ORFANOTROFIO Maschile, Ospedale dei Poveri o dei Poveri Orfani o Ospedale della Misericordia o Orfani della Misericordia o Pio Luogo Orfani o Pio Luogo Orfanatrofio maschile

ORFANOTROFIO Maschile, Ospedale dei Poveri o dei Poveri Orfani o Ospedale della Misericordia o Orfani della Misericordia o Pio Luogo Orfani o Pio Luogo Orfanatrofio maschile

Venne fondato da S. Gerolamo Emiliani o Miani, patrizio veneziano dedito completamente ad opere di carità. Giunto a Brescia sulla fine di aprile o ai primi di maggio del 1532 ospite dell'ospedale degli incurabili, la festa dell'Ascensione, 8 maggio, riunì intorno a sé nel Battistero del duomo un gruppo di gentiluomini per promuovere nuove opere di assistenza. Negli stessi giorni l'Emiliani incominciò a raccogliere intorno a sé, per le strade i fanciulli abbandonati che ricoverò sotto la Loggia. Arrestato per questo, venne liberato dal podestà Francesco Morosini, suo amico, e incoraggiato a continuare la sua opera. L'Emiliani ottenne di poter ricoverare i fanciulli nell'Ospedale degli incurabili presso il quale erano già ricoverati altri orfani affidati alle cure della Confraternita della S.S. Trinità.


È probabile che in seguito il santo abbia applicato all'orfanotrofio bresciano lo stesso ordinamento da lui introdotto a Venezia, basato su due capisaldi rivoluzionari per i tempi: l'istruzione e l'addestramento ad un mestiere. Passando di nuovo per Brescia nel 1533 e nel 1534, dopo aver stabilito a Somasca la sua Congregazione dei "Servi dei poveri" detti poi Somaschi, è probabile che S. Girolamo, abbia stabilito alcuni suoi religiosi fra gli orfani, destinandovi come superiore p. Agostino Barili. Il cresciuto numero degli orfani dovette convincere i responsabili dell'assistenza a cercare, nel 1534, una nuova sistemazione, per cui gli orfani vennero stabiliti nell'antico ospedale, da tempo abbandonato, della Misericordia, presso lo spalto della porta di S. Giovanni: da ciò l'orfanotrofio venne chiamato «Hospitale dei poveri e delli orfani della Misericordia». Un nuovo impulso all'assistenza agli orfani venne nel 1535 per intervento del cappuccino Giovanni Pili da Fano, il quale, a quanto riferisce il cronista Nassino, raccolse una settantina di altri orfanelli e li ricoverò dapprima «nella Giesa de Domo da monte nella parte delo altare grando di S. Maria» e poi «nelo Hospitale grando» cioè a S. Luca. Quando nel maggio 1536 S. Girolamo tornò a Brescia (dove tra l'altro tenne il primo capitolo della sua congregazione) operò per riunire anche questi orfanelli nell'unico orfanotrofio della Misericordia. Intorno al 1540, per alcuni anni venne fabbricata una sede apposita per l'orfanotrofio abbattendo alcune casupole in contrada di porta S. Giovanni presso il Torrazzo, costruendo un nuovo edificio. Nel frattempo dal 1540 al 1543 gli orfani vennero ospitati in una casa di certo Giacomo Alenis. Presiedettero all'opera di costruzione, alla verifica dei conti e all'insediamento del nuovo locale Agostino Gallo, Ludovico Chizzola, Bernardino Stella, Agostino Bornato, nomi che i documenti dei Somaschi registrano fra i compagni di S. Girolamo e dei Servi dei poveri.


