SÒNICO: differenze tra le versioni

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Versione delle 10:08, 25 apr 2020

SÒNICO (in lat. Sonici, in dial. Sonech)

Comune dell'Alta Val Camonica alla sinistra del fiume Oglio, alla destra del torrente Val Rabbia. Sorge al margine del fondo valle sulle prime balze che salgono a NE al monte Aviolo. Il capoluogo è a 637 m s.l.m., a 98 km da Brescia, a 3 km da Edolo. Notevoli sono le proposte escursionistiche: dal rifugio Tonolini sono poi offerte ascensioni al Corno delle Granate, al Corno Baitone, ai Corni di Premassone, alla cima Plem, al Corno del Cristallo: tutte montagne che conservano un senso di selvaggia solitudine e l'incanto delle nevi eterne. Le frazioni più importanti sono: Rino (a km. 2,04 a S dal capoluogo) e allo sbocco della Valle Malga, Garda (km 6 più ancora a S del capoluogo nella valle del torrente Zazza), Comparte, frazione del comune di Sonico ma appartenente, ecclesiasticamente, prima alla parrocchia di Zazza poi a quella di Malonno. Superficie comunale 60,69 kmq. Comprende tre parrocchie: Sonico (patrono S. Lorenzo m.), Rino (patrono S. Antonio abate), Garda (patrono Natività di S. Maria). Il nome è detto Sioneco (860), Iussionica (897), Xonico (1198, 1299, 1303). Per l'origine del nome, accantonata una derivazione dal celtico "Sonne" = sole ed "eche" = cantone, angolo e perciò "angolo del sole"; l'Olivieri si è riferito all'aggettivo "Iustionicus" forma aggettivale da un nome personale antico Iustio. L'Ertani propende a farlo derivare dall'iberico "Düno", germanizzato in "Dönek" corretto nel medioevo in Tzònec, che starebbe ad indicare gli "abitanti del recinto". Qualcuno, in vista del buon miele raccolto nel territorio, ha avanzato addirittura l'ipotesi del tedesco Honig = miele. Ma è ritenuta ovvia anche la derivazione dal "summus vicus".




ABITANTI (Sonichesi o Sonicesi, nomignolo: gós, malègn): 700 nel 1459, 450 nel 1493, 950 nel 1562, 900 nel 1567, 650 nel 1573, 1200 nel 1603, 1053 nel 1614, 644 nel 1644, 636 nel 1652, 660 nel 1656, 660 nel 1658, 629 nel 1667, 568 nel 1702, 580 nel 1716, 557 nel 1727, 1116 nel 1760, 587 nel 1775, 550 nel 1791, 550 nel 1805, 600 nel 1819, 1282 nel 1835, 700 nel 1848, 794 nel 1858, 780 nel 1868, 848 nel 1875, 860 nel 1887, 860 nel 1898, 900 nel 1913, 1150 nel 1926, 1100 nel 1939, 1100 nel 1949, 1000 nel 1963, 900 nel 1971, 816 nel 1981, 902 nel 1991, 806 nel 1997, 777 nel 2000.




I primi segni della presenza dell'uomo sono costituiti da reperti d'industria litica del Mesolitico rinvenuti da Ausilio Priuli, in una località sita al lato NE del lago Baitone. Ma la preistoria ha lasciato nel territorio soprattutto profonde tracce nelle incisioni rupestri, specie al Corno delle Fate, dove nel 1955 sono stati scoperti massi datati all'Eneolitico. Il "Corèn" si erge a circa 800 m e consiste in uno sperone roccioso, che supera i conoidi sui quali sorgono Sonico e Rino. Le campagne di ricerche e di studio condotte sin dal 1986 da Ausilio Priuli e da un'équipe da lui diretta hanno portato alla scoperta, in oltre 170 mq. di 492 incisioni di cui 173 palette, 186 coppelle e numerose con simboli solari ascrivibili ad almeno tre periodi diversi. "Le più antiche - scrive Ausilio Priuli - sembrano essere state eseguite nel terzo mill. a. C.: sono spirali e simboli solari in numero elevatissimo. A queste, forse nella tarda età del Bronzo o poco dopo, sono state aggiunte figure di tipo planimetrico, tra le quali sembra riconoscibile persino la pianta schematica di un insediamento (fino ad ora considerata rappresentazione idoliforme e chiamato appunto l'Idolo di Sonico). In più fasi dell'età del Ferro sono state eseguite, spesso sovrapponendosi alle più antiche, decine e decine di figure palettiformi, numerose coppelle ed anche figure umane". Come ha rilevato ancora Ausilio Priuli "ciò che sorprende gli studiosi è di aver trovato quassù una tecnica diversa, maggiori dimensioni, un disegno non più figurato, narrativo come a Capo di Ponte, ma un' arte astratta, geometrica, immaginativa che per prima è apparsa a Sonico". E. Anati, a sua volta, ha sottolineato: "Queste immagini sulle rocce ci fanno vedere uno sviluppo concettuale che porta alle radici stesse del nostro modo di vedere, di pensare e di concepire. L'esaltazione dell'uomo ha creato il Grande Spirito a sembianza antropomorfa". Pertanto, dalle origini sino alla fine dell'epoca neolitica "seguiamo un processo nel quale si avvicendano, come elementi focali dell'umana motivazione, l'Animale, l'Uomo, lo Spirito" con una significativa evoluzione della credenza spirituale ed ideologica che approda ad una espressione soggettiva (motivata dalla consapevolezza di grandi conquiste rispetto alle epoche anteriori) dell'idea soprannaturale, dello spirito cui spetta il sovrano dominio della vita. Recenti campagne di ricerche hanno permesso di individuare altre numerose rocce nell'area circostante ed altre ancora sparse nel territorio, tutte di particolare interesse, anche perché ospitano incisioni spesso diverse da quelle fino ad ora conosciute.


Sei massi incisi databili al Neolitico tardo e alla prima e seconda età del ferro sono stati rinvenuti al "Dos de le Strie" o Villincampo; altri massi incisi, della stessa età, sono stati scoperti in località Pradasella. Incisioni rupestri sono state trovate nel 1975-1979 dal Priuli su quattro rocce in località "Dosso Föbbia" in Val Malga. Un grosso masso raffigurante un idolo, alto circa un metro e mezzo, è stato individuato nei pressi del Santuario della Pradella. Incisioni geometriche singolarissime sono state trovate in località Cornèl de l'Aiva. Ovunque nel territorio sonicese, scrive ancora il Priuli, sono state individuate figure umane con maschere e folte capigliature raccolte a coda di cavallo; grandi concentrazioni di figure di palette; massi-altare e rocce totalmente costellate di figure geometriche che per la prima volta compaiono in Italia e forse in Europa".


Già attraversato da sentieri preistorici, come indicano i reperti citati, Sònico costituì un perno importante dell'antica strada valleriana la quale, da Cemmo, passava sul versante di sinistra della valle e, superando Grevo (Grebia), si dirigeva su Sònico. Qui si divideva in due rami uno dei quali si dirigeva verso la valle secondaria di Corteno e raggiungeva l'Aprica, l'altro proseguiva la valle raggiungendo il Tonale e scendeva in Val di Sole e Val di Non. Lungo un sentiero che da Rino di Sonico conduce al "Sant dé le Plòte" (santella a 1025m s.l.m., di proprietà della famiglia Frizza - detta Butigher - di Garda) sono state individuate numerose rocce istoriate con strumenti metallici e raffiguranti cruciformi, coppelle e segni di confine. La continuità di una presenza umana da tempi preistorici è data da reperti romani, tardo-romanici e alto-medioevali. Di tombe romane nell'attuale centro di Sònico, tra le chiese di S. Giuseppe e il palazzo Federici Nottoli, vi sono cenni nel 1860 e 1920. Nel 1950, nello stesso luogo, vennero alla luce tre sepolture romane a cassa, una delle quali con corredo. Viene considerato da taluni, fra i quali autorevolmente da Mirabella Roberti, il ponte poco a valle di quello di S. Andrea, dissotterrato dall'alluvione del 1960 formato da un arco ribassato, forse il primo di una serie, in conci squadrati di granito. Una tomba tardo-romana o alto-medioevale ad inumazione a cassa venne trovata nel 1952. Ma continuarono anche le testimonianze nella roccia. Incisioni alto-medioevali sono state rinvenute accanto a quelle preistoriche già ricordate al Dos de la Stria, al Corno delle Fate in località Pradasella. Alla "Al del Roc" o Aldinoccolo e Parecolo (dosso della Fobbia) nel 1976 sono stati trovati quattro massi incisi, della stessa epoca. Anche la leggenda viene in soccorso alle vicende di questa terra. Quella di Carlo Magno vuole che, dopo aver abbandonato Cemmo, l'imperatore avesse diviso in due corpi l'esercito, procedesse alla sottomissione delle terre sui due fianchi della Valcamonica per riunirli insieme poco lontano da Sònico, soggiornando nel luogo che prese poi il nome di Re (oggi Rino). Dopo un periodo di riposo, salì a Edolo, in alta Valle. La leggenda vuole che ai tempi di Carlo Magno i Comuni abbiano sotterrato nei pressi di Sònico il "vitello d'oro", simulacro della divinità tutelare dei luoghi, ed altri preziosi per sottrarli alla cupidigia del nemico ed anche per tramandare intatto il culto degli avi ai discendenti. Il ricordo del vitello d'oro non tramontò, tanto che non andò mai perduta la speranza del fortunoso ritrovo; speranza espressa nella forma proverbiale, tuttora corrente nella parlata locale, "cercare il vitello d'oro", ripetuta a chi si accinge a una difficile impresa.


