S. FAUSTINO maggiore, basilica

S. FAUSTINO maggiore, basilica

Una tradizione vuole che dove ora sorge la basilica di S. Faustino Maggiore esistesse una antichissima chiesa detta di S. Maria in Silva, a sua volta costruita su un tempio dedicato a Diana. Sembra invece che la primitiva chiesa dedicata ai santi sia stata eretta dal vescovo S. Onorio (fine sec. VI) che vi è sepolto e venerato con culto antichissimo e particolare. Di essa esisterebbe un frammento di pluteo reticolato murato poi nel campanile sul lato esterno meridionale e che Panazza-Tagliaferri tendono a datare nel sec. VI. Di una chiesa suburbana, dedicata ai due protomartiri bresciani sull'area dove sorge ora la basilica faustiniana, è ricordo sicuro fino dal secolo VII, poichè S. Petronace, abate e primo restauratore di Montecassino, portò da Brescia, e probabilmente da questa chiesa, un braccio di S. Faustino e donò in cambio alla nostra Cattedrale un braccio di S. Benedetto. Ma le sue vicissitudini attraverso i tempi sono svariatissime e non sempre chiare e sicure. I cronisti vogliono che sia stato incendiata nell'819 e riedificata entro l'841 e ampliata grazie ad un dono di terreno di certo Tardone. Sappiamo che a questa chiesa diede una nuova organizzazione e una nuova vita, il nostro vescovo Ramperto, che nell'anno 843 vi chiamò ad officiarla una comunità di Benedettini francesi, sotto la direzione dell'abate Maginardo, e vi iniziò quella attività liturgica, monastica e caritativa che fu infranta e soppressa nel 1797 dalle leggi draconiane e liberticide della famigerata Repubblica Bresciana. Nell'843 il beato Ramperto avrebbe compiuto una seconda traslazione dei corpi dei SS. Faustino e Giovita dal luogo ove li aveva sepolti il vescovo di S. Faustino ad una nuova cripta. La chiesa venne varie volte distrutta e riedificata secondo le necessità dei tempi; la basilica d Ramperto fu rifabbricata e consacrata nel 1142 dal vescovo Manfredo (1135-1151), che fu probabilmente un Boccaccio de' Confalonieri di Manerbio. Alla solenne consacrazione intervennero molti vescovi della Lombardia e del Veneto con l'arcivescovo Oberto di Milano. Vi doveva essere anche una vasta cripta, distrutta nel 1604, un tratto della quale riapparve in scavi pavimentali del 1957, assieme a lapidi romane e affreschi quattro-cinquecenteschi. Il monastero ebbe alterne vicende di splendore e di decadenza; restò in vita perché intorno ad esso vi era una vasta parrocchia, la quale impedì che il monastero passasse in commenda, e fosse quindi destinato a perire. Nel 1455 essendo abate il gentiluomo veneziano Don Bernardo Marcello avvenne lo scoprimento dell'arca antica dei santi martiri e il riconoscimento delle loro reliquie, intorno alle quali si riaccese la viva pietà del popolo bresciano, che nei suoi celesti Patroni ebbe sempre la tutela della sua fede e la saldezza religiosa delle sue tradizioni sociali. Le reliquie dei Santi Patroni vennero poi di nuovo riposte nella cripta in un nuovo sepolcro o arca sostenuta da sei colonne di porfido. La cripta era stata decorata dai pittori trecenteschi Testorino e Contrino che vi avevano dipinto alcune scene storiche bresciane fra cui i bresciani alla presa di Cremona, l'ingresso di Invenzo IV in Brescia nel 1257. Nel sec. XVI Lattanzio Gambara dipinse il coro che rappresentava: Cristo ascendente al Cielo - La strage degli Innocenti - La guarigione della donna angustiata dai flussi - Il Figliuol prodigo nelle diverse fasi della sua vita. Nel 1598 i monaci pensarono di edificare una nuova chiesa, ma soltanto il 9 marzo del 1622 ne fu posta la prima pietra dall'abate del monastero D. Faustino Gioia, che alla nuova fabbrica donò