rivoluzionari del luogo a nome del popolo alla morte, nell'aprile 1798, del curato don Angelo Bertanza, avvalendosi delle nuove leggi eleggono un ex carmelitano Alessandro Bennati il quale al sopraggiungere nel 1799 delle truppe austro russe rinuncia e viene sostituito dal vescovo con don Pedretti, ritornando però alla partenza degli austro-russi e provocando una spaccatura nella popolazione fra sostenitori suoi in maggior parte in buona fede credendolo legittimamente al suo posto, e avversari che lo vogliono via. Sospeso a divinis egli si arrende mentre il clima rimasto molto acceso consiglia il vescovo a nominare un terzo nella persona di don Giovanni Giacomini che reggerà la parrocchia fino alla morte avvenuta nel 1844. Avvenimenti del genere non scalfiscono di molto la religiosità della popolazione. Infatti quando il vescovo Nava visita l'11-13 maggio 1817 la parrocchia non può non constatare un rinnovato fervore religioso che si esprime nelle restaurate &amp;quot;antiche usanze&amp;quot;, nella ricostituita confraternita del SS. Sacramento, nella solenne devozione alla S. Croce. Questa per voto fatto in tempo di colera, diventerà la più viva solennità nelle feste quinquennali che ancora oggi si celebrano. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In grave abbandono è invece la chiesa parrocchiale che venne poi restaurata. Pur nel pesante dissidio fra Chiesa e Stato anche dopo l'Unificazione la parrocchia vive una vita tranquilla e i parroci mantengono con le autorità comunali rapporti che il Morandi definisce &amp;quot;corretti&amp;quot; con le autorità civili e gli amministratori locali di orientamento liberale, anche se non riescono nel 1861 ad ottenere l'intervento dell'amministrazione dell'Ospedale che continua ad avere il giuspatronato nella costruzione di una nuova chiesa. Ma alla morte nel 1861 del parroco don Antonio Romano, la Curia resiste a che venga nominato parroco don Bortolo Deruschi, prete notoriamente liberale e sospeso dalle confessioni per la firma non ritirata all'indirizzo del Passaglia, provocando sassaiole contro la casa parrocchiale da parte di elementi anticlericali. Dopo tre anni di vacanza il 2 febbraio 1864 veniva eletto parroco don Bartolomeo Castellini (1864-1896). Venerato come un santo affrontò con coraggio le necessità pastorali del paese. Non riuscì a realizzare il sogno di una nuova chiesa, ma sistemò la parrocchia risolvendo la questione di don Deruschi il quale sostenuto dall'autorità civile, pur sospeso &amp;quot;a divinis&amp;quot; continuava a godere dall'ospedale l'appannaggio di curato. Ma, soprattutto impresse una svolta nella pastorale parrocchiale, incrementando le compagnie di S. Giuseppe, delle Maritate e delle Giovani. Nel 1885 don Castellini assieme alla superiora delle Figlie di S. Angela fonda la confraternita delle figlie di Maria con oratorio al quale sono annesse come aspiranti le bambine dopo la prima Comunione le quali dopo i 12 anni diventano &amp;quot;Figlie dell'oratorio&amp;quot;. Assieme viene aperta una scuola di lavori domestici per la quale vengono chiamate le suore. Inoltre si provvede ad una più adeguata assistenza religiosa alla popolazione di S. Polo. Meno brillante anzi si può dire in parte almeno negativo è il parrocchiato di don Pietro Piccinelli (1896-1911). Prete zelante e pio, ma discusso per il carattere iracondo, egli si scontra con le autorità civili per la concomitanza della festa della S. Croce con quella del 20 settembre fino ad essere portato in giudizio nel gennaio del 1900, ottenendo la condanna &amp;quot;per ingiuria&amp;quot; da parte del gerente del giornale zanardelliano &amp;quot;La Provincia di Brescia&amp;quot;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È da ricordare a suo merito la riorganizzazione dell'oratorio femminile. Inoltre tentò in tutti i modi di realizzare, senza riuscirci, la nuova chiesa incoraggiato da alcuni lasciti che erano andati accumulandosi da decenni e dalla proposta della direzione dell'Ospedale di vendere la pala di S. Rocco del Romanino in cambio di sovvenzionamenti, proposta contro la quale insorge nuovamente, come nel 1880, la popolazione. Ma alla decisione di far benedire la prima pietra del nuovo edificio sacro il 31 ottobre 1909 si dichiarano contrari l'Ospedale e le autorità comunali. Non più alla costruzione di una chiesa nuova ma all'ampliamento della esistente, dedicherà le sue energie il nuovo parroco don Orazio Bresciani (1912-1956) che a poco più di un anno dal suo ingresso nell'autunno 1913 riuscirà ad avviare, su progetto di Luigi Arcioni, lavori condotti dal capomastro Giovanni Togni, completati in nemmeno un anno, nell'agosto 1914, e coronati dalla consacrazione da parte del vescovo mons. Gaggia il 15 ottobre 1916. Ma il parrocchiato di don Bresciani si distinse per intensità di vita religiosa e pastorale. La sempre più strutturata organizzazione parrocchiale permette, nonostante che la domanda di 280 genitori fosse stata respinta, il 31 gennaio 1915 dalla maggioranza in Comune, l'introduzione il 1° giugno 1915 dell'insegnamento religioso nelle aule scolastiche. L'iniziativa non fu priva di ostacoli: dopo corsi e ricorsi, insegnanti non più disponibili gratuitamente o inidonei, solo il 25 maggio 1921 si otterrà l'introduzione dell'insegnamento religioso nelle aule scolastiche in modo stabile. Il carattere anche se fermo, sereno, di don Bresciani, evita gli attriti con le autorità di accentuati indirizzi liberali e apre nuovi spiragli di conciliazione celebrando nel novembre 1912 un ufficio solenne per i caduti di Libia e dopo la guerra la dedicazione alla Vittoria della seconda cappella della navata destra. Il dopo guerra vede una sempre più accentuata pastorale giovanile che si riassume nel 1922 con la costituzione dell'oratorio maschile e nel dicembre dello stesso anno la costituzione in casa Redondi di un nuovo circolo cattolico maschile con filodrammatica, biblioteca, ecc. Nel 1926 si potrà usufruire, in affitto, di un piccolo edificio con area annessa; lo stesso stabile nel gennaio 1929 verrà acquistato dalla società anonima S.Angela Merici di Brescia e donato in usufrutto permanente alle opere parrocchiali del paese. Nonostante che per anni rimangano tesi i rapporti con le autorità fasciste specie riguardo all'educazione della gioventù, solo negli anni '30 tali rapporti verranno segnalati come &amp;quot;bastevolmente buoni&amp;quot;. D'altro canto la parrocchia vive di una vita propria in espansione. Nel 1929 nasce il gruppo uomini di A.C., vigoreggiano le confraternite, specie quella delle Consorelle del SS. Sacramento. La devozione popolare trova espressione nel culto alla S. Croce. Sotto il parrocchiato di don Bresciani, di don Ilario Manfredini e di don Giuseppe Garzoni, facendo fronte ad impellenti e crescenti esigenze dei tempi vengono fondate nel 1946 le ACLI e nel 1950 il loro Patronato e si rafforza specie grazie al curato don Franzoni l'attività oratoriana che si appoggia su nuove e più moderne strutture. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dalla parrocchia di S. Eufemia un decreto del 29 ottobre 1954 si staccava la chiesa curaziale di S. Paolo nella frazione di S. Polo erigendola in parrocchia. La cura della chiesa parrocchiale si accentuò sotto il parrocchiato di mons. Giulio Pini (1968-1999). Con particolare gusto egli ha fatto restaurare quasi tutte le pale e sculture della parrocchia e della chiesa di S. Giacinto, ha provveduto ad una nuova pavimentazione, all'altare liturgico, alla sistemazione della cappella iemale provvista di accessori. Inoltre ha provveduto alla sistemazione della casa della comunità, dell'oratorio di via Sega ecc. Inoltre il 13 dicembre 1998 ha firmato la permuta con il Comune di Brescia della casa dell'abate con il complesso parrocchiale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
CHIESA PARROCCHIALE S. MARIA ad ELISABETTA. Già esistente sulla fine del sec. XI e affidata alla cura dei monaci del vicino monastero di S. Eufemia, ricordata ancora nel 1175 cedette probabilmente il posto all'attuale agli inizi del sec. XV. È ricordata in un documento del 1481 al tempo nel quale deve essere stata restaurata e in parte dipinta. A questo intervento devono appartenere gli affreschi ritrovati recentemente. Fra essi singolare quello di una santa nella quale G.C. Piovanelli crede di aver individuato S. Anatolia. Viene visitata dal vescovo Bollani e dal card. S. Carlo Borromeo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel 1175 il monastero ha una vertenza con la Curia di Brescia per la chiesa di S. Maria. Il 26 marzo 1494 Giacomo de Portis seu de Castellanis dotava la chiesa di S. Eufemia dell'altare di S. Caterina che nel 1664 veniva completamente rinnovato. Nel 1536 un lascito di Filippo Locatelli permette la costruzione di un tabernacolo ornato di marmi. La chiesa venne rinnovata nel 1658 con &amp;quot;fabbrica di volte e cappelle&amp;quot;, con il concorso della popolazione e ancora migliorata nel 1673. La chiesa è stata affrescata da Mario Pescatori nel 1947 nell'arcosolio del presbiterio con la Visitazione e, tra il 1952 e il 1954, nella controfacciata e nella volta e nelle pareti laterali del presbiterio. Su tali pareti appaiono le figure dei SS. Pietro, Paolo, Maria Maddalena, Giovanni Battista, Benedetto, Eufemia, ecc. Sulla controfacciata sta un affresco strappato (cm. 125 x 212) raffigurante l'Assunzione. Il primo altare a destra è dedicato a S. Antonio di P. raffigurato in una pala di anonimo, opera modesta ma di schietta formula popolare di datazione incerta, raccolto in un'ancona marmorea di fine 600. Il secondo altare è dedicato a santa Caterina d'Alessandria. L'altare è dei primi del '700, ha pala raffigurante la B.V. in gloria con il Bambino e S. Giovanna e i S.S. Eufemia, Mauro, Caterina di Alessandria e Carlo B. (cm. 198 x 275) del sec. XVII, è attribuita da qualcuno a Grazio Cossali e da altri a Pietro Romano o Girolamo Rossi. Il terzo altare di destra, marmoreo del tardo '600 dedicato un tempo a S. Rocco, era ricco di una bella tela attribuita a G. Romanino (ma da altri al Moretto), raffigurante il santo con i S.S. Cosma e Damiano, Nicola da Bari e Antonio abate. Trafugata il 24 aprile 1974, ritrovata nel gennaio 1975 si trova ora nella Pinacoteca Tosio Martinengo. In attesa di un suo ritorno è stata sostituita da una pala (olio su tela cm. 64 x 73) del parroco don Giulio Pini da lui firmata, raffigurante la Visita di S. Maria ad Elisabetta. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il marmoreo altare maggiore opera tardo secentesca è assegnato da Ivo Panteghini a modalità stilistiche riferentesi a Paolo Puegnago. Sovrasta l'altare un bel Crocifisso di anonimo della fine '600, mentre la grande ancona terminata nel 1789, opera del lapicida Paolo Palazzi di Rezzato (come documentato da Battista Bonometti), venne creata per custodire in una elegante edicola l'insigne reliquia della S. Croce, prima custodita presso l'altare di S. Rocco. Il reliquiario in lamine d'argento della fine del '600 ha subito aggiunte e restauri. Sul cimiero dell'ancona sta una tavola sagomata (olio cm. 50 x 70) settecentesca che raffigura la Visita della B.V. ad Elisabetta. Nel presbiterio sopra la cantoria di destra una tela a olio (cm. 185 x 167) di scuola morettesca raffigura l'Annunciazione ed è attribuita di solito a Luca Mombello ma da altri a Francesco Richino. Sopra la cantoria di sinistra sta un'Ultima Cena (olio su tela cm. 83 x 66) del '600, di anonimo. Scendendo lungo il lato di sinistra si incontra l'altare della Madonna del Rosario, opera nella mensa e nell'ancona del tardo '600, attribuita a botteghe rezzatesi. L'ancona accoglie una statua in legno policromo della Madonna del Rosario donata nel 1937 della famiglia Peroni contornata da quindici bassorilievi raffiguranti i Misteri del Rosario scolpiti nel 1974-1975 da uno scultore locale su disegno di mons. Giulio Pini. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il secondo altare a sinistra, dedicato ora al S. Cuore di Gesù (già S. Mauro), è opera di marmorai locali del primo settecento. Nell'ancona è stata ricavata una nicchia che accoglie una statua in legno del S. Cuore eseguita dallo scultore Luigi Stuflesser di Ortisei nel 1966. Segue, ultimo a sinistra, l'altare del SS. Sacramento. Ricco di marmi con angeli e cherubini, che Battista Bonometti ha documentato come opera di Paolo Cimbinello detto Puignago del 1706. La pala (olio su tela centinata m. 112 x 225), opera di Pietro Avogadro firmata e datata 1707, raffigura la &amp;quot;Deposizione della croce&amp;quot; restaurata recentemente da L. Scalvini. Sopra i confessionali sta una tela (olio cm. 230 x 150 firmato Virginio Faggian inizi degli anni '60) raffigurante il pubblicano e il fariseo al tempio. Le stazioni della Via Crucis (olio su tela ciascuna di cm. 39 x 49) furono dipinte da Mario Pescatori nel 1941. La sagrestia conserva dipinti raffiguranti S. Carlo B. (olio su tela cm. 64 x 82) di anonimo pittore del '600, &amp;quot;Il Calvario&amp;quot; (olio su tela 55 x 45) di anonimo di fine '500. I banconi sono di artigiani della fine del '700, una credenza di fine '600. La chiesa è dotata di buoni paramenti fra i quali pianete del '700 ed altre dell'800; di argenterie fra le quali una croce processionale astile del sec. XVI, un ostensorio del sec. XVIII (bottega Giuseppe Renoldi), un turibolo e altri oggetti dei sec. XIX e XX e inoltre reliquiari, candelieri ecc. Interessanti lavori di buon artigianato sono stendardi, lanterne per processione. La campana maggiore venne innalzata nel 1511, rifusa nel 1768, nel 1820 e nel 1884. Muta per una fenditura la vigilia di Natale del 1924, venne poi aggiustata nell'officina di Pietro Villa, sita in via Cairoli a Brescia. L'organo, opera di Giuseppe Rotelli fu installato nel 1922 in sostituzione del Cadei del 1858 che a sua volta sostituì l'antico  Bolognini del 1714. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
DISCIPLINA. Accanto alla chiesa esisteva la Disciplina trasformata poi in cantina. Nelle opere di ampliamento della chiesa parrocchiale nel settembre 1913 venne alla luce un affresco raffigurante il Padre Eterno e frammenti di altri affreschi fra i quali uno raffigurante il Cristo appoggiato alla Croce. L'affresco grande portava la firma di un Pederzoli e la data 1464.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
IL MONASTERO. Gaetano Panazza ha così scritto (Arte medievale bresciana) quanto è rimasto del Monastero: «Avanzi di muratura antica e la semplice forma rettangolare con tetto a capanna, presenta l'edificio che è certamente una ricostruzione del XII-XIII secolo, come risulta dalla bella muratura degli spigoli, dalle finestrelle ad archi ribassati e a pieno centro in cotto che spiccano per il loro color rosso affocato sulle rozze pareti. L'abside amplissima della chiesa, la cui navata venne poi rifatta, è di forma semicircolare e mostra all'interno tracce di affreschi; all'esterno è divisa in cinque scomparti da esilissime lesene in cotto. Le dimensioni dell'abside, l'ampio suo incurvarsi con la grande conca a semicatino, la muratura molto rozza a ciottoli alternati a pezzi di mattone o a conci in pietra, le ampie finestre senza strombatura con arco a tutto sesto e ghiera in cotto fanno pensare sia questa abside ancora un frammento dell'edificio eretto nel 1008». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A sua volta Franco Robecchi seguendo una &amp;quot;rilettura dei caratteri planimetrico-distributivi di monasteri coevi e le minuziose prescrizioni contenute nella «Regola benedettina», ha ipotizzato la presenza di un chiostro, cuore geografico e spirituale, nei pressi della chiesa di San Paterio, certamente di dimensioni maggiori di quelle attuali (e magari completata da una sacrestia, da un guardaroba liturgico o da un piccolo scriptorium). Attorno al chiostro alcuni ambienti destinati alla vita in comune: il dormitorio, il refettorio, la cucina e gli spazi per la conservazione dei cibi. L'abitazione dell'abate (da molti indicata nell'edificio prospiciente viale Bornata) doveva invece sorgere isolata e vicina alla chiesa. Infine, attorno e a distanza progressiva, i fabbricati destinati alle attività materiali e al ricovero dei viaggiatori e pellegrini&amp;quot;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
S. GIACINTO. Singolare in piena influenza benedettina è la dedicazione di una chiesa a un santo domenicano, S. Giacinto con presenza francescana. Situata per di più in pieno centro abitato, Ivo Panteghini la definisce: «un piccolo gioiello architettonico, con il suo svettante campanile di pietra viva discosto dal corpo della fabbrica e la sobria facciata intonacata. La cella campanaria ha una sola campana. Il pavimento interno è in seminato». La pianta trovata da Rossana Prestini reca la data 9 gennaio 1625 mentre P. Guerrini la dice edificata «nel 1609 per iniziativa di Persia Cereto e altri signori del paese». Da un atto del 18 marzo 1651 (fondo Ospedale Maggiore di Brescia), segnalato da Carlo Sabatti, risulta che l'oratorio di S. Giacinto fu costruito, con le elemosine della popolazione, a partire dal 1608 da don Iginio Cariotti, già cappellano della chiesa di S. Maria ad Elisabeth di S. Eufemia, allontanato per condotta non irreprensibile, che ne fece come il contrattare della parrocchiale predetta. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La chiesa venne arricchita di legati (di Bernardo Rovetta nel 1716; delle famiglie Armandi e Bettinzoli nel 1814, di Bernardino Zola nel 1816). Semplice la facciata probabilmente rimaneggiata nel sec. XIX. Ha un portalino in botticino chiuso da timpano spezzato. Due lesene finiscono in un cornicione marcapiano e racchiudono un ampio lunotto con sovrapposto un frontone triangolare. L'interno è a pianta longitudinale con, sui lati, due profonde cappelle. La prima a destra è dedicata a S. Carlo B. raffigurato in preghiera davanti alla Madonna col Bambino e a S. Francesco in una tela a olio cm. 161 x 245 firmata da G.B. Motella pittore quasi sconosciuto ancora. Il paliotto e i sovralzi sono in marmo di botticino. L. Anelli ha sottolineato come la tela non si adatti alla cornice e forse ne ha sostituito un'altra. In stucco marmorizzato con specchiature in rosso è sormontata da una grande pala (olio su tela cm. 213 x 320) raccolta in una bella cornice e raffigurante la Madonna col Bambino e i S.S. Agostino, Giacinto, Fermo e l'offerente, attribuita comunemente ad Antonio Gandino ed è assegnata, invece, da Luciano Anelli a Camillo Rama. L'altare della cappella di sinistra è dedicato alla Immacolata Concezione che calpesta il demonio, raffigurata in pala (olio su tela cm. 157 x 245) attribuita comunemente a Ottavio Amigoni ma da L. Anelli assegnata a Camillo Rama. La chiesa è dotata di bei calici. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In via Cesare Noventa sorge ancora la chiesa di S. GAETANO da THIENE, sorta nel sec. XVII e arricchita di reliquie nel 1660. Ai primi dell'800 ne era proprietaria la famiglia Chiodi. Passò poi ai Panazza-Perletti ricordati in lapidi murate nelle pareti. Come scrive Riccardo Lonati (&amp;quot;Le chiese di Brescia&amp;quot;): «Semplice la fronte, finita a intonaco e incorniciata da lesene il cui rilievo si estende a dare forma al timpano. Marmoreo il portale dalla lineare cimasa sulla quale imposta quadrangolare finestra. Oltre il tetto a capanna risalta la sagoma del campanile, la base inserita nel fianco sinistro dell'edificio. A volta lievemente ribassata, l'aula è regolare e illuminata da finestre poste centralmente alle pareti laterali. A fianco dell'altare, dipinto a imitare il marmo, due porte dai lignei stipiti, pure dipinti a finto marmo, danno accesso alla retrostante sagrestia. Nella controfaccia vi è la cantoria. Sull'altare risalta la pala della Madonna in gloria e i S.S. Gaetano e Antonio di P., attribuita da qualcuno all'ambito di Antonio Paglia ma da Gaetano Panazza attribuita ad Antonio Dusi. Alcuni dipinti si trovano in sagrestia fra i quali uno raffigurante le &amp;quot;Anime purganti&amp;quot; attribuibile a Faustino Perletti, pittore dilettante.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Di una chiesa della Madonna del Patrocinio era proprietaria la famiglia Rovetta. Una cappella al Crocifisso sorge nel Cimitero, mentre all'Immacolata è dedicata la cappella della scuola materna. Nel citato atto del 18 marzo 1651 è dichiarato &amp;quot;antichissimo&amp;quot; l'oratorio di S. Paolo, mentre da trent'anni è fabbricato quello di S. Girolamo per iniziativa di Costanza Chizzola. L'edificazione di santelle fu concessa dai monaci. Nel 1581 il Comune otteneva da loro di poter costruire un capitello della Madonna &amp;quot;sopra la Strada Regale&amp;quot;; nel 1673 concedevano a Giacomo Fappani &amp;quot;ditto Zannozzo&amp;quot; di costruire, sempre sulla via Regale, in un luogo ben determinato, una santella nella quale fossero dipinti, assieme alla Madonna, i S.S. Benedetto e Paterio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Notevoli le santelle sparse nel territorio fra le quali quella della Madonna del Carobbio in via C. Noventa; la Madonna del Quarteret in via Pila, e quelle della Natività di via Pila, della Madonna del Carmelo di via Agostino Chiappa. Particolarmente suggestiva all'esterno del muro di cinta del monastero la santella con una pala settecentesca raffigurante la Vergine col Bambino, che Francesco De Leonardis ha avvicinato all'opera pittorica di Pietro Avogadro o a Giuseppe Tortelli. Restaurata da Lino Scalvini nel 1993, è stata sostituita da una copia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
CURATI E RETTORI.  D. Basilio da Brescia monaco benedettino di S. Eufemia (rinuncia 1532); D. Gregario da Calvisano monaco c. s. (rin. 1540).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Si susseguono poi nella cura, quasi alternativamente monaci e sacerdoti secolari mandati dal monastero come curati mercenari. Marsilio Giordano, prete (1566-1572); Agostino Gelmini (Guelmino) da Sale, monaco (1572-1590); Giov. Antonio Mazzoli di Commenduno, prete (1590-92); Paolo Serotto, prete e Cherubbino da Brescia, monaco (1591); Giacomo Ragucio, o Rangozzi, di Quinzano, prete (1592-1597); Francesco... prete (1597); Aurelio da Parma, monaco (1598-1605); Igino Cariotti, monaco (semestre 1606); Ippolito da Brescia, monaco (1606-1608); Pietro Bettini, prete (1609-1617); Gabriele Francini, o Franzini, monaco (1617-1624); Tiburzio Gorno, monaco (1624); Gabriele Francini di nuovo (1625-1630); Silvio Botturini, monaco (1630); Mauro Inverardi, monaco (1631-1639); Girolamo da Bologna, monaco (1639-1643); Gabriele (Francini) da Brescia, di nuovo (1643-46); Leone Mattina, monaco (16461649); Gabriele Francini di nuovo (1649-50); Giambattista Bertoli, prete (1650-1657); Carlo Lavelli, monaco (1657-1663); Orazio Terzi, monaco (1663-1667); Mauro Bodei, monaco (1667-1681); Cipriano di Parma, monaco (1681-1684); Alessandro Mellini, monaco (1684-1697); Angelo M. Zamboni, monaco (1697); Benedetto Locatelli, monaco (1697); Giorgio Rosa di Pontida, monaco (1697-1705); Carlo Geroldi, monaco, bergamasco (1706-1716); Giov. Andrea Astesati, monaco, professo di S. Sisto di Piacenza (1716-1 giugno 1719); Pietro Giuseppe Moreschi, monaco professo di S. Salvatore di Pavia (1719-1726); Francesco M. Gallina di Venezia, monaco di S. Eufemia (1726-1744); Lodovico Coffani di Medole, Decano di S. Benedetto di Mantova, già Curato di Maguzzano (1744-1751), passò curato di Bondanello sul mantovano; Mauro Agostino Paratico monaco professo di S. Eufemia (1751-1756); Angelo Bertanza, monaco (1756-1763); Mauro Agostino Paratico di nuovo (1763-1768) ultimo parroco monaco, rimosso per il Decreto veneto 7 settembre 1768; Angelo Bertanza di nuovo, eletto dall'Abate d. Pietro Faita, ma secolarizzato e nominato dal vescovo (7 febbraio 1770 - 5 aprile 1798); Alessandro Bennati di Brescia (1798-99); Francesco Ettori ex-Min. Osservante, Economo spirituale (1799-1801); Giorgio Pedretti, Economo spir. (1801-1802); Giovanni Paolo Giacomini di Muscoline (1812 - 4 settembre 1844 d'anni 96); Antonio Romano di S. Zeno Naviglio (30 aprile 1845, m. 10 febbraio 1863); Bartolomeo Castellini di Bogliaco (7 gennaio 1864, m. 1895); Pietro Piccinelli di Alone (20 marzo 1896, rin. 1911); Orazio Bresciani di Serle (29 gennaio 1912, m. 5 maggio 1956); Ilario Manfredini da Motta di Cavezzo (Mo) (8 dicembre 1956 - 24 settembre 1961); Giuseppe Garzoni da Calcinato (6 gennaio 1962 - rin. 9 gennaio 1968); Giulio Pini da Bassano Bresciano (1 dicembre 1968 - 1999).&lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
	  [[Categoria: Volumi_Enciclopedia_Bresciana]][[Categoria: Volume_16]][[Categoria: Lettera_S]][[Categoria: Volume_16 - Pagina_250]][[Categoria: Volume_16 - Lettera_S]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=SANT%27EUFEMIA_della_Fonte&amp;diff=105656</id>
		<title>SANT'EUFEMIA della Fonte</title>
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				<updated>2025-04-17T14:18:05Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''SANT'EUFEMIA della Fonte (in dial. Santafemia)'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Frazione della città di Brescia e comune autonomo fino al 1928, parrocchia dedicata a S. Maria ad Elisabetta è situata a 3,5 km. ad E della città, a m. 134 s.l.m. Ha un territorio di kmq. 10,5. Si trova ai piedi dei Ronchi e della Maddalena, agli inizi di una zona marmifera in cui predomina la &amp;quot;corna&amp;quot; e che si spinge in direzione E fino a Gavardo. Il territorio bagnato dal Naviglio Grande è noto da secoli per una sorgente di acqua purissima che dal 1862 diede il nome, anche per distinguerlo da altre località dedicate a S. Eufemia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
ABITANTI (Santeufemiesi, nomignolo &amp;quot;Laandér&amp;quot;): 350 nel 1493, 1038 nel 1566, 890 nel 1610, 1200 nel 1648, 1457 nel 1701, 1232 nel 1760, 1533 nel 1775, 1361 nel 1791, 1301 nel 1805, 1539 nel 1819, 1640 nel 1835, 1800 nel 1848, 2100 nel 1858, 2550 nel 1868, 2340 nel 1875, 1887 nel 1898 e nel 1908, 3150 nel 1913, 4500 nel 1926, 5030 nel 1930, 5500 nel 1936, 5000 nel 1949 e nel 1963, 4391 nel 1971, 4315 nel 1981, 3660 nel 1991, 3558 nel 1997. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alcuni studiosi propendono a far passare dove è l'attuale S. Eufemia una pista preistorica e poi cenomana divenuta poi una via militare, l'importante Via Emilia o Gallica, di grande rilievo per congiungere Brescia e Verona. L'importanza assunta dalla strada che fu poi chiamata regale, come anche la ricchezza di fattori naturali economici, fecero sì che la località fosse ampiamente conosciuta in tempi molto remoti. A parte i due nuclei preistorici venuti alla luce nel maggio 1994 a S della ferrovia Milano-Venezia, nella zona di San Polo (da sempre considerata legata a S. Eufemia) (v. San Polo) a O della frazione vennero rinvenuti nel 1851-1852, i resti di un insediamento preistorico e particolarmente un fondo di capanne, frammenti di ceramica e due punte di selce. E certo molto di più si potrebbe scoprire ai piedi della Maddalena e dei Ronchi. Ancor più di grande rilievo sono stati i ritrovamenti dì epoca romana. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel territorio di S. Eufemia infatti sono venute alla luce una trentina di are, di epigrafi ecc., una decina delle quali dedicate a Mercurio lungo la via cosiddetta regale, una a Ercole, una a Iside. La presenza delle molte dediche a Mercurio ha fatto pensare all'esistenza di un importante mercato al quale convergevano abitanti di Brescia, della Valsabbia e della Riviera del Garda. Sono state trovate inoltre strutture murarie di età romana e più precisamente i resti di una edicola (ipotizzata di oltre 8 metri di diametro) interpretata da Mirabella Roberti e da Garzetti come pertinente ad un santuario suburbano, dedicato a Mercurio da un romano di origine cenomana, primo figlio di Cariassi. Resti di un muro e di un fondo stradale databili in età romana furono scoperti nel 1945 assieme a due are votive dedicate a Mercurio. Di notevole interesse anche le tombe trovate sul territorio: una a cremazione scoperta nel 1834 lungo la &amp;quot;via regale&amp;quot; con olla vitrea, un anello d'oro con incastonata una corniola sulla quale è incisa una baccante; le altre, pure a cremazione, rinvenute nel 1934, con balsamari in vetro, lucerne, lucernette, due monete di Augusto, ecc. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lungo la linea ferroviaria Milano-Venezia, sempre in territorio di S. Eufemia, nel 1980 vennero scoperte tre sepolture tardo antiche o altomedievali. Il territorio dovette subire devastazioni e periodi di abbandono durante le invasioni barbariche dato che non vi sono stati trovati segni di presenza longobarda o di periodi seguenti. Nel frattempo era entrato a far parte del &amp;quot;territorium civitatis&amp;quot; che aveva come epicentro la pieve cattedrale. Gran parte del demanio pubblico passò al vescovo di Brescia, diventando luogo di caccia ai piedi del Monte Denno (cioè del &amp;quot;monte del signore&amp;quot;) poi diventato Monte Maddalena. Infatti la località venne chiamata cazia, caza o anche casa ferrea. In un documento del 961 figura infatti un teste Martino q. Roperti &amp;quot;de vico caza ferrea&amp;quot;. Come sottolinea A. Gnaga anche in altri documenti riguardanti il monastero si trova: in an. 1037 «terra monasteri S. Eufemie et fontana que nomenatur Casaferrea», an. 1038 «monasterio S. Euphenie V. sito latere monte q. Cazaferio dicitur», an. 1038 «monte Casofero e... locus Cazaferia». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questo nome non compare più nel 1085 «monasterio sce. Eufemie que est constructum iuxsta monte Dignum». Sempre secondo Gnaga &amp;quot;Casa ferrea&amp;quot; avrebbe indicato probabilmente la casa-bottega di un maniscalco o fabbro (ancora oggi detto in dialetto lombardo fèrè, frér) mentre più verosimilmente si riferiva a caccia a fiere dato che lupi e orsi proliferarono per secoli sulla Maddalena. Forse all'epoca delle ultime invasioni barbariche venne eretto un castello cui accenna da Piacenza Innocenzo II nel suo breve del 13 giugno 1132 assieme alla cappella di S. Maria. Nel sec. X il vescovo ebbe dai Franchi in donazione possedimenti a S. Eufemia oltre che a Bagnolo e Mompiano. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Territorio desolato dalle invasioni barbariche, abbandonato dalla popolazione, ridiventato luogo di paludi e di selve ma sempre polmone verde della città, diventò sede di un importante monastero. Infatti fra paludi e selve, chiamate &amp;quot;cacia foris&amp;quot; o &amp;quot;cazza foris&amp;quot; nel senso di luoghi di caccia, superate le ultime invasioni barbariche e le grandi paure dell'anno mille, nell'alveo della incipiente grande riforma della Chiesa e, al contempo, di una pressante ripresa economica e sociale, il vescovo Landolfo II fondava a S. Eufemia tra il 1008 e il 1030 (le date indicate sono 1020, 1022 ecc.) un monastero posto sotto la regola benedettina. Nella fondazione, favorita dal clima creato dalla politica di Enrico II, il santo imperatore, sostenuta altresì dal fratello del vescovo Landolfo, l'arcivescovo di Milano, di sostegno ai monasteri si è voluto vedere un contraltare creato dal fondatore al monastero di S. Faustino allora in grave decadenza. Per dotare il monastero di beni Landolfo compera nel 1019 beni in Botticino che dovrà poi più tardi difendere chiamando in causa il 3 agosto 1024 l'imperatore Enrico II in persona, avendo egli come consigliere l'abate vescovo S. Gottardo. Nel 1022 il vescovo Landolfo faceva trasportare da S. Fiorano sui Ronchi il corpo di S. Paterio, che venne sepolto nella cripta da poco costruita. Nella stessa cripta accanto a S. Paterio verrà sepolto il vescovo Landolfo sulla cui tomba verrà posta la seguente epigrafe: «Praesul Landolfus Pater Almus... / et Huius Chenobi / Cripta hic iacet exigua» e cioè «Il Vescovo Landolfo / Padre che ci nutrì e diè vita a questo cenobio / in questa umile cripta fu sepolto... il 26 aprile 1030». Dedicato come molti monasteri benedettini a S. Pietro verrà poi dedicato a S. Eufemia invocata contro gli assalti di orsi e lupi, frequenti allora sulla Maddalena. La festa più solenne venne fissata al 22 febbraio, dedicata alla Cattedrale di S. Pietro e ricordata nel Sacramentario della Basilica come Cattedra di S. Pietro apostolo unita a quella di S. Paterio vescovo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Morendo nel 1030 il vescovo Landolfo aveva già dotato il Monastero, di cui egli stesso era anche abate, di circa 700 jugeri di terra valutati oggi circa 1750 ettari, da lui comperati con 400 libbre d'argento, terreni giacenti specialmente nei territori di Botticino, Rezzato e contermini. Il monastero si rafforza poi sempre più nei territori vicini e cioè verso Castenedolo, spingendosi verso i laghi di Garda e d'Iseo, in Valtrompia e in Franciacorta (Nigoline, Ome, ecc.). Nel maggio 1038, grazie ad un atto di permuta con il vescovo Ulderico, S. Eufemia cede beni a Carcina, Villa, Semenzaria, Cogozzo e ne acquista a Gardone, Inzino e nella città stessa. Nel giugno seguente una nuova permuta di beni ha luogo fra l'abate Gisalberto e Otta, badessa di S. Giulia. Qualcuno attribuisce al monastero lo scavo del canale Naviglio; si pensa più realisticamente che i monaci lo migliorarono servendosene per più facili trasporti per via d'acqua. È così che il Monastero è, nel 1071, interessato anche al portizolo di S. Polo in prossimità delle sablonere. L'espansione economica continua lungo tutto il sec. XI e viene valutata a 17 kmq. la prima espansione territoriale del monastero comprendente S. Eufemia, Botticino, Rezzato, Virle, Mazzano, Castenedolo. Nel marzo 1085 le proprietà monasteriali si allargano a Toscolano e a Gardone Riviera, mentre compare fra esse una chiesa di S. Nicola costruita nel monastero stesso. Per la prima volta, nel 1102 compare nella storia del monastero l'ospizio e la chiesa di S. Giacomo di Castenedolo che nel 1120 sarà consacrata dal vescovo Villano. Del tutto fantastica la notizia raccolta anche da Carlo Cocchetti secondo la quale il monastero di S. Eufemia fu incendiato da Leutelmo (1109) e dieci anni dopo come quello di Leno, fu preso sotto la protezione della repubblica Bresciana, essendo consoli Ardiccio degli Aimoni e Sibello della Noce (1119).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sempre più evidente invece la protezione dei Sommi Pontefici. Di capitale importanza, infatti, è la bolla di papa Callisto II del 10 febbraio 1123 che, confermando al monastero il possesso dei beni acquisiti, lo prende sotto la protezione della S. Sede &amp;quot;assieme a tutti i beni che verranno in seguito&amp;quot;. Indipendenza e beni vengono poi confermati da una bolla firmata a Piacenza il 13 giugno 1132 da papa Innocenzo II. Lo stesso Papa, durante una sosta a Brescia, manda a S. Giacomo di Castenedolo il proprio legato, card. Anselmo, che concede per la festa del santo privilegi ed esenzioni che verranno poi confermati da Alessandro III nel 1170. Un nuovo privilegio viene concesso da Lucio II tra il 1144-1145 mentre Eugenio III, che verosimilmente visita anche il monastero, il 5 settembre 1148 da Leno conferma le proprietà del monastero su Caionvico, con terreni un tempo del monastero di S. Faustino. Nel 1166 sul monastero e sul borgo incombe la presenza e la minaccia del Barbarossa che stringe d'assedio Brescia. Ma l'ascesa in importanza del monastero prosegue con nuovi privilegi e conferme anche di decime da parte di Urbano III con bolla del 10 agosto 1186 da Verona che enumera beni monasteriali a Rezzato, Calcinato, Cazzago, Castenedolo, Folzano, Ome, Brescia e Chiusure, Iseo e il porto di Vello dove l'abate tiene una piccola flotta battente bandiera propria. Ma il monastero nel 1200 avrà proprietà anche in Valcamonica a Pontasio, Borno, Niardo, Losine, Ono S. Pietro, Paspardo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Molti di questi beni sembrano derivare da un'imponente eredità della famiglia Feroldi. Il monastero è inoltre sempre più presente, con una permuta di beni tra terreni di Pedergnaga con altri a S. Pietro in Mavino del 26 marzo 1196 sul lago di Garda. Ma, come hanno sottolineato G.C. Piovanelli e E. Puddu, paradossalmente proprio nel periodo di maggior espansione il monastero entra, come altri del resto, in una crescente crisi. Come rileva Edmondo Puddu: «Continua in parte l'espansione territoriale dell'abbazia, ma alla fine di quel periodo una crisi economica costringe i monaci a vendite e permute di beni per pagare i titolari di prebende (in genere chierici rampolli di nobili famiglie) e di uffici vari (probabilmente castaldi o fattori addetti all'amministrazione dei beni avuti in donazione sparsi per la diocesi)». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La vicinanza con Brescia e la posizione strategica delle strade principali fecero sì che S. Eufemia venisse coinvolta in momenti storici critici per il passaggio continuo di eserciti che andarono via via infittendo dal sec. XIII in poi nelle guerre fra i comuni di Verona e di Brescia e poi tra la Repubblica Veneta e il Ducato di Milano. Nel 1218, in particolare, vi avrebbe soggiornato Ezzelino da Romano. Nel frattempo l'interesse di grandi famiglie nobili (Ugoni, Confalonieri, Poncarali) e di famiglie della nuova borghesia manifatturiere (i Ganassoni, i Mazzola, i Vergine, ecc.) ridussero i beni del Monastero frenati soltanto ma non arrestati da interventi pontifici quali quelli di Gregorio IX del 1236 e di Innocenzo IV del 1251 mettendo in crisi il prestigio del monastero che con arbitrato del vescovo Berardo Maggi del 25 febbraio 1275 perse inoltre il vassallaggio su Rezzato. L'equiparazione nel 1309 della dignità dell'abate con quella dell'abate di S. Faustino non mette al riparo il monastero da nuove crisi, indotte anche da avvenimenti di più ampia portata, quali l'assedio nel 1311 a Brescia di Arrigo VII durante il quale combattimenti e saccheggi colpiscono il monastero e la zona. Tali fatti spinsero l'abate Inverardo Confalonieri, che pur si nominava anche conte di S. Eufemia e di Rezzato, ad acquistare nel 1231 per maggiore sicurezza la casa degli Umiliati dei S.S. Simone e Giuda nei pressi di porta Torlonga in città acquisita poi definitivamente nel 1381. Oramai il monastero è in piena decadenza, tanto che il vescovo Bernardo Tricarico si sente in dovere di minacciare di scomunica l'abate per vendite ingiustificate e arbitrarie lamentando per di più che l'abate stesso e i sei monaci del monastero non osservino le regole e non portino nemmeno il saio. I documenti riguardanti il monastero riguardano ormai solo affari economici e specialmente l'utilizzo delle acque della Seriola e del Naviglio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per le bocche di questi corsi d'acqua nel 1416 si ripetono contenziosi tra autorità, popolazione e monaci. Gli abati diventano commendatari mentre i provveditori veneti intervengono a reprimere scandali più o meno gravi. L'abate Gabriele Avogadro è, ad esempio, aperto sostenitore del pronipote Corradino Caprioli che dal 1437 al 1451 dilapida il monastero di Rodengo definitivamente della casa degli Umiliati. E ciò fino a quando il 30 maggio 1444 Eugenio IV autorizza la costruzione di un nuovo monastero &amp;quot;intra moenia&amp;quot;, mentre una bolla di Callisto III del 2 febbraio 1457 autorizza l'unione di S. Eufemia alla Congregazione Cassinese a S. Giustina di Padova, portando ad essa un patrimonio ancora imponente. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Infatti, dagli Annuali redatti dall'ab. Pietro Faita verso la metà del '700 risulta che nei sec. XV e XVI il monastero conservava rapporti di proprietà e diritti con il Comune di Brescia, con la &amp;quot;terra&amp;quot; di S. Eufemia extra, con Bogliaco, Buffalora, Caionvico, Calcinato, Castenedolo, Cigole, Cogozzo V.T., Flero, Folzano, Gardone Riviera, Gazzane, Gerola, Maderno, Mazzano, Nave, Nuvolento, Offlaga, Paderno, Passirano, Polaveno, Portese, Puegnago, Rezzato, Roncadelle, Rovato, Salò, San Felice, San Zeno, Toscolano, Virle, Volciano, ecc. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La fine del monastero di S. Eufemia avviene nel 1438, durante l'assedio a Brescia, quando la borgata S. Eufemia costituisce una testa di ponte nell'assedio posto dal Piccinino alla città. Egli, dopo aver reso inutile il tentativo delle autorità venete di presidiare, attraverso contadini che si erano rifugiati in città, il Naviglio, vi si trincerava cercando di stringere la città in un forte blocco così da prenderla per fame. Nella ripresa delle ostilità, nel luglio 1439 la borgata veniva occupata dai cittadini bresciani, per essere ripresa poi dai viscontei. Nell'aprile 1440 erano due donne a turno ogni giorno a far da vedetta nei pressi di S. Eufemia, per dare tempestivo allarme dell'arrivo delle truppe nemiche. Orfana del monastero la borgata dì S. Eufemia va costituendosi una sua fisionomia amministrativa ed ecclesiastica raccolta intorno alla chiesa parrocchiale mentre il monastero di S. Eufemia della Fonte diventa una grossa fattoria intorno alla quale la parrocchia e il comune si sviluppano ormai autonomamente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nella campagna militare del 1440 in luglio, S. Eufemia veniva di nuovo raggiunta dalle truppe milanesi. La vicinanza alla città mette il borgo, non più nemmeno protetto dal monastero, in balia di eserciti. È, per fare un solo esempio, a S. Eufemia della Fonte che il 16 febbraio 1512 Gastone di Foix concentra le sue truppe e, saccheggiate e incendiate le case, prepara il terribile &amp;quot;sacco di Brescia&amp;quot; del 19 seguente. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel giugno la borgata è ancora al centro di uno scontro fra gli eserciti veneto e francese. Il 19 novembre 1515 gli spagnoli comandati dall'Icardo e i fuorusciti bresciani ingaggiano a S. Eufemia uno scontro con i francesi nel quale si segnalò principalmente Annibale Lana. È ancora a S. Eufemia che il 5 dicembre 1515 si tiene sotto la presidenza del conte Vittore Martinengo il Consiglio provvisorio dei cittadini in esilio che non riesce però ad evitare, pochi giorni dopo, per la permanenza delle truppe venete di G.G. Trivulzio, scontri, saccheggi e incendi con le truppe nemiche tanto che, a distanza di decenni, in un atto del 29 gennaio 1552 si attesta che il monastero della terra di S. Eufemia &amp;quot;extra&amp;quot; è stato distrutto a beneficio del Serenissimo Dominio veneto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo decenni di tranquillità nel 1577 scoppia la peste detta di S. Carlo che imperversa nei mesi estivi per cessare in autunno avanzato, mietendo 27 vittime. Ma ancora una volta la vita del borgo riprende intensa tanto che nel 1590 si verificano 63 nascite. Nel giugno 1610 un violento nubifragio si abbatté su S. Eufemia, rovinando, come riferiscono i Bianchi nei Diari, moltissime case e terreni. Idilliaca o quasi è la descrizione di S. Eufemia che ne fa nel 1610 Giovanni da Lezze nel suo Catastico. Egli arriva a scrivere come «le persone vivono longamente in quella terra et fino 100 et più anni per essere l'aria salutifera». Vi registra la presenza di nobili bresciani quali i Martinengo, i Cesedi, i Fusari, i Parabeati, mentre tra i contadini &amp;quot;principali&amp;quot; sono elencati i Veronesi, i Geremia, i Mattanza «et altri, che per la maggior parte sono lavoranti di campagna, essendovi anco alcuni mercanti di ferrarezze et da biave&amp;quot;. «Il Comune era governato da due sindaci e da un consule et questi governano la terra et sono ballotati dalla vicinia, ed il Massaro scode et paga, né altri che il massaro hanno salario. Il Massaro a me fa l'effetto dell'Esattore, il Console ed i Sindaci mi fanno quello della Giunta, con questo di differente che nella nomina non ci entrava il Governo, che oggi si è riservata la nomina del Sindaco. I redditi del Comune non erano grande cosa. Si limitavano a 500 lire che si ricavavano da un prestino, da un'osteria e da alcuni boschi». I padri benedettini avevano, scrive sempre il da Lezze, «un bellissimo giardino circondato da muraglia, dal quale cavano perfettissimi frutti e di buona vernazza, senza contare due molini con le sue botteghe e bellissimi casamenti con peschiera ai piedi del monte (Maddalena)». Aggiunge inoltre che gli &amp;quot;illustrissimi signori&amp;quot; Antonio e Teofilo Martinengo vi hanno «molti luochi da piaceri et deliciosi» e, anch'essi, una peschiera. Pochi anni dopo queste testimonianze tornano momenti difficili anzi terribili. Il continuo passaggio di Lanzichenecchi nel 1628 e 1629 porta la peste che specie nel 1630 diventa distruggitrice mietendo in 12 mesi 92 vittime, un numero tale da non trovare posto nel cimitero e da costringere le autorità a seppellire i morti nel campo del &amp;quot;filio Forlano&amp;quot; ai limiti orientali del paese. Un episodio indica l'esasperazione della popolazione. Il 2 giugno 1630 alla notizia del sopraggiungere di truppe venete che una voce voleva che nel Veronese avessero emulato le imprese dei Lanzichenecchi gli abitanti, saliti sui tetti gli uomini, alle finestre le donne, con sassi tentarono di opporsi al loro passaggio, obbligando la autorità pubblica ad intervenire. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Scomparsa la peste la vita del borgo rifiorì. Nel giro di 18 anni la popolazione aumentò di circa trecento abitanti. Nel 1673 grazie ad un legato lasciato, con testamento del mercante Giacinto Moneghini/o, alla confraternita del S.S. Sacramento si viene formando un monte frumentario o monte di pietà a &amp;quot;servitio dei poveri della terra et territorio&amp;quot;. Scomparsa la peste la vita riprende poi tranquilla, grazie anche allo sviluppo oltre che agricolo, commerciale per merito della strada percorsa in continuità e al Naviglio che alimenta le rogge e fa muovere le ruote dei mulini e delle &amp;quot;raseghe&amp;quot; ed ha, a S. Eufemia, il terminale del trasporto di merci attraverso barconi e del legname fluitante che viene dalla Valsabbia. S. Eufemia diventa inoltre uno dei punti di partenza del servizio di scorta dei corrieri per Venezia e del servizio postale. Il borgo conosce nuovi momenti difficili nel 1701-1705 per la guerra di successione spagnola. Specie nel settembre 1701 e febbraio 1702 vengono denunciate violenze e ladrocini delle truppe tedesche. Ma si tratta di episodi momentanei. La fine del secolo vede un continuo passaggio di truppe napoleoniche e poi austro-russe mentre la Rivoluzione Giacobina del marzo 1797 viene avvertita particolarmente per lo scontro fra le truppe della stessa e quelle controrivoluzionarie provenienti dalla Riviera del Garda e dalla Valsabbia. Ma più a fondo colpisce l'incameramento, il 2 novembre 1797, delle proprietà del Monastero e di S. Giacomo, che passano all'Ospedale Maggiore. Certo un avvenimento difficile da dimenticare è l'arrivo il 7 aprile 1801 dei deportati in Ungheria da parte degli austro-russi. Dura pochi anni la soppressione dell'autonomia comunale avvenuta nel 1810 e restituita il 1° maggio 1816. Il dominio austriaco non fu nefasto quanto lo si è voluto dipingere. Già nel 1816 vengono infatti organizzate scuole comunali in paese e a S. Polo. Vengono inoltre costruite strade, nel 1838 adottata l'illuminazione a gas. Vengono inoltre istituite le condotte mediche, imposta l'obbligatorietà delle vaccinazioni e la salvaguardia delle acque di superficie e di falde. In sviluppo anche l'assistenza ai poveri con la costituzione il 4 maggio 1846 della Congregazione di carità diventata ente morale nel 1858. Il progresso è indicato del resto anche dall'aumento di popolazione che passa da 1536 abitanti nel 1816 a 2069 nel 1860. Non mancano d'altro canto gravi e improvvise calamità come quella del colera del 1836 e del 1855 che miete un centinaio di vittime, i gravissimi allagamenti provocati da alluvioni accadute in Val Carobbio e dalla tracimazione del Naviglio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tali avvenimenti si ripetono di frequente: l'11 giugno 1863 e più tardi, il 10 novembre 1880 e compiono ingenti danni. La borgata è nel 1848 fra le prime del Bresciano ad avvertire i segni della nuova Rivoluzione. Nel marzo infatti il maresciallo Radetzky vi confinò, nel timore che fraternizzassero con gli insorti, i reparti dei granatieri italiani arruolati nell'esercito austriaco. Partiti al seguito del vicerè per Verona i contadini di S. Eufemia partecipavano a Rezzato alla cattura di un convoglio di munizioni dell'esercito austriaco. Più esaltanti e gravi assieme furono gli avvenimenti che accompagnarono le Dieci Giornate di Brescia dell'anno seguente. Nel 1849 Tito Speri con i suoi uomini aggrediva un convoglio di austriaci e disarmava decine di uomini armati. Al sopraggiungere il 26 marzo di mille austriaci al comando del gen. Nugent vennero bloccati per ore dagli insorti bresciani al comando di don Boifava e di Tito Speri che si ritirarono poi alla porta di Torrelunga. Il 28 marzo attirati da un'abile mossa del gen. Nugent, giunsero fino a S. Eufemia, dove gli insorti furono presi da due fuochi, ingaggiando uno scontro vivacissimo nel quale i bresciani perdettero tra morti, feriti e prigionieri circa 100 uomini mentre gli austriaci ne perdettero il doppio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lo Speri si salvò gettando svanziche agli inseguitori. A ricordo di alcuni caduti l'8 aprile 1877 venne posta la seguente epigrafe: «IL MUNICIPIO / SCRIVE IN MARMO I NOMI GLORIOSI / DI ANTONIO CORSETTI - NULLO CESARE / LOVATINI TEMISTOCLE - BISEO PIETRO / MONEGHINI PIETRO - MARTINELLI LUIGI / PONTOLTI GIUSEPPE - TAGLIANI PIETRO / CHE PRIMI QUI PRESSO / NEL XXVIII MARZO MDCCCXLIX / DONARONO ALLA PATRIA LA VITA / PERCHÈ DURI NEI POSTERI LA LORO MEMORIA / E LA RICONOSCENZA ALLO SMISURATO VALORE / E MAGNANIMO SACRIFIZIO / S. EUFEMIA   VIII APRILE MDCCCLXXVII». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nei giorni seguenti S. Eufemia divenne come per il passato un caposaldo per la riconquista da parte degli austriaci della città, occupata come fu dal 29 marzo da crescenti truppe provenienti da Verona e registrando il 31 marzo il passaggio dello stesso gen. Haynau. Questi episodi delle Dieci giornate verranno, dopo l'Unità d'Italia, a lungo solennizzate a S. Eufemia con una festa commemorativa e discorsi dei massimi esponenti della politica bresciana (on. Zanardelli, on. Da Como) oltre che di altre personalità, con gare di tiro, ciclistiche, ecc. Il 14 giugno 1859 S. Eufemia rivedeva vittoriosi il gen. Garibaldi con i suoi volontari che vi pernottò dormendo su un banco di lavoro nella casa del falegname Noventa come ricorda una lapide posta il 20 settembre 1899 su casa Speziali, nella quale si legge: «Giuseppe Garibaldi - dopo le vittorie di Varese e San Fermo - da Brescia proseguendo la sua marcia gloriosa - riposava - al piano terreno di questa casa - su nudo banco di falegname - la notte dal 14 al 15 giugno - 1859 - precedente l'alba - dell'eroico scontro a Virle Treponti. 20 settembre 1899» (singolare la vicenda del bancone-letto che donato poi al Museo del Risorgimento, e secondo altri custodito fino al 1921 nel circolo Mazzini di Brescia, scomparve. Più tardi alcuni imbroglioni cercarono di contraffarlo venendo però scoperti). Comandato il mattino del 15 giugno da un dispaccio del re di avanzare su Lonato per unirsi alle truppe del Sambuy il generale lasciò S. Eufemia. Mentre le sue truppe si scontravano duramente a Treponti egli ricevette dal re l'ordine di ritirarsi a S. Eufemia. Nel 1862 (Regio Decreto 7 settembre) il Consiglio comunale (era sindaco Vincenzo Bontempi) deliberava di aggiungere la denominazione &amp;quot;della Fonte&amp;quot; al nome del paese, per distinguerlo da altri nove esistenti in Italia. Passaggi continui di truppe si verificarono nel 1866; ma di rilievo è il fatto che dopo la sconfitta di Custoza, Garibaldi individuò S. Eufemia come ultima difesa di Brescia facendo edificare sulla collina sovrastante l'abitato un piccolo forte, sui ruderi del quale il 28 luglio 1907 venne posta una lapide con l'epigrafe «QUI / NEL 1866 / DOPO LA FATAL GIORNATA DI CUSTOZA / PER PROTEGGERE L'EROICA BRESCIA / FU COSTRUITO IL FORTE / CHE / DI GIUSEPPE GARIBALDI / PRESE IL NOME GLORIOSO / MUNICIPIO E CITTADINI VOLLERO / NEL CENTENARIO DELLA NASCITA DEL GRANDE / QUESTO RICORDO / S. EUFEMIA, LUGLIO 1907». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I primi decenni dell'Unità d'Italia non furono esaltanti. Pochissimi i votanti nelle elezioni politiche del 25 marzo 1860 e scarsa la partecipazione alla vita politica e amministrativa mentre dovevano essere affrontati con urgenza i gravi problemi imposti da una dilagante povertà solo in parte arginata attraverso la Congregazione di carità e alcune iniziative come la &amp;quot;Locanda sanitaria&amp;quot; fondata nel 1901 e i bagni per i pellagrosi, attuate dal dott. Arnaldo Maraglio. Di particolare utilità l'apertura nel 1863 della Farmacia Romelli poi dal 1873 Pasini. Il 9 agosto 1875 il Consiglio Provinciale bocciava la proposta di aggregazione del comune di Caionvico a quello di S. Eufemia. Il 18 settembre 1887 veniva messo in attività il tram a cavalli da Brescia. Un crescente risveglio sociale e culturale si verifica negli anni '80 quando nasce (nel 1884) la Società di Tiro a segno locale con poligono in Val Carobbio e i cui soci mieterono buoni successi specialmente da parte di Candido Rapuzzi, Faustino Capretti, ecc. Attiva è presto l'associazione &amp;quot;Vis et Patria&amp;quot; che promuove tra l'altro uno dei primi club ciclistici che nel luglio 1902 è presente in corse importanti come la Milano-Riva e che il 28 luglio 1907 inaugurerà il proprio labaro. La solidarietà fra le forze sociali crea nel 1884 la Società di Mutuo Soccorso che nel giro di vent'anni raccoglierà 140 soci ma che incontrerà gravi difficoltà nel 1908-1909. Nel 1886 l'Amministrazione comunale incominciò a pensare ad un asilo di infanzia, che aprì i suoi battenti il 2 gennaio 1888 con 85 bambini. Ristrutturato nel 1888-1890 il fabbricato su progetto dell'arch. Arcioni, l'asilo ebbe il primo statuto e il regolamento interno nel 1890, la costituzione in ente morale nel 1893. Lo stesso sarà avvantaggiato nel 1924 dal lascito di Giovanni Sega al quale verrà intitolato, e verrà sistemato in un nuovo fabbricato nel 1937-38. Fra i problemi più seguiti vi furono quelli dell'istruzione scolastica presente al centro attraverso sei classi, collocate in locali della fabbrica e a S. Polo. Più tardi si aggiunsero una scuola serale e una scuola di disegno. La pressione su S. Eufemia di popolazioni di Caionvico e dell'ex comune di S. Alessandro, soppresso nel 1880, indussero agli inizi degli anni '80 alla costruzione di un nuovo edificio scolastico. Nel 1900 veniva installata una classe promiscua a Buffalora che contò subito ben 88 alunni. Nel 1913 le classi salivano nel comune a nove (sette al centro e due sulle frazioni).Il palazzo ex Ganassoni/Noventa/Martinengo, ora centro diurno anziani &amp;quot;Don Franco Benedini&amp;quot; di via Indipendenza 29, acquistato per accogliere in un unico edificio le classi elementari del paese, per esigenze economiche divenne l'ultima sede Municipale di S.Eufemia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Agli inizi del '900 per iniziativa del prof. Staglieno Zaccarelli veniva istituita una scuola professionale di disegno tecnico cui si affiancarono corsi di ornato e di disegno libero. Fortuna di S. Eufemia fu la presenza di ottimi insegnanti come il maestro Giacomo Ontini, le maestre Angela Arici (medaglia d'argento dell'Ateneo di Brescia nel 1862), Matilde Prati, la maestra d'asilo Emilia Bazoli e ultimo nel tempo ma di indelebile memoria il prof. Vittorino Chizzolini. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L'evolversi della vita amministrativa venne per decenni dominato da liberali prima e moderati poi, zanardelliani e particolarmente da Ugo Da Como mentre sul piano locale conta particolarmente il dott. Arnaldo Maraglio. Agli inizi del '900 tuttavia si affacciano sulla soglia della politica socialisti e cattolici, più attenti alle istanze sociali di una borgata in via di industrializzazione. L'Unione Cattolica del lavoro porta alla ribalta per la prima volta il 7 ottobre 1902 le filatrici della ditta Pirovano. Favorisce lo sviluppo, agli inizi del secolo, la rete elettrica realizzata dalla ditta Porta e C. che nel 1905 raggiunge anche S. Polo e il tram a vapore Brescia-Gargnano e Brescia-Vestone mentre alle Bettole viene aperto uno scalo della Brescia-Mantova-Ostiglia. Si registrano anche più diffusi interessi culturali nuovi con un'attiva Società Filodrammatica che nel febbraio 1907 inaugura un proprio teatro. L'assistenza ai poveri registra dal 1908 il &amp;quot;Natale del povero&amp;quot; con l'ausilio della cucina economica, voluta dal benefattore Luigi Chiappa nel 1888. La I guerra mondiale vede una mobilitazione anche nell'assistenza alle famiglie dei richiamati e a quelle particolarmente povere. A ricordo dei caduti verranno inaugurati il 6 luglio 1924 il Monumento ai Caduti, opera dello scultore Emilio Magoni su progetto dell'arch. Angelo Albertini, e il Parco della Rimembranza (ora don Orazio Bresciani). Lo schieramento politico vede nel dopoguerra in prima fila socialisti e cattolici. Questi ultimi nell'aprile 1919 si organizzano nel P.P.I. Nel campo sindacale le più attive sono le filatrici che nel 1919 e 1920 organizzano insistenti agitazioni sindacali mentre il grave problema delle abitazioni viene affrontato, il 13 maggio 1921, con l'istituzione di una sezione della Federazione nazionale inquilini. Il clima politico va cambiando dal 1922 quando fa la sua comparsa il fascismo che ingaggia subito una serrata lotta, specie con i socialisti. Più o meno accesi scontri con bastonate, olio di ricino e anche colpi di rivoltella per fortuna andati a vuoto si verificano nel settembre e dicembre 1922. I tristi fatti si rinnovano il 6 gennaio 1923. Il 13 di tale mese una squadra d'azione fascista invade la casa di tale Luigi Saiani per impadronirsi del busto di Carlo Marx. Il 1° novembre 1923 una ventina di fascisti occupa il Circolo socialista. Intanto alle esigenze igieniche si provvede con l'acquedotto il cui progetto viene presentato dall'ing. Gino Rizzoli di Gallarate, mentre viene affrontato il problema delle fognature, su progetto del geom. Rossetti, dell'imbrigliatura del torrente Carrobbio, con più progetti attuati nella seconda metà dell'800 e primi 900, che saranno però insufficienti a fermare nuove alluvioni come quella grave del 1936; e ampliati nel 2022/23.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un nuovo clima segnala nel 1923 la consegna della bandiera della scuola e la consegna del Crocifisso. Il 19 ottobre 1924 vengono benedetti il Cimitero ampliato e la cappella eretta dal Comune. Continua ad avere importanza il Poligono dove nel 1922-1923 si prova la Mitragliatrice Brixia. Per l'assistenza ai più poveri si pensa ad un Ricovero per anziani, mentre progredisce anche l'associazionismo da quello combattentistico (che vede nascere la Sezione combattenti, della quale viene benedetta la bandiera nel luglio 1924) a quello sportivo nel quale predomina l'Unione Sportiva, figliazione del &amp;quot;Club Vis et Patria&amp;quot; e fondata sotto la presidenza del dott. Lucio Callegari nel marzo 1924. Nel 1928 il Comune, che ha un'estensione di kmq. 10,29 e 1.092,15 ettari, viene fagocitato dal Comune di Brescia la cui amministrazione provvede presto a miglioramenti di rilievo come l'allargamento e la sistemazione nel 1930 del tronco stradale Brescia-S. Eufemia, la deviazione nel 1934 della statale n. 11 in corrispondenza dell'abitato con la costruzione a S dello stesso di una nuova strada lunga 1300 m., l'elettrificazione del tram che verrà sostituito nel 1952 dalla filovia. L'accorpamento al Comune di Brescia rese necessaria una nuova toponomastica stradale (in sintesi) come da delibera 31 gennaio 1931: via Case e via XX Settembre in via Lucio Fiorentini; via Giuseppe Mazzini in via Giuseppe Saleri; Via Umberto I in via Indipendenza; via Rampino in via Mario Alberti; via Razzica in via Vittorio Arici; via dei Ronchi in via Parrocchia; via Solferino in via Agostino Chiappa (con un errore clamoroso perchè il sig. Chiappa che ha lasciato tutti i suoi beni per i poveri del paese non fu Agostino ma lo zio Luigi); via Tito Speri in via Pila; via Giuseppe Zanardelli in via Cesare Guerini; Via Belguardo in via Cesare Noventa; via Brescia e via Castenedolo in via Mantova. Nel 1932 vengono, con demolizioni di case a E dell'abitato, risanate le fonti che tuttavia si esauriranno nel 1963. Nel 1938 viene costruito per larga elargizione di Giovanni Sega e su progetto dell'ing. Giuseppe Cacciatore il nuovo asilo. Nello stesso anno viene sistemata e bitumata la vecchia traversa della frazione. Gli anni Trenta vedono il completamento di opere pubbliche, l'arrivo del gas nelle case e nelle industrie, ed il prolungamento del tram cittadino della linea n. 7 fino alla fine del paese, nell'attuale piazzetta Garibaldi. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lavori di regimentazione delle acque sono invece ancora frustrati e tali lavori non eseguiti danno luogo ad esondazioni del Naviglio e ad alluvioni fra le quali, particolarmente pesanti, quelle del maggio 1930 e dell'agosto 1934. Fra gli avvenimenti che accompagnarono la seconda guerra mondiale suscitò viva impressione la caduta il 17 agosto 1943 sulle prime pendici della Maddalena di una fortezza volante (B17 dell'VIII USAAF) di ritorno da un bombardamento sulla Germania senza tuttavia che vi fossero vittime. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I giorni della liberazione vedono in viale Bornata all'imbocco dell'abitato di S. Eufemia un sanguinoso scontro avvenuto dalle ore 2 alle 4 del 27 aprile, tra una autocolonna di soldati tedeschi e due carri armati americani che probabilmente per un errore provocato dal buio hanno già sparato su un gruppo di patrioti di S. Eufemia uccidendo otto persone (Zintu Giulia a.16; Zilioli Giuseppe a.55; Mainetti Tomaso a.57; Biasibetti Angelo a.26; Bonassi (Maria); Febbrari Italo a.23; Gnocchi Attilio a. 28; Ghisma Giuseppe a. 49). Nello scontro cadono una quarantina di tedeschi e due americani. Mentre gli americani vengono raccolti dai loro commilitoni, i tedeschi lo sono da un gruppo di giovani diretti da Giuseppe Rapuzzi che darà loro degna sepoltura. Le giornate della Liberazione vedono protagonista Tito (Luigi Guitti) e finiscono in una inumana carneficina. Il 10 maggio 1945, infatti, alcuni componenti della 122ª Brigata Garibaldi fucilano 33 persone tra ufficiali della X Mas, funzionari della RSI e civili prelevati a Lumezzane, seppellendone i corpi al Ghiacciarolo di Botticino. Particolarmente intensa è la lotta politica negli anni seguenti, specie fra socialcomunisti e democristiani sostenuti, questi, da un attivo circolo ACLI che tra le sue attività vanta tra l'altro anche un Gruppo escursionistico di notevole prestigio. Più contenuto lo sviluppo edilizio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Negli anni '50- '60 vengono avviati nella zona a N della borgata nuovi insediamenti continuati con i Villaggi Marcolini e Carloni ma tale espansione si fermò agli inizi degli anni '70, mentre le attività produttive, fatta eccezione della cava e fabbrica di calce viva S. Orsola, rimangono sul viale S. Eufemia. Nel 1974 veniva avviata la costruzione della strada detta del Carso di S. Eufemia che raggiunse via Triinale. Dal 1970 (ed ufficialmente costituito nel 1977) opera attivamente per particolare iniziativa di Rolando Bennati, che ne fu anche il primo presidente, il gruppo antincendio &amp;quot;Val Carobbio&amp;quot; il quale, oltre che a spegnere numerosi incendi specie sulle pendici del monte Maddalena, allargò sempre più la sua attività alla protezione civile, alla pulizia dei torrenti. Ad esso si è aggiunto il gruppo &amp;quot;Sella&amp;quot; di Caionvico. Tra gli altri gruppi si distinguono quello degli alpini che dal 1966 con il gruppo escursionisti delle ACLI organizza la Settimana della montagna. Lo sport ha espresso nel 1976 una attiva Associazione sportiva calcio presente nel campionato provinciale di Terza Categoria. Nel 1995 è stata realizzata per gli scalatori una palestra d'arrampicata artificiale (v. Roc Palace). Non mancano episodi di attiva partecipazione alla vita civile come dimostra il referendum del 27 giugno 1977 che respinge a grande maggioranza (789 contro 38) la municipalizzazione della scuola materna. Danni ingenti per miliardi di lire provocò il 6 agosto 1982 tra le ore 6 e le 7 un'alluvione. Una nuova minaccia di allagamento incomberà nel giugno 1993. Nell'aprile 1983 viene inaugurata in via Indipendenza la sede dell'Associazione ex Combattenti. Nello stesso anno nasce il Gruppo Scout. Molte discussioni e manifestazioni sono state spese circa il recupero del complesso dell'antico monastero (ostello della gioventù, spazi per convegni, centro culturale, fino alla malaugurata destinazione a Museo della Mille Miglia). Le vecchie scuole sono state invece destinate nel 1998 a centro diurno per anziani. Nel cimitero di S. Eufemia è prevista la realizzazione di un forno crematorio da parte del Comune di Brescia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A S. Eufemia nacquero i due fratelli noti incisori Faustino (+ 1847) e Pietro (+ 1849) Anderloni. Secondo il Faino a S. Eufemia vi avrebbero abitato i SS. Faustino e Giovita ai quali egli dà il cognome Prignacchi quando i cognomi non esistevano per niente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L'ECONOMIA fu per lunghi secoli eminentemente agricola, specialmente indirizzata alla produzione dei cereali e ad una parziale coltivazione della vite arricchitasi poi con l'allevamento del baco da seta. Frutta e verdura sono stati, da secoli, i prodotti locali. Il Da Lezze nel Catastico del 1610 registrava anche che vi si cavava &amp;quot;quantità di olive&amp;quot; e &amp;quot;monti&amp;quot; delle legne, del fiume &amp;quot;et anco in alcuni luochi di buon vino&amp;quot;. Lo stesso segnalava la presenza di due mulini di due ruote l'uno «con le sue rasseghe» di proprietà del Monastero e due altri mulini &amp;quot;da quali si cava buona entrata... posti sopra l'acqua del Naviglio...&amp;quot;. Scavi di pietre, appendice delle grandi cave di Botticino, non mancarono nei secoli più lontani. Nel sec. XV si registrano esportazioni nel Bergamasco e altrove. Caratteristica a S. Eufemia e ad altri paesi (Botticino, Paitone, ecc.) fu da lungo tempo la produzione della spolverina o polvere ricavata da cave di dolomia che veniva comunemente utilizzata per pulire utensili da cucina. Mai sfruttate invece per fare colori le argille che riempiono le fessure delle dolomie liassiche. Folta la presenza di lavandai e lavandaie a servizio di moltissime abitazioni della città. Per alleviare il loro lavoro ma anche per non creare nuove difficoltà economiche nel dicembre 1885 in casa Guillaume veniva impiantata dall'ing. Enrico Pandiani una delle prime lavanderie a vapore della ditta Davey Paxman e Comp. di Colchester (Inghilterra). Nel tempo l'abbondanza delle acque favorì un sempre crescente sviluppo di realtà produttive. Agli inizi dell'800 esisteva verso Rezzato una rinomata fonderia di cannoni, mentre via via vennero avviate una cereria e seghe idrauliche per la lavorazione del legno. La prima fabbrica di notevoli dimensioni fu il Cotonificio Ercole e Giuseppe Lualdi, fondato nel 1857 cui si aggiunsero in pochi anni un opificio per la lavorazione della seta e un altro per la fabbrica dell'amido. Attivo il Mulino Frick che nel 1900 passava a Hefti e Benigher che lo tennero fino al 1923. Nel 1862 nasceva il Pastificio Cesare Rapuzzi uno dei più importanti nel Bresciano. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Come sottolinea Piercarlo Morandi, un vero salto di qualità l'economia del paese lo compie avvicinandosi il nuovo secolo. Nel 1882, per iniziativa dell'industriale monzese Brambilla, si installa in via Reale un importante setificio che contò fino a 82 operaie (gestito alla sua morte dalla vedova Virginia Pirovano). Nel 1892 si installò il grosso cotonificio di Giulio Schiannini con 400 addetti. Attiva la filanda Kramer Enrico e C. con 60 bacinelle. Reperto di archeologia industriale un soffocatoio per bozzoli. Tra le altre varie attività da tempo funzionava una fabbrica di liquori e specialmente di anesone. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Da sempre presente l'attività commerciale ebbe un'impennata nell'80 registrando un continuo sviluppo. Da un censimento del 1913 risultavano presenti: 7 falegnami, 7 commercianti di legna al minuto, 11 verdurai, 5 spacci di vino e liquori, ben 29 osterie in riva al Naviglio, alle quali se ne aggiungevano 7 a Buffalora e 7 a San Polo. Di birrerie ce n'era una sola e inoltre 4 mercerie, 3 telerie, 5 merciai ambulanti, ecc. Il commercio del latte contava ben 16 ambulanti, che ogni mattina sciamavano dalle cascine fino a Brescia a portare il prodotto &amp;quot;sciolto&amp;quot;. In sviluppo anche l'artigianato: lungo corso Umberto (ora Indipendenza) e nelle vie confluenti come registra Morandi, erano allineate ben 63 attività «fra gli opifici e le attività industriali rilevate nel censimento, accanto ai già citati vi erano una fabbrica di liquori, una di cera, una fornace di mattoni in via Umberto I, una piccola fabbrica di sapone a San Polo, una cartiera in località Case, alcune cave di ghiaia, una di pietra e alcuni mulini ad una ruota (palmento) a Chiodarolo. Lungo il Naviglio, in paese v'erano due seghe idrauliche per la lavorazione del legname, più un mulino con quattro palmenti. Nel territorio vi erano altresì tre mulini da grano con due palmenti». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Sant'Eufemia della Fonte vi era già il calzaturificio artigianale Peroni che lavorava per l'esercito. Nel 1915 se ne aggiunse un altro, cioè il calzaturificio Brixia fondato da Angelo Alberti e presto in prima linea nella produzione di calzature sportive. Intensa l'industrializzazione della zona negli ultimi decenni con imprese come la OMAP, la G.O.G. (1977) ecc. Tra le ultime iniziative fu nel 1991 l'avvio tra il cimitero di S. Eufemia e quello di S. Francesco di Paola, su iniziativa del Consorzio S. Eufemia, presieduto da Augusto Corsini, di un nuovo polo artigianale estendentesi su 20 mila mq. Per lunghi decenni unica banca del quartiere fu la filiale del CAB, inaugurata in via Indipendenza nel 1930, e ricostruita a poca distanza nel 1981.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
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ECCLESIASTICAMENTE è certo che il territorio appartenne alla pieve della Cattedrale (tanto che ancora nel sec. XVI riceveva gli oli santi dalla Cattedrale) e ciò fino a quando venne fondato il monastero che amministrò anche pastoralmente il territorio. La più antica notizia avverte che dall'abate Giovanni (1090-1106) venne eretta &amp;quot;in una torre (probabilmente un terrapieno) contigua al monastero) la chiesa a S. Maria ad Elisabetta che divenne la parrocchiale. Una notizia avverte: «Anno 1175. Atti della causa tra il Monastero di Santa Eufemia e la cattedrale di Brescia, circa la giurisdizione sulla chiesa di Santa Maria ad Elisabetta cappella dei Monaci, posta nella terra di Santa Eufemia; dai quali risulta che la predetta chiesa è stata fondata, fabbricata e dotata dagli Abati del Monastero, con nomine e destinazioni, a beneplacito, di presbiteri e chierici, per l'esercizio delle funzioni parrocchiali, e che i cappellani ivi nominati mai hanno avuto alcuna dipendenza dai canonici della cattedrale di Brescia, se non quella per l'esazione delle decime». Nel 1300 un benedettino donava una reliquia della S. Croce che continua ancor oggi ad essere al centro della più viva devozione. Specie dal sec. XV si moltiplicano i legati e le cappellanie. Il 22 giugno 1462 veniva sancita l'unione fra il monastero di S. Eufemia e la nuova parrocchia di S. Maria ad Elisabetta. Nel 1508 è già costituita la Scuola del SS. Sacramento che meriterà lodi nelle visite pastorali. Essa verrà favorita di lasciti e avrà il privilegio di custodire la preziosa reliquia della S. Croce. Oltre alla Confraternita del S. Rosario vi esistette la Confraternita di S. Rocco. Come ricorda un documento: «La chiesa fu unita con tutti li suoi beni al Monistero, l'anno 1544 con Bolla Pontificia, e con Ducale di possesso l'anno 1554: prima dell'unione essercitavasi in quella la Cura da un Prete investito dal Monistero, a risserva di pochi anni prima dell'unione, che era Monaco, e si facevano le visite pieno iure dagli Abati» per cui gli abati mettevano a guida della parrocchia o preti o monaci &amp;quot;amovibili ad nutum&amp;quot; supplendo ad ogni spesa del loro mantenimento. Luci e ombre rivela invece la vita parrocchiale verso la seconda metà del cinquecento. La visita del vescovo Bollani (28 maggio 1566) registra in pieno disfacimento la chiesa del Monastero dedicata a S. Paterio ridotta a cantina e a magazzino e della quale il vescovo chiede conto al curato convocandolo immediatamente in curia. Ma la chiesa parrocchiale che è già consacrata era in buono stato e anche ben tenuta compresa la cappellania di S. Caterina e la &amp;quot;schola&amp;quot; del Corpus Domini. Presenti i sacerdoti in cura d'anime. Non del tutto lodevoli le condizioni morali per la presenza di concubini e inconfessi. Il visitatore a nome di S. Carlo B. nel 1580 ordina la costruzione di una cappella per ospitare il fonte battesimale, l'assunzione dato il numero degli abitanti, di un coadiutore che deve essere mantenuto dalla cappellania di S. Caterina. Nel 1601 il vescovo Giorgi ordina lavori di consolidamento e ampliamento della chiesa, ribadisce la necessità di un coadiutore, l'urgenza della costruzione di una cappella-battistero e ingiunge che venga allungata la veste &amp;quot;per maggiore pudicizia&amp;quot; al S. Cristoforo dipinto all'esterno della parrocchia di forme tardo trecentesche. Negli anni che seguono viene edificata in centro al paese la chiesa di S. Giacinto, ed istituita la Confraternita del Rosario. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Da Lezze nel suo Catastico del 1610 rileva come: «La chiesa di S. Maria Helisabeth parochiale governata ed officiata dalli reverendi padri di S. Euffemia con bonissima entrada che cavano da 300 piò di terra (sono questi i primi riferimenti che disponiamo sulla situazione patrimoniale della parrocchia) in circa li quali hanno un bellissimo giardino circondato da una muraglia dal quale cavano perfettissimmi frutta e di buona vernazza». Durante il sec. XVII salvo i terribili tempi della peste cosiddetta manzoniana (1630) gli unici disguidi denunciati nella visita pastorale del 1648 sono che a S. Maria si celebrasse una sola messa grazie ai lasciti Della Porta e Zola mentre i suoi quattro coadiutori celebravano anche la domenica nelle dislocate chiese del territorio (5. Giacinto, Case, S. Polo). Salvo questa lamentela il vescovo non può non constatare un lodevole comportamento del clero, una corretta gestione delle Confraternite, salvo quella dei Disciplini che tendevano a consumare le elemosine in pranzi e altre cose. Una novità si profila nel 1658 quando opere compiute nella chiesa (fabbrica di volte e cappelle) con l'intervento dai parrocchiani continuato anche in seguito, si persuasero che la chiesa &amp;quot;fosse loro propria&amp;quot; e ciò fino al 1750 quando con &amp;quot;atti di lite e scritture&amp;quot; dovettero persuadersi del contrario. Salvo qualche rimarco (tra cui quello del vescovo Marino Giovanni Giorgi che in visita l'8 settembre 1673 sollecita interventi di restauro alle strutture della chiesa della parrocchia), i vescovi visitatori non possono, come mons. Bartolomeo Gradenigo, non constatare un soddisfacente stato della parrocchia e dei luoghi di culto, per cui non può che limitarsi ad una serie di prescrizioni riguardanti gli arredi, il decoro della parrocchiale e delle chiese sussidiarie. Nonostante la denuncia di una certa anarchia da parte di più di una decina di sacerdoti, che celebrano ovunque senza un coordinante personale, la vita religiosa si mantiene viva e sentita come dimostra l'episodio del 1684 che vede gli abitanti di S. Eufemia assieme a quelli di paesi circostanti in seguito a diverse disgrazie e infortuni ottenere il 24 marzo del citato anno uno speciale breve di Innocenzo III recante la remissione di ogni colpa, una benedizione particolare e l'indulgenza plenaria. Di rilievo la devozione alle reliquie per le quali nel 1673 viene ordinata una nicchia. La chiesa inoltre si arricchiva di nuovi legati e nel 1716 di una nuova cappellania istituita dai Rovetta che diventerà poi nel 1860 oggetto di contesa fra il Comune e la parrocchia. Tale vitalità è ancora rimarcata negli ultimi decenni del secolo dei lumi, il '700, come conferma la relazione del curato don Giuseppe nella sua relazione stesa in occasione della visita pastorale del vescovo Nani del maggio 1781 nella quale la comunità viene presentata come una viva «oasi» di cristiana pietà, di fervore di fede testimoniato dai numerosi oratori pubblici e privati (ben 5), dall'attivismo spirituale e non delle confraternite, dall'assenza di inconfessi e di casi di eresia, malefici ed usurai. Sul piano morale la famiglia, secondo la descrizione del parroco, è la sacra custode dei valori cristiani, e naturalmente non vi sono &amp;quot;coniugi non cohabitanti&amp;quot; ed il numeroso clero (12 religiosi, 1 diacono, 1 chierico), &amp;quot;di buonissimi costumi&amp;quot;, vigila sulla comunità, che è pure assidua alla dottrina cristiana, ma non altrettanto attenta ai bisogni della chiesa parrocchiale. Infatti (unico neo del perfetto ritratto), la comunità è sorda ai richiami del curato perché contribuisca alle spese per la sostituzione della campana rotta da un anno, (per la qual cosa, riferisce il Moreschi al vescovo, «perciò poco si distinguono li segni delle feste...»), e perché provveda alla sostituzione della coperta del battistero «tutta lacera e senza potersi chiudere, a benché habbia fatto le mie parti con la Comunità», come osserva amareggiato a chiusa della sua relazione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Improvvisamente anche su S. Eufemia si abbatté la tempesta della rivoluzione bresciana del 1797 e dei tempi napoleonici. Il 2 novembre 1797 i beni del monastero venivano incamerati, come già s'è detto, e passati all'Ospedale maggiore di Brescia e i curati e poi parroci da esso stipendiati. Dal canto loro i rivoluzionari del luogo a nome del popolo alla morte, nell'aprile 1798, del curato don Angelo Bertanza, avvalendosi delle nuove leggi eleggono un ex carmelitano Alessandro Bennati il quale al sopraggiungere nel 1799 delle truppe austro russe rinuncia e viene sostituito dal vescovo con don Pedretti, ritornando però alla partenza degli austro-russi e provocando una spaccatura nella popolazione fra sostenitori suoi in maggior parte in buona fede credendolo legittimamente al suo posto, e avversari che lo vogliono via. Sospeso a divinis egli si arrende mentre il clima rimasto molto acceso consiglia il vescovo a nominare un terzo nella persona di don Giovanni Giacomini che reggerà la parrocchia fino alla morte avvenuta nel 1844. Avvenimenti del genere non scalfiscono di molto la religiosità della popolazione. Infatti quando il vescovo Nava visita l'11-13 maggio 1817 la parrocchia non può non constatare un rinnovato fervore religioso che si esprime nelle restaurate &amp;quot;antiche usanze&amp;quot;, nella ricostituita confraternita del SS. Sacramento, nella solenne devozione alla S. Croce. Questa per voto fatto in tempo di colera, diventerà la più viva solennità nelle feste quinquennali che ancora oggi si celebrano. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In grave abbandono è invece la chiesa parrocchiale che venne poi restaurata. Pur nel pesante dissidio fra Chiesa e Stato anche dopo l'Unificazione la parrocchia vive una vita tranquilla e i parroci mantengono con le autorità comunali rapporti che il Morandi definisce &amp;quot;corretti&amp;quot; con le autorità civili e gli amministratori locali di orientamento liberale, anche se non riescono nel 1861 ad ottenere l'intervento dell'amministrazione dell'Ospedale che continua ad avere il giuspatronato nella costruzione di una nuova chiesa. Ma alla morte nel 1861 del parroco don Antonio Romano, la Curia resiste a che venga nominato parroco don Bortolo Deruschi, prete notoriamente liberale e sospeso dalle confessioni per la firma non ritirata all'indirizzo del Passaglia, provocando sassaiole contro la casa parrocchiale da parte di elementi anticlericali. Dopo tre anni di vacanza il 2 febbraio 1864 veniva eletto parroco don Bartolomeo Castellini (1864-1896). Venerato come un santo affrontò con coraggio le necessità pastorali del paese. Non riuscì a realizzare il sogno di una nuova chiesa, ma sistemò la parrocchia risolvendo la questione di don Deruschi il quale sostenuto dall'autorità civile, pur sospeso &amp;quot;a divinis&amp;quot; continuava a godere dall'ospedale l'appannaggio di curato. Ma, soprattutto impresse una svolta nella pastorale parrocchiale, incrementando le compagnie di S. Giuseppe, delle Maritate e delle Giovani. Nel 1885 don Castellini assieme alla superiora delle Figlie di S. Angela fonda la confraternita delle figlie di Maria con oratorio al quale sono annesse come aspiranti le bambine dopo la prima Comunione le quali dopo i 12 anni diventano &amp;quot;Figlie dell'oratorio&amp;quot;. Assieme viene aperta una scuola di lavori domestici per la quale vengono chiamate le suore. Inoltre si provvede ad una più adeguata assistenza religiosa alla popolazione di S. Polo. Meno brillante anzi si può dire in parte almeno negativo è il parrocchiato di don Pietro Piccinelli (1896-1911). Prete zelante e pio, ma discusso per il carattere iracondo, egli si scontra con le autorità civili per la concomitanza della festa della S. Croce con quella del 20 settembre fino ad essere portato in giudizio nel gennaio del 1900, ottenendo la condanna &amp;quot;per ingiuria&amp;quot; da parte del gerente del giornale zanardelliano &amp;quot;La Provincia di Brescia&amp;quot;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È da ricordare a suo merito la riorganizzazione dell'oratorio femminile. Inoltre tentò in tutti i modi di realizzare, senza riuscirci, la nuova chiesa incoraggiato da alcuni lasciti che erano andati accumulandosi da decenni e dalla proposta della direzione dell'Ospedale di vendere la pala di S. Rocco del Romanino in cambio di sovvenzionamenti, proposta contro la quale insorge nuovamente, come nel 1880, la popolazione. Ma alla decisione di far benedire la prima pietra del nuovo edificio sacro il 31 ottobre 1909 si dichiarano contrari l'Ospedale e le autorità comunali. Non più alla costruzione di una chiesa nuova ma all'ampliamento della esistente, dedicherà le sue energie il nuovo parroco don Orazio Bresciani (1912-1956) che a poco più di un anno dal suo ingresso nell'autunno 1913 riuscirà ad avviare, su progetto di Luigi Arcioni, lavori condotti dal capomastro Giovanni Togni, completati in nemmeno un anno, nell'agosto 1914, e coronati dalla consacrazione da parte del vescovo mons. Gaggia il 15 ottobre 1916. Ma il parrocchiato di don Bresciani si distinse per intensità di vita religiosa e pastorale. La sempre più strutturata organizzazione parrocchiale permette, nonostante che la domanda di 280 genitori fosse stata respinta, il 31 gennaio 1915 dalla maggioranza in Comune, l'introduzione il 1° giugno 1915 dell'insegnamento religioso. Il carattere anche se fermo, sereno, di don Bresciani, evita gli attriti con le autorità di accentuati indirizzi liberali e apre nuovi spiragli di conciliazione celebrando nel novembre 1912 un ufficio solenne per i caduti di Libia e dopo la guerra la dedicazione alla Vittoria della seconda cappella della navata destra. Il dopo guerra vede una sempre più accentuata pastorale giovanile che si riassume nel 1922 con la costruzione dell'oratorio maschile e nel dicembre dello stesso anno la costituzione in casa Redondi di un nuovo circolo cattolico maschile con filodrammatica, biblioteca, ecc. Nonostante che per anni rimangano tesi i rapporti con le autorità fasciste specie riguardo all'educazione della gioventù solo negli anni '30 tali rapporti verranno segnalati come &amp;quot;bastevolmente buoni&amp;quot;. D'altro canto la parrocchia vive di una vita propria in espansione. Nel 1929 nasce il gruppo uomini di A.C., vigoreggiano le confraternite, specie quella delle Consorelle del SS. Sacramento. La devozione popolare trova espressione oltre che nel culto alla S. Croce, anche in quello della Madonna di Pompei che nel 1926 viene significata da un gruppo scultoreo opera della bottega Poisa di Brescia e, per alcuni decenni, da una funzione e processione quinquennale. Sotto il parrocchiato di don Bresciani, di don Ilario Manfredini e di don Giuseppe Garzoni, facendo fronte ad impellenti e crescenti esigenze dei tempi vengono fondate nel 1946 le ACLI e nel 1950 il loro Patronato e si rafforza specie grazie al curato don Franzoni l'attività oratoriana che si appoggia su nuove e più moderne strutture. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dalla parrocchia di S. Eufemia un decreto del 29 ottobre 1954 si staccava la chiesa curaziale di S. Paolo nella frazione di S. Polo erigendola in parrocchia. La cura della chiesa parrocchiale si accentuò sotto il parrocchiato di mons. Giulio Pini (1968-1999). Con particolare gusto egli ha fatto restaurare quasi tutte le pale e sculture della parrocchia e della chiesa di S. Giacinto, ha provveduto ad una nuova pavimentazione, all'altare liturgico, alla sistemazione della cappella iemale provvista di accessori. Inoltre ha provveduto alla sistemazione della casa della comunità, dell'oratorio di via Sega ecc. Inoltre il 13 dicembre 1998 ha firmato la permuta con il Comune di Brescia della casa dell'abate con il complesso parrocchiale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
CHIESA PARROCCHIALE S. MARIA ad ELISABETTA. Già esistente sulla fine del sec. XI e affidata alla cura dei monaci del vicino monastero di S. Eufemia, ricordata ancora nel 1175 cedette probabilmente il posto all'attuale agli inizi del sec. XV. È ricordata in un documento del 1481 al tempo nel quale deve essere stata restaurata e in parte dipinta. A questo intervento devono appartenere gli affreschi ritrovati recentemente. Fra essi singolare quello di una santa nella quale G.C. Piovanelli crede di aver individuato S. Anatolia. Viene visitata dal vescovo Bollani e dal card. S. Carlo Borromeo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel 1175 il monastero ha una vertenza con la Curia di Brescia per la chiesa di S. Maria. Il 26 marzo 1494 Giacomo de Portis seu de Castellanis dotava la chiesa di S. Eufemia dell'altare di S. Caterina che nel 1664 veniva completamente rinnovato. Nel 1536 un lascito di Filippo Locatelli permette la costruzione di un tabernacolo ornato di marmi. La chiesa venne rinnovata nel 1658 con &amp;quot;fabbrica di volte e cappelle&amp;quot;, con il concorso della popolazione e ancora migliorata nel 1673. La chiesa è stata affrescata da Mario Pescatori nel 1947 nell'arcosolio del presbiterio con la Visitazione e, tra il 1952 e il 1954, nella controfacciata e nella volta e nelle pareti laterali del presbiterio. Su tali pareti appaiono le figure dei SS. Pietro, Paolo, Maria Maddalena, Giovanni Battista, Benedetto, Eufemia, ecc. Sulla controfacciata sta un affresco strappato (cm. 125 x 212) raffigurante l'Assunzione. Il primo altare a destra è dedicato a S. Antonio di P. raffigurato in una pala di anonimo, opera modesta ma di schietta formula popolare di datazione incerta, raccolto in un'ancona marmorea di fine 600. Il secondo altare è dedicato a S. Carlo Borromeo. L'altare è dei primi del '700, ha pala raffigurante la B.V. in gloria con il Bambino e S. Giovanna e i S.S. Eufemia, Mauro, Caterina di Alessandria e Carlo B. (cm. 198 x 275) del sec. XVII, è attribuita da qualcuno a Grazio Cossali e da altri a Pietro Romano o Girolamo Rossi. Il terzo altare di destra, marmoreo del tardo '600 dedicato un tempo a S. Rocco, era ricco di una bella tela attribuita a G. Romanino (ma da altri al Moretto), raffigurante il santo con i S.S. Cosma e Damiano, Nicola da Bari e Antonio abate. Trafugata il 24 aprile 1974, ritrovata nel gennaio 1975 si trova ora nella Pinacoteca Tosio Martinengo. In attesa di un suo ritorno è stata sostituita da una pala (olio su tela cm. 64 x 73) del parroco don Giulio Pini da lui firmata, raffigurante la Visita di S. Maria ad Elisabetta. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il marmoreo altare maggiore opera tardo secentesca è assegnato da Ivo Panteghini a modalità stilistiche riferentesi a Paolo Puegnago. Sovrasta l'altare un bel Crocifisso di anonimo della fine '600, mentre la grande ancona, creata per custodire in una elegante edicola l'insigne reliquia della S. Croce, venne terminata nel 1789 prima custodita sull'altare di S. Rocco. Il reliquiario in lamine d'argento della fine del '600 ha subito aggiunte e restauri. Sul cimiero dell'ancona sta una tavola sagomata (olio cm. 50 x 70) settecentesca che raffigura la Visita della B.V. ad Elisabetta. Nel presbiterio sopra la cantoria di destra una tela a olio (cm. 185 x 167) di scuola morettesca raffigura l'Annunciazione ed è attribuita di solito a Luca Mombello ma da altri a Francesco Richino. Sopra la cantoria di sinistra sta un'Ultima Cena (olio su tela cm. 83 x 66) del '600, di anonimo. Scendendo lungo il lato di sinistra si incontra l'altare della Madonna del Rosario, opera nella mensa e nell'ancona del tardo '600, attribuita a botteghe rezzatesi. L'ancona accoglie una statua in legno policromo della Madonna del Rosario donata nel 1937 della famiglia Peroni contornata da quindici bassorilievi raffiguranti i Misteri del Rosario scolpiti nel 1974-1975 da uno scultore locale su disegno di mons. Giulio Pini. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il secondo altare a sinistra, dedicato ora al S. Cuore di Gesù, è opera di marmorai locali del primo settecento. Nell'ancona è stata ricavata una nicchia che accoglie una statua in legno del S. Cuore eseguita da un anonimo scultore della Val Gardena. Segue, ultimo a sinistra, l'altare del SS. Sacramento. Ricco di marmi, è attribuito alla seconda metà avanzata del sec. XVII con angeli, cherubini ecc. La pala (olio su tela centinata m. 112 x 225), opera di Pietro Avogadro firmata e datata 1707, raffigura la &amp;quot;Deposizione della croce&amp;quot; restaurata recentemente da L. Scalvini. Sopra i confessionali sta una tela (olio cm. 230 x 150 firmato Virginio Faggiana inizi degli anni '60) raffigurante il pubblicano e il fariseo al tempio. Le stazioni della Via Crucis (olio su tela ciascuna di cm. 39 x 49) furono dipinte da Mario Pescatori nel 1941. La sagrestia conserva dipinti raffiguranti S. Carlo B. (olio su tela cm. 64 x 82) di anonimo pittore del '600, &amp;quot;Il Calvario&amp;quot; (olio su tela 55 x 45) di anonimo di fine '500. I banconi sono di artigiani della fine del '700, una credenza di fine '600. La chiesa è dotata di buoni paramenti fra i quali pianete del '700 ed altre dell'800; di argenterie fra le quali una croce processionale astile del sec. XVI, un ostensorio del sec. XVIII (bottega Giuseppe Renoldi), un turibolo e altri oggetti dei sec. XIX e XX e inoltre reliquiari, candelieri ecc. Interessanti lavori di buon artigianato sono stendardi, lanterne per processione. La campana maggiore venne innalzata nel 1511, rifusa nel 1768, nel 1820 e nel 1884. Muta per una fenditura la vigilia di Natale del 1924, venne poi aggiustata nell'officina di Pietro Villa, sita in via Cairoli a Brescia. L'organo, opera di don Cesare Bolognini, fu installato nel 1714. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