L'istituzione veniva incontro anche agli orientamenti sempre più precisi dell'autorità veneta nell'abolizione della mendicità, offrendo ai fanciulli raccolti l'opportunità di istruirsi e di imparare un mestiere. E in effetti i compagni di S. Girolamo seguendo le sue indicazioni pedagogiche, e facendo lo stesso che si faceva in altri istituti, si ingegnarono anche, ricostruendo il nuovo istituto, «in construendo quodam loco in dicto hospitali pro laborerio telariorum», così da impedire che l'istituto si mantenesse mandando gli orfani alla cerca: era stato questo punto discusso nel capitolo di Brescia del 1536, alla presenza stessa di S. Girolamo. L'orfanotrofio di Brescia è citato nella bolla di S. Paolo III del 4 giugno 1540 che approvava la Compagnia dei Servi dei Poveri ricevendo così il più alto riconoscimento. In aiuto all'istituzione vennero organizzate questue specie in Avvento e Quaresima come documenta una facoltà concessa il 14 novembre 1550 dal vicario generale Paolo Aleni. Ma vennero in soccorso anche legati. Nel 1541 Giovanni Gagnola si impegnò a donare ogni anno all'orfanotrofio una somma non precisata di denaro, un carro di vino nero e due some di frumento, Tomaso Peschiera lasciava per testamento 300 lire planet e Zaccaria Pezzana 8.486,41 lire planet. Dopo otto anni di interruzioni il flusso di lasciti riprese, con intervalli più o meno lunghi. In verità tali lasciti non furono sufficienti, per cui fino al 1650 fu continuata la questua. Le donazioni servirono però ad ampliare l'istituto, con l'acquisto di altre casette attigue alle prime, nel 1569, nel 1580 e poi ancora tra il 1584 e il 1642.


Intanto l'Ospedale grande continuava a somministrare gratis i medicinali, mentre le autorità venete esentavano l'Orfanotrofio (1533, 1560, 1568) da ogni dazio. L'assistenza era assicurata da due organi distinti: uno per la sussistenza, uno per l'educazione e l'istruzione e l'avviamento al lavoro. L'orfanotrofio era retto per l'amministrazione e la sussistenza da una compagnia di protettori (una decina: fra i quali vi era un priore, un correttore ed un governatore) e dai religiosi somaschi per l'istruzione.


L'orfanotrofio ebbe, a distanza di qualche decennio, la sua chiesa, dedicata alla S.S. Trinità, la cui prima pietra venne benedetta il 21 febbraio 1571 dal vescovo Domenico Bollani e dallo stesso consacrata nel 1574. La chiesa aveva tre altari sul maggiore vi era una tela di Pietro Rosa raffigurante il mistero della S.S. Trinità nella visione di Abramo, sostituita poi nel '700 dalla bella pala del Cignaroli raffigurante la S.S. Trinità, S. Girolamo Emiliani con alcuni orfanelli. Sul fianco dell'altare maggiore stava un'altra tela dello stesso Rosa, raffigurante la Natività di Gesù. L'altare di destra era dedicato alla Madonna del Pianto, con una tela che al Brognoli sembrava uscita dalla scuola del Moretto e fu in grande venerazione. Sull'altare di sinistra stava una tela di Antonio Gandino raffigurante la Madonna Addolorata o "la Pietà".


Gli atti della visita di S. Carlo del 1580 attestano che l'orfanotrofio ha una regola «non approvata»; ossia le Costituzioni proprie dell'istituto, come pure l'orfanotrofio di S. Martino di Milano, avevano valore privato, non avendo ancora ottenuto un riconoscimento ufficiale da parte dell'autorità ecclesiastica. Però questa Regola in tale occasione «visa est et confirmata ab Ill.mo Visitatore», e che gli orfani vi vengono mantenuti «gratis et amore Dei»; devono essere di legittimi natali; l'età richiesta per l'accettazione è fra i sette e i dodici anni. Secondo le capacità di ciascuno «docentur litteras vel artes». Gli orfani presenti nel 1580 erano già 86. Le entrate dell'istituto erano costituite da elemosine, da lasciti, da legati, nonchè dal ricavato della vendita delle calze. Nel 1602 emerse fra i benefattori la figura del nobile Alessandro Luzzago. Le elemosine dell'anno 1600 furono di lire 1272 in denaro contante, di lire 450 di biava e di lire 189 di vino. La spesa più rilevante sembra sia stata quella per le scarpe. L'abito era di colore grigio, così come appare in un quadro dell'epoca esposto in un'orfanotrofio di Pavia. Ai lavori più umili attendevano persone salariate mentre al lavoro delle calze era preposto un commesso o un fratello dei Somaschi. La gestione dell'orfanotrofio guidato dai Protettori diveniva via via più onerosa, con un continuo aumento dei debiti che indusse i Protettori a ricorrere con frequenza proprio all'aiuto anche finanziario degli stessi Somaschi. Nel 1581 non potendo, in qualità di religiosi esercitare l'autorità tutoria verso gli ospiti, tutti minorenni, cedevano ai Protettori i diritti sulla chiesa che acquistarono, in tal modo sempre maggior importanza aumentando di numero. Ciò portò a contrasti che si ripeterono nel tempo. Nonostante le difficoltà economiche supplite con legati e questue, nel 1643 vennero compiute opere di riattamento del fabbricato, chiesa compresa.


