ORFANO, Monte

ORFANO, Monte