PADERNELLO

PADERNELLO (in dial. Padernèl)

Piccola borgata, tra Borgo S. Giacomo e S. Paolo, a m. 71 s.l.m.; a 36 Km da Brescia. Dal 1927 è frazione di Borgo S. Giacomo. Nel 1505 Paternellum. Vi si scoperse un cippo sepolcrale con epigrafe e potrebbe trattarsi di Padernel, come diminutivo di Paderen: Paderno.


ABITANTI (nomignolo "I sa farà" i vers de Padernell): 300 (da comunione) nel 1565; 500 nel 1610 (30 famiglie); 953 nel 1857; 900 nel 1969; 120 nel 1980; 85 nel 1989; 40 nel 1993. Il territorio era ricoperto da una vegetazione lussureggiante di boschi e prati. Nonostante il degrado, insistentemente denunciato a partire dagli anni '60, nel 1986 un censimento floristico condotto da Costanza Zucchi ed Eugenio Zanotti rilevava la presenza di ben 56 famiglie, 112 generi, 145 specie (di cui 6 protette, rarissime, 10 rare, 9 non comuni). Da parte sua Pierandrea Brichetti indicava nell'avifaunistica del bosco una funzione quasi ormai unica e nel territorio un insostituibile polo di attrazione per molte specie di uccelli arboricoli sia stanziali che di sosta. Il territorio, probabilmente incominciò ad essere popolato in epoca preistorica, come rivelano i ritrovamenti nelle località circostanti. In una delle prime centuriazioni romane, entrò a far parte, con un territorio abbastanza vasto (50 kmq) dei confini cremonesi; di questo fu ritrovata traccia in un'iscrizione a Pedergnaga (v.). Dopo qualche decennio in epoca augustea, ritornò nell'ambito del territorio bresciano, i cui confini vennero di nuovo e definitivamente fissati dall'Oglio. Per questi fatti gli studiosi hanno riscontrate sul territorio tracce di centuriazione cremonese miste a quelle di centuriazione bresciana. Di questa Padernello costituiva il limes quarantottesimo del Cardine a EO di Brescia, parallelo al limes trentacinquesimo del Decumano nord-sud di Pedergnaga Oriano. Nel terreno all'angolo della chiesa ed usata come paracarro nel 1908 venne scoperta un'epigrafe latina purtroppo illeggibile. Epigrafe oggi conservata nel palazzo di Brera in Milano e precisamente nella sezione adibita a biblioteca detta la "Braidense". Come ha scritto Paolo Guerrini il paese ha preso il nome da un piccolo fondo dell'eredità paterna di un ricco signore o di una ricca famiglia, che potrebbe essere quella dei Petronii che hanno dato il nome alla vicina Pedergnaga (Petroniaca). Dato che il diritto romano considerava il patrimonio familiare composto di due elementi, la parte proveniente dalla eredità paterna, fundus paternus, e la parte proveniente dall'eredità materna, fundus maternus, Padernello dovrebbe indicare un fondo ereditato dal padre e perciò il diminutivo di Paterno (v. Paderno). Azzanello è il diminutivo di Azzano, Milzanello il diminutivo di Milzano, e Quinzanello il diminutivo di Quinzano. Durante l'occupazione longobarda e franca, il fondo passò ad un funzionario o comandante di truppe fino a quando non entrò fra i possedimenti delle potente famiglia dei Martinengo investita dal vescovo conte della difesa della pianura bresciana e bergamasca oltre che dei punti chiave della Valcamonica lungo l'Oglio. Del territorio i Martinengo erano già proprietari da parecchio tempo quando nel 1127 Goizone Martinengo, in burrascosi tempi di lotte politiche, costituiva nei suoi possedimenti un piccolo monastero femminile, dedicato a S. Vigilio vescovo di Trento, nella località Macerata, e vi costituiva il cimitero della sua famiglia, perché le monache benedettine pregassero per i suoi defunti. I Martinengo andarono poi acquistando con investitura di beni e di decime sempre più potenza tanto da costituire a Padernello assieme a Oriano, Pedergnaga, Castelletto di Quinzano d'Oglio, ecc., una specie di enclave o una specie di piccolo stato autonomo sul quale rivendicare diritti e privilegi (di mero e misto impero) pressochè assoluti. Tali diritti ottennero riconoscimenti dal duca di Milano che in data 24 ottobre 1381 esentava Padernello ed altri territori da taglie, tasse, dazi, fodri, gabelle, condizioni e oneri reali personali e misti in una quantità di prodotti. Una terra privilegiata perciò (per i Martinengo, certo, non per la povera popolazione) ed esente da ogni (o quasi) contribuzione o tassa. Accanto ai Martinengo, forse per successioni ereditarie ebbero possedimenti e diritti feudali anche i Sala, altra potente famiglia bresciana, che però con transazione del 24 settembre 1391 cedette i propri beni ai Martinengo e più precisamente a Prevosto III e ai suoi fratelli Antonio e Gerardo. Nel 1421 (con riconferma nel 1429) nella divisione dei beni fra i Martinengo, Padernello venne assegnato ad Antonio I q. Giovanni Francesco, q. Prevosto III, che fu il capostipite del ramo detto di Padernello della Fabbrica (v. Martinengo di Padernello o della Fabbrica). Nonostante interventi limitativi, essi conservarono sul territorio poteri quasi assoluti ed anche di vita e di morte e non è lontana dalla verità la voce popolare secondo la quale signori di Padernello esponessero pubblicamente, fino alla consumazione, i corpi degli impiccati. Del resto per due secoli circa i Martinengo di Padernello si segnalarono per contese e sfide, tragiche vendette, delitti e bandi tanto da far scrivere a Paolo Guerrini «fosche tragedie di delinquenze sanguinose e di depravazioni morali, che segnano «nigro lapillo», la storia del casato».