Passato il paese come è noto, per dono dell'imperatore, assieme alla Valcamonica al Monastero di Tours, fu poi sotto la tutela amministrativa ed economica del vescovo di Brescia. Dipendente dalla pieve di Edolo-Mu nel sec. XII almeno, era fra i possedimenti del vescovo di Brescia. Come tale Xonico è elencato fra le investiture feudali del vescovo Giovanni del 22 agosto 1198. Nel 1199 il vescovado investiva di decime Bellotto e Guiscardo q. Ardenna. Accanto alla pieve e negli abitati della sua circoscrizione si erano andate formando le vicinie dei "boni homines" (valentuomini), che incominciarono ad assumere una certa indipendenza dalla pieve, con il formarsi di vasti possedimenti comuni e di beni fondiari collettivi. La divisione dei beni e la determinazione dei confini furono motivo di interminabili cause e litigi. Gli incerti confini con Sònico per il monte Penedöl e la forcella di Bombià diedero origine a contese durate a lungo, con sopralluoghi, arbitrati e brevi paci. Si venne ad un'equa divisione solo nel 1303. Sul finire del secolo XIII, sotto il vescovo Berardo Maggi, l'organizzazione amministrativa si rinsaldò ancora di più e la vicinia assunse importanza nell'amministrare, per mezzo dei "Boni homines", i beni comuni e gli interessi degli "originari", cioè delle più antiche casate del luogo. In una minuziosa descrizione del Patrimonio vescovile compilata il 14 febbraio 1233 per volontà del vescovo Guala, esaminata da Gabriele Archetti, si affermava che gli uomini di Sònico erano tenuti al giuramento di fedeltà nei confronti del presule in quanto erano subordinati al distretto, alla "guadia" e al "fodro" episcopali. Chi possedeva più di dieci capi di bestiame, doveva versare un montone e se vi erano dei nuclei familiari che ne possedevano un numero inferiore si potevano consorziare, ma consegnavano un montone ed un formaggio, di sei libbre di peso, nella festa di S. Lorenzo; portavano anche il cacio e la ricotta di San Giovanni, mentre spettava alla curia offrire un pasto ai sei rustici incaricati del trasporto nei magazzini della curia dei vari formaggi e dei diversi prodotti. Alla curia spettavano, inoltre, un agnello, un fascio di fieno da ciascun fuoco e metà della cacciagione, della pesca, dei volatili e del calderatico "et universaliter de omnibus honoribus Xonici est medietas curie"; fitti particolari erano consegnati da diversi gruppi familiari, o domus, insieme alla decima "omnium suarum rerum", corrispondente a molte libbre di cacio. Gli homines di Sònico pagavano nove staia di cereali per alcune terre e la decima sulle biade e sul vino, oltre a uno staio di castagne secche; la comunità di Sònico e quella di Mu, invece, davano 40 moggi di biade per la "breda donica"; e si aggiungeva che "medietas honoris et redditus villicatus loci Xonici remanebat in vilicis curie", mentre 12 denari erano versati da Giovanni de Pozio "de nucibus et de terra in Caminata sub Sancta Maria". Insieme a quelli di Mu e di Edolo, anche quelli di Sònico dovevano provvedere al servizio di guardia al castello, "et quando curia clamat guaytas et ipsi non respondent de illo mendo quod exit inde curia habet quartam partem et ille prefate tres ville habent alias tres partes"; come pure in caso di guerra gli uomini liberi dovevano correre alla difesa del castello, presentandosi come e dove era loro richiesto a seconda delle necessità, a spese della curia. A Mu abitanti di Sònico, come Lanfranco detto Gazarino Caligario, Oberto Caligario, erano investiti a titolo di livello di appezzamenti di terreno. "Honores, rationes, jurisdictiones jura et usantias" già confermati nel 1233, venivano ribaditi il 22 marzo 1299. Veniva inoltre ribadito dagli abitanti di Sònico che ogni diritto, giurisdizionale e usanza sulle appartenenze dipendeva direttamente dalla volontà del vescovo loro signore, come pure su ogni permuta o mutazione di proprietà di qualsiasi genere. Sempre lo stesso giorno veniva convocata la vicinia presso Andriolo, figlio del signor Arneboldi de Xonico, "cum tabula sonata a voce sia per il monte che per il piano": venivano costituiti tre rappresentanti o procuratori col compito di accertare i diritti e le proprietà vescovili nel loro territorio, relativi al fodro, agli oneri, ai fitti, su fieno, prodotti casarecci, castagneti, cantine ecc. Ciò che venne fatto il 25 marzo sulla loggia della pieve. Cazoino poi compiva, per l'occasione, nuove investiture a Redolfino di Mu, abitante a Sònico, agli eredi di "ser Arneboldo" di Sònico, a Bonaventura di Sònico ecc. Altre investiture venivano compiute nel gennaio 1300 dal camerario del vescovo Maggi, di terreni situati in Mu; altre ancora nel luglio dello stesso anno, quando lo stesso vescovo Berardo Maggi investiva personalmente Pietro e Bonaventura, figli di Oberto Abelli di Iseo, residenti a Sònico, anche a nome di Mafeo loro fratello, di numerosi possedimenti situati nella terra di Mu. Si trattava di quasi 140 possedimenti: prati, campi, terreni con alberi da frutto, castagneti e alcune case, di diritto vescovile, concessi per un canone livellare annuo di 42 soldi imperiali e 3 mezani bone monete nove Brixie; "que pecie terre et possesiones fuerunt de prenominatis manentibus de Mu domini episcopi et episcopatus Brixie", i quali erano subordinati agli oneri tipici della loro condizione di "distrettuali".


E' probabilmente in questi anni di risistemazione delle proprietà vescovili che s'innalzarono al centro del paese le due torri, una in piazzetta e l'altra nella contrada vicina; sono a pianta quadrata e debbono aver servito non solo da difesa, ma anche d'abitazione ai gastaldi o ministrali del Vescovo e poi ai Federici che si costruirono le case. Le due torri sono alte e discretamente larghe onde permettervi stanze di soggiorno; il muro di pietre irregolari è scoperto salvo nella più alta, quella della piazza, che ha un lato verso mezzodì male intonacato. Un'altra torre a base quadrata di circa 14 m, in pietra a vista ed un andamento a corsi abbastanza regolare venne eretta a Rino. Oltre a quelle registrate con cura da Gabriele Archetti nel suo volume su Berardo Maggi e qui solo accennate, altre investiture sono documentate nei registri della Mensa vescovile di Brescia, segno di una vasta opera di bonifica e di dissodamento di terreno. Nel sec. XIV sono soprattutto abitanti di Breno, ma anche di altre località a corrispondere tali oneri mentre, sulla fine del secolo, compaiono anche abitanti in Sònico, oltre ad alcuni di Malonno, di Ossimo, ecc. Come scrive Tebaldo Sinistri, a partire dal 1338 compaiono sempre più determinanti i Federici di Erbanno dai quali sarebbero derivati quelli di Edolo che scomparvero poi solo nel sec. XVIII e i quali, come sottolinea Tebaldo Sinistri, secondo il loro sistema tradizionale, prima acquistavano beni o si facevano investire, in feudo o in livello, di terreni e poi si insediavano nella località prescelta. Nonostante la potenza dei Federici fosse sempre più ridimensionata in Valcamonica, essi riuscirono a radicarsi a Sònico, soprattutto a metà del sec. XV, ottenendo l'infeudazione di decime a Omobono Federici q. Gherardo nel 1458, a Giovanni Federici nel 1465, ai Federici nel 1485, ecc. Nel 1505 la Curia di Brescia ribadiva i diritti dei Federici di esigere le decime in Sònico, nel 1532 investiva di decime Abramo Federici e nel 1579 Agostino Federici. A quanto scrive Giuseppe Bonafini a Sònico i Federici presero stabile dimora nella prima metà del 1400, con il capostipite del ramo locale Omobono q. Gherardo (1400-1460). Rafforzò la presenza dei Federici, Michele q. Omobono, dal quale, secondo il Sinistri sarebbero discesi tutti i Federici di Sònico. Specialmente a partire dal 1410, dopo che Filippo Maria Visconti aveva dichiarato Giovanni Federici di Erbanno, abitante in Mu, conte dei due Pievatici di Edolo e Dalegno, i Federici diventarono signori anche di Sònico, dove eressero torri e case. Banditi nel 1436 dalla Repubblica Veneta, i Federici rimasero in prevalenza ancora signori in Sònico acquisendo sempre più proprietà, affitti, livelli. La tradizione vuole che questi Federici fossero feudatari anche a Teglio in Valtellina dove nominarono come castellani i Branck dei Cantoni Grigioni i quali, in seguito agli eccidi perpetrati dai protestanti contro i cattolici, emigrarono a Sònico cambiando il nome da Branck in Branchi, un ramo dei quali è ancora a Teglio. Come ha scritto Fausto Lechi "con la preponderanza ghibellina nel sec. XIV, mentre impallidiva l'autorità vescovile, i Federici fecero di Sònico un centro importante della loro attività e vi costruirono arce e torri. Costruirono anche case fortificate oltre che la chiesetta di S. Giuseppe.


Gli anni di pace, che seguirono all'instaurazione nel 1426-1427 del Dominio di Venezia, portarono un rilancio economico, sociale e lo sviluppo dell'industria mineraria e della lavorazione del ferro. Viene inoltre attribuito alla Repubblica Veneta la bonifica del fondo valle e, con l'impiego di due barili d'argento, la scomparsa di un lago. Si dice che tale lago si estendesse fino alle prime case di Mu; le sue acque, tolti gli argini, avrebbero sommerso il ponte romano e parte della strada valeriana, riapparsi poi dopo l'alluvione del settembre 1960. Non mancavano, nel frattempo, seri momenti di emergenza come l'alluvione dell'agosto 1520 che devastò Sònico e Edolo, e gli echi di fatti di guerra tragici, espressi sul pilastro di una casa "1512/la Franza pianze/la Italia disfata". Il pilastro, fatto togliere da mons. Bonomelli, è ora conservato a Breno. Un Federici, Leandro, che aveva combattuto nel 1571 a Lepanto, di ritorno dalla celebre battaglia aveva fatto dono dell'altare della Madonna del Rosario. Premortogli il figlio Pietro e rimasto con una sola figlia, Arielda, morendo, nel 1580, lasciò alla comunità di Sònico tutti i suoi beni consistenti in un rilevante patrimonio boschivo. Una tragica parentesi fu costituita dalla peste del 1630, comparsa nella zona il 2 luglio, portata da un fabbro ferraio di Brescia, in casa di Bartolomeo Mutti in Edolo e subito propagatasi anche a Sònico. Nel giro di pochi mesi il morbo dimezzò la popolazione: gli abitanti, che nel 1614 erano 1053 nel 1644 risulteranno 647. Da allora l'andamento demografico non ebbe che lievi oscillazioni dovute alla grande povertà, all'insidia delle malattie dell'uomo e del bestiame, al duro lavoro nei campi e nelle fucine. Non mancarono nemmeno liti violente con i comuni contigui specie con la Valsaviore per i confini in Val del Miller, tanto da far scrivere ad un cronista di Saviore, il Boldini "Questa violenta demarcazione di confine bizzarra e capricciosa non si sa spiegare ragionevolmente e non l'appoggia che l'antico immemorabile, incontrastabile possesso; ma non mancò di produrre un tempo liti e gran contrasti e della effusione di sangue talché sulla roccia di confine verso il Comune di Sònico si conta un numero prodigioso di croci scolpitevi per memoria di chi fu vittima di quei contrasti". Pacifica invece e saggia l'amministrazione pubblica come indica la battuta: "Per an fasöl, restarè mia de fa de sena!" (cioè "Per un fagiolo non rinuncerete a far cena") messo in bocca ad un abitante presentatosi in ritardo a mettere, com'era consuetudine, il suo fagiolo in una delle dodici ciotole predisposte per ogni candidato alla carica di primo cittadino.


