STATUTI bresciani

STATUTI bresciani

Dal latino "statutum" (a sua volta dal verbo "statuere"), significa ciò che è stato deliberato, stabilito nel senso di norme da seguire. Mentre la "legge" fa riferimento agli ordinamenti primari (Chiesa, Stato) gli statuti nel medioevo si riferiscono particolarmente ad ordinamenti riguardanti corporazioni, forme associative varie. Nel medioevo con il termine statuti si designavano inizialmente le norme deliberate dagli organi costituzionali di ordinamenti particolari (comuni, comunità, territori) sottoposti ad autorità superiori (l'Imperatore, i Visconti, la repubblica di Venezia), alle cui norme soltanto era riservato il nome di legge. Si differenziavano dalle provvisioni (cioè deliberazioni) del comune, per il loro carattere legislativo e per l'efficacia generale e duratura nel tempo (almeno nelle intenzioni). In seguito il termine statuti o statuto passò a indicare la raccolta di deliberazioni e altre norme del diritto locale, considerate come un corpo organico e, in quanto tali, tra loro coordinate, periodicamente rivedute e corrette, e riunite anche materialmente in un unico volume. Negli statuti comunali troviamo così norme di diversa natura: il diritto consuetudinario locale anche feudale; le formule di giuramento con cui i magistrati comunali o altri cittadini assumevano impegni di fronte alla cittadinanza; infine le deliberazioni aventi carattere legislativo. Negli statuti confluiscono norme le più diverse, da quelle consuetudinarie a quelle riguardanti i rapporti fra autorità, funzionari e la popolazione e viceversa; le provvisioni, cioè le delibere del consiglio comunale; gli ordinamenti e i decreti di indole amministrativa, di solito di carattere regolamentare; gli ordini pubblicati dal podestà e da altri rappresentanti del comune. Gli statuti contengono in tal modo norme generali e disposizioni più minute, di carattere regolamentare e tecnico.


La prima attività statutaria del comune di Brescia, seguita poi da molti altri, da comunità delle Valli ecc. viene fatta risalire agli ultimi decenni del sec. XII e si andò sviluppando verso la metà del sec. XIII. Fra le prime deliberazioni assimilate ad un'attività statutaria, viene segnalata quella riguardante il Mercato Nuovo di Brescia. Ma, come risulta dai capitoli della pace di S. Pietro in Valico (Mura di Palazzolo) tra Brescia e Bergamo, del 1199, ve n'era uno che stabiliva che essa venisse registrata a perpetua memoria negli statuti di entrambe le città. Del resto dai codici più completi, a partire dal 1277, risulta che già nel 1204 esistevano collezioni di leggi e decreti. Nel 1245, poi, veniva prescritto al podestà l'obbligo della conservazione degli statuti, in tre esemplari, dei quali uno doveva restare nelle mani dello stesso podestà, uno doveva essere custodito nella camera del comune, il terzo doveva essere depositato presso un notaio fidato e legalmente riconosciuto. Revisioni e riforme statutarie risultano poi in documenti del 1248-1250, del 1270.


Di notevole importanza risultò la riforma del 1277 in seguito a delibera del Consiglio Generale, che, oltre a confermare l'obbligo della registrazione in tre diversi libri, sanciva che coloro che erano incaricati di trascrivere nei detti libri gli statuti comunali non potevano essere assolti dei loro peccati neppure dal Papa, nel caso che avessero riportato infedelmente nei libri il testo degli Statuti.


La raccolta iniziata dal 1277 è divisa in otto libri. I primi tre comprendono il giuramento del podestà e di tutti i suoi ufficiali, nonché il diritto civile, penale e commerciale; il quarto contiene la riforma degli statuti ordinata dal podestà Lorandino di Canossa nel 1282; il quinto si riferisce allo statuto delle gabelle, riformato e corretto dal Consiglio Generale nel 1283; il sesto contiene una nuova riforma agli statuti fatta dal Consiglio nel 1293; il settimo riguarda le consuetudini bresciane; l'ultimo propone la correzione e la riforma degli Statuta Clausorum ordinata dal consiglio nel 1293. La stesura del 1293 (in quattro parti) e quella del 1297-1298 (in otto libri) sono a noi note solo frammentariamente.