Sperduto nella campagna lontano da ogni via di comunicazione di una certa importanza il nome compare raramente nei frequenti avvenimenti militari della zona. Sappiamo dal Codagli, storico di Orzinuovi, che Giorgio Zanucca per vendicarsi dell'ostilità e dei bandi del duca di Milano, riuscì a strappare Padernello allo Sforza per restituirlo a Venezia. Ciò che premette ai Martinengo fu la rivendicazione dei privilegi, contrastati sempre più dalla Repubblica Veneta che già il 25 gennaio 1453, imponeva per Padernello come per Oriano, Motella e Ripalta un tributo di trecento lire venete. Ricorsi a nuove esenzioni e conferme di tributi si susseguirono negli anni che seguirono con accordi e provvedimenti come quello del I dicembre 1427 e del I febbraio 1612, con il quale, riconosciuti gli amplissimi privilegi, Padernello doveva pagare alla repubblica «grosso some 74, minuto 572, vino carra 90, lino pesi 200». Nonostante gli oneri e le limitazioni i Martinengo costruirono nel '400 il castello-dimora opera di Bernardino Martinengo q. Antonio, uomo d'armi e architetto. Padernello e particolarmente il castello furono teatro di leggende come quella della donna bianca raccontata di recente da G.M. Andrico, faide fra le famiglie nobili. Sulla fine del sec. XVI la popolazione fu spettatrice dei contrasti fra i Martinengo del luogo ed i Martinengo Cesaresco. Il conte Gerolamo Martinengo nel giugno 1599 rimpatriato dopo essere stato bandito fu aggredito mentre attraversava l'Oglio a Bordolano su un barcone, costretto poi ad essere confinato nel castello di Padernello. Un'idea di ciò che era la piccola corte di Padernello di questo Gerolamo, ai tempi di quand'era ancora scapolo con due sorelle, si può avere dai dati forniti dal Lechi. Nel 1570 egli aveva in casa 28 dipendenti e cioè «lo mastro di casa» (con 134 lire annue di stipendio), «lo mastro di stalla» (100), «lo credenzero» (60), «lo coco» (60), «lo dispensator e comprator» (60), «lo strucero» (50), «lo staffiero» (50), «lo mulatero» (50), «sei servitori» (30), «lo hortolano e canevaro» (30), tre ragazzi e un guattero, due famiglie per la stalla. Poi due donne da governo, due donzelle e due massare. Vi erano dodici cavalli e due muli, cani e sparvieri. Costruito il castello e sistemate altre proprietà, fra le quali il palazzo in Brescia, i Martinengo di Padernello denunciavano nella polizza d'estimo del 1537 circa 800 piò di beni esenti di Padernello, con case per massari e fittabili e venti casette per braccianti; a Gabbiano (oggi Borgo S. Giacomo) godevano i dazi, il molino e la rendita di alcune rogge; poi non esenti avevano Collebeato con 90 piò di bosco e Farfengo con 60 piò. Quando, con ostentazione clamorosa, il conte Gerolamo nel luglio 1600 tornò nel territorio bresciano Padernello fu sul piede di guerra per alcuni mesi, fino ad un accordo avvenuto grazie alla mediazione dei rettori delle città. La povera popolazione nel novembre 1644 venne nuovamente coinvolta nelle liti insorte fra Pietro Antonio da Padernello e Cesare Martinengo, contro la terra di Orzivecchi che per fortuna non sfociò in fatti gravi. A ribadire il potere dispotico e per mettersi al riparo degli interventi delle autorità nel 1681 Pietro Antonio Martinengo chiedeva per Padernello e Motella l'investitura della giurisdizione con mero e misto imperio, quale era stata ceduta da Regina della Scala a Prevosto Martinengo nel 1380. Portata questa causa a Venezia ed essendo stata discussa il 25 maggio 1684 vinsero le ragioni della città. Venne stabilito che fossero tolte le esenzioni per quei beni dei Martinengo non compresi negli antichi titoli feudali della famiglia; che in Castelletto, Motella e Padernello la giurisdizione fosse riservata ai rettori e ai giudici della città, secondo gli statuti e i privilegi di questa; che le esenzioni pei beni dei Martinengo in Castelletto, Motella e Padernello si riferissero ai soli beni d'antico titolo feudale; che le operazioni relative all'esecuzione dei tre punti sopra detti venissero affidate ai rettori di Brescia, ai quali sarebbe stato possibile recarsi sul posto per i necessari accertamenti. Una prima sentenza, emanata nello stesso 25 maggio del 1684, accoglieva la terza richiesta della città; una seconda, del 10 settembre 1685, stabiliva che la giurisdizione in Castelletto, Motella e Padernello spettava ai rettori ed ai giudici di Brescia, conforme alla seconda richiesta; il giudizio sugli altri due punti venne il 10 dicembre 1685 demandato ai rettori, i quali il 13 maggio 1687 sentenziarono che i beni dei Martinengo esistenti fuori della località e del territorio di Urago non s'intendessero soggetti a diritti feudali, come non compresi nella vendita fatta da Regina della Scala a Prevosto Martinengo nel 1380, ed il 27 ottobre dello stesso 1687 fissarono i beni feudali di Urago nella misura di 776 piò, dichiarando il resto «di ragion libera et allodiale» e perciò obbligato a concorrere a tutte le taglie e gravezze della città e territorio. In data 5 aprile 1688, infine, vennero stabiliti i beni feudali di Padernello in piò 236,25, quelli della Motella in piò 111,50 e quelli del Castelletto in piò 428. I segni di secoli di dispotismo sono evidenti nella denuncia che nel 1797 un membro del Governo provvisorio faceva sulla condizione dei braccianti del luogo vittime di "estrema miseria e sotto un'oppressione terribile".


