SCALVINI Giovita

SCALVINI Giovita

(Brescia o Poncarale ?, 16 marzo 1791 - Brescia, 12 gennaio 1843). Di Alessandro (v.) e di Faustina Da Ponte. Invalse non provata l'opinione raccolta da N. Tommaseo che, dato a balia, il latte "malsano" della balia


"gl' infondesse quel germe il quale gli fece inferma la vita e prematura la morte". Trascorse l'infanzia e la prima adolescenza a Brescia nella casa che i genitori possiedono, una casa nella zona di piazza Mercato Nuovo (poi Tebaldo Brusato), e a Botticino Sera. Sotto la guida di uno zio, Mauro, discreto pittore e modesto poeta prende per la prima volta contatto con la letteratura e l'arte. Lo Scalvini fu provato fin da ragazzo da sventure fra le quali alcune di carattere economico. Infatti negli stati d'anime di S. Maria Calchera in Brescia mentre nel 1802 Alessandro è definito possidente con la famiglia che vive con servitù in una casa propria in vic. delle Lavandare, nel 1804 e nel 1805 sono elencati come "casanti" in casa Marazzi. Nel 1807-1808 studia nel Seminario di Brescia e nel 1808-1809 passa al liceo appassionandosi del tutto alla letteratura così da cimentarsi con il rendere in prosa l'Eneide e progettando poemetti e tragedie senza dimenticare lo studio della storia e della filosofia. Nel 1807 conosce Foscolo e nel 1808 Monti, ambedue di passaggio da Brescia. Agli anni dell'adolescenza si possono far risalire anche i primi "esperimenti" letterari: appunti di argomento morale e civile, abbozzi di versi, in cui si avverte l'influenza del Monti, tentativi di romanzo, lavori questi andati in gran parte perduti. Entra anche, nel 1809, a far parte dell'Accademia dei Pantomofreni prevalentemente costituita da liberali e romantici, tanto da cadere in sospetto da parte della polizia austriaca. Silvano Danesi lo dice appartenente alla Loggia Massonica. Presenta in tale Accademia un romanzetto intitolato "Aleppe, acre di sale" andato perduto, mentre qualche cosa ci resta, invece, de "Il sogno di Macario", opera satirica in prosa, pressoché dello stesso periodo, che vuol dimostrare come «con tutte le felicità e tutti gli agi, ma senza l'intera libertà del vivere, non è felicità».


Nel 1810 passando da Milano per Pavia dove è iscritto all'Università incontra Foscolo col quale rimane in corrispondenza anche nei mesi seguenti. A Pavia frequenta l'Università fino all'estate 1811 passata la quale, nel dicembre, è iscritto all'Università di Bologna salvo parentesi di vacanza a Brescia (dicembre 1813) e a Botticino (nell'estate 1813). Come ha testimoniato un suo cugino, Alessandro «(a Bologna) non trovando gli studii legali di suo gusto, pensò di fuggire con altro compagno. Suo padre, di ciò avvertito, scrisse a mio padre a Milano, che tosto fece dare gli ordini per l'arresto, mentre suo padre si portava a Bologna; e Giovita fu raggiunto ad Ancona, ove si voleva imbarcare per l'America». Altri hanno scritto che volesse raggiungere Roma per dedicarsi alla pittura. Ritornato a Brescia, abbandona l'Università e, pur essendosi proposto di studiare fisica e botanica, si abbandona ad ampie letture, rimanendo in contatto con il Foscolo e con altri.


Sempre più difficili, invece, si fanno i rapporti con i genitori (imputa alla madre un affetto di preferenza al fratello don Enea, mentre il padre non gli perdona l'aver abbandonato l'Università), stringe una sempre più profonda amicizia con Filippo Ugoni, Giuseppe Nicolini, Cesare Arici, Federico Borgno, con i Gigola, i Calini, i Lechi ecc., passando giornate in appassionate letture, in intense conversazioni che terminano la sera al classico Cantinone e fra rimpianti di legami amorosi perduti.


Critico nel 1813 del Foscolo e della sua "Ricciarda" (come lo sarà nel 1817 delle "Ultime lettere di Jacopo Ortis") si lega dal 1813 di profonda amicizia con il mantovano conte Giovanni Arrivabene che lo giudica anche se "debole di corpo... altrettanto forte di mente", di "delicato e fine gusto" e "giudice competentissimo in fatto di lettere e di belle arti". La crescente tensione in famiglia lo convince a cercare lavoro altrove così che si accentua, alla morte del padre avvenuta l'1 maggio 1816, in lui il rimorso per l'ingratitudine insistita. Nel 1817 inizia la collaborazione con la "Biblioteca Italiana" diretta da Giuseppe Acerbi trasferendosi nel dicembre a Milano anche per fuggire alla situazione familiare accontentandosi dell'albergo e di tre lire milanesi al giorno. Vi scrisse parecchi articoli, ma, nonostante fosse stimato e ben voluto, l'attività giornalistica lo stancò, forse perché non gli era congeniale: «con tutta quella cultura, con quel temperamento che lo rendeva indocile e strano, come scrive il Bustico, egli non poteva avere stoffa da giornalista». Sembrandogli l'insegnamento un'occupazione più vicina alla natura dei suoi studi dopo alcuni mesi trascorsi a Brescia a metà ottobre 1816 entrò come precettore in casa Melzi, continuando a collaborare con saggi di scarso rilievo alla "Biblioteca Italiana" e passando le vacanze in Brianza. Per la "Biblioteca" scrive quasi solo recensioni e articoli non eccellenti nonostante gli apprezzamenti del Monti che lo stima, come il migliore collaboratore della rivista ma nei quali però egli rivela, almeno in alcuni di essi, la sua non comune sensibilità critica, e pur dimostrandosi legato agli schemi di un classicismo più severo, evidenzia la conoscenza dei principali testi teorici preromantici e romantici europei. Questi articoli gli procurano, inoltre, una certa fama tra i bresciani, tanto che l'abate Antonio Bianchi nel 1819 propone la sua nomina a socio dell'Ateneo.