Sulla fine del '600, P. Gregorio da Cané, nella sua storia della Valle Camonica descriveva: «Sonico Terra più bella, sta situato in fertile pianura, nella quale si mette piede ripassando il fiume sul Ponte di pietra al sito detto Zassa, o Sasso; e trovansi anco qui con honorate habitazioni chiari rampolli della più illustre nobiltà della Valle, à quali non mancano fregi, ne divise della loro antica prestanza». Anche il tempo sembrava essersi fermato tanto l'antico nome delle sei contrade è rimasto per secoli lo stesso quale si legge in un registro parrocchiale del 1500 e cioè: Canonica, Platua, Valbroghetto, Pradella, Fondolo, Piazzo. Sono descritte le famiglie di contrada in contrada, cominciando da un capo della contrada, poiché più facilmente si ritrovino le persone di famiglia in famiglia... Famiglie che, fino alla fine del '700 continuarono ad esistere, come quelle dei Mosconi, Coratolo, Gregorini, Barberi, Pinotti, Panetti, Ferrari, Fachini, Glisenti, Marini, Quintini, Piccinelli, Tanghetti, Carina, Cismondi, Pedretti, Piantoni, Gabrielli, Omodei. Ad esse si aggiunsero i Mottinelli, i Branchi e altri.


La quiete di una borgata solitamente laboriosa e spesso tranquilla fu scossa dalla caduta di Venezia e dall'occupazione napoleonica. Dal 1797 anche Sonico vide spesso passaggi di truppe e scorribande di disertori o di profughi. Nel maggio 1809 la popolazione sonicese partecipò alla insurrezione del Tirolo e dell'Alta Valcamonica contro il governo napoleonico. Superato il Tonale, gli insorti Tirolesi, con gli insorti camuni giungevano l'8 maggio a Pontedilegno e a Edolo, scendevano fino a Sonico dove la popolazione fece causa comune con loro. Ma già il 10 maggio le truppe francesi rioccupavano Sonico ed Edolo. Sonico si barcamenava mantenendosi fra i comuni in discrete condizioni economico-sociali tanto che, verso la metà dell'800, dopo Breno, Darfo, Edolo, Gianico e Angolo, superava tutti gli altri della valle nel contributo per la costruzione della strada del Sebino, Pisogne-Marone, inaugurata nel 1850. Un'alluvione, il 21 settembre 1869, provocò una frana dalla costiera della Val Rabbia, travolgendo il ponte nuovo di Rino, distruggendo una segheria e provocando un nuovo invaso dell'Oglio. Si fu costretti all'utilizzo di un battello del lago d'Iseo per il trasporto di uomini e merci. Alluvioni e sviluppo economico spinsero a migliorare la viabilità a fondovalle, mentre una certa importanza assumevano alcune mulattiere fra le quali quella per la Val Malga fino al Passo di Premassone.


L'emigrazione di molti uomini verso l'America, le miniere d'Europa o i grandi cantieri stradali, costituì una valvola di sicurezza alla grave crisi agricola della metà dell'800. Muoveva intanto i primi passi anche l'alpinismo che nel 1891 vedeva realizzato nel gruppo del Baitone il rifugio Tonolini, alla cui costruzione contribuì anche il comune di Sonico. Negli stessi anni veniva eretto al Lago Rotondo il rifugio alpino "La capanna", poi scomparso. Un certo rilancio dell'economia e del progresso sociale fu offerto dai primi passi dell'alpinismo e soprattutto, nei primi anni del sec. XX, dallo sfruttamento idroelettrico della montagna. Il comune di Sonico fu però accusato nel 1907 di vendere per un piatto di lenticchie (la concessione di "una minuscola porzione di energia elettrica per pubblici servizi e per le industrie locali") la presentazione di un progetto Alberti-Crespi-Schiannini sulla "derivazione delle acque". Nel 1892-1893, mediante un grosso mutuo di 26 mila lire della Cassa Depositi e Prestiti si realizzava in Sonico, su progetto dell'ing. Luigi Serini di Edolo, un edificio per la sede comunale e le scuole, e a Rino un edificio per le sole scuole. La costruzione venne fatta a cura dell'imprenditore Lorenzo Piccinelli.


La I guerra mondiale, oltre che le difficoltà e i disagi del fronte vicino e il sacrificio di 34 sonicesi, portò incombente per decine di anni un altro pericolo: quello di una polveriera situata nei pressi del paese. Il pericolo fu molto vicino, infatti, il 21 agosto 1920, quando elementi sovversivi armati di fucili e mitragliatrice tentarono di impossessarsene, con un attacco durato due ore e respinto fortunatamente dai soldati di guardia. Momenti difficili visse Sonico nel dopoguerra per vivaci contrasti politici. Nell'autunno 1920 il comune fu controllato dai combattenti e passò poi ai socialisti. Nel dicembre 1922 il maestro Pietro Branchi fondava l'asilo affidato alle Suore Dorotee da Cemmo che si dedicarono anche all'assistenza della gioventù femminile. Buon impulso all'economia, negli anni 1925-1928, venne dalla costruzione della centrale idroelettrica. Vivo scontento poi provocò nella popolazione la delibera del Podestà dell'8 settembre, seguita dal R.D. 11 ottobre 1928 n. 2543, che stabiliva l'aggregazione del comune a quello di Edolo. Tale decreto giungeva il 22 ottobre proprio nello stesso periodo in cui l'on. Turati inaugurava la centrale elettrica. Fino al 1947, comunque, Sonico visse nell'ambito dell'amministrazione comunale edolese, senza novità di rilievo se non quella tragica della II guerra mondiale, la quale richiese, assieme a mille sacrifici, quello di 22 giovani vittime. Molto agitato è il periodo della Resistenza. Specie la Val Malga viene frequentata dai partigiani delle Fiamme Verdi e da elementi della Brigata Garibaldi al comando di Luigi Romelli. Il 1° luglio (altri forniscono la data del 30 giugno) 1944, in Val Malga, un giovane, Francesco Troletti di Cividate C., che non è in grado o non vuole dare informazioni sulla dislocazione dei gruppi partigiani, viene seviziato e trucidato. Il 25 luglio con un atto di sabotaggio vengono danneggiate le tubazioni della Centrale elettrica di Sonico. Terribile fu il giorno 29 marzo 1945 allorquando scoppiò la polveriera dislocata tra Sonico e Rino, facendo sette vittime, alcuni feriti e danneggiando case, alberi e perfino le campane della chiesa. Fu poi attribuita alla mediazione del parroco don Polonioli la salvezza del paese durante la ritirata dei tedeschi i quali, tuttavia, fecero saltare, il I maggio 1945, i ponti della statale e della ferrovia.


Il dopoguerra risvegliò subito il desiderio dell'indipendenza comunale, e fu segnato dall'attivismo del curato (e poi parroco) don Vittorio Bonomelli reduce da avventure di guerra, e combattivo oltre che in campo religioso, in quello sociale e politico. La rinascita del Dopoguerra fu segnata dalla ricostruzione dei ponti, e dall'avvio, da parte della Società Edison, dei lavori idroelettrici al lago Baitone. Tale opera fu poi continuamente prorogata tenendo in agitazione gli abitanti del paese. La rinascita dei partiti, il sorgere delle ACLI segnarono vivaci contrasti politici per cui, a volte, si rasentò lo scontro. Tappa fondamentale, fu dal giugno 1948, la riconquista dell'indipendenza comunale da Edolo. Dall'11 maggio l'amministrazione del Comune era stata affidata ad un Commissario prefettizio che la gestì fino all'entrata in carica del sindaco, il 28 novembre 1948. Ora, nuovamente autonome, le amministrazioni comunali nelle quali si alternarono democristiani (con a capo la maestra Ida Mottinelli, prima donna sindaco della Val Camonica) e socialisti indipendenti fin dagli anni 49-'50, si impegnarono in opere a beneficio della comunità. Costruirono il ponte della Valle Rabbia, ampliarono la strada Sonico-Rino, realizzarono un nuovo caseificio, costruirono un edificio scolastico a Rino, migliorarono le strade e la fognatura a Garda. Nel 1952-1953 veniva edificato il palazzo comunale, nel 1956 realizzato, a Pradella, l'acquedotto. Nel 1956 la Società Elettrica Brescia, succedendo alla Società ELVA, provvedeva, soprattutto per l'insistenza di don Bonomelli, del sindaco Paolo Pasquini e del geom. Domenico Mottinelli, ad una moderna illuminazione pubblica. Una parentesi pesante fu l'alluvione del 17-18 settembre 1960. Negli anni che seguirono sorse il nuovo edificio scolastico di Garda, venne sistemato il fabbricato della scuola materna di Sonico e ultimato quello di Rino, fu realizzato un nuovo acquedotto e avviato a soluzione il problema delle fognature. Nel novembre 1983, per iniziativa dell'Associazione dei mutilati e invalidi del lavoro veniva inaugurato un monumento "ai caduti per il lavoro". Nel 1986 veniva avviata la bonifica della piana di Rino a S del paese con la creazione di piccole aziende agricole. Nello stesso 1986 veniva costruita la nuova scuola materna di Sonico e costituita una scuola d'intarsio. Il 26-27 settembre 1987, tuttavia, Sonico si trovò davanti ad una nuova alluvione, che impose studi e successivi interventi per arginare un'immensa frana. I giornali riferivano, forse esagerando: "Il canalone che segna la zona «Valli Rosse» si è trasformato, all'improvviso, in una fiumana di fango, sassi, macigni: da quota 2200 m., decine di migliaia di metri cubi di materiale, rotolando fino al torrente Remulo hanno dilaniato la montagna, martoriato il bosco fitto di conifere, invaso la strada, schiacciato alcune auto in sosta". Oltre che per superare i gravi danni vennero compiuti notevoli sforzi per creare nuove strutture e approntare nuovi insediamenti artigianali. Negli ultimi decenni venne ideato il modo di dare sviluppo al turismo attraverso il miglioramento della viabilità montana, la risistemazione di sentieri, puntando oltre che su Garda, anche sulla Val Malga, sulla malga Bombiano ecc. Furono attratti turisti grazie anche alla realizzazione dei rifugi Gnutti in Val Miller, a Ponte Guat, al Baitone, del ristoro "Ponte Faéto" e promuovendo alcune manifestazioni di rilievo come la festa patronale di S. Lorenzo, l'Adamello Horse Valcamonica (1991). Nello stesso anno rinasceva, dopo una felice parentesi dei primi anni del dopoguerra, sotto la guida dei maestri Franco e Antonio Laffranchini, anche la banda musicale. Fra le manifestazioni folcloristiche è da segnalare l'accensione dei falò per S. Antonio ab. (17 gennaio) a Rino.