Questa secolare storia di contrasti e vendette venne in parte riscattata da Bartolomeo Martinengo (m. il 13 febbraio 1775) il quale contribuì in maniera determinante alla ricostruzione come si dirà della chiesa parrocchiale di Padernello, mentre il fratello Girolamo Silvio VIII (senatore veneto, governatore in Polesine, podestà di Crema ecc.) profuse largamente i suoi beni in rilevanti opere pubbliche e culturali , decorazione del salone della Loggia, della grande sala dell'Accademia degli Erranti (oggi ridotto del Grande), la fabbrica del Duomo e molte altre. Il nipote suo ed omonimo, risultante il più ricco dell'ex territorio veneto, fu anche un grande benefattore. Con la morte di Girolamo Silvio IV (21 luglio 1833) i beni di Padernello con tutti gli altri immensi ed esistenti sia in provincia che nella città di Brescia passarono al cugino Alessandro Molin q. Ignazio Alvise, figlio di una sorella di sua madre. Alla sua morte (13 giugno 1838) furono ereditati dalle due sorelle del Molin, Maria, sposa del conte Panciera di Zoppola, e Alba, sposa del nob. Pietro Salvadego q. Agostino. Nella divisione avvenuta il 6 luglio 1861 Padernello ed altri beni vennero assegnati ai Salvadego.


Nonostante l'evoluzione avutasi con l'Unità nazionale i "conti" dominarono almeno fino alla I guerra mondiale la vita politica ed amministrativa del borgo oltre che quella economica. Basta rilevare come nelle elezioni provinciali del luglio 1905 il conte Salvadego ottenne in Padernello 59 voti contro i 3 dello zanardelliano Carlo Gorio (vice presidente della Camera dei deputati) e i 17 del moderato Ambrogio Vertua. Per paternalismo, o per animo benefico e per iniziativa democratica non mancarono anche a Padernello i segni del progresso come la scuola elementare, ed una sia pur rudimentale vita amministrativa. Sembra che Padernello, per iniziativa dei conti, abbia goduto, prima della città stessa, dell'illuminazione elettrica attraverso lo sfruttamento della energia idraulica fornita dal mulino di Farfengo. La I guerra mondiale segnò il sacrificio di giovani vite alle quali l'8 ottobre 1921 venne dedicato il monumento per i caduti di guerra inaugurato alla presenza dell'on. Marziale Ducos. Il dopoguerra segnò anche la riscossa della popolazione contadina che mentre imponeva al piccolo comune una maggioranza socialista, nel 1922 si organizzava più in scioperi ed in manifestazioni di protesta fra le quali imponente fu quella del 5 maggio 1922 quando migliaia di contadini della zona marciarono su Padernello, diretti ad Orzinuovi, fermati da un contingente di carabinieri su due camion al comando del tenente di Verolanuova. Per risollevare le sorti della poverissima popolazione locale il parroco, don Carlo Algisi, fondò un piccolo calzificio che venne però presto osteggiato dal fascismo locale. Lo stesso don Algisi fu poi (nel marzo 1923) perseguitato e minacciato dai fascisti. Ben presto la mobilitazione proletaria scatenò la reazione fascista e il 5 novembre 1922, con il pretesto che nella notte precedente era stata strappata una bandiera dal municipio, immersa in una pozzanghera ed appesa ad un albero, i fascisti dai paesi vicini obbligarono alle dimissioni la giunta socialista. Il fascismo dopo pochi anni tolse a Padernello ogni autonomia amministrativa. Con R. Decreto del 27 novembre 1927 il piccolo comune con quelli di Acqualunga e Farfengo venne aggregato al comune di Borgo S. Giacomo. Poche opere segnarono la vita del piccolo borgo negli anni seguenti, fra le quali, nel dicembre 1934, l'allargamento della strada Paderno-Farfengo. Nel 1942 grazie al parroco don Staurengo venne fondato l'asilo.


Il secondo dopoguerra fu segnato da nuove lotte contadine e da gravi difficoltà economico-sociali che si allentarono solo verso la fine degli anni Cinquanta quando l'esodo dalle campagne sembrò segnare il declino del borgo accompagnato al degrado del castello sempre meno frequentato, delle abitazioni e delle campagne. Si successero anni di progressivo abbandono che sembrò segnare la fine di Padernello. Solo a distanza di anni, per far fronte al continuo e rapido degrado e in seguito alle continue insistenze, il 16 luglio 1974 l'Amministrazione comunale affidava all'arch. Bulla il progetto di un piano di edilizia economico-popolare sul territorio di Padernello. In base alla legge n. 167 del 1962 il piano fu adottato dal consiglio comunale il 16 maggio 1980 ma venne rimandato nel tempo. Intanto i crolli, come quello avvenuto il 4 gennaio 1981, di un fabbricato che ostruì l'intera strada centrale, non servirono ad affrettare gli interventi necessari. L'isolamento favorì anche nel 1993 ricettazioni ed occultamenti che ebbero vasta eco sull'opinione pubblica. Insistente e generoso fu l'impegno che venne profuso da un gruppo di persone del luogo e dei dintorni, capeggiato da Gian Mario Andrico, per la salvaguardia del patrimonio naturalistico con esposti al Wwf, interventi del sindaco e ricorsi al ministero (1986-1988). Da parte sua la poca popolazione rimasta nel 1989 ricavava in un locale della parrocchia un ambulatorio dopo che quello esistente era stato chiuso nel 1965. Grazie alle istanze e alla collaborazione fra il comune e privati (i conti Lanfranco ed Enrico Salvadego) parte del bosco nel 1991 si poteva considerare salvata. Analogo impegno da parte dei conti Salvadego e di un gruppo di volontari venne posto dal 1991 nella salvaguardia e nel restauro del castello dopo dieci anni di completo abbandono. Appoggio all'impresa diedero anche lo scrittore Paolo Volponi e l'associazione Italia Nostra. Nel luglio 1991 nasceva, presidente il conte Lanfranco Salvadego, l'Associazione Amici del Castello, costituita il 23 aprile 1992 da alcuni abitanti del luogo sotto la guida di G.M. Andrico, che profuse inesauribili energie nel restauro del castello stesso iniziato il 7 novembre 1992 e nel 1993/94 dell'antica osteria o Posteria "l'Aquila rossa" (sec. XV?), sede dell'associazione stessa. Nel frattempo manifestazioni ippiche e folcloristiche (con intervento della stessa RAI), furono approntate per sensibilizzare l'opinione pubblica. Nel novembre 1992 veniva affrontato il restauro dei tetti, che, nonostante crolli ed imprevisti, venne condotto a termine. La rinascita di Padernello fa sì che in ottobre, per la festa in onore della Madonna, ritornino sempre più gli abitanti che lo abbandonarono per fuggire alla condanna della povertà.