Per intero ci è giunta invece, frutto della reazione ghibellina, la riforma del 1313, che si prefiggeva di strappare dalla confusione invalsa i capitoli dispersi in varie parti e di riordinarli. La raccolta del 1313 non ripete, in sostanza, che le revisioni del 1277. È suddivisa in quattro libri. Il primo contiene lo Statutum Potestatis, insieme al testo dell'accordo di pace tra guelfi e ghibellini del 1298 e alla legge del 1224 di Federico II contro gli eretici. Segue il Liber Secundus che può dirsi codice penale, con gli ultimi paragrafi che riguardano le mercanzie e le vettovaglie. Il Liber Tertius contiene il codice civile ed i capitoli per i consoli della Mercanzia, i giudici, i notai e tutti gli ufficiali addetti al foro. Il Liber Quartus, intitolato De Extraordinariis, contiene lo statuto di Mosio, le immunità dei medici ed altri documenti.


Di rilievo fu la riforma apportata nel 1355 da Bernabò Visconti che suddivise gli statuti in quattro parti e cioè "Statuta Criminalia", gli "Statuta Civilia", gli "Statuta Victualia" e gli "Statuta Clausorum". Inoltre precisava l'ordine da osservarsi da parte delle autorità cittadine e dei paratici nella processione della vigilia dell'Assunta; conteneva le lettere di Marco Visconti e del Conte di Virtù; lettere e decreti diretti al podestà dal Conte di Virtù, da Bernabò, da Regina della Scala e riguardanti le riforme degli statuti; due capitoli che confermano le lotte intestine che travagliano la città dal 1316 al 1331, e il testo di un trattato di pace stipulato nel 1337.


Riformati nel 1385 da Gian Galeazzo Visconti gli statuti vennero articolati in cinque libri: il primo, intitolato «Rubrica Statutorum Potestatis», riguardante il giuramento del podestà, quello di tutti i suoi ufficiali e la definizione delle loro incombenze; inoltre, contiene una serie di norme non presenti nei precedenti statuti, sul modo di riunire gli Anziani ed altri corpi decisionali. Il secondo ed il terzo libro contenevano il codice penale e civile. Il quarto libro è lo statuto delle Chiusure. Il quinto, intitolato «Statuta Judicis Victualium», riproponeva i capitoli dello statuto di Bernabò Visconti del 1355, con lievi modifiche ed aggiunte. Il volume conteneva altri documenti, quali la lettera del Conte di Virtù, datata giugno 1385 e diretta al podestà di Brescia, in risposta a parecchie petizioni del Comune riguardanti il perdono dei banditi e lo svincolo dalla confisca dei loro beni, la revoca dei decreti e delle lettere di Bernabò sulle cause civili, l'istituzione di un Banco Prestiti gratuito onde far prosperare il commercio della lana e le manifatture, e altre richieste. Nel 1429 si giunse alla revisione del doge Francesco Foscari che articolò gli statuti in modo più logico. Oltre alla formula del giuramento del podestà, del vicario, dei giudici, dei militi e di tutti gli ufficiali della curia, il primo libro conteneva la descrizione degli obblighi di ciascuno. Nel secondo e terzo libro veniva raccolto il codice penale e il codice di procedura civile. Seguono gli Statuta Officij Clausorum e gli Statuta Victualia. Consolidatosi il dominio veneto, nel 1448 il Consiglio Generale nominava una speciale commissione per la riforma degli statuti per una nuova codificazione delle norme statutarie in rapporto con il governo centrale. Emendamenti ed aggiunte, che incontrarono le proteste del vescovo Dal Monte, furono poi ripresi in esame nel 1454 mentre nuovi capitoli, soprattutto attinenti alla procedura civile, vennero elaborati nel 1460.