Ritornato nell'autunno a Milano vi passa anche l'inverno 1819-1820 e vi incomincia la collaborazione al "Conciliatore" mentre, sollecitato dal Monti, dirada e tronca la collaborazione alla "Biblioteca Italiana" rifugiandosi verso la metà maggio del 1820 a Botticino, ripromettendosi, senza riuscirvi, di tornare a Milano come bibliotecario in casa Trivulzio. Le condizioni di salute precarie e una connaturata lentezza nell'allestire articoli lo portano a rompere nel 1820 anche con Paride Zaiotti e con altri. Alla fine del 1820 con l'Arrivabene è a Firenze in contatto con Gino Capponi e Gian Pietro Viesseux in procinto di pubblicare l'"Antologia".


Da Brescia intensifica i rapporti con l'Arrivabene e si reca a Mantova dove nei primi mesi del 1821 apprende da Pecchio e da altri le prime e insistenti notizie delle "faccende", cioè della rivoluzione piemontese. Coinvolto nella cospirazione patriottica con l'Ugoni, complice l'Arrivabene, stringe rapporti con i mantovani e i cremonesi che, tramite il Manfredini, cercavano di assicurare alla causa la collaborazione del generale napoleonico Carlo Zucchi quando in Brescia, nel febbraio 1821, tra i più fidati, già circolava il primo messaggio dei federati piemontesi. Al contempo si trova con i fratelli Ugoni, il Dossi, il Moretti per "preparare la rivoluzione". Allo scoppio della rivoluzione piemontese, il 16 o 17 marzo 1821 partecipa ad una nuova riunione in casa Ugoni per esaminare le istruzioni per l'insurrezione di Brescia che viene rimandata per avere l'Ugoni voluto consultare Carlo Alberto a Torino. Nel 1821 è coinvolto nei processi di un notevole numero di patrioti tra i quali particolarmente quello di Silvio Pellico e Pietro Maroncelli. Per una deposizione del Pellico (22 maggio) davanti alla commissione speciale di Venezia presieduta dal Salvotti la Polizia austriaca procede in Mantova all'arresto di Giovanni Arrivabene (25 maggio), e in conseguenza di alcune lettere perquisite all'Arrivabene e scrittegli dallo Scalvini la direzione generale della Polizia ordinava l'immediato arresto di quest'ultimo, ciò che avvenne il pomeriggio del 29 maggio a Botticino Sera dove si era ridotto da poco tempo, proveniente da Milano per curare la malferma salute. Arrestato dopo una minuta perquisizione anche nell'abitazione cittadina, venne tradotto alle carceri di S. Margherita in Milano, sotto l'accusa di "perturbazione della pubblica tranquillità di stato". In sostanza l'accusa si appuntava soprattutto su una lettera del 1819 nella quale aveva scritto: "Monti ha scritto un inno per l'Imperatore ch'è sotto i torchi. Bada bene è sotto i torchi l'inno, non l'Imperatore per nostra sventura". Come ha scritto l'Arrivabene nelle sue "Memorie" «Scalvini soffrì assai in prigione. Vi cadde gravemente ammalato, e forza fu trasportarlo nella infermeria, ove ebbe a vicini di letto, assassini; per infermieri, assassini. Egli ebbe molto a lodarsi di essi. Gli portarono grande rispetto, gli mostrarono gran deferenza ed ebbero di lui affettuosa cura. Egli trasse partito da una sì dolorosa e strana vicenda per istudiare una natura d'uomini, che altrimenti avrebbe sempre ignorata. (...) La povera sua madre lo vide in quel luogo fra quelle miserie, in quella compagnia!». Dopo accurate inquisizioni e dopo nove mesi di carcere il 25 febbraio 1822 ritorna a Brescia avendo l'autorità giudiziaria appurato che non era imputabile del "delitto di perturbazione della pubblica tranquillità dello Stato". Se non che, a distanza di non molti giorni, lo Scalvini, temendo di essere nuovamente arrestato come era avvenuto per Giacinto Mompiani e Pietro Borsieri con gli amici Ugoni e Arrivabene, l'11 aprile abbandona Brescia dirigendosi per la Valtrompia, aiutato dal dott. Giuseppe Zola, medico di Concesio. Giunti a Lavone, con l'aiuto di Giovanni Piotti detto Nicolini, scendono con guide e muli sul lago d'Iseo, continuano la fuga lungo la Valcamonica fino a Edolo da dove, superata l'Aprica e percorsa la Valtellina, espatriano in Svizzera. Toccando poi Coira e per il lago di Wallenstad, Ginevra, e poi Berna, Basilea, trovano modo di entrare in contatto con il critico Sismondi, il filologo Orelli, il pedagogo Pestalozzi e il giurista Pellegrino Rossi. Con una piccola barchetta Scalvini e Arrivabene sul Reno, raggiungono Strasburgo e dopo quattro mesi di fuga arrivano a Parigi. Dopo tre mesi di permanenza nella capitale francese, passano il 3 dicembre 1822 in Inghilterra, a Londra dove vengono raggiunti da Filippo e poi da Camillo Ugoni e rivedono il Foscolo. Oppresso dal clima londinese ostile ai suoi polmoni e al suo fegato, nonostante l'assistenza di ottimi medici, cercò sollievo per alcuni mesi dell'estate nell'isola di Wight. Tornato in autunno a Londra dà lezioni di lettere italiane, vivendo con Filippo Ugoni nella casa, il Green Cottage, edificata dal Foscolo e già abitata da Santorre di Santarosa, dove compone il poema "Il Fuoruscito" intitolato dapprima l'"Esule" e corretto poi fino al 1838 senza peraltro giungere ad una redazione pienamente soddisfacente per il bresciano, cosicché egli non si deciderà a pubblicarlo direttamente per cui uscirà postumo.


