STREGONERIA

STREGONERIA (streghe, stregoni, ecc.)

Fenomeno che riguarda poteri ritenuti straordinari attribuiti a uomini e donne, in grado di rendere capaci di piegare forze nascoste della natura e della psiche o di essere in grado di entrare in rapporto con esseri ultra-mondani e, particolarmente, con il demonio. Collegata col paganesimo, venne condannata da imperatori cristiani del sec. IV. Ma per quanto riguarda anche il Bresciano, dalle leggi longobarde ai tempi di Liutprando, si evince come l'idolatria non fosse del tutto estirpata e si continuasse a consultare indovini ed a credere nelle streghe. Tuttavia fino al sec. XIII la Chiesa rifiutò di credere alle streghe mentre la giustizia laica puniva già la magia con la morte sul rogo. Solo con Alessandro IV (1254-1261) e più esplicitamente con la bolla "Super illius specula" di Giovanni XXII le pratiche stregonesche vennero punite. Gli studiosi da parte loro pongono verso il 1257 una crescente omologazione fra stregoneria ed eresia, mentre nel Bresciano il termine strega appare in documenti del sec. XIII a Bovegno, mentre di veri processi o condanne vi è ricordo, solo dalla metà del sec. XV. Nel 1445 Cesare Cantù ("Eretici d'Italia") registra un intervento da parte dell'inquisitore di Valcamonica a Venezia per un procedimento contro le streghe. Sortilegi sono denunciati nella visita pastorale del vescovo Ermolao Barbaro del 1454 a Moniga e a Polpenazze. Sono però gli anni nei quali si parla soprattutto di superstizione; il futuro vescovo di Brescia, Pietro del Monte, nel 1441 tiene una dissertazione "In laudem astrologiae et confutationem opinionum adversantium" mentre il fascino del diabolico compare sempre più documentato.


Nella seconda metà del sec. XV denunce di stregoneria si diffondono maggiormente. In un processo intentato a Cremona nel 1455 compaiono una certa carbonaia Pasina originaria della Val Seriana che ha abitato a Dello intorno al 1450, un' Antoniola di Pedergnaga, un' Agnesina di Cignano. Da una Provvisione del 6 febbraio 1455 si apprende di due donne eretiche, decapitate e bruciate; un'altra strega ("incantatrix") viene incarcerata il 15 febbraio 1457. Superstizioni, alchimie, stregoneria e magia, confuse assieme, compaiono nelle disposizioni disciplinari del vescovo De' Dominici nel 1467, dalle quali si rileva come esse fossero non solo tra il popolo minuto, ma anche nell'alto ceto fra le autorità civili e fra il clero. Il 17 settembre 1480 viene processata e condannata Maria detta la Medica, nata a Vicenza e abitante a Calcinato. L'inquisitore è frate Antonio Petoselli, carmelitano. Accusata di aver stregato trenta bambini, di cui la metà sono morti e l'altra metà sono stati salvati da lei stessa con le sue pratiche mediche, e istigata da un diavolo di nome Lucibello, viene condannata al carcere perpetuo. Più volte inquisito (1467, 1476, 1480) fu anche Stefano da Bellano. Circostanziate denunce partono dal settembre 1485 quando l'inquisitore, il domenicano Antonio da Brescia, annota la presenza in Valcamonica e in particolare a Edolo, di persone che rinnegano la fede cattolica, eleggono il demonio come dio, gli sacrificano bambini, pestano nel mortaio le sacre particole, esumano corpi di bambini per fare delle loro carni sacrificio al diavolo. L'inquisitore chiede ed ottiene il consenso del Consiglio dei Dieci per "distruggere questa setta eretica e malefica", per cui il 15 settembre il doge Barbarigo e i Savi di Venezia ordinano al podestà e al capitano di Brescia di prestare tutto l'appoggio per l'esecuzione "senza indugio" delle sentenze dell'inquisitore sia pure con il consenso del vescovo. Appoggi all'inquisitore vengono ribaditi il 10 dicembre 1485.


La pubblicazione nel 1486 del famoso trattato "Malleus Maleficiarum", che offre indirizzi per inquisizioni, processi e condanne a varie pene, diffonde sempre più la psicosi stregonesca mentre si moltiplicano gli interventi di autorità. Il 30 settembre 1486 papa Innocenzo VIII scrive all'inquisitore Antonio da Brescia autorizzandolo a rifiutarsi di obbedire all'ordine ricevuto dalle autorità secolari che pretendono di prendere parte ai processi per stregoneria; non solo, ma lo autorizza a scomunicare i magistrati qualora essi non eseguano le sentenze dell'Inquisizione entro sei giorni. Nel 1487 il dissidio fra le autorità venete e l'Inquisizione locale si approfondisce per donne sospettate di eresia e per le accuse formulate dal vicario veneto Alberto Alberti. Sebbene l'inquisitore abbia l'appoggio papale, le autorità venete resistono in quanto è loro possibile. Ma sono le autorità locali ad insistere sul pericolo della stregoneria. Infatti gli "Statuta Vallis Camonicae" del 1498 (poi riveduti nel 1624) nella linea delle leggi universalmente vigenti, considerano il reato di "maleficio e stregoneria" tra quelli punibili con la pena di morte sul rogo. Devono far particolare impressione le scoperte e i processi in Valcamonica da parte degli inquisitori di preti stregoni quali don Martino Raimondi parroco di Ossimo, Ermanno Fostinoni di Breno e Donato de Buzolo di Paisco Loveno.


