PAVONE del Mella

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PAVONE del Mella (in dial. Paú, in lat. Pavoni)

Nel sec. X Paono, nel sec. XII Paono o Pavonem, nel sec. XVI Pavonum, nel sec. XVIII Pavone, infine Pavone del Mella, denominazione ufficiale stabilita con R.D. del 23 ottobre 1862.


Centro agricolo e industriale della Bassa pianura padana a S di Leno sulla sinistra del fiume Mella a un'altitudine sul mare che va da un min. di 39 metri a un massimo di 50, a 29 Km. da Brescia. Il territorio è pianeggiante con alcune alture che declinano a O verso il fiume che lambisce l'abitato. Ha una superficie complessiva di 11,61 Kmq. ed è confinante con i Comuni di Leno, Gottolengo, Pralboino, Milzano e Cigole. Località descritte in planimetria I.G.M. sono: Madonna delle Campagne, Madonna dello Spasimo e le cascine: Compartitori, Girella Fienile Nuovo, Motelle, Amelia, Bassino, Martinenghe, Galia, Botto, Campagne, Mombello, S. Scolastica, Sole, Fornaci, Modello, Battaglione, Carattone, Giardino, Fienile Mella. L'Olivieri e, con dubbio, anche lo Gnaga, fanno derivare il nome dal personale latino "Pavo-anis" che, secondo quanto il Serra ha proposto per Pavone del Canavese, potrebbe anche essere "Papo-anis". Il Guerrini, rifiutando decisamente l'ipotesi, ricorre al latino "palus" palude, per la qualità del terreno, fino alle bonifiche benedettine e posteriori. Michele Gramatica farebbe derivare "Pam" dalle voci germaniche "pal" "bal", nel significato di lastre o pale, come per indicare abitazioni su pali o pioli, probabilmente palizzata (eretta a difesa del castello) o ancora dal celtico "pan" foneticamente alla francese ba, po, con il significato di fondi bassi, bassura, acquitrino e perciò ancora palude. Recentemente, in un accurato studio critico sulla toponomastica locale, G. Barisani prende invece in considerazione le vicende storico-politiche di Pavone, dalle origini fino ai giorni nostri e trae la conclusione che l'etimo derivi dal latino "pagus", nome generico indicante un esteso territorio: un "paese".


ABITANTI:(pavonesi, con il nomignolo dialettale di "sücù") sono 1.400 nel 1566, 1000 nel 1610, 1553 nel 1807, 2406 nel 1981, 2483 nel 1987 e 2540 a fine 1994. Il territorio viene fatto risalire al Quaternario Olocene e venne formato da alluvioni di sabbia e ghiaia e ciottoli di origine probabilmente fluvio-glaciali (terrazzane) nella zona occidentale, solcata poi dal Mella, e da uguali alluvioni del tipo "Alluvium" nella zona orientale dovute ad alluvioni antiche del fiume Mella. Nel territorio vennero scoperte nel 1962 ossa di cervus elaphus, cioè il cervo preistorico a corna di alce. Come hanno scritto Polibio e Strabone tutta la zona, come tutta quella a N del corso inferiore dell'Oglio e fra il Mella e il Chiese, rimase fino al tempo di Roma con piccole radure a prato e a coltura scarsamente e irregolarmente popolata da villaggi, aggregati generalmente in prossimità dei corsi d'acqua o lungo piste che soddisfacevano necessità elementari di scambio, con castellari di difesa posti su prominenze del terreno. Indubitata la presenza di abitatori fin dall'era Neolitica. Manufatti di pietra lavorata di incerta datazione sono stati trovati in località imprecisata nel 1940 e, più recentemente, nel 1985 alla cascina Girella. All'età del bronzo risale una spada rinvenuta nel 1984 nell'alveo del Mella, sempre presso la cascina Girella, ed ora conservata nel museo di Remedello. Innegabile il fatto che il territorio abbia gravitato nell'area della civiltà di Remedello. Di rilievo il ritrovamento di un elmo celtico alla Lumachina (Campagne) in territorio di Gottolengo a poco più di due Km. da Pavone, e perciò viene chiamato "elmo di Pavone" che conferma, nella zona, insediamenti cenomani tra il III e il II secolo prima della romanizzazione. Il territorio entrò a far parte della centuriazione romana, cioè delle terre divise da Roma fra i suoi legionari. Studiosi fissano nel territorio pavonese il 39° limes ed il 19° cardo; e il Volta fa notare che "osservando la cartina di Pavone dell'Ist. Geografico Militare in scala 1/25.000, troviamo tra loro paralleli i tracciati di diverse strade, canali, confini di proprietà. Gli orientamenti sono gli stessi dell'assetto territoriale della centuriazione a S dell'Oglio. Le zone che maggiormente risentono l'influenza di questa immagine reticolare anche nelle suddivisioni dei mappali sono lo Squadretto, il Carattone, le Squadre di Cigole". Per secoli, nonostante l'opera dei coloni romani, rimasero, tra i campi dissodati, molti boschi ed acquitrini. Il ritrovamento di strutture murarie con tessere di mosaico e materiali ceramici e metallici ritrovati nei pressi della Girella nel 1984-85 fanno pensare alla esistenza di ville. Rinvenimenti di monete, materiali metallici e di vetro, forse riferibili a necropoli romane, ora presso i civici musei di Brescia, sono stati ritrovati nel 1899 in località Motelle, mentre altri reperti furono rinvenuti nel 1906. Nel 1924, al Vallone, Pietro Passirani rinveniva monete di Augusto e di Costantino. Altri materiali di vetro e metallo, riferibili probabilmente a sepolture di età romana, sono stati trovati nel 1987 in località Brunello. Una sepoltura ad incinerazione con corredo databile al I sec. d.C. è stata scoperta nel 1988 nella proprietà Perotta in via Donatori di Sangue. È convinzione diffusa, confermata da numerosi reperti ritrovati, che il primitivo insediamento fosse localizzato nella zona denominata Fervico, descritta da V. Volta come "un ampio terrazzamento, quasi una leggera altura, modesta fin che si vuole, ma chiaramente percepibile, affacciata alla valle del Mella ed a un'ampia depressione contenente un corso d'acqua naturale che raccoglie le acque di irrigazione delle terre a N del paese. Il terrazzo si trova limitato a mattina dal cardo più certo della "limitatio romana", nel medioevo chiamato strada Regale, oggi la strada Longa, e quindi dalla vasta piana centuriata che si congiungeva direttamente allo Squadretto a N e si spingeva fino ai Ronchi, verso mattina, in direzione della fossa Gambara". Va precisato che la strada Longa in questione non è l'attuale, ma quella denominata Bogolella (tracciata ben chiaramente in una vecchia mappa rinvenuta miracolosamente di recente) che a pochi metri a N dei Bicocchi piegava verso levante, passando su un ponticello molto antico, ancora esistente, e proseguiva verso N costeggiando prima lo scaricatore Rì poi il fosso Bogolella, fino alle Motelle per deviare poi a levante, seguendo il percorso della strada dei Compartitori e continuando, in un perfetto semicerchio, ripiegando verso sera con il tracciato dell'attuale strada comunale per Milzanello; (un semicerchio per aggirare la zona acquitrinosa delle sorgive del Fontanone). Questa altura o terrazzo è ancora ben rilevabile nonostante i guasti arrecati per sistemazioni agricole e cave di sabbia. È segnato: dalla strada per la Girella a N, il fosso della Bogolella a E, la strada dei Molini di Cigole a S e la vallata del Mella a O. Il terreno sopraelevato, la vicinanza a fonti perenni di acqua dei fontanili, delineato da confini ben definiti e difendibili su un terreno di medio impasto e quindi di facile coltivazione, circondato da boschi in cui non doveva scarseggiare la selvaggina, era quanto di meglio potessero desiderare i primitivi abitatori. Per quanto riguarda il periodo dell'età romana il Volta individua cinque poli di diversa natura e cioè: "i poderi fertili, propaggine meridionale dello Squadretto; le terre del Carattone unite alla plaga centuriata pralboinese; la parte centrale del territorio, scarsamente produttiva, unita ai boschi e alle rive del Mella e comprendente tutte le terre basse e lamive da Milzanello a Milzano; la motta del castello esistente come luogo privilegiato di vedetta, con il controllo del sentiero che, attraversando il Mella, si dirigeva verso l'Oglio...; il Fervico, villaggio palustre, nel basso impero costituito sui bordi delle alture a capo della strada Longa, in posizione emergente rispetto alle terre basse del Vallone e del Rio dei Vicini". Tutte queste realtà territoriali dovevano far parte di un Fundus che, secondo l'Olivieri, si trovava ad E del Mella, gestito da un Pavo (nome gentilizio ispirato dal pavone, uccello largamente utilizzato e raffigurato mitologicamente e in simbologia) o Papo così chiamato, per la sua zona paludosa; questo Fundus si inseriva come tassello nel mosaico della centuriazione romana con altri fundus: farraticanus, bassianus, militianus ecc. Un fundus che, con le vicine ville, doveva far parte di un "pagus", organizzazione socio-amministrativa di cui facevano parte "vici" e "villae" e che nel caso di Pavone aveva il suo perno in Corvione, sul quale, con la diffusione del cristianesimo, si innestò la pieve, con tutte le sue opere assistenziali. Tra queste è probabilmente la diaconia di S. Lorenzo, ricordata in una antica chiesa dedicata al santo, che diverrà poi Disciplina e alla quale facevano capo i sacerdoti della pieve per l'evangelizzazione della zona e gli abitanti in cerca di sostegno spirituale e assistenza materiale, facendovi capo dalle villae e dai vici o dalle corti del territorio o dagli sparsi abituri. Invasioni di barbari, spopolamento delle campagne, abbandono di coloni favoriscono l'accumulo di vaste proprietà in mano di padroni sempre più potenti che porteranno alla feudalità. Con il sopravvento nel secolo VI dei Longobardi, gli ultimi epigoni delle famiglie gallo-romane proprietarie dei "fundus" che avevano resistito alla trasformazione politico-sociale, scompaiono, si fondono con i nuovi sopravvenuti, pur conservando consuetudini inalterate. È probabilmente in epoca Longobarda che quello che era un castelliere preistorico diventa un castrum, a difesa di sempre più vaste proprietà fondiarie dei duchi, attorno al quale si formeranno le corti dove gli arimanni, ossia i rappresentanti del signore, coordineranno il lavoro nei vasti poderi dei "manentes" cioè dei coloni. Sottolinea il Volta che è nel periodo longobardo la probabile comparsa di una terra chiamata Paono e di cui parla il Malvezzi, che assegna a proprietà di re Desiderio vaste tenute della zona nel sec. VIII. Più oscuro è, per Pavone, il periodo franco anche se si può pensare che, come è avvenuto di frequente, abbiano resistito famiglie proprietarie longobarde che, esaurendosi, o anche perché cadute in disgrazia dei Franchi, incominciarono a passare i propri beni al monastero di Leno. Nel frattempo il castrum doveva essere rafforzato per le minacciate invasioni ungare.