"Il Fuoruscito", scritto seguendo i moduli consueti della poesia romantico-risorgimentale, non privo di suggestioni byroniane e foscoliane rivissute con una certa originalità, ma talvolta liricamente poco felice, risulta interessante soprattutto per la concezione ideologico-politica che lascia trasparire: emerge in esso la consapevolezza che sia necessario superare le sette aristocratiche ed ottenere il coinvolgimento di tutte le componenti della società italiana, ed in particolare della plebe, per la riuscita di un effettivo Risorgimento nazionale. Scalvini rivela, dunque, nel poemetto, sentimenti apertamente giacobini ed antinobiliari. 


A Londra oltre che col Santarosa entra in contatto con il Berchet, lo scienziato novarese Mossotti e altri. Dall'Italia, intanto, gli arrivano notizie di nuove indagini della polizia austriaca che nel luglio 1823 lo accusa di aver gettato in un buco dietro le fondamenta della chiesa di S. Pietro in Castello "proclami incendiari" per la rivoluzione in Piemonte che però erano sfuggiti ad ogni ispezione e ricerca. In seguito a ciò il 26 novembre 1823 tutti i suoi beni vengono confiscati mentre egli, il 19 dicembre 1823, scriveva alla madre da Londra che sarebbe tornato in patria solo se il governo avesse dichiarato che non sarebbe stato per nulla molestato e che il passato non avrebbe formato nessun pretesto di persecuzioni. Come ha documentato Giuseppe Bustico «Con decreto del 18 agosto 1824 si giudicava lo Scalvini colpevole della contravvenzione contemplata nell'art. 42 del Decreto 8 febbraio 1812 e lo si dichiarava morto civilmente, ed incorso nella confisca di tutti i suoi beni a profitto dello Stato, condannandolo inoltre alle spese. La madre di Giovita, Faustina da Ponte vedova Scalvini, avanzò ripetute domande onde far risultare che i beni immobili confiscati al figlio suo a Botticino erano a giusto titolo di sua assoluta e comprovata proprietà; l'autorità riconobbe giuste le domande essendovi un atto del 22 luglio 1820 con cui Giovita vendette alla madre gli stabili di Botticino».


Mentre si consumavano queste nuove condanne, a Londra Scalvini intensificava l'attività di studioso e scriveva molto raccogliendo tali scritti in voluminosi quaderni sotto il titolo "Note di storia, di letteratura, critica e filosofia, studi e riflessioni". Dopo aver cercato nel 1825 sollievo alla salute a Dieppe, nell'autunno 1826 dimostrandosi il governo francese meno severo con gli esuli italiani raggiunse con l'Arrivabene Parigi, vivendo alcuni anni nella periferia di Parigi, abitando la casetta di un muratore, dando lezioni e collaborando a qualche giornale. Furono gli anni più amari e più duri del suo pur lungo esilio: soffrì acerbamente crisi di sfiducia per la solitudine e per il futuro sempre più incerto e difficile. Visse con l'aiuto finanziario di amici, fra i quali i conti Arconati e specialmente la contessa Costanza con la quale intrattenne anche una nutrita corrispondenza epistolare più volte pubblicata, mentre andò cercando occasioni di guadagni in collaborazioni fra le quali quella all'"Antologia Straniera" dell'editore Pomba di Torino. A Parigi entrò in contatto con C. Fauriel, il Cousin, il Maroncelli, il Berchet, il Gioberti, Cristina di Belgioioso, Pellegrino Rossi, il piemontese Giacinto di Collegno, ed altri mentre manteneva rapporti epistolari con amici lontani, fra i quali Giuseppe Pecchio, scambiando con loro opinioni politiche.