DISCIPLINA. Accanto alla chiesa esisteva la Disciplina trasformata poi in cantina. Nelle opere di ampliamento della chiesa parrocchiale nel settembre 1913 venne alla luce un affresco raffigurante il Padre Eterno e frammenti di altri affreschi fra i quali uno raffigurante il Cristo appoggiato alla Croce. L'affresco grande portava la firma di un Pederzoli e la data 1464.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
IL MONASTERO. Gaetano Panazza ha così scritto (Arte medievale bresciana) quanto è rimasto del Monastero: «Avanzi di muratura antica e la semplice forma rettangolare con tetto a capanna, presenta l'edificio che è certamente una ricostruzione del XII-XIII secolo, come risulta dalla bella muratura degli spigoli, dalle finestrelle ad archi ribassati e a pieno centro in cotto che spiccano per il loro color rosso affocato sulle rozze pareti. L'abside amplissima della chiesa, la cui navata venne poi rifatta, è di forma semicircolare e mostra all'interno tracce di affreschi; all'esterno è divisa in cinque scomparti da esilissime lesene in cotto. Le dimensioni dell'abside, l'ampio suo incurvarsi con la grande conca a semicatino, la muratura molto rozza a ciottoli alternati a pezzi di mattone o a conci in pietra, le ampie finestre senza strombatura con arco a tutto sesto e ghiera in cotto fanno pensare sia questa abside ancora un frammento dell'edificio eretto nel 1008». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A sua volta Franco Robecchi seguendo una &amp;quot;rilettura dei caratteri planimetrico-distributivi di monasteri coevi e le minuziose prescrizioni contenute nella «Regola benedettina», ha ipotizzato la presenza di un chiostro, cuore geografico e spirituale, nei pressi della chiesa di San Paterio, certamente di dimensioni maggiori di quelle attuali (e magari completata da una sacrestia, da un guardaroba liturgico o da un piccolo scriptorium). Attorno al chiostro alcuni ambienti destinati alla vita in comune: il dormitorio, il refettorio, la cucina e gli spazi per la conservazione dei cibi. L'abitazione dell'abate (da molti indicata nell'edificio prospiciente viale Indipendenza) doveva invece sorgere isolata e vicina alla chiesa. Infine, attorno e a distanza progressiva, i fabbricati destinati alle attività materiali e al ricovero dei viaggiatori e pellegrini&amp;quot;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
S. GIACINTO. Singolare in piena influenza benedettina è la dedicazione di una chiesa a un santo domenicano, S. Giacinto con presenza francescana. Situata per di più in pieno centro abitato, Ivo Panteghini la definisce: «un piccolo gioiello architettonico, con il suo svettante campanile di pietra viva discosto dal corpo della fabbrica e la sobria facciata intonacata. La cella campanaria ha una sola campana. Il pavimento interno è in seminato». La pianta trovata da Rossana Prestini reca la data 9 gennaio 1625 mentre P. Guerrini la dice edificata «nel 1609 per iniziativa di Persia Cereto e altri signori del paese». Da un atto del 18 marzo 1651 (fondo Ospedale Maggiore di Brescia), segnalato da Carlo Sabatti, risulta che l'oratorio di S. Giacinto fu costruito, con le elemosine della popolazione, a partire dal 1608 da don Iginio Cariotti, già cappellano della chiesa di S. Maria ad Elisabeth di S. Eufemia, allontanato per condotta non irreprensibile, che ne fece come il contrattare della parrocchiale predetta. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La chiesa venne arricchita di legati (di Bernardo Rovetta nel 1716; delle famiglie Armandi e Bettinzoli nel 1814, di Bernardino Zola nel 1816). Semplice la facciata probabilmente rimaneggiata nel sec. XIX. Ha un portalino in botticino chiuso da timpano spezzato. Due lesene finiscono in un cornicione marcapiano e racchiudono un ampio lunotto con sovrapposto un frontone triangolare. L'interno è a pianta longitudinale con, sui lati, due profonde cappelle. La prima a destra è dedicata a S. Carlo B. raffigurato in preghiera davanti alla Madonna col Bambino e a S. Francesco in una tela a olio cm. 161 x 245 firmata da G.B. Motella pittore quasi sconosciuto ancora. Il paliotto e i sovralzi sono in marmo di botticino. L. Anelli ha sottolineato come la tela non si adatti alla cornice e forse ne ha sostituito un'altra. In stucco marmorizzato con specchiature in rosso è sormontata da una grande pala (olio su tela cm. 213 x 320) raccolta in una bella cornice e raffigurante la Madonna col Bambino e i S.S. Agostino, Giacinto, Fermo e l'offerente, attribuita comunemente ad Antonio Gandino ed è assegnata, invece, da Luciano Anelli a Camillo Rama. L'altare della cappella di sinistra è dedicato alla Immacolata Concezione che calpesta il demonio, raffigurata in pala (olio su tela cm. 157 x 245) attribuita comunemente a Ottavio Amigoni ma da L. Anelli assegnata a Camillo Rama. La chiesa è dotata di bei calici. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In via Cesare Noventa sorge ancora la chiesa di S. GAETANO da THIENE, sorta nel sec. XVII e arricchita di reliquie nel 1660. Ai primi dell'800 ne era proprietaria la famiglia Chiodi. Passò poi ai Panazza-Perletti ricordati in lapidi murate nelle pareti. Come scrive Riccardo Lonati (&amp;quot;Le chiese di Brescia&amp;quot;): «Semplice la fronte, finita a intonaco e incorniciata da lesene il cui rilievo si estende a dare forma al timpano. Marmoreo il portale dalla lineare cimasa sulla quale imposta quadrangolare finestra. Oltre il tetto a capanna risalta la sagoma del campanile, la base inserita nel fianco sinistro dell'edificio. A volta lievemente ribassata, l'aula è regolare e illuminata da finestre poste centralmente alle pareti laterali. A fianco dell'altare, dipinto a imitare il marmo, due porte dai lignei stipiti, pure dipinti a finto marmo, danno accesso alla retrostante sagrestia. Nella controfaccia vi è la cantoria. Sull'altare risalta la pala della Madonna in gloria e i S.S. Gaetano e Antonio di P., attribuita da qualcuno all'ambito di Antonio Paglia ma da Gaetano Panazza attribuita ad Antonio Dusi. Alcuni dipinti si trovano in sagrestia fra i quali uno raffigurante le &amp;quot;Anime purganti&amp;quot; attribuibile a Faustino Perletti, pittore dilettante.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Di una chiesa della Madonna del Patrocinio era proprietaria la famiglia Rovetta. Una cappella al Crocifisso sorge nel Cimitero, mentre all'Immacolata è dedicata la cappella della scuola materna. Nel citato atto del 18 marzo 1651 è dichiarato &amp;quot;antichissimo&amp;quot; l'oratorio di S. Paolo, mentre da trent'anni è fabbricato quello di S. Girolamo per iniziativa di Costanza Chizzola. L'edificazione di santelle fu concessa dai monaci. Nel 1581 il Comune otteneva da loro di poter costruire un capitello della Madonna &amp;quot;sopra la Strada Regale&amp;quot;; nel 1673 concedevano a Giacomo Fappani &amp;quot;ditto Zannozzo&amp;quot; di costruire, sempre sulla via Regale, in un luogo ben determinato, una santella nella quale fossero dipinti, assieme alla Madonna, i S.S. Benedetto e Paterio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Notevoli le santelle sparse nel territorio fra le quali quella della Madonna del Carobbio in via C. Noventa; la Madonna del Quarteret in via Pila, e quelle della Natività di via Pila, della Madonna del Carmelo di via Agostino Chiappa. Particolarmente suggestiva all'esterno del muro di cinta del monastero la santella con una pala settecentesca raffigurante la Vergine col Bambino, che Francesco De Leonardis ha avvicinato all'opera pittorica di Pietro Avogadro o a Giuseppe Tortelli. Restaurata da Lino Scalvini nel 1993, è stata sostituita da una copia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
CURATI E RETTORI.  D. Basilio da Brescia monaco benedettino di S. Eufemia (rinuncia 1532); D. Gregario da Calvisano monaco c. s. (rin. 1540).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Si susseguono poi nella cura, quasi alternativamente monaci e sacerdoti secolari mandati dal monastero come curati mercenari. Marsilio Giordano, prete (1566-1572); Agostino Gelmini (Guelmino) da Sale, monaco (1572-1590); Giov. Antonio Mazzoli di Commenduno, prete (1590-92); Paolo Serotto, prete e Cherubbino da Brescia, monaco (1591); Giacomo Ragucio, o Rangozzi, di Quinzano, prete (1592-1597); Francesco... prete (1597); Aurelio da Parma, monaco (1598-1605); Igino Cariotti, monaco (semestre 1606); Ippolito da Brescia, monaco (1606-1608); Pietro Bettini, prete (1609-1617); Gabriele Francini, o Franzini, monaco (1617-1624); Tiburzio Gorno, monaco (1624); Gabriele Francini di nuovo (1625-1630); Silvio Botturini, monaco (1630); Mauro Inverardi, monaco (1631-1639); Girolamo da Bologna, monaco (1639-1643); Gabriele (Francini) da Brescia, di nuovo (1643-46); Leone Mattina, monaco (16461649); Gabriele Francini di nuovo (1649-50); Giambattista Bertoli, prete (1650-1657); Carlo Lavelli, monaco (1657-1663); Orazio Terzi, monaco (1663-1667); Mauro Bodei, monaco (1667-1681); Cipriano di Parma, monaco (1681-1684); Alessandro Mellini, monaco (1684-1697); Angelo M. Zamboni, monaco (1697); Benedetto Locatelli, monaco (1697); Giorgio Rosa di Pontida, monaco (1697-1705); Carlo Geroldi, monaco, bergamasco (1706-1716); Giov. Andrea Astesati, monaco, professo di S. Sisto di Piacenza (1716-1 giugno 1719); Pietro Giuseppe Moreschi, monaco professo di S. Salvatore di Pavia (1719-1726); Francesco M. Gallina di Venezia, monaco di S. Eufemia (1726-1744); Lodovico Coffani di Medole, Decano di S. Benedetto di Mantova, già Curato di Maguzzano (1744-1751), passò curato di Bondanello sul mantovano; Mauro Agostino Paratico monaco professo di S. Eufemia (1751-1756); Angelo Bertanza, monaco (1756-1763); Mauro Agostino Paratico di nuovo (1763-1768) ultimo parroco monaco, rimosso per il Decreto veneto 7 settembre 1768; Angelo Bertanza di nuovo, eletto dall'Abate d. Pietro Faita, ma secolarizzato e nominato dal vescovo (7 febbraio 1770 - 5 aprile 1798); Alessandro Bennati di Brescia (1798-99); Francesco Ettori ex-Min. Osservante, Economo spirituale (1799-1801); Giorgio Pedretti, Economo spir. (1801-1802); Giovanni Paolo Giacomini di Muscoline (1812 - 4 settembre 1844 d'anni 96); Antonio Romano di S. Zeno Naviglio (30 aprile 1845, m. 10 febbraio 1863); Bartolomeo Castellini di Bogliaco (7 gennaio 1864, m. 1895); Pietro Piccinelli di Alone (20 marzo 1896, rin. 1911); Orazio Bresciani di Serle (29 gennaio 1912, m. 5 maggio 1956); Ilario Manfredini da Motta di Cavezzo (Mo) (8 dicembre 1956 - 24 settembre 1961); Giuseppe Garzoni da Calcinato (6 gennaio 1962 - rin. 9 gennaio 1968); Giulio Pini da Bassano Bresciano (1 dicembre 1968 - 1999).&lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
	  [[Categoria: Volumi_Enciclopedia_Bresciana]][[Categoria: Volume_16]][[Categoria: Lettera_S]][[Categoria: Volume_16 - Pagina_250]][[Categoria: Volume_16 - Lettera_S]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=SANT%27EUFEMIA_della_Fonte&amp;diff=105655</id>
		<title>SANT'EUFEMIA della Fonte</title>
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				<updated>2025-04-17T13:46:59Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''SANT'EUFEMIA della Fonte (in dial. Santafemia)'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Frazione della città di Brescia e comune autonomo fino al 1928, parrocchia dedicata a S. Maria ad Elisabetta è situata a 3,5 km. ad E della città, a m. 134 s.l.m. Ha un territorio di kmq. 10,5. Si trova ai piedi dei Ronchi e della Maddalena, agli inizi di una zona marmifera in cui predomina la &amp;quot;corna&amp;quot; e che si spinge in direzione E fino a Gavardo. Il territorio bagnato dal Naviglio Grande è noto da secoli per una sorgente di acqua purissima che dal 1862 diede il nome, anche per distinguerlo da altre località dedicate a S. Eufemia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
ABITANTI (Santeufemiesi, nomignolo &amp;quot;Laandér&amp;quot;): 350 nel 1493, 1038 nel 1566, 890 nel 1610, 1200 nel 1648, 1457 nel 1701, 1232 nel 1760, 1533 nel 1775, 1361 nel 1791, 1301 nel 1805, 1539 nel 1819, 1640 nel 1835, 1800 nel 1848, 2100 nel 1858, 2550 nel 1868, 2340 nel 1875, 1887 nel 1898 e nel 1908, 3150 nel 1913, 4500 nel 1926, 5030 nel 1930, 5500 nel 1936, 5000 nel 1949 e nel 1963, 4391 nel 1971, 4315 nel 1981, 3660 nel 1991, 3558 nel 1997. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alcuni studiosi propendono a far passare dove è l'attuale S. Eufemia una pista preistorica e poi cenomana divenuta poi una via militare, l'importante Via Emilia o Gallica, di grande rilievo per congiungere Brescia e Verona. L'importanza assunta dalla strada che fu poi chiamata regale, come anche la ricchezza di fattori naturali economici, fecero sì che la località fosse ampiamente conosciuta in tempi molto remoti. A parte i due nuclei preistorici venuti alla luce nel maggio 1994 a S della ferrovia Milano-Venezia, nella zona di San Polo (da sempre considerata legata a S. Eufemia) (v. San Polo) a O della frazione vennero rinvenuti nel 1851-1852, i resti di un insediamento preistorico e particolarmente un fondo di capanne, frammenti di ceramica e due punte di selce. E certo molto di più si potrebbe scoprire ai piedi della Maddalena e dei Ronchi. Ancor più di grande rilievo sono stati i ritrovamenti dì epoca romana. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel territorio di S. Eufemia infatti sono venute alla luce una trentina di are, di epigrafi ecc., una decina delle quali dedicate a Mercurio lungo la via cosiddetta regale, una a Ercole, una a Iside. La presenza delle molte dediche a Mercurio ha fatto pensare all'esistenza di un importante mercato al quale convergevano abitanti di Brescia, della Valsabbia e della Riviera del Garda. Sono state trovate inoltre strutture murarie di età romana e più precisamente i resti di una edicola (ipotizzata di oltre 8 metri di diametro) interpretata da Mirabella Roberti e da Garzetti come pertinente ad un santuario suburbano, dedicato a Mercurio da un romano di origine cenomana, primo figlio di Cariassi. Resti di un muro e di un fondo stradale databili in età romana furono scoperti nel 1945 assieme a due are votive dedicate a Mercurio. Di notevole interesse anche le tombe trovate sul territorio: una a cremazione scoperta nel 1834 lungo la &amp;quot;via regale&amp;quot; con olla vitrea, un anello d'oro con incastonata una corniola sulla quale è incisa una baccante; le altre, pure a cremazione, rinvenute nel 1934, con balsamari in vetro, lucerne, lucernette, due monete di Augusto, ecc. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lungo la linea ferroviaria Milano-Venezia, sempre in territorio di S. Eufemia, nel 1980 vennero scoperte tre sepolture tardo antiche o altomedievali. Il territorio dovette subire devastazioni e periodi di abbandono durante le invasioni barbariche dato che non vi sono stati trovati segni di presenza longobarda o di periodi seguenti. Nel frattempo era entrato a far parte del &amp;quot;territorium civitatis&amp;quot; che aveva come epicentro la pieve cattedrale. Gran parte del demanio pubblico passò al vescovo di Brescia, diventando luogo di caccia ai piedi del Monte Denno (cioè del &amp;quot;monte del signore&amp;quot;) poi diventato Monte Maddalena. Infatti la località venne chiamata cazia, caza o anche casa ferrea. In un documento del 961 figura infatti un teste Martino q. Roperti &amp;quot;de vico caza ferrea&amp;quot;. Come sottolinea A. Gnaga anche in altri documenti riguardanti il monastero si trova: in an. 1037 «terra monasteri S. Eufemie et fontana que nomenatur Casaferrea», an. 1038 «monasterio S. Euphenie V. sito latere monte q. Cazaferio dicitur», an. 1038 «monte Casofero e... locus Cazaferia». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questo nome non compare più nel 1085 «monasterio sce. Eufemie que est constructum iuxsta monte Dignum». Sempre secondo Gnaga &amp;quot;Casa ferrea&amp;quot; avrebbe indicato probabilmente la casa-bottega di un maniscalco o fabbro (ancora oggi detto in dialetto lombardo fèrè, frér) mentre più verosimilmente si riferiva a caccia a fiere dato che lupi e orsi proliferarono per secoli sulla Maddalena. Forse all'epoca delle ultime invasioni barbariche venne eretto un castello cui accenna da Piacenza Innocenzo II nel suo breve del 13 giugno 1132 assieme alla cappella di S. Maria. Nel sec. X il vescovo ebbe dai Franchi in donazione possedimenti a S. Eufemia oltre che a Bagnolo e Mompiano. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Territorio desolato dalle invasioni barbariche, abbandonato dalla popolazione, ridiventato luogo di paludi e di selve ma sempre polmone verde della città, diventò sede di un importante monastero. Infatti fra paludi e selve, chiamate &amp;quot;cacia foris&amp;quot; o &amp;quot;cazza foris&amp;quot; nel senso di luoghi di caccia, superate le ultime invasioni barbariche e le grandi paure dell'anno mille, nell'alveo della incipiente grande riforma della Chiesa e, al contempo, di una pressante ripresa economica e sociale, il vescovo Landolfo II fondava a S. Eufemia tra il 1008 e il 1030 (le date indicate sono 1020, 1022 ecc.) un monastero posto sotto la regola benedettina. Nella fondazione, favorita dal clima creato dalla politica di Enrico II, il santo imperatore, sostenuta altresì dal fratello del vescovo Landolfo, l'arcivescovo di Milano, di sostegno ai monasteri si è voluto vedere un contraltare creato dal fondatore al monastero di S. Faustino allora in grave decadenza. Per dotare il monastero di beni Landolfo compera nel 1019 beni in Botticino che dovrà poi più tardi difendere chiamando in causa il 3 agosto 1024 l'imperatore Enrico II in persona, avendo egli come consigliere l'abate vescovo S. Gottardo. Nel 1022 il vescovo Landolfo faceva trasportare da S. Fiorano sui Ronchi il corpo di S. Paterio, che venne sepolto nella cripta da poco costruita. Nella stessa cripta accanto a S. Paterio verrà sepolto il vescovo Landolfo sulla cui tomba verrà posta la seguente epigrafe: «Praesul Landolfus Pater Almus... / et Huius Chenobi / Cripta hic iacet exigua» e cioè «Il Vescovo Landolfo / Padre che ci nutrì e diè vita a questo cenobio / in questa umile cripta fu sepolto... il 26 aprile 1030». Dedicato come molti monasteri benedettini a S. Pietro verrà poi dedicato a S. Eufemia invocata contro gli assalti di orsi e lupi, frequenti allora sulla Maddalena. La festa più solenne venne fissata al 22 febbraio, dedicata alla Cattedrale di S. Pietro e ricordata nel Sacramentario della Basilica come Cattedra di S. Pietro apostolo unita a quella di S. Paterio vescovo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Morendo nel 1030 il vescovo Landolfo aveva già dotato il Monastero, di cui egli stesso era anche abate, di circa 700 jugeri di terra valutati oggi circa 1750 ettari, da lui comperati con 400 libbre d'argento, terreni giacenti specialmente nei territori di Botticino, Rezzato e contermini. Il monastero si rafforza poi sempre più nei territori vicini e cioè verso Castenedolo, spingendosi verso i laghi di Garda e d'Iseo, in Valtrompia e in Franciacorta (Nigoline, Ome, ecc.). Nel maggio 1038, grazie ad un atto di permuta con il vescovo Ulderico, S. Eufemia cede beni a Carcina, Villa, Semenzaria, Cogozzo e ne acquista a Gardone, Inzino e nella città stessa. Nel giugno seguente una nuova permuta di beni ha luogo fra l'abate Gisalberto e Otta, badessa di S. Giulia. Qualcuno attribuisce al monastero lo scavo del canale Naviglio; si pensa più realisticamente che i monaci lo migliorarono servendosene per più facili trasporti per via d'acqua. È così che il Monastero è, nel 1071, interessato anche al portizolo di S. Polo in prossimità delle sablonere. L'espansione economica continua lungo tutto il sec. XI e viene valutata a 17 kmq. la prima espansione territoriale del monastero comprendente S. Eufemia, Botticino, Rezzato, Virle, Mazzano, Castenedolo. Nel marzo 1085 le proprietà monasteriali si allargano a Toscolano e a Gardone Riviera, mentre compare fra esse una chiesa di S. Nicola costruita nel monastero stesso. Per la prima volta, nel 1102 compare nella storia del monastero l'ospizio e la chiesa di S. Giacomo di Castenedolo che nel 1120 sarà consacrata dal vescovo Villano. Del tutto fantastica la notizia raccolta anche da Carlo Cocchetti secondo la quale il monastero di S. Eufemia fu incendiato da Leutelmo (1109) e dieci anni dopo come quello di Leno, fu preso sotto la protezione della repubblica Bresciana, essendo consoli Ardiccio degli Aimoni e Sibello della Noce (1119).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sempre più evidente invece la protezione dei Sommi Pontefici. Di capitale importanza, infatti, è la bolla di papa Callisto II del 10 febbraio 1123 che, confermando al monastero il possesso dei beni acquisiti, lo prende sotto la protezione della S. Sede &amp;quot;assieme a tutti i beni che verranno in seguito&amp;quot;. Indipendenza e beni vengono poi confermati da una bolla firmata a Piacenza il 13 giugno 1132 da papa Innocenzo II. Lo stesso Papa, durante una sosta a Brescia, manda a S. Giacomo di Castenedolo il proprio legato, card. Anselmo, che concede per la festa del santo privilegi ed esenzioni che verranno poi confermati da Alessandro III nel 1170. Un nuovo privilegio viene concesso da Lucio II tra il 1144-1145 mentre Eugenio III, che verosimilmente visita anche il monastero, il 5 settembre 1148 da Leno conferma le proprietà del monastero su Caionvico, con terreni un tempo del monastero di S. Faustino. Nel 1166 sul monastero e sul borgo incombe la presenza e la minaccia del Barbarossa che stringe d'assedio Brescia. Ma l'ascesa in importanza del monastero prosegue con nuovi privilegi e conferme anche di decime da parte di Urbano III con bolla del 10 agosto 1186 da Verona che enumera beni monasteriali a Rezzato, Calcinato, Cazzago, Castenedolo, Folzano, Ome, Brescia e Chiusure, Iseo e il porto di Vello dove l'abate tiene una piccola flotta battente bandiera propria. Ma il monastero nel 1200 avrà proprietà anche in Valcamonica a Pontasio, Borno, Niardo, Losine, Ono S. Pietro, Paspardo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Molti di questi beni sembrano derivare da un'imponente eredità della famiglia Feroldi. Il monastero è inoltre sempre più presente, con una permuta di beni tra terreni di Pedergnaga con altri a S. Pietro in Mavino del 26 marzo 1196 sul lago di Garda. Ma, come hanno sottolineato G.C. Piovanelli e E. Puddu, paradossalmente proprio nel periodo di maggior espansione il monastero entra, come altri del resto, in una crescente crisi. Come rileva Edmondo Puddu: «Continua in parte l'espansione territoriale dell'abbazia, ma alla fine di quel periodo una crisi economica costringe i monaci a vendite e permute di beni per pagare i titolari di prebende (in genere chierici rampolli di nobili famiglie) e di uffici vari (probabilmente castaldi o fattori addetti all'amministrazione dei beni avuti in donazione sparsi per la diocesi)». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La vicinanza con Brescia e la posizione strategica delle strade principali fecero sì che S. Eufemia venisse coinvolta in momenti storici critici per il passaggio continuo di eserciti che andarono via via infittendo dal sec. XIII in poi nelle guerre fra i comuni di Verona e di Brescia e poi tra la Repubblica Veneta e il Ducato di Milano. Nel 1218, in particolare, vi avrebbe soggiornato Ezzelino da Romano. Nel frattempo l'interesse di grandi famiglie nobili (Ugoni, Confalonieri, Poncarali) e di famiglie della nuova borghesia manifatturiere (i Ganassoni, i Mazzola, i Vergine, ecc.) ridussero i beni del Monastero frenati soltanto ma non arrestati da interventi pontifici quali quelli di Gregorio IX del 1236 e di Innocenzo IV del 1251 mettendo in crisi il prestigio del monastero che con arbitrato del vescovo Berardo Maggi del 25 febbraio 1275 perse inoltre il vassallaggio su Rezzato. L'equiparazione nel 1309 della dignità dell'abate con quella dell'abate di S. Faustino non mette al riparo il monastero da nuove crisi, indotte anche da avvenimenti di più ampia portata, quali l'assedio nel 1311 a Brescia di Arrigo VII durante il quale combattimenti e saccheggi colpiscono il monastero e la zona. Tali fatti spinsero l'abate Inverardo Confalonieri, che pur si nominava anche conte di S. Eufemia e di Rezzato, ad acquistare nel 1231 per maggiore sicurezza la casa degli Umiliati dei S.S. Simone e Giuda nei pressi di porta Torlonga in città acquisita poi definitivamente nel 1381. Oramai il monastero è in piena decadenza, tanto che il vescovo Bernardo Tricarico si sente in dovere di minacciare di scomunica l'abate per vendite ingiustificate e arbitrarie lamentando per di più che l'abate stesso e i sei monaci del monastero non osservino le regole e non portino nemmeno il saio. I documenti riguardanti il monastero riguardano ormai solo affari economici e specialmente l'utilizzo delle acque della Seriola e del Naviglio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per le bocche di questi corsi d'acqua nel 1416 si ripetono contenziosi tra autorità, popolazione e monaci. Gli abati diventano commendatari mentre i provveditori veneti intervengono a reprimere scandali più o meno gravi. L'abate Gabriele Avogadro è, ad esempio, aperto sostenitore del pronipote Corradino Caprioli che dal 1437 al 1451 dilapida il monastero di Rodengo definitivamente della casa degli Umiliati. E ciò fino a quando il 30 maggio 1444 Eugenio IV autorizza la costruzione di un nuovo monastero &amp;quot;intra moenia&amp;quot;, mentre una bolla di Callisto III del 2 febbraio 1457 autorizza l'unione di S. Eufemia alla Congregazione Cassinese a S. Giustina di Padova, portando ad essa un patrimonio ancora imponente. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Infatti, dagli Annuali redatti dall'ab. Pietro Faita verso la metà del '700 risulta che nei sec. XV e XVI il monastero conservava rapporti di proprietà e diritti con il Comune di Brescia, con la &amp;quot;terra&amp;quot; di S. Eufemia extra, con Bogliaco, Buffalora, Caionvico, Calcinato, Castenedolo, Cigole, Cogozzo V.T., Flero, Folzano, Gardone Riviera, Gazzane, Gerola, Maderno, Mazzano, Nave, Nuvolento, Offlaga, Paderno, Passirano, Polaveno, Portese, Puegnago, Rezzato, Roncadelle, Rovato, Salò, San Felice, San Zeno, Toscolano, Virle, Volciano, ecc. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La fine del monastero di S. Eufemia avviene nel 1438, durante l'assedio a Brescia, quando la borgata S. Eufemia costituisce una testa di ponte nell'assedio posto dal Piccinino alla città. Egli, dopo aver reso inutile il tentativo delle autorità venete di presidiare, attraverso contadini che si erano rifugiati in città, il Naviglio, vi si trincerava cercando di stringere la città in un forte blocco così da prenderla per fame. Nella ripresa delle ostilità, nel luglio 1439 la borgata veniva occupata dai cittadini bresciani, per essere ripresa poi dai viscontei. Nell'aprile 1440 erano due donne a turno ogni giorno a far da vedetta nei pressi di S. Eufemia, per dare tempestivo allarme dell'arrivo delle truppe nemiche. Orfana del monastero la borgata dì S. Eufemia va costituendosi una sua fisionomia amministrativa ed ecclesiastica raccolta intorno alla chiesa parrocchiale mentre il monastero di S. Eufemia della Fonte diventa una grossa fattoria intorno alla quale la parrocchia e il comune si sviluppano ormai autonomamente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nella campagna militare del 1440 in luglio, S. Eufemia veniva di nuovo raggiunta dalle truppe milanesi. La vicinanza alla città mette il borgo, non più nemmeno protetto dal monastero, in balia di eserciti. È, per fare un solo esempio, a S. Eufemia della Fonte che il 16 febbraio 1512 Gastone di Foix concentra le sue truppe e, saccheggiate e incendiate le case, prepara il terribile &amp;quot;sacco di Brescia&amp;quot; del 19 seguente. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel giugno la borgata è ancora al centro di uno scontro fra gli eserciti veneto e francese. Il 19 novembre 1515 gli spagnoli comandati dall'Icardo e i fuorusciti bresciani ingaggiano a S. Eufemia uno scontro con i francesi nel quale si segnalò principalmente Annibale Lana. È ancora a S. Eufemia che il 5 dicembre 1515 si tiene sotto la presidenza del conte Vittore Martinengo il Consiglio provvisorio dei cittadini in esilio che non riesce però ad evitare, pochi giorni dopo, per la permanenza delle truppe venete di G.G. Trivulzio, scontri, saccheggi e incendi con le truppe nemiche tanto che, a distanza di decenni, in un atto del 29 gennaio 1552 si attesta che il monastero della terra di S. Eufemia &amp;quot;extra&amp;quot; è stato distrutto a beneficio del Serenissimo Dominio veneto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo decenni di tranquillità nel 1577 scoppia la peste detta di S. Carlo che imperversa nei mesi estivi per cessare in autunno avanzato, mietendo 27 vittime. Ma ancora una volta la vita del borgo riprende intensa tanto che nel 1590 si verificano 63 nascite. Nel giugno 1610 un violento nubifragio si abbatté su S. Eufemia, rovinando, come riferiscono i Bianchi nei Diari, moltissime case e terreni. Idilliaca o quasi è la descrizione di S. Eufemia che ne fa nel 1610 Giovanni da Lezze nel suo Catastico. Egli arriva a scrivere come «le persone vivono longamente in quella terra et fino 100 et più anni per essere l'aria salutifera». Vi registra la presenza di nobili bresciani quali i Martinengo, i Cesedi, i Fusari, i Parabeati, mentre tra i contadini &amp;quot;principali&amp;quot; sono elencati i Veronesi, i Geremia, i Mattanza «et altri, che per la maggior parte sono lavoranti di campagna, essendovi anco alcuni mercanti di ferrarezze et da biave&amp;quot;. «Il Comune era governato da due sindaci e da un consule et questi governano la terra et sono ballotati dalla vicinia, ed il Massaro scode et paga, né altri che il massaro hanno salario. Il Massaro a me fa l'effetto dell'Esattore, il Console ed i Sindaci mi fanno quello della Giunta, con questo di differente che nella nomina non ci entrava il Governo, che oggi si è riservata la nomina del Sindaco. I redditi del Comune non erano grande cosa. Si limitavano a 500 lire che si ricavavano da un prestino, da un'osteria e da alcuni boschi». I padri benedettini avevano, scrive sempre il da Lezze, «un bellissimo giardino circondato da muraglia, dal quale cavano perfettissimi frutti e di buona vernazza, senza contare due molini con le sue botteghe e bellissimi casamenti con peschiera ai piedi del monte (Maddalena)». Aggiunge inoltre che gli &amp;quot;illustrissimi signori&amp;quot; Antonio e Teofilo Martinengo vi hanno «molti luochi da piaceri et deliciosi» e, anch'essi, una peschiera. Pochi anni dopo queste testimonianze tornano momenti difficili anzi terribili. Il continuo passaggio di Lanzichenecchi nel 1628 e 1629 porta la peste che specie nel 1630 diventa distruggitrice mietendo in 12 mesi 92 vittime, un numero tale da non trovare posto nel cimitero e da costringere le autorità a seppellire i morti nel campo del &amp;quot;filio Forlano&amp;quot; ai limiti orientali del paese. Un episodio indica l'esasperazione della popolazione. Il 2 giugno 1630 alla notizia del sopraggiungere di truppe venete che una voce voleva che nel Veronese avessero emulato le imprese dei Lanzichenecchi gli abitanti, saliti sui tetti gli uomini, alle finestre le donne, con sassi tentarono di opporsi al loro passaggio, obbligando la autorità pubblica ad intervenire. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Scomparsa la peste la vita del borgo rifiorì. Nel giro di 18 anni la popolazione aumentò di circa trecento abitanti. Nel 1673 grazie ad un legato lasciato, con testamento del mercante Giacinto Moneghini/o, alla confraternita del S.S. Sacramento si viene formando un monte frumentario o monte di pietà a &amp;quot;servitio dei poveri della terra et territorio&amp;quot;. Scomparsa la peste la vita riprende poi tranquilla, grazie anche allo sviluppo oltre che agricolo, commerciale per merito della strada percorsa in continuità e al Naviglio che alimenta le rogge e fa muovere le ruote dei mulini e delle &amp;quot;raseghe&amp;quot; ed ha, a S. Eufemia, il terminale del trasporto di merci attraverso barconi e del legname fluitante che viene dalla Valsabbia. S. Eufemia diventa inoltre uno dei punti di partenza del servizio di scorta dei corrieri per Venezia e del servizio postale. Il borgo conosce nuovi momenti difficili nel 1701-1705 per la guerra di successione spagnola. Specie nel settembre 1701 e febbraio 1702 vengono denunciate violenze e ladrocini delle truppe tedesche. Ma si tratta di episodi momentanei. La fine del secolo vede un continuo passaggio di truppe napoleoniche e poi austro-russe mentre la Rivoluzione Giacobina del marzo 1797 viene avvertita particolarmente per lo scontro fra le truppe della stessa e quelle controrivoluzionarie provenienti dalla Riviera del Garda e dalla Valsabbia. Ma più a fondo colpisce l'incameramento, il 2 novembre 1797, delle proprietà del Monastero e di S. Giacomo, che passano all'Ospedale Maggiore. Certo un avvenimento difficile da dimenticare è l'arrivo il 7 aprile 1801 dei deportati in Ungheria da parte degli austro-russi. Dura pochi anni la soppressione dell'autonomia comunale avvenuta nel 1810 e restituita il 1° maggio 1816. Il dominio austriaco non fu nefasto quanto lo si è voluto dipingere. Già nel 1816 vengono infatti organizzate scuole comunali in paese e a S. Polo. Vengono inoltre costruite strade, nel 1838 adottata l'illuminazione a gas. Vengono inoltre istituite le condotte mediche, imposta l'obbligatorietà delle vaccinazioni e la salvaguardia delle acque di superficie e di falde. In sviluppo anche l'assistenza ai poveri con la costituzione il 4 maggio 1846 della Congregazione di carità diventata ente morale nel 1858. Il progresso è indicato del resto anche dall'aumento di popolazione che passa da 1536 abitanti nel 1816 a 2069 nel 1860. Non mancano d'altro canto gravi e improvvise calamità come quella del colera del 1836 e del 1855 che miete un centinaio di vittime, i gravissimi allagamenti provocati da alluvioni accadute in Val Carobbio e dalla tracimazione del Naviglio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tali avvenimenti si ripetono di frequente: l'11 giugno 1863 e più tardi, il 10 novembre 1880 e compiono ingenti danni. La borgata è nel 1848 fra le prime del Bresciano ad avvertire i segni della nuova Rivoluzione. Nel marzo infatti il maresciallo Radetzky vi confinò, nel timore che fraternizzassero con gli insorti, i reparti dei granatieri italiani arruolati nell'esercito austriaco. Partiti al seguito del vicerè per Verona i contadini di S. Eufemia partecipavano a Rezzato alla cattura di un convoglio di munizioni dell'esercito austriaco. Più esaltanti e gravi assieme furono gli avvenimenti che accompagnarono le Dieci Giornate di Brescia dell'anno seguente. Nel 1849 Tito Speri con i suoi uomini aggrediva un convoglio di austriaci e disarmava decine di uomini armati. Al sopraggiungere il 26 marzo di mille austriaci al comando del gen. Nugent vennero bloccati per ore dagli insorti bresciani al comando di don Boifava e di Tito Speri che si ritirarono poi alla porta di Torrelunga. Il 28 marzo attirati da un'abile mossa del gen. Nugent, giunsero fino a S. Eufemia, dove gli insorti furono presi da due fuochi, ingaggiando uno scontro vivacissimo nel quale i bresciani perdettero tra morti, feriti e prigionieri circa 100 uomini mentre gli austriaci ne perdettero il doppio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lo Speri si salvò gettando svanziche agli inseguitori. A ricordo di alcuni caduti l'8 aprile 1877 venne posta la seguente epigrafe: «IL MUNICIPIO / SCRIVE IN MARMO I NOMI GLORIOSI / DI ANTONIO CORSETTI - NULLO CESARE / LOVATINI TEMISTOCLE - BISEO PIETRO / MONEGHINI PIETRO - MARTINELLI LUIGI / PONTOLTI GIUSEPPE - TAGLIANI PIETRO / CHE PRIMI QUI PRESSO / NEL XXVIII MARZO MDCCCXLIX / DONARONO ALLA PATRIA LA VITA / PERCHÈ DURI NEI POSTERI LA LORO MEMORIA / E LA RICONOSCENZA ALLO SMISURATO VALORE / E MAGNANIMO SACRIFIZIO / S. EUFEMIA   VIII APRILE MDCCCLXXVII». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nei giorni seguenti S. Eufemia divenne come per il passato un caposaldo per la riconquista da parte degli austriaci della città, occupata come fu dal 29 marzo da crescenti truppe provenienti da Verona e registrando il 31 marzo il passaggio dello stesso gen. Haynau. Questi episodi delle Dieci giornate verranno, dopo l'Unità d'Italia, a lungo solennizzate a S. Eufemia con una festa commemorativa e discorsi dei massimi esponenti della politica bresciana (on. Zanardelli, on. Da Como) oltre che di altre personalità, con gare di tiro, ciclistiche, ecc. Il 14 giugno 1859 S. Eufemia rivedeva vittoriosi il gen. Garibaldi con i suoi volontari che vi pernottò dormendo su un banco di lavoro nella casa del falegname Noventa come ricorda una lapide posta il 20 settembre 1899 su casa Speziali, nella quale si legge: «Giuseppe Garibaldi - dopo le vittorie di Varese e San Fermo - da Brescia proseguendo la sua marcia gloriosa - riposava - al piano terreno di questa casa - su nudo banco di falegname - la notte dal 14 al 15 giugno - 1859 - precedente l'alba - dell'eroico scontro a Virle Treponti. 20 settembre 1899» (singolare la vicenda del bancone-letto che donato poi al Museo del Risorgimento, e secondo altri custodito fino al 1921 nel circolo Mazzini di Brescia, scomparve. Più tardi alcuni imbroglioni cercarono di contraffarlo venendo però scoperti). Comandato il mattino del 15 giugno da un dispaccio del re di avanzare su Lonato per unirsi alle truppe del Sambuy il generale lasciò S. Eufemia. Mentre le sue truppe si scontravano duramente a Treponti egli ricevette dal re l'ordine di ritirarsi a S. Eufemia. Nel 1862 (Regio Decreto 7 settembre) il Consiglio comunale (era sindaco Vincenzo Bontempi) deliberava di aggiungere la denominazione &amp;quot;della Fonte&amp;quot; al nome del paese, per distinguerlo da altri nove esistenti in Italia. Passaggi continui di truppe si verificarono nel 1866; ma di rilievo è il fatto che dopo la sconfitta di Custoza, Garibaldi individuò S. Eufemia come ultima difesa di Brescia facendo edificare sulla collina sovrastante l'abitato un piccolo forte, sui ruderi del quale il 28 luglio 1907 venne posta una lapide con l'epigrafe «QUI / NEL 1866 / DOPO LA FATAL GIORNATA DI CUSTOZA / PER PROTEGGERE L'EROICA BRESCIA / FU COSTRUITO IL FORTE / CHE / DI GIUSEPPE GARIBALDI / PRESE IL NOME GLORIOSO / MUNICIPIO E CITTADINI VOLLERO / NEL CENTENARIO DELLA NASCITA DEL GRANDE / QUESTO RICORDO / S. EUFEMIA, LUGLIO 1907». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I primi decenni dell'Unità d'Italia non furono esaltanti. Pochissimi i votanti nelle elezioni politiche del 25 marzo 1860 e scarsa la partecipazione alla vita politica e amministrativa mentre dovevano essere affrontati con urgenza i gravi problemi imposti da una dilagante povertà solo in parte arginata attraverso la Congregazione di carità e alcune iniziative come la &amp;quot;Locanda sanitaria&amp;quot; fondata nel 1901 e i bagni per i pellagrosi, attuate dal dott. Arnaldo Maraglio. Di particolare utilità l'apertura nel 1863 della Farmacia Romelli poi dal 1873 Pasini. Il 9 agosto 1875 il Consiglio Provinciale bocciava la proposta di aggregazione del comune di Caionvico a quello di S. Eufemia. Il 18 settembre 1887 veniva messo in attività il tram a cavalli da Brescia. Un crescente risveglio sociale e culturale si verifica negli anni '80 quando nasce (nel 1884) la Società di Tiro a segno locale con poligono in Val Carobbio e i cui soci mieterono buoni successi specialmente da parte di Candido Rapuzzi, Faustino Capretti, ecc. Attiva è presto l'associazione &amp;quot;Vis et Patria&amp;quot; che promuove tra l'altro uno dei primi club ciclistici che nel luglio 1902 è presente in corse importanti come la Milano-Riva e che il 28 luglio 1907 inaugurerà il proprio labaro. La solidarietà fra le forze sociali crea nel 1884 la Società di Mutuo Soccorso che nel giro di vent'anni raccoglierà 140 soci ma che incontrerà gravi difficoltà nel 1908-1909. Nel 1886 l'Amministrazione comunale incominciò a pensare ad un asilo di infanzia, che aprì i suoi battenti il 2 gennaio 1888 con 85 bambini. Ristrutturato nel 1888-1890 il fabbricato su progetto dell'arch. Arcioni l'asilo ebbe il primo statuto e il regolamento interno nel 1890, la costituzione in ente morale nel 1893. Lo stesso sarà avvantaggiato nel 1924 dal lascito di Giovanni Sega al quale verrà intitolato, e verrà sistemato in un nuovo fabbricato nel 1937-38.. Fra i problemi più seguiti vi furono quelli dell'istruzione scolastica presente al centro attraverso sei classi, collocate in locali della fabbrica e a S. Polo. Più tardi si aggiunsero una scuola serale e una scuola di disegno. La pressione su S. Eufemia di popolazioni di Caionvico e dell'ex comune di S. Alessandro, soppresso nel 1880, indussero agli inizi degli anni '80 alla costruzione di un nuovo edificio scolastico. Nel 1900 veniva installata una classe promiscua a Buffalora che contò subito ben 88 alunni. Nel 1913 le classi salivano nel comune a nove (sette al centro e due sulle frazioni).Il palazzo ex Ganassoni/Noventa/Martinengo, ora centro diurno anziani &amp;quot;Don Franco Benedini&amp;quot; di via Indipendenza 29, acquistato per accogliere in un unico edificio le classi elementari del paese, per esigenze economiche divenne l'ultima sede Municipale di S.Eufemia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Agli inizi del '900 per iniziativa del prof. Staglieno Zaccarelli veniva istituita una scuola professionale di disegno tecnico cui si affiancarono corsi di ornato e di disegno libero. Fortuna di S. Eufemia fu la presenza di ottimi insegnanti come il maestro Giacomo Ontini, le maestre Angela Arici (medaglia d'argento dell'Ateneo di Brescia nel 1862), Matilde Prati, la maestra d'asilo Emilia Bazoli e ultimo nel tempo ma di indelebile memoria il prof. Vittorino Chizzolini. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L'evolversi della vita amministrativa venne per decenni dominato da liberali prima e moderati poi, zanardelliani e particolarmente da Ugo Da Como mentre sul piano locale conta particolarmente il dott. Arnaldo Maraglio. Agli inizi del '900 tuttavia si affacciano sulla soglia della politica socialisti e cattolici, più attenti alle istanze sociali di una borgata in via di industrializzazione. L'Unione Cattolica del lavoro porta alla ribalta per la prima volta il 7 ottobre 1902 le filatrici della ditta Pirovani. Favorisce lo sviluppo, agli inizi del secolo, la rete elettrica realizzata dalla ditta Porta e C. che nel 1905 raggiunge anche S. Polo e il tram a vapore Brescia-Gargnano e Brescia-Vestone mentre alle Bettole viene aperto uno scalo della Brescia-Mantova-Ostiglia. Si registrano anche più diffusi interessi culturali nuovi con un'attiva Società Filodrammatica che nel febbraio 1907 inaugura un proprio teatro. L'assistenza ai poveri registra dal 1908 il &amp;quot;Natale del povero&amp;quot;, le cucine economiche. La I guerra mondiale vede una mobilitazione anche nell'assistenza alle famiglie dei richiamati e a quelle particolarmente povere. A ricordo dei caduti verranno inaugurati il 6 luglio 1924 il Monumento ai Caduti, opera dello scultore Magni, e il Parco della Rimembranza. Lo schieramento politico vede nel dopoguerra in prima fila socialisti e cattolici. Questi ultimi nell'aprile 1919 si organizzano nel P.P.I. Nel campo sindacale le più attive sono le filatrici che nel 1919 e 1920 organizzano insistenti agitazioni sindacali mentre il grave problema delle abitazioni viene affrontato, il 13 maggio 1921, con l'istituzione di una sezione della Federazione nazionale inquilini. Il clima politico va cambiando dal 1922 quando fa la sua comparsa il fascismo che ingaggia subito una serrata lotta, specie con i socialisti. Più o meno accesi scontri con bastonate, olio di ricino e anche colpi di rivoltella per fortuna andati a vuoto si verificano nel settembre e dicembre 1922. I tristi fatti si rinnovano il 6 gennaio 1923. Il 13 di tale mese una squadra d'azione fascista invade la casa di tale Luigi Saiani per impadronirsi del busto di Carlo Marx. Il 1° novembre 1923 una ventina di fascisti occupa il Circolo socialista. Intanto alle esigenze igieniche si provvede con l'acquedotto il cui progetto viene presentato dall'ing. Gino Rizzoli di Gallarate mentre viene affrontato il problema delle fognature, su progetto del geom. Rossetti, dell'imbrigliatura del torrente Carrobbio, che sarà però insufficiente a fermare nuove alluvioni come quella grave del 1936.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un nuovo clima segnala nel 1923 la consegna della bandiera della scuola e la consegna del Crocifisso. Il 23 ottobre 1925 vengono benedetti il Cimitero ampliato e la cappella eretta dal Comune. Continua ad avere importanza il Poligono dove nel 1922-1923 si prova la Mitragliatrice Brixia. Per l'assistenza ai più poveri si pensa ad un Ricovero per anziani, mentre progredisce anche l'associazionismo da quello combattentistico (che vede nascere la Sezione combattenti, della quale viene benedetta la bandiera nel luglio 1924) a quello sportivo nel quale predomina l'Unione Sportiva, figliazione del &amp;quot;Club Vis et Patria&amp;quot; e fondata sotto la presidenza del dott. Lucio Callegari nel marzo 1924. Nel 1928 il Comune, che ha un'estensione di kmq. 10,29 e 1.092,15 ettari, viene fagocitato dal Comune di Brescia la cui amministrazione provvede presto a miglioramenti di rilievo come l'allargamento e la sistemazione nel 1930 del tronco stradale Brescia-S. Eufemia, la deviazione nel 1934 della statale n. 11 in corrispondenza dell'abitato con la costruzione a S dello stesso di una nuova strada lunga 1300 m., l'elettrificazione del tram che verrà sostituito nel 1952 dalla filovia. Nel 1932 vengono, con demolizioni di case a E dell'abitato, risanate le fonti che tuttavia si esauriranno nel 1963. Nel 1938 viene costruito per larga elargizione di Giovanni Sega e su progetto dell'ing. Giuseppe Cacciatore il nuovo asilo. Nello stesso anno viene sistemata e bitumata la vecchia traversa della frazione. Gli anni Trenta vedono il completamento di opere pubbliche, l'arrivo del gas nelle case e nelle industrie, ed il prolungamento del tram cittadino della linea n. 7 fino alla fine del paese, nell'attuale piazzetta Garibaldi. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lavori di regimazione delle acque sono invece ancora frustrati e tali lavori non eseguiti danno luogo ad esondazioni del Naviglio e ad alluvioni fra le quali, particolarmente pesanti, quelle del maggio 1930 e dell'agosto 1934. Fra gli avvenimenti che accompagnarono la seconda guerra mondiale suscitò viva impressione la caduta il 17 agosto 1943 sulle prime pendici della Maddalena di una fortezza volante (B17 dell'VIII USAAF) di ritorno da un bombardamento sulla Germania senza tuttavia che vi fossero vittime. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I giorni della liberazione vedono in viale Bornata all'imbocco dell'abitato di S. Eufemia un sanguinoso scontro avvenuto dalle ore 2 alle 4 del 27 aprile, tra una autocolonna di soldati tedeschi e due carri armati americani che probabilmente per un errore provocato dal buio hanno già sparato su un gruppo di patrioti di S. Eufemia uccidendone quattro. Nello scontro cadono una quarantina di tedeschi e due americani. Mentre gli americani vengono raccolti dai loro commilitoni, i tedeschi lo sono da un gruppo di giovani diretti da Giuseppe Rapuzzi che darà loro degna sepoltura. Le giornate della Liberazione vedono protagonista Tito (Luigi Guitti) e finiscono in una inumana carneficina. Il 10 maggio 1945, infatti, alcuni componenti della 122ª Brigata Garibaldi fucilano 33 persone tra ufficiali della X Mas, funzionari della RSI e civili prelevati a Lumezzane, seppellendone i corpi al Ghiacciarolo di Botticino. Particolarmente intensa è la lotta politica negli anni seguenti, specie fra socialcomunisti e democristiani sostenuti, questi, da un attivo circolo ACLI che tra le sue attività vanta tra l'altro anche un Gruppo escursionistico di notevole prestigio. Più contenuto lo sviluppo edilizio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Negli anni '50- '60 vengono avviati nella zona a N della borgata nuovi insediamenti continuati con i Villaggi Marcolini e Carloni ma tale espansione si fermò agli inizi degli anni '70, mentre le attività produttive, fatta eccezione della cava e fabbrica di calce viva S. Orsola, rimangono sul viale S. Eufemia. Nel 1974 veniva avviata la costruzione della strada detta del Carso di S. Eufemia che raggiunse via Trinale. Dal 1970 (ed ufficialmente costituito nel 1977) opera attivamente per particolare iniziativa di Rolando Bennati, che ne fu anche il primo presidente, il gruppo antincendio &amp;quot;Val Carobbio&amp;quot; il quale, oltre che a spegnere numerosi incendi specie sulle pendici del monte Maddalena, allargò sempre più la sua attività alla protezione civile, alla pulizia dei torrenti. Ad esso si è aggiunto il gruppo &amp;quot;Sella&amp;quot;. Tra gli altri gruppi si distinguono quello degli alpini che dal 1966 con il gruppo escursionisti delle ACLI organizza la Settimana della montagna. Lo sport ha espresso nel 1976 una attiva Associazione sportiva calcio presente nel campionato provinciale di Terza Categoria. Nel 1995 è stata realizzata per gli scalatori una palestra d'arrampicata artificiale (v. Roc Palace). Non mancano episodi di attiva partecipazione alla vita civile come dimostra il referendum del 27 giugno 1977 che respinge a grande maggioranza (789 contro 38) la municipalizzazione della scuola materna. Danni ingenti per miliardi di lire provocò il 6 agosto 1982 tra le ore 6 e le 7 un'alluvione. Una nuova minaccia di allagamento incomberà nel giugno 1993. Nell'aprile 1983 viene inaugurata in via Indipendenza la sede dell'Associazione ex Combattenti. Nello stesso anno nasce il Gruppo Scout. Molte discussioni e manifestazioni sono state spese circa il recupero del complesso dell'antico monastero (ostello della gioventù, spazi per convegni, centro culturale, fino alla malaugurata destinazione a Museo della Mille Miglia). Le vecchie scuole sono state invece destinate nel 1998 a centro diurno per anziani. Nel cimitero di S. Eufemia è prevista la realizzazione di un forno crematorio da parte del Comune di Brescia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A S. Eufemia nacquero i due fratelli noti incisori Faustino (+ 1847) e Pietro (+ 1849) Anderloni. Nel monastero di S. Eufemia entrò come postulante nel 1508 il poeta Teofilo Folengo (v.) e vi soggiornò spesso. Secondo il Faino a S. Eufemia vi avrebbero abitato i SS. Faustino e Giovita ai quali egli dà il cognome Prignacchi quando i cognomi non esistevano per niente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L'ECONOMIA fu per lunghi secoli eminentemente agricola, specialmente indirizzata alla produzione dei cereali e ad una parziale coltivazione della vite arricchitasi poi con l'allevamento del baco da seta. Frutta e verdura sono stati, da secoli, i prodotti locali. Il Da Lezze nel Catastico del 1610 registrava anche che vi si cavava &amp;quot;quantità di olive&amp;quot; e &amp;quot;monti&amp;quot; delle legne, del fiume &amp;quot;et anco in alcuni luochi di buon vino&amp;quot;. Lo stesso segnalava la presenza di due mulini di due ruote l'uno «con le sue rasseghe» di proprietà del Monastero e due altri mulini &amp;quot;da quali si cava buona entrata... posti sopra l'acqua del Naviglio...&amp;quot;. Scavi di pietre, appendice delle grandi cave di Botticino, non mancarono nei secoli più lontani. Nel sec. XV si registrano esportazioni nel Bergamasco e altrove. Caratteristica a S. Eufemia e ad altri paesi (Botticino, Paitone, ecc.) fu da lungo tempo la produzione della spolverina o polvere ricavata da cave di dolomia che veniva comunemente utilizzata per pulire utensili da cucina. Mai sfruttate invece per fare colori le argille che riempiono le fessure delle dolomie liassiche. Folta la presenza di lavandai e lavandaie a servizio di moltissime abitazioni della città. Per alleviare il loro lavoro ma anche per non creare nuove difficoltà economiche nel dicembre 1885 in casa Guillaume veniva impiantata dall'ing. Enrico Pandiani una delle prime lavanderie a vapore della ditta Davey Paxman e Comp. di Colchester (Inghilterra). Nel tempo l'abbondanza delle acque favorì un sempre crescente sviluppo di realtà produttive. Agli inizi dell'800 esisteva verso Rezzato una rinomata fonderia di cannoni, mentre via via vennero avviate una cereria e seghe idrauliche per la lavorazione del legno. La prima fabbrica di notevoli dimensioni fu il Cotonificio Ercole e Giuseppe Lualdi, fondato nel 1857 cui si aggiunsero in pochi anni un opificio per la lavorazione della seta e un altro per la fabbrica dell'amido. Attivo il Mulino Frick che nel 1900 passava a Hefti e Benigher che lo tennero fino al 1923. Nel 1862 nasceva il Pastificio Cesare Rapuzzi uno dei più importanti nel Bresciano. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Come sottolinea Piercarlo Morandi, un vero salto di qualità l'economia del paese lo compie avvicinandosi il nuovo secolo. Nel 1882, per iniziativa dell'industriale monzese Brambilla, si installa in via Reale un importante setificio che contò fino a 82 operaie (gestito alla sua morte dalla vedova Virginia Pirovano). Nel 1892 si installò il grosso cotonificio di Giulio Schiannini con 400 addetti. Attiva la filanda Kramer Enrico e C. con 60 bacinelle. Reperto di archeologia industriale un soffocatoio per bozzoli. Tra le altre varie attività da tempo funzionava una fabbrica di liquori e specialmente di anesone. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Da sempre presente l'attività commerciale ebbe un'impennata nell'80 registrando un continuo sviluppo. Da un censimento del 1913 risultavano presenti: 7 falegnami, 7 commercianti di legna al minuto, 11 verdurai, 5 spacci di vino e liquori, ben 29 osterie in riva al Naviglio, alle quali se ne aggiungevano 7 a Buffalora e 7 a San Polo. Di birrerie ce n'era una sola e inoltre 4 mercerie, 3 telerie, 5 merciai ambulanti, ecc. Il commercio del latte contava ben 16 ambulanti, che ogni mattina sciamavano dalle cascine fino a Brescia a portare il prodotto &amp;quot;sciolto&amp;quot;. In sviluppo anche l'artigianato: lungo corso Umberto (ora Indipendenza) e nelle vie confluenti come registra Morandi, erano allineate ben 63 attività «fra gli opifici e le attività industriali rilevate nel censimento, accanto ai già citati vi erano una fabbrica di liquori, una di cera, una fornace di mattoni in via Umberto I, una piccola fabbrica di sapone a San Polo, una cartiera in località Case, alcune cave di ghiaia, una di pietra e alcuni mulini ad una ruota (palmento) a Chiodarolo. Lungo il Naviglio, in paese v'erano due seghe idrauliche per la lavorazione del legname, più un mulino con quattro palmenti. Nel territorio vi erano altresì tre mulini da grano con due palmenti». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Sant'Eufemia della Fonte vi era già il calzaturificio artigianale Peroni che lavorava per l'esercito. Nel 1915 se ne aggiunse un altro, cioè il calzaturificio Brixia fondato da Angelo Alberti e presto in prima linea nella produzione di calzature sportive. Intensa l'industrializzazione della zona negli ultimi decenni con imprese come la OMAP, la G.O.G. (1977) ecc. Tra le ultime iniziative fu nel 1991 l'avvio tra il cimitero di S. Eufemia e quello di S. Francesco di Paola, su iniziativa del Consorzio S. Eufemia, presieduto da Augusto Corsini, di un nuovo polo artigianale estendentesi su 20 mila mq. Per lunghi decenni unica banca del quartiere fu la filiale del CAB, inaugurata in via Indipendenza nel 1930, e ricostruita a poca distanza nel 1981.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
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 &lt;br /&gt;
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ECCLESIASTICAMENTE è certo che il territorio appartenne alla pieve della Cattedrale (tanto che ancora nel sec. XVI riceveva gli oli santi dalla Cattedrale) e ciò fino a quando venne fondato il monastero che amministrò anche pastoralmente il territorio. La più antica notizia avverte che dall'abate Giovanni (1090-1106) venne eretta &amp;quot;in una torre (probabilmente un terrapieno) contigua al monastero) la chiesa a S. Maria ad Elisabetta che divenne la parrocchiale. Una notizia avverte: «Anno 1175. Atti della causa tra il Monastero di Santa Eufemia e la cattedrale di Brescia, circa la giurisdizione sulla chiesa di Santa Maria ad Elisabetta cappella dei Monaci, posta nella terra di Santa Eufemia; dai quali risulta che la predetta chiesa è stata fondata, fabbricata e dotata dagli Abati del Monastero, con nomine e destinazioni, a beneplacito, di presbiteri e chierici, per l'esercizio delle funzioni parrocchiali, e che i cappellani ivi nominati mai hanno avuto alcuna dipendenza dai canonici della cattedrale di Brescia, se non quella per l'esazione delle decime». Nel 1300 un benedettino donava una reliquia della S. Croce che continua ancor oggi ad essere al centro della più viva devozione. Specie dal sec. XV si moltiplicano i legati e le cappellanie. Il 22 giugno 1462 veniva sancita l'unione fra il monastero di S. Eufemia e la nuova parrocchia di S. Maria ad Elisabetta. Nel 1508 è già costituita la Scuola del SS. Sacramento che meriterà lodi nelle visite pastorali. Essa verrà favorita di lasciti e avrà il privilegio di custodire la preziosa reliquia della S. Croce. Oltre alla Confraternita del S. Rosario vi esistette la Confraternita di S. Rocco. Come ricorda un documento: «La chiesa fu unita con tutti li suoi beni al Monistero, l'anno 1544 con Bolla Pontificia, e con Ducale di possesso l'anno 1554: prima dell'unione essercitavasi in quella la Cura da un Prete investito dal Monistero, a risserva di pochi anni prima dell'unione, che era Monaco, e si facevano le visite pieno iure dagli Abati» per cui gli abati mettevano a guida della parrocchia o preti o monaci &amp;quot;amovibili ad nutum&amp;quot; supplendo ad ogni spesa del loro mantenimento. Luci e ombre rivela invece la vita parrocchiale verso la seconda metà del cinquecento. La visita del vescovo Bollani (28 maggio 1566) registra in pieno disfacimento la chiesa del Monastero dedicata a S. Paterio ridotta a cantina e a magazzino e della quale il vescovo chiede conto al curato convocandolo immediatamente in curia. Ma la chiesa parrocchiale che è già consacrata era in buono stato e anche ben tenuta compresa la cappellania di S. Caterina e la &amp;quot;schola&amp;quot; del Corpus Domini. Presenti i sacerdoti in cura d'anime. Non del tutto lodevoli le condizioni morali per la presenza di concubini e inconfessi. Il visitatore a nome di S. Carlo B. nel 1580 ordina la costruzione di una cappella per ospitare il fonte battesimale, l'assunzione dato il numero degli abitanti, di un coadiutore che deve essere mantenuto dalla cappellania di S. Caterina. Nel 1601 il vescovo Giorgi ordina lavori di consolidamento e ampliamento della chiesa, ribadisce la necessità di un coadiutore, l'urgenza della costruzione di una cappella-battistero e ingiunge che venga allungata la veste &amp;quot;per maggiore pudicizia&amp;quot; al S. Cristoforo dipinto all'esterno della parrocchia di forme tardo trecentesche. Negli anni che seguono viene edificata in centro al paese la chiesa di S. Giacinto, ed istituita la Confraternita del Rosario. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Da Lezze nel suo Catastico del 1610 rileva come: «La chiesa di S. Maria Helisabeth parochiale governata ed officiata dalli reverendi padri di S. Euffemia con bonissima entrada che cavano da 300 piò di terra (sono questi i primi riferimenti che disponiamo sulla situazione patrimoniale della parrocchia) in circa li quali hanno un bellissimo giardino circondato da una muraglia dal quale cavano perfettissimmi frutta e di buona vernazza». Durante il sec. XVII salvo i terribili tempi della peste cosiddetta manzoniana (1630) gli unici disguidi denunciati nella visita pastorale del 1648 sono che a S. Maria si celebrasse una sola messa grazie ai lasciti Della Porta e Zola mentre i suoi quattro coadiutori celebravano anche la domenica nelle dislocate chiese del territorio (5. Giacinto, Case, S. Polo). Salvo questa lamentela il vescovo non può non constatare un lodevole comportamento del clero, una corretta gestione delle Confraternite, salvo quella dei Disciplini che tendevano a consumare le elemosine in pranzi e altre cose. Una novità si profila nel 1658 quando opere compiute nella chiesa (fabbrica di volte e cappelle) con l'intervento dai parrocchiani continuato anche in seguito, si persuasero che la chiesa &amp;quot;fosse loro propria&amp;quot; e ciò fino al 1750 quando con &amp;quot;atti di lite e scritture&amp;quot; dovettero persuadersi del contrario. Salvo qualche rimarco (tra cui quello del vescovo Marino Giovanni Giorgi che in visita l'8 settembre 1673 sollecita interventi di restauro alle strutture della chiesa della parrocchia), i vescovi visitatori non possono, come mons. Bartolomeo Gradenigo, non constatare un soddisfacente stato della parrocchia e dei luoghi di culto, per cui non può che limitarsi ad una serie di prescrizioni riguardanti gli arredi, il decoro della parrocchiale e delle chiese sussidiarie. Nonostante la denuncia di una certa anarchia da parte di più di una decina di sacerdoti, che celebrano ovunque senza un coordinante personale, la vita religiosa si mantiene viva e sentita come dimostra l'episodio del 1684 che vede gli abitanti di S. Eufemia assieme a quelli di paesi circostanti in seguito a diverse disgrazie e infortuni ottenere il 24 marzo del citato anno uno speciale breve di Innocenzo III recante la remissione di ogni colpa, una benedizione particolare e l'indulgenza plenaria. Di rilievo la devozione alle reliquie per le quali nel 1673 viene ordinata una nicchia. La chiesa inoltre si arricchiva di nuovi legati e nel 1716 di una nuova cappellania istituita dai Rovetta che diventerà poi nel 1860 oggetto di contesa fra il Comune e la parrocchia. Tale vitalità è ancora rimarcata negli ultimi decenni del secolo dei lumi, il '700, come conferma la relazione del curato don Giuseppe nella sua relazione stesa in occasione della visita pastorale del vescovo Nani del maggio 1781 nella quale la comunità viene presentata come una viva «oasi» di cristiana pietà, di fervore di fede testimoniato dai numerosi oratori pubblici e privati (ben 5), dall'attivismo spirituale e non delle confraternite, dall'assenza di inconfessi e di casi di eresia, malefici ed usurai. Sul piano morale la famiglia, secondo la descrizione del parroco, è la sacra custode dei valori cristiani, e naturalmente non vi sono &amp;quot;coniugi non cohabitanti&amp;quot; ed il numeroso clero (12 religiosi, 1 diacono, 1 chierico), &amp;quot;di buonissimi costumi&amp;quot;, vigila sulla comunità, che è pure assidua alla dottrina cristiana, ma non altrettanto attenta ai bisogni della chiesa parrocchiale. Infatti (unico neo del perfetto ritratto), la comunità è sorda ai richiami del curato perché contribuisca alle spese per la sostituzione della campana rotta da un anno, (per la qual cosa, riferisce il Moreschi al vescovo, «perciò poco si distinguono li segni delle feste...»), e perché provveda alla sostituzione della coperta del battistero «tutta lacera e senza potersi chiudere, a benché habbia fatto le mie parti con la Comunità», come osserva amareggiato a chiusa della sua relazione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Improvvisamente anche su S. Eufemia si abbatté la tempesta della rivoluzione bresciana del 1797 e dei tempi napoleonici. Il 2 novembre 1797 i beni del monastero venivano incamerati, come già s'è detto, e passati all'Ospedale maggiore di Brescia e i curati e poi parroci da esso stipendiati. Dal canto loro i rivoluzionari del luogo a nome del popolo alla morte, nell'aprile 1798, del curato don Angelo Bertanza, avvalendosi delle nuove leggi eleggono un ex carmelitano Alessandro Bennati il quale al sopraggiungere nel 1799 delle truppe austro russe rinuncia e viene sostituito dal vescovo con don Pedretti, ritornando però alla partenza degli austro-russi e provocando una spaccatura nella popolazione fra sostenitori suoi in maggior parte in buona fede credendolo legittimamente al suo posto, e avversari che lo vogliono via. Sospeso a divinis egli si arrende mentre il clima rimasto molto acceso consiglia il vescovo a nominare un terzo nella persona di don Giovanni Giacomini che reggerà la parrocchia fino alla morte avvenuta nel 1844. Avvenimenti del genere non scalfiscono di molto la religiosità della popolazione. Infatti quando il vescovo Nava visita l'11-13 maggio 1817 la parrocchia non può non constatare un rinnovato fervore religioso che si esprime nelle restaurate &amp;quot;antiche usanze&amp;quot;, nella ricostituita confraternita del SS. Sacramento, nella solenne devozione alla S. Croce. Questa per voto fatto in tempo di colera, diventerà la più viva solennità nelle feste quinquennali che ancora oggi si celebrano. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In grave abbandono è invece la chiesa parrocchiale che venne poi restaurata. Pur nel pesante dissidio fra Chiesa e Stato anche dopo l'Unificazione la parrocchia vive una vita tranquilla e i parroci mantengono con le autorità comunali rapporti che il Morandi definisce &amp;quot;corretti&amp;quot; con le autorità civili e gli amministratori locali di orientamento liberale, anche se non riescono nel 1861 ad ottenere l'intervento dell'amministrazione dell'Ospedale che continua ad avere il giuspatronato nella costruzione di una nuova chiesa. Ma alla morte nel 1861 del parroco don Antonio Romano, la Curia resiste a che venga nominato parroco don Bortolo Deruschi, prete notoriamente liberale e sospeso dalle confessioni per la firma non ritirata all'indirizzo del Passaglia, provocando sassaiole contro la casa parrocchiale da parte di elementi anticlericali. Dopo tre anni di vacanza il 2 febbraio 1864 veniva eletto parroco don Bartolomeo Castellini (1864-1896). Venerato come un santo affrontò con coraggio le necessità pastorali del paese. Non riuscì a realizzare il sogno di una nuova chiesa, ma sistemò la parrocchia risolvendo la questione di don Deruschi il quale sostenuto dall'autorità civile, pur sospeso &amp;quot;a divinis&amp;quot; continuava a godere dall'ospedale l'appannaggio di curato. Ma, soprattutto impresse una svolta nella pastorale parrocchiale, incrementando le compagnie di S. Giuseppe, delle Maritate e delle Giovani. Nel 1885 don Castellini assieme alla superiora delle Figlie di S. Angela fonda la confraternita delle figlie di Maria con oratorio al quale sono annesse come aspiranti le bambine dopo la prima Comunione le quali dopo i 12 anni diventano &amp;quot;Figlie dell'oratorio&amp;quot;. Assieme viene aperta una scuola di lavori domestici per la quale vengono chiamate le suore. Inoltre si provvede ad una più adeguata assistenza religiosa alla popolazione di S. Polo. Meno brillante anzi si può dire in parte almeno negativo è il parrocchiato di don Pietro Piccinelli (1896-1911). Prete zelante e pio, ma discusso per il carattere iracondo, egli si scontra con le autorità civili per la concomitanza della festa della S. Croce con quella del 20 settembre fino ad essere portato in giudizio nel gennaio del 1900, ottenendo la condanna &amp;quot;per ingiuria&amp;quot; da parte del gerente del giornale zanardelliano &amp;quot;La Provincia di Brescia&amp;quot;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È da ricordare a suo merito la riorganizzazione dell'oratorio femminile. Inoltre tentò in tutti i modi di realizzare, senza riuscirci, la nuova chiesa incoraggiato da alcuni lasciti che erano andati accumulandosi da decenni e dalla proposta della direzione dell'Ospedale di vendere la pala di S. Rocco del Romanino in cambio di sovvenzionamenti, proposta contro la quale insorge nuovamente, come nel 1880, la popolazione. Ma alla decisione di far benedire la prima pietra del nuovo edificio sacro il 31 ottobre 1909 si dichiarano contrari l'Ospedale e le autorità comunali. Non più alla costruzione di una chiesa nuova ma all'ampliamento della esistente, dedicherà le sue energie il nuovo parroco don Orazio Bresciani (1912-1956) che a poco più di un anno dal suo ingresso nell'autunno 1913 riuscirà ad avviare, su progetto di Luigi Arcioni, lavori condotti dal capomastro Giovanni Togni, completati in nemmeno un anno, nell'agosto 1914, e coronati dalla consacrazione da parte del vescovo mons. Gaggia il 15 ottobre 1916. Ma il parrocchiato di don Bresciani si distinse per intensità di vita religiosa e pastorale. La sempre più strutturata organizzazione parrocchiale permette, nonostante che la domanda di 280 genitori fosse stata respinta, il 31 gennaio 1915 dalla maggioranza in Comune, l'introduzione il 1° giugno 1915 dell'insegnamento religioso. Il carattere anche se fermo, sereno, di don Bresciani, evita gli attriti con le autorità di accentuati indirizzi liberali e apre nuovi spiragli di conciliazione celebrando nel novembre 1912 un ufficio solenne per i caduti di Libia e dopo la guerra la dedicazione alla Vittoria della seconda cappella della navata destra. Il dopo guerra vede una sempre più accentuata pastorale giovanile che si riassume nel 1922 con la costruzione dell'oratorio maschile e nel dicembre dello stesso anno la costituzione in casa Redondi di un nuovo circolo cattolico maschile con filodrammatica, biblioteca, ecc. Nonostante che per anni rimangano tesi i rapporti con le autorità fasciste specie riguardo all'educazione della gioventù solo negli anni '30 tali rapporti verranno segnalati come &amp;quot;bastevolmente buoni&amp;quot;. D'altro canto la parrocchia vive di una vita propria in espansione. Nel 1929 nasce il gruppo uomini di A.C., vigoreggiano le confraternite, specie quella delle Consorelle del SS. Sacramento. La devozione popolare trova espressione oltre che nel culto alla S. Croce, anche in quello della Madonna di Pompei che nel 1926 viene significata da un gruppo scultoreo opera della bottega Poisa di Brescia e, per alcuni decenni, da una funzione e processione quinquennale. Sotto il parrocchiato di don Bresciani, di don Ilario Manfredini e di don Giuseppe Garzoni, facendo fronte ad impellenti e crescenti esigenze dei tempi vengono fondate nel 1946 le ACLI e nel 1950 il loro Patronato e si rafforza specie grazie al curato don Franzoni l'attività oratoriana che si appoggia su nuove e più moderne strutture. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dalla parrocchia di S. Eufemia un decreto del 29 ottobre 1954 si staccava la chiesa curaziale di S. Paolo nella frazione di S. Polo erigendola in parrocchia. La cura della chiesa parrocchiale si accentuò sotto il parrocchiato di mons. Giulio Pini (1968-1999). Con particolare gusto egli ha fatto restaurare quasi tutte le pale e sculture della parrocchia e della chiesa di S. Giacinto, ha provveduto ad una nuova pavimentazione, all'altare liturgico, alla sistemazione della cappella iemale provvista di accessori. Inoltre ha provveduto alla sistemazione della casa della comunità, dell'oratorio di via Sega ecc. Inoltre il 13 dicembre 1998 ha firmato la permuta con il Comune di Brescia della casa dell'abate con il complesso parrocchiale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
CHIESA PARROCCHIALE S. MARIA ad ELISABETTA. Già esistente sulla fine del sec. XI e affidata alla cura dei monaci del vicino monastero di S. Eufemia, ricordata ancora nel 1175 cedette probabilmente il posto all'attuale agli inizi del sec. XV. È ricordata in un documento del 1481 al tempo nel quale deve essere stata restaurata e in parte dipinta. A questo intervento devono appartenere gli affreschi ritrovati recentemente. Fra essi singolare quello di una santa nella quale G.C. Piovanelli crede di aver individuato S. Anatolia. Viene visitata dal vescovo Bollani e dal card. S. Carlo Borromeo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel 1175 il monastero ha una vertenza con la Curia di Brescia per la chiesa di S. Maria. Il 26 marzo 1494 Giacomo de Portis seu de Castellanis dotava la chiesa di S. Eufemia dell'altare di S. Caterina che nel 1664 veniva completamente rinnovato. Nel 1536 un lascito di Filippo Locatelli permette la costruzione di un tabernacolo ornato di marmi. La chiesa venne rinnovata nel 1658 con &amp;quot;fabbrica di volte e cappelle&amp;quot;, con il concorso della popolazione e ancora migliorata nel 1673. La chiesa è stata affrescata da Mario Pescatori nel 1947 nell'arcosolio del presbiterio con la Visitazione e, tra il 1952 e il 1954, nella controfacciata e nella volta e nelle pareti laterali del presbiterio. Su tali pareti appaiono le figure dei SS. Pietro, Paolo, Maria Maddalena, Giovanni Battista, Benedetto, Eufemia, ecc. Sulla controfacciata sta un affresco strappato (cm. 125 x 212) raffigurante l'Assunzione. Il primo altare a destra è dedicato a S. Antonio di P. raffigurato in una pala di anonimo, opera modesta ma di schietta formula popolare di datazione incerta, raccolto in un'ancona marmorea di fine 600. Il secondo altare è dedicato a S. Carlo Borromeo. L'altare è dei primi del '700, ha pala raffigurante la B.V. in gloria con il Bambino e S. Giovanna e i S.S. Eufemia, Mauro, Caterina di Alessandria e Carlo B. (cm. 198 x 275) del sec. XVII, è attribuita da qualcuno a Grazio Cossali e da altri a Pietro Romano o Girolamo Rossi. Il terzo altare di destra, marmoreo del tardo '600 dedicato un tempo a S. Rocco, era ricco di una bella tela attribuita a G. Romanino (ma da altri al Moretto), raffigurante il santo con i S.S. Cosma e Damiano, Nicola da Bari e Antonio abate. Trafugata il 24 aprile 1974, ritrovata nel gennaio 1975 si trova ora nella Pinacoteca Tosio Martinengo. In attesa di un suo ritorno è stata sostituita da una pala (olio su tela cm. 64 x 73) del parroco don Giulio Pini da lui firmata, raffigurante la Visita di S. Maria ad Elisabetta. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il marmoreo altare maggiore opera tardo secentesca è assegnato da Ivo Panteghini a modalità stilistiche riferentesi a Paolo Puegnago. Sovrasta l'altare un bel Crocifisso di anonimo della fine '600, mentre la grande ancona, creata per custodire in una elegante edicola l'insigne reliquia della S. Croce, venne terminata nel 1789 prima custodita sull'altare di S. Rocco. Il reliquiario in lamine d'argento della fine del '600 ha subito aggiunte e restauri. Sul cimiero dell'ancona sta una tavola sagomata (olio cm. 50 x 70) settecentesca che raffigura la Visita della B.V. ad Elisabetta. Nel presbiterio sopra la cantoria di destra una tela a olio (cm. 185 x 167) di scuola morettesca raffigura l'Annunciazione ed è attribuita di solito a Luca Mombello ma da altri a Francesco Richino. Sopra la cantoria di sinistra sta un'Ultima Cena (olio su tela cm. 83 x 66) del '600, di anonimo. Scendendo lungo il lato di sinistra si incontra l'altare della Madonna del Rosario, opera nella mensa e nell'ancona del tardo '600, attribuita a botteghe rezzatesi. L'ancona accoglie una statua in legno policromo della Madonna del Rosario donata nel 1937 della famiglia Peroni contornata da quindici bassorilievi raffiguranti i Misteri del Rosario scolpiti nel 1974-1975 da uno scultore locale su disegno di mons. Giulio Pini. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il secondo altare a sinistra, dedicato ora al S. Cuore di Gesù, è opera di marmorai locali del primo settecento. Nell'ancona è stata ricavata una nicchia che accoglie una statua in legno del S. Cuore eseguita da un anonimo scultore della Val Gardena. Segue, ultimo a sinistra, l'altare del SS. Sacramento. Ricco di marmi, è attribuito alla seconda metà avanzata del sec. XVII con angeli, cherubini ecc. La pala (olio su tela centinata m. 112 x 225), opera di Pietro Avogadro firmata e datata 1707, raffigura la &amp;quot;Deposizione della croce&amp;quot; restaurata recentemente da L. Scalvini. Sopra i confessionali sta una tela (olio cm. 230 x 150 firmato Virginio Faggiana inizi degli anni '60) raffigurante il pubblicano e il fariseo al tempio. Le stazioni della Via Crucis (olio su tela ciascuna di cm. 39 x 49) furono dipinte da Mario Pescatori nel 1941. La sagrestia conserva dipinti raffiguranti S. Carlo B. (olio su tela cm. 64 x 82) di anonimo pittore del '600, &amp;quot;Il Calvario&amp;quot; (olio su tela 55 x 45) di anonimo di fine '500. I banconi sono di artigiani della fine del '700, una credenza di fine '600. La chiesa è dotata di buoni paramenti fra i quali pianete del '700 ed altre dell'800; di argenterie fra le quali una croce processionale astile del sec. XVI, un ostensorio del sec. XVIII (bottega Giuseppe Renoldi), un turibolo e altri oggetti dei sec. XIX e XX e inoltre reliquiari, candelieri ecc. Interessanti lavori di buon artigianato sono stendardi, lanterne per processione. La campana maggiore venne innalzata nel 1511, rifusa nel 1768, nel 1820 e nel 1884. Muta per una fenditura la vigilia di Natale del 1924, venne poi aggiustata nell'officina di Pietro Villa, sita in via Cairoli a Brescia. L'organo, opera di don Cesare Bolognini, fu installato nel 1714. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
DISCIPLINA. Accanto alla chiesa esisteva la Disciplina trasformata poi in cantina. Nelle opere di ampliamento della chiesa parrocchiale nel settembre 1913 venne alla luce un affresco raffigurante il Padre Eterno e frammenti di altri affreschi fra i quali uno raffigurante il Cristo appoggiato alla Croce. L'affresco grande portava la firma di un Pederzoli e la data 1464.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
IL MONASTERO. Gaetano Panazza ha così scritto (Arte medievale bresciana) quanto è rimasto del Monastero: «Avanzi di muratura antica e la semplice forma rettangolare con tetto a capanna, presenta l'edificio che è certamente una ricostruzione del XII-XIII secolo, come risulta dalla bella muratura degli spigoli, dalle finestrelle ad archi ribassati e a pieno centro in cotto che spiccano per il loro color rosso affocato sulle rozze pareti. L'abside amplissima della chiesa, la cui navata venne poi rifatta, è di forma semicircolare e mostra all'interno tracce di affreschi; all'esterno è divisa in cinque scomparti da esilissime lesene in cotto. Le dimensioni dell'abside, l'ampio suo incurvarsi con la grande conca a semicatino, la muratura molto rozza a ciottoli alternati a pezzi di mattone o a conci in pietra, le ampie finestre senza strombatura con arco a tutto sesto e ghiera in cotto fanno pensare sia questa abside ancora un frammento dell'edificio eretto nel 1008». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A sua volta Franco Robecchi seguendo una &amp;quot;rilettura dei caratteri planimetrico-distributivi di monasteri coevi e le minuziose prescrizioni contenute nella «Regola benedettina», ha ipotizzato la presenza di un chiostro, cuore geografico e spirituale, nei pressi della chiesa di San Paterio, certamente di dimensioni maggiori di quelle attuali (e magari completata da una sacrestia, da un guardaroba liturgico o da un piccolo scriptorium). Attorno al chiostro alcuni ambienti destinati alla vita in comune: il dormitorio, il refettorio, la cucina e gli spazi per la conservazione dei cibi. L'abitazione dell'abate (da molti indicata nell'edificio prospiciente viale Indipendenza) doveva invece sorgere isolata e vicina alla chiesa. Infine, attorno e a distanza progressiva, i fabbricati destinati alle attività materiali e al ricovero dei viaggiatori e pellegrini&amp;quot;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
S. GIACINTO. Singolare in piena influenza benedettina è la dedicazione di una chiesa a un santo domenicano, S. Giacinto con presenza francescana. Situata per di più in pieno centro abitato, Ivo Panteghini la definisce: «un piccolo gioiello architettonico, con il suo svettante campanile di pietra viva discosto dal corpo della fabbrica e la sobria facciata intonacata. La cella campanaria ha una sola campana. Il pavimento interno è in seminato». La pianta trovata da Rossana Prestini reca la data 9 gennaio 1625 mentre P. Guerrini la dice edificata «nel 1609 per iniziativa di Persia Cereto e altri signori del paese». Da un atto del 18 marzo 1651 (fondo Ospedale Maggiore di Brescia), segnalato da Carlo Sabatti, risulta che l'oratorio di S. Giacinto fu costruito, con le elemosine della popolazione, a partire dal 1608 da don Iginio Cariotti, già cappellano della chiesa di S. Maria ad Elisabeth di S. Eufemia, allontanato per condotta non irreprensibile, che ne fece come il contrattare della parrocchiale predetta. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La chiesa venne arricchita di legati (di Bernardo Rovetta nel 1716; delle famiglie Armandi e Bettinzoli nel 1814, di Bernardino Zola nel 1816). Semplice la facciata probabilmente rimaneggiata nel sec. XIX. Ha un portalino in botticino chiuso da timpano spezzato. Due lesene finiscono in un cornicione marcapiano e racchiudono un ampio lunotto con sovrapposto un frontone triangolare. L'interno è a pianta longitudinale con, sui lati, due profonde cappelle. La prima a destra è dedicata a S. Carlo B. raffigurato in preghiera davanti alla Madonna col Bambino e a S. Francesco in una tela a olio cm. 161 x 245 firmata da G.B. Motella pittore quasi sconosciuto ancora. Il paliotto e i sovralzi sono in marmo di botticino. L. Anelli ha sottolineato come la tela non si adatti alla cornice e forse ne ha sostituito un'altra. In stucco marmorizzato con specchiature in rosso è sormontata da una grande pala (olio su tela cm. 213 x 320) raccolta in una bella cornice e raffigurante la Madonna col Bambino e i S.S. Agostino, Giacinto, Fermo e l'offerente, attribuita comunemente ad Antonio Gandino ed è assegnata, invece, da Luciano Anelli a Camillo Rama. L'altare della cappella di sinistra è dedicato alla Immacolata Concezione che calpesta il demonio, raffigurata in pala (olio su tela cm. 157 x 245) attribuita comunemente a Ottavio Amigoni ma da L. Anelli assegnata a Camillo Rama. La chiesa è dotata di bei calici. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In via Cesare Noventa sorge ancora la chiesa di S. GAETANO da THIENE, sorta nel sec. XVII e arricchita di reliquie nel 1660. Ai primi dell'800 ne era proprietaria la famiglia Chiodi. Passò poi ai Panazza-Perletti ricordati in lapidi murate nelle pareti. Come scrive Riccardo Lonati (&amp;quot;Le chiese di Brescia&amp;quot;): «Semplice la fronte, finita a intonaco e incorniciata da lesene il cui rilievo si estende a dare forma al timpano. Marmoreo il portale dalla lineare cimasa sulla quale imposta quadrangolare finestra. Oltre il tetto a capanna risalta la sagoma del campanile, la base inserita nel fianco sinistro dell'edificio. A volta lievemente ribassata, l'aula è regolare e illuminata da finestre poste centralmente alle pareti laterali. A fianco dell'altare, dipinto a imitare il marmo, due porte dai lignei stipiti, pure dipinti a finto marmo, danno accesso alla retrostante sagrestia. Nella controfaccia vi è la cantoria. Sull'altare risalta la pala della Madonna in gloria e i S.S. Gaetano e Antonio di P., attribuita da qualcuno all'ambito di Antonio Paglia ma da Gaetano Panazza attribuita ad Antonio Dusi. Alcuni dipinti si trovano in sagrestia fra i quali uno raffigurante le &amp;quot;Anime purganti&amp;quot; attribuibile a Faustino Perletti, pittore dilettante.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Di una chiesa della Madonna del Patrocinio era proprietaria la famiglia Rovetta. Una cappella al Crocifisso sorge nel Cimitero, mentre all'Immacolata è dedicata la cappella della scuola materna. Nel citato atto del 18 marzo 1651 è dichiarato &amp;quot;antichissimo&amp;quot; l'oratorio di S. Paolo, mentre da trent'anni è fabbricato quello di S. Girolamo per iniziativa di Costanza Chizzola. L'edificazione di santelle fu concessa dai monaci. Nel 1581 il Comune otteneva da loro di poter costruire un capitello della Madonna &amp;quot;sopra la Strada Regale&amp;quot;; nel 1673 concedevano a Giacomo Fappani &amp;quot;ditto Zannozzo&amp;quot; di costruire, sempre sulla via Regale, in un luogo ben determinato, una santella nella quale fossero dipinti, assieme alla Madonna, i S.S. Benedetto e Paterio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Notevoli le santelle sparse nel territorio fra le quali quella della Madonna del Carobbio in via C. Noventa; la Madonna del Quarteret in via Pila, e quelle della Natività di via Pila, della Madonna del Carmelo di via Agostino Chiappa. Particolarmente suggestiva all'esterno del muro di cinta del monastero la santella con una pala settecentesca raffigurante la Vergine col Bambino, che Francesco De Leonardis ha avvicinato all'opera pittorica di Pietro Avogadro o a Giuseppe Tortelli. Restaurata da Lino Scalvini nel 1993, è stata sostituita da una copia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
CURATI E RETTORI.  D. Basilio da Brescia monaco benedettino di S. Eufemia (rinuncia 1532); D. Gregario da Calvisano monaco c. s. (rin. 1540).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Si susseguono poi nella cura, quasi alternativamente monaci e sacerdoti secolari mandati dal monastero come curati mercenari. Marsilio Giordano, prete (1566-1572); Agostino Gelmini (Guelmino) da Sale, monaco (1572-1590); Giov. Antonio Mazzoli di Commenduno, prete (1590-92); Paolo Serotto, prete e Cherubbino da Brescia, monaco (1591); Giacomo Ragucio, o Rangozzi, di Quinzano, prete (1592-1597); Francesco... prete (1597); Aurelio da Parma, monaco (1598-1605); Igino Cariotti, monaco (semestre 1606); Ippolito da Brescia, monaco (1606-1608); Pietro Bettini, prete (1609-1617); Gabriele Francini, o Franzini, monaco (1617-1624); Tiburzio Gorno, monaco (1624); Gabriele Francini di nuovo (1625-1630); Silvio Botturini, monaco (1630); Mauro Inverardi, monaco (1631-1639); Girolamo da Bologna, monaco (1639-1643); Gabriele (Francini) da Brescia, di nuovo (1643-46); Leone Mattina, monaco (16461649); Gabriele Francini di nuovo (1649-50); Giambattista Bertoli, prete (1650-1657); Carlo Lavelli, monaco (1657-1663); Orazio Terzi, monaco (1663-1667); Mauro Bodei, monaco (1667-1681); Cipriano di Parma, monaco (1681-1684); Alessandro Mellini, monaco (1684-1697); Angelo M. Zamboni, monaco (1697); Benedetto Locatelli, monaco (1697); Giorgio Rosa di Pontida, monaco (1697-1705); Carlo Geroldi, monaco, bergamasco (1706-1716); Giov. Andrea Astesati, monaco, professo di S. Sisto di Piacenza (1716-1 giugno 1719); Pietro Giuseppe Moreschi, monaco professo di S. Salvatore di Pavia (1719-1726); Francesco M. Gallina di Venezia, monaco di S. Eufemia (1726-1744); Lodovico Coffani di Medole, Decano di S. Benedetto di Mantova, già Curato di Maguzzano (1744-1751), passò curato di Bondanello sul mantovano; Mauro Agostino Paratico monaco professo di S. Eufemia (1751-1756); Angelo Bertanza, monaco (1756-1763); Mauro Agostino Paratico di nuovo (1763-1768) ultimo parroco monaco, rimosso per il Decreto veneto 7 settembre 1768; Angelo Bertanza di nuovo, eletto dall'Abate d. Pietro Faita, ma secolarizzato e nominato dal vescovo (7 febbraio 1770 - 5 aprile 1798); Alessandro Bennati di Brescia (1798-99); Francesco Ettori ex-Min. Osservante, Economo spirituale (1799-1801); Giorgio Pedretti, Economo spir. (1801-1802); Giovanni Paolo Giacomini di Muscoline (1812 - 4 settembre 1844 d'anni 96); Antonio Romano di S. Zeno Naviglio (30 aprile 1845, m. 10 febbraio 1863); Bartolomeo Castellini di Bogliaco (7 gennaio 1864, m. 1895); Pietro Piccinelli di Alone (20 marzo 1896, rin. 1911); Orazio Bresciani di Serle (29 gennaio 1912, m. 5 maggio 1956); Ilario Manfredini da Motta di Cavezzo (Mo) (8 dicembre 1956 - 24 settembre 1961); Giuseppe Garzoni da Calcinato (6 gennaio 1962 - rin. 9 gennaio 1968); Giulio Pini da Bassano Bresciano (1 dicembre 1968 - 1999).&lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
	  [[Categoria: Volumi_Enciclopedia_Bresciana]][[Categoria: Volume_16]][[Categoria: Lettera_S]][[Categoria: Volume_16 - Pagina_250]][[Categoria: Volume_16 - Lettera_S]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=MORINI_Antonio&amp;diff=105654</id>
		<title>MORINI Antonio</title>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''MORINI Antonio'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
(Pisa, 31 marzo 1912 - Brescia, 21 novembre 1975). Ottenuta la licenza liceale a Roma, intraprese gli studi di giurisprudenza. Trasferitosi a Brescia nel 1934 si dedicò al giornalismo specie sportivo e fu corrispondente da Brescia di «Tuttosport» di Torino, del «Popolo di Brescia» e di altri giornali e numeri unici. Durante la II guerra mondiale mantenne in vita e diresse la ditta Facchinelli e Firmo di scialli e coperte. Negli anni '50 in società con Costantino Bolognini diede sviluppo al settimanale «Voce Economica». Negli anni '60 con i fratelli Lonati diede vita alle Industrie Grafiche Bresciane. Ancora universitario pubblicò un romanzo: «Sono nato di marzo» (Brescia, G. Vannini, 1934, 220 p.).&lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
	  [[Categoria: Volumi_Enciclopedia_Bresciana]][[Categoria: Volume_10]][[Categoria: Lettera_M]][[Categoria: Volume_10 - Pagina_8]][[Categoria: Volume_10 - Lettera_M]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=CHIZZOLA_Attilio&amp;diff=105647</id>
		<title>CHIZZOLA Attilio</title>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''CHIZZOLA Attilio'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
(1571 - 1608) Nobile. Studiò nell'Archiginnasio di Bologna; nella Sala VI dell' Archiginnasio c’è presente lo stemma di “Attilio Chizzola, Brixianus (1595)&amp;quot;. Letterato, fu socio dell'Accademia degli Assidui con il nome di Agitato. Scrisse versi latini fra i quali: &amp;quot;Emblemata et carmina&amp;quot; nell' &amp;quot;Apparatus&amp;quot; di Giov. Antonio Cesareni (Brescia per V.Sabbio in 4.o p. 58). (integrazione di Lothar Chizzola) &lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
	  [[Categoria: Volumi_Enciclopedia_Bresciana]][[Categoria: Volume_2]][[Categoria: Lettera_C]][[Categoria: Volume_2 - Pagina_214]][[Categoria: Volume_2 - Lettera_C]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