La prima volta che Pavone entra nei documenti del monastero di Leno è nel diploma di Ottone II del 18 gennaio 981, anche se è probabile che già appartenessero al monastero i fondi settentrionali sul Mella fra lo Squadretto e Milzanello, forse già donati da re Desiderio. L'appartenenza del territorio al monastero è richiamata da particolari documenti imperiali, papali e da inventari (designamenta) di beni del Monastero. Paono è nominato difatti in un diploma imperiale di Enrico III del 1042 mentre una bolla di Papa Gregorio VI del 1078 nomina la chiesa di S. Benedetto. Nel 1156 in un elenco di luoghi fortificati soggetti all'abate di Leno si ha notizia dell'esistenza del castello di Pavone. La presenza longobarda nel territorio pavonese è provata da ritrovamenti di rilievo, soprattutto da quelli venuti alla luce nel 1888 in un fondo del conte Salvadego con corredo databile VI e VII sec. d.C. In un taccuino di Pietro da Ponza è disegnato ed elencato tutto il materiale ritrovato, tra cui tre spade, due lance, due armille, frammenti di collane, ecc. ma soprattutto l'asta con sovrapposto un uccelletto che G. Panazza dice di molto interesse "perché è una testimonianza nel Bresciano, del famoso «Vogel auf der Stange» così in uso nelle tombe longobarde". Oltre la tomba o le tombe ricordate si ha memoria di altra tomba di guerriero, rinvenuta anni orsono presso la cascina Giardino (da Gar, recinto fortificato) al confine con Pralboino e il cui corredo funerario sarebbe stato consegnato alla Direzione dei Musei Bresciani. Il borgo compare in un "designamentum" del 1192. Nel frattempo anche Pavone ha subito, nell'estate 1158 le ire del Barbarossa che, adirato per la ribellione dei contadini contro i suoi soldati, che avevano tagliato vigneti e alberi da frutto per farne legna da ardere, assedia Brescia, incendia la badia di Leno e devasta le campagne, imponendo tasse, taglie e prendendo ostaggi. Da documenti e specialmente da ricognizioni o accertamenti dei feudi bresciani del 1192 abbiamo, riassunto da Angelo Baronio, un quadro fedele della situazione economico-sociale di Pavone. Sappiamo infatti che "l'abate è signore universale della corte di Pavone, e che i reggitori della chiesa provvedono alla raccolta delle decime assieme ai rappresentanti dei signori di Capriano e di Cadignano... un quarto del raccolto spetta ai titolari della chiesa che ne esercitano il diritto a nome e per conto dell'abate. L'abate peraltro è titolare, a suo dire, della maggior parte delle decime di Pavone... All'abate spettano altresì le novali e le decime che si esigono dalle terre comuni di Pavone. Pur mantenendo l'abate la titolarità della maggior parte delle decime di Pavone, il diritto alla esazione delle stesse era stato frammentato e concesso, oltre alla chiesa, a vari "Habitatores" i quali ne sono titolari a nome e per conto dell'abate". In verità altri testimoni affermano che "i titolari originari del diritto, ma per conto del vescovo, sono Dominus Giacomo Martinengo ed i capitani di Rodengo, i rappresentanti cioè di quella feudalità maggiore presente sulla scena politica cittadina ed interpreti di un ruolo di notevole importanza. Il primo aveva infeudato la sua parte ai figli di Alberico di Capriano; il secondo a Dalfino di Cadignano, seguendo un processo di subinfeudazione che è caratteristico di questo periodo che prelude all'estensione nel contado dell'influenza delle forze più vivaci del comune. Bianco Valdoni ricorda altresì che tra coloro che hanno ricevuto in concessione decime dai Signori di Cadignano e di Capriano, ci sono i vicini di Pavone. I beni elencati nel 1192 vengono riconfermati dal diploma di Enrico VI del 1194 mentre l'anno appresso alcuni pavonesi sono testimoni al processo tra l'abate Gonterio e il vescovo di Brescia. Altri documenti riguardano permute e vendite di terreni di privati. Nel 1203 un Girardus Ugoni de Paono, che si professa di legge romana, vende alla famiglia Poma di Pralboino terreni confinanti con i possedimenti dei figli di Alberico da Capriano. Il che confermerebbe la presenza nel territorio di proprietà dei nobili Ugoni. L'importanza del paese emerge anche dal Liber Potheris del comune di Brescia che informa di un Girardus Paoni, forse un Ugone, certamente un importante personaggio, che è tra i firmatari il 14 agosto 1219 dell'accordo fra Brescia, Bergamo e Cremona circa i confini dell' Oglio .


Intanto è nato il Comune di Pavone, che rivendica una sempre più ampia autonomia dal monastero tanto da mandare nel 1236 un certo Pellegrino come suo rappresentante presso il Monastero. Nello stesso anno (o l'anno successivo) Federico II, dopo aver distrutto Montichiari, nel raggiungere le terre cremonesi per lui più ospitali, metteva a ferro e a fuoco Pavone e tutto il territorio. Nel 1255, in un atto del 3 maggio compaiono in Pavone i Gambara con Girardino qd. Maffeo che viene investito di terre con casa e corte. Date e fatti elencati da. V. Volta ricordano: nel 1281 una nuova ricognizione delle proprietà abbaziali in Pavone, e nel 1284 un «Brixianus de Paono» è annoverato tra gli affittuari dei terreni del Comune di Brescia adiacenti le fosse della nuova cinta muraria cittadina; il 3 marzo 1284 il primo atto notarile rogato da un Joannes de Paono notaro riguardante un affare immobiliare di un certo Bonfadino di Bonfantis; nel 1297 una lite tra il Monastero ed il Comune di Leno e infine in una procura notarile del 1307 risulta presente in Pavone un Dominus Alberto di Lavellongo. Nel 1311 viene istituito un vicario del Monastero in Pavone, significando con questo che ormai la situazione dei possedimenti benedettini in Pavone era divenuta molto fluida. Al frazionamento delle investiture piccole e grandi probabilmente corrispondeva una accresciuta autonomia ed un sempre più forte potere del consiglio della comunità.


Ma anche il castello aveva acquistato una certa importanza, dato che nel 1293 gli statuti bresciani registrano la costruzione in esso di una torre e che nel 1316 ghibellini fuorusciti da Brescia lo sceglieranno come rifugio. In verità non si trattava di un castello di grande importanza. Secondo il Lechi: "il piccolo castello di Pavone si innalzava nella parte eminente del paese, a sera della chiesa parrocchiale; aveva una pianta quadrangolare piuttosto irregolare di circa 90 metri per ogni lato. Non doveva avere grandi opere di difesa perché non rimane più nessun resto di esse, ma dei buoni terrapieni che sfruttavano il forte pendio verso il Mella". Nella rapida e catastrofica decadenza del monastero nel 1354 l'imperatore riconosceva Pavone come feudo dei Gambara, con il "merum et mixtum imperium", mentre al monastero rimaneva soltanto la nuda proprietà delle terre date in affitto e con sempre relativi poteri sulla parrocchia che verrano tuttavia riconfermati nel 1434 da ben due bolle di Eugenio IV. Nel 1389 esautorata la famiglia Gambara, l'abate e conte Andrea da Tacono cedeva con permuta i mulini di Pavone unitamente alla seriola e al diritto sulle acque alla famiglia Occanoni di Brescia che sebbene a quanto sembra, non siano mai stati infeudati di Pavone, ne furono fino al 1440 i più grossi proprietari. Il 15 giugno 1427 a giurare fedeltà a Venezia sono Alessandro qd. Marchisio Occanoni e Bonomo qd. Gianni de Petris, procuratore della comunità di Pavone. L 'Occanoni ebbe premi da Venezia mentre Pavone dovette di sicuro subire un passaggio di truppe nella nuova guerra tra Venezia e Milano. Nel 1438 Pavone era tra i castelli che per primi, forse per tradimento degli Occanoni, si arrendeva a Nicolò Piccinino, comandante dell'esercito milanese, tanto da meritare esenzioni dal duca di Milano. Pochi anni dopo il 18 luglio 1441, in premio, Pavone e i beni degli Occanoni venivano dati in feudo ad Antonio Martinengo in compenso delle gravi spese sostenute nell'alloggiare a Urago grandi contingenti dell'esercito veneto e i suoi generali. Pochi giorni dopo, in seguito all'accettazione da parte della vicinia di Pavone, il doge Francesco Foscari procedeva all'investitura ufficiale. La rinnovata fedeltà venne ricompensata con nuovi privilegi ed esenzioni e concessioni il 7 marzo dal doge, e il 25 marzo anche dai rettori di Brescia. Il 4 agosto poi sul campo di Martinengo "Francesco Sforza, comandante generale della lega, i veneziani Orsato Giustiniani (miles) e Gerardo Dandolo provveditore (provisor) dell'esercito vittorioso, ricordati, oltre alle antiche benemerenze della famiglia dei Martinengo, i nuovi meriti di Antonio Martinengo, anche per il suo operato nei confronti di Marsilio e Brunoro Gambara, e le relazioni con Baldassarre Mignani suo compare, danno in privilegio al detto Antonio, suoi eredi e successori, in perpetuo, il territorio di Pavone con i possedimenti che un tempo appartenevano ad Alessandro degli Occanoni, ribelle, e i relativi proventi, diritti, giurisdizioni, usi, acque "cum mero e mixto imperio". Il 3 settembre seguente, i rettori di Brescia in seguito ai privilegi concessi ad Antonio Martinengo dichiarano esenti gli abitanti di Pavone dal pagamento del dazio dell'imbottato per i frutti condotti fuori da esse terre. Pavone entra con ciò fra quelle terre o feudi che erano in pratica indipendenti da Brescia e che venivano governati, attraverso loro vicari, dai feudatari. Difatti quando nel 1445, 1448, 1449 Brescia impose a Pavone di sottostare al vicario da essa posto in Gambara, Pavone si ribellò e Antonio Martinengo assunse in proprio un vicario a Pavone. Altri privilegi come l'esazione dei dazi per le merci provenienti da Pavone e Gabbiano venivano l'1 dicembre 1444 concessi ad Antonio Martinengo, cui seguirono nuove concessioni ed esenzioni di aggravi l'1 settembre 1449, l'8 ottobre 1450. Prima della pace di Lodi (9 aprile 1454) Pavone venne di nuovo occupato il 5 giugno 1452 dai milanesi di Francesco Sforza e passava dopo alterne vicende di nuovo in potere della Repubblica Veneta il 14 ottobre 1453, non dopo aver subito nel giugno gravi noie da parte delle truppe del Gonzaga alleato dei milanesi. I Martinengo riuscirono inoltre ad acquisire, agli inizi del secolo XVI, parecchie terre anche se non quanto il Comune. Avevano inoltre proprietà a Pavone i Bettoncelli, i Morandi, i Calzavacca, i Bicocca, e inoltre un ente assistenziale detto "i poveri di Pavone", la Confraternita del SS. Sacramento e la Disciplina di S. Lorenzo. A "i poveri di Pavone" nel 1510 un ricco mercante, Gasparino Pezzotti lasciava tutti i suoi beni.


I Martinengo continuarono a mantenere la loro preminenza feudale anche durante il dominio francese negli anni 1509-1518, nonostante gli Occanoni, da parte loro, cercassero di reimpossessarsi dei beni sequestrati da Venezia. Per far fruttare le loro proprietà nel 1509 Mariotto Martinengo della Pallata assieme a Gianfranco Gambara intraprendeva lo scavo della fossa s. Giovanna, mentre nell'ottobre dello stesso anno alcuni rivoltosi si ribellarono e ferirono alcuni francesi occupanti ed il paese veniva da loro duramente colpito. Nell'ottobre 1521 Pavone era di nuovo nella morsa degli eserciti in guerra per il passaggio delle truppe pontificio-imperiali, però tra guerre e pestilenze il paese continua a espandersi, mentre si continua a scavare la fossa s. Giovanna, e, come registra il Volta, «il borgo medioevale supera a mattina la seriola Martinenga (Molina) ed a S della contrada S. Rocco si lottizzano i broli dei Pavoni, dei Codagnelli, dei De Pecino, venendo a formare, prima della fine del XVI sec., l'ordinato isolato delle case borghesi», mentre il Comune allargava le sue proprietà acquistando nel 1528 un mulino sul Mella in località Buse e un altro, nel 1533, in contrada Gazolo (Bogolello). La vita tranquilla del paese deve registrare l'uccisione a pugnalate da parte del conte Mariotto Martinengo di sua moglie.