È però soprattutto nei primi decenni del sec. XVI che il fenomeno prende piede e viene, con insistenza, denunciato. Nel 1508 viene segnalata nel Bresciano la presenza del domenicano Silvestro Prierias (m. nel 1523) autore di un noto trattato sulle streghe dal titolo "Strigimagarum daemonumque mirandis libri tres".


Dal 1511 Giorgio da Casale viene incaricato da Giulio II e successivamente da Leone X della persecuzione delle streghe della Val Camonica, protetto dalle interferenze di Venezia. La psicosi del fenomeno stregonesco si va diffondendo. Secondo quanto riferisce O. Rossi (Annali di Brescia, 1513), nel 1513 (secondo altri nel 1518) sarebbero state bruciate, a Edolo e Pisogne, sessanta povere donne, cosiddette "streghe". L'Odorici teme ci siano qui forti esagerazioni, ma troppi documenti stanno a confermare il triste avvenimento. Un memorialista del tempo, Blanchino de Paratico, nella sua "Miscellanea historica" afferma, infatti, come nel 1518 si sia diffusa in Valcamonica "maxima heresis" e come il vescovo di Brescia vi abbia trovato molti uomini e donne che, soggiogati dal demonio, operavano delitti indicibili come uccisioni di bambini, di donne, di animali, devastavano prati ecc. Egli fa risalire a sessantadue le donne bruciate vive a Edolo e a Pisogne cui vanno aggiunti non pochi uomini che fecero la stessa fine. Soggiunge che quando costoro venivano condotti al fuoco e alla morte dimostravano di non temere nè l'uno nè l'altra, affermando di voler compiere miracoli nel supplizio e tra il fuoco. Lo stesso diavolo era presente fra loro sia nel carcere che fuori esortandoli a preservare nel loro proposito. "Molti dei condannati morirono raccomandando l'anima al diavolo e con questa disposizione d'animo furono abbrucciati". Blanchino non è un testimone diretto di quanto racconta, ma non fa altro che riferire quanto ha sentito dire. Nel giugno 1518 Carlo Miani, castellano di Breno e gentiluomo di Venezia, scrive al dott. Marino Zorzi che «a Breno alcune donne tormentate confessano "haver fatto morir homeni infiniti" mediante polvere avuta dal demonio, la quale sparsa in aria facea sorger procelle e con essa una asserì avere ucciso 200 persone...». Marin Sanudo scrive di eresia e di stregoneria come fenomeni assai diffusi in Valle Camonica: "In Valcamonica et etiam qui a Bressa et per tutto lo mondo è sparsa questa triste eresia et abnegatione del Signore Dio e dei santi. Et sono già stati brusati in Valcamonica in quattro luoghi circa 64 persone, maschi et femine, et altrettanti e più ne sono in presone... et ne sono circa 5000, cosa inestimabile...". Ugual notizia si trova anche nei diari Bianchi, riferita al paese di Poschiavo, in quel di Sondrio: le persone condannate s'aggirano sempre sulla sessantina. La declamata infestazione di streghe e stregoni nel territorio bresciano e specialmente in Valcamonica convince nel giugno 1518 il vescovo Paolo Zane, l'inquisitore generale fra Gerolamo de Zuda da Lodi con alcuni frati domenicani e vicari vescovili guidati dall'arcidiacono Pietro Duranti a trasferirsi in Valcamonica per estirpare le radici della stregoneria. Insediatosi a Cemmo, il vescovo invia vicari e frati a Pisogne, Darfo, Edolo e Breno per esortare le popolazioni a ravvedersi, pentirsi e reprimere i riottosi ed i ribelli. Il vescovo Zane col padre inquisitore ha intanto studiata, esaminata, considerata la cosa e così: "La vezilia de Santo Zuanne (23 giugno) sette done et un omo essere scomunicati et separati dalla Santa Chiesa et essere eretici et impenitenti et che sian dati ne le forze et braza secular et al iudizze temporale in questo loco existente... et siano messi a morte al foco vive et abbruzzate... et ita factum est...". Nei primi giorni di luglio più di sessantatrè tra uomini e donne vengono "condannati e brusati" senza che alcuna autorità locale intervenga. Si fa sentire, invece, il Consiglio dei Dieci che convoca il podestà Giovanni Badoer e il capitano Giovanni Michiel e nella seduta del 31 luglio 1518 ordina al podestà di "montar a cavallo" portarsi immediatamente e in ogni segretezza dal vescovo, farsi dare tutti gli atti dei processi contro i 62 "condannati et brusandi", convocare tutti coloro che li avevano intentati. Esaminati tali atti, il Consiglio dei Dieci approfondisce la situazione attraverso una speciale Commissione affidata al Nunzio Apostolico presso la Repubblica Veneta, il bresciano Altobello Averoldi. Vengono nel frattempo presentate sempre nuove denunce. Una lettera del 28 luglio 1518 del dott. Alessandro Pompeio da Brescia denuncia che al Tonale si raccolgono sino a 2500 persone ai conciliaboli. Altra lettera contemporanea di tal Giuseppe da Orzinuovi denuncia gli abitanti della Valcamonica come "gente gozzuta e silvestre che ricevette la stregoneria dall'Albania, che ne erano infetti parecchi preti, i quali non battezzavano... e che non celebravano la messa come Dio vuole..."