Come è stato sottolineato da Fabio Danelon quelli parigini «sono gli anni determinanti per la formazione intellettuale di Scalvini: qui, infatti, grazie alla frequentazione con il filosofo Giambattista Passerini, anch'egli bresciano, si avvicina alla lettura dei testi del moderno pensiero europeo, da Kant a Schelling a Hegel; ma a Parigi, oltre ad entrare in contatto con molti intellettuali (Guizot, Villemain, Fauriel ed altri) conosce soprattutto Victor Cousin, il filosofo eclettico. Molte idee di Cousin, infatti, influenzeranno sensibilmente gli scritti successivi del bresciano, di cui il pensatore francese diviene stimato amico». Scalvini incontra molti di questi personaggi nel salotto di Costanza Arconati-Visconti, moglie del nobile liberale Giuseppe, che trascorre a Parigi l'inverno tra il '26 e il '27. Nel '27 Arrivabene lo lascia solo per seguire gli Arconati in Belgio. Giovita si trattiene nella capitale francese, forse per amore di una donna dell'alta società, mantenendosi in modo abbastanza precario: dà lezioni private, cura un'antologia, esegue traduzioni. Sempre nel '27 incomincia ad occuparsi dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, che proprio in quell'anno sono editi la prima volta, iniziando a raccogliere una cospicua quantità di note sul romanzo. Questo lavoro lo condurrà alla elaborazione del saggio "Dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni", destinato dapprima a una "Rivista Italiana" organizzata in Svizzera da Giacomo Ciani che non vedrà mai la luce, poi edito come saggio a sé stante nel 1831 presso Ruggia a Lugano.


All'indomani della Rivoluzione di Luglio in Francia (1830), dopo il fallimento dei moti del '30-'31 in Italia, Scalvini, deluso dagli avvenimenti politici, decide di lasciare Parigi per trasferirsi in Belgio e, compiuto un primo viaggio nel '31, vi trasloca nel 1833, abitando tra Bruxelles, ove vive con Arrivabene, e il castello di Gaesbeek, dove è dal giugno ospite degli Arconati. A Gaesbeek entra in contatto con importanti personalità della cultura belga e conosce o incontra nuovamente alcuni esuli italiani: tra gli altri Gioberti, Borsieri e Berchet; quest'ultimo lo aiuta anche nella traduzione di alcuni passi del Faust di Goethe. In questo periodo, inoltre, nasce l'amicizia con Niccolò Tommaseo. Senza dubbio è benefico e proficuo per Scalvini il contatto con il mondo culturale che fa riferimento al castello degli Arconati, così come risulta stimolante per la connaturata indolenza del bresciano l'amicizia affettuosa con Costanza Arconati, che lo pungola continuamente affinché lavori, in particolare, alla traduzione del Faust. Probabilmente è dal 1829 che Scalvini si sta occupando della versione del Faust di Goethe, autore cui Giovita dedicherà l'attenzione maggiore da qui fino alla morte: egli, addirittura, intraprende nel 1836 un viaggio in Germania per conoscere da vicino l'ambiente culturale tedesco, raccogliendo una gran quantità di appunti ed abbozzando un saggio sul Faust e la poesia di Goethe. La traduzione della prima parte dell'opera goethiana, la prima in Italia, in prosa e in versi, sarà edita a Milano presso Silvestri nel 1835. Per la salute sempre più in declino, frequenta i bagni di Ems, mentre torna anche a Parigi, non rinunciando a viaggi a Londra, Bonn, Berlino, avendo modo di incontrarsi con alti esponenti della cultura europea tra i quali Schelling, mantenendo continui rapporti con l'Ugoni, il Tommaseo, lo stesso Gioberti ed altri.