Intanto comparivano e prendevano piede (1554-1555 ecc.) i de Scolari che prenderanno il nome dal paese (i Pavoni) diffusi poi a Brescia, Alfianello che si estingueranno solo sulla fine dell'800. Ultimo degli epigoni il servo di Dio Lodovico Pavoni. Continuava lo sviluppo economico: si diffondeva la coltivazione del lino, veniva aperta una tezza per la fabbrica del salnitro e nel 1572, segno di sviluppo commerciale, veniva segnalata la presenza di un ebreo. Non mancavano però il peso di gravi obblighi verso Venezia come ad esempio quello di fornire, nel 1588, 35 galeotti, ridotti nel 1590 a 26. I 5 pavonesi che il Balestrini ci fa sapere presero parte alla battaglia di Lepanto il 7 ottobre 1571 facevano parte di questa categoria.


Ma ciò che più colpisce è lo sviluppo urbanistico e edilizio che domina la fine del secolo e che V. Volta rileva leggendo "la sommaria carta topografica dell'agrimensore Francesco Udeschini di Pavone dell'8 giugno 1587 nella quale si vede il primo vero programma a livello urbanistico promosso dalla costruzione di una nuova piazza, ubicata in posizione diversa dal primitivo centro medioevale: chiesa, cimitero,castello, fucina, ospizio,mulino e rassega, per avvicinarsi alle nuove borgate sorte nel XVI secolo a mattina del vaso Molina". Altri segni di sviluppo economico sono segnati nel 1604 da un inventario di fucina di fabbro-ferraio di G.B. Pilotti; nel 1605 dalla costruzione di un nuovo mulino, nel 1608 dal contratto per un medico comunale, Vincenzo Sala. Uno specchio della situazione è il catastico del Da Lezze del 1610. I Martinengo e per loro al momento il conte Giulio, conservano tutti i diritti feudali con potestà nel civile e nel criminale (fatta eccezione per i fatti di sangue) gestiscono i dazi dell'imbottato, del pane, vino e carne. Il Comune aveva 900 scudi di entrata, ricavata da affitti di case, da alcuni mulini e dal "pontatico", la tassa di transito sul ponte Mella. Il Da Lezze elenca come nobili i Brognoli, i Codagnelli, i Bettinzoli, i Luzzago che, annota il Da Lezze, possiedono molti beni, mentre i contadini, cioè i piccoli proprietari (ed elenca i Passirani, i Romanelli, gli Zanelli e gli Schi) ne hanno pochissimi. Il resto sono poveri uomini che lavorano la campagna per sostenersi. Il catastico offre anche un quadro completo del "Governo del Comune": 12 Consoli che governano un mese per uno, sono creati in questo modo: a Natale su 12 Consoli vecchi, a sorte se ne scelgono tre, che restano medesimamente Consoli... I nove restanti escono dalla carica e si nominano altre persone, ritenute idonee per l'anno futuro al Consolato. Tra i nominati si procede al ballottaggio, scegliendo quelli che hanno più di metà "balle" (voti). Tra questi, a sorte, vengono estratti i nove Consoli nuovi che assumono la carica unitamente ai tre vecchi. Essi percepiscono un salario di lire sei all'anno, la metà per il reggimento della comunità (per un mese a turno) l'altra metà in conto spese e incantano la masseria (assegnazione di fondi del Comune tramite pubblica asta). Un notaro con salario di scudi 20 all'anno e due campari con lire 80 cadauno. Due rasonati (contabili) senza salario che saldano i conti ai massari. Vi sono pure tre stimatori pubblici, che stimano i danni della campagna, senza salario, né guadagno altro che gli incerti per le proprie fatiche. I sigg. Martinengo creano un Vicario, dottor di collegio, il quale sostituisce un magistrato che giudica in civile fino a 10 scudi ed in penale, esclusi i crimini di sangue". Soggiunge ancora: "i sigg. Martinenghi hanno un mulino e una rassega ed una «pestadora da risi» di ragione propria sopra la Seriola (a mattina del castello) che passa per la Terra (per l'abitato). Ha principio detta acqua a Ghedi et finisce nel fiume Mella, distante dall'abitato un tiro d'archibugio". È in questa situazione socio-economica che si inserisce nel 1629 l'inizio della costruzione della nuova chiesa parrocchiale. Il reclutamento di soldati per la Repubblica, specie nel 1617, atti di soperchierie (come quello compiuto contro i ministri di giustizia inviati nel 1621 a Pavone per arrestare il conte Lelio Martinengo, reo con i suoi uomini di due omicidi, accolti col suono di campane a martello e rifugiatisi in una cascina, furono presi ad archibugiate da zingari, il che costò il bando al Martinengo e 18 condanne) e la peste del 1630, rallentarono ma non impedirono la realizzazione del nuovo centro del paese e i lavori della chiesa parrocchiale. E ciò mentre lo scenario economico sociale si evolve, si affievoliscono sempre di più i poteri dei Martinengo, anche a causa delle divisioni ereditarie, mentre la famiglia Calini acquista, alla fine del Seicento, un quarto delle sostanze dei Martinengo di Pavone vendute dalla principessa Gonzaga alla quale erano pervenute attraverso una complicata vicenda di successioni. Ma altre famiglie comprano od ereditano proprietà come i nobili Garbelli, i Brunelli; ma non sono tempi di pace, gli eserciti sono sempre in movimento. Così nel novembre 1701 quando il principe Eugenio lasciata Chiari dopo la celebre battaglia, mise il quartier generale sul Mella a Pralboino. Requisizioni, angherie che si ripetono il 12 maggio 1702 quando il gen. francese Vendome passato l'Oglio a Pontevico sparse il suo esercito, come uno sciame sterminato di locuste, su Manerbio, Cigole, Pavone e Isorella per partire poi per il Mantovano.


Pur tra carestie, epidemie (nel 1796 morirono 18 bambini di vaiolo) atti di bulismo e pesanti tassazioni che accompagnano la decadenza di Venezia, Pavone nel 1762 fissa "regole per il buon governo della comunità" approvate dall'autorità nel 1765 e 1767 e ricompone le vicinie oltre agli atavici dissidi fra originari e forestieri. Nel frattempo i pavonesi non sopportano più il dominio feudale e il 17 agosto 1776 i reggenti del Comune, al suono della campane impediscono al vicario feudale di insediarsi a Pavone, suscitando ricorsi a Venezia dei Martinengo e dei Calini che il 17 gennaio 1779 ottengono la riconferma dell'investitura. Tra carestie, intemperie, epidemie finisce il secolo e cade, nel 1797, la Repubblica mentre Pavone entra a far parte del Dipartimento del Mella, assorbendo il 4 novembre 1809 il Comune di Cigole. Nelle cronache non vi sono accenni di "alberi della libertà" o altri fatti che evidenzino il nuovo regime politico, ma invece requisizioni, esborsi di tasse straordinarie, lagnanze dei censiti presi di mira. Pesante l'occupazione di truppe francesi nel luglio del 1800, tanto da richiedere l'intervento del gen. Dupré, che però non evitò altre requisizioni e ruberie. Nonostante ciò non mancano opere nuove: il restauro della casa municipale nel 1800, l'abbattimento della torre del ponte levatoio del castello;nel 1806 viene ricostruito al Bogolello il tezzone del salnitro, nel 1810 viene costruito, su progetto di Pietro Cagiada, il nuovo cimitero, benedetto l'8 aprile 1811. Nel 1811 viene approvata su progetto dell'ing. Pietro Corbolani la strada per Pralboino; nel 1812, sempre su progetto del Corbolani, viene sviluppata la rete stradale nell'interno del paese e progettata la strada per Cigole con il disgraziato scempio del castello. Nel 1815 sotto la direzione di Giovanni Zanardelli (il padre di Giuseppe ben noto uomo politico) viene costruito il nuovo ponte sul Mella in luogo della vecchia passerella. Nella prima metà dell'800 avvengono rapidi passaggi di proprietà: quelle dei Martinengo passano attraverso il conte Silvio al cugino Alessandro Molin e poi ai nob. Salvadego ed infine ai conti Bettoni. Su altre proprietà si insediano i baroni austriaci Von Schüllern. Nel frattempo le famiglie antiche del paese come i Passirani e i Manfredi acquistano sempre più forza economica e più larghe proprietà, mentre si va allargando il numero dei salariati agricoli e dei braccianti.


Pavone colpito da miseria, pellagra e ricorrenti malattie fu tra i primi paesi che sentirono fremiti di ribellione sociale. Nella seconda metà di giugno fino ai primi di luglio 1882 Pavone fu interessato, come riflesso ai moti mantovani de "La Boi" (la bolle), ad agitazioni, scioperi e manifestazioni e si sentirono schiamazzi e grida di "viva la repubblica, la paga è poca, vogliamo mangiare e non lavorare". Alcuni scioperanti penetrati nel campanile suonarono due volte le campane. Negli stessi anni si ha notizia della costituzione del corpo musicale istruito e diretto da Francesco Morandi, già istruttore di una fanfara degli alpini; istituzione che durerà fin verso il 1940 (l'ultima manifestazione che si ricordi è il ricevimento dei reduci dalla campagna etiopica con il suono di Faccetta Nera). Vivaci le lotte politiche del tempo tra zanardelliani e clericali. Tra i primi liberali zanardelliani sono schierati i Migliorati, i Passirani, i Guerreschi, gli Amadei e fra i moderati e cattolici i Maccarini e i Manfredi. Nel 1883 viene fondata la "Società operaia cattolica di mutuo soccorso", presidente Antonio Manfredi, segretario Antonio Passirani. Lo "scopo precipuo della Società è il mutuo sussidio tra i soci, ed in pari tempo di dare loro appoggio morale col mantenere vivo in essi il sentimento religioso, coll'eccitarli all'adempimento dei doveri del cristiano". Vi possono appartenere "coloro che traggono mezzi di sussistenza dal lavoro, coll'industria, colle arti, coll'agricoltura e coi servizi domestici" e viene finanziata con i versamenti mensili dei soci che vanno da un massimo di lira una a lira 0,50 mensili. "Art. 20. I soci; dopo sei mesi dal giorno della loro ammissione nella Società, avranno diritto, in caso di malattia, ad un sussidio giornaliero corrispondente alla loro quota mensile più una metà della medesima". L'iniziativa fu apprezzata, ebbe numerose adesioni e si dotò di una bandiera che si è salvata fortunosamente fino ai nostri giorni. Ma a Pavone esistevano iniziative a carattere sociale in epoca molto precedente: è in data 6 ottobre 1861 il verbale di una delibera della "Congregazione Opere Pie di Pavone" presieduta dal nob. Ferdinando Gigli, con Marcantonio Manfredi e Alessandro Rozzi, come membri, dal quale verbale si viene a sapere dell'esistenza a Pavone del Monte del Grano di cui l'ultimo bilancio è del 1856 e registra "un asse patrimoniale costituito da quarte 3.908 mentre le esazioni per interessi ammonterebbero a quarte 3.541". Monti del grano che avevano lo scopo di fornire ai contadini, in primavera, la semente per le nuove semine poiché non era raro il caso che nelle frequenti carestie, per sopravvivere, fossero costretti a consumare tutto quello che avevano, semente compresa. Da un atto notarile del 5 ottobre 1784 apprendiamo che per combattere l'usura, alcune confraternite e persino fabbricerie, concedevano prestiti. Nel caso in questione si tratta dell'Altare del S.S. Suffragio di cui era cappellano don Francesco Somenza che poi sarà parroco a Verolavecchia. Il 16 settembre 1893 l'Amministrazione Comunale stabilisce di chiamare la piazza: XX settembre e alcune vie: Vitt. Emanuele, Cavour, Garibaldi, ma sotto la pressione dei cattolici intransigenti la delibera rimane in sospeso e il XX settembre di due anni dopo non viene esposta la bandiera nemmeno alla casa comunale. Solo dopo l'uccisione di Umberto I si giunse al compromesso di dedicargli la piazza. Del resto non mancavano il ripetersi di disordini che portavano Pavone alla ribalta della stampa. Così avvenne nel dicembre 1892 quando si scatenò una violenta reazione contro l'autorità giudiziaria in difesa del medico Abeni e nel 1900 quando venne devastata la vigna di Luigi Udeschini e, a distanza di un mese, vennero tagliati 55 gelsi.