Nel sec. XVIII riapparvero sempre più gravi difficoltà soprattutto per il diritto accampato dai Protettori di "perseguire se i figli sieno istruiti nel leggere e scrivere" (decreto 25 aprile 1623), di eleggere il rettore e l'ammissibilità di altri religiosi. I Protettori controllavano poi l'addestramento degli ospiti, il loro lavoro e la relativa produzione di calze "a guccia" e poi di "nistole" e di altro.


Nell'ottobre 1737 venne avviata la revisione degli "ordini antichi" delle varie deliberazioni in modo di venire «a riforma generale delle Regole per la migliore direzione di questo P. L., con quella aggiunta e moderazione dei capitoli, che dalla loro prudenza sarà creduta opportuna tanto per ciò che riguarda la chiesa et altre cose spirituali, come per quello riguarda l'educazione degli orfani, e la economia del luogo». Il lavoro fu compiuto in pochi mesi; tanto che il 19-1-1738 i nuovi Ordini ebbero l'approvazione della Consulta, che ne decise la pubblicazione a stampa. Nel 1743 i locali vennero ampliati. Nel frattempo nuovi legati e lasciti specie da parte di Francesco Ettori avevano finito con il costituire un discreto patrimonio. Intanto si andavano ripetendo ancora una volta vivaci le controversie fra i Protettori e i Padri Somaschi e nel 1723, con un decreto, viene data ad "ispettori" incombenza di perseguire se i figlioli sieno istruiti nel leggere e nello scrivere".


Poiché i Somaschi, come risulta dalla Memoria sulla loro attività a Brescia, avevano già prevista nelle loro regole tale esigenza, l'estensore di tale Memoria ritiene di dover denunciare l'atto dei Protettori, come vera e propria interferenza nell'attività educativa dei Religiosi. Nel 1737 i Protettori si opposero alla nomina di un Rettore solo perché non di origine bresciana. L'estensore della Memoria citata ricorda anche che taluni dei provvedimenti adottati dai Protettori apparivano odiosi come quello di obbligare i ragazzi a confessarsi dal medesimo sacerdote. Non mancarono però altri provvedimenti dei Protettori certamente opportuni, come quello relativo alla costruzione di un nuovo dormitorio per separare i grandi dai piccoli. Un altro provvedimento molto importante riguarda la decisione della "Compagnia dei Protettori" di eliminare il "mestiere delle nistole" al quale i ragazzi erano dediti, perché divenuto fra l'altro improduttivo, per introdurre l'apprendistato, a cura e spese degli stessi Protettori. Sempre nel XVIII secolo furono introdotte alcune innovazioni nel governo dell'Orfanotrofio. Nel 1738, dopo alcuni mesi di lavoro, fu approvato dalla Consulta il nuovo ordinamento delle regole per una migliore gestione del Pio Luogo. Nella prima parte sono contenute le norme riguardanti i Protettori, che dovevano essere buoni cristiani praticanti, e il modo di accettarli. Nella seconda parte sono contenute le regole riguardanti l'amministrazione dell'istituto; nella terza, le norme relative all'educazione degli orfani. Le Regole del 1738 fissavano poi i compiti dei Protettori, dei religiosi, degli orfani, le prescrizioni circa gli esercizi di pietà, l'accoglienza e le dimissioni dell'istituto ecc. Nuovi ordinamenti dell'Istituto vennero adottati nel 1769, nel 1770, nel 1789. Nuove opere vennero compiute verso la fine del 1700. Nel 1788 venne restaurata la Chiesa, nel 1791 venne fabbricato un nuovo dormitorio, nel 1795 ristrutturata l'infermeria.