ECCLESIASTICAMENTE. Diaconia della pieve di Edolo, dal sec. XIII in poi, pur gradatamente, Sonico se ne andò sempre più staccando acquisendo una sua autonomia di rettoria e di parrocchia. Come scrive Livio Dionisi: «È difficile determinare con esattezza quando la chiesa di Sonico divenne parrocchia indipendente. Nel manoscritto del parroco Don Vittorio Bonomelli, intitolato "Liber Cronicus Sonici", vien riferito che, negli atti di ricognizione di beni vescovili e imperiali alla corte di Montecchio, relativi all'anno 1292, la chiesa di S. Andrea è detta "Parrocchia". Il primo documento certo, tuttavia, è del 1459 e consiste nella visita pastorale che Benvenuto De Vancio, il giorno 20 aprile, fece alla Parrocchia di Sonico per ordine del Vescovo di Brescia, Malipiero. Da quegli atti visitali si hanno con sicurezza le seguenti notizie: la parrocchia di Sonico è di data immemorabile e, nei suoi primi tempi, aveva il titolo di S. Andrea Apostolo e per chiesa quella che ancor oggi si vede sul colle omonimo». L'esistenza di un'altra diaconia potrebbe essere indicata dalla presenza, in Garda, di una Cappella, poi chiesa parrocchiale. Negli oscuri tempi medievali, come sottolinea Livio Dionisi, anche Sonico dovette essere toccato dalla superstizione, da riti magici, dalla stregoneria e forse dall'eresia protestante. Il Corno delle Fate, nella fantasia popolare, fu creduto luogo di richiamo degli antichi spiriti demoniaci. Nella superstizione paesana un buon cristiano non doveva fermarvisi, perché là ogni spirito sarebbe entrato in rapporto con le streghe del Tonale, argomento questo, con altri simili, valido a mandare al rogo, sulla piazza di Edolo, una sessantina di presunte streghe. Tuttavia segni spontanei di religiosità popolare, sono incisi in croci associate a cappelle su massi in località Dosso Fobbia. Come risulta nell'atto notarile di un certo notaio Andreolo, del 1419, e più tardi nel 1459, il territorio di Sonico contava già cinque chiese: S. Andrea. S. Lorenzo e S. Maria in Pradella di Sonico, S. Antonio di Rino e S. Lorenzo di Garda. Quest'ultima nel 1459, godeva del Fonte battesimale per concessione del Parroco di Sonico, e, nel documento della visita del 1459, è dichiarato espressamente, nell'ultima pagina, che la detta chiesa di Garda è sotto la cura della Chiesa parrocchiale di Sonico da tempo immemorabile e non è parrocchia. Per comodità della gente di Sonico il fonte battesimale di S. Andrea era già nel 1459 trasportato nella piccola chiesa di S. Lorenzo, la quale è descritta nello stesso posto dove sorge ora e già vecchia e cadente, con sole due porte che non si potevano chiudere, con l'Altare maggiore in legno, abbastanza decente. Gli altri altari erano costituiti da uno dedicato a S. Caterina, in pessime condizioni e in un posto inadatto, e l'altro a S. Giovanni, anche quello poco bello. Forse questi due altari erano stati trasportati col Fonte battesimale da S. Andrea e collocati in qualche maniera a S. Lorenzo. Il Cimitero era attorno alla chiesa, senza nemmeno un po' di muro che lo difendesse dalle bestie. Da un atto pubblico, citato nella visita del 1459 redatto da un certo notaio Adamino, risulta che la Parrocchia aveva dei bellissimi arredi sacri e che non pagava nessun contributo alla Pieve di Edolo-Mù; che anzi, era Edolo Mù che pagava un contributo a Sonico, la così detta «quarta». A distanza di parecchi decenni la parrocchia risultava sempre più strutturata. Il rettore parroco nel 1567 godeva di un beneficio discreto. La crescita della popolazione esigeva l'allungamento della chiesa parrocchiale. Nel 1573 la "cappella" di S. Lorenzo, che continuava a ritirare il Crisma, il Sabato Santo, dalla pieve di Edolo, era già consacrata ed aveva tre altari. Esisteva la Confraternita del SS. Sacramento che, nel 1573, pur vivendo solo di elemosine, contava 200 confratelli, in grado di far celebrare una messa la I domenica del mese, di far celebrare funerali e di dispensare elemosine ai confratelli poveri e infermi. Esistevano diversi legati, fra i quali uno di quattro salme di frumento che permetteva di distribuire pane cotto a tutta la popolazione nel giorno di Natale. Precisi gli ordini di S. Carlo (1580). Oltre a quelli riguardanti il tabernacolo, la pisside ecc., il visitatore prescriveva che, fino a quando non si fosse fabbricata la nuova chiesa, fossero messi i cancelli al presbiterio e al Battistero, sostituita la pala dell'altare rovinata dal tempo. Lo scrupoloso visitatore disponeva pure i particolari più minuti dell'ampliamento (due nuove cappelle in prolunga). Alle opere prescritte dovevano provvedere il Rettore e la popolazione, destinando inoltre denaro proveniente dalla condanna di Antonio Federici e del noto concubinario Francesco Zucchini. Ampie anche le misure pastorali della visita apostolica. S. Carlo erigeva canonicamente la già esistente Confraternita del SS. Sacramento. Per quella dei Disciplini ordinava che venissero preposti ogni anno "officiali di vita proba" e che rendessero conto dell'amministrazione al Vicario Foraneo. Non dovevano più tenere pranzi "sociali" pena la privazione dell'abito. Quanto al Pio Luogo, il visitatore ordinava che il reddito fosse distribuito ai veramente poveri. Tuttavia non mancano le ombre. Il vescovo Bollani, fin dalle prime ore di presenza a Sonico, impone che il parroco cacci la domestica non certo in buona fama, mentre il vescovo Giorgi nel 1603 impone al parroco che interdica pubblicamente dall'entrare in chiesa Isacco Federici, sua madre Camilla e la concubina Marta se entro un mese non si accostano ai sacramenti e ciò pena la "sospensione a divinis" dello stesso parroco. Nel 1593 il vescovo Morosini intima agli abitanti di adempiere entro un anno a tutti gli ordini emanati nella visita apostolica di S. Carlo e di attuare i legati, pena la sospensione dai Sacramenti. Intensa la vita religiosa ed ecclesiastica sulla fine del '500. Veniva completamente ricostruita la chiesa di S. Lorenzo, a cura del Comune e, in parte, del Rettore; il valore del beneficio veniva valutato a circa 600 libre. Oltre alla Confraternita del SS. Sacramento esistevano già quelle del S. Rosario, la Disciplina e quattro chiese (S. Andrea, S. Lorenzo, S. Maria, S. Gottardo in via Branchi poi trasformata in casa Pedretti) e, a Rino, S. Antonio. Era in pieno vigore l'insegnamento della Dottrina Cristiana. Cismondo del fu Soneghino Ravelli di Sonico fondava una Capellania Coadiutorale laica in Sonico, con testamento del 14 ottobre 1630 rogato dal notaio Fioletti di Corteno. Il pio fondatore istituiva erede della quarta parte dei suoi beni la comunità di Sonico, "facendo obbligo alla medesima di passare la rendita del beneficio ad un sacerdote, con l'onere di celebrare nella chiesa parrocchiale di Sonico a comodità del popolo e di coadiuvare il parroco nell'amministrazione dei sacramenti e nelle funzioni ecclesiastiche". Alla fondazione Ravelli si aggiunse nel 1665 la donazione fatta da Stefano Coradoli.