ECCLESIASTICAMENTE Padernello appartenne alla pieve di Oriano nel cui ambito sorse la piccola chiesa il cui titolo di S. Maria di Valverde è stato tradizionalmente riferito al santuario di Valverde di Rezzato, ma che potrebbe invece legarsi al toponimo del luogo "Vailis" (Valle), cui data la lussureggiante natura, è stato forse aggiunto l'aggettivo "verde". Una contrada "Vallis" assieme a quelle "S. Villii" (S. Vigilio) compare assieme a quella "de Motellis" in un atto del 20 giugno 1451 che traccia un "designamentum bonorum" della chiesa affidata al sacerdote Bartolomeo de Roveliis di Orzivecchi beneficiale eletto da Antonio Martinengo. Nella prima metà del sec. XIII delle decime di Padernello con quelle di tutta la pieve di Oriano veniva investito un Ardiccio o Ardizzone di Scarpizzolo, arciprete di Palazzolo, che Paolo Guerrini ipotizza essere un Martinengo del ramo di Scarpizzolo. Padernello acquistò ecclesiasticamente importanza quando, con Farfengo, ebbe nel 1532 il sostegno economico di un consistente beneficio costituito dai Martinengo e del quale godette in commenda assieme a quelli di Farfengo e Gabbiano il non ancora ventenne Ascanio Martinengo di Padernello q. Antonio, residente per lo più a Venezia. Per il fatto che dei tre benefici fu titolare Ascanio Martinengo, si ritenne che a Padernello risiedesse un arciprete che elevò a pieve la chiesa, titolo invece spettante ad Oriano. Nel 1564 Ascanio rinunciava ai tre benefici in favore di Girolamo Martinengo riservandosene però i diritti fino alla morte. Il vescovo Bollani nel 1565 in occasione della visita pastorale costituiva in Padernello la sede di una Vicaria foranea, che comprendeva, oltre Padernello, le parrocchie di Gabbiano, Mottella, Acqualunga, Quinzano, Cremezzano e Gerolanuova. Nonostante fosse affidata ad un sostituto gli atti della visita pastorale registrano una comunità di cristiani che si confessano e che "bene sentiunt de fide" dove si fa dottrina anche ai bambini, dove non si verificano scandali e si tengono beni i libri canonici. Don Manenti è un bravo e stimato sacerdote. In parrocchia esiste la confraternita del S.S. Sacramento nonostante che le anime da comunione siano solo 300. Pochi e quasi trascurabili furono i provvedimenti vescovili. Lo stesso vescovo Bollani raccolse a Padernello le solite informazioni. La parrocchia era retta da un don Manenti di Gabiano, ma il beneficio era posseduto, come alcuni altri dei dintorni, da don Pompilio Martinengo. Il Manenti riferì al Vescovo che la sua chiesa di S. Maria in Val Verde (festa 8 settembre) era Pieve, perchè i due parroci di Farfengo e di Gabbiano (Borgo S. Giacomo) dovevano intervenire a Padernello il sabato santo ad assistere alle funzioni della vigilia pasquale e per ritirare gli olii santi e l'acqua crismale per il loro battistero. La preminenza di Padernello sulle parrocchie circonvicine non durò a lungo. Già nel 1602 l'arciprete si sentiva in dovere di promuovere un contenzioso contro il parroco di Farfengo, Giovan Battista Cristoni il quale si rifiutava di riconoscerlo come superiore. Il vicario generale della diocesi, mons. G.B. Averoldi il 7 febbraio 1602 demandava all'arciprete di Quinzano d'Oglio la soluzione del contrasto. Via via i Martinengo perdettero il diritto di patronato divenendo di "libera collazione". Alla fine del sec. XVII i Martinengo avanzarono nuove pretese per cui il beneficio rimase dal 1689 al 1708 vacante, e la parrocchia venne affidata a vicari economi, fino a quando i Martinengo perdettero la causa. Ma ancora nel 1791 si ravviverà una controversia fra il vescovo di Brescia e i conti Martinengo, circa l'elezione dei parroci nei loro feudi. L'indebolirsi del potere dei conti e l'abolizione del loro diritto di scelta dei parroci portò benefici alla comunità parrocchiale. Particolarmente sotto il parrocchiato di don Carlo Algisi la vita comunitaria riprese vigore come indica il lento svilupparsi di associazioni cattoliche, anche di carattere economico-sociale come la Società per l'assicurazione sul bestiame nel 1836 e solenni feste come quelle venticinquennali in onore del S.S. Redentore, predicazioni straordinarie, elevarono il tono religioso della parrocchia. Fra i segni più, eloquenti fu l'erezione l'11 dicembre 1921 della Congregazione (con 20 uomini e 30 donne) del terzo Ordine Francescano ancora attivo nel dopoguerra. Anche la chiesa andava abbellendosi. Nell'aprile 1910 veniva adornata in occasione delle Quarantore di damaschi confezionati dalla Tessitoria dell'Istituto Artigianelli di Brescia. Un nuovo rilancio della parrocchia si ebbe con il parrocchiato di don Carlo Staurenghi; a pochi mesi dal suo ingresso nel giugno 1940 egli programmò come voto per la guerra il restauro della chiesa, con il sostegno del conte Filippo Salvadego Molin e della consorte Olga Ducos, affidando gli affreschi a Vittorio Trainini e le decorazioni a Carlo Imperatori di Oriano e a Giacomo Prandelli di Dello. Presto eseguiti vennero ultimati nel giugno 1941 ed inaugurati nel 1942. Nel marzo 1942 venivano poste le nuove campane fuse dalla ditta Ottolina di Seregno ma presto tolte nel 1943. Nel 1943 lo stesso don Staurenghi provvedeva alla sistemazione dell'altare del S. Cuore sul quale veniva posta una riproduzione su tela della statua dello scultore Pogliaghi di Milano. Numerose opere si susseguirono, fino a quando con lo spopolamento del paese negli anni Cinquanta, anche la vita parrocchiale andò affievolendosi sempre più.