Soppressi nel 1797 gli ordini religiosi alcuni Somaschi rimasero nell'Orfanotrofio, mentre a rettore veniva nominato un prete secolare, don Domenico Corbellini cui seguirono, nella stessa mansione, don Pietro Galvani, don Francesco Rossi, don Eugenio Dalola ecc. Nel 1801 gli orfani dovettero vestire la divisa nazionale, mentre nel 1802-1809-1810 vennero riformati i criteri per l'istruzione. Significativo nel 1833 il lascito di un orfano, Francesco Rossini di Ghedi. Un altro cospicuo lascito di Fortunato Maffeis di 133.633 lire austriache, permise la completa ricostruzione della sede dell'Orfanotrofio. Nel 1848 con decisione presa dal Pio luogo sull'area ottenuta coll'abbattimento di casette, ormai vecchie e anguste e malsane, fu iniziata la costruzione di una sede che, su pregiato disegno dell'architetto Clerici, fu portata a compimento nel 1852. Gli Orfani l'abitarono fino alla metà di novembre 1907, epoca in cui, per ragioni di economia l'Amministrazione degli Orfanotrofi li aveva riuniti nel caseggiato dell'Orfanotrofio femminile a S. Con la riforma del 1885 dei regolamenti l'Orfanotrofio finì con accogliere giovanetti orfani di entrambi i genitori, di età non minore degli anni 7 né maggiore dei 12, ed oltre a mantenerli ed educarli, a fornir loro una completa istruzione elementare colla frequenza delle scuole pubbliche fino alla IV e coll'insegnamento interno per la V e per la VI, li addestra nelle officine interne, nell'arte del falegname, del fabbro, e del calzolaio. Col trasferimento della sezione «Parlanti» del P.I. Pavoni, verrà istituita anche l'officina tipografica. In via eccezionalissima poteva essere concesso ai ricoverati che eccellono per profitto e per condotta di frequentare le scuole medie e anche di essere avviati al sacerdozio.


Grazie al legato di Giacomo Ettori vennero ospitati fanciulli bisognosi anche se non orfani di Cogozzo, con preferenza di chi avesse il cognome Ettori. Gli orfani venivano dimessi al compimento del 18° anno di età. Più tardi furono aboliti il laboratorio di sarto e quello per la fabbricazione delle nistole, e fu invece creata la falegnameria. Nel 1904 funzionavano tre officine: dei falegnami, dei sarti e dei calzolai. In seguito, in epoche diverse, si aggiunse l'officina dei fabbri e furono abolite la sartoria e la calzoleria, la quale fu poi ricostruita. Nel 1907 l'Orfanotrofio fu trasferito in via Mentana nn. 41-43-45 (già via Rovine) negli stabili lasciati liberi dall'Istituto Rossini mentre la sede lasciata dagli Orfani ospitò le Scuole elementari femminili. Ma ben presto l'ingrossarsi della comunità ne palesò l'insufficienza. Alla scarsità di spazio si aggiunse più tardi l'assoluta mancanza di quei requisiti di salubrità che i progressi della scienza igienistica andavano affermando e dimostrando indispensabili per gli ambienti destinati a contenere agglomerati di persone. Per questo già pochi anni dopo si dovette pensare ad una nuova sede, intrapresa però solo nel 1925.