Raggiunto nel settembre 1838 dall'amnistia per tutti i perseguitati politici, il 13 ottobre 1838 chiede all'ambasciatore di poter tornare in Italia, ciò che realizza tuttavia solo a distanza di quattro mesi. All'autorizzazione subito concessagli alla domanda avanzata il 13 ottobre 1838 seguono mesi di soggiorno a Gaedesback, raggiungendo Parigi nell'aprile 1839 da dove riparte per Marsiglia e poi per Genova. Terminano 17 anni di esilio dei quali 4 trascorsi a Londra, 7 a Parigi, 6 in Belgio. Come ha sottolineato Lotha Henbeck «Aveva trascorso gli ultimi anni in un ambiente aristocratico, in compagnia di persone colte, e senza preoccupazioni economiche. Ora, tornando a casa, avrebbe certamente ritrovato gli stessi problemi che amareggiarono la sua esistenza in gioventù. Qual'era il suo stato d'animo sbarcando a Genova? Ce lo dice lui stesso: Se potessi mettermi a fare qualche cosa, scriverei un Paradiso perduto. Sbarcando a Genova, mi parve in tutto d'essere il Lucifero sprofondato tutto a un tratto nell'abisso». A Milano qualcuno non lo riconosce, la stessa madre dice, sorpresa, che ha cambiato fisionomia. Il 2 maggio era a Botticino e annota «Sono uscito qui ieri dopo oltre a diciassette anni. M'immaginava di poter salire questi colli colla lestezza della gioventù; ma mi sono affaticato, e mi è entrata nell'anima una profonda mestizia. Mi sono accorto di essere vecchio. E la natura non mi parla più nell'anima come un tempo. I colli, i monti sono quei medesimi; ma io sto dinanzi ad essi come dinanzi a una donna che avesse cessato d'amarmi, e non avesse più nulla da dirmi». Eppure, negli anni di esilio, a Botticino aveva dedicato alcuni fra i suoi più affettuosi versi ricordando con la più viva nostalgia lieti giorni e gli ingenui amori della giovinezza, passata nella casa solatia sotto "le rupi di Magdalo" (la Maddalena), fra le liete e spensierate brigate degli amici e delle contadinelle, di una delle quali il giovinetto poeta s'era innamorato sul serio. Con doloroso stupore ora scriveva in versi commossi: «No, non ritrovo / Più quel medesimo vaneggiar del cuore / Né i lochi stessi; quel che un dì mi piacque / Or guardo indifferente: la mia casa, / E i colli miei». E più oltre: «Tutto mutò. Perì da tutti i volti / La beltà: lasso e del materno core / Perì l'affetto. Uno straniero io vengo / Nel tetto mio». «Il mio bello e lieto vivere è finito» scrisse ancora in quei giorni. Alla vita monotona di Botticino, con la sola compagnia di alcuni preti in villeggiatura e del medico, alternava quella metodica di Brescia. Per sfuggire a quella che ritiene quasi "una relegazione, peggio che dolorosa, tediosa", fugge a Milano dove frequenta Manzoni, Litta e ritrova Ugoni, Mompiani. Vive però più a lungo tra Brescia e Botticino, con puntate a Seniga ma, come scriverà Tommaseo, si sente isolato dalla nuova generazione sottolineando come "l'esule è già uno straniero" anche in patria.


Nuovi contrasti anche con la madre per l'amministrazione e la conduzione delle proprietà di Botticino lo spingono sempre più frequentemente lontano da Botticino e sempre più in viaggio per Milano, dedicandosi anche agli studi, progettando una traduzione dal tedesco della seconda parte del Faust. Alla fine pensa di trovare una occupazione. Alla morte, avvenuta nel 1841, di don Giacomo Apollonio, direttore della Biblioteca Queriniana concorre a quel posto assieme al letterato Giuseppe Nicolini e ad altri otto concorrenti. Avendo sorpassati i quarant'anni prescritti dalle norme del concorso, avanza domanda che gli venga accordata una "sanatoria per oltrepassata età richiesta". Oltre a questo ostacolo tuttavia la polizia di Brescia, continua a nutrire sospetti sui suoi orientamenti politici tanto che la polizia scriveva al governatore di Milano «Non trovarsi in situazione di poter con sicurezza asserire che il signor Giovita Scalvini tutte abbia abbandonate le passioni in linea politica che lo compromisero, e tennero profugo da questi stati per tanti anni essendo da non molto rimpatriato». L'autorità governativa passa la patata bollente della nomina all'autorità municipale di Brescia che scelse alla fine a bibliotecario Giovanni Battista Zani, molto modesto culturalmente. Il fallimento del concorso fu un duro colpo. «Quell'impiego, scrisse, mi darebbe una casetta, e un emolumento, ch'io farei all'uopo bastare. Andrei a finire sopra una triste riva, ma almeno a riva. Sento che la vita mi va scemando». Pensando che il clima non si confaccia alla salute pensa di andare ad abitare almeno parte dell'anno a Milano ma, come dirà sulla salma Camillo Ugoni: «Quella malattia antica, ostinata, più volte, a lunghi intervalli e in diverse contrade, sempre con gravi sintomi manifestatasi, doveva alfine e con accessi raddoppiati e terribili colpirti ne' primi anni del nostro ritorno in patria!». Conclude così la ancora giovane vita il 12 gennaio 1843 alle 7 del mattino "munito di tutti i Sacramenti della Chiesa e della benedizione papale". Due giorni dopo, dopo una messa e funerali solenni, viene sepolto al Vantiniano nel famedio del lucernario al forno 2°, n. 114. Purtroppo, per effetto di un bombardamento aereo durante la guerra 1940-45, è crollata in frantumi la pietra sepolcrale che indicava il tumulo e nella quale era incisa l'epigrafe di Camillo Ugoni che suonava «Giovita Scalvini scrittore che sentì l'altezza dell'arte e nell'esiguo e nella morte meritò il conforto di amici costanti mori d'anni 51 il 12 gennaio 1843».


A distanza di nemmeno due mesi il 6 marzo 1843 moriva anche la madre, della quale si legge in una nota di Pietro Da Ponte pubblicata dal Lechi nelle "Dimore Bresciane": «Nicolò Tommaseo sbaglia scrivendo che la madre non sapeva scrivere, era una donna intelligente e scriveva con facilità e brio. Piuttosto deplorevole che, per maligne insinuazioni di cattivi, l'animo, prima affettuosissimo del figlio, si mutasse contro la madre, che pur aveva fatto tanto per lui e che, addoloratissima, lo seguì nella tomba».


In Botticino, gli venne intitolata la già Via Vesnenza, che passa a fianco della sua casa; a Brescia venne dato il suo nome, oltre che ad una via, ad un edificio scolastico.