tremila scudi, somma cospicua per quei tempi. Nella nuova fabbrica dovettero essere, purtroppo, sacrificati l'antica cripta medioevale e il soprastante presbiterio, con le opere d'arte decorativa del Quattrocento che ne erano un ornamento prezioso. Prima però di distruggere la cripta, alla presenza del vescovo diocesano Marin Zorzi e della municipale magistratura, il 7 febbraio 1623 si fece una nuova ricognizione delle reliquie dei corpi dei due santi martiri protettori, da riporsi poi sul maggior altare in nuova e magnifica arca che fu ideata e compiuta da Antonio Carra, di cui sono anche gli ornati e le statue: alla spesa generosamente concorse anche Mons. Aurelio Averoldi vescovo di Castellaneta. Non si conosce con precisione l'architetto che ha dato il disegno di questa nuova chiesa, ma probabilmente fu Giulio Todeschini, valente ma inclinato già a forme decadenti di architettura secentesca, tozza, pesante, senza grande genialità e senza soverchie eleganze, Difatti anche la decorazione delle tre navate a sfondi architettonici fastosi, farraginosi, risente dello stile del tempo. Grazie ad un grosso legato lasciato dal nob. Orazio Fenaroli di Fantecolo fu possibile portare a termine dal 1702 al 1704 la facciata il cui disegno venne preparato dal Carra. Nella notte dal 2 al 3 Dicembre 1743 scoppiò un incendio nel coro di questa chiesa, per il quale andarono perduti gli affreschi di Lattanzio Gambara e furono distrutti gli stalli del coro e quattro grandi tele poste sugli intercolunni, lavori di Giacomo Barbello, Nicola Ranieri, Bernardino Gandino, Francesco Maffei. La chiesa a pianta longitudinale presenta oggi la linea della ricostruzione avvenuta nella seconda metà del seicento. La facciata, è dovuta a Stefano Carra. In marmo, a due ordini di paraste, è scompartita da lesene doriche nel piano inferiore e ioniche in quello superiore. Al piano inferiore coronato da un frontone triangolare è aperto un portale con bassorilievo raffigurante il martirio dei SS. Patroni e grossi putti a tutto tondo che reggono polene e corone. Ai lati, entro due nicchie, le statue di S. Faustino e S. Giovita eretti, a figura intera, opere di Santo Calegari il Vecchio. Separa i due piani una grande scritta che dice: «TEMPLUM INSIGNIS PIETATIS EXEMPLO HONORATIUS FENAROLUS NOBILIARI PROSPECTU DECORAVIT MDCCII» In alto, invece, si legge: «CIVITAS COMMISSARIA LEGATI FENAROLI INCEPIT AERE AUTEM PROPRIO PERFECIT» Nella parte superiore, collegata all'inferiore da volute su cui poggiano obelischi e vasi fiammeggianti e coronata da un timpano curvilineo con statue e pinnacoli, è una grande finestra fiancheggiata da due nicchie con le statue dei santi vescovi Onorio e Gaudenzio che alcune guide attribuiscono allo stesso Calegari, ma che a Morassi sembrano piuttosto opere di bottega. Il campanile (assieme ad un piccolo tratto della parete sud della navata centrale, ancora visibile nei sottotetti) è ciò che resta della basilica ricostruita nel sec. XII. Si tratta, scrive il Panazza di "costruzione tipicamente bresciana; tozzo, quadrato, privo di aperture, salvo qualche feritoia e le buche pontaie disposte regolarmente nella muratura dai conci in medolo, piuttosto rozzamente squadrati e disposti a corsi non sempre orizzontali con larghi strati di calce. Alla pietra si sostituisce il cotto (mattoni di piccole dimensioni, di un bellissimo colore rosso bruciato disposti con ordine) nella cella campanaria traforata da una bifora nei lati est e ovest, da una trifora negli altri due". Venne restaurato nel 1938 quando si riapersero cioè le bifore della cella originaria e si rifece la cella che era stata aggiunta nel sec. XVIII cercando di armonizzarla