PARTITO Nazionale Fascista

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PARTITO Nazionale Fascista (P.N.F.)

Fondato a Roma il 7 novembre 1921, fu la trasformazione in Partito dei Fasci di Combattimento, a loro volta fondati a Milano il 23 marzo 1919, come continuazione dei "Fasci degli interventisti e degli intervenuti" promossi da Benito Mussolini alla fine del 1918. La culla del fascio a Brescia fu il circolo studentesco anticlericale "Roberto Ardigò" e il primo a mettersi in contatto da Brescia, nel dicembre 1918, con Mussolini fu Alessandro Melchiori, corrispondente del "Popolo d'Italia". Lo stesso Melchiori fu il primo a Brescia ad aderire all'idea di costituire i "Fasci Italiani di Combattimento" e al convegno del 23 marzo successivo alla costituzione del primo fascio di combattimento, quello milanese, a lui, assieme a quattro o cinque studenti del circolo Ardigò, si deve la costituzione, l'8 aprile 1919, del Fascio Bresciano. I fascisti bresciani e specialmente Innocente e Clemente Dugnani, Mario Spotti, Vitali, Gino Braga, Asvero Gravelli, Galli, Filippo Vignelli, fecero la loro comparsa in una manifestazione "pro Fiume" il 25 aprile e in ripetute manifestazioni, specie studentesche e combattentistiche. L' 1 giugno Melchiori rappresentava Brescia al I congresso dei Fasci della Lombardia. Al fascismo bresciano come al fascismo in genere diede apporto lo spirito nazionalistico dell'impresa fiumana, alla quale parteciparono più di ottanta bresciani. Nonostante ripetute manifestazioni e l'attivismo del Melchiori, il Fascio ebbe per tutto il 1919 inizi e sviluppi incerti ed una organizzazione quasi inconsistente, raccogliendo adesioni isolate, oltre che in città, anche a Desenzano, Lonato, Orzinuovi e Verolanuova. Non mancarono subito contestazioni e dissensi interni. Nè grande successo ebbe il tentativo di unirsi alle altre forze combattentistiche e interventistiche per le elezioni del novembre 1919. Nel frattempo fascisti bresciani si allenavano in squadre d'azione anche fuori provincia. Durante il 1920 il Fascio bresciano ebbe rilevante sviluppo. Una certa animata presenza fu dovuta alla "Avanguardia studentesca" che si propagò anche in provincia in quella che fu in Italia la prima Federazione Provinciale delle Avanguardie Giovanili Fasciste. Il fascismo bresciano, che trovò la prima sede in una sala del Caffè Maffio, in corso Zanardelli, incominciò a svilupparsi nel settembre 1920, grazie alla presenza sempre più attiva di Augusto Turati e del nuovo direttorio provvisorio costituito da Melchiori, Pier Alfonso Vecchia, Ignazio Battaglia, Luigi Rubagotti, Tullio Taccolini e l'ing. Scamoni, segretario amministrativo. Per le elezioni amministrative, dalle quali il Fascio si astiene, Turati e Alfredo Giarratana pubblicano un giornaletto dal titolo "La Riscossa". Alla fine del 1920 il Fascio conta duecento iscritti. La loro animosità si manifesta il 30 gennaio con la prima spedizione a Vigasio e a Isola della Scala nel Veronese, mentre la diffusione del movimento è indicata da una nutrita partecipazione di fascisti bresciani al III congresso dei Fasci lombardi a Milano, il 20 febbraio. Oltre a quelli della città, furono presenti delegati di Chiari, Desenzano, Flero, Gambara, Ghedi, Lumezzane S. Sebastiano (dove si distinse l'industriale Basilio Gnutti dichiarato "ferito ed invalido per la causa fascista"), Lonato, Montichiari, Manerbio, Pozzolengo, Pisogne, Rivoltella, Sirmione, Seniga, Salò e di altre località. Turati viene eletto membro per Brescia del Comitato regionale. Un nuovo passo avanti venne compiuto con l'uscita, il 2 aprile 1921, del primo numero di "Fiamma" e con l'apertura in via Porcellaga della