Ma già si sentiva il respiro di un lento ma sicuro, progresso portato dalle sempre più ampie opere di bonifica e di incremento agricolo che in due o tre decenni si sviluppavano nel territorio e in tutta la zona. Nelle campagne intanto si profilavano i primi segni di sindacato conteso fra leghe rosse e leghe bianche. Ma fra divisioni e polemiche il paese si trasformava. L'arch. Luigi Tombola rifaceva completamente con ingresso e cappelle in stile liberty il cimitero. Sempre in stile liberty vennero costruite sulla piazza centrale due case Maraccani, una a S, l'altra a N. Nel 1870 veniva completamente rifatta la grande villa Von Schüllern, l'arch. Tagliaferri progettava ed eseguiva la trasformazione dell'ala occidentale del palazzo Martinengo che poi ospiterà il Comune. Inoltre venne ristrutturata la villa Giglio, già Calini, destinata ad accogliere il primo Asilo Infantile istituito da don Davini, dopo essere passata in donazione al ven. Piamarta. Nel 1907 il paese che era servito da decenni dall'impresa Bottarelli che, con carrozze e cavalli, provvedeva al trasporto delle persone per e da Brescia, veniva interessato al progetto della tramvia nel tratto Brescia-Leno-Pavone da cui partiva una diramazione per Gottolengo-Gambara-Fiesse e l'altra per Pralboino e Ostiano. Questa grande opera entrerà in funzione pochi mesi prima dello scoppio della prima guerra mondiale, durerà praticamente (per quanto riguarda Pavone e gli altri cinque paesi più a valle) fino ai primi di dicembre 1927, quando una grande alluvione distruggerà il ponte al Chiavicone. Eppure, nonostante la breve durata, questa geniale opera apportò un grande beneficio alla zona servita e in Pavone provocò la nascita di nuove attività artigianali, prodromi del successivo sviluppo industriale. La tragedia della I guerra mondiale costò a Pavone più di trenta vittime; l'arrivo in paese di un centinaio di profughi dalle terre invase dopo il disastro di Caporetto e l'epidemia, cosiddetta Spagnola , che fece numerose vittime, completò il tragico quadro. Il dopoguerra fu particolarmente agitato. Nel 1919 venne fondato il Partito Popolare Italiano di don Sturzo, però già da tempo i cattolici a Pavone prestavano attenzione ai problemi sociali e politici: da documenti ancora esistenti sappiamo dell'adesione di cattolici pavonesi alla "Unione Popolare fra i cattolici d'Italia" voluta da Pio X con l'enciclica "Il fermo proposito" dell'11 giugno 1905. Anche nel mondo contadino continuava a svilupparsi il sindacalismo. La lega bianca riesce a concludere vantaggiosamente alcuni contratti e, quando questo non è possibile pacificamente, non rifugge dall'impiegare la forza della sua organizzazione come nel lungo sciopero dal 28 aprile al 18 maggio 1922. Purtroppo iniziano i pestaggi come quello subito l'11 giugno 1922 dall'organizzatore sindacale Esterino Fornari. Nel 1923 le divergenze politiche sempre più accese mandavano a monte il Comitato per il monumento ai caduti, che tuttavia venne ricomposto e portò alla realizzazione e alla inaugurazione del monumento l'8 novembre 1925. L'8 dicembre 1927 una eccezionale alluvione travolse il ponte sulla Molina ai Chiaviconi causando l'interruzione della strada provinciale per Pralboino e la tramvia per Pavone e gli altri cinque paesi più a valle. La decisione dell'Amm. Provinciale di non rifare il ponte asportato, ma di procedere ad un nuovo tracciato della provinciale, più a levante, oltre a comportare una spesa molto maggiore, causò la perdita della tramvia per sei paesi e l'impossibilità di utilizzare l'acqua della Molina sia per l'irrigazione di molti terreni a S del paese e come forza motrice di quel bel complesso ai piedi del castello, costituito dai mulini, dal trebbiatore, dalla rasega e dalla falegnameria Priori. Il Comune ebbe nel dopoguerra la fortuna di poter acquistare dal Demanio la villa Von Schüllern - che l'aveva acquisita perché proprietà di cittadino austriaco - che nel 1930 adattò a scuole e a Municipio utilizzando lo spazio adiacente per la realizzazione di un bel campo sportivo, uno dei primi realizzati nella Bassa, e che ebbe subito tra i più assidui frequentatori Sandro Calvesi e Emilio Spedini, studenti alla Farnesina (accademia di educazione fisica) e furono quelli che fecero nascere nella gioventù locale la passione sportiva che portò alla realizzazione di una affermata squadra di calcio, qualificatasi al secondo posto nella graduatoria provinciale già nel campionato 1934-1935; tradizione che continua ai nostri giorni con la Pavonese-Cigolese vincitrice del girone di III cat. del campionato provinciale 88/89 e 91/92.


Vivaci negli ultimi anni '20 e l'inizio dei '30 i contrasti fra il fascio locale e la parrocchia. Avendo il parroco don Davini negato nel gennaio 1928 l'uso del teatro parrocchiale ai fascisti si vide chiudere il Circolo giovanile cattolico e la scuola serale parrocchiale. In compenso il 4 marzo 1928 veniva fondata la Sezione cacciatori. Il fascismo trovò serie difficoltà e la costituzione del nucleo dei fasci giovanili potè realizzarsi solo nell'ottobre del 1930. In quegli anni incisero sull'economia di Pavone eventi come: la chiusura dello sportello locale della Unione Bancaria Nazionale nel febbraio del 1932, con il conseguente congelamento di tutti i risparmi depositati, che verranno poi restituiti dilazionati in vari anni e il fallimento della Cassa Rurale di Cigole che coinvolse pesantemente alcune famiglie di Pavone. La guerra d'Africa vide la partenza di alcuni pavonesi, tutti poi ritornati, mentre in Spagna due pavonesi: Pietro Volongo e Giacomo Nolli presero parte alla battaglia di Guadalajara. Il 28 febbraio 1938 muore Maddalena Manfredi, l'ultima esponente di una delle più illustri famiglie pavonesi, lasciando tutti i suoi averi all'Istituto Salesiano per le Missioni estere di Torino perché vengano destinati a beneficio della gioventù di Pavone. L'ingresso dei Salesiani a Pavone avvenne nel novembre 1941 con don Michele Benedetti e don Schinetti di Manerbio. I Salesiani impressero all'oratorio un ritmo di attività intensa dando inizio, l'anno successivo, a corsi serali di scuole professionali com'era stato richiesto dai benefattori Manfredi.


Momenti difficili visse Pavone dal novembre 1943 al marzo 1944 quando, per sfuggire alla chiamata alle armi, i giovani della classe 1924 trovarono rifugio al "Sollevamento d'acqua" nei grandi tubi di aspirazione e distribuzione di acqua di irrigazione, trovando aiuto nei guardiani Vignoni. Scoperti nel marzo 1944 poterono fuggire grazie all'intervento del commissario prefettizio Bortolo Olivetti e al curato don Paolo Barchi. Tuttavia alcuni di questi giovani dovettero presentarsi per l'arresto delle loro madri. Vero panico il paese visse la mattina del 6 ottobre 1943 quando una fortezza volante in avaria, carica di bombe staccatasi dalla formazione, venne affrontata da caccia tedeschi alzatisi da Ghedi e costretta a schiantarsi con terribile boato presso la cascina S. Giuseppe che fu distrutta per incendio. Cinque membri dell'equipaggio salvatisi con il lancio col paracadute vennero per mesi coraggiosamente ospitati in case e cascine della zona. Scoperti, nel febbraio 1944 vennero internati in campi di concentramento. L' 11 novembre 1944 un sabotaggio alle linee telefoniche stese per il collegamento dei vari distaccamenti di SS che presidiavano i paesi della zona, provoca un improvviso rastrellamento che non causa seri guai a Pavone per una provvidenziale soffiata, mentre a Cigole viene ucciso Ignazio Bulgari. Nell'autunno del '44, tramite don Zazio, avviene il primo collegamento del gruppo di resistenza di Pavone con le Fiamme Verdi di Leno e Bagnolo, e le prime comunicazioni con il Comitato di Liberazione; Vico Priori riuscirà a costruire una rudimentale radio ricevente a galena che permetterà di ascoltare i messaggi di radio Londra. Nel dicembre 1944 si forma un piccolo nucleo di Fiamme Verdi intitolato a Tita Secchi. I giovani sono protetti da don Vincenzo Zazio. La prima resistenza di massa ai tedeschi si ha nel mese di aprile quando chiedono 40 uomini e 14 cavalli per trasferire al Brennero i loro depositi. Il 25 aprile una cinquantina di patrioti raggruppati in squadre agli ordini di Cesare Scaglia, Filippo Parola e Luigi Brignani, istituiscono posti di blocco in punti strategici, disarmano i tedeschi e requisiscono materiale, distribuendolo alla popolazione. Scontri con una colonna tedesca lungo la strada Milzano-Cigole costano la vita a due patrioti, Paolo Farina di Cigole e Giuseppe Udeschini, e ad un soldato tedesco. L'aiuto chiesto da Filippo Parola agli americani che sono giunti all'aeroporto di Ghedi, vince la resistenza nemica. Ferito accidentalmente, Parola guarisce dalla grave ferita. Il cannoneggiamento americano del 29 aprile causerà la morte di due donne, le Zinetti, sfollate da Brescia e ospitate nei locali della parrocchia, e gravi danni alla chiesa e alle abitazioni del centro del paese.