alla parte romanica". L' interno ha tre navate suddivise da archi a pieno centro su colonne binate in marmo. La navata centrale, coperta a botte, si prolunga in un presbiterio quadrato e in una vasta abside a fondo piano, ambedue con cupolette ribassate. Nelle navi minori, coperte da volte a botte alternate a crocere, si aprono tre cappelle per lato, ricavate, tranne la mediana a sinistra, più profonda, nello spessore della muratura. Due altre cappellette sono al fondo delle navi laterali. Tutto l'interno è decorato da affreschi in gran parte di scuola bresciana del Seicento. Seguendo la descrizione del Morassi: "Nella volta della navata centrale: Architettura e quadratura, rappresentanti un fantasioso insieme di loggiati, scalee, tribune con balaustre, sono opera di T. Sandrini. Al centro una grande medaglia sagomata, nella quale è raffigurata la Gloria dei Santi Faustino e Giovita tra schiere d'angeli festanti e musicanti; e due riquadri a monocromato, con Scene della vita dei Santi. Opere di Antonio Gandino con la collaborazione del figlio Bernardino. Sulle pareti della navata, sopra le colonne, quattro riquadri riproducono a monocromato Miracoli e prodigi della vita dei due Santi a Milano, a Brescia, a Roma, a Napoli. Opere di C. Rama. Nella facciata interna: due finte statue in monocromato color bronzo: S. Giorgio papa e S. Onorio vescovo. Opera di O. Amigoni. Nelle volte delle navate laterali: entro quadrature, varie medaglie, rappresentanti (navata destra): S. Michele e angeli (lunetta in capo alla navata); schiere d'angeli; Scena di martirio; coro d'angeli; Battesimo di una Santa (lunetta in fondo alla navata). Navata sinistra: l'Assunta, Gesù Cristo in gloria, S. Benedetto in gloria". L'ampio presbiterio dalla volta a cupola ribassata era stato affrescato da Lattanzio Gambara. Distrutti nel 1745 da un incendio, i nuovi affreschi, vennero affidati a Gian Domenico Tiepolo per le figure della volta e le due scene laterali e a Gerolamo Mingozzi Colonna per le prospettive e le decorazioni architettoniche. Gli affreschi raffigurano nella volta Gloria dei Santi Faustino e Giovita in cui i due martiri, protettori di Brescia, vengono portati al cielo da una folla d'angeli e putti. Come in una fiumana ascendente, le nubi sorgono dai pennacchi e, rompendo la finta architettura della volta, si diffondono nella chiara atmosfera celeste. Le figure perdono di peso e si confondono coi vapori in una luminosità trasparente. Nei pennacchi stessi, entro finte nicchie, sono rappresentati a chiaro-scuro i quattro Dottori della Chiesa. In basso, alla parete destra, una scena affrescata con il Martirio dei Santi Faustino e Giovita. Sopra un palco marmoreo un Santo genuflesso sta per essere decapitato dalla mannaia del boia, mentre l'altro, in ceppi, attende la stessa sorte, immerso nell'estasi della preghiera. In giro folla di soldati con stendardi ed insegne, nonchè figure d'orientali. Nel fondo i torrioni del Castello di Brescia. Alla parete sinistra verso l'ingresso si trova l'altare del Crocifisso di ignoto, l'Apparizione dei Santi Faustino e Giovita, che combattono per la difesa di Brescia durante l'assalto di Niccolò Piccinino allo spalto Roverotto nel 1438. In un alone di luce sorgono i due Santi guerrieri ed incitano i bresciani alla difesa mentre il comandante dell'esercito assalitore, stupito, indietreggia. Nel fondo la veduta della città. Sulla bandiera dei bresciani si legge: BRI - XIA MAGNIPOTENS - CAELERIS VRBIBUS - FIDEI - PRAEBUIT EXEMPLUM. Nella volta dell'abside, finta cupola a colonne; le pareti dell'abside stessa sono decorate con finte architetture, qui e la animate animate da figure d'angeli.