Tutta la materia venne poi rimessa in studio nel 1465, preliminarmente raffrontata col testo degli statuti di altre città italiane, alle fine stesa da una nuova commissione di 15 revisori (della quale fecero parte ben dieci consiglieri appartenenti alla nobiltà cittadina, significativo indizio della persistente sua diretta ingerenza negli organismi direttivi comunali), venne sottoposta all'approvazione del governo veneto che nel 1470-73 sanzionò gli Statuti Riformati di Brescia. Oltre che riconoscere a Venezia e ai suoi rettori la suprema potestà politica, come ha sottolineato Carlo Pasero ("Storia di Brescia", II, p. 156) "nel suo codice statutario riformato Brescia raccolse e fissò le deliberazioni normative successivamente adottate negli anni precedenti ogniqualvolta se ne era avvertita la necessità; in seguito attuò soltanto parziali riforme or di questo or di quel capitolo particolare; ma il testo complessivo si conservò immutato nel corso dei secoli, benché la sua validità fosse via via indebolita oppure superata ope legis dal diretto intervento di Venezia, attuante una progressiva trasformazione dei suoi rapporti con i sudditi di Terraferma, in buona parte sopprimendo od almeno limitando le autonomie locali". Una nuova riforma, ma marginale, venne ripresa nel 1525 e confermata da Venezia nel 1535.


Nel 1548 venne riordinata e resa più spedita la procedura di nomina delle autorità comunali e venne disposta un'estesa riorganizzazione di tutti i servizi pubblici, i cui ordinamenti e regolamenti furono riesaminati ed anche in parte riformati. Negli stessi anni Venezia tentava inoltre di unificare a quelli della città gli statuti dei comuni del Territorio. Del secolo XVI sono le "Annotationes ad Statuta Brixiae" volume di glosse varie agli Statuti civili del Comune cittadino.


Gli statuti rimasero in vigore fino al 1797. L'ultimo statuto comunale attualmente in vigore venne approvato dal Consiglio comunale il 30 luglio 1992.


Vasta la materia contemplata negli statuti fra cui, oltre alla struttura comunale ed al suo funzionamento, veniva regolato il commercio con speciale riguardo al trasporto di legname, ferro, cereali, olio e vino. Furono tracciate e controllate severamente le vie di trasporto, i dazi e la qualità delle merci. Controllato era l'artigianato specie della lana, del ferro. Regolate le due fiere cittadine: quella di agosto in Broletto e quella della Quaresima in Castello. Di particolare interesse era lo statuto delle vettovaglie specie per quanto riguardava la qualità, l'aspetto, l'esposizione, il prezzo "della merce venduta nelle beccherie". Qualità, prezzo dovevano essere controllate ogni giorno da un ispettore. Regolamenti severi erano adottati per le osterie e le taverne, specie per la qualità del vino, le misure, l'apertura e la chiusura. Disposizioni precise riguardavano i fornai e i mugnai. Prescrizioni severissime riguardavano la pesca, il trasporto diretto del pesce in città, l'esposizione, la vendita. Minuziose le prescrizioni circa la vendita di volatili, della frutta e verdura, il tempo della raccolta dell'uva. Norme molto elaborate riguardavano la salvaguardia della sicurezza cittadina, dalla tutela affidata alle guardie diurne e notturne, al silenzio notturno. Regolamenti particolari per i pompieri o zerlotti. Curiosi i regolamenti delle carceri. Severe le norme per la prostituzione proibita in alcune zone della città come in Castello e dintorni. Durissime le pene per i delitti politici e comuni, dalla confisca dei beni, al taglio della mano, del naso; per l'omicidio premeditato e la rapina con decapitazione ed esposizione della testa sulla torre del Broletto, l'impiccagione o il rogo per le donne. Pene severissime (decapitazione per i nobili e impiccagione per i plebei) colpivano gli eretici e i nemici del popolo e del comune. La libertà individuale veniva limitata dalla proibizione di lasciare la città e il territorio senza speciale permesso dell'autorità, pena la confisca dei beni. Regolate le manifestazioni religiose con obbligo di partecipazione e astensione di lavoro, pena multe nelle varie feste prescritte. La bestemmia veniva punita con multa (doppia per i nobili) o frustazione per le vie della città. Statuti particolari venivano emanati per la manutenzione periodica di strade, ponti e corsi d'acqua e per la sicurezza dei viandanti.