Degli scritti di Scalvini restano un'antologia di memorie, di frammenti minori, l'"Ultimo Carme" pubblicati postumi dal Tommaseo; il poema "Il Fuoruscito" pubblicato postumo parzialmente dal Tommaseo, integralmente dal Van Nuffel, alcuni articoli pubblicati sulla "Biblioteca Italiana"; gli studi di saggistica che vanno dall'Ortis, ai Promessi Sposi fino al Faust, di cui la parte più considerevole è stata pubblicata dal Marcazzan; lo "Sciocchezzaio", limitatamente ad alcuni frammenti, pubblicato dal Tommaseo; oltre ad altri frammenti e soprattutto brani di lettere pubblicati in riviste o libri di letteratura varia, a cura di numerosi studiosi.


I molti manoscritti che Scalvini lasciò in modo disordinato, furono ripartiti dall'Ugoni tra Tommaseo e Passerini, mentre i suoi libri furono dati alla Biblioteca Queriniana di Brescia, secondo le sue ultime volontà. Tre grossi quaderni rilegati venivano donati alla Biblioteca Queriniana e più precisamente "Frammenti di pensieri e ricordi in verso sciolto" volume rilegato in pelle, di mm. 156x190, di pp. 276 mutilo delle prime 1-54, ora di ff. 80, e sul primo foglio interno di guardia: Londra 17 giugno 1823. "Note di storia letteraria, critica, filosofia ecc." e "Sciocchezzaio", volume rilegato in pelle, di pp. 370 completo, mm. 156x200, segnato dallo stesso a. sul primo piatto: Note di letteratura, di storia, ecc. lib. P. Sciocchezzaio, e nell'interno, sul primo foglio di guardia, Londra 27 aprile 1824. Sembra una stesura definitiva perché manca di correzioni. Segnato L*. II. 25. "Frammenti di poesia narrativa", volume rilegato in pelle, già di pp. 179, ora ff. 55.


Molti altri manoscritti di Giovita Scalvini erano passati nelle mani del prof. D. Giovanni Rossa, che morì nel 1892 Cappellano della città di Brescia e Canonico soprannumerario della Cattedrale, in parte da lui pubblicati in un opuscolo del 1882. Nel 1883 pubblicò a Brescia (Tip. G. Bersi) "I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni". Altri manoscritti si trovano nell'Archivio di Stato di Brescia, Biblioteca Apostolica Vaticana, Biblioteca Morcelli di Chiari, Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, Biblioteca Comunale di Mantova, ecc. Nel 1932 Ugo Da Como acquistò le schede "Pensieri Civili" che Tommaseo aveva incominciato a pubblicare. Il Tommaseo sostenne che nei suoi scritti lo Scalvini "si mostrò uno de' più caldi ed accurati scrittori del tempo". Il Gioberti nel "Primato" lo disse "uomo d'ingegno finissimo e di gusto delicatissimo". Lodi ampie fece di lui il Mamiani nei "Dialoghi di scienze prime". Positivi i giudizi di G. De Sanctis. Allo Scalvini dedicarono attenzione, fra i molti, Isidoro Del Lungo, nel 1861, e poi, di seguito nei decenni, Edmondo Clerici, Guido Bustico. Positivo il giudizio di Riccardo Bacchelli in "La Ronda" del giugno 1919 il quale scrive che lo Scalvini «fu veramente un romantico, inquieto d'una coscienza nuova», ma «mentre spezzava la forma antica, non potè esprimerne una nuova». Per quanto riguarda la sua cultura, Bacchelli ne evidenziava le letture, «diversissime, anzi disparate» e ricordava come il critico bresciano avesse messo in cantiere «una miriade di progetti e di abbozzi», fra cui «alcune tracce di romanzesche fantasie, tra il satirico e l'allegorico, promettevano bene». A lui dedicarono attenzione anche Vittorio Cian, Arturo Pompeati, Benedetto Croce, Domenico Bulferetti e, più vicino a noi, nel secondo dopoguerra, Ferruccio Ulivi, Mario Marcazzan, Giorgio Petrocchi, Angelo Romano, Sergio Romagnoli, Mario Puppo, Aldo Borlenghi, Marco Pecoraro, Mario Sansone, il belga Robert Van Nuffel, Luigi Amedeo di Viarigi, Bortolo Martinelli. Fabio Danelon lo ha definito «senz'altro uno fra i maggiori letterati bresciani di ogni tempo e una delle figure più notevoli della cultura letteraria italiana del primo Ottocento».