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		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=CHIZZOLA_Clemente&amp;diff=105646</id>
		<title>CHIZZOLA Clemente</title>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''CHIZZOLA Clemente'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
(1462) - Dottore in legge. Figlio minore di Justachinus. Nel 1509 fu tra i più alacri nell'apprestare le difese della città. Si batté per i diritti e i privilegi della città di Brescia allora sotto il governo spagnolo e venne spesso delegato come rappresentante politico dei bresciani. Nel 1512 fece parte del Consiglio Provvisorio dei fuoriusciti formatosi a Iseo. L’apice drammatico di questo periodo fu il Sacco di Brescia (19 febbraio 1512), con cui l’esercito francese comandato da Gaston de Foix inferse un durissimo colpo all’intera città: in quell’occasione morirono circa ottomila abitanti, oltre ad incalcolabili danni economici e finanziari. Nel novembre dello stesso anno fu con Clemente Porta ambasciatore straordinario presso il vicerè di Spagna per tutelare i diritti della città e assunse per ordine dello stesso con altri l'amministrazione comunale assumendo, il 7 dicembre, la funzione di Massaro del Comune per rimettere in ordine le finanze comunali, carica che tenne anche l'anno seguente. Clemente fu inviato con Clemente Porta come ambasciatore di Brescia presso il viceré di Spagna. Nel 1513-1514 era podestà di Lovere, in provincia di Bergamo, nominato dal dominio spagnolo e nel 1532 podestà di Orzinuovi. Il dottor Clemente si sposò con Elena NN ed ebbe cinque figli. (integrazione di Lothar Chizzola)&lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
	  [[Categoria: Volumi_Enciclopedia_Bresciana]][[Categoria: Volume_2]][[Categoria: Lettera_C]][[Categoria: Volume_2 - Pagina_215]][[Categoria: Volume_2 - Lettera_C]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=CHIZZOLA_Cesare&amp;diff=105645</id>
		<title>CHIZZOLA Cesare</title>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''CHIZZOLA Cesare'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
(Brescia, 5 settembre 1765 - Wilna, ottobre 1813). Nobile. Di Giov. Battista e Maddalena Calini. Partecipò alla rivoluzione giacobina del 1796. Il 4 aprile 1797 entrava, come volontario, nel I Reggimento Ussari, il 4 maggio veniva nominato brigadiere, il 20 giugno sottotenente, il 7 giugno 1800 tenente, il 18 ottobre 1801 capitano. Il 12 settembre 1802 passava con lo stesso grado alla Compagnia del Panaro della Gendarmeria, di cui diventava, il 4 gennaio 1804, capo squadrone. Nello stesso anno veniva eletto consultore nella consulta straordinaria di Comizi Lione dove venne accompagnato da Teresa Ala Ponzoni, moglie di suo cugino Francesco di Erbusco. Il I maggio 1806 veniva nominato cavaliere della Corona Ferrea. Durante questa carriera militare combatté contro gli insorti bresciani, nel ducato di Urbino, in Valtellina, nel Tirolo Tedesco ecc. Nel 1805 era agli ordini del gen. Massena, nell'estate 1807 partecipò alle perlustrazioni nel Veneto. Il 2 maggio 1809, a capo di un distaccamento di gendarmi respingeva un'azione di sbarco inglese nel porto di Cesenatico e il 6 settembre 1809 difendeva le saline di Cervia da un attacco di facinorosi, catturandone una cinquantina. Durante l’anno 1812, come capo squadrone nel 3° reggimento dei cacciatori a cavallo, partecipò sotto la guida di Napoleone alla campagna di Russia. &lt;br /&gt;
Secondo un rapporto di V.G. Cappello (&amp;quot;Gli italiani in Russia 1812&amp;quot;), si è distinto più volte nei combattimenti. Tuttavia, i rigori dell'inverno potrebbero averlo portato alla morte. Cesare ha lasciato due figli, Paolo (1797-1887 Vienna) e Rutilio, nato nel 1801, che entrò, nel settembre 1819, nel 7° Cavalleggeri (Chevauxlegers-Regimento) di Vienna come gregario e nell’ottobre 1823 , congedato come cadetto addestrato, tornò a Brescia dove, sposatosi con Teresa Verardi (1810 - 1885), morì nel settembre del 1860. (integrazione di Lothar Chizzola).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
	  [[Categoria: Volumi_Enciclopedia_Bresciana]][[Categoria: Volume_2]][[Categoria: Lettera_C]][[Categoria: Volume_2 - Pagina_214]][[Categoria: Volume_2 - Lettera_C]] [[Cappello V.G.1912, Gli Italiani in Russia 1812]] [[Archivio familiare Chizzola, Vienna]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=CHIZZOLA_Cesare&amp;diff=105644</id>
		<title>CHIZZOLA Cesare</title>
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				<updated>2025-04-07T16:47:43Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''CHIZZOLA Cesare'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
(Brescia, 5 settembre 1765 - Wilna, ottobre 1813). Nobile. Di Giov. Battista e Maddalena Calini. Partecipò alla rivoluzione giacobina del 1796. Il 4 aprile 1797 entrava, come volontario, nel I Reggimento Ussari, il 4 maggio veniva nominato brigadiere, il 20 giugno sottotenente, il 7 giugno 1800 tenente, il 18 ottobre 1801 capitano. Il 12 settembre 1802 passava con lo stesso grado alla Compagnia del Panaro della Gendarmeria, di cui diventava, il 4 gennaio 1804, caposquadrone. Nello stesso anno veniva eletto consultore nella consulta straordinaria di Comizi Lione dove venne accompagnato dalla Teresa Ala Ponzoni, moglie di suo cugino Francesco di Erbusco. Il I maggio 1806 veniva nominato cavaliere della Corona Ferrea. Durante questa carriera militare combatté contro gli insorti bresciani, nel ducato di Urbino, in Valtellina, nel Tirolo Tedesco ecc. Nel 1805 era agli ordini del gen. Massena, nell'estate 1807 partecipò alle perlustrazioni nel Veneto. Il 2 maggio 1809, a capo di un distaccamento di gendarmi respingeva una azione di sbarco inglese nel porto di Cesenatico e il 6 settembre 1809 difendeva le saline di Cervia da un attacco di facinorosi, catturandone una cinquantina. Durante l’anno 1812, come capo squadrone nel 3° reggimento dei cacciatori a cavallo, partecipò sotto la guida di Napoleone alla campagna di Russia. &lt;br /&gt;
Secondo un rapporto di V.G. Cappello, si è distinto più volte nei combattimenti. Tuttavia, i rigori dell'inverno potrebbero averlo portato alla morte. Cesare ha lasciato due figli, Paolo (1797-1887 Vienna) e Rutilio, nato nel 1801, che entrò, nel settembre 1819, nel 7° Cavalleggeri (Chevauxlegers-Regimento) di Vienna come gregario e nell’ottobre 1823 , congedato come cadetto addestrato, tornò a Brescia dove, sposatosi con Teresa Verardi (1810 - 1885), morì nel settembre del 1860.(integrazione di Lothar Chizzola)&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
	  [[Categoria: Volumi_Enciclopedia_Bresciana]][[Categoria: Volume_2]][[Categoria: Lettera_C]][[Categoria: Volume_2 - Pagina_214]][[Categoria: Volume_2 - Lettera_C]] [[Cappello V.G.1912, Gli Italiani in Russia 1812]] [[Archivio familiare Chizzola, Vienna]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=CHIZZOLA_Camillo&amp;diff=105643</id>
		<title>CHIZZOLA Camillo</title>
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				<updated>2025-04-07T16:40:17Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''CHIZZOLA Camillo'''  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
(1579 - 1620) - Nobile, figlio di Francesco di Erbusco, arcidiacono della cattedrale, Camillo terminò i suoi studi di diritto civile e canonico a Bologna il 29 giugno 1606; lo stemma di &amp;quot;D. Camillus Chiyyolas Brixiens, Aragon&amp;quot; (1604) si trova nella sala dello Stabat Mater dell'Archiginnasio di Bologna. Nella mattinata del 30 novembre 1620, Camillo Chizzola (alb. gen.6), arcidiacono della cattedrale di Brescia e membro del capitolo del duomo, è stato ucciso non già per odio contro di lui, ma per privare il fratello cavalier Francesco, ch’egli odiava, dei vantaggi economici che detto signore riportava dal beneficio ecclesiastico del defunto arcidiacono. Nel momento in cui mons. Camillo Chizzola, accompagnato dal parroco e da un servitore, stava uscendo di chiesa, venne ferito a colpi di pistola dal nobile Agostino Girelli. Mentre il Chizzola, caduto a terra, implorava che gli fosse risparmiata la vita, il Girelli con un altro colpo ne freddava il servitore; poiché il Chizzola era riuscito ad alzarsi e fuggire in una casa vicina, il nobile omicida, raggiuntolo, gli sparò un altro colpo, sicché nella notte dovette soccombere (integrazione di Lothar Chizzola).&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=CHIZZOLA_Camillo&amp;diff=105642</id>
		<title>CHIZZOLA Camillo</title>
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				<updated>2025-04-07T16:38:41Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''CHIZZOLA Camillo''' Archidiacono &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
(1579 - 1620) Nobile, figlio di Francesco di Erbusco, arcidiacono della cattedrale, Camillo terminò i suoi studi di diritto civile e canonico a Bologna il 29 giugno 1606; lo stemma di &amp;quot;D. Camillus Chiyyolas Brixiens, Aragon&amp;quot; (1604) si trova nella sala dello Stabat Mater dell'Archiginnasio di Bologna. Nella mattinata del 30 novembre 1620, Camillo Chizzola (alb. gen.6), l’arcidiacono della cattedrale di Brescia e membro del capitolo del duomo, è stato ucciso non già per odio contro di lui, ma per privare il fratello cavalier Francesco, ch’egli odiava, dei vantaggi economici che detto signore riportava dal beneficio ecclesiastico del defunto arcidiacono. Nel momento in cui mons. Camillo Chizzola, accompagnato dal parroco e da un servitore, stava uscendo di chiesa, venne ferito a colpi di pistola dal nobile Agostino Girelli. Mentre il Chizzola, caduto a terra, implorava che gli fosse risparmiata la vita, il Girelli con un altro colpo ne freddava il servitore; poiché il Chizzola era riuscito ad alzarsi e fuggire in una casa vicina, il nobile omicida, raggiuntolo, gli sparò un altro colpo, sicché nella notte dovette soccombere (integrazione di Lothar Chizzola).&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