ORFANOTROFIO MASCHILE VITTORIO EMANUELE III. Per festeggiare il 25° dell'assunzione al trono di Vittorio Emanuele III venne, infatti, deciso l'ampliamento e la riorganizzazione dell'Orfanotrofio maschile a lui intitolato. Il comune di Brescia stanziò allo scopo 200 mila lire, la Provincia 300 mila, che costituirono il punto di partenza alla costituzione presso la Provincia, nel marzo 1925, di un apposito comitato di cui fu presidente il comm. Pirlo, che nel giro di un anno riuscì a raccogliere altre 700 mila lire da enti e privati permettendo con ciò l'avvio dell'impresa. Per tale ampliamento e ricostruzione venne utilizzato il progetto dell'ing. Cantoni di completa ristrutturazione degli stabili di via Mentana (4250 mq) e di corso Carlo Alberto (1484 mq). Il progetto, già pronto nel 1924, prevede la sistemazione a monte e sera di quasi tutto il complesso conservando la portineria in via Mentana mentre il resto viene recuperato dalle officine con accesso da corso Carlo Alberto. Per chi entra da via Mentana, a sinistra, si presenta la direzione, a destra il parlatorio, la sala del Commissario; oltrepassato l'atrio il cortile principale, fiancheggiato a sera e a monte da una fuga di portici. In angolo monte-sera vi era la cucina coi servizi annessi, il salone ad uso refettorio per trecento persone. Due comode sale accedono ai piani superiori: al primo piano verso via Mentana si trovano le scuole, l'appartamento del Rettore, un salone per le conferenze, un dormitorio capace di circa settanta letti; al secondo piano vi sono tre dormitori spaziosi pieni di luce nei quali vi possono stare complessivamente centocinquanta letti. A monte in corrispondenza del refettorio si trova la Chiesa. La parte industriale aveva accesso dal corso Carlo Alberto e, superato il portico interno, chiuso da serrande a vetro, a destra si presenta la falegnameria nella sua vastità, a sinistra l'officina dei fabbri, il magazzino dei legnami, e a sera del secondo cortile interno, le sale della tipografia. In lato di mezzodì vi sono i servizi igienici e lo spogliatoio per gli operai. Una serie di porticati permette il passaggio coperto da un reparto all'altro. Da una scala sviluppata a mezzodì del passaggio centrale si accede ai piani superiori. Al primo piano, in lato di mezzodì vi sono il teatro, il laboratorio dei calzolai e i bagni. Le infermerie vennero studiate in corrispondenza di parte dell'officina falegnami con l'esposizione di monte, di sera, di mezzodì. Sono capaci di una ventina di letti e sono composte dal gabinetto medico, dalla sala di isolamento, di due sale per malattie ordinarie, della cucina, del guardaroba e dei servizi igienici. Al secondo piano vi è l'alloggio per il personale interno. La prima pietra benedetta dal vescovo venne posta presente il ministro dell'Interno on. Luigi Federzoni il 26 luglio 1925. Nella pietra venne posta una pergamena eseguita dal prof. Enrico Madoni con la seguente epigrafe dettata da Angelo Canossi: «Non gelida pietra murale, ma segno di fede, al nuovo edificio, in me riesulta il fervore del Santo, che pose le pietre all'antico, e serena a me guarda la speranza dell'orfano, che sotto l'Augusto auspicio Reale, attende dalla Patria il materno soccorso. Murata questa prima pietra, dell'Orfanotrofio Vittorio Emanuele III, Il 26 luglio 1925 da S.E. Federzoni, ministro degli interni e benedetta da S.E. Monsignor Giacinto Gaggia, Vescovo di Brescia». Nel 1926 vennero ricoverati nell'Istituto anche gli orfani "parlanti" del Pio Istituto Pavoni. L'1 novembre 1933 l'Orfanotrofio veniva visitato da B. Mussolini e il 31 dic. 1933 venne posta una lapide a ricordo dell'avvenimento con le parole dedicate da Angelo Canossi. «Il 1° novembre dell'XI anno fascista-gli orfani alunni di questo Istituto-schierati a guardia d'onore-dell'angelico nume della vittoria-al cospetto dei nomi gloriosi dei padri-dentro al chiostro dove il loro culto è perenne-vennero fieramente passati in rassegna poi paternamente accarezzati-da-Benito Mussolini-sicuro Duce e scudo d'Italia-così l'auspicio più solenne e più degno-salutava il IV centenario-del bresciano Orfanotrofio maschile-fondato da Girolamo Emiliani- gran cuore di soldato di sacerdote e di santo-MDXXXII-MCMXXXII».


L' 11 novembre 1938 veniva inaugurata una lapide, in marmo di Botticino, opera dello scultore Asti, a ricordo degli ex ricoverati dell'Orfanotrofio caduti nella I Guerra mondiale e in Africa orientale, oltre a quattro lapidi con i nomi dei benefattori della fondazione. Il 19 giugno 1935 vi veniva inaugurato l'oratorio interno. Dall'ottobre 1943 per iniziativa del direttore don Francesco Galeazzi nell'Istituto vennero conservate armi e derrate per la Resistenza. Scoperte, costarono mesi di prigionia a don Galeazzi e all'amministratore. Circa la vita degli Orfanotrofi non è dato sapere se all'inizio, gli orfani apprendessero a leggere e scrivere. Si sa però che verso la metà del '700, ebbero inizio i primi corsi di alfabetizzazione all'interno dell'istituto. In un primo tempo, nell'istituto vi erano laboratori di sartoria, di tessitura delle nistole e una scuola da barbiere. In seguito, gli orfani furono gradualmente addestrati a lavori artigianali, quali quelli di falegname, di fabbro, di calzolaio e di tipografo.