Sulla controfacciata sopra la porta d'ingresso è stato recentemente collocato un dipinto (olio su tela m. 2,40 x 2,80 c.) del bergamasco Giacomo Carobio raffigurante il "Riscatto degli schiavi" da parte di S. Giovanni de Mata. Salendo per la navata di destra si trova l'altare dedicato alla custodia delle S.S. Croci, dominato da tre statue del ravennate Gerolamo Monti raffiguranti il Redentore e due angeli adoranti (che hanno sostituito una tela di Clemente Boccardo con la B. Vergine sulle nubi e S. Antonio da Padova). Seguono fra pilastrini della navata destra due dipinti (m. 1,70 x 1,30) e cioè un "S. Girolamo" di Andrea Terzi e un "S. Pietro" di Filippo Zaniberti. Sul secondo altare sta un dipinto (olio su tela centinata m. 3,80 x 2,30) di Lattanzio Gambara raffigurante l'"Adorazione del Bambino" (restaurato nel 1930), considerato fra le migliori tele del pittore. L'altare è adorno di statue in marmo di S. Cattaneo. Sotto l'altare si conservano i resti di S. Antigio vescovo di Langres portato a Brescia dal monaco Simone, durante l'invasione Normanna. Il III altare, dedicato a S. Onorio, porta la pala (olio su tela, m. 3,40 x 1,80) di Bernardino Gandino, raffigurante il santo, circondato da angeli e venerato da devoti. Sull'altare vi era un tempo il trittico ora nel Museo cristiano rappresentante "S. Onorio fra i SS. Faustino e Giovita", le spoglie di S. Onorio vennero qui riposte in urna marmorea nel 1804. Nella cappella è lo stendardo processionale del Romanino con la Resurrezione (recto) ed i SS. Apollonio Faustino e Giovita (verso). Ricco e monumentale è l'altare maggiore attribuito ad Antonio Carra e al figlio Giovanni. La mensa è sostenuta da quattro putti di bronzo, ai lati si ergono, sopra piedistalli marmorei, le figure di quattro sante in pietra, di grandezza poco più del naturale. La grande arca, tutta in marmo bianco e nero, con poco uso di altri marmi versicolori, si eleva dietro l'altare, nel mezzo dell'abside, sorgendo da un alto piedistallo. E di forma rigonfia, pienamente barocca, armoniosa nelle proporzioni e nel disegno. Al sommo reca la figure bronzee dei Santi protettori; sopra il coperchio due figure allegoriche in marmo. Una grande cartella sulla fronte reca l'iscrizione: DIVORUM TUTELARIUM FAUSTINI ET JOVITAE SACRA OSSA COELESTE URBIS THESAURUM QUISQUIS ADES VENERARE UTINAM VIRES MERITIS ADAEGUATAE AETERNAE MAUSOLEUM ADMIRATINIS STRUXISSET BRIXIA DIVIS SUIS QUOD DEFINIT RELIGIONE SUPPLET INCOMPARABILI. 1623. Ai lati del presbiterio stanno le grandiose cantorie dell'antico organo in legno intagliato e dorato, con dipinti su tela incassati negli scomparti. Nel centro della cantoria sinistra l'Arcangelo Michele, che schiaccia il demonio; di quella destra L'Annunciazione (Gandino?). Nei piccoli dipinti laterali (sei per ogni cantoria) figure di Santi Vescovi e di Sante, a mezzo busto, probabilmente della stessa mano (del XVII secolo). Sullo sfondo dell'abside sta inoltre un'altra grande cantoria d'organo con figure d'angeli sul frontone. L' opera è datata 1750; l'organo venne rifatto dai Serassi nel 1843. Scendendo nella navata sinistra secentesco. Segue l'altare dominato da una tela (olio, m. 4,356 x 2,04 restaurata nel 1931) di Sante Cattaneo raffigurante la "Deposizione" e considerata fra le migliori opere del pittore. Ai lati della cappella stanno altre due tele del Cattaneo (m. 2,50 x 1,80) raffiguranti la "Caduta della manna" e il "sacrificio di Melchisedech" restaurati nel 1930; tra il terzo e quarto pilastrino della navata stanno due tele (m. 1,70 x 1,30) raffiguranti l'una "S. Maria Egiziana" di Bernardino Gandino e l'altra "S. Maria Maddalena" di Giacomo Barbello. Segue, infine, l'altare dedicato a S. Maria in Silva, dominato dalla statua della Madonna con il Bambino e S. Giovannino in legno dipinto (altezza m. 1,38), di Paolo Amatore. La