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		<title>CHIZZOLA Camillo</title>
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				<updated>2025-04-07T16:37:57Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''CHIZZOLA Camillo''' Archidiacono &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
(1579 - 1620) Nobile, figlio di Francesco di Erbusco, arcidiacono della cattedrale, Camillo terminò i suoi studi di diritto civile e canonico a Bologna il 29 giugno 1606; lo stemma di &amp;quot;D. Camillus Chiyyolas Brixiens, Aragon&amp;quot; (1604) si trova nella sala dello Stabat Mater dell'Archiginnasio di Bologna. Nella mattinata del 30 novembre 1620, Camillo Chizzola (alb. gen.6), l’arcidiacono della cattedrale di Brescia e membro del capitolo del duomo, è stato ucciso non già per odio contro di lui, ma per privare il fratello cavalier Francesco, ch’egli odiava, dei vantaggi economici che detto signore riportava dal beneficio ecclesiastico del defunto arcidiacono. Nel momento in cui mons. Camillo Chizzola, accompagnato dal parroco e da un servitore, stava uscendo di chiesa, venne ferito a colpi di pistola dal nobile Agostino Girelli. Mentre il Chizzola, caduto a terra, implorava che gli fosse risparmiata la vita, il Girelli con un altro colpo ne freddava il servitore; poiché il Chizzola era riuscito ad alzarsi e fuggire in una casa vicina, il nobile omicida, raggiuntolo, gli sparò un altro colpo, sicché nella notte dovette soccombere (integrazione di Lothar Chizzola).&lt;br /&gt;
[[Storia della famiglia Chizzola, novecento anni senza riposo, 2023 Brescia, Edizione San Faustino Brescia]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=CHIZZOLA_Attilio&amp;diff=105640</id>
		<title>CHIZZOLA Attilio</title>
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				<updated>2025-04-07T16:07:54Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''CHIZZOLA Attilio'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
(1571 - 1608) Nobile. Studiò nell'Archiginnasio di Bologna; nella Sala VI dell' Archiginnasio c’è presente lo stemma di “Attilio Chizzola, Brixianus (1595)&amp;quot;. Letterato, fu socio dell'Accademia degli Assidui con il nome di Agitato. Scrisse versi latini fra i quali: &amp;quot;Emblemata et carmina&amp;quot; nell' &amp;quot;Apparatus&amp;quot; di Giov. Antonio Cesareni (Brescia per V.Sabbio in 4.o p. 58). (aggiornamento di Lothar Chizzola) &lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
	  [[Categoria: Volumi_Enciclopedia_Bresciana]][[Categoria: Volume_2]][[Categoria: Lettera_C]][[Categoria: Volume_2 - Pagina_214]][[Categoria: Volume_2 - Lettera_C]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