Il 27 aprile si insedia ufficialmente il Comitato di Liberazione Nazionale che ai primi di maggio nomina sindaco Ernesto Facchetti, che si dimette per motivi di salute dopo pochi giorni. Viene sostituito da Alberto Lamonti con una giunta composta da: Emilio Farina, Fausto Parola, Ernesto Lupi e Giacomo Brignani, che reggerà il Comune fino alle prime elezioni del marzo 1946. Nell'estate del '45 lasciano il paese i bambini delle colonie libiche, figli di famiglie sistemate in Cirenaica per colonizzare la regione, trasferiti in Italia prima dell'inizio delle ostilità: dopo cinque lunghi anni di peregrinazioni, lontano dalle famiglie potevano riabbracciare i genitori. Erano stati sistemati nei locali dell'asilo che, tornati liberi, verranno subito risistemati ricavando due nuove aule, mentre nella sede del fascio verranno ricavati nuovi uffici comunali. All'inizio del '46 sorgono le Acli (Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani) cui aderiscono numerosi lavoratori grazie anche all'impegno profuso da Angelo Penna e Giovanni Manenti. Il 20 gennaio 1962 per consolidare lo sviluppo dell'associazione veniva costituita una cooperativa edilizia per realizzare una sede adatta, costruita poi in piazza Garibaldi, mentre nell'ottobre del 1972 la cooperativa iniziava i lavori per la costruzione di 14 abitazioni in via Col. Bettoni. Scomparse le Acli all'inizio degli anni '70, continua a esistere la Coop. Centro Sociale. Nel 1949 viene coperto il tratto del colatore Molina al centro del paese che ha permesso il prolungamento di via Piamarta e il congiungimento con via Cavour. Il 16 luglio 1950 il vescovo mons. Tredici benedice il nuovo ponte sul Mella tra Pavone e Cigole; prima viene benedetto il nuovo capannone della Migliorati Giocattoli, la prima costruzione a carattere prettamente industriale realizzata a Pavone. Le necessità di lavoro sono molte, è in atto un'emigrazione verso altre province che non si riesce a contenere: alla fine del 1950 il paese di Pavone dovrà registrare l'emigrazione di 96 famiglie. Un palliativo alla disoccupazione è rappresentato da due "cantieri di lavoro" miranti alla realizzazione di opere di un certo interesse pubblico che richiedono poco impiego di capitali e manodopera generica. È di quegli anni l'accordo dell'Amm. Comunale con Marzotto di Manerbio per la creazione di un reparto di rammendo in paese. Per questo il Comune si sobbarcò la spesa per la realizzazione di una vasta sala nella quale trovarono occupazione per alcuni anni diverse decine di operaie con un massimo di 70. L'asfaltatura del centro del paese fino al cimitero è del 1949 mentre nel 1955 hanno inizio i lavori per la fognatura per acque miste della metà nord dell'abitato. Nel 1950 per iniziativa dell'Amministrazione Comunale viene creata la prima cooperativa edilizia che su una vasta area acquistata dalla Passirani ad est della provinciale permette la realizzazione di tutte le abitazioni di viale Europa. Seguiranno: nel 1965 il Villaggio della Cooperativa "La Famiglia" di Padre Marcolini; il gruppo di case per i lavoratori agricoli; la realizzazione del gruppo case Gescal di via Bettoni del 1972; quella della coop. Unitaria su area della legge 167 e tutto il complesso del quartiere Don Bosco con un massiccio intervento della Cassa Rurale di Leno. Nel 1959 la signorina Passirani decise di vendere al Comune ad un prezzo di favore il vasto complesso del palazzo e del parco di sua proprietà. Il palazzo fu ristrutturato per alloggiarvi le suore, mentre sull'area occupata dalle vecchie case dei contadini venne edificato il padiglione con le aule della scuola materna. Con il Comune di Cigole si crea un consorzio per la realizzazione della scuola media, realizzata nel 1981 su area acquistata dai conti Bettoni dal Comune di Pavone, occupata dalle case dei contadini, mentre il palazzo padronale, opera dell'arch. Tagliaferri, verrà destinato nel 1977 ad ospitare gli uffici del municipio. Nel 1977 vengono aperti la biblioteca comunale e il consultorio familiare. Nel 1978, sempre con il Comune di Cigole, viene concepito il progetto per la realizzazione di un centro polisportivo da realizzarsi sui terreni occupati da secoli dalle marcite dei conti, zona adiacente alle scuole medie, al municipio e tra i due centri abitati (purtroppo cancellando uno degli ultimi campioni di terreni adibiti a marcentazione, peraltro già manomesso a causa della scarsità di acqua dopo la disastrosa inondazione del 1927). In questa vasta area nel corso di alcuni anni, verranno realizzati: due campi di calcio regolamentari, due campi di tennis, un campo di pallavolo, piste per l'atletica della scuola media e, nel 1990, una bella palestra di mq 720, alta m. 9, con 228 posti a sedere per il pubblico, utilizzata dalle scuole e da varie associazioni. Il complesso verrà intitolato al calciatore Filippo Parola. Negli anni 70 arriva il gas, dapprima con l'impiego del GPL, dieci anni dopo il metano fornito dalla ditta Geico. Il continuo sviluppo edilizio e le accresciute esigenze che il progresso fa nascere, richiedono la costruzione di nuove strade, con relativa illuminazione, la costruzione di nuovi tronchi di fognatura,naturalmente divisi tra acque bianche e nere, sempre nuovi spazi per aree verdi, mentre l'approvvigionamento idrico necessita di una sempre maggiore quantità e migliore qualità di acqua. Per fronteggiare queste necessità che richiedono l'impiego di personale qualificato, l'Amm. Comunale nel 1994 delibera di affidare alla ASM (Azienda Servizi Municipalizzati) di Brescia la gestione trentennale dell'approvigionamento idrico, il completamento della rete di fognature, la gestione e l'ampliamento del depuratore, tutto da realizzarsi entro il 1999 così che all'arrivo del nuovo secolo il paese sarà dotato di tutti i servizi: gas, acquedotto, fognature per acque bianche e nere, depuratore e isola ecologica (realizzata nel 1995 con una spesa di 250 milioni) per la raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani. All'intenso sviluppo economico e sociale si accompagnano attività assistenziali e culturali. Nel 1970 nasce l'Avis particolarmente sentita ed attiva. Molto attivo il volontariato che si esplica sia in campo ecologico con la creazione del "Parco de la Mela Morta"; sia in appoggio ai missionari pavonesi: don Tone Bresciani missionario in Equador, Franchina Pini missionaria laica in Brasile, e il comboniano Padre Giovanni Migliorati, considerato sempre pavonese nonostante la sua famiglia originaria sia a Bassano da anni. Folto è il gruppo di volontari impegnati nell'oratorio, non solo per la normale attività educativo-ricreativa, ma specialmente per la realizzazione dei Grest frequentati dalla quasi totalità dei ragazzi del paese, ma anche nella filodrammatica "Poco stabile" sempre attiva e sostenuta dall'infaticabile Bruno Manenti.


Di Pavone sono gli scultori Gasparo Bianchi (da altri creduto lumezzanese ma da V. Volta rivendicato a Pavone) e Ludovico Bianchi, l'architetto Vincenzo Beretta, don Francesco Cimi, scultore e pittore, il calciatore e sindaco Filippo Parola e la scrittrice M. Teresa Cerutti, figlia di Antonietta Passirani.


ECCLESIASTICAMENTE si presume che Pavone sia appartenuto dapprima alla vasta Pieve di Corvione e che la chiesa di S. Lorenzo, poi disciplina, potrebbe ricordare una diaconia della stessa, posta fra la povera popolazione per l'assistenza spirituale e materiale. La parrocchia è da ritenersi invece filiazione dell'abbazia di Leno che già nel secolo X vi mandava un preposto (prevosto) o priore monastico e ciò continuò anche quando la giurisdizione civile passò al Vescovo di Brescia. A conferma di ciò stanno i diplomi imperiali di Arrigo II nel 1014, di Re Corrado nel 1026 e 1036, di Federico I Barbarossa nel 1177 e 1192, di Arrigo VI 1192 e le Bolle Papali di Gregorio VII nel 1078, di Urbano II nel 1092, di Callisto II nel 1123, di Innocenzo II nel 1132, di Eugenio III nel 1146 e di Eugenio IV nel 1434 e quale conferma un'altra Bolla di Papa Alessandro III. Nel 1100 circa viene concesso il Battistero, per cui i fedeli sono dispensati dal portarsi alla Badia di Leno per il Simbolo, mentre vi si celebra, qualche volta, in primavera "tempore temporalium" il Capitolo. Nel 1150 circa conosciamo anche il nome del preposito o priore che è il monaco (dominus) Gerardus de Paono il quale "è arbitro e compromissario unitamente a don Gerardo Prevosto di S. Alessandro in Brescia, nella causa Giovanni Fiumicello, Vescovo di Brescia, e Gonterio Abbate di Leno. Ha compagno il chierico Lanfranco de Paono". Nel 1190 è invece il prete Pietro de Paono che sostiene con fermezza i diritti dell'Abate lenese contro l'ingerenza del Vescovo di Brescia per la cura d'anime su Pavone, associandosi sei parrocchiani nelle deposizioni giurate. Di grande interesse è la "designatio feudorum" del 1196 che, studiata dal Baronio, offre un quadro completo della vita ecclesiastica di Pavone. Dalla deposizione di un medico del luogo, Giacomo, sappiamo che "la chiesa è battesimale e che, per quanto può ricordare, negli ultimi quarant'anni tutti i nati in Pavone vi venivano portati per il battesimo. I chierici ed i presbiteri, cui la chiesa è affidata, sono collocati nella chiesa medesima dall'Abate di Leno e quando i chierici sono in grado di ricevere gli ordini sacri, l'Abate provvede ad inviarli a Cremona e a Verona, esercitando una precisa prerogativa connessa all'esenzione dall'ordinario bresciano. E ciò senza alcuna contestazione dello stesso. Dal monastero si ricevono pure gli olii sacri ed il teste ricorda di aver personalmente provveduto a recarsi a Leno a ritirarli per consegnarli al rettore della chiesa di Pavone, il quale, con gli altri chierici è soggetto direttamente alla giurisdizione canonica dell'abate, che "interdicit et absolvit fratres illius ecclesie, prout res exigit in suo arbitrio" (proibisce ed assolve i fratelli di quella chiesa in quanto la cosa è di suo arbitrio). Le vertenze matrimoniali che sorgono tra gli "habitatores" di Pavone, sono soggette alla giurisdizione dell'abate, il quale provvede alla ricognizione ed alla definizione delle stesse mediante suoi delegati, che operano in loco". Per due secoli non si hanno notizie sui nomi di prepositi, mentre il nome della Chiesa "S. Benedetto de Pavone" compare nel catalogo capitolare della Chiesa Bresciana e dei benefici ecclesiastici, come facente parte della Quadra di Ostiano, con un beneficio del valore di lire 8 (il più basso di tutte le altre chiese della Quadra) che è assegnato ancora dall'abate di Leno. Anche Pavone registra un vero risveglio religioso sulla fine del '400 e agli inizi del '500 quando sorgono le cappelle della Madonna dello Spasimo e di S. Rocco. Inoltre nel '500 prendono vita la Disciplina che ha sede in S. Lorenzo e la confraternita del SS. Sacramento. Non sempre al fervore religioso della popolazione e del Comune, promotore di così singolari opere di devozione, corrisponde lo zelo e la integrità di vita del clero. Se il vescovo Bollani registra nel 1566 nella sua visita pastorale una certa negligenza nel clero locale, S. Carlo Borromeo rivolge un severo richiamo al rettore parroco don Pasino Garbelli per la sua condotta, in quanto accusato di avere mandato sicari ad uccidere una persona. Ma in seguito anche Pavone ebbe quasi sempre sacerdoti zelanti e devoti.


La vita ecclesiale oltre che registrare la costruzione della nuova e bella parrocchiale, vede il nascere di nuove confraternite, come quella del Rosario e l'altra del Suffragio. A questa, nel gennaio 1748 Bartolomeo Gasparino lascia una casa perchè venga eretto un oratorio che serva anche a sede di una scuola "per ammaestrare li figli scolari di essa terra" ed anche per questo un decreto del 20 dicembre 1760 riconosceva loro il titolo di Arciprete. Primo arciprete fu don Bartolomeo Pelizzari (1761-1776) uomo di buona cultura e autore, con i chierici del Seminario, del primo vocabolario del dialetto bresciano. Fra i più ricordati anche nel tempo è da segnalare don Francesco Cimi menzionato in una lapide per essere stato per 44 anni "curato zelantissimo preclaro esempio di sacerdotali e filantropiche virtù, cultore intelligente d'intaglio, pittura e scultura sacra, benemerito per l'ampliamento e arredamento della chiesa parrocchiale" e si ricorda "per grazie private e pubbliche ottenute a' suoi devoti". Il suo esempio fu un tale ricordo che nel centenario della morte (2 febbraio 1912) con particolare solennità le spoglie di don Cimi vennero esumate e deposte in un loculo sotto cristallo. A lui i pavonesi attribuirono il merito di essere stati preservati dal colera nel 1855. Tra i parroci dell'800 particolarmente ricordato fu don Francesco Salvetti, morto di colera il 7 agosto 1836 mentre si prodigava nella assistenza a molti colpiti dal morbo.