sede, trasferita poi all'Albergo Italia, in corso Zanardelli. Si susseguirono comizi, spedizioni, adunate e gravi scontri specie in provincia. Le elezioni politiche del 1921 videro i fascisti presenti nel Blocco Nazionale e Turati soccombente, per pochi voti, nei confronti del liberale on. Ducos. In compenso il fascismo resistendo agli scioperi ad oltranza nelle campagne bresciane, andava scardinando leghe rosse e anche bianche e andava prendendo piede come elemento di ordine, sia pure a volte violento, ma ritenuto soltanto energico nei disordini e scioperi anche politici che si ripetevano in continuità. Il 26 giugno 1921, con l'inaugurazione del gagliardetto del Fascio repubblicano, ebbe luogo il congresso provinciale nel quale venne deliberata la costituzione della Federazione Provinciale Fascista, con la nomina di delegati mandamentali. Il 7 novembre 1921 al Terzo Congresso dei Fasci tenutosi all'Augusteo a Roma, nasceva il Partito Nazionale Fascista. Il P.N.F. è già, alla fine del 1921, fra i più organizzati della provincia assorbendo, oltre che ex combattenti, piccoli borghesi, artigiani, contadini, proprietari terrieri, fra i quali molti i giovani al di sotto dei 21 anni. L' 11 febbraio 1922 il congresso provinciale, cui segue il 15 marzo un convegno straordinario dei Fasci della provincia, registra nuovi e sempre più accelerati sviluppi. Il fascismo si radica sempre più in provincia specie in occasione dello sciopero agrario del maggio 1922, mentre il 7 giugno costituisce una propria Federazione sindacale bresciana, che si accompagna al Sindacato Agricoltori fondato nell'autunno 1921. Il partito rafforza la sua presenza attraverso la stampa e una certa attività culturale e si affida alla direzione del prof. Arturo Pompeati, che tuttavia viene osteggiato dagli elementi più oltranzisti che lo costringono a lasciare Brescia. Nella primavera-estate 1922 il Fascismo sfonda nella Bassa specie orientale, organizzando un suo sindacato degli agricoltori (nel quale si distinse fra i primi per capacità organizzativa Silvio Taglietti) e conquistando anche schiere di avventizi. Ora non solo gli studenti e gli ex combattenti, ma sempre più ampi ceti si orientano verso un partito che assicura pace sociale anche attraverso metodi energici che l'estremismo socialista e comunista sembrano giustificare. Le squadre d'azione sono sempre più presenti, sia contro socialisti che contro popolari. La mobilitazione fascista in occasione della marcia su Roma vede l'occupazione di Palazzo S. Paolo, sede delle organizzazioni cattoliche, e della casa del popolo. Anche nei mesi che seguono la marcia su Roma il P.N.F. non assume sempre configurazioni e iniziative proprie ma si confonde con i partiti moderato e, specialmente, democratico-zanardelliano, tanto che nelle elezioni politiche del 1924, a parte vivaci polemiche specialmente legate alla formazione della lista comune, fra fascisti e liberali funziona un accordo che, salvo la crisi subentrata ai delitto Matteotti, andrà rassodandosi sempre più e, superata la grave crisi cosiddetta "revisionistica", porterà nel settembre 1923 alla nomina di Turati a capo del P.N.F. bresciano. Al congresso del 10 dicembre 1923 la Federazione Provinciale contava 110 comuni, 188 fasci, 18 mila tesserati. I sindacati allineavano 18 mila tesserati dei quali paganti 13.550, la legione della milizia denunciava 2 mila uomini. Ma nel marzo 1924 i fasci erano saliti a 253, con 17024 tesserati (di cui 1290 avanguardisti, 2650 balilla). Gli iscritti al sindacato erano 27976 (dei quali 12500 lavoratori dei campi, 3670 metallurgici, 4201 tessili). La stessa continua conquista delle maggioranze amministrative che proseguì dal 1923 al 1925 