Alla fine del '600 P. Gregorio elencava in questo ordine le chiese di Sonico: «Sorgono à decorar questa Terra cinque Tempij, il primo, dedicato à San Lorenzo è la Rettoria Parochiale, officiata dal Paroco, e da un Curato coadiutore, mentre le altre sono una della B. Vergine, una di San Giuseppe, una di San Gotardo, & una di Sant'Andrea campestre, ch'era la Parochiale antica, tutte ben decorate di struttura, di Palle, Ancone, & altri ornamenti». Costò addirittura sangue l'indipendenza di Rino da Sonico. La Messa festiva ottenuta dagli abitanti di quella frazione suscitò nel 1637 l'avversione del parroco di Sonico don Giovanni Fioletti. Questi, assieme al nob. Giovanni Antonio Federici, fu accusato di aver provocato l'uccisione a bastonate di certo Andrea Damioli che dell'indipendenza di Rino era il più caldo sostenitore. Tale morte costò al nob. Federici tre anni di confino nella foresta di Asola e a don Fioletti, al console del paese e ad altre sei persone la prigione e poi la sorveglianza per un anno. Nonostante l'avversione anche del parroco successore, don Berardo Ruggeri, l'indipendenza parrocchiale di Rino fu decretata dal vescovo il 20 luglio 1639. La vita religiosa di Sonico venne rivitalizzata anche dalla presenza di un fabbricato donato il 12 giugno 1725 da Giovanni Battista Gaioni q. Francesco ai Padri Osservanti Riformati e nella seconda metà dell'800 dalla presenza delle Suore da Cemmo. Doveva servire come ricovero in Sonico per il tempo che «vanno questuando, il pane ed altre robbe necessarie non solo in detta terra di Sonico, ma anche nei comuni circonvicini e luoghi di montagna, mentre non ponno ogni sera portarsi al loro monastero data la lontananza". La cappella aveva un bel quadro raffigurante S. Francesco che venne trasferito in parrocchia. Soppresso nel 1810 il convento di S. Dorotea in Cemmo, l'ospizio venne convertito in Ufficio Municipale e in Scuole pubbliche. Sulla porta d'ingresso era rimasto un affresco raffigurante S. Francesco che riceve le stigmate. L'abitazione, chiamata "La cà dei Frà", venne demolita pochi decenni fa per costruirvi un condominio. Nel 1732, all'atto della visita del card. Querini, la situazione religiosa si mantiene sostanzialmente buona. Funzionano regolarmente le Confraternite del SS. Sacramento, del Rosario e della Dottrina Cristiana e la Disciplina. La Dottrina Cristiana è frequentata. Esiste in paese un solo inconfesso. Nell'800 Sonico è fra le prime parrocchie della Lombardia a restaurare il Terz' Ordine Francescano. Grazie allo zelo p. Zaccaria Gabrielli, oriundo del paese, nell'agosto 1832 veste a Sonico dell'abito di S. Francesco 62 persone e il 28 maggio 1863 altre 40. Altri vengono ammessi nel 1844 dal parroco don Bortolo Troncatti.


Anche se non aspra, a Sonico non manca la polemica risorgimentale e dei rapporti tra Chiesa e Stato. L'espressione più rilevante dello scontro fra il parroco don Isidoro Molinari e il maestro Branchi, sull'insegnamento religioso nelle scuole, consiste in un agitato processo del 23 giugno 1892, nel quale il parroco viene accusato di "abuso nell'esercizio delle sue funzioni" e di vilipendio dell'autorità scolastica dal suddetto maestro. Il parroco infatti, la domenica 27 dicembre 1891 aveva avvisato i fedeli che nelle scuole si usavano libri cattivi tra i quali "Il nostro Risorgimento" di Luigi Bonardi, libro da non darsi in mano a ragazzi perché conteneva fra l'altro figure di "bindù" e di poco di buono, libro che egli aveva trovato in mano ad un ragazzo e che aveva bruciato. Il processo si protrasse per vari giorni. Tocca al curato (dal 1904) e poi parroco (dal 1915) di Sonico smorzare i contrasti e attutire i risentimenti. Diventa parroco nel 1915 don Polonioli e si dedica con sollecitudine all'assistenza alle famiglie e ai soldati ricevendo dal Governo un solenne encomio. È ancora sotto la sua guida che prendono forma, nel 1917, la Pia Congregazione dell'Oratorio femminile e quella delle Madri Cattoliche. Nel 1922 arrivano poi le Suore Dorotee da Cemmo, le quali, oltre che dell'asilo, si prendono cura della gioventù femminile. È ancora don Polonioli impegnato a promuovere l'Azione Cattolica, a contrastare, nei limiti consentitigli, il fascismo ostacolando, ad esempio nel 1928, la fusione del comune di Sonico con quello di Edolo. Particolarmente attivo fra gli ultimi parrocchiati quello di don Vittorio Bonomelli già coadiutore e poi parroco dal 1946 al 1959. In pochi anni restaura chiese, promuove istituzioni fra cui la banda (1947) e stimola in ogni modo la vita amministrativa ed economico-sociale del paese, intensifica l'assistenza agli emigranti. Sotto il parrocchiato di don Battista Turelli nasce l'oratorio; il 4 giugno 1967 il vescovo mons. Morstabilini inaugura il nuovo campo sportivo.




CHIESA PARROCCHIALE di S. LORENZO. Probabilmente cappella della primitiva diaconia situata sulla via Valeriana e dipendente dalla pieve di Edolo, e perciò destinata all'assistenza di pellegrini, viandanti e poveri, era officiata da un prete della pieve. Abbandonata e crollata, sulle sue rovine si incominciò a costruire, nel sec. XV, l'attuale chiesa di S. Lorenzo che divenne poi parrocchia, al posto della lontana e disagiata chiesa di S. Andrea. Nel 1400 venne costruita di nuovo. Come scrive Livio Dionisi: «Quelli di Sonico avrebbero voluto costruire la nuova sede parrocchiale nel centro del paese per loro maggiore comodità, e il conte Federici era disposto a cedere un suo terreno a questo scopo e già si era costruito il coro. Ma quelli di Rino si opposero e la chiesa si dovette costruire ad una distanza media tra quelli di Pradella e le prime case di Rino». Per lo sviluppo economico, sociale ed anagrafico del sec. XVI, la chiesa si rivelava già insufficiente e, nel 1567, il vescovo Bollani ordinava che venisse allungata. Ordini precisi vennero dalla visita apostolica di S. Carlo B. (1580) il quale prescriveva che la chiesa fosse "ampliata in larghezza" fino alla colonna della cappella di S. Rocco, abbattendo il muro che separava la cappella dalla chiesa e raddoppiata in lunghezza. Inoltre ordinava che il battistero fosse allargato sul lato orientale, che venisse eretta una cappella sul lato meridionale presso il campanile; che lo spazio rimanente, dalla cappella fino alla facciata, venisse riservato alla Confraternita dei Disciplini. Si doveva erigere inoltre una cappella per il Battistero. Nel 1593, all'atto della visita pastorale del vescovo Morosini, la ricostruzione della chiesa era già incominciata. Erano infatti stati costruiti i muri del presbiterio. Il vescovo ordinava che fosse completata entro tre anni. Ma non si capisce se si trattasse di una completa ricostruzione, dato che nel 1603 il visitatore registra che viene ampliata e restaurata "in integrum" e ordina che si completi quanto prima è possibile, si provveda alla pala dell'altare maggiore entro un anno, si forniscano un tabernacolo più decente entro due anni, un reliquiario ed un loro "luogo". I lavori erano finiti nel 1603 data che si legge sull'architrave del portale: «DEO OPT. MAX. BEATOQUE LAUREN. ACOI CURIAE / COELESTI / CLE. OCT. PON. MX. / GEOR. EPO BRIX. / COM. SO. D. FIO. CUR. REC. MDCIII». «A Dio Ottimo Massimo e al Beato Lorenzo insieme alla Curia Celeste essendo Pontefice Massimo Clemente VIII, Vescovo di Brescia Giorgio, Curato Rettore Don Fioletti, la comunità di Sonico, 1603». La data della consacrazione (4 agosto 1629) si trova all'interno sopra la bussola: «HANC ECCLESIAM / CUM ALTARE MAIORI ET S. CAROLI / ILLI ET REV. EPISCOPUS BRIX. / MARINUS ZORZI / CONSACRAVIT DIE IV AUGUSTI / MDCXXIX / FESTATUR DOM. IV AUGUSTI». La chiesa venne restaurata agli inizi dell'800 e poi ancora nel 1950. La facciata, eretta nel 1784, è a tre ordini, tripartita da lesene tuscaniche di granito in comparti rettangolari, timpano mistilineo, molto elegante a cornici di granito, modanature di granito. La data compare nel fregio, sopra il portale. Quest'ultimo (1604) è architravato, in Sarnico, modanature a ramo ondulato e rosette (queste in particolare nella cornice della cimasa) ampia incisione della trabeazione, capitelli ionici, semplici. Reca la scritta sunnominata. Contiene un affresco logoro nella lunetta. L'interno è a una navata con tre altari laterali, volta a botte suddivisa in quattro campate, di stile barocco. In cornici a stucco quattro medaglie contengono affreschi del '700 raffiguranti episodi della vita di S. Lorenzo, con Dottori della Chiesa. Nella volta del presbiterio è rappresentata la Gloria di S. Lorenzo con i quattro Evangelisti.