Nel frattempo, nel convento di San Domenico a Brescia, alla presenza del vicario dell'Inquisizione padre Lorenzo di Mazi, si svolge un processo nei confronti di una certa Benvenuta de Marsili, soprannominata Pincinella. È accusata di possedere il segreto di una polvere per nuocere alla gente, di far ammalare i bambini e di insegnare incantesimi di varia specie, soprattutto amorosi. Ma più di ogni altra cosa Benvenuta è specializzata nella cura degli stregati, nei confronti dei quali usa ricette magiche e scongiuri appresi dal diavolo. Perché taluni scongiuri siano efficaci deve evocare tre morti i quali poi eseguono la sua volontà. La Pincinella viene giudicata eretica recidiva e bruciata nell'estate 1518 insieme ad altre sette donne. Il 9 settembre interviene presso il Consiglio dei Dieci il legato Pontificio al quale viene spiegato che sono ancora incarcerati "in grande miseria et sinistri i 40 incolpati che bisogna giudicare", facendo presente che gli inquisitori "non hanno fatto debitamente" il loro ufficio, "hanno processato", come si ritiene, "con grande severità [...] mossi da cupidità di guadagno" contro gli ordini stessi del Papa. Viene richiesta, oltre alla presenza in Valcamonica del Nuzio, la rimozione dell'inquisitore generale. Vengono arrestati i "prevaricatori" e si scoprono estorsioni e prevaricazioni, per cui il Senato richiama nel 1519 il nuovo podestà Pietro Tron a normalizzare la situazione facendo restituire il maltolto. Nell'ottobre 1519 il Consiglio Generale di Brescia richiede a Venezia un nuovo intervento contro streghe, malefici e per l'estirpazione delle "sette diaboliche" in Valcamonica e nel territorio bresciano. La sollecitazione viene ripetuta nel gennaio 1520 da cittadini provenienti dalla Valcamonica. Ma le autorità venete rispondono chiedendo di procedere "con i piedi di piombo", che si controllino i fatti, e in particolare "come sono stati suddivisi i beni delle persone che in questi mesi passati sono stà brusati...". 