Il complesso dei laboratori continuò a funzionare gestito direttamente dall'istituto fino al 1930. Le officine avevano vita autonoma e un rispettivo regolamento, all'osservanza del quale era preposto un economo per la parte amministrativa. Per ogni singola officina veniva tenuto un bilancio trimestrale. Nell'istituto vi era un maestro di lavoro, tenuto a relazionare mensilmente il Rettore sul comportamento degli alunni. Gli orfani calzavano zoccoli, che vennero sostituiti dalle scarpe solo nel secondo dopoguerra. Il vitto era basato prevalentemente sui cereali (riso e granoturco) e solo nel 1890 fu introdotta la carne. Il cuoco doveva curare i pasti ripartendoli equamente, secondo le prescrizioni del Rettore. Nel 1882 il cuoco venne sostituito da una cuciniera. Fino al 1909 la prima colazione era costituita da pane a volontà, in seguito fu introdotto anche il caffé (di cicoria) con il latte. A pranzo, la pietanza era sempre accompagnata dalla polenta e questa a volontà. Sempre dal 1909 fu introdotto alla domenica anche un bicchiere di vino, prescindendo dall'età degli ospiti. Invero, la questione dei bicchier di vino sollevò qualche riserva sulla possibilità di distribuirlo a grandi e piccini. Il problema fu però risolto con l'intervento dei medici dell'Istituto i quali ritennero che, tutto sommato, un bicchier di vino poteva essere consentito a tutti senza rischi. La cena era costituita da minestra e frutta e solo a partire dal 1909 fu aggiunta anche una pietanza fredda.


Quanto all'istruzione, sappiamo che gli orfani frequentavano le scuole primarie all'interno dell'Istituto: un provvedimento che fu già recepito nel Regolamento Interno del 5 agosto 1882. In conformità alle disposizioni del lascito del benefattore Ettori, nel 1909 fu quindi prevista la possibilità di ammettere i ragazzi ritenuti più meritevoli a frequentare anche le scuole medie. L'assistenza religiosa, che fino al 1800 era affidata ai Padri Somaschi, continuò ad essere assicurata agli orfani di religione cattolica, senza costringere nessuno ad abbandonare altra eventuale confessione religiosa. Numerosi furono i lasciti e i legati dei benefattori, a favore degli istituti e quindi anche di quello maschile. Basti ricordare i numerosi stabili agricoli ed anche gli immobili divenuti di proprietà del Pio Luogo, disseminati in vari comuni della provincia, a Castenedolo, a Comezzano, a S. Felice del Benaco, ad Alfianello, e anche nella stessa città e dintorni. Fra tutti si ricordano il lascito di Giacomo Ettori, morto nel 1877, nonchè l'eredità lasciata dal notaio Belpietro a Castenedolo, alle porte di Brescia. Da menzionare infine il lascito Girelli, in territorio di Lonato.


Sul finire del secolo scorso, l'Amministrazione cominciò a pensare alla prospettiva di organizzare nel periodo estivo, un ciclo di vacanze per i ragazzi accolti nell'istituto. Le località prescelte furono diverse, quasi sempre presso le proprietà degli istituti stessi. Con l'invio dei ragazzi alle scuole cittadine fu abolita la divisa dagli stessi sempre mal sopportata e furono gradualmente introdotte nuove direttive anche di carattere disciplinare. Si ricorda al riguardo, che fino alla seconda guerra mondiale, una rappresentanza degli orfani (e naturalmente anche delle orfanelle) doveva quasi quotidianamente seguire i funerali, per ricambiare le offerte che i parenti dei defunti erano soliti fare agli istituti. Nel secondo dopoguerra, tale abitudine, troppo umiliante per entrambe le categorie degli ospiti degli istituti fu abolita.