La prima edizione a stampa fu "Statuta civitatis Brixiae" (Brescia, Tommaso Ferrando, XII kal. Iun. [21 V]; III kal. Jul. [29 VI] 1473, 2°, rom. [R. 116]). Di essa sono rimasti alcuni esemplari in Biblioteca Queriniana. Uno di essi venne venduto dall'Olscki di Firenze nel 1904. Seguì nel 1490 l'edizione di Jacopo Britannico con lo stesso titolo "Statuta civitatis Brixiae" (Brescia, Jacopo de' Britannici, 8 XII 1490, 2° got. [G. 115 e G. 95] e rom. [R. 102]) della quale sono rimasti sei esemplari in Biblioteca Queriniana. Edizioni successive comparvero sotto le date: 1508, 1525, 1537, 1547, 1557, 1621, 1722 pubblicate in italiano nel 1776. Nel 1777 Ludovico Bigoni faceva uscire una traduzione degli "Statuti civili della città di Brescia". Gli statuti sono stati poi raccolti dalla Biblioteca Queriniana in una splendida collezione di sei volumi in folio, manoscritti su pergamena. Di particolare pregio gli Statuti del 1429 raccolti in un codice di tipo lombardo forse dovuto al pittore e miniaturista Cristoforo Scrosato o al grammatico Gabriele da Concorrezzo. Degli statuti cittadini scrissero F. Odorici ("Storie bresciane", vol. VII, p. 104 e sgg.); G. Rosa ("Feudi e Comuni", 1869); John Milton Gitterman (in "Ezelin von Romano", 1890); A. Valentini (1898); A. Lattes, M. Roberti, L. Tovini (1905); Franco Spinelli (1997).


STATUTI PARTICOLARI. Vennero emanati anche Statuti particolari. Importante e fra i primi in assoluto che si conosca è lo Statuto delle Miniere, emanato a Bovegno il 20 giugno 1341; quello della Mercanzia edito nel 1429; delle Vettovaglie, editi nel 1637, 1692 (Turlini). Per Brescia città esistettero anche Statuti delle Quadre ed anche statuti di fazioni come quello dei Malesardi, adottati ai tempi degli Angioini (1293). Statuti particolari vennero adottati per i dazi (pacta daciorum, 1473, 1628), in genere per i dazi della macina (1618). Ancora statuti vennero adottati per le acque, per i luoghi incolti, per gli estimi (1614, ecc.). Altri ancora per i Monti di pietà Grande e Nuovo.