specie nei paesi della Provincia, fu dovuta ad alleanze con partiti e a scelte più a livello di prefettura che a strategie del partito. Ma fu soprattutto merito di Turati l'articolazione della presenza del Partito in settori culturali (Istituto di cultura, Ateneo ecc.), assistenziali (Opera Nazionale Maternità e Infanzia), del tempo libero (Opera Nazionale Dopolavoro), dello Sport. Organigramma che Turati trasferirà sul piano nazionale. Sempre più perfetta diventava l'organizzazione del Partito in associazioni di categoria, gruppi nazionali ecc. e nella Milizia fascista. Tuttavia il P.N.F. locale, come quello nazionale, formatisi dal coagulo eterogeneo di elementi piccolo borghesi, provenienti da diverse esperienze (trincee, scuola, uffici, ecc) accettarono a fatica il confronto e l'incontro con le forze in campo da lungo tempo, restando in sè divisi e sviluppandosi attraverso frequenti epurazioni. La forza del Partito fu offerta soprattutto dal cedimento dei partiti tradizionali, specialmente liberali mentre il P.N.F. rimase minato all'interno, come scriveva il prefetto di Brescia nel marzo 1923, "da continui gravi dissidi derivanti da ambizioni, gelosie, odi che indeboliscono il partito e ne vietano legittimi progressi specialmente in città", nonostante la nuova linfa apportata con la fusione dell'Associazione nazionalista italiana. Grazie a questo apporto il partito andò, nello stesso tempo, qualificandosi sempre più a vantaggio della media e piccola borghesia nel settore politico, della media borghesia nel settore "economico-amministrativo" e dell'alta borghesia in quello "culturale e assistenziale", mentre il ricambio del personale politico, all'interno delle varie istituzioni, si intensificò specialmente con il recupero di coloro che avevano già svolto attività politica ed amministrativa surrogando il personale che il P.N.F. non era in grado esprimere integralmente. E il caso di Carlo Bonardi, zanardelliano di lunga tradizione che venne accettato con difficoltà e a lungo osteggiato dalla vecchia guardia. Mentre il delitto Matteotti mette in crisi le alleanze e determina il rinvio delle elezioni amministrative del luglio 1924 in città, il P.N.F. è diviso sia sul piano politico che su quello sindacale indebolendosi specialmente in città. Non potendo prendersela con Turati ormai in forte ascesa anche sul piano regionale e nazionale, il Partito si divide su quello provinciale con una sempre più determinata contrapposizione fra i fascisti della provincia, ora con personalità come quelle dell'ing. Alfredo Giarratana (passato poi con competenza al campo tecnico dell'energia elettrica e del petrolio), sostenitore di Turati, e dell'avv. Enrico Bozzi. Nel contempo si va squagliando il gruppo di intellettuali arrivati al fascismo dal liberalismo e dal nazionalismo, fra i quali il prof. Pompeati che dopo essere stato segretario politico dovette lasciare Brescia per Venezia; entrano nel partito i Legionari fiumani pur conservando una loro identità aristocratica dannunziana. Solo gradualmente e pienamente nel 1926 con la sua assunzione alla segreteria nazionale del Partito, Turati, oltre che bloccare ogni dissidio interno, riuscirà a garantire una sempre più articolata struttura del partito in ogni sua espressione ed organo. Fedele a Turati è Innocente Dugnani che assume la carica di federale nel dicembre 1926. Il partito è turatiano e tale rimane anche quando nel settembre 1930 Turati lascia la segreteria del P.N.F. assumendo la direzione del quotidiano torinese "La Stampa". L'ossatura sociale del partito è sempre più data dalla piccola borghesia che acquista ruoli importanti nei settori culturale ed assistenziale, mentre per garantire