Dall'orfanotrofio uscirono ottimi artigiani ed un artista di livello come Modesto Faustini, ricordato con una lapide. Fra i caduti in guerra sono da ricordare la medaglia d'argento rag. Pastelli ( m. 1917), e la medaglia d'oro, il serg. magg. Rosolino Giovanni Sarotti ( m. Africa orientale 1935). Tra i direttori don Domenico Corvelli, don Francesco Zatti, don Francesco Galeazzo. Nel secondo dopoguerra, fu istituito in tutto il paese l'ENAOLI, un ente dello Stato, preposto all'assistenza degli orfani tanto se ospitati presso parenti, quanto se accolti in istituti. Anche il Pio Luogo, dunque, secondo una Convenzione che veniva annualmente stipulata con l'ENAOLI di Roma, poté fruire del contributo per il mantenimento degli orfani nell'Istituto. In quegli stessi anni, però, con il progressivo miglioramento del tenore di vita nel paese, andò diffondendosi la tendenza dei parenti a evitare, ove appena possibile, il ricovero nell'Istituto, potendo le stesse famiglie dei parenti degli orfani utilizzare il contributo erogato dall'ENAOLI. Tuttavia la possibilità offerta dall'Amministrazione degli orfani, dopo gli anni Cinquanta di frequentare le scuole medie e medie superiori della città, ha fatto sì che l'Istituto di via Bassiche continuasse ancora per diversi anni ad accogliere giovani, soprattutto dalla provincia, assolvendo, per quelli non orfani, la funzione di vero e proprio convitto, aperto solo durante l'anno scolastico. D'altra parte con tale innovazione, anche i laboratori e le officine all'epoca ancora esistenti finirono per cessare ogni loro attività. Fu per questo motivo che l'Amministrazione, all'inizio degli anni Sessanta, pur dovendo constatare l'evoluzione che l'assistenza agli orfani andava progressivamente subendo, non esitò a pensare alla realizzazione di una sede nuova per l'Istituto che andava via via trasformandosi in Convitto e fu così che decise l'alienazione dell'area di via Bassiche per finalizzare la costruzione in altra zona, alla periferia della città di una sede nuova, idonea alle mutate esigenze dell'istituto e della popolazione che vi sarebbe stata accolta. Lo stesso ENAOLI, che da alcuni anni sosteneva le rette di mantenimento di quasi tutti gli ospiti presenti in Istituto, per continuare ad assistere gli orfani accolti a suo carico pretese dall'Amministrazione radicali innovazioni nella sistemazione logistica offerta ai ragazzi.


IL NUOVO ISTITUTO. La costruzione del nuovo Istituto, nell'area acquistata in viale Europa nel 1963 fu iniziata nel 1964 e ultimata nel '66, su un'area di 17 mila mq., di cui 3 mila occupati, cui fu aggiunta nel 1968 una cappella. Ultimata la sede del nuovo Convitto, che fu dedicato a San Gerolamo Miani, o Emiliani, i ragazzi ancora presenti in via Bassiche, peraltro già ridotti di numero rispetto agli anni precedenti, vi furono trasferiti nell'autunno del 1966. Purtroppo, l'inevitabile aumento delle spese generali, anche in conseguenza del miglior trattamento offerto agli ospiti del nuovo istituto, ne provocò un'ulteriore diminuzione, soprattutto di quelli che non fruivano del contributo ENAOLI, per cui s'impose una diversa destinazione del nuovo complesso edilizio. Fu a questo punto che l'amministrazione accolse la proposta del Sindaco Boni, di destinare gli ambienti di viale Europa ad accogliere i primi corsi di ingegneria, inizialmente gestiti dal Politecnico di Milano, che proprio in quegli anni si stavano organizzando anche a Brescia. Con l'occasione, l'Amministrazione, per continuare sia pure in modo nuovo un'attività assistenziale verso i giovani specie se orfani, ottenne di destinare comunque il piano superiore del nuovo edificio quale convitto per gli studenti universitari provenienti da altre località della provincia o della regione, con particolari agevolazioni per gli eventuali orfani. Recentemente, a quanto risulta, la sede del Convitto S. Gerolamo Emiliani, che ha ospitato i corsi universitari per oltre venticinque anni e che all'inizio era gestita, per il settore universitario dall'Eulo, l'ente universitario costituito a Brescia attorno al 1967, in vista dell'apertura delle nuove facoltà universitarie di ingegneria, di medicina e di economia, è stata ceduta da parte della Amministrazione degli Orfanotrofi all'ISU, ente collegato all'Università, divenuta nel frattempo statale, per coordinare i servizi logistici a disposizione degli studenti.