Sollecitato dal Consiglio dei Dieci, il 14 febbraio 1520 mons. Bartolomeo Assonica riprende l'attività inquisitoriale. Ma nel luglio 1520, quando il vescovo di Brescia decide di emettere nuove sentenze di morte, il Consigli dei Dieci ordina ai Rettori di Brescia di recuperare i documenti relativi ai processi. Non solo, ma nel settembre lo stesso Consiglio richiama a Venezia anche i documenti delle indagini compiute nel 1518. L'inquisitore mons. Assonica, il 3 gennaio 1521, presenta al Consiglio dei Dieci nuovi documenti e processi, ribadendo l'esistenza di alcune sette stregonesche. La cosa è negata, invece, da membri del Consiglio, tanto che il 14 gennaio 1521 il Consiglio dei Dieci ingiunge a Bartolomeo Assonica di abbandonare i territori della diocesi bresciana e di far ritorno in bergamasca, revocandogli così l'incarico inquisitoriale conferitogli nell'aprile del 1520 dal legato apostolico Altobello Averoldi col consenso del Consiglio dei Dieci. Di fronte a questa ingiunzione papa Leone X manifesta con parole durissime la sua disapprovazione per l'ingerenza del potere veneto in cause di carattere ecclesiastico ed il 15 febbraio 1521 invia ai Vescovi ed agli Inquisitori residenti nel Dominio veneto il breve "Honestis petentium votis". Il documento pontificio garantisce agli Inquisitori e ai Vescovi la piena autonomia giuridica nelle cause di stregoneria e maleficio, nei territori posti sotto la loro giurisdizione, anche se ad essi sono affiancati altri giudici ecclesiastici di nomina papale, come nell'incarico affidato al Vescovo Bartolomeo Assonica. Il breve riprende anche le disposizioni in materia già emanate nel 1486 da papa Innocenzo VIII, precedentemente citate. Si susseguono incontri e scontri fino a quando, come ha scritto Giorgio Tortelli, «il 20 e il 21 marzo dopo "molte disputation" di carattere politico e teologico, il Senato della Repubblica veneta presenta al legato apostolico Altobello Averoldi un protocollo d'intesa, mirante all'eliminazione degli "heretici et estirpar cussì detestando crimine" con l'intento di ristabilire "la vera fede catholica" ma che sostanzialmente ricusa l'autorità delle disposizioni pontificie. Il documento propone che il collegio giudicante, per i casi di stregoneria, sia formato da uno o due vescovi, da un inquisitore e da due insigni dottori della città di Brescia. Quindi, come ulteriore freno all'attività degli inquisitori, indica le procedure da seguire una volta che siano stati istituiti i processi, proibendo l'uso della tortura. Altrettanto importanti son le conclusioni del documento: "siccome vien divulgato si hora in molti esser seguito, et die cadere in considerazione che quelli poveri de Valcamonica sono gente semplice et de grossissimo inzegno, et che hariano non minor bisogno de predicatori cum prudente instructione de la fede catholica: che de persecutori cum severe animadversione. Essendo uno tanto numero de anime quante se retrovano in quelli monti et vallade". Inoltre, prima di procedere alla sentenza definitiva, precisa che gli atti giuridici dovranno essere ascoltati da due Rettori, dalla corte del Podestà e da altri quattro dottori di Brescia. La commissione così composta dovrà esprimersi sulle sentenze pronunciate dagli inquisitori facendo comunque attenzione alle "extorsion o manzerie, come se dice esser sta fatte fin al presente". L'11 aprile 1521 in Consiglio dei Dieci il Legato Apostolico accetta le proposte presentate dal Senato veneto, nonostante siano contrarie alle disposizioni pontificie. Il documento, importantissimo per la sua valenza giuridica, sarà in seguito punto di riferimento per le cause inquisitoriali promosse contro gli eretici residenti nei territori del dominio veneto».


Su queste decisioni del Consiglio tornava poi ad insistere il Doge Leonardo Loredan con sua ducale del 24 maggio 1521. Spedendo la copia della "parte" presa dal Consiglio, ne ribadiva il contenuto dichiarandosi deciso a farla osservare, sottolineando anche che "Dio non vuole la morte dei peccatori, ma che si convertano e vivano". Incaricava come deputato ai processi il vescovo di Limisso, Paolo Borgasio, dava disposizione che le spese venissero limitate "per non dar tanta gravezza" a poveri abitanti della Valcamonica. In ragione di questi severi richiami e provvedimenti le esecuzioni capitali si diradano sempre più anche se si susseguono ancora processi e il Tonale domina come fosco scenario di sabba e di tregende. Nell'archivio notarile di Sondrio, infatti, esiste una sentenza del S. Ufficio del 28 settembre 1523 contro Bartolomeo Scarpategio che ebbe a confessare di essere andato "al zogo del barilotto in Tonal", fin dall'età di otto anni accompagnato da uno zio. Il 9 agosto 1525 un'altra sentenza nello stesso archivio di un fra Modesto condanna per lo stesso motivo due donne valtellinesi. Nel gennaio 1535 l'inquisitore domenicano fra Donato da Brescia chiede ai Rettori di procedere all'esecuzione delle sentenze pronunciate contro tre donne condannate per stregoneria. Il podestà di Brescia, Stefano Magno, prima di soddisfare le richieste dell'inquisitore, vorrebbe controllare ed esaminare gli atti processuali prodotti contro le tre donne, ma l'inquisitore si oppone tenacemente a questa intenzione ed insiste sull'obbligo doveroso del braccio secolare di eseguire le sentenze ingiunte senza la presa visione dei processi. In seguenti processi compaiono una Quintilliana di Salò, una Giacomina di Brescia, ecc. Da questo momento l'autorità veneta rallenta l'attività verso la stregoneria, mentre si susseguono disposizioni ecclesiastiche al riguardo. Nel 1541, nell'elenco dei casi riservati approntato dal can. Annibale Grisoni, vicario episcopale, compaiono i sortilegi che sappiano di eresia invocando dei demoni.