agli occhi di tutti un consenso più ampio e rassicurante designa a podestà e preside della provincia dell'alta borghesia, i personaggi nel settore economico-amministrativo della media e alta borghesia: a guida della città viene nominato l'ing. Pietro Calzoni, a quella della Provincia l'avv. Giorgio Porro-Savoldi. Il periodo turatiano vede la costruzione di un partito organizzato monoliticamente in tutte le sue branche, dai figli della lupa alle massaie rurali, affrontando specie per i settori giovanili dei balilla e della gioventù del littorio la forte resistenza del vescovo mons. Gaggia, del clero e dell'Azione cattolica che si ricompone definitivamente nel 1930 con l'assegnazione di cappellani fra i quali don Bugatti. Tuttavia il P.N.F. bresciano continuò a mediare e a integrarsi con la società. Infatti le indicazioni o scelte delle candidature al senato non pescarono del tutto nel Partito. Vennero infatti scelti per il Senato il non ancora conte Giovanni Treccani degli Alfieri (18 settembre 1924), il magistrato Silvio Longhi e il filosofo Bernardino Varisco (22 dicembre 1928), mentre alla Camera dei Deputati vennero nominati l'avv. Carlo Bonardi (31 gennaio 1929), l'avv. Livio Tovini (2 marzo 1929), il generale conte Giovanni Gerolamo Romei Longhena (16 novembre 1933) e il magistrato Orazio Butturini. Più "politiche" ma non del tutto le indicazioni dei deputati in Turati, Giarratana, Giovanni Gorio, Italo Bonardi, Giorgio Porro Savoldi, Dante Gibertini, Gino Domeneghini, Luigi Begnotti; mentre Enrico Bozzi rifiutò la candidatura. Esiliato nel 1931 Turati a Rodi, il partito entrò a Brescia in una profonda crisi di cui fece le spese lo stesso Mussolini in occasione della sua visita a Brescia per l'inaugurazione di piazza della Vittoria e che continuò anche in seguito senza con ciò compromettere il predominio del partito. Le consultazioni elettorali del 1934, ultime in periodo fascista, diedero 175.996 consensi su 176.175 votanti e confermarono alla Camera gli on. Begnotti, Bonardi, Giarratana, Gibertini e Gorio. Trasformatasi la Camera dei deputati in Camera dei fasci e delle Corporazioni vi entrarono a far parte, oltre a federali succedutisi dal 1939 al 1943, Begnotti, Bonardi, Giarratana, Gorio in rappresentanza rispettivamente delle corporazioni dei costruttori edili, della carta e stampa, delle industrie estrattive e tessili,. Ma la crisi sempre presente nel Partito portò nel settembre 1933 alle dimissioni del Dugnani e alla sua successione con Vicari già federale a Parma. Alla designazione seguì un ricambio delle dirigenze amministrative ed economiche. Nel marzo 1933 il podestà Pietro Calzoni veniva sostituito con il conte Fausto Lechi, nomina che voleva giustificare una moderazione pacificatrice di fronte all'opinione pubblica e specie alle classi dominanti. Ma l'operazione non riuscì del tutto, le polemiche e le inquietudini interne al partito continuarono tanto da richiedere, nell'aprile 1935, un nuovo passaggio di consegne. Vicari nell'aprile 1935 venne infatti sostituito dal giovane Gianni Comini che non aveva particolari rapporti con l'ambiente locale, data la sua età (28 anni), la sua formazione nel G.U.F. e nelle organizzazioni giovanili di diverse città, il successo conseguito ai turni di preparazione politica di servizio in tre federazioni e la sua estraneità ai dissidi e rancori all'interno del Partito. Resterà in carica cinque anni e la durata stessa del mandato indica la sua abilità nel contenere e controllare le lacerazioni interne e la sua apertura di rapporti con la società civile, imprenditoriale ed ecclesiastica. La forza di mobilitazione del Partito diviene evidente non solo sul piano sindacale (si