Una crisi seria la parrocchia dovette affrontare verso la fine del secolo XIX quando i germi dell'anticlericalismo liberale attecchirono anche a Pavone, causando profonde divisioni anche tra i fedeli a causa dell'incauto comportamento del parroco don Tosini succeduto all'austero e zelante Pietro Bologna parroco per 46 anni dal 1837, dopo la breve parentesi del Ven. Piamarta (1883 - 1 febbraio 1887) con il tanto discusso lascito della contessa Gigli. Furono anni di grave crisi che raggiunse il massimo con l'insurrezione dei fedeli contro il ritorno del parroco Tosini, l'interdetto emesso dal vescovo contro la parrocchia, privata dei preti fatta eccezione per una messa festiva celebrata dal parroco di Milzano. Toccò a don Giovanni Piamarta dall'ottobre 1883 risollevare, tra difficoltà ed anche vivaci contrasti, la vita religiosa e morale della parrocchia. Si deve a lui, oltre ad interventi sulla chiesa parrocchiale, la formazione dell'associazione delle Madri Cattoliche, la nascita dell'oratorio femminile, l'introduzione della devozione al S. Cuore di Gesù ed altre pie devozioni. Egli inoltre procedette ad una energica bonifica morale. Lasciata la parrocchia nel 1887 per dedicarsi all'Istituto Artigianelli vi ritornò come economo due anni dopo in momenti nuovamente difficili per rinnovati dissidi durante il parrocchiato di don Giulio Tosini che era stato costretto a lasciare la parrocchia stessa. Pavone ebbe poi la fortuna di avere dal 1899 come parroco don Francesco Gallerini sacerdote di grande pietà e zelo che molto operò per l'abbellimento e l'arricchimento della chiesa parrocchiale: rinnovò la facciata, promosse la decorazione interna ricorrendo all'opera di numerosi artisti, la dotò di paramenti numerosi e preziosi. Non riuscì a realizzare il nuovo altare maggiore, condizione indispensabile per la consacrazione della chiesa che avverrà solo il 13 marzo 1988. Promosso don Gallerini arciprete a Gambara, gli successe nel 1925 un altro degno sacerdote, don Giuseppe Davini che ne continuò l'azione affrontando momenti di contrasto con i fascisti del luogo e soprattutto guidando il popolo pavonese nel dopoguerra verso conquiste sociali di notevole valore. Si deve a don Davini l'arrivo delle suore della Sacra Famiglia il 5 dicembre 1930 della Beata Cerioli che daranno inizio ad una vera scuola materna e all'oratorio festivo per le ragazze. L'asilo rimane parrocchiale per pochi anni, perchè il 12 settembre 1933 il podestà Galasi "delibera che a partire dall'1 gennaio 1934 l'Asilo Infantile di Pavone Mella venga retto dal Comune...". Nel 1941 viene aperto l'oratorio maschile che ebbe origine con la donazione della famiglia Manfredi, di un vasto appezzamento di terreno e di uno stabile all'Istituto Salesiano di Torino, a vantaggio della gioventù di Pavone. Lo stabile fu adattato allo scopo con aule catechistiche e sale da gioco con campo sportivo sotto la Direzione del Salesiano padre Michele Benedetti. I Salesiani diedero anche inizio ai primi corsi serali di scuole professionali. L'oratorio era in grado già nel 1944-1945 di ospitare i chierici dello Studentato salesiano di Nave, trasformato in ospedale militare. Con l'impulso dato dai Salesiani all'oratorio, fiorirono numerose vocazioni religiose. Partiti i Salesiani nell'autunno del 1956, l'oratorio fu affidato a curati. Quando don Davini lascia la parrocchia per raggiunti limiti di età, gli succede come parroco don Guido Merlini. L'oratorio è andato arricchendosi negli anni Sessanta con la trasformazione del vecchio teatro in un cinema moderno, nuovamente ristrutturato nel 1992. Tra le ultime attività significative è la Caritas parrocchiale particolarmente animata da un attivo gruppo di anziani.


CHIESA PARROCCHIALE DI S. BENEDETTO. Emilio Ferrari pone la prima chiesa benedettina risalente al secolo X in contrada S. Rocco "sull'area delle case situate dinanzi alla canonica vecchia". Ricorda anche l'atto di conferimento del feudo ad Antonio Martinengo del 1441 vicino al ponte del castello ed a esso prospiciente, "sull'altura oggi indicata come vecchio cimitero", nome già di per sé indicativo perchè prima del 1811 non esistevano cimiteri staccati dalla chiesa parrocchiale. Valentino Volta sottolinea che la chiesa doveva essere molto semplice, di stile romanico, ad unica navata coperta a due falde con struttura lignea a vista. Davanti alla porta principale, oltre alla già accennata gradinata di accesso, si adagiava il medioevale cimitero che, ancora alla fine del XVIII secolo, si estendeva ad E della seriola Martinenga fino all'ortaglia di Casa Fontana, passata nell'Ottocento al Comune e quindi alla parrocchia. Necessariamente la facciata era rivolta ad occidente come in tutte le chiese di fondazione lenense della zona ed era raggiungibile attraverso una gradinata, le cui tracce sono ancora oggi visibili aldilà dell'arco murato costruito alla fine del Seicento per dare una sistemazione decorosa alle adiacenze cimiteriali. La chiesa è ricordata in molti documenti del Monastero di Leno, tra i quali uno del 1236 testimonia che in essa si riuniva il Consiglio generale del Comune. Alla metà del '500 aveva, oltre il maggiore, quattro altari: SS. Sacramento, B.V. Maria, S. Antonio e S. Damiano. Ma era cadente tanto che il visitatore Cavalli, dopo aver sottolineato che necessitava di riparazioni, ordinava che venisse per questo chiamato un ingegnere. Anche il vescovo Bollani nella visita pastorale, oltre a provvedimenti riguardanti gli arredi agli altari, rilevava che mancava la sacrestia, ordinava di imbiancare la chiesa, che si erigesse il campanile e anch'egli disponeva che venisse chiamato un ingegnere. Gli atti della visita di S. Carlo non accennano più a interventi edilizi urgenti, ma rileva anzi che è stata costruita di recente una sia pur piccola sacrestia. Dalla visita del vescovo Marino Giorgi del 6 settembre 1597 sappiamo che era consacrata con anniversario celebrato il 25 ottobre. Il vescovo ordinava interventi di sistemazione (gradini, cancelli ecc.) oltre alla necessità di abbellire il presbiterio con alcuni dipinti devoti e che si facesse un nuovo battistero. Ma leggendo gli atti della visita dello stesso monsignore del 25 aprile 1609 viene il dubbio che gli interventi intercorsi nei decenni precedenti fossero di carattere provvisorio e conservativi, e che si pensasse ormai ad una nuova chiesa. Il Vescovo infatti ribadiva la necessità che si facesse il nuovo battistero a meno che non si fosse incominciato, entro l'anno, a fabbricare la nuova chiesa, ciò che avverrà venti anni dopo. Nel frattempo il Comune nel 1608 faceva innalzare da mastro Francesco Argenteri un campanile alto 6-7 metri sulla sacrestia, innalzato ancora di 3-4 metri da mastro Lorenzo Bassanino di Leno, mentre la confraternita del SS. Sacramento fece eseguire da un quasi del tutto sconosciuto pittore di Brescia Giacomo Francesco Cazzaloca una nuova pala per il suo altare, adornata da un'ancona in legno commissionata ad un ben più noto intagliatore, pur di Brescia, Giov. Batt. Lancino. Nel piano elaborato da tempo della creazione di un nuovo centro del paese nel 1629 entrò a far parte anche la costruzione della nuova chiesa parrocchiale. Le determinazioni si faranno sempre più concrete a partire dal 1629. Il 10 luglio il Comune acquistava in pratica la nuova casa parrocchiale, il 13 luglio veniva scelto in Agostino Lurani il maestro di fabbrica della nuova costruzione. Nel settembre venne posta in essere la prima pietra. A ricordo è rimasta la seguente iscrizione: «PRIM LAP IN FUNDAM HUIUS TEMPLI / DIVO BENEDICTO DICATI / POSITUM FUIT / DECIMO QUINTO KAL SEPTEMBRIS / 1629». Interrotta per il sopravvenire nel 1630 della peste, venne ripresa nel 1632 grazie anche ad un mutuo di mille scudi contratto dal Comune. La fabbrica durava ancora nel 1648 quando un decreto vescovile autorizzava l'utilizzo delle abbondanti elemosine raccolte nella santella della Madonna delle Campagne, e ciò data la "povertà del Comune e la gran difficoltà di condurre a termine" la chiesa. Dagli annali del Franchi e da altri documenti, sappiamo che nel 1675 venivano compiute spese per il campanile, nel 1699 venivano posti i capitelli, nel 1722 la confraternita del SS. Sacramento commissionava al noto scultore Rizzardo Antonio Carboni l'ancona del suo altare, indorata poi nel 1732 da Giuseppe Tellaroli, e che nel 1790 venne posta nell'ancona la bella pala di Sante Cattaneo raffigurante l'ultima cena. Analoga operazione la confraternita del Rosario compiva nel 1738, commissionando ancora al Carboni l'ancona del suo altare pur essa del Tellaroli. Nel 1741 la chiesa veniva arricchita delle reliquie della S. Croce e di santi riposte nell'altare dei santi Antonio e Carlo. L'anno dopo veniva edificato, per disposizione dello scultore Gaspare Bianchi, l'altare di S. Giuseppe. Intanto la chiesa si dimostrava ancora una volta incapace di contenere la popolazione crescente per cui nel 1780 il curato don Francesco Cimi, noto per il suo talento artistico, promosse il prolungamento della chiesa, la costruzione del nuovo altare maggiore e dei due presbiteri e di quella sorta di transetto prima della zona presbiterale, contenente le balconate dei cori. Quest'area, scrive il Volta, "si allarga rispetto alla navata di quel poco che basta per richiedere una copertura a vela appena accennata ed a pianta ellittica". Probabilmente, sempre sotto la direzione di don Cimi, nel 1808 venne costruita una nuova sacrestia con adiacente ripostiglio. Nuovi interventi vennero compiuti nel 1885-1886, per iniziativa del parroco Piamarta che fece aprire i grandi finestroni e provvide la chiesa della nuova Via Crucis. La chiesa tuttavia assunse l'attuale aspetto solo dal 1903 al 1914 per iniziativa del parroco don Francesco Gallerini. L'arch. Antonio Tagliaferri ne curò l'aspetto architettonico compresa la nuova ricca facciata. Alla decorazione vennero chiamati i pittori e decoratori: Cresseri di Brescia, Giuseppe Cominelli di Manerbio, Riva di Bergamo e Chimeri. Il Cresseri dipinse nella cupola l'Ascensione con ai lati gli Evangelisti e nel medaglione centrale la gloria di S. Benedetto; Cominelli e Chimeri provvidero alle ricche decorazioni, mentre il Riva dipinse la pala dell'altare maggiore raffigurante la notte di veglia di S. Benedetto e di S. Scolastica. Su disegno del Cresseri ed eseguite da Emilio Righetti vennero poste lungo la chiesa nove statue e cioè: S. Giuseppe con il piccolo Gesù in braccio, la Madonna del Carmine, S. Anna con la piccola Madonna, S. Francesco, S. Agostino e dall'altro lato S. Filippo Neri con un ragazzo, S. Giovanni Battista, S. Agnese e S. Pietro; mentre sulla facciata, ai lati del portale la statua di S. Scolastica e di S. Benedetto. Sulla facciata della chiesa a sigillo delle nuove opere si legge: "Divo Benedicto - dicatum - MCMXIV". Altri interventi seguirono fra i quali, essendo arciprete don Guido Merlini, quelli di ricupero e di ritinteggiatura compiuti nel 1988 cui si accompagnò il restauro del campanile a cura del Comune. E finalmente, ritenuta chiusa la costruzione e l'abbellimento, il 13 marzo del 1988 la chiesa veniva consacrata dal vescovo di Brescia, mons. Bruno Foresti.