Nel 1545, nelle "Costitutiones et edicta observanda in Ecclesia Brixiensis emanati" compare l'obbligo della denuncia indifferenziata di eretici, scismatici, luterani, streghe ("lamiae"), stregoni, incantatori e autori di veneficio. In una ducale di Pietro Lando del 12 ottobre 1545, riferentesi ad un processo istruito dal Cancelliere vescovile contro il prete Gasparo Rivadossi e donna Caterina detta Cabrina di Borno, il Doge ordina perentoriamente che non si debba "permetter che contra li preditti per alcun modo si proceda se non servata ad unguem la forma" delle disposizioni date dal Consiglio dei Dieci nel 1521, e che ogni cosa fatta finora sia ritenuta nulla. Nel 1548 la Repubblica richiede ai rettori di assistere ai processi inquisitoriali; in seguito gli inquisitori tenteranno di eludere questa prassi. Il risultato è evidente nei processi sul territorio veneziano dal 1547 al 1550, nei quali su sessantatrè procedimenti per eresia e stregoneria si riscontra una sola esecuzione. Già nella prima metà del '500, del resto, Teofilo Folengo scrive delle streghe della Valcamonica in termini burleschi. In effetti i pochi interventi come le Provvisioni prese dal Comune di Brescia il 10 luglio 1551, accennano sempre più spesso più che a streghe e stregoni ad eretici pur richiamando le norme che "ne' tempi passati" erano state prese per evitare gli inconvenienti "per il mal procedere di quelli che formarono processi contro le streghe" riprendendo le istruzioni date dal Consiglio dei Dieci nel 1521.


Nella decantazione dei fenomeni più aberranti e dei processi contro la stregoneria nera, si fa avanti anche nel Bresciano il fenomeno dei "benandanti" cioè degli stregoni "buoni" che mediante le loro arti "bianche" neutralizzano addirittura la nefasta attività delle streghe. Uno di questi compare negli atti della visita pastorale di mons. Nigusantio a Nigoline il 16 aprile 1556 quando davanti al Visitatore compare Donato Fantina di Moscoline di Castello che, «interrogato se confessa di cacciare i demoni dai corpi degli ossessi e di curare dai malefici e dagli incantesimi e simili, presenta al Visitatore un libello volgare contenente 2 volumi, uno denominato "Recettario di Galeno, ottimo ed approbato a tutte le infermità che accadono agli huomini et alle donne etcetera" (in Venezia, 1543, stampato); l'altro intitolato "Esorcismo mirabile et buono da disfare ogni sorta di maleficj et cacciare li demoni etcetera" (stampato in Bressa, per Damiano di Turlini, nell'anno 1545) e disse che gli stessi esorcismi e medicazioni e altro nello stesso libbro contenuti esercitava, nel nome della santissima Trinità. Udito ciò, il predetto signor Visitatore, a me Cancelliere consegnò da conservare detto libello, e comandò allo stesso Donato, sotto pena di scomunica che dopo ciò si guardi dall'esercitare in qualsiasi modo tale attività, premessa la trina monizione.» La stregoneria vera e propria (cioè quella della strega che vola sulla scopa, che incontra stregoni e diavoli nelle sabbe e nelle tregende) va scomparendo. Se ne accenna ancora negli atti della visita pastorale del vescovo Bollani (1565-1566), di mons. Pilati (1576) e in quelli della visita apostolica del card. Carlo Borromeo (1580), ma scompaiono i riti sabbatici, i delitti demoniaci le aberrazioni sessuali. Restano sortilegi e magie mai tramontati. E questo fatto è più evidente confrontando l'evoluzione in proposito che sta avvenendo nel Bresciano con ciò che avviene, ad esempio, nel Mantovano dove ancora nel 1603, il duca Vincenzo Gonzaga invita alla denuncia dei sospetti di stregoneria promettendo premi e riconoscenza ai delatori essendo ancora "tanto frequenti e atroci i danni causati [... dagli stregoni e dalle streghe ...". Nel Bresciano già negli atti delle visite di S. Carlo B. del 1580, non si parla che di incantesimi, magie o cose simili, compiute, tra l'altro, da medici e preti. Tra gli incantesimi troviamo la porta che si apre al segno della croce, la cassetta degli incanti della concubina del governatore di Asola. Nei documenti su di lui ritrovati compare addirittura una mezza biblioteca di libri di malefici e d'incanti. Libri di malefici descritti dei testimoni nei più diversi modi, con la copertina nera o verde, con "caratteri et nomi di diavoli", con "croci rosse con lettera nera", con "congiurationi" sono in possesso sia del prete Giovanni Maria di Agnosine, sia dello "strologo" di Paspardo, sia del medico Urtica di Capodiponte che sembra addirittura ne possieda una biblioteca, ereditata dal padre. In tale biblioteca i libri d'incanto si mescolano con "libri di heretici". Ma bisogna anche dire che il medico Unica viene descritto dai testimoni come uno che "ha un poco di specie di luterano" che "sostiene cose hereticali" ecc. Infatti mangia carne il venerdì, le volte che va in chiesa tiene la berretta sul capo e continua a scherzare, parla male del papa e dei preti, si vanta di tenere in casa (ma certo lo dice per irridere alla buona fede dei suoi compaesani) reliquie delle "teste delli Innocenti" (! !) ecc. È un unico caso in cui eresia e stregoneria si frammischiano e si confondono. Per il resto si tratta di preti corrotti, di maghi, di amanti che non sanno come accomodare le cose con le loro donne. Fra i più spicci e i più sprovveduti è certo il proprietario della cartiera di Toscolano che, non sapendo come cavarsela con l'amante a cui ha promesso il matrimonio, le propina, per farla abortire, un bicchiere che sembra di vino nero, ma che egli dice è "sangue di drago".