statua è accolta in una soasa in marmo con puttini di Antonio Calegari. Sul cimiero della soasa sta una tela sagomata raffigurante il "Padre Eterno sostenuto da puttini", opera di Antonio Cifrondi. L'altare in marmo ha un paliotto con due apostoli entro nicchie, ed è attribuito al Calegari o alla sua scuola. Intorno all'altare vi sono ornati di O. Viviani e figure di C. Rama. In sagrestia e nei locali adiacenti sono raccolte altre interessanti opere, fra cui S. Onorio di Bernardino Gandino, L'Apparizione dei Ss. Faustino e Giovita nel 1438 di Grazio Cossali (1603) che viene esposta solennemente all'esterno della chiesa il 15 febbraio, giorno della festa dei due patroni, la Vergine col Bambino, S. Benedetto, S. Giacomo e S. Anna di Andrea Celesti. Sotto il parrocchiato di mons. Gheda la chiesa venne ripulita nei dipinti e nelle decorazioni, eseguita una nuova illuminazione, restaurati i quadri e particolarmente la "Deposizione" di Santo Cattaneo, e sostituite i quadri della vecchia Viver Crucis, con copie eseguite a Venezia dal pittore "Adolfo Mutti" sulle stazioni della via Crucis del Tiepolo della chiesa dei Frari di Venezia, con cornici disegnate da Giuseppe Trainini e intagliate dall'Offredi (1932). Per la festa patronale del 1925 venne inaugurato il nuovo prezioso reliquiario, ideato dal pittore Giuseppe Cresseri e dall'arch. Egidio Dabbeni e modellato e fuso e cesellato dalla ditta Luigi Genazzi di Milano. La chiesa ha buoni confessionali in legno intagliato del sec. XVII. di scuola bresciana; possiede ottimi arredi fra cui una croce processionale del sec. XVII di scuola bresciana, con statuette lignee dei S.S. Faustino e Giovita, fanò e lanterne processionali, pianete in damasco, seta, broccato d'oro del sei-settecento, una croce reliquiaria del sec. XVI da qualcuno attribuita a Bernardino delle Croci. Sul lato meridionale della basilica esistono ancora due fabbricati uniti fra loro per mezzo di un voltone, adibiti ora a vari usi. Fino al 1797 esistevano in essi due oratori uno sopra l'altro che servivano da disciplina l'uno per gli uomini l'altro per le donne. I muri dell'uno e dell'altro di questi Oratori erano dipinti a fresco dal Foppa e rappresentavano fatti della passione di G. C. e del martirio dei SS. Faustino e Giovita. Nell'inferiore, sull'unico altare serviva di pala un prezioso gonfalone lavorato in seta, argento ed oro; vi erano su di esso ricamate le immagini dei SS. Faustino e Giovita adoranti la croce e nel rovescio il Crocifisso colla Vergine e San Giovanni. Con la soppressione delle Discipline nel 1797 gli edifici passarono al Comune che li adibì a scuole, facendo scomparire fra l'altro gli affreschi del Foppa. Il monastero. Un primo piccolo monastero venne forse fondato dal vescovo S. Onorio assieme ad una piccola basilica dedicata ai Santi patroni o secondo altri a S. Maria in Silvam. Il monastero raccolse forse i chierici addetti alla piccola basilica. Fu comunque il vescovo Ramperto ad avviare il grande monastero che durerà poi fino al 1798. La carta di fondazione e di donazione è datata 31 maggio 841, XXII dell'Impero di Lotario, venne scritta dal notaio e cancelliere vescovile Odelberto, e sottoscritta dal vescovo Ramperto, dall'arcidiacono Bilongo, dall'Arciprete Perso, e da tutto il clero urbano di Brescia, cioè da altri 13 sacerdoti, da 5 diaconi, e 3 sottodiaconi, che costituivano probabilmente il capitolo della Cattedrale e officiavano insieme le chiese e cappelle della città. L'anno seguente, 842, l'atto costitutivo del monastero e dei suoi inalienabili diritti veniva confermato solennemente, a preghiera di Ramperto, dell'arcivescovo di Milano Angelberto e da altri sette vescovi comprovinciali di Lombardia, compreso il vescovo di Coira, i quali davano a questa «sacre sinodali pragmatice» tutto il valore di un atto di primaria