CHIESA PARROCCHIALE. Poche o nessuna notizia abbiamo della chiesa parrocchiale. Al tempo della visita pastorale del vescovo Bollani (1565) era consacrata, aveva due altari laterali di cui uno dedicato a S. Rocco e l'altro a S. Giovanni Battista. Ma nel 1579 parte della chiesa e il campanile rovinavano, rimanendo in stato miserevole per quattro anni fino a quando, nel 1583 circa, il "reservatorio" cioè il titolare della parrocchia il nobile Pomponio Martinengo riedificò la chiesa e il campanile. Il Da Lezze nel 1610 registrava la chiesa di S. Maria «picciola officiata da un Rev. do prete con beneficio di 300 scudi, che si tragono da piò di terra». Verso la metà del sec. XVIII venne edificata la chiesa attuale. Ne fu promotore il conte Bartolomeo Martinengo al quale una iscrizione dà questa testimonianza: "A Dio ottimo e massimo - questo tempio distrutto dalle intemperie - venne riparato dalle fondamenta - e ricostruito nella sua forma attuale col denaro proprio del co. Bartolomeo Martinengo A.D. 1740". La ricostruzione venne iniziata ad anni di distanza e conclusa a quanto sembra nel 1795. Un'altra iscrizione incisa in una lapide collocata nel pavimento in cotto della chiesa attesta: Bartolomeo Martinengo illustrissimo uomo - educato fin dall'infanzia a grandi cose verso Dio e la religione - caritatevole di miti costumi e di grande ingegno fornito - visse 86 anni - mesi 6 giorni 15 - morì a Brescia nel febbraio 1775 - per testamento volle che il suo corpo fosse tumulato in questo tempio che aveva incominciato a ricostruire - il figlio Silvio nell'anno 1804 devoto al padre benefattore questa tomba curò ed adornò -. Va ora ricordato che nelle settecentesche strutture architettoniche della nuova chiesa è inglobata (e perfettamente conservata) l'antica torre campanaria del Cinquecento che non fu, a suo tempo, demolita. Per le sue antiche scale oggi si accede all'organo. A Padernello mentre collocava il nuovo organo, il 14 giugno 1821, moriva improvvisamente l'organaro Giovanni Bossi. Venne sepolto nel cimitero con una iscrizione significativa. Il vecchio campanile venne sostituito nel 1846 con uno nuovo elegante e snello realizzato con la partecipazione del Comune. Nel 1851 vi venne collocato il concerto di campane (in si bemolle, 32 q.li) fuse dalla ditta Pruneri di Grosio (Sondrio). Tolte la vigilia di Natale del 1943, per ordine del governo, nuove nove campane tornarono a suonare nel 1949, fuse dalla ditta Colbacchini di Trento. Furono dedicate alla Natività della B.V., a S. Vittore, alle Anime dei defunti, ai S.S. Carlo, Alessandro, Giuseppe, all'Addolorata, a S. Angela, a S. Giovanni Bosco, a Gesù Redentore, al Crocefisso. Nell'ottobre 1944 veniva posto il pulpito, opera di Angelo Gambara di Rezzato e nel febbraio 1945 venivano restaurati i quadri della Via Crucis. L'opera di abbellimento veniva ripresa nel dopoguerra. Nel 1947 veniva rimesso a nuovo il coro e risistemata la sagrestia. Nell'ottobre 1950 venivano collocati quattro quadri del pittore Daniele Perleri di S. Eufemia. Nel 1952 la ditta Poisa indorava con oro zecchino la statua della Madonna. Nel febbraio 1953 la parrocchia acquistava dalla ditta Poisa la statua di Cristo morto, sistemata sotto l'altare della chiesa del Redentore. Nel 1957 la Bottega Poisa rimetteva a nuovo l'antica statua della Madonna Addolorata e nel 1960 il pittore Daniele Forlini ridipingeva le lesene della chiesa. Entrando a destra si può ammirare l'altare della Madonna con una bella statua della B.V. contornata dai misteri del Rosario. L'altro altare accoglie un quadro della Vergine con i santi attribuito alla scuola di Francesco Maffeis. L'abside è stata come s'è detto affrescata nel 1942 da Vittorio Trainini, con una Natività di Maria, discussa dai critici ma in perfetto stile settecentesco come la chiesa ed impostato architettonicamente "largo, festoso". "Pochi artisti poi, scrisse un critico, anche nel coraggioso Settecento hanno avuto la geniale idea di dipingere delle lisene con una cromatica così decisa ed intonata come colore e come stile. A ricordo delle opere di abbellimento resta la seguente iscrizione: "Ecclesiam hanc tibi fecit Amor / testatur Amorem novus decus / Ah Tu materna semper pietate redundas / o Virgo" . L'altare maggiore tutto di pietra, in stile barocco è sormontato da un magnifico baldacchino di legno dorato. Al lato destro una soasa lavorata racchiude un organo costruito nel 1832 dalla rinomata ditta Bossi di Bergamo, al lato sinistro un quadro del 600 rappresentante la Natività di M.V. Scendendo a sinistra si incontra l'altare dedicato al S. Cuore, con una copia dell'immagine del Pogliaghi esistente nella Cappella dell'Università Cattolica di Milano. Segue un altare con una bella Deposizione della Croce del Campi. In sagrestia esistono tele raffiguranti la Fede, copia di un quadro del Moretto, un'"Ultima Cena" ed un'altra raffigurante la caduta di Gesù sotto la Croce, questi ultimi ritenuti di scuola secentesca. Vari e di notevole valore calici, ostensori, un turibolo d'argento e molti paramenti in broccato.