Numerosi, non ancora del tutto catalogati, gli Statuti di paesi tra i quali (tra parentesi la data di presentazione e di approvazione di riforma) quelli di: Acquafredda (30 dicembre 1768), Alfianello (25 gennaio 1730), Anfo (sec. XVI), Bagnolo Mella (14 giugno 1765), Bagolino (sec. XIV ?, revisione 1473), Botticino Sera (14 gennaio 1766), Bovegno (1341), Calcinato, Calvisano (25 gennaio 1575), Carpenedolo (1428, 1749), Castegnato (30 aprile 1756), Castenedolo (8 aprile 1646), Castelnuovo, Castrezzato (7 febbraio 1440), Chiari (1429), Cimmo e Tavernole (1372), Ciliverghe (30 aprile 1756), Collio (1583), Concesio, Darfo (1495), Gardone V.T., Gavardo (7 settembre 1754), Ghedi (6 giugno 1753), Goglione (8 febbraio 1765), Gottolengo, Leno (24 febbraio 1729), Lonato (1722), Lumezzane (cit. 1563), Manerba (sec. XV), Manerbio (17 febbraio 1765), Mazzano (3 marzo 1605), Montichiari (1580, 1725), Nave e quadra (19 febbraio 1553), Nigoline (19 marzo 1787), Nuvolera (30 marzo 1765), Orzinuovi (20 luglio 1341), Ospitaletto (17 dicembre 1764), Palazzolo s.O. (25 aprile 1425), Pezzaze (1318, riform. 1529), Pezzoro (1440), Polpenazze (1450, riform. 1454), Pompiano (sec. XV?), Pontedilegno (sec. XVI), Pontevico (12 agosto 1604), Quinzano d'O. (4 maggio 1762), Rovato (1641), Seniga (3 marzo 1765), Serle (10 marzo 1765), Tignale (1476), Virle (24 marzo 1765). Territorio (12 luglio 1531, 20 luglio 1581, 1 giugno 1614, 16 settembre 1637).


Di rilievo anche gli STATUTI DELLE COMUNITÀ:


RIVIERA DEL GARDA. Pubblicati il 5 luglio 1383 a Salò dopo essere stati approvati da Galeazzo Visconti, duca di Milano e signore di Brescia. Stampati nel 1490 (Zani) in latino nel 1620-21, 1624, in volgare nel 1626. "Statuti criminali" (approvato, 15 luglio 1386); "Statuta Datiaria (pubblicati 1536).


VALCAMONICA. Riordinati e riapprovati dal Consiglio di Valle nel 1433. Riformati nel 1597, riapprovati da Venezia nel 1614, editi nel 1624 e 1750 (Britannici) e nel 1983.


VALSABBIA. Seconda metà del sec. XVI, edizione del 1573, anastatica del 1974.


VALTROMPIA. 1436, stampati nel 1576, 1764.




Molti gli statuti dei paratici o corporazioni di mestieri dei quali si possono ricordare:


SEC. XIV-XV. Chirurgicorum (1346), Confectorum et Caligariorum, Formagiariorum, Molinariorum (1461), Sertorum et Pateriorum (1521), Sojariorum et Tornitorum (1521), Tentorum panni lanae, Pistorum seu Furnariorum (1427), Ferrariorum (1518), Aurificum (1482), Disciplinatorum, Textorum panni lini (1571), Auretorum et lustratorum (1547), Armalorum (1433), Pellipariorum (1406), Barbitonsorum (1520), Aromatariorum (1433, 1560, ecc.), Marengonorum a muro et lignamine (1491, 1544), Gerulatorum (1520), Cauponum seu Tabernariorum (1380), Cimatorum et Garzotorum (1478), Beretariorum, Ministralium (1496), Festariorum, Frucatalorum, Designantium arma (1572), Medicorum (1446), Notariorum (1479).


SEC. XVI-XVII. Hospitum (1545), Tinctorum (1588), Sutororum, Bombasariorum (1593).


SEC. XVII. Revendalorum, Molatorum, Peltrariorum (1629), Pollaroli e Fruttaroli (1619), Cimatorum et Garzottorum, Lanefitij (1605, 1735, ecc.).


SEC. XVII-XVIII. Farinari, Fabri aurifici, Incassatori (1689), Lissadori, Smeriadori, Tessitori in seta, Barbieri delle Chiusure, Conzadori e Crivelladori delle biade (1646), Assalinieri, Ferradori, Camusadori, Tessadri, Barbieri, Grassinari (1732), Confettori, Offelini (1745), Formagiari, Osti, Medici Chirurghi e Spetiali, Università de' Tintori di Brescia, Scozeri, Peltrari e Lattari (1754), Sgarzotti e Cimadori, Tintori, Revendaroli, Polaroli e Fruttaroli. Statuti particolari vennero dettati anche per categorie di artigiani di paesi come quelli per le maestranze della Valtrompia (1640).