Entrando dal fondo si vedono appesi alle pareti, uno di fronte all'altro, due quadri di scuola veneta, già di proprietà Federici. Di particolare valore la tela (olio su tela 105x120) raffigurante Caino e Abele attribuita da Felice Murachelli a Jacopo Negretti, ossia Palma il Giovane; l'altra rappresenta le Sante Lucia, Apollonia e Agata. Un'altra tela raffigura Davide e Golia. Il primo altare a destra, dedicato a S. Gottardo è dominato da una soasa lignea con motivi ornamentali che, a ramo ondulato, ornano le colonne; si notavano i piedritti con puttini e cariatidi e il timpano spezzato con volute che inquadrano Cristo. Al fianco stavano le mensole con le statue di S. Maurizio e di S. Giovanni Battista. Sulle basi delle colonne sono incise una data (1703) e due iniziali (G.B.) nelle quali qualcuno ha voluto vedere un accenno a Giovan Battista Zotti. Le statue sono state rubate nell'aprile 1994. La tela raffigura la Madonna con il Bambino e S. Gottardo (inizi del sec. XVIII) con su lo sfondo il paesaggio di Gerusalemme. Il secondo altare a destra è dedicato alla Madonna del Rosario. Secondo don Vittorio Bonomelli la mensa venne donata da Leandro Federici, reduce della battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571). Questi volle che nella pala fosse raffigurato il porto di Lepanto e, su una colonna (scoperta poi nel 1955), il suo stemma. Come ebbe ad affermare don Vittorio Bonomelli, egli volle pure raffigurati il ritratto suo e quello della figlia suor Arielda. La tela raffigura la Madonna del Rosario e S. Domenico con religiosi domenicani, S. Caterina e monache dello stesso ordine. Reca la data 1617 e firmata: "CID.CID.XIIV. VIRGINIV. DMIC. PINCERAT" (così il Dionisi) che leggiamo: "MDCXVII. Virginius Dmis pinxerat" (Virginio Dmis aveva dipinto). «Considerando le incertezze nello scrivere in latino, osservano Pedersoli e Ricardi, potrebbe trattarsi di un pittore straniero. Capolavoro seicentesco, con i Misteri del Rosario entro cornici dorate, con scritte che meriterebbero di essere trascritte integralmente una ad una, per uno studio linguistico locale interessante». La mensa è in bellissimo marmo intarsiato con il paliotto raffigurante la Madonna col Bambino. Sull'altare s'innalza un ricco tabernacolo con finissimo intarsio di marmi policromi e pietre dure preziose, dono di un sacerdote della famiglia Mottinelli, come si legge nelle parole incise: «1751 LAPI: HI PRETOSI / EX DONO / R: DOM: MOTTINELLI ». L'altare maggiore merita di essere ammirato, prima di ogni altra cosa, per il paliotto, una vera opera d'arte della scultura in legno del sec. XVII. L'adornano dodici statuette che rappresentano gli apostoli, alle quali si intrecciano putti alati, cherubini e ornamentazioni. La specchiatura centrale raduna in poco spazio una massa di ben quaranta figure, scolpite ad alto e basso rilievo, le quali rappresentano il martirio di S. Lorenzo. L'autore di questa splendida opera è ignoto, qualcuno l'ha attribuita a Gio. Battista Zotti, altri a G. Piccini. Molte statuette vennero rubate nell'aprile 1944, altre nel 1998. La pala, raccolta in una cornice di legno con colonne decorate a vitigno, sormontata dal Padre Eterno e affiancata dalla Fede e dalla Carità ad altorilievo in stucco, contiene una bella pala a olio su tela raffigurante la Madonna in gloria e i SS. Lorenzo, Girolamo e Carlo Borromeo, opera firmata di Francesco Giugno. Il primo altare di sinistra è dedicato a S. Rocco e a S. Carlo B. con mensa in marmo con fini ornamentazioni policrome a intarsio. Raccoglie, in una monumentale cornice dorata, una pala, olio su tela, raffigurante Cristo risorto e i SS. Rocco e Carlo B. che porta la storia, la data e il nome dell'autore nelle scritte: «PRAESENS QVOD VIDES OPVS QVODQVE HAEC / COMMVNITAS SONICI TEMPORE PESTIS 1630 / DEO ET HIS SANCTIS VOVERAT REV. REC. / BERNARDO RVGERIO ET PERILLVSTRI / DOMINO HIERONIMVS DE FEDERICIS / ADIVTORIBVS HIERONIMVS TROJANVS / FACIEBAT 1640». (L'opera che stai guardando e che questa comunità di Sonico aveva promesso in voto a Dio e a questi santi al tempo della peste del 1630, con l'aiuto del reverendo rettore Bernardo Ruggeri e dell'illustrissimo signore Girolamo Federici, eseguiva Girolamo Troiano - 1640). Sullo sfondo del quadro si vede, sottolinea Livio Dioniso, la raffigurazione di Sonico con il corso del fiume Oglio, sbloccato da un'enorme frana che lo aveva ostruito, creando un lago che costringeva o permetteva alla gente di Sonico di traghettare fino a S. Andrea. Tebaldo Sinistri scrive che «della cosa non vi sono ricordi storici, salvo si tratti di antiche tradizioni rammentanti preistorici periodi glaciali. Molto più probabilmente si tratta della memoria di una grossa alluvione con la quale la Val Rabbia, e il nome è indicativo, aveva precluso il corso del fiume e creato un lago. Probabilmente i Federici si adoperarono per liberare il corso del fiume. Indagini svolte presso diverse persone, circa i mezzi che sarebbero stati usati, in epoche che non disponevano di particolari strumenti tecnici, per liberare il corso del fiume, portarono a sentirsi rispondere in tutta serietà che era stato usato "l'argento vivo" (polvere da sparo)».


Di vivo interesse una statua della Madonna in trono con il Bambino. Dorata e policromata di Anonimo della seconda metà del sec. XVI, di formazione longobarda. La Madonna, seduta in trono, tiene in grembo il Bambino, pure seduto e con la mano destra levata in segno di benedizione. Sta entro un'edicola rettangolare incorniciata da un sottile motivo arricchito da leggere decorazioni a rami intrecciati sorgenti dai capitelli di due pilastrini laterali. Due angeli di piccole dimensioni, in volo e a mani giunte in atteggiamento orante, stanno simmetricamente nello spazio superiore della nicchia. Nel 1958 veniva acquistata la statua di S. Monica realizzata da Ferdinando Perathoner da Ortisei. L'organo è del Bianchetti di Brescia. Il campanile è a bugnato, in granito finemente lavorato, con vasi bucellati e piramide in granito con una croce alata.




La VECCHIA PARROCCHIALE di S. ANDREA. Sorge su un dosso alto sul fiume e che fronteggia il paese. Qualcuno ha voluto che la chiesa sia sorta su di un delubro dedicato a Mitra, divinità del sole, altri che fosse dedicata al dio della pesca. G. Panazza la ritiene edificata nel sec. XI, altri nel sec. XII-XIII. Sarebbe stata agli inizi ospizio di pellegrini e poi chiesa parrocchiale fino al sec. XVI. Nel 1299, nei documenti della Mensa vescovile, risulta proprietaria di circa due piò nella contrada di Mu e versava un canone di due imperiali per un pezzo di terra con alberi di noce e altro posto in Prethella, presso la chiesa di S. Maria. È ancora registrata nella visita del vescovo Domenico Bollani (1567) come chiesa titolare del beneficio e nella visita pastorale del 1573 come "parrocchiale vecchia". «Dell'antica chiesa si conserva la navata, mentre il presbiterio è stato ampliato nel sec. XVIII». Singolare l'usanza di segnalare ai pastori ed agli abitanti impediti a partecipare alle funzioni sacre, lo svolgimento delle stesse con lenzuola esposte sul sagrato. Sul fianco esterno una scala serviva agli uomini per salire su un vasto balcone interno; essi venivano così isolati dalle donne. Nel 1573 il vescovo in visita pastorale sottolineava che vi si celebrava la festa del Santo, ordinava che si ornasse l'altare e che la Chiesa venisse tenuta chiusa. Nel 1609 essa era custodita da un eremita. Continuava tuttavia la devozione tanto che in una relazione del parroco del 1855 si legge che "si va processionalmente a cantar messa nella festa del santo, e vi si ricorre ogni volta che o continue piogge o siccità, o altro pubblico bisogno o infortunio affligga questa popolazione". Danneggiata dallo scoppio della polveriera il 19 marzo 1945, la chiesa rimase sempre più abbandonata alle intemperie e ai vandali e si ridusse, privata anche del tetto, ad uno scheletro di mura, fino a quando nel 1982 il presidente dell'Associazione Combattenti Carlo Gelmi, con il pieno appoggio del parroco Tino Clementi, mobilitò una quarantina di volontari che ricostruirono con un lavoro di tre anni la chiesa. Nell'abside vennero alla luce antichi affreschi raffiguranti la vita di S. Andrea. Alla devozione di S. Andrea venne aggiunta quella di S. Barbara.




S. MARIA DELLA PRADELLA. Sorge in aperta campagna, in un luogo suggestivo. La tradizione racconta di una giovane sposa di Sonico, di cui non è rimasto il nome, ma che era stata soprannominata Prebella per la sua bellezza e per la sua virtù, che tentò di sfuggire alla barbara usanza del tempo dello "jus primae noctis" e cioè del sacrificio della propria verginità al signorotto locale proprio nella prima notte di matrimonio. Scoperta da questi, che forse era un Federici, ebbe il marito barbaramente torturato. Prebella, con coraggio singolare, nella notte del 15 agosto riuscì a rapire lo sposo dalla prigione in cui era rinchiuso trasportandolo in un luogo fuori del paese. Stava per essere raggiunta dagli sgherri del tiranno, quando proprio a mezzanotte del giorno dell'Assunzione, la Vergine da lei invocata, le apparve comandando la distruzione immediata del castello del tiranno e delle abitazioni dei suoi sgherri che si trovavano in frazione Bar. A conferma poi della sua protezione e in premio della fedeltà coniugale di Prebella, la Madonna le conferiva il potere mediante il solo tocco del suo anello nuziale di far maturare in pieno agosto le pere che altrimenti si raccolgono solo in autunno. In seguito a questa miracolosa apparizione la popolazione di Sonico dedicò poi alla Vergine, proprio nel luogo ove era apparsa, un santuario. Un'altra tradizione o meglio leggenda inventata o riveduta da don Vittorio Bonomelli vuole che la Madonna sia apparsa nell'agosto 1100 a Lorenzo degli Adamini, condottiero dei crociati camuni in Terrasanta e alla sua giovane moglie Domenica delle Tisie. Una cappella già esisteva nel 1292, tra i prati, donde il nome, in località romita. Nel 1299 è citata negli atti amministrativi del vescovo di Brescia, in un elenco dei beni da questi posseduti in Sonico nel quale sotto la data del 1299 è ricordata l'"Eclesia sancte Marie in Prathella". Sotto tale data il vescovo possedeva pezze di terra nel territorio di Mu. Esso poi compare negli atti delle varie visite pastorali dei vescovi bresciani in Valcamonica. Il santuario venne dotato dai devoti di legati e lasciti, tra cui una donazione testamentaria di paramenti e denaro di Leandro Federici. «Forse a ricordo del fatto, - scrive il Sinistri - che in quella piccola Chiesa esisteva quella che ancora oggi è la più antica campana di Valle Camonica recante la data del 1421 che era stata fusa in loco e che, dice la tradizione, mentre si eseguiva la fusione del metallo aveva visto comparire Omobono, il capostipite dei Federici di Sonico, che aveva gettato nel metallo rovente le argenterie della sua casa perchè la piccola campana potesse avere voce più squillante e brillante nel cielo delle montagne». Porta in rilievo l'immagine della B.V. e l'iscrizione "Per signum Santae Crucis de inimicis nostris libera nos Domine" che ha fatto pensare sia stata la campana del popolo per dare oltre che il segnale delle sacre funzioni anche l'allarme in caso di incendio, o altra calamità. Sostituita da un piccolo concerto con l'edificazione nel 1603 della torre, detta campana venne posta sul campaniletto della chiesa di S. Gottardo. Tramutata questa in abitazione privata, il sacro bronzo venne confinato in un ripostiglio. Da qui poi venne tolta per essere issata sulla torretta di S. Giuseppe a sostituire quella donata alla chiesetta di S. Gottardo in Val Malga. Nel 1956 don Bonomelli la fece rimettere sul campanile del Santuario. Quest'ultimo fu riedificato verso il 1567. Il vescovo Bollani, infatti, nella sua visita pastorale del 14 settembre 1567 annota che «si suole celebrarvi il sabbato e nelle feste della Madonna». Il vescovo ordina che la chiesa venga finita dato che si sta fabbricandola «e che le offerte siano governate in parte dai massari e in parte dal parroco con due chiavi per la cassetta, ma che i conti vengano fatti sempre davanti al parroco stesso». Nel 1573 il Celeri ripete l'ordine che venga terminata la costruzione. È tradizione che il 23 agosto 1580, di passaggio durante il viaggio da Malonno a Edolo, vi facesse sosta e vi si fermasse a pregare S. Carlo Borromeo. S. Carlo ordina che la cappella più grande venga ornata con immagini e pitture e chiusa, sopra il gradino del presbiterio, con cancelli e si spiani il pavimento e venga costruito entro due anni il campanile, affinché le campane non restino più oltre indecentemente appese agli alberi fuori la chiesa. Il vescovo Morosini, a sua volta, nella visita del 17 maggio 1593 ritorna a ripetere gli stessi ordini di San Carlo, ma parla della cappella più grande come edificata di nuovo e ingiunge che le pareti vengano rimboccate ed imbiancate. «Si costruisca il campanile» ingiunge anch'egli. E, questa volta, fu obbedito anche se con una certa lentezza giacché nella visita del 7 settembre 1603 il vescovo Marin Giorgi comanda che venga finita entro l'anno la fabbrica del campanile. Nel 1716 vi era l'onere di sei messe l'anno per legato di Glisente Urbago. Il vescovo trova tutto in perfetto ordine.