S. VIGILIO. Una cappella dedicata al Santo esiste ancora a Fenil del Bosco dove l'antica roggia Gabbiana si trasformò in un affluente della Savarona confondendosi con esso. È presumibile che un santuarietto esistesse ancora prima che, probabilmente nel secolo XI, questi venisse costruito. Comunque sia, sappiamo che alla chiesa di S. Vigilio il 12 maggio 1127 i conti Goizo e Graziano Martinengo parte donarono e parte vendettero pezze di terra "arativa, boschiva, vegra, ecc", con l'impegno, da parte del cappellano, di pregare per l'anima del primo (che era anche donante oltre che venditore) e di suo padre Alberto. Il secondo invece metteva come condizione di riavere la terra qualora le suore avessero abbandonato o fossero state scacciate da quel luogo. Invece dopo pochi anni il monastero veniva riconosciuto con tutti i beni dell'arciprete della pieve di Oriano Teutaldo, e nel 1132 veniva accettato sotto la sua protezione dal vescovo di Brescia che concedeva particolari privilegi (come, per esempio, della sepoltura nella chiesa di S. Vigilio ecc.). Tale protezione veniva poi confermata, il 2 giugno 1174, dal vescovo Giovanni di Fiumicello. Il monastero durò ancora per circa un secolo, fino cioè al 1267 quando, per intervento del vescovo Martino, fu unito al Monastero dei S.S. Cosma e Damiano di Brescia. L'8 settembre 1270 lo stesso vescovo univa al monastero dei S.S. Cosma e Damiano anche tutti i beni del monastero stesso che assommavano a più di 300 piò. Dopo di allora il monastero venne trasformato in una cascina o fattoria mentre rimaneva la chiesa che però fu abbandonata e ridotta in un mucchio di rovine al punto che quando il vescovo Bollani la visitò il 20 settembre 1566, si sentì in obbligo di comandare che venisse del tutto distrutta e che al suo posto venisse eretta una croce. Invece i padernellesi si erano talmente affezionati alla loro chiesa di S. Vigilio (o, meglio, come essi lo chiamavano, S. Vilio) da voler ricostruirla nella seconda metà del Seicento, si può dire ex novo e abbastanza ampia, trasformandola in un vero e proprio santuario. Ne risultò una chiesa con soffitto a volto ed una navata di 30 braccia bresciane di lunghezza e 15 di larghezza. Aveva una pala raffigurante S. Vigilio in paramenti episcopali di ignoto autore recentemente rubata. Dovette contribuire alla nascita o ad una rinascita della devozione il ritrovamento durante opere di rifacimento o agricole, di tombe delle monache del piccolo monastero, per cui il santuario fu anche designato con il nome di "Morti di S. Vigilio". È probabile che alla ricostruzione partecipassero anche i conti Martinengo divenuti, nel 1663, padroni di tutto l'immobile e dei campi vicini come di tutto il paese di Padernello. Sembra però provato che il santuario con l'annessa casetta per l'eremita ed un pezzo attorno di un piò di terra poi ridotto a 42 tavole siano sempre di proprietà della parrocchia, tanto è vero che, quando nel 1774 i contadini del Fenil del Bosco, accamparono il diritto di "far la foglia" sui gelsi compresi in tale appezzamento, il parroco protestò e diede il permesso solo quando essi si assunsero la custodia del santuario e l'obbligo di provvederlo della cera e dell'olio. Il santuario venne fatto segno di viva ed anche esagerata devozione tanto da richiamare l'attenzione del vescovo di Brescia. Nel 1815 i conti Martinengo decidevano l'abbattimento della navata, che fu però sospeso, secondo la voce del popolo, per un accidente capitato all'agente dei conti. Di fronte alle insistenti pressioni del parroco e dei fabbricieri e della popolazione, nel 1822, i Martinengo concessero la costruzione di un granaio e fornirono materiale per riparazioni che permise la realizzazione, in linee neoclassiche del restauro. La chiesetta continuò ad essere officiata oltre che ad essere meta di pellegrinaggi e processioni specie in occasioni di calamità. La chiesetta era con la cascina ancora nel 1863 di proprietà di Gherardo e Giampaolo Monti rispettivamente figlio e nipote della contessa Paolina Monti Martinengo delle Palle. La chiesetta subì numerose ruberie (nel 1973 venne asportata la pala dell'altare) e, ridotta in stato miserevole, venne restaurata nel 1989 dai Brusaferri proprietari dell'adiacente cascina Bosco. La tela, che raffigurava il vescovo di Trento S. Vigilio imberbe, dopo il restauro venne ricollocata ma lo stesso anno (1988) venne rubata e se ne persero completamente le tracce.