importanza. Dalle Bolle pontificie dal monastero nel sec. XII a conferma e garanzia dei suoi privilegi d'immunità e delle sue proprietà fondiarie, emerge che la carta rampertiana era stata confermata anche da un papa di nome Stefano (non si sa quale perché l'originale è andato perduto) ma comunque nei secoli X e XI. Lo stesso vescovo Ramperto prima della sua morte, e i suoi successori devono aver aggiunto alle primitive possidenze della chiesa di S. Faustino molti altri fondi, cappelle, mansi e censi, costituendo un forte dominio temporale per la vita economica della nuova istituzione monastica. Dalla Bolla di Innocenzo II, diretta da Brescia il 10 agosto 1133 all'Abate Alberto ricaviamo il seguente elenco delle proprietà del monastero, riconfermate dall'autorità apostolica. La dote del nuovo monastero veniva costituita con permute di beni dal monastero di Nonantola e con doni di beni vescovili a Nave, Concesio, Torbole, Calvisano, Corticelle, Bienno, Conicchio, Flero, Casolte ecc. A tali beni se ne aggiunsero in seguito molti altri: fondi a Chiesanuova, Fiumicello, Mezzone, Sale di Gussago, Urago Mella, S. Eustacchio, Volpino, Ville di Marmentino, Calcinato, Iseo, Pisogne, Monticelli Brusati, Poncarale, Mompiano ecc. assieme a molti diritti. Il vescovo Ramperto è ricordato dal gallo (v. Gallo di Ramperto) che svettava sul campanile di S. Faustino ed oggi nel Museo cristiano. Alla sua morte (844) Ramperto venne sepolto in S. Faustino accanto ai suoi predecessori: Anfridio e Pietro. Il monastero curò alcuni importanti ospizi anche nelle lontane valli, scuole monastiche ecc. Presto il monastero divenne un centro di alta cultura, in rapporto con monasteri anche d'oltralpe come Reichenau. Il monastero promosse inoltre la costruzione di parecchie chiese e di parrocchie quali quelle di Fasano, Monte Maderno, Torbole, Bienno ecc. Nell'attuale forma il monastero venne edificato alla fine del sec. XV e in parte del sec. XVII. Come abati si successero: Lentoario, Maginardo, Aimone, Baldrico, Gandolfo (1106), Lorenzo I, Ulrico (1123), Alberto I (1133), Giovanni I, Rodolfo (1210), Lorenzo II, Guglielmo (1247-1272), Lanfranco (1272-1297), Leone (1297-1306), Alberto II (1306-1310), Giovita (1310-1312), Pietro (1314-1318) Giovanni II (1314-1340 o 1341). Seguirono poi come abati commendatari: Galeazzo Lampugnani di Milano (1341-1355), Giovanni Corradi di Milano (1356-1363), Giacomo de Tilio di Cremona (1367-1379), Corrado Palazzi (1379-1381), Ambrogio Crivelli di Milano (1382-1400), Giorgio Doria di Genova (1400-1404), Uberto Trivulzio di Milano (1404-1405), Lodovico Porcellaga (1405-1408), Antonio da Cimmo (1408-1425), Teofilo Michiel di Venezia (1426-1432), Matteo Avogadro di Brescia (1432-1443), Bernardo Marcello di Venezia (1443-1475), Girolamo Bernabuzzi di Faenza (1476-1490). Con breve del 29 marzo 1492, Papa Innocenzo III, ridava nuova vita al monastero unendolo alla Congregazione Cassinese di S. Giustina di Padova. I Cassinesi entrati nel 1495, diedero subito il via alla ristrutturazione del monastero, ponendo il 20 agosto 1501 la prima pietra del bel chiostro cinquecentesco, su progetto di Bernardino da Martinengo. I monaci ristrutturarono anche la basilica edificandone praticamente una nuova (v. Faustino e Giovita, santo, basilica). Per di più avendo trovato il monastero in cattive condizioni economiche, i monaci ottennero dalla S. Sede l'unione di alcuni benefici ecclesiastici, fra cui quelli di S. Pietro di Marone (6 aprile 1497), di S. Zenone di Ronco di Gussago (1508). Riprendevano inoltre la cura d'anime di Bienno. Superato il turbinoso periodo dell'occupazione francese (1509-1517), durante il quale peraltro, il monastero ebbe un salvacondotto di Luigi XII (17 luglio 1509), il monastero fu centro di vita culturale e pastorale. I monaci ebbero la cura d'anime non solo della vasta