Allo Scalvini venne dedicato dal 28 al 30 novembre 1991 dall'Ateneo di Brescia e dall'Università Cattolica a cura di Bortolo Martinelli un convegno dal titolo "Giovita Scalvini, un bresciano d'Europa". Il Danelon sottolinea come "i risultati migliori Scalvini li ottenne come critico operoso" anche se "dispersivo e spesso inconclusivo" ma che tuttavia assume un ruolo «di primo piano tra le generazioni immediatamente precedenti De Sanctis, come testimoniano l'acutezza delle sue indagini e l'attenzione dimostrata verso il pensiero europeo più moderno. Quest'ultima si traduce anche nell'adozione di temi e strumenti critici nuovi: preziosa per Scalvini è la lezione di Cousin, di Schelling, di A.W. Schlegel, citando alla rinfusa, e non inutile risulta la lettura di Hegel. Da Cousin deriva, ad esempio, il tema della relazione tra Forma e Idea nell'opera d'arte, da Schelling l'analogia tra creazione artistica e creazione divina, da Schlegel discendono i concetti di forma interna e forma esterna, utilizzati nello studio sui Promessi Sposi». Giustamente apprezzato, soprattutto quanto ha scritto lo Scalvini sul romanzo del Manzoni, per cui si ritiene che le note scalviniane sui Promessi Sposi contengono le cose più belle che sul romanzo del grande lombardo siano state scritte prima del De Sanctis. E ciò soprattutto riguardo allo storicismo del Manzoni e il profondo significato che il gran Lombardo coglie nella storia: «Al Manzoni la storia non sarà, come allo Scott, argomento di semplice diletto, ma di pensieri alti e sapienti. Egli volgerà i fatti particolari ad ammaestramento, li farà rispondere a verità universali». A sua volta Pietro Gibellini ha scritto che la critica scalviniano è "giustamente memorabile" forse perché ha saputo adeguare «per primo per respiro di cultura europea e modernità di gusto, il romanzo manzoniano. Resta celebre, in questo laico liberale, l'intuizione del carattere speciale del capolavoro: "non ti senti spaziare libero per entro la gran varietà del mondo morale; t'accorgi spesso di non essere sotto la volta del firmamento che copre tutte le multiformi esistenze, ma bensì d'essere sotto quella del tempio che copre i fedeli e l'altare". Ma altro, forse meno noto, sottolinea il Gibellini, il rilievo dato a Renzo e a Lucia, gli ultimi che stati fatti primi: "Ha scelto Renzo e Lucia, per isvergognare e ridurre al niente i Rodrigi e gli Egidii; per additarne come l'occhio di Dio, dinanzi al quale cessa ogni disuguaglianza, sappia scernere in fra la turba gl'ignobili e spregevoli che in lui bene confidano, e la sua mano sollevarli sulla malvagità illustre e tremenda". Quel saggio termina con la predilezione, accoratamente e finemente motivata, per il cappuccino umile e orgoglioso, frate Cristoforo: il suo saio, suggerisce Gibellini, è più amabile della stessa porpora di Federigo. È la pagina di un laico, di un liberale, di un esule: ma Scalvini ha saputo intendere la profonda religiosità di Manzoni, meglio di molti colli torti (pensate all'ostracismo lungamente decretato a Manzoni dalla "Civiltà Cattolica"). Mistero del Manzoni: che per esser davvero capito, va protetto dalla beffa degli iconoclasti e dall'incenso degli stenterelli. Sembra che voglia un lettore che sia, a un tempo, laico e cristiano». Del resto lo stesso Manzoni ebbe a dire che lo Scalvini gli aveva "letto tra le righe".


Tra gli altri temi affrontati dallo Scalvini fu l'opera del Foscolo a partire dalle "Considerazioni sull'Ortis" del 1817 le quali, come ha suggerito M. Marcazzan, «non indulgono più allo stato d'animo caratteristico dell'eroe foscoliano ma che, anzi, reagiscono alla sua visione disperata e senza scampo. Il saggio scalviniano è ormai l'espressione di una spiritualità diversa da quella maturatasi negli ultimi anni del Settecento, ancora in clima illuministico; esso è invece il simbolo "dell'anima di una generazione che assetata dal fortemente operare non vede più nel suicidio l'ideale del fortemente morire"».


Della complessiva opera critica dello Scalvini L. Baldacci scrive che «è la più importante, dopo quella del Foscolo, nella prima metà dell'Ottocento». Tradusse molto (dai greci e dai latini, da Herder, da Klopstock, da Gray, da Milton, da Rabelais, da Camoens, dal Wieland, dal Fielding, dal Volney) e lo stesso Danelon sottolinea che «pur non superando certi limiti (soprattutto riguardanti la fedeltà al testo originale), propri peraltro del suo tempo, sa cogliere l'energia e il ritmo del Faust, rivelando quindi più che perizia sensibilità d'artista». Profonde, secondo P. Castellani, anche le esigenze filosofiche dello Scalvini che secondo Mario Marcazzan lo portarono «a rielaborare con qualche velleità costruttiva formule tradotte dall'idealismo tedesco... e in parte riprese dal moralismo teistico col quale, senza rinunciare ai principi dell'89, il facile ingegno francese si studiava di rinnovare con carattere laico il patrimonio religioso che l'esperienza aveva dimostrato necessario come fondamento d'ogni buon ordine politico».


Quanto alla produzione poetica, concentrata soprattutto nel "Fuoruscito" e nel "Carme", lo stesso Danelon pur esprimendo riserve ritenendola non particolarmente originale, la dice legata a moduli montiani e foscoliani sia pure arricchiti di qualche spunto romantico. Tuttavia avendo visto molti versi rimasti inediti ha rilevato che «si tratta di una produzione lirica non frutto di scolastica imitazione ma le cui fonti culturali costituiscono alimento ad una immensa ispirazione individuale, per quanto pudicamente trattenuta da una certa sfiducia nelle proprie potenzialità espressive. I versi scalviniani ci mostrano, infatti, una personalità ben individuata nel quadro della poesia primottocentesca. Ci troviamo di fronte ad una produzione nella quale pare riconoscibile un progressivo attenuarsi dei toni dal "Fuoriuscito", vigoroso poemetto giovanile di ispirazione civile, ove la passione spinge Scalvini fino al registro dell'invettiva, alla poesia degli anni maturi, intima e pensosa, tanto smorzata da risultare sfibrata autoanalisi».