Sfatata l'accusa di roghi accesi da S. Carlo, di esecuzioni capitali si parla sempre meno. Di quella eseguita nel marzo 1582 sulla piazza di S. Antonio di Breno nessun elemento indica che riguardi una strega. Le istruttorie e i processi dei casi di stregoneria, che più raramente emergono, vengono sempre più trasferiti dal foro ecclesiastico a quello civile, come conferma il processo celebrato a Salò nel settembre 1593 contro una donna, certa Cornelia detta Quintiliana, che pur avendo confessato i più svariati malefici, dichiarando poi di "essere stata cattiva non sapendo" verrà condannata alla prigione a vita. All'esecuzione capitale dell' 1 agosto 1609 di una meretrice trentina di nome Lucia, per aver ucciso bambini e fatto stregherie, accenna il "Memoriale" Ducco. Ma si tratta di casi sempre più sporadici. Al massimo alla stregoneria si risponde con la prigione come il caso registrato a Breno il 16 aprile 1690 quando "Giovanna di Valtellina essendo stata retenta a Cortine per suspetta di strega, morse nelle carceri riceputo prima il Sacramento della Penitenza, non havendoli potuti amministrare gli altri Sacramenti per non esser io [il parroco] stato avvisato dal guardiano delle carceri del suo peggioramento". La fama del Tonale come monte delle streghe è già in decadenza nel sec. XVII. Secondo Michelangelo Mariani (autore di un volume su Trento e il Sacro Concilio), tale fama nel 1673 è già un "ricordo" che p. Gregorio di Valcamonica nei suoi "Trattenimenti" del 1698 dichiara perentoriamente "falsissima la nomea" e "voci di donnicciole e del volgo sempliciotto" secondo le quali il Tonale fosse il "monte del mostro della superbia, scuola ordinaria di Satana", dove questi ammaestrava "gran turba di malefici et incantatori del dogma dell'inferno... vera presunzione di alcuni sempliciotti, su deboli fondamenta appoggiati". Numerosi sono i luoghi che evocano presenze di streghe (o "faide"). Ad esse erano attribuite terribili tempeste: "Strea" o "Stria del Tonal" è ancora oggi un modo di rimproverare bambini troppo vivaci. Note erano le streghe di Piazza di Corteno. Le streghe occupavano anche le miniere esistenti in località Andròla di Cevo, dove ora sorge un bel santuario dedicato alla Madonna di Caravaggio. Nessuno azzardava inoltrarsi all'interno di tali miniere giacchè il popolo le credeva custodite da un serpente dall'anello d'oro. Approfittando di questa paura, durante i temporali le streghe uscivano dai loro antri per ballare sui prati dell'Andròla le più strane ridde infernali. Le campane della chiesa di S. Sisto, sempre a Cevo, tenevano con il loro suono lontane le streghe. Sempre nel territorio di Cevo a N dell'Andròla si trovano le "Büse (i buchi) de le strie". Convegni di streghe avvenivano pure sui monti di Niardo. A Berzo Demo, come registra Ausilio Priuli, vi sono le località "cüna de le strie" (culla delle streghe) un anfratto nella roccia; "Pè del diaòl", una incisione, una specie di coppella incisa su un suggestivo masso in bilico su uno sperone roccioso, attorno al quale si intreccia un nugolo di detti, leggende, "botè" che parlano del diavolo, del "maligno", di tesori nascosti, di riti pagani. "Mulì de le strie" (mulino delle streghe), ora distrutto da opere edilizie di allargamento di una strada, era il nome di un grande masso, una specie di masso avello nel quale, secondo la tradizione orale, le streghe macinavano il grano. Anche queste, come tante altre fonti orali, sono certo preziosi documenti che infittiscono la storia di quel luogo e che la rendono particolarmente interessante e degna di essere indagata. Una località Motto della strega (v. Motto) si trova nel territorio di Monno. Nel territorio di Sonico si indicano al "Dos de le Strie" e al "Corno delle Fate" massi preistorici.


