PALLATA, Torre

PALLATA, Torre

È una delle più singolari costruzioni bresciane antiche e anche se non è fra le più alte della città (la sopravanzano la cupola del Duomo, la Torre del popolo, la lanterna del Cimitero ecc.), essa offre un suggestivo sguardo sulla città. Alta dal basamento m. 31.10, di pianta quadrata (10.60 m. per lato), insorge, come ha scritto Gaetano Panazza, da un poderoso basamento a scarpata formato di grandissimi conci di botticino a bugne regolari, alcuni dei quali provenienti da edifici romani. Il basamento termina con un grosso cordone aggettato sopra il quale si innalzano le pareti della torre a conci più piccoli di medolo con bugne rustiche, e disposti in corsi perfettamente orizzontali. Ma ciò che dà un carattere quasi goticizzante alla costruzione e ne testimonia l'età, sono i quattro contrafforti agli spigoli che la animano insieme ai beccatelli profilati che sorreggono il barbacane, in cotto, posteriore però (1478-1481). È l'unica torre, ha scritto ancora il Panazza, "che si stacchi dal tipo tradizionale delle torri bresciane". «Le nervature delle volte a crocera, scrive il Panazza, poggiano su grossi conci di pietra negli angoli. Nel primo ripiano si apre, per ogni lato, una larga finestra rettangolare, ma con varie gradinature; verso l'interno terminano con un arco scemo in cotto. Nel secondo ripiano, sui vari lati, si aprono feritoie con fortissima strombatura interna liscia. Inoltre nel lato N vi è una porta oggi ridotta a finestra; al suo livello, verso l'esterno, sporgono dei mensoloni che dovevano sorreggere qualche passerella che univa la torre agli edifici vicini. Le volte dei due ripiani sono in cotto; in cotto è pure la torretta» ridotta a torre campanaria. Sotto di essa si apre una cappelletta affrescata in azzurro con motivi floreali.


Sebbene qualcuno circa il nome abbia fatto riferimento a Pallade, divinità greca corrispondente a Minerva, nessun dubbio che si riferisca invece ad una palificazione per contenere argini franosi lungo corsi d'acqua, in questo caso del fossato "veder" (vecchio) poi detto Dragone. Palada è termine dell'infimo medioevo usato altrove come a Treviso. Del resto a Brescia già nel 1194, pochi anni appresso la costruzione della nuova cinta muraria che passava lungo via Pace si imponeva ad un privato, con casa adiacente alla nuova porta di S. Giovanni e quindi alla futura torre, di costruire a sue spese una 'Palatam, ossia una siepe'. Il Da Lezze nel 1609 non avrà dubbi a scrivere della Torre «che da pali ivi fatti è detta La Palata». Se nessuno dubita che il nome di Pallata derivi da "palizzata" si può presumere che tale denominazione si riferisca a difese erette a ridosso o a poca distanza dalla cinta delle mura cittadine e più precisamente della nuova porta milanese in una zona acquitrinosa e fangosa come indicano i nomi di Bassiche, Campibassi, del laghetto, delle mose, tutti riferiti ad una depressione ancora oggi avvertibile. Come ha scritto Paolo Guerrini: «per dare una base sicura alla nuova torre di difesa militare si è dovuto fare una profonda e solida palizzata, proporzionata in profondità e solidità alla mole imponente dell'edificio, al quale è rimasto fino da allora il nome che gli ha dato il popolo, tor de la palada, e che il popolo seppe conservargli sempre con quel tenace attaccamento che è caratteristico del suo spirito conservatore». Sebbene Camillo Maggi in una sua storia di Brescia, rimasta manoscritta, la faccia risalire ai tempi di Attila il suo nome viene ricordato la prima volta (domorum pallate) nel 1239 per indicare un gruppo di case nei pressi di tali palizzate. Il fatto che in una scultura murata nella torre figuri una testina e sotto un fiore esagonale si legga in lettere romane la data 1253 e che nel 1284 nel Liber Potheris si legga 'portam et pontem sancti Iohannis sive pallate' ha fatto pensare che la costruzione della torre sia avvenuta in questi anni anche se il Panazza ebbe a sottolineare come sia "curiosa la mancanza di ogni notizia relativa a questa grandiosa costruzione che per l'esame stilistico è da collocare verso la fine del XIII secolo. Curiosa anche l'erezione di così imponente torre sulla cerchia ormai inutilizzata delle mura che in quel tempo vennero portate più ad O, a meno che non si sia voluto creare una seconda difesa in quel punto e a meno che già in quell'epoca la cassa del comune, come fu poi più tardi, non fosse alla Pallata".