Il santuario di Sonico continuò ad essere nel tempo meta di pellegrinaggi e di singoli devoti e lo è ancor oggi, specie da quando esso fu, nel 1955, completamente restaurato per iniziativa del parroco don Vittorio Bonomelli e della popolazione locale. In quella occasione il pittore Enrico Peci lo ridonava alle semplici e pur eloquenti linee medievali mentre un nuovo grande sagrato dava alla chiesa un più ampio respiro. I nuovi restauri, compiuti come scioglimento di voto alla Vergine per aver risparmiato il paese da gravi danni e aver salvato il curato, (poi parroco) don Bonomelli, da infinite peripezie, venivano inaugurati nel marzo 1956 con grande solennità a chiusa delle sacre missioni, ed in occasione del decennio di parrocchiato dello stesso don Bonomelli. Costui procurò anche una statua di quasi due metri opera delle scultore vicentino Beniamino Falda, rappresentante il leggendario Lorenzo degli Adamini, presunto capitano dei Crociati in Terrasanta in atto di piantare una croce sulla torre più alta di Gerusalemme. La statua viene donata da Mario Mocchi Grande Referendario dell'Ordine Equestre del S. Sepolcro di Gerusalemme. Purtroppo vi furono spogliazioni da parte di ladri. Interventi vennero compiuti nel 1992 su progetto dello studio Speziari Brichetti di Breno quando era parroco don Giuseppe Chiudinelli, specie all'esterno del tempio, per l'apporto lodevole degli abitanti del luogo. Come hanno scritto G. Pedersoli e M.Ricardi: «La facciata a capanna è preceduta da un portico su due colonne in pietra grigia di Sarnico su alti piedistali che, nella luce dell'arco a pieno centro, inquadra il portale architravato, in granito, concluso da una lunetta, recante un affresco. Alla sommità è collocato un Angelo. L'interno è caratterizzato da un loggiato con volte a crociera su quattro colonne tuscaniche in granito e dal presbi terio con volta a crociera e chiuso da una cancellata in ferro battuto». Sulle pareti affreschi di Enrico Peci del 1956 che raccontano episodi di guerra vissuti da don Vittorio Bonomelli. Sull'altare maggiore, in marmo, sta una pala d'olio su tela, di Ignoto, entro una cornice barocca, raffigurante la Madonna con il Bambino (sec. XVI) e una statua di legno della Vergine, opera dello scultore Lorenzo Branchi di Sonico, vissuto nel sec. XVII e che lasciò tra l'altro opere a Malonno e a Darfo.




S. GIUSEPPE. Probabilmente dovuta alla presenza francescana è la chiesetta dedicata a S. Giuseppe. Venne edificata nel 1652 dalla famiglia Federici, con il beneplacito del vescovo. Essa rimase di juspatronato della nobile famiglia e servì soprattutto ai sacerdoti della casata. Passò poi ai Mottinelli e con testamento, il 18 marzo 1754, don Domenico Mottinelli istituiva un legato per tre messe la settimana, che però nel 1855 erano celebrate in parrocchia. Nel 1816 la chiesa veniva ancora registrata fra le chiese di Sonico, appartenente oltre che alla famiglia Mottinelli anche alla famiglia Sigismondi di Brescia. La chiesetta veniva restaurata nel 1958 per iniziativa di don Vittorio Bonomelli.




S. GOTTARDO. Di un santuarietto dedicato a S. Gottardo, oggi ormai quasi del tutto scomparso, anche nelle strutture esterne, ma già soppresso intorno al 1872, vi sono accenni negli Atti della visita del Bollani del 1567. Vi si dice che è "senza dote e che vi si celebra a volte per consuetudine". Era stato edificato nella seconda metà del secolo XV probabilmente dal mercante Bonifacio di Sonico presente nel 1460 alla posa della prima pietra del santuario dei Ronchi di Brescia. La campana ancora esistente porta la data 1481, il che può indicare che in tale data la chiesetta era già costruita. Ma nell'epoca della visita del Pilati (17 settembre 1573) doveva essere già quasi del tutto abbandonata. Vi si celebrava, è vero, la festa del santo, ma il visitatore era del parere che si potesse "convertire in uso profano, impiegando il ricavato nella fabbrica della parrocchiale, come desiderava il Comune, dopo aver ricevuto la licenza del Vescovo e che venisse eretto un altare allo stesso santo nella chiesa parrocchiale". "Deserta, indecente, inelegante" la definisce il Celeri (nella sua Visita del 1578) che pure la dice consacrata assieme all'altare e soggetta alla parrocchiale; vi si celebrava nei giorni di S. Gottardo, di S. Bernardino e dei SS. Fabiano e Sebastiano. Due anni dopo sappiamo che su essa vantavano diritti di patronato i Federici del luogo, discendenti da quelli di Erbanno. San Carlo, tuttavia, ordinò che entro un mese venisse presentata la documentazione di tali pretesi diritti, predisponendo che, se corn' era probabile, ciò non fosse stato possibile, la chiesa passasse ai Disciplini, i quali si erano peraltro offerti a ridurla ad uno stato migliore e più decente. Nel frattempo il Visitatore proibiva che vi si celebrasse e comandava che fosse tenuta chiusa. Dagli Atti della visita del vescovo Morosini (17 maggio 1593) sappiamo che dopo la visita di San Carlo i nobili Federici, il Comune e i Disciplini avevano provveduto a restaurare la chiesetta. Ad essi mons. Morosini faceva obbligo di terminare il restauro e di ornare l'altare maggiore con una pala decente. Tale opera non era ancora compiuta nel 1603, giacché lo stesso vescovo in una ulteriore visita pastorale disponeva che venisse posta l'acquasantiera, imbiancate le pareti (entro sei mesi) e posti candelabri più decenti. Ma doveva essere già finita nel 1646, giacché gli Atti della visita pastorale di tale anno si limitano a rilevare che vi è una confraternita di Disciplini "sotto il titolo di S. Francesco che vi vengono nei giorni festivi e recitano l'officio della Madonna". Quelli della visita del maggio 1667 aggiungono che la Confraternita ha l'obbligo di far celebrare due volte l'anno, che "mantengono l'oratorio e l'elemosine si spendono parimente con direzione del parroco". Gli Atti della visita pastorale soggiungono che la chiesetta era stata "concessa alli Disciplini per suo officio da quali anco mantenuta e di cui elemosine sono ben impiegate". Pochi gli interventi delle visite pastorali circa l'edificio: si ostruisca la finestrella che dà sopra l'altare (1716), venga riparato il soffitto a fornice della sagrestia (1732). Al santuarietto o disciplina si accenna in una relazione parrocchiale del 1816, dove è detta di "diritto pubblico". Ma nella analoga relazione parrocchiale del 1837 non vi si accenna più. In quella per la visita pastorale del 1855 si legge che è "da anni abbandonata". Della chiesetta e della presenza dei Disciplini è rimasto un bell'affresco, raffigurante S. Gottardo e S. Francesco col Crocifisso affiancato che consegna la regola ai Disciplini d'ambo i sessi biancovestiti, affresco che, fatto strappare dal parroco don Bonomelli, e che si trova ora nella canonica di Breno. Ne scrissero con entusiasmo il pittore G.B. Bosio ed altri. È stato attribuito al Romanino, ma la data 1591 smentisce l'attribuzione. Nel 1910 il parroco di Sonico, don Isidoro Molinari lesse invece 1594 ossia «DISCIPLINATORUM -AERE JOANNISQUE: «A SPESA DEI DISCIPLINATI E Dl GIOVANNI DE ROSSI NELL'ANNO 1594».