Un paesaggio da streghe è certamente quello della Via Mala che, lungo il fiume Dezzo, congiunge la Val Camonica alla Val di Scalve. E di streghe infatti vi si parlava nei racconti più strani. Una strega di nome Mandola viveva sulle montagne di Angolo. Era servita da legioni di folletti che tra l'altro possedevano una polverina che faceva crescere d'incanto veri prati di funghi porcini che ancor oggi continuano a spuntare, sebbene meno abbondanti, nell'abetaia di Col di Varedo. Regno delle streghe era la località Cervera sopra Volpino. A Garda, sul lago omonimo, la Valle Trompia era ritenuta per antonomasia la"Valle delle streghe". Note nella media Valtrompia la Corna e la grotta della Strea appena sotto il Castello della pena nel territorio di Marmentino, grotta che sarebbe diventata un covo di streghe, le quali vi celebravano le loro tregende notturne. L'ultima strega, di cui si vedrebbero ancora le impronte nella grotta, ne sarebbe stata scacciata da una processione religiosa fatta da tutto il popolo di Marmentino. Essa, all'avvicinarsi del canto delle litanie, avrebbe spiccato un salto da qui addirittura fino al Monte Baldo. Un'altra versione parallela di questa leggenda parla di molte streghe che qui alloggiavano tutta la settimana, per uscire solo il sabato notte e volare in Gaver (dove c'è un altro castello favoloso: il Blumone) a convegno con le consorelle. Queste streghe non cavalcavano la solita scopa; camminavano invece a passi tanto lunghi che con uno solo andavano da Marmentino a Barbaine e con un altro da Barbaine ad Avenone. A volte si trasformavano in vecchie pezzenti e, reggendosi ad un bastone, chiedevano l'elemosina alle porte delle case. Se i ragazzi si burlavano di loro, si vendicavano crudelmente.


Tra la Valtrompia e la Valsabbia, luogo si streghe era Crocedomini. Streghe sotto le fattezze di bellissime giovani ma con gambe di capra erano soliti incontrare i falciatori di fieno selvatico a Campo Masso, sul monte Ario, ai confini tra la Val Trompia e la Val Sabbia. Un mandriano anzi offrì loro ospitalità, porse loro delle ciotole di latte, ma quando si appressò alle donne, si accorse delle loro gambe caprine. Sudò freddo e uscì dalla baita per fuggire e raccontare a tutti quanto aveva visto. Quando tornò sui suoi passi le donne erano sparite, ma della baita non rimanevano che poche assi bruciate. Covi di streghe erano ritenute alcune località nella Valle Duppo nel territorio di Casto; "Campo delle streghe" era chiamata una località sotto la chiesa di S. Liberale nella valletta del Gorgone nel territorio di Treviso Bresciano. A Nozza, in Val Sabbia, avrebbe abitato una strega di nome Geven. Viveva in una catapecchia con un gatto e una capra e nelle notti di luna si incontrava sul cucuzzolo di una montagna con furbi diavoletti dalla barba caprina che si divertivano a fare segni strani i quali si trasformavano in pallottoline nere che subito scoppiavano come petardi. Dal canto suo invece la strega si divertiva a seminare la morte. Riuscì ad ucciderla un vecchio misterioso che l'aveva convinta a bere del liquido contenuto in un anello da lui posseduto. A Odeno, nel 1438, proprio le streghe avrebbero bruciato il paese e ancora nel 1830 avrebbero bruciato in Val Scura, con un solo turbine, 18 mila abeti. Alle streghe fu attribuita anche la tremenda bufera che in Degagna e a Vobarno il 18 giugno 1587 sradicò piante e travolse fucine lungo il corso del torrente Agna. In Val Sabbia, nella zona delle Pertiche, esistevano invece i folletti. Uscivano al lume di luna quando l'aria pare colmarsi di fantasmi e di ombre. Al loro passaggio misterioso rabbrividivano gli animali e perfino le piante e i fiori. Essi naturalmente se la godevano allo spettacolo di tanta paura e si acquattavano dietro le siepi e le concimaie per poi balzare all'improvviso ululando e latrando. A volte entravano nelle cantine e nelle stanze più riposte per burlarsi di chi vi capitava all'improvviso. E non sono pochi quelli a cui sfuggiva il fiasco di mano dopo averlo riempito di vino. A volte si divertono a sculacciare chi si gode tranquillo il meritato riposo o a far altri dispetti, tanto che vi è chi tiene a portata di mano un ferro col quale picchia sulle coperte del letto quando il folletto ronza nel buio.