Accanto al cimitero sorge il SANTUARIO DEL SS. REDENTORE O DI GESÙ CROCIFISSO. Vi si giunge attraverso un viale fiancheggiato dalle stazioni della Via Crucis. Fu probabilmente la vivissima devozione della popolazione al bel Crocifisso conservato nella parrocchiale e il desiderio di avere una chiesetta accanto al cimitero da pochi anni costruito che indussero, a partire dagli Anni Venti del sec. XIX, ad ipotizzare la costruzione di un Santuario. Nel gennaio 1826 i conti Martinengo dichiaravano di essere disposti a concedere il terreno necessario. Il 29 luglio 1828 il giovane parroco don Artemio Gnaga assieme ai fabbricieri chiedeva il permesso di erigere la chiesa della quale si presentava il disegno: firmarono assieme al parroco i deputati comunali Bonfatti (sostituto dei conti Martinengo) e Pavia e i fabbricieri Giuseppe Vitali, Giacomo Bertolini ed un Taglietti. La chiesetta, autorizzata venne edificata entro il 1833, data che si legge ancora sulla facciata. Considerata, si legge ancora sulla facciata, dapprima come chiesa sussidiaria ma probabilmente in seguito a grazie singolari attribuite al Crocifisso specie durante le gravi calamità del 1800, la chiesa del Redentore acquistò fama di Santuario, tanto che la devozione popolare andò moltiplicandosi. Solenni funzioni vengono infatti registrate per la liberazione del colera nel 1855 e nel 1867. Con l'andare degli anni il Santuario, cui fu aggiunto un massiccio pronao, divenne il secondo centro religioso della parrocchia e meta di fitte devozioni personali e di pellegrinaggi di altre parrocchie. Nel gennaio 1940 vennero poste le stazioni della via Crucis lungo il tratto di strada fra la parrocchiale e il santuarietto ed espresso il proposito di compiere il pio esercizio ogni terza domenica del mese e in quaresima. Tali stazioni vennero sostituite, nella quaresima 1955, da altre in marmo, con simboli della Passione realizzate dalla ditta Gaffurini di Rezzato. Le feste venticinquennali al Divin Redentore furono particolarmente solenni nel settembre 1908 con illuminazione e fuochi d'artificio, si ripeterono con sfarzo nel 1933, nel 1958 ecc. Nel 1943 il santuario venne rimesso a nuovo con la costruzione di un nuovo altare in pietra ed una nicchia per l'altare del Cristo Risorto, venne posato un pavimento in marmo e furono risistemate le tombe dove sono sepolti gli arcipreti. Nel 1944, il santuarietto venne affidato alle cure dirette delle suore da Cemmo ospiti della annessa casetta per l'occasione completamente restaurata. In più si erano compiute opere di abbellimento come la sistemazione sotto l'altare nel febbraio 1953 della statua del Cristo morto uscita dalla bottega Poisa di Brescia e nel luglio 1960 Daniele Forlini dipingeva con simboliche scene della vita di Gesù le lesene della navata. In precedenza erano state sistemate le statue di S. Luigi e S. Angela Merici e nel 1953 poste le vetrate della ditta Bontempi di Brescia. Venne costituito anche un "Legato perpetuo di S. Messe per la soddisfazione dei peccati in vita e per il suffragio dopo la morte", ricco di nomi anche lontani. Purtroppo l'isolamento ed il drastico decremento demografico, aprirono il varco al latrocinio mentre la popolazione e gli amici compivano ogni sforzo (perfino con concorsi ippici) per la salvaguardia del santuario. Ai S.S. Faustino e Giovita è dedicata la cappella del Castello Salvadego. Si è voluto vedere un piccolo chiostro di una comunità religiosa nella Cascina Ronchelli, ma nessuna notizia è emersa al riguardo.


IL CASTELLO. Del tipo "maniero" o meglio castello-dimora, venne costruito verso la fine del sec. XV da Bernardino Martinengo (che qualcuno vuole anche autore del progetto mentre l'architetto Bernardino fu ben altro personaggio). Non subì nel tempo sostanziali interventi. A pianta quadrata è circondato da fossato con due torri angolari nella cortina ad ovest ed una torre all'entrata con ponte levatoio, nella cortina a nord. Il materiale è in prevalenza cotto a struttura isodoma, con pietre nelle finiture. Delle originali strutture rimangono il fossato, il ponte levatoio, il portale difesa da torre, due torri angolari, i beccatelli e lo sporto. È stato rilevato come l'impianto, pur privilegiando la funzione residenziale, non trascura le esigenze difensive. La struttura, larga, bassa, e dotata di fossato, era ben difendibile da attacchi di banditi e soldatesche; la torre che si protende a nord in corrispondenza del ponte levatoio proteggeva, l'ingresso al castello e il mastio centrale faceva da vedetta. Sul lato ovest nella parte settentrionale sono presenti tracce di un impianto più antico, che doveva coincidere con la cerchia esterna e con il mastio, e che doveva essere dotato di murature merlate più basse delle attuali. Citazioni sul tema fortificatorio risultano invece sugli altri lati le caditoie e merlature prive ormai di funzione difensiva, così come le piccole torri angolari poste sul lato sud. Nel 1610 il Da Lezze lo descriveva così: "un Castello cinto con fianchi, et fosse col suo ponte levador commodissimo di stanza per detti signori essendovi anco casamenti de fuori, dove stantiano li affittuari, Massari, coloni, Malghesi, Bracenti, et altre persone". Come ha scritto F. Lechi: «Varcato il ponte levatoio si entra in un androne molto lungo, che tale era nel Cinquecento. Nel cortile i quattro lati sono tutti di diversa struttura: semplice quello di mattina, elegantissimo quello di sera nel quale si apre un agile porticato di cinque arcate con colonne a capitelli compositi nei quali sono ben scolpiti gli stemmi Martinengo e Colleoni (non si comprende l'inclusione dello stemma Colleoni in quanto Gaspare, il marito di Caterina figlia di Bartolomeo Colleoni, non ebbe mai diritti o residenza in Padernello bensì a Urago ed altri posti). Il lato a sud del cortile è formato da una costruzione tipica del nostro Cinquecento, nel quale i nostri signori guardavano molto a quello che si andava costruendo a Mantova: si tratta di un loggiato a pilastri con tre arcate per lato e al centro un ampio portale accostato da due lesene; in alto corre una trabeazione decorata da triglifi. Il lato nord invece è stato rimaneggiato dal Marchetti in pieno sec. XVIII, forse ancora per ordine del vecchio Gerolamo Silvio (1686 - 1765) e dal di lui fratello Bartolomeo. Silvio che conosceva il Marchetti per i lavori compiuti nella fabbrica del Duomo, della quale era stato sovrintendente, se ne servì per la costruzione dell'elegante scalone, a tre rampe, l'interessante balaustra, "ed il suo pilastrino finale simile a quello di palazzo Fè e, sembra, a quello dello scalone del palazzo Martinengo di Padernello in Brescia». All'esterno verso il cortile, rileva ancora il Lechi, il Marchetti volle dare un po' di movimento alla parete con due piccoli corpi avanzati alle estremità, con lesene e prospettive al centro, fatte di stucco, trofei d' armi e lo stemma di famiglia. «Purtroppo - sottolinea ancora il Lechi - è intervenuto il cattivo gusto del secolo scorso a cancellare le antiche volte, forse a cassettoni, ed a decorare in modo piuttosto banale». Giustamente osserva il Perogalli che «malgrado la discontinuità stilistica ed anzi persino grazie ad essa, il castello possiede un suo carattere, anche un suo fascino, al quale contribuiscono non poco la felice cornice ambientale, la presenza di acqua nel fosso...». Parecchi locali del castello vennero arricchiti di stucchi e anche di affreschi ed arredati di ottimi mobili e suppellettili. Preziose soprattutto le collezioni di armi e di quadri. Le prime saccheggiate nel 1979 vennero subito ricuperate dai carabinieri.