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		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=CHIZZOLA_Attilio&amp;diff=105639</id>
		<title>CHIZZOLA Attilio</title>
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				<updated>2025-04-07T16:06:35Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''CHIZZOLA Attilio'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
(1571 - 1608) Nobile. Studiò nell'Archiginnasio di Bologna, nella Sala VI del Archiginnasio c’è presente lo stemma di “Attilio Chizzola, Brixianus (1595). Letterato, fu socio dell'Accademia degli Assidui con il nome di Agitato. Scrisse versi latini fra i quali: &amp;quot;Emblemata et carmina&amp;quot; nell' &amp;quot;Apparatus&amp;quot; di Giov. Antonio Cesareni (Brescia per V.Sabbio in 4.o p. 58). (aggiornamento di Lothar Chizzola) &lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
	  [[Categoria: Volumi_Enciclopedia_Bresciana]][[Categoria: Volume_2]][[Categoria: Lettera_C]][[Categoria: Volume_2 - Pagina_214]][[Categoria: Volume_2 - Lettera_C]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=Cappello&amp;diff=105638</id>
		<title>Cappello</title>
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				<updated>2025-03-26T16:40:38Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;CAPPELLO di Navezze di Sarezzo - Località a nord-est dell'abitato di Sarezzo. E' precisamente una cima boscosa a quota 1070 m, leggermente a sud-ovest del monte S.Emiliano dove si trova l'omonimo santuario. Nella località sono ancora oggi  visibili i resti delle postazioni di difesa contraerea installate durante il conflitto 1915-1918. Si tratta qui delle posizioni occupate dai militari della 16^ Compagnia B (forze presidiarie) per il servizio di vedetta contraerea a difesa dei siti di produzione armiera di Gardone Val Trompia. Essi avevano il compito di trasmettere l’allarme alle vicine postazioni di artiglieria contraerea in caso d’avvistamento di velivoli nemici.&lt;br /&gt;
Questa località svolgerà la stessa funzione anche nel conflitto 1940 – 1945, quando qui verrà dislocata la V.I.O. (vedetta interaziendale operaia), ove presteranno servizio gli addetti delle ditte Beretta Pietro, O.M Società Anonima, S.p.A. Giuseppe &amp;amp; F/llo Redaelli ed S.A. Vincenzo Bernardelli. Nella notte tra il 4 ed il 5 Aprile 1945 la V.I.O. sarà oggetto di un pacifico assalto da parte di una banda di circa 30 partigiani che requisirà tutte le attrezzature ed i vettovagliamenti ivi presenti.&lt;br /&gt;
Il sito è stato oggetto di recupero e valorizzazione a opera della Sezione Alpini di Brescia nel 2025 (redazione a cura di Diego Ossoli).&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=Cappello&amp;diff=105637</id>
		<title>Cappello</title>
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				<updated>2025-03-26T16:33:24Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: Creata pagina con &amp;quot;CAPPELLO di Navezze di Sarezzo - Località dove ancora oggi sono visibili i resti delle postazioni di difesa contraerea installate durante il conflitto 1915-1918. Si tratta qu...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;CAPPELLO di Navezze di Sarezzo - Località dove ancora oggi sono visibili i resti delle postazioni di difesa contraerea installate durante il conflitto 1915-1918. Si tratta qui delle posizioni occupate dai militari della 16^ Compagnia B (forze presidiarie) per il servizio di vedetta contraerea a difesa dei siti di produzione armiera di Gardone Val Trompia. Essi avevano il compito di trasmettere l’allarme alle vicine postazioni di artiglieria contraerea in caso d’avvistamento di velivoli nemici.&lt;br /&gt;
Questa località svolgerà la stessa funzione anche nel conflitto 1940 – 1945, quando qui verrà dislocata la V.I.O. (vedetta interaziendale operaia), ove presteranno servizio gli addetti delle ditte Beretta Pietro, O.M Società Anonima, S.p.A. Giuseppe &amp;amp; F/llo Redaelli ed S.A. Vincenzo Bernardelli. Nella notte tra il 4 ed il 5 Aprile 1945 la V.I.O. sarà oggetto di un pacifico assalto da parte di una banda di circa 30 partigiani che requisirà tutte le attrezzature ed i vettovagliamenti ivi presenti.&lt;br /&gt;
Il sito è stato oggetto di recupero e valorizzazione a opera della Sezione Alpini di Brescia nel 2025 (redazione a cura di Diego Ossoli).&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=FORTE&amp;diff=105636</id>
		<title>FORTE</title>
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				<updated>2025-03-26T16:01:31Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''FORTE (in dial. Forte)'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Località di S. Eufemia della Fonte, sopra la contrada Fontana, a m. 292 s.l.m. Il forte si chiama Garibaldi, perché fatto costruire dal Generale nel 1866, in difesa della città.&lt;br /&gt;
Presso questa località ancora oggi sono visibili i resti delle postazioni d’artiglieria contraerea installate durante il conflitto 1915-1918. Si tratta qui di due postazioni per installazione di cannone contraereo del 16° Reggimento d’artiglieria, allestite su ordine del Comando di difesa contraerea di Brescia di stanza al Castello cittadino. La posizione venne anche dotata di collegamento “R-T” (radio telegrafico) per la trasmissione dei dati di avvistamento dei velivoli nemici. Successivamente al secondo dopoguerra una delle due postazioni divenne basamento per una croce votiva in ferro, mentre l’altra venne inglobata dall’attiguo roccolo di caccia.&lt;br /&gt;
Il sito è stato oggetto di recupero e valorizzazione a opera della Sezione Alpini di Brescia nel 2024 (aggiornamento a cura di Diego Ossoli).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
	  [[Categoria: Volumi_Enciclopedia_Bresciana]][[Categoria: Volume_4]][[Categoria: Lettera_F]][[Categoria: Volume_4 - Pagina_262]][[Categoria: Volume_4 - Lettera_F]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