Affollato di streghe si riteneva sul Garda il monte Pizzocolo, detto localmente "Gu", sul quale si sarebbe trovato il "barcone volante" del quale facevano uso le streghe per scaricare valanghe di grandine su vigne, oliveti e campi. A scoprire il loro covo sarebbero stati, poco meno di tre secoli fa, dei pescatori partiti da Marniga, contrada del territorio di Brenzone. I tre, partiti in barca per gettar le reti nel lago, vennero colti dalla burrasca e fecero naufragio, salvandosi a stento. Salirono, incuranti dell'ammonizione d'una donna del posto, fin sul Gu, dove le streghe si riunivano dentro una capanna. Solo l'invocazione alla Vergine salvò le loro vite, dopo che era salpato il malefico barcone volante per scagliar grandine sulla riviera. Il barcone s'annientò e i tre pescatori, stremati, si ritrovarono miracolosamente nel porticciolo di Brenzone, accolti dai concittadini in festa. A ricordare il fatto leggendario resta, poco lontano dal borgo di Marniga, uno splendido capitello votivo detto della "Madonna de l'aiut". L'immagine che vi si vede dipinta è recente, perché quella originale, direttamente legata, forse, a quei fatti strabilianti dell'avventura dei tre "marnigaroi", è stata cancellata da un incendio. Il capitello si stacca dalla roccia, lungo il pendio coperto di olivi, e va a coprire la stradicciola. Terre di streghe e stregoni erano considerati in Valvestino, i piani di Rest, i Pegoi, ecc. località che ricorrono in parecchie leggende. Un castello delle streghe fa parte della toponomastica di Cologne. Leggende circolanti nella Bassa bresciana vogliono che lungo lo Strone, nel territorio di Verolanuova, si riunissero gli stregoni buoni: i Benandand. Essi difendevano pure il paese dalla ninfa Verola che, nuda, si aggirava per ogni dove, cercando di catturare, con le sue arti perverse, gli sprovveduti abitanti. Una cavità detta «büs de le strie» si trova a Brescia, sul monte Maddalena tra val Persane e val Fredda. A Brescia si chiamò fino al 1897 un vicolo della Strega (v. Strega vicolo). "La stria" era una delle più vecchie e conosciute osterie di Travagliato. I nomi di streghe ricorrenti nel Bresciano sono: Ago, Forca, Malara, Baorca, Mandala. Il 30 settembre 1629, come annota il diarista Bianchi, morì in Brescia «la Bizza, famosa strega di questa città».


Evocazioni di streghe e stregoni con piedi caprini si trovano nei Carnevali di Bagolino e della Valsabbia ed in leggende sparse ovunque narranti improvvise apparizioni, in balli o orge, di spiriti maligni. Capre indiavolate, ragazze che scoprono di ballare col demonio, giovanotti o signori legati a patti diabolici. Ancora nel 1965, vi era chi scriveva: "Abbiamo visto nelle valli - ma anche, sia pur raramente, in pianura - che in qualche contrada non è spenta l'abitudine di inchiodare uccelli rapaci, uccisi dai contadini, sui portoni delle cascine o sotto i granai, per allontanare spiriti maligni e fatture stregonesche". Ugo Vaglia (in "Curiosità e leggende valsabbine") scrive che nel 1947 rimaneva in Valsabbia ancora qualche credenza sui misteriosi "figli delle streghe". Questi, nelle notti illuminate dal chiaro di luna, si nascondono dietro le siepi e nelle concimaie mugulando e latrando per poi balzare fuori all'improvviso, spaventando un viandante malcapitato. Di notte appiccano il fuoco ai solai e ai sottotetti e, quando i soccorritori accorrono per spegnerlo, con grande stupore non trovano nulla. Il ricordo di figli di streghe e demoni, nascosti sotto varie vesti, di cani misteriosi detti "baieti" rimane nei racconti, nelle cantilene, nelle filastrocche.


Non mancano cantilene e filastrocche. Conosciuta quella che suona: "Dì bernas, 'l diaol l'è tò ghidàs/Dì badil, 'l diaol 'l tè fa mardil/Dì moèta, 'l diaol 'l tè spèta/Dì nisöla, 'l diaol 'l tè fa scöla/ Di nus, 'l diaol l'è 'l tò murus". I contadini della pianura bresciana, ai primi giorni tiepidi di primavera, dicono che "l'è ignida föra anche la stréa", e quando si vede sulle pietre il tremolio della calura, dicono "el bala la ècia". Questo perché si credeva che la "stréa", altresì detta "ècia", tornasse sotto terra al sopravvenire del freddo.


Frequenti negli ultimi anni le rievocazioni teatrali di processi. La Pincinella venne rievocata a Nave nel maggio 1977 da un gruppo di animazione locale in collaborazione con il Centro Teatrale Bresciano. Nel maggio 1997 gli alunni dei licei di Breno misero in scena processi di streghe. Dal maggio 1999 viene organizzato dal Gruppo Giovanile e dal Gruppo Teatrale di Cemmo col patrocinio del Comune di Capodiponte il ciclo di manifestazioni "Ire Strigatum" incentrato sulle streghe. A Pontedilegno nell'agosto 2000 venne messo in scena dal gruppo "lanua de Zemo" il processo (1523) alla strega Margherita di Sondrio.