Tra le SANTELLE si ricorda particolarmente quella edificata al "Sant" nel sec. XVII. Venne restaurata nel 1989 ed abbellita dal pittore sonicese Pierangelo Benetollo, con affreschi raffiguranti Cristo flagellato alla Colonna, Cristo nell'orto del Getsemani. Contiene anche la statua del Cristo morto, usata il Venerdì Santo.




ECONOMIA. Da sempre agricola, si ritiene che anche nella più lontana antichità, come rilevano le incisioni rupestri, abbiano dominato la caccia, la pesca, la pastorizia e ovviamente l'agricoltura. Si ritengono antiche anche le miniere e la lavorazione del ferro e di minerali in genere. La produzione agricola, l'allevamento del bestiame e la caccia sono all'ordine del giorno nei documenti medievali. Ma già conosciuti erano fin da tempo antico, depositi di siderosio sul monte Albarina, assieme con calcopirite oltre che piombo. Nel 1573 sono segnalate otto fucine. Alquanto dissimile è il quadro economico-sociale che si legge nelle pagine del Catastico del 1609 di Giovanni Da Lezze. «Qui li terreni sono magri, et sterili, ma producono assai castegne, puoche biave, et anco peri, pomi, et altri frutti, et alquanto di vino, ma debile, qui sono dui molini, et sei fucine, dove si lavora l'azzale, et li habitanti parte attendono all'agricoltura, parte alla ferrarezza, et alcuni vanno fuori per murari, et qui sono tre case della famiglia Federica molto ricche. Sopra li più alti monti di questo Commune in certi luoghi alpestri, dove sono, se non sassi, et corni si trovano due laghi con aqua limpidissima dove stanno trutelle bonissime di due, tre et quattro lire l'una, ne altro pesce vi si trova, et puoche se ne prendono».


Se l'agricoltura non cambia molto, le fucine e i mulini rimangono una componente dell'economia locale. Nel 1652 la fucine sono sei; nel 1770-1771 sono cinque, ma esiste anche uno dei pochi forni di ferro della Valcamonica. Alla metà del '700, nel territorio di Sonico, oltre a quattro mulini (uno dei quali a due mole di proprietà della Vicinia, uno ad una ruota di Giorgio Ferrari, uno a Rino, di proprietà della Vicinia e uno di Battista Funazzi) esistono una fucina di un fuoco di proprietà del conte Martinengo, un'altra di un fuoco dei fratelli Acampi, una di Battista Scanzietti, una degli eredi Scanzietti, un forno di ferro di "diversi compartecipanti", una segheria del Comune e due torchi d'olio. Tra gli altri, i fratelli Acampi trafficavano anche ferrarezze. Nel 1784 esistevano cinque mulini di proprietà delle Vicinie, un mulino degli eredi di Battista Funazzi, sei fucine di proprietà di Antonio Ricci, Giovanni Accampi, Giacomo Accampi, Carlo Lonelli, Filippo Sartori e Battista Scanzietti. I "trafficanti di ferrarezze" erano due. Nel 1805 venivano registrate tre miniere attive, nel 1814 erano cinque. Nel 1820 il Maironi da Ponte registra che "il suo territorio è fertile in biade, cioè in orzo, segale, frumento, e granoturco; ed ha de' vasti prati, de' pascoli, e degli estesi boschi anche fruttiferi di castagne. I suoi seicento abitanti attendono più al gregge, ed alle mandre, che all'agricoltura: questa quasi totalmente sta appoggiata alle donne, alcune delle quali si occupano anche nella fabbricazione delle tele". Egli annota pure che "nella costa di Garda vi sono delle cave di buon ferro, il cui minerale si trasporta al forno di Malonno". In più c'è un copioso filone di perfetta ardesia usata a coprir edifizi". Verso la metà dell'800 le fucine erano addirittura diciannove, tutte piccole e producevano oggetti destinati al mercato quali "vomeri grezzi di ferri acciaiosi". Ma dopo il 1860 le fucine in Sonico sono rimaste otto e due sono gestite da un sacerdote: don Gioacchino Gulperti. Bortolo Rizzi, nel 1870, registra che "la principale coltura della campagna di Sonico è quella del grano turco, segale, frumento e castagne: in minor proporzione canape, lino, orzo, legumi, grano saraceno, noci; una discreta porzione è coperta di prati, mediocremente fertili; poche le api, e di scarso prodotto". Il Rizzi sottolinea anche che "le acque del Remulo animano quattordici fucine in Rino, e sei molini pel grano, due a Sonico, tre a Rino, uno a Garda". Ciò nonostante la povertà diventa tale che il movimento migratorio continua e, da temporaneo, diventa sempre più una componente di rilievo. Alla fine, quando negli anni '60 del sec. XX l'economia eliminerà in gran parte il fenomeno migratorio, la silicosi si manifesterà come la malattia sociale fra le più diffuse. L'attività mineraria (ferro, piombo, zinco, oro) continuò anche nel sec. XX con rinnovate ricerche. A partire dall'Albarina tali studi si ripeterono da parte di Pietro Corna Pellegrini nel 1908, di Pietro Zanotti nel 1911 in loc. Bombiano e Corno delle Granate e via via nel 1913, 1914, 1930-38, 1947, fino al 1962 in altre località.


Nei primi decenni del secolo si apriva una nuova prospettiva economica: l'industria idroelettrica. Nel 1917 la Società Edison dava il via tra Sonico e Cedegolo a grandiosi impianti idroelettrici. Nel 1925-1928 su progetti dell'arch. Palemi, degli ing. Bettinelli e Gavazzi e su commissione della Società Elettrica dell'Adamello, sorse una centrale elettrica passata poi alla Montedison s.p.a. Una nuova centrale idroelettrica verrà avviata nel 1976 in località Rino-Val Malga con bacino di accumulo in località Faèt e con una condotta di circa 1748 m. Più recente è la progettazione di un nuovo impianto idroelettrico locale capace di 14 milioni di kwh l'anno. Al di là dell'industria idroelettrica la struttura economica andò modificandosi decisamente negli anni '60 anche sotto altri profili. Nel 1961 prendeva il via la Tessitura del Tonale con lo stemma "Vittoria Alata". Nel 1963 veniva fondato il Maglificio Baitone che occupò presto 45 addetti, ma che fu soppiantato da una fabbrica di materiale plastico. Nello stabilimento prendeva poi posto la "Sonorex" ditta per la produzione di cassette per registratori che vi rimase fino al 1975. Nel 1971 Gino Avanza fondava la "Gino Style" per la produzione di maglioni di lana. Nell'agosto 1975 alla Sonorex si sostituiva la L.P. Camuna, ditta produttrice di mini elettrodomestici la quale poi nel 1982 si trasferiva a Castegnato. Nasceva inoltre per iniziativa locale il Mobilificio Pasquini, condotto poi dalla moglie Marina Carina (m. nel 1994). Negli anni '90 Maurizio Zannier fondava la "Cotonella s.p.a.". Rimangono ancora vaste aree boschive nelle valli Malga, Durello e Albarina dove, fino alla fine dell'800, esistevano stambecchi, animali ricomparsi verso il 1994-95.




PERSONAGGI: alquanto leggendario è quello di un certo Lorenzo Adamini presente alla I Crociata verso il 1100 alla cui moglie Domenica delle Tisie sarebbe apparsa alla Pradella la B. Vergine. Fra i religiosi oriundi del luogo si contano il nob. P. Girolamo Federici (1630-1686), minore francescano, predicatore, definitore provinciale. P. Zaccaria Gabrielli (1805-1868) minore francescano, guardiano di conventi, predicatore; p. Costantino Mottinelli, scrittore e predicatore (1825-1890). Tra gli artisti si segnalano lo scultore in legno Daniele Mottinelli e il pittore Pierangelo Benetollo.




PARROCI: Padre Stefano Di Rino, eletto parroco nel 1418, ma in pari tempo anche arciprete di Cemmo (1459); Homobono Delli Crotti, di Carrona (Valtellina), (1562); Cristoforo De Schinchis, nom. con lettera apostolica di Pio IV in data 3 gennaio 1564 (1567); Guerino De Sopranis (1573); Pietro Spicciani (1580); Geminiano Berardi (1597-1599); Giovanni Fioletti (1599-1637); Ruggeri Bernardo (1645-1655); Ballini Antonio, promosso Arciprete di Rogno (1655-1667); Carnevali Giacomo (1668-1681); Rizzoni Bartolomeo, promosso Arciprete di Edolo (1681-1688); Clementi Giovan Battista ( 1689-1727); Scardoni Francesco Nicola (1728-1736); Mottinelli Giacomo (1736-1759); Contenti Bartolomeo (1760-1786); Vescovi Angelo (1786-1812); Accampi Stefano, m. in concetto di santità (1812-1831); Radici Stefano (1833-1841); Troncatti Bartolomeo (1841-1866); Sandrini Pietro, fu nom. Arciprete di Edolo ma morì impazzito prima di entrare nella nuova parrocchia (1867-1885); Molinari Isidoro, morì nella casa Fatebenefratelli ai Pilastroni di Brescia e sepolto in quel cimitero (1886-1915); Polonioli Giovan Maria, m. in concetto di santità (1915-1946); Bonomelli Vittorio, eletto Arciprete di Breno (1946-1959); Turelli Franc. Giov. Battista (1959-1981); Clementi Celestino (19811985); Chiudinelli Giuseppe (1985-1993); Cedri Lucio (1993-2000), Mottinelli Rosario (dal 2000).




SINDACI: Bortolo Foini (28 novembre 1948 - 1 marzo 1953); Paolo Pasquini (1 marzo 1953 - 2 giugno 1957 e 2 giugno 1957 - 17 novembre 1960); Lorenzo Mottinelli (17 novembre 1960 - 10 giugno 1961; 10 giugno 1961 - 6 dicembre 1964; 6 dicembre 1964 - 29 giugno 1970); Ida Mottinelli (29 giugno 1970 - 15 giugno 1975; 15 giugno 1975 - 8 giugno 1980; 8 giugno 1980 - 12 maggio 1985); Giacomo Branchi (12 maggio 1985 - 6 maggio 1990; 6 maggio 1990 - 23 aprile 1995; 23 aprile 1995 - 13 giugno 1999; 13 giugno 1999 - a tutt'oggi).