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				<updated>2025-03-26T16:00:52Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''FORTE (in dial. Forte)'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Località di S. Eufemia della Fonte, sopra la contrada Fontana, a m. 292 s.l.m. Il forte si chiama Garibaldi, perché fatto costruire dal Generale nel 1866, in difesa della città.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Presso questa località ancora oggi sono visibili i resti delle postazioni d’artiglieria contraerea installate durante il conflitto 1915-1918. Si tratta qui di due postazioni per installazione di cannone contraereo del 16° Reggimento d’artiglieria, allestite su ordine del Comando di difesa contraerea di Brescia di stanza al Castello cittadino. La posizione venne anche dotata di collegamento “R-T” (radio telegrafico) per la trasmissione dei dati di avvistamento dei velivoli nemici. Successivamente al secondo dopoguerra una delle due postazioni divenne basamento per una croce votiva in ferro, mentre l’altra venne inglobata dall’attiguo roccolo di caccia.&lt;br /&gt;
Il sito è stato oggetto di recupero e valorizzazione a opera della Sezione Alpini di Brescia nel 2024(aggiornamento a cura di Diego Ossoli).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
	  [[Categoria: Volumi_Enciclopedia_Bresciana]][[Categoria: Volume_4]][[Categoria: Lettera_F]][[Categoria: Volume_4 - Pagina_262]][[Categoria: Volume_4 - Lettera_F]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=DOMARO&amp;diff=105634</id>
		<title>DOMARO</title>
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				<updated>2025-03-26T15:57:26Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''DOMARO (in dial. Domér)'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Colma (a m. 951 s.m.) e grupponi di case con chiesetta (a m. 825 s.m.) a SO di Gardone V.T. Forse il nome deriva da dumus - pruno, cespuglio.&lt;br /&gt;
Presso questa località ancora oggi sono visibili i resti delle postazioni d’artiglieria contraerea installate durante il conflitto 1915-1918. Si tratta qui delle posizioni occupate dalla 51^ batteria del 16° Reggimento d’artiglieria campale, dotata di cannoni calibro 75/911, alle dipendenze del “Comando di difesa contraerea di Gardone Val Trompia” della 1^ Armata (nel 1918 sostituita dalla 7^), costituito nell’ottobre del 1916 nella cittadina per la difesa dei siti di produzione armiera presenti in paese. Presso la posizione di Domaro vennero anche dislocate delle fotoelettriche (fari di illuminazione), inquadrate nella 37^ Sezione Fotoelettriche ed adibite al disvelamento notturno dei velivoli nemici. Le testimonianze dell’epoca riferiscono anche di un impiego di prigionieri austroungarici per le opere di attrezzatura della postazione. Il sito è stato oggetto di recupero e valorizzazione a opera della Sezione Alpini di Brescia nel 2025 (Aggiornamento a cura di Diego Ossoli).&lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
	  [[Categoria: Volumi_Enciclopedia_Bresciana]][[Categoria: Volume_3]][[Categoria: Lettera_D]][[Categoria: Volume_3 - Pagina_185]][[Categoria: Volume_3 - Lettera_D]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=ANVENO&amp;diff=105633</id>
		<title>ANVENO</title>
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				<updated>2025-03-26T15:55:46Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''ANVENO (in dial. Anvé)'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Cascine e una palazzina sotto la punta del Fesoro a NO di Gardone V. Trompia. Nel 1609 erano chiamate Novene nel catastico del Da Lezze.&lt;br /&gt;
Presso questa località (a circa 920 m di quota ed in corrispondenza dell’estremità del crinale a sud-est della “passata di Anveno”), ancora oggi sono visibili i resti delle postazioni d’artiglieria contraerea installate durante il conflitto 1915-1918. Si tratta qui delle posizioni occupate dalla 51^ batteria del 16° Reggimento d’artiglieria campale, dotata di cannoni calibro 75/911, alle dipendenze del “Comando di difesa contraerea di Gardone Val Trompia” della 1^ Armata (nel 1918 sostituita dalla 7^), costituito nell’ottobre del 1916 nella cittadina per la difesa dei siti di produzione armiera presenti in paese. Il sito è stato oggetto di recupero e valorizzazione a opera della Sezione Alpini di Brescia nel 2025.(aggiornamento a cura di Diego Ossoli)	  &lt;br /&gt;
	  [[Categoria: Volumi_Enciclopedia_Bresciana]][[Categoria: Volume_1]][[Categoria: Lettera_A]][[Categoria: Volume_1 - Pagina_33]][[Categoria: Volume_1 - Lettera_A]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=DOMARO&amp;diff=105632</id>
		<title>DOMARO</title>
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				<updated>2025-03-26T15:51:35Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''DOMARO (in dial. Domér)'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Colma (a m. 951 s.m.) e grupponi di case con chiesetta (a m. 825 s.m.) a SO di Gardone V.T. Forse il nome deriva da dumus - pruno, cespuglio.&lt;br /&gt;
Presso questa località ancora oggi sono visibili i resti delle postazioni d’artiglieria contraerea installate durante il conflitto 1915-1918. Si tratta qui delle posizioni occupate dalla 51^ batteria del 16° Reggimento d’artiglieria campale, dotata di cannoni calibro 75/911, alle dipendenze del “Comando di difesa contraerea di Gardone Val Trompia” della 1^ Armata (nel 1918 sostituita dalla 7^), costituito nell’ottobre del 1916 nella cittadina per la difesa dei siti di produzione armiera presenti in paese. Presso la posizione di Domaro vennero anche dislocate delle fotoelettriche (fari di illuminazione), inquadrate nella 37^ Sezione Fotoelettriche ed adibite al disvelamento notturno dei velivoli nemici. Le testimonianze dell’epoca riferiscono anche di un impiego di prigionieri austroungarici per le opere di attrezzatura della postazione. Il sito è stato oggetto di recupero e valorizzazione a opera della Sezione Alpini di Brescia nel 2025.(Aggiornamento e integrazione a cura di Diego Ossoli)&lt;br /&gt;
	  &lt;br /&gt;
	  [[Categoria: Volumi_Enciclopedia_Bresciana]][[Categoria: Volume_3]][[Categoria: Lettera_D]][[Categoria: Volume_3 - Pagina_185]][[Categoria: Volume_3 - Lettera_D]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=Fenzi_Carlo&amp;diff=105628</id>
		<title>Fenzi Carlo</title>
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				<updated>2025-02-20T16:40:07Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: Creata pagina con &amp;quot;FENZI CARLO  (Brescia, 11 Aprile 1870 - 30 Luglio 1915 Ospedale da campo 024,Villa Trento, Dolegnano - UD). Di Domenico e Jotta Giuseppa, fratello di Cesare.  Ufficiale di car...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;FENZI CARLO &lt;br /&gt;
(Brescia, 11 Aprile 1870 - 30 Luglio 1915 Ospedale da campo 024,Villa Trento, Dolegnano - UD). Di Domenico e Jotta Giuseppa, fratello di Cesare. &lt;br /&gt;
Ufficiale di carriera, tenente del 6°Alpini, il 3 ottobre 1898 sposa Triberti Laura Maria; poco dopo la famiglia è residente a S. Eufemia della Fonte nella vecchia casa paterna. &lt;br /&gt;
Insignito della medaglia d’argento al valore militare nella guerra libica come Capitano del 4° Battaglione Libico a Nufilia nello scontro del 23 marzo 1914; e medaglia di bronzo come Primo Capitano dell’11° Fanteria negli scontri del 20 luglio 1915 sul monte Podgora per la difesa di Gorizia; nel settembre dello stesso anno, dopo la morte, è promosso ufficialmente a Maggiore. &lt;br /&gt;
Riesumate le spoglie dal cimitero di Dolegnano, i resti del capitano Fenzi sono stati traslati nel Sacrario Vantiniano di Brescia il 13 settembre 1932. &lt;br /&gt;
Con delibera n° 44 del 31 marzo 1934 il Comune di S. Giovanni al Natisone approvava di intitolare l’edificio della scuola elementare classificata (ora primaria) della frazione di Dolegnano al tenente Fenzi Carlo: “primo ufficiale italiano combattente morto in questo ospedaletto da campo durante la recente guerra” (visto prefettizio n° 21199 del 16 maggio 1934). &lt;br /&gt;
Il comune di Brescia con delibera di Giunta n. 18 del 17 marzo 1959 su proposta del Presidente della Sezione Combattenti e Reduci di S. Eufemia della Fonte, per i meriti al Valore Militare conseguiti gli ha intitolato una via. (collab. Battista Bonometti)&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=Abati_battista&amp;diff=105626</id>
		<title>Abati battista</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=Abati_battista&amp;diff=105626"/>
				<updated>2025-02-05T18:00:35Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: Creata pagina con &amp;quot;'''ABATI Battista''' – Milanese. È presente a Brescia nella seconda metà del sec. XV e nel 1514 è iscritto al paratico dei disegnatori d’armi.&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''ABATI Battista''' – Milanese. È presente a Brescia nella seconda metà del sec. XV e nel 1514 è iscritto al paratico dei disegnatori d’armi.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=ABATI_Battista&amp;diff=105625</id>
		<title>ABATI Battista</title>
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				<updated>2025-02-05T17:57:54Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''ABATI Battista''' - Seconda metà del sec. XVI. Armaiolo bresciano, risulta iscritto nel 1574 alla Corporazione o Università dei Ferrari. &lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
	  [[Categoria: Volumi_Enciclopedia_Bresciana]][[Categoria: Volume_1]][[Categoria: Lettera_A]][[Categoria: Volume_1 - Pagina_1]][[Categoria: Volume_1 - Lettera_A]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