OPERE: "Considerazioni critiche su I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni" (Lugano, 1831, Ruggia); "Scritti morali" (a cura di Niccolò Tommaseo, sta in «Lo Spettatore», 1855, n. 8, pp. 91-92; n. 9, pp. 104-105; n. 13, p. 152); "Scritti di Giovita Scalvini (1791-1843) ordi nati a cura di Niccolò Tommaseo con suo proemio e altre illustrazioni" (Firenze, F. Le Monnier, 1860, XVI - 397 pp.); "Pensieri filosofici" (a cura di Niccolò Tommaseo, sta in «Rivista Contemporanea», Torino, 1862, anno X, vol. XIX, giugno pp. 410-29, e vol. III, agosto, pp. 691-704); "Intorno alle ultime lettere di Jacopo Ortis" (sta come prefazione in U. Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, Firenze, 1871, pp. VII-XXX. Ristampe: 1910, 1912, 1920, 1932); "Felicità domestica, scelta dello stato ecc. pubblicati per le nozze Scanzi-Nember da don Giovanni Rossa" (Brescia, Rivetti e Scalvini, 1882, 16 pp.); "I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni" (Brescia, Stab. Stereo Tipogr. di G. Bersi e C., 1883, 46 pp.); "Dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni" (sta come prefazione in A. Manzoni, I Promessi Sposi conforme al testo del 1840, Firenze, 1884, Le Monnier, pp. VII-XXXII. Ristampe: 1900, 1912, 1915, 1918, 1920, 1945); "Le note manzoniane di Giovita Scalvini di Mario Marcazzan" (Brescia, Morcelliana, 1942); "Il Fuoruscito" (a cura di C. Boselli, Brescia, 1947); "Foscolo, Manzoni, Goethe. Scritti editi e inediti" (a cura di M. Marcazzan, Torino, Einaudi, 1948); "Il Fuoruscito, testo critico, dall'autografo a cura di Robert J. Van Nuffel" (Bologna, 1961, pp. 91); "Brani scelti" (a cura di L. Baldacci, sta in «Poeti minori dell'Ottocento», Milano-Napoli, 1958, Ricciardi, tomo I, pp. 61-111); "Brani scelti" (a cura di Carmelo Muscetta, sta in «Parnaso Italiano - Poesia dell'Ottocento», Torino, 1968, Einaudi, vol. I, pp. 937-955).


TRADUZIONI: Goethe - "Fausto. Parte Prima. Traduzione di Giovita Scalvini, collana «Biblioteca scelta di opere tedesche tradotte in lingua italiana, XI» (Milano, Silvestri, 1835, pp. XI-253); "Fausto. Parte Prima. Traduzione di Giovita Scalvini" (Firenze, Le Monnier, 1857, contiene anche la parte seconda tradotta da G. Gazzino, pp. 533. Ristampe: 1862, 1903, 1932); "Faust. Parte Prima. Traduzione di Giovita Scalvini" (Milano, Ferraio, 1863, pp. 140. Ristampa: 1870); "Faust, parte prima, traduzione di Giovita Scalvini" (Milano, Sonzogno, 1882, collana «Biblioteca Universale, III», pp. 109. Ristampe: 1891, 1903, 1910, 1915); "Faust, parte I, traduzione di Giovita Scalvini, introduzione e note di Nello Sàito" (Torino, 1953, collana «Universale Einaudi», N.S. 16, pp. XX-147); "Faust, parte I: Prigione, traduzione di Giovita Scalvini" in V. Pandolfi, "Il teatro drammatico di tutto il mondo dalle origini a oggi" (Roma, Spada, 1959, vol. II, pp. 749-754); "Faust, parte I, traduzione di Giovita Scalvini, introduzione e note di Nello Sàito" (II edizione riveduta su nuovi documenti, Torino, 1960, collana «Universale Einaudi», N.S. 16, pp. XXVII-181); "Fausto, traduzione di Giovita Scalvini" sta in "Tutto il teatro di tutti i tempi" a cura di Corrado Pavolini (Roma, Casini, 1953, vol. II, pp. 367-439. Ristampa: 1962); "Faust, traduzione di Giovita Scalvini, introduzione di Mario Apollonio, note di Renato Maggio" (Milano, Bietti, 1967, pp. 45231); "Note di Giovita Scalvini su I Promessi Sposi" (a cura di Fabio Danelon, Firenze, La Nuova Italia, 1986).


Su istanza presentata il 15 settembre 1999 dal prof. Mario Scotti, veniva avviata dal Ministero per i beni culturali l'edizione nazionale delle opere dello Scalvini che prevede quattro volumi, comprendenti rispettivamente gli "Scritti critici", le "Poesie e traduzioni", gli "Scritti memorialistici, morali e filosofici" e il "Carteggio".