parrocchia di S. Faustino ma anche delle chiese di Ognissanti alle Casolte, di S. Giacomo, dove venne posto il battistero della parrocchia di S. Faustino. Dal 1492 il monastero si regolò sulle costituzioni del celebre monaco veneziano Dom. Lodovico Barbo. In pratica l'abate delegava, con beneplacito del Vescovo, due monaci per l'esercizio della parrocchialità, e gli altri attendevano alla preghiera ed agli studi, nei quali molti si distinsero pubblicando libri scientifici, filosofici, ascetici, storici e letterari. Furono illustri ospiti del monastero il celebre p. Benedetto Castelli, discepolo di Galileo, ricordato da una lapide posta sulla porta del monastero con l'iscrizione: «Benedetto Castelli discepolo di Galileo lodato da tanto maestro fondò la scienza del moto delle acque professò in questo Convento nel 1595 morì nel 1643 a Roma. » Altro monaco celebrato fu l'abate Giovanni Luchi, celebre paleografo. Il Monastero ospitò illustri personaggi. Durante il regime di Carlo d'Angiò abitò nel monastero nel 1273 il Vicario generale del Re, coi suoi luogotenenti ed ufficiali, come si legge in un documento del Liber Poteris del 17 aprile dell'anno stesso. Vi vennero inoltre ospitati il vescovo di Brescia Francesco Marerio, quando il palazzo episcopale venne ricostruito. Nel 1796 vi trovò sia pure forzata ospitalità lo stato maggiore dell'armata francese e, nello stesso anno, il card. Mattei, legato apostolico di Ferrara, imprigionato da Napoleone. In seguito alla rivoluzione nel 1797, i monaci Cassinesi che erano in S. Eufemia, furono riuniti a quelli di San Faustino, per cui si sperò che per questa unione il monastero di S. Faustino sarebbe stato salvo dalla soppressione dei beni religiosi, fino a quando nel maggio 1878 venne intimata ai religiosi l'espulsione. I monaci, compreso l'abate Don Mauro Soldo, uomo di lettere e scienziato, uscirono dal monastero al 29 maggio 1798; e per replicate istanze dei fedeli, il governo mandò provvisoriamente alcuni frati francescani osservanti del soppresso convento di S. Giuseppe, con la facoltà dell'Ordinario Diocesano, a reggere la cura d'anime: fra essi fu per un po' di tempo curato anche il P. Jacopo Gussago, letterato e scrittore operoso di patrie notizie. Un rilevantissimo patrimonio di codici preziosissimi, incunaboli, pergamene, registri e cartelle furono sciolti, strappati, abbruciati e venduti, disperdendo per sempre le fonti inedite di una gloriosa storia millenaria. Il resto lo fece il governo napoleonico nel 1812, quando si accorse che c'era ancora qualche cosa di quell'archivio. Il fondo monastico di S. Faustino Maggiore fu diviso - o meglio dilaniato - in tre parti: la più importante passò al R. archivio di Stato di Milano, alcune pergamene (1221-1551) e altre carte estranee furono date al R. Archivio di Stato di Brescia, poche altre pergamene, alcuni codici e incunaboli passarono alla Biblioteca Queriniana. I codici classici e liturgici,che poterono salvarsi nella Queriniana sono ben pochi, e della parte più antica e più importante dell'Archivio monastico conosciamo soltanto documenti pubblicati dal Faino, dal Luchi e dal Doneda, e gli altri pochi che lo stesso Luchi ebbe la pazienza di trascrivere in alcune sue superstiti miscellanee queiriniane. Maestoso lo scalone che ora porta dal primo chiostrino alla Canonica e alle altre abitazioni. Entro due nicchie nel primo ripiano stanno due statue (m. 1,52) una raffigurante "S. Scolastica" opera di A. Calegari, l'altra "S. Benedetto", opera di G. B. Giambonino. Sul parapetto sono due putti ignudi che stringono al petto il corno dell'abbondanza. Sul soffitto dello scalone pittore ignoto del '700 ha dipinto "S. Benedetto in gloria". Nella canonica una saletta del primo piano (di m. 3,50 x 5,50) è stata tutta dipinta da Gian Domenico Tiepolo, certo alla stessa epoca in cui dipinse