Nella facciata che guarda verso sera è murata una pietra che con una rozza scultura schiettamente arcaica, rappresenta, secondo quanto dice la stessa iscrizione, "St Apollonius Eps", Sant'Apollonio vescovo. La figura del vescovo con la mitra in capo e col bastone pastorale in mano ricorda molto quella dello stesso santo molto rude e del sec. XIII, posta in Duomo vecchio e quella che appare nelle antiche monete di argento della zecca di Brescia coniate intorno alla fine del sec. XII. Altra scultura, meno rozza (pare l'immagine d'un santo), sporge da un masso murato nel lato di tramontana. Vi è stato chi, come lo scultore Giovanni Farini (1893), ha ravvisato in grossissimi massi di pietra viva, squadrati "ridotti da una forma ad un'altra" assieme ad architravi, cornici fregi, zoccoli, elementi che sarebbero qui emigrati "da antiche fabbriche romane", come è avvenuto per la torre di Ercole ed altri monumenti. Il Farini attesta che "alcuni elegantissimi brani di fregio vennero tolti nella prima metà del sec. XIX dagli illustri concittadini Vantini e Labus e trasportati al patrio Museo allora nascente. Si vollero quei frammenti, sottolinea il Farini, membri derivati dal caduto tempio vespasiano, ma le discrepanze di misura e la tinta della forma loro, non merita aggiudicarli alla singolare tela architettonica del precipitato tempio». Il Liber Potheris nel 1284 (dic. CCXXVI) ricorda la «portam et pontem sancti Johannis sive palate».


Una delle prime destinazioni sembra sia stata quella di conservarvi le riserve monetarie del comune, mentre più tardi vi vennero collocate le prigioni delle donne. Nelle vicinanze della torre avrebbero avuto abitazione i Maggi sottolineando come negli Statuti comunali del 1313 si trova espressamente notato che a mezzodì del ponte a Porta S. Giovanni abitava la detta famiglia: "a meridia parte pontis Sancti Joannis"; e altrove: "ad pontem et portam Sancti Joannis sive Palatae". L'abitazione sembra che fosse conterminata a mattina dalla tresanda de Madiis, come lo proverebbe un istromento del 2 maggio 1313, con cui due figlie di Maffeo Maggi, nipoti del vescovo Berardo, vendevano una casa posta in tal luogo. Nel 1486 nei suoi pressi venne costruita la casa della macina comunale. Intorno alla Pallata, tra il corso oggi Garibaldi, le attuali via Pace e via Battaglie aprirono in particolare le loro botteghe i farmacisti, salvo alcuni che operavano presso S. Faustino e presso S. Alessandro. La torre venne arricchita da una fontana, che vien fatta risalire al 1243 e riedificata nel 1596, e da un orologio risalente al 1461.


Dal 1476 al 1481 la torre fu restaurata; a tal proposito il Sanuto, nel 1483 scriveva: «Et è una torre di pietre di marmoro, zoè di monte, non troppo alta, arenta la porta di S. Zuanne, dicta di la Pallà; in capo era le mura dià, ma poi sgrandita fu la terra; et è al basso una fontana fata del 1243» con l'aggiunta della torretta con cupola arricchita da due campane rifuse nel sec. XVIII. Più precisamente la maggiore nel 1715 e porta i nomi del pretore Bernardo Cornelio, dell'abate Andrea Durante, di Mario Alberghino, di Cesare Averoldo e Curzio Martinengo, Deputati insieme ai sindaci Orazio Gallino, Giovanni Foresto e Vincenzo Garbello con la raffigurazione di una bella Madonna e di un Crocifisso. La minore porta la data aprile 1797 con inciso essa pure un Crocifisso. Le campane venivano suonate a percussione nelle cerimonie civili e anche in alcune feste religiose, come nel triduo della Madonna del Carmine, detta delle Brine (Domenica in Albis e due giorni seguenti) e nella festa della Madonna delle Grazie (8 settembre).