sa come lo stesso P.C.I. fu costretto a scendere a patti con i "fratelli in camicia nera") ma anche su quello della presenza nella società che si manifestò nell'oblazione dell'oro alla patria e nella mobilitazione volontaria nelle guerre d'Etiopia e di Spagna. In quella di Etiopia i caduti in combattimento superarono il centinaio meritando tre medaglie d'oro (al ten. col. Arturo Mercanti, vecchio pioniere dell'automobilismo e dell'aviazione, al cap. co: Amadeo Thesauro de Rege di Donato, nato a Brescia da famiglia vercellese, e al centurione Romolo Galassi), 11 medaglie d'argento, 24 di bronzo e 2 croci di guerra. Gianni Comini ebbe una promozione per meriti eccezionali su proposte del generale Romei Longhena e del generale Maravigna. Tre medaglie d'oro vennero concesse anche durante la guerra di Spagna al ten. Faustino Beccalossi, al ten. Mario Cenzi e a Giuseppe Marini. Il rinnovamento della classe dirigenziale del partito che raggiunge perfino il 70 per cento si sviluppò soprattutto in senso moderato e di mediazione senza esasperazione. Nel 1937 il conte Lechi viene sostituito, perché considerato lontano dal partito, in qualità di podestà di Brescia, da Piero Bersi, persona assennata e superiore alle parti, già da tempo Ispettore Federale di Zona. Il recupero di aderenti della prima ora serve ad acquietare gli elementi più spinti come a ciò servono certo i toni accesi del "Popolo di Brescia" diretto dal 1948 da Yvon de Begnac, biografo ufficiale di Mussolini, del quale, complice la madre, si vantava di essere figlio naturale. Come è stato sottolineato, "Comini tiene conto di titoli squadristici e combattentistici, ma li subordina alla competenza, al perbenismo e al prestigio sociale, che sembrano gli elementi necessari per la fondazione di un governo stabile e duraturo". Ciò porta anche ad un'amministrazione avveduta della città, che vede l'avvio di grandi opere (galleria del Castello, cavalcavia a S, nuovo ospedale civile, nuovo piano regolatore) ed al contempo alla salvaguardia di opere assistenziali e di beneficenza come la Congrega Apostolica salvata dal duo Lechi - Comini dall'essere assorbita dall'Ente Comunale Assistenza (E.C.A). La legislatura razzistica, la minaccia della guerra, rifiutata dalla stragrande maggioranza della popolazione fedelmente segnalata dal Federale al Duce consigliano il Partito ad un giro di vite verso un ritorno alla fascistizzazione il più possibile stretta. Infatti nel giugno 1940, Comini lascia il posto di federale di Brescia ad Antonio Valli, che non manca di denunciare Brescia come una "Provincia già improntata ad accentuato spirito borghese e al quietismo, tenuta non già dal partito ma dal prepotere di alcuni industriali eminenti e dal clero (...). Consiglieri nazionali, dirigenti, varie organizzazioni ed enti pubblici sono nella maggioranza esponenti di sole forze economiche o strumenti di tali esponenti, che nessun altro requisito hanno, politico o morale, se non quello della potenza finanziaria e della provenienza equivoca, fra il massone, il liberale e il clericale, sempre o quasi escluso il requisito fascista e combattentistico". Ma il Partito deve ormai giocare quasi soltanto un suo ruolo di guardia e di controllo sulle necessità imposte dalla guerra nei più vari settori (dalla carta annonaria alla contraerea) così da essere sempre più ritenuto come il responsabile della guerra, accusato di corruzione, e zimbello di barzellette e di lazzi, per cui quando il 25 luglio 1943, nonostante che abbia dato giovani vite e sacrifici, crollerà e si scioglierà senza episodi di rilievo di resistenza, vedrà vaste manifestazioni di popolo plaudente alla sua fine e alla defenestrazione di Mussolini.