Tra i dipinti spicca una delle più ricche collezioni di Giacomo Ceruti (detto il Pitocchetto). G.M.Andrico ne elenca dieci, certe o attribuite e cioè: il «Pitocco che riposa» - il «Nano» - il «Pitocco seduto sopra un sasso» - «Donne che lavorano al tombolo» - «Piccola mendicante e donna che fila» - «Donna che intreccia vimini» - i «Calzolai» - «Portaroli che giocano a carte» - «La spillatura del vino» - «Portarolo con cane».


Nel 1983, ormai lesionato ed abbandonato alle sterpaglie, ai gufi e ai colombi, il Castello venne riscattato dall'abbandono grazie ad un gruppo di "Amici" del Borgo e del Castello di Padernello guidato da G.M. Andrico, e alla sensibilità particolare del conte Lanfranco Salvadego che si mise a capo di una cordata di parenti, così da iniziare opere di ripristino sempre più imponenti.


ECONOMIA. L'economia del luogo fu da sempre e soltanto silvo-agricola, basata su fitti boschi e su vasti prati stabili destinati al pascolo, alla produzione di fieno e alla coltivazione dei cereali. Nel sec. XIV si sviluppò la coltivazione del lino e della canapa cui si aggiunse un poco più tardi quella del gelso con l'allevamento del baco da seta. Lino, canapa e seta venivano poi lavorati altrove. Diffusa fu anche la coltivazione della vite, soprattutto intorno al castello ed a nord dello stesso. Nel 1610 esistevano 30 paia di bovini, 30 cavalli, 50 carri e carretti. L'unico molino era di proprietà dei Martinengo i quali possedevano 1200 piò circa. Nel 1573 il lino era coltivato su 150 piò, cioè 1/8, rientrando, come rileva Bernardo Scaglia, nella media del tempo. Ma nel 1696 i piò seminati a lino erano saliti a 300 come pure quelli a frumento, miglio e trifoglio. Negli ultimi decenni dell'800, si sviluppò l'allevamento del bestiame a salvaguadia del quale venne, nel 1896, creata nell'ambito del movimento cattolico una Società di assicurazione contro la mortalità del bestiame raggruppante 75 soci con 157 capi assicurati. Al centro dell'economia nel 1974 esisteva solo l'azienda dei fratelli Bettoni affittuari dei conti Salvadego con 270 ettari e 350 capi di bestiame, 240 vacche da latte, 700 capi giovani. L'azienda Bettoni sviluppò negli anni seguenti, in accordo con il Consorzio agrario provinciale e la Federconsorzi, una campagna di coltivazione del mais con una ampia selezione di ibridi Federseme in campi sperimentali e tale da imporsi ad esempio agli agricoltori della zona.


PARROCI. Antolino da Cremona (rin. nel 1377); Fachino Bachari di Orzinuovi (nomin. 1377); Bartolomeo Roveglia di Orzivecchi (1450); Ascanio Martinengo commendatario (1532 c.); Pompilio Martinengo, reservatario (1560 c.); Giov. Maria Manenti di Borgo S. Giacomo (1571 - 1572); Antonio Martinelli di Borgo S. Giacomo (1572 - 1591), Pietro Cabrini di Acqualunga (1591 - 1622); Francesco Cagna di Borgo S. Giacomo (1623 - 1624); Giovan Maria Pizzoli di Borgo S. Giacomo (1625 - 1649); Pietro Rangoni di Chiari (1649 - 1670); Giovan Battista Soardi bergamasco (1670 - 1673); Pietro Tavelli di Brescia (1678 - 1682); Paolo Rubini (o Zubini) di Quinzano (1683 - 1689); Antonio Medaglia, economo (1689 - 1696); Francesco Marini, economo (1690 - 1707); Pietro Lovisetti, economo (1708 - 1714); Giovan Paolo Bornati di Verolanuova (1715 - 1739); Alfonso Zuccoli di Provaglio d'Iseo (1745 - 1792); Giovan Battista Zilioli di Verolavecchia (1792 - 1811); Giovan Antonio Bonadei di Gambara (1812 - 1815); Artemio Gnaga di Orlano (1815 - 1850); Augusto Pavia di Quinzano d'O. (1850 - 1854); Pietro Barbieri di Seniga (1854 - 1866); Francesco Zappamiglio di Bassano (1866 - 1872); Lodovico Maraglio di Brescia (1872 - 1904); Carlo Algisi di Palazzolo (1905 - 1939); Carlo Staurenghi di Verolanuova (1940 - 1965); Domenico Baronio di Alfianello (1965 - 1969); Federico Bertola di Torbiato (1969 - 1984); Francesco David di Barbariga (1984 - 1994); Giannino Prandelli (1994).