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		<title>Abate e rudone abate, roggia</title>
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				<updated>2025-02-05T17:52:01Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: Creata pagina con &amp;quot;'''ABATE e Rudone Abate, roggia''' – Roggia che esce dal Naviglio poco lontano dal ponte di Celle nel territorio di Prevalle, sul quale non è usata, ma irriga i terreni di...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''ABATE e Rudone Abate, roggia''' – Roggia che esce dal Naviglio poco lontano dal ponte di Celle nel territorio di Prevalle, sul quale non è usata, ma irriga i terreni di Nuvolento e Nuvolera su una superficie di 540 ettari. Sul corso funziona, fino a dopo la metà del ’900, il Molino ad acqua Matei. Il toponimo si riferisce al monastero di S. Pietro in Monte Orsino di Serle.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

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		<title>Abate roberto e c. s.n.c.</title>
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				<updated>2025-02-05T17:47:27Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: Creata pagina con &amp;quot;'''ABATE Roberto e C. s.n.c.''' – Azienda di Lonato (zona Madonna della Scoperta) fondata da Roberto Abate e attiva dal 1978 per la verniciatura a liquido nei più vasti set...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''ABATE Roberto e C. s.n.c.''' – Azienda di Lonato (zona Madonna della Scoperta) fondata da Roberto Abate e attiva dal 1978 per la verniciatura a liquido nei più vasti settori, compreso il rivestimento termoplastico.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