il coro della Chiesa. I dipinti sono cosi disposti: Sulla parete della finestra nel centro: Agar nel deserto; a sinistra la Maddalena unge i piedi a Gesù; a destra una figura di vecchio, appartenente alla scena del banchetto; sulla parete di fronte: la Samaritana al pozzo e l'Adultera. Sulla parete d'ingresso: Riposo nella Fuga in Egitto. In una stanza attigua alla sagrestia che servi da farmacia al monastero nel soffitto Lattanzio Gambara ha affrescato Apollo medico che guarisce gli uomini dai morsi dei serpenti. Nell'attuale canonica che fino al 1797 fece parte del monastero, Giandomenico Tiepolo ha dipinto nel 1775 quattro storie adornanti altrettanti lati della stanza: la Maddalena che lava i piedi a Gesù, la samaritana al pozzo, la fuga in Egitto, Cristo e l'adultera mentre Girolamo Mencozzi Colonna ha eseguito le "quadrature". I dipinti vennero, dopo decenni di abbandono riscoperti, nel maggio 1898. La farmacia è diventata ora cantoria. Ha la volta affrescata da L. Gambara con la figura di Apollo al centro e figure di vecchioni. Il monastero ebbe anche una bella biblioteca ricca di codici e miscellanee di documenti, e della quale fu ultimo bibliotecario don Giovanni Ludovico Luchi, e che venne poi dispersa dalla rivoluzione bresciana dal 1797. Del primitivo monastero resta un ricordo nel gallo custodito fra i cimeli dell'arte medievale bresciana e che fungeva da ventaruola sul pinnacolo del campanile di S. Faustino per indicare le variazioni del tempo ma anche per invitare alla veglia nella preghiera e nella penitenza, specialmente i monaci del monastero (v. Gallo di S. Faustino). Soppresso il monastero la parrocchia venne l'11 giugno 1798 affidata agli ex Francescani Osservanti del convento di S. Giuseppe e in particolare a p. Jacopo Germano Gussago e p. Serafino da Peschiera. Rimasto solo p. Gussago venne chiamato parroco, senza averne il titolo. Abolita col Concordato napoleonico la parrocchia di S. Giorgio ed unita a quella di S. Faustino, vi venne trasferito anche il titolo di prevosto. Sistemata la situazione economica nel 1806 il governo lasciò libero il Vescovo di mettere in S. Faustino un Parroco stabile, assegnando una parte del monastero per la sua abitazione ed un troppo tenue assegno pel suo mantenimento di 30 piò di terra, cui venne aggiunta la maggior parte del meschino beneficio prepositurale della soppressa parrocchia di S. Giorgio. La parrocchia si avvalse dell'Oratorio di S. Tommaso (v.) retto da ottimi sacerdoti. La parrocchia venne riorganizzata e ristrutturata secondo le moderne esigenze negli anni '30. In tale periodo infatti il prevosto mons. Gheda provvide a sistemare l'Oratorio maschile e femminile. Nel 1960 mons. Daffini dotò la parrocchia di un grandioso oratorio maschile. Durante la II Guerra mondiale e la Resistenza grazie al prevosto mons. Daffini, ai curati don Vender, don Carfoni, don Formasi, divenne oltre che centro di attività caritativa assistenziale, anche resistenziale. Già centro propulsore di carità dal parrocchiato mons. Lurani Cernuschi in poi lo fu ancor più sotto il parrocchiato di mons. Luigi Daffini, che apri la canonica e gli ambienti parrocchiali alle più disparate categorie di diseredati. Per il Natale 1949 venne aperto un dormitorio ai bambini senza tetto nello stesso Battistero. Abitanti della parrocchia: 8100 nel 1857, 8127 nel 1859, 8080 nel 1871, 7780 nel 1876, 3790 nel 1889, 10.000 nel 1895, 7000 nel 1900, 8000 nel 1908, 9117 nel 1928, 9660 nel 1938, 12.000 nel 1950, 12.000 nel 1955, 10.000 nel 1965, 10.000 nel 1969, 7118 nel 1978: Ecclesiasticamente è nella Vicaria Urbana, nella zona XVII. Prevosti: Faustino Rossini (1808-1818), Giovanni Lurani-Cernuschi di Milano (1819-1885), Liberato Huonder (1886-1920), Luigi Gheda (1921-1939), Luigi Daffini (30 ott. 1939 -29 apr. 1968), Renato Monolo (8 dic. 1968 - ).