Con cura e competenza V. Volta rileva come "la chiesa nella più ortodossa tradizione è caratterizzata da un'ampia aula unica, arricchita da espansioni rettangolari definite sui lati lunghi da una serie di cappelle ricavate in nicchioni profondi quanto lo spessore dei muri laterali. Le cappelle sono coperte a volticella a sesto pieno e sono distanti quel che basta per la nervatura portante verticale, che si evidenzia attraverso pilastri decorati nel paramento interno, tramite lesene terminanti sotto il cornicione con capitelli corinzi o compositi a pianta rettangolare. L'estradosso delle volte che coprono le cappelle segna in pratica il piano d'imposta del cornicione, in forte aggetto a dentelli e modiglioni, rettilineo, uniforme. Il cornicione, in genere, gira sempre alla stessa quota sulla controfacciata e nella zona absidale. Quest'ultima si definisce attraverso un arcone e si restringe più o meno lo spessore di due moduli orizzontali di lesena, uno per lato. La profondità del presbiterio, in genere, è pari alla sua larghezza misurata sotto lesena all'arcone. L'abside si appoggia infine ai pilastri posteriori della zona presbiterale e si presenta a semicerchio. La copertura è a volta cilindrica, senza nervature, impostata qualche cubito sopra l'estradosso del cornicione. Sui fianchi della volta si aprono alcune finestre, in numero pari agli altari sottostanti, con strombature molto semplici, che incidono il grande intradosso tramite unghie ortogonali all'asse principale. Il presbiterio è pure coperto da altra botte ovviamente più piccola e più bassa, tanto però da rimanere contenuta nella sporgenza sentita dal cosiddetto arco di trionfo o arco sacro. Di conseguenza l'abside si copre a catino circolare stante il tracciato semicircolare della pianta".


E ancora V. Volta fa da guida alla visita della chiesa. A partire dal fondo, da destra verso il presbiterio incontra l'altare del Crocifisso in pietra del 1910 con una bella pala secentesca raffigurante la Risurrezione che il Panazza assegna alla cerchia di Tommaso Bona; la tela reca nel lato inferiore un piccolo affresco del '400 raffigurante il Crocifisso con ai lati la B. Vergine e S. Giovanni Evangelista e risulta strappata da un'edicola che si trovava in un edificio della "contrada". Segue l'altare del Suffragio con una pala settecentesca attribuita ad Antonio Dusi, raffigurante la Sacra Famiglia e le anime del Purgatorio raccolta in una bella cornice barocca a colonne tortili e l'altare con un bellissimo paliotto in marmo intarsiato del '700, trasportato da don Merlini a fare da altare maggiore al posto di quello demolito. Segue l'altare della B.V. del Rosario con la ricordata ancona di Rizzardo e Antonio Carboni del 1743. Bellissimo anche il paliotto del 1719 di ignoto scultore. L'altare maggiore è dominato dalla grande pala del pittore bergamasco Giuseppe Riva. Scendendo nella navata destra accanto al presbiterio si incontra l'altare del SS. Sacramento con la ricordata ancona scolpita da Rizzardo e Antonio Carboni nel 1722, dorata dal Tellaroli nel 1731, e adorno della pala di Sante Cattaneo raffigurante l'Ultima Cena del 1795. Segue al centro della navata l'altare di S. Carlo e di S. Antonio in piacevole costruzione barocca; contiene sul piano del ciborio il reliquiario della Parrocchiale. L'ancona riprende il lessico architettonico e decorativo della bottega di Gasparo Bianchi, esclusi i due angeli con palmetta seduti sui medaglioni laterali intagliati e dipinti da mano estranea. Il dipinto sostituisce analoga esercitazione pittorica più scadente sistemata sulla scaletta della sacrestia. Il parapetto in marmo dell'altare risulta essere opera del tagliapietra Carlo Pizzoli di Rezzato del 1755. Segue l'ultimo altare, vicino al battistero e di S. Giuseppe del 1910 con la pala dipinta dal Riva di Bergamo, raffigurante la morte di S. Giuseppe, e che sostituisce l'altare fatto eseguire nel 1743 dalla figlia di Gasparo Bianchi per disposizione testamentaria. La chiesa era ricca di arredi e paramenti. Fra essi spicca una croce processionale di rame dorato attribuita al secolo XV. Porta da un lato del mezzo Gesù Crocifisso e sotto i suoi piedi la Madonna. A destra di Lui la Madonna, a sinistra S. Giovanni e sopra il suo capo il pellicano; dall'altro lato nel mezzo il Padre Eterno Benedicente; sotto di Lui un figura di angelo e sul capo il leone alato tenente il Vangelo, che non è nella solita positura del Leone di S. Marco, bensì obliqua in banda. Le figure dei bracci della Croce da questo lato sono mancanti. La chiesa aveva inoltre ostensori (uno di Giuseppe Cresseri del 1779) baldacchini (Giuseppe Borghetti ne eseguì uno nel 1800), lampade (come quella di Gerolamo Quadri del 1728), ecc.


MADONNA DELLO SPASIMO. Devoto santuario che sorge su un dossello, lungo la vecchia strada per Pralboino, un tempo appena a mezzogiorno delle ultime case del paese ed ora fagocitato dall'espansione urbanistica; conserva intatta la sua struttura originaria a capanna affacciata con un rustico pronao all'incrocio di tre strade: forse il vero motivo che ne determinò l'ubicazione e conserva, anche ai nostri giorni, la devozione che i pavonesi gli riservano da secoli. Battista Gatti di Pralboino nel 1947 testimoniava come in tempi poco lontani "quel luogo sacro era tenuto nella più grande venerazione fra tutti i fedeli dei paesi vicini. Non era raro il fatto di vedere, con il sorgere della bella stagione (così raccontano i nostri vecchi superstiti), allo spuntare dei primi raggi del sole, grandi file di fedeli di tutti i paesi, recarsi processionalmente a confidare le loro pene, a chiedere conforto, sollievo ed invocare l'aiuto della Madonna dello Spasimo". Non è dato sapere quando sia stata costruita. La leggenda popolare vuole che, in tempi calamitosi, in una sua apparizione, la Vergine avrebbe espresso il desiderio di una chiesetta dedicata al dolore, indicando il luogo, ma che i costruttori, che avevano progettato l'edificio a pochi metri dal luogo dell'apparizione, si vedevano distrutto nella notte il lavoro fatto durante il giorno. La costruzione allora riprese nel punto esatto dell'apparizione. Così la chiesa fu edificata. Si può presumere che ciò sia avvenuto nei primi decenni del '500 dato che gli annali del Franchi registrano, sotto la data 8 aprile 1567, che avendo Antonio Mainetti disposto con testamento che "dalli figlioli ed eredi fosse fabbricato un oratorio sopra la strada pubblica nel luogo di Strade Tre con ornamenti e pitture rappresentanti le immagini di S. Antonio, S. Luca e S. Rocco e sotto il titolo di S. Maria", il nipote suo Giovanni Maria (qd. Francesco qd. Antonio) affinché l'oratorio avesse "continua e durevole devozione" e il necessario mantenimento, rinunciava a tutti i diritti sul fondo in cui era stato edificato. Venne chiamato della Madonna dello Spasimo, perchè l'altare è dominato da un bell'affresco che raffigura la Madonna in deliquio, sostenuta dalle tre Marie con ai lati S. Giovanni evangelista e S. Rocco. Titolo peraltro suffragato dal fatto che il santuario fu nel 1630 lazzaretto degli appestati e nel 1855 dei colerosi.


La volontà testamentaria del Mainetti suscitò tuttavia vivaci contrasti. Gli annali del Franchi sotto la data 17 febbraio 1582 registrano la "terminazione" degli arbitri eletti per dirimere la contesa sorta fra il Comune di Pavone e il rettore parroco di Pavone circa la custodia dell'oratorio della Madonna dello Spasimo e le sue elemosine. L'arbitrato aveva la sua sanzione in un decreto del vicario vescovile in data 2 agosto 1601 che riconosceva alla comunità di Pavone il diritto di patronato sul santuario con l'obbligo però di dargli una forma decente e di usare allo scopo anche le elemosine raccoltevi. Dal 1601 al 1603 il comune di Pavone si affrettava ad edificare "novamente" il santuario per cui il vicario vescovile il 6 dicembre 1603 concedeva la licenza di farvi celebrare la S. Messa. Il Comune di Pavone a confermare la sua autorità sul santuario volle far apporre sull'architrave del peristilio un'epigrafe su pietra che dice perentoriamente "Comunitatis Pavoni". Non solo, ma la volle anche abbellire, commissionando il 24 marzo 1610 all'intagliatore G.B. Lancino una nuova ancona e al marangone Giovanni Fantone il telaio del pallio mentre il quadro in essa contenuto venne eseguito da uno sconosciuto G.B. Calabrese. L'immagine poi nel 1611 venne coperta con un cristallo comperato a Venezia. Nel giugno 1611 veniva commissionata a mastro Francesco Argenteri la costruzione della torre. Nel 1613 al pittore Vincenzo Bonomi di Brescia venivano commissionati gli affreschi dell'abside e ai lati dell'altare raffiguranti Gesù che cade sotto la Croce e Gesù deposto nel sepolcro e, in seguito, forse anche quelli della controfacciata di cui esistono ancora dei frammenti di rilevante interesse. Il Ferrari avanza l'ipotesi di interventi del Romanino "dipinta mentr'eravi Arciprete un suo fratello (Lorenzo)" ipotesi fondata su affermazioni del Guerrini (Cittadino di Brescia, 14 luglio 1925). Della stessa convinzione S.S. Paolo VI che li raccomandò ad un pavonese ricevuto in visita. Nel 1700 l'altare venne arricchito di un pallio in marmo intarsiato. Nel 1981 il parroco don Merlini provvedeva a nuovi restauri, durante i quali vennero alla luce brani di begli affreschi, fra i quali un S. Paolo di ottima fattura di cui si ignora la sorte. Notevoli gli ex voto sfuggiti a recenti catalogazioni dei quali alcuni portano date del 1662, 1669, 1678, 1737.


ORATORIO DI S. ROCCO. Santuario costruito dal Comune probabilmente nel 1513-1514 come voto della peste del 1474 o del 1511 su licenza del Vicario Generale della diocesi di Brescia il 3 luglio 1511, per le suppliche del Comune "et homini di Pavone" con il consenso del Parroco. Concedeva di costruire una chiesa "sia capella ad onore del gloriosissimo Martire (sic) S. Rocco" e dava la facoltà al parroco di benedire la prima pietra e "di poter eleggere un sacerdote perchè vi celebrasse la messa". Sappiamo anche dell'esistenza nel 1537 di una Confraternita ivi sorta. Se riteniamo verosimile l'ex voto del bambino che si vede sulla parete della chiesa, questa, scrive il Volta, si presenta con un semplice frontespizio a capanna, un portale a tutto sesto sormontato da un rosone circolare, incorniciato da laterizi decorati secondo la moda delle vicine terre cremonesi. A conferma di ciò secondo il Panazza "mostra sul fianco finestre laterizie ad arco inflesso, di fattura perfettamente simile a quella che si osserva ad Asola". Appena finita, le pareti laterali vennero coperte da begli affreschi, a partire da una Madonna con Bambino fatta fare per voto da Teodoro Codagnelli nel 1512, cui ne seguirono altri negli anni 1516, 1518 e poi ancora nel 1524, 1531 ecc. raffiguranti l'Annunciazione, la Madonna adorante il Bambino, detta anche della finestra, la Madonna in trono con Santi, S. Giovanni apostolo a Patmos, e ancora S. Rocco solo. Singolare l'ex voto con un bambino con uno scenario nel quale il Volta è portato a individuare le chiese di Pavone. Diversi i votanti (oltre il Codagnelli) fra cui Pecino Pavoncelli, il terziario Francesco de Vincentis, Alessandro de Pegotis ecc. In coro domina una bella Madonna in trono col Bambino affiancata dai santi Rocco e Sebastiano. Nel 1909 durante i restauri venne alla luce sulla parete del coro un altro affresco raffigurante la Madonna in trono col Bambino con ai fianchi S. Rocco e S. Sebastiano. La scena è contornata da lesene con fregi su fondo rosso e sul gradino del trono si legge: "Qui X R M (Christum) bene sit (scit) satis est plurima nesit (nescit) Hoc est nesire sine XRO plurima sire". Il conte Teodoro Lechi, che fu tra i primi ad esaminare il dipinto ha scritto: "La corretta modellatura del testo, il disegno spigliato ed evidente delle pieghe nei panneggiamenti, fanno di questa pittura un esemplare non spregevole della fine del '400, e senza esitazione si può dichiararla la migliore di quante ornano la chiesetta; cosicché sembra lecita la attribuzione di questa immagine a pennello che fu più abile e precedette di alcuni anni l'altro che lavorò nel piccolo tempio. Tale ipotesi è suffragata dal fatto che una appunto delle pitture che si trovano sulle pareti laterali della chiesa ed ha minor merito della precedente, rappresenta quasi l'identica scena espressa anche nei particolari in assai somigliante modo ed è attigua ad altra della stessa mano che porta la data del 1516". Veramente belli ed interessanti gli affreschi, meritevoli di conservazione, che una tradizione attribuisce al Romanino, che in quegli anni praticava Pralboino, ma che sembrano invece di scuola foppesca come conferma l'affresco del coro che riecheggia in modo singolare il noto stendardo di Orzinuovi. Il santuario di S. Rocco è rimasto ancor oggi al centro di una viva devozione e addirittura della vera sagra del paese che si celebra in due giornate la domenica (S. Roch) e il lunedi (S. Ruchì) seguenti il ferragosto con fiera, giostre, pesca di beneficenza, gare, spettacoli e ultimamente, manifestazioni di madonnari. Tipico piatto almeno fino a qualche tempo fa era "polenta e osei".