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		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=Abate_basilio_e_c.&amp;diff=105622</id>
		<title>Abate basilio e c.</title>
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				<updated>2025-02-05T17:45:32Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: Creata pagina con &amp;quot;'''ABATE Basilio e C.''' – Azienda di Calcinato fondata nel 1972 da Basilio Abate (n. 1950) per la produzione di stampi di materie plastiche ad iniezione per imballaggi e co...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''ABATE Basilio e C.''' – Azienda di Calcinato fondata nel 1972 da Basilio Abate (n. 1950) per la produzione di stampi di materie plastiche ad iniezione per imballaggi e contenitori di alimentari, sacchi, casse per bibite ecc. con esportazione internazionale. Nel 1999 ottenne il Premio Lombardia per le imprese artigianali.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

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		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=AB_Atlante_Bresciano&amp;diff=105621</id>
		<title>AB Atlante Bresciano</title>
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				<updated>2025-02-05T17:42:08Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''AB Atlante Bresciano''' – Rivista a periodicità quadrimestrale, uscita con n. 1 nell’inverno 1984. Fondata da Roberto Montagnoli, edita da “Grafo e Associati” e con la redazione composta da Lelio Pagani, Ferruccio Peroni, Franco Robecchi, Giorgio Sbaraini, si propose come campo di lavoro «il grande ambito dei “fatti bresciani”, analizzati e approfonditi con contributi che qualifichino la rivista di interesse non solo provinciale» con «l’obiettivo di comporre un quadro sempre più preciso della realtà bresciana, colta nelle sue radici storiche, nella sua dinamica attuale e nella sua capacità di trasformarsi. Vuole essere l’immagine di una società cresciuta, strumento di integrazione tra l’informazione quotidiana e periodica e la produzione libraria, stimolo e occasione di approfondimento critico». &lt;br /&gt;
La dimensione locale, mai intesa come un limite ma anzi come un terreno impegnativo e appassionante per il dibattito e la divulgazione, si è tradotta dal cinquantesimo numero, nella primavera del 1997 – dopo la morte di Montagnoli nel ’92, cui succedette alla direzione Ugo Ronfani e dal 1995 al 2008 Carlo Simoni, per giungere a Nicola Rocchi –, nella scelta di privilegiare l’illustrazione dei paesaggi e delle culture della provincia con l’intento di dare dignità di “viaggio” a un’esplorazione attenta, e insieme capace di ritmi distesi, di quella serie di ambienti e situazioni che definiscono il Bresciano. Un turismo capace di sostanziare un’idea di “brescianità” altrimenti esposta al rischio di farsi semplice stereotipo. &lt;br /&gt;
Nelle sue pagine hanno così trovato spazio storie  dimenticate o rimosse, un’informazione ragionata su temi altrove trascurati, e qualche occasione di riflessione sugli avvenimenti e le trasformazioni che più a fondo hanno inciso e incidono nella nostra vita, con il risultato di rappresentare un “atlante” ragionato non solo del territorio e dei suoi cambiamenti ma anche della società e della cultura bresciana.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

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		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=A.B.A.R.&amp;diff=105620</id>
		<title>A.B.A.R.</title>
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				<updated>2025-02-05T09:57:15Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: Creata pagina con &amp;quot;'''A.B.A.R.''' – v. Associazione Bresciana Artrite Reumatoide.&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''A.B.A.R.''' – v. Associazione Bresciana Artrite Reumatoide.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

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		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=ABANO&amp;diff=105619</id>
		<title>ABANO</title>
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				<updated>2025-02-05T09:56:05Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: Creata pagina con &amp;quot;'''ABANO''' – Sec. VIII. Gastaldo, o agente regio, compare nel documento della donazione regia al monastero di S. Salvatore come reggitore delle valli bresciane.&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''ABANO''' – Sec. VIII. Gastaldo, o agente regio, compare nel documento della donazione regia al monastero di S. Salvatore come reggitore delle valli bresciane.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

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		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=ABACO&amp;diff=105618</id>
		<title>ABACO</title>
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				<updated>2025-02-05T09:54:48Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: Creata pagina con &amp;quot;'''ABACO''' – v. Taddeo della Torre.&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''ABACO''' – v. Taddeo della Torre.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

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		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=ABACHI&amp;diff=105617</id>
		<title>ABACHI</title>
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				<updated>2025-02-05T09:53:34Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: Creata pagina con &amp;quot;'''ABACHI Marcantonio''' – Di Gavardo, seconda metà del sec. XVI. Sacerdote (?). Nel 1613 era cantore nella cappella musicale del duomo di Salò.&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''ABACHI Marcantonio''' – Di Gavardo, seconda metà del sec. XVI. Sacerdote (?). Nel 1613 era cantore nella cappella musicale del duomo di Salò.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

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		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=AB_Technology&amp;diff=105616</id>
		<title>AB Technology</title>
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				<updated>2025-02-05T09:46:34Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: Creata pagina con &amp;quot;'''AB Technology''' – Azienda sorta nell’ambito della AB Holding (v.) nel settembre 2007 costituita insieme alla Energy Engineering srl di Legnano (MI) con lo scopo princi...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''AB Technology''' – Azienda sorta nell’ambito della AB Holding (v.) nel settembre 2007 costituita insieme alla Energy Engineering srl di Legnano (MI) con lo scopo principale dello studio, la compravendita, la manutenzione e la gestione di impianti tecnologici legati al miglioramento dell’ambiente (con particolare riferimento al trattamento dei reflui).&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

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		<id>https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=AB_Holding&amp;diff=105615</id>
		<title>AB Holding</title>
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				<updated>2025-02-05T09:44:44Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;Clotilde: Creata pagina con &amp;quot;'''AB Holding''' – Gruppo azienda di Villachiara-Orzinuovi fondata nel 1983 da Angelo Baronchelli. Ha iniziato realizzando impianti per la cogenerazione, cioè la produzione...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''AB Holding''' – Gruppo azienda di Villachiara-Orzinuovi fondata nel 1983 da Angelo Baronchelli. Ha iniziato realizzando impianti per la cogenerazione, cioè la produzione combinata di energia elettrica e calore, ampliando poi l’attività al settore di fonti rinnovabili e commerciando macchine per produrre energia elettrica da biomassa agricola e reflui bovini. &lt;br /&gt;
Ha aziende a Villachiara, Cologne e Orzinuovi (stabilimento di 11 mila mq.) e controlla sette società: AB Impianti, AB Energy, AB Service, AB Power, AB Fin-Solution, AB Ambiente, AB Technology. &lt;br /&gt;
Nel 1997 il gruppo occupava 170 dipendenti.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Clotilde</name></author>	</entry>

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