La torre e dintorni furono al centro di cure e di progetti urbanistici. Nel 1887 all'epoca del primo piano di risanamento, venne avanzato il progetto di isolare la torre con l'abbattimento delle case circostanti, e la creazione di una piazzetta con al centro la torre stessa. L'idea venne ripresa nel 1914 dagli ingegneri Tullo e Giuliano Massarani che avanzarono anche la proposta di una "traversa" che avrebbe dovuto raggiungere il centro della città nella zona dell'attuale piazza Vittoria; progetto ripreso dai partecipanti al concorso del piano urbanistico di Brescia del 1927 e dall'estensore della soluzione conclusiva dell'arch. Marcello Piacentini nel 1929 e riconfermato ancora nel Piano regolatore del 1954. Nel frattempo operazioni di restauro vennero eseguite nel 1938 e più recentemente specie sulla fontana. La torre ha registrato avvenimenti importanti, tristi e lieti. Nel medioevo era con porta S. Giovanni il punto di partenza della corsa delle donne di malaffare che terminava a S. Giacomo al Mella che si teneva la vigilia della festa dell'Assunta, già ricordata nel 1273 e abolita nel 1494. Nel 1421 venne presidiata con le altre rocche e le porte. Sulla Pallata Barnabò Visconti fece scolpire il Biscione visconteo e il 17 marzo 1426 i congiurati bresciani che volevano liberare la città dalla signoria milanese costrinsero il governatore visconteo, Aldrado Lampugnano, ad inalberarvi lo stendardo veneto dando il via all'insurrezione. Nel 1497 in occasione dei festeggiamenti in onore della regina di Cipro Caterina Cornaro vi venne eretta una fontana dalla quale sgorgava vino. Nel 1510 i francesi vi dispiegarono le loro insegne. Nel 1512 la torre, adibita a custodia del tesoro della città, cadde, durante il terribile sacco di Brescia, nelle mani nemiche. Nel 1517 a pochi metri dalla Pallata il nob. Filippo Sala accoltellò a morte l'umanista Carlo Valguglio, noto per essere stato tra l'altro segretario di Cesare Borgia. Una croce con scolpita la data 1538 ricordava su un marciapiede l'uccisione, da parte di Carlo Averoldi, di Giulio Martinengo della Pallata. Nei pressi vennero allestiti nel 1595 su disegno del Bagnadore, del Bona e del Marone, e sotto la guida di Pubblio Fontana, archi trionfali, obelischi, piramidi per accogliere il nuovo vescovo, il card. Gian Francesco Morosini di ritorno da una missione in Francia. Il 31 marzo 1805 vi venne elevato un palco in occasione della proclamazione di Napoleone I a re d'Italia. Decisa con Provvisione del 19 marzo 1461 venne costruita sulla fronte occidentale una "raza" cioè un orologio a raggiera, dal cremonese Antonio Bernardo. Il 30 ottobre 1500 venne affidato alle cure e alla manutenzione del figlio del fu Tommaso de Pesaroli. Nel 1520 il Consiglio Comunale li sostituiva di nuovo con il leone di S. Marco assieme all'orologio. Nello stesso anno veniva collocata la campana. Dell'orologio aveva cura, nel 1543 quel Paolo Gennari da Rezzato al quale veniva affidato dal Consiglio generale l'orologio di piazza della Loggia. La cosiddetta "raza", o raggiera, dell'orologio venne dipinta nel 1575 dal pittore Cristoforo Rosa, come si legge nella deliberazione del 5 settembre di quell'anno, con la quale il Comune affidava al Rosa quel lavoro, ora scomparso e sostituito più tardi da un orologio moderno.