MADONNA DELLE CAMPAGNE. Santella che sorge sulla strada per Gottolengo e prende il nome dai terreni della zona, sabbiosi e asciutti fino alla realizzazione del Vaso Vedetti-Campagnole; è oggetto di particolare devozione fin dal secolo XVII. Il tempietto che non aveva altare, ma solo una devota immagine, riscuoteva viva devozione e le offerte erano così abbondanti che un decreto vescovile dirottava queste al compimento della nuova chiesa parrocchiale.


Ora in parrocchia oltre alla Madonna dello Spasimo e S. Rocco esiste una capace chiesetta, ricavata dai Salesiani nella casa della famiglia Manfredi, nel complesso dell'Oratorio maschile, dedicata a Maria Ausiliatrice. Scomparsa è invece la disciplina di S. Lorenzo che nel sec. XVI si presentava (a dar retta ad un ex voto esistente in S. Rocco) a differenza delle altre due chiese di S. Rocco e della Madonna dello Spasimo, a facciata rettangolare e con cornicione balaustrato. Purtroppo scrive il Volta "nulla di più sappiamo di questa - chiesa della contrada - che doveva risalire a tempi molto più remoti, forse anteriori alla cura benedettina. Il titolo laurentiano infatti potrebbe far pensare addirittura ai primi tempi della organizzazione territoriale della nuova religione nelle nostre campagne". Da chiesa probabilmente diaconale della pieve di Corvione nel sec. XVI ospitò i disciplini, che vestivano di bianco, e che nel 1610 erano ridotti a 12. Come ha sottolineato il Volta, della chiesa "rimangono alcune tracce significative, quali il crocifisso inserito nell'altare della Resurrezione nella Parrocchiale ed una buona tela della seconda metà del Cinquecento, appesa in sacrestia (ammesso che sia ancora l'autentica e non una copia) rappresentante la Vergine, S. Rocco e S. Lorenzo in abito diaconale con la graticola in mano".


ECONOMIA. Dai terreni alti e, una volta asciutti, dei Ferbicchi (Fervico) e delle Motelle a N e le Campagne a S e le bassure specie lungo il Mella, per secoli è stato un continuo lavoro di abbassamento e livellamento del terreno, con migliaia di carretti di sabbia per l'edilizia trasportati a Brescia, altrettanti di argilla avviati alle fornaci della zona e altri di ghiaia per formare e mantenere le massicciate delle strade comunali e provinciali. Frumento, foraggi in modo particolare, panico, orzo e anche viti oltre che boschi, furono da sempre le risorse economiche di Pavone e che bonifiche benedettine, e quelle che ad esse seguirono, potenziarono. Il Catastico del Da Lezze del 1610 presenta una situazione realistica. Infatti esso registra circa 3.000 piò di terra ed i più fertili valgono 200 scudi (al piò), gli altri inferiormente. Ve ne sono però molti magri e di mediocre bontà ed assai selvaggi (bradi). Dalla campagna si cava «tanto forment et vino et che supplisse d'avantaggio per la terra seminandosi quantità di lini». Esistevano 50 paia di buoi, 30 cavalli e 30 carri e carrette. L'agricoltura ha avuto un vero e proprio rilancio negli ultimi decenni dell'800 e nei primi del '900 che videro una intensa e si può dire definitiva bonifica del territorio con relativo sfruttamento e ciò grazie a imprenditori e tecnici, capaci e tenaci, che non risparmiarono fatiche, soldi ed accorgimenti (come l'impianto dei cannoni grandinifughi nel 1900). Da ricordare l'impegno dei conti Bettoni per incrementare l'allevamento del baco da seta, con la piantagione di migliaia di gelsi e l'intensificazione della coltura del lino. Determinante l'impianto di sollevamento delle acque del Mella realizzato all'inizio degli anni '30 che, con quello del Consorzio Martinoni di Cigole, è tra gli impianti più importanti della provincia. Da un grande invaso, compiuto con diga, solleva 1.200 litri di acqua al secondo, con una prevalenza di 14 metri, ad integrazione delle acque della fossa S. Giovanna, a servizio di più di mille ettari.


Un nuovo balzo fu costituito nel 1932 dal canale Vedetti-Campagnole compiuto da un gruppo di agricoltori di Pavone e Gottolengo che rese irrigui tutti i terreni delle Campagne. L'irrigazione estesa a tutto il territorio agricolo ha permesso un forte incremento dell'allevamento del bestiame. L'ultimo censimento dell'agricoltura registra a Pavone 45 aziende dedite all'allevamento di 3.926 bovini, di cui 614 vacche da latte; 13.719 suini allevati in 28 aziende e 439.229 polli distribuiti in 52 aziende. Un carico rilevantissimo se rapportato alla limitata estensione del territorio, tanto da presentare problemi per lo smaltimento dei liquami. Alla impossibilità di aumentare gli allevamenti alcuni agricoltori hanno risposto ricercando altre attività come Angelo Baronchelli che ha cercato nella floricoltura un nuovo sbocco imprenditoriale. Alquanto ridotte fino a qualche decennio fa le attività artigianali che negli anni '30 si riducevano ad alcune pasticcerie (fra cui la Bulgari Fratelli e la Bulgari Angelo, che avevano aperto i laboratori nel 1880 ma che poi si svilupperanno nel II dopoguerra), i Guerreschi (da generazioni assidui frequentatori di fiere), tre fornerie, tre falegnamerie e i primi tentativi di costruzione di giocattoli e bambole di Bulgari Luigi (Bigio) poi ripresa e sviluppata da Pierino Migliorati. Grave danno subì Pavone dalla chiusura dell'Unione Bancaria Nazionale (1932) che a Pavone aveva un importante sportello. Il congelamento di tutti i risparmi ivi depositati, restituiti poi a piccoli acconti in vari anni, incise profondamente nell'economia di Pavone che dovrà attendere nove anni (1941) per avere ancora uno sportello bancario C.A.B. al quale, nel 1994, si aggiungerà quello di tesoreria della Cassa Padana.


Ma il vero sviluppo industriale si avrà dagli anni '50, nella convinzione che per arrestare l'emigrazione, ridimensionare il fenomeno dei pendolari con la città e far riprendere lo sviluppo del paese, non vi fosse altra strada che quella di promuovere lo sviluppo delle attività artigianali esistenti e favorire, a costo anche di gravi sacrifici, l'insediamento di attività industriali. Il 16 luglio 1950 veniva inaugurato il primo capannone della ditta Migliorati Bambole cui ne seguiranno altri fino alla costituzione di un vasto complesso nel quale troveranno lavoro fino ad un massimo di 430 addetti. Negli stessi anni vengono intraprese iniziative nei più svariati settori: piccoli maglifici, calzaturifici, officine meccaniche, la Lux Peltro (costruzione oggetti vari in peltro) la Melotte, filiale italiana per impianti di mungitura, mentre la forte richiesta di nuove abitazioni provoca la nascita di numerose iniziative nel settore edile. Nel 1982 saranno censite 64 aziende con 648 addetti. Ernesto Maifrini, il fondatore delle Fonderie Officine Maifrini di Brescia, che non ha mai dimenticato la sua origine pavonese, si adoprerà per aiutare il sindaco Filippo Parola nella ricerca di industrie disposte ad insediarsi in paese. Infatti lo stabilimento di Pressofusione Maifrini-Rovetta sarà il primo risultato di questa collaborazione e darà inizio alla edificazione dei nuovi complessi industriali in via Brescia. Al suo fianco nel '69 su un'area di 70.000 mq. messi a disposizione dal Comune s'insedierà la Rovetta Presse che ora dispone di 12.000 mq. coperti, conta 180 dipendenti e alimenta un indotto di poco inferiore. La sua produzione è quasi interamente volta alla esportazione per servire clienti come la Renault, la Peugeot, la Scania, la Fiat e da due anni anche la Repubblica Cinese.


I discendenti dell'antica Dolciaria Bulgari si adeguano ai tempi e danno inizio nel 1964 alla edificazione del nuovo stabilimento con la costruzione di un primo capannone di 1.000 mq. occupando 10 persone. Nel 1972 si costruisce il secondo capannone per la produzione del "negretto" e del "negrettino" che affiancati alla tradizionale attività di produzione di fragole di zucchero, figurine natalizie di Babbo Natale, cavallini, richiederà la costruzione di un terzo capannone di 2.000 mq. e l'installazione di macchinari d'avanguardia. Nell'89 avviene la divisione tra i due fratelli Agostino e Mario separando i diversi settori in cui ormai è articolata l'azienda: Agostino si dedica ad un nuovo prodotto dolciario il "marshmallows" che trova facile collocamento sui mercati di tutta Europa, negli Stati Uniti ed in Argentina; mentre la dolciaria Bulgari Mario si suddivide nella Bulgari Mario e C. e Bulgari Chocolate per la produzione di uova di pasqua, panettoni, colombe e confezioni natalizie; Bulgari Brothers per il settore commerciale. Sempre in via Brescia nel 1977 viene costruita la O.F.P.M. di Losio Angelo e Pietro, fonderia in conchiglia di metalli non ferrosi, dispone di 250 mq. coperti con 17 addetti. La Alpress, attività di pressofusione, si insedia in via Gottolengo nel 1976 su un'area di 11.000 mq. di cui 3.000 coperti con 18 dipendenti. La ditta Bresciani Mario, lucidatura e laccatura mobili; la CIMA, arredi bagno; la Tecnotre, settore meccanico, telai di biciclette; la Electronic Car, autoradio e antifurto; la Fabbrica Artigiana Salotti; la Dog and Cat, alimenti per piccoli animali; la F.B.S., costruzione stampi; la Nuova Fusart soc. coop., produzione oggetti in peltro, danno il quadro dei più svariati settori di attività in cui è impegnata la popolazione di Pavone che fa registrare un totale di n. 220 ditte iscritte a ruolo 1995 per l' I.C.I.A.P. (Imposta Comunale Industria Arti e Professioni).


SINDACI E PODESTÀ dalla I guerra: Antonio Passirani (1916); Antonio Manfredi (1919); Edoardo Galasi (1920: commissario e poi sindaco); Bortolo Guerrini (1923: commissario e poi sindaco); Antonio Passirani (1926 podestà); Gaspare Galasi (1931 podestà); Luigi Gastaldi (1934: commissario e poi podestà); Giuseppe Manfredi (1936: commissario e podestà); Bortolo Olivetti (1942: commissario e podestà); Alberto Lamonti (1945: sindaco del CLN).


SINDACI: Fausto Parola (1946); Filippo Parola (1956); Pietro Bulgari (1961); Valentino Volta (1962); Giovanni Manenti (1963): Gabriele Manenti (1970); Filippo Parola (1975); Gabriele Manenti (1982); Francesco Filippini (1985); Ferdinando Belotti (1987); Enrico Parola (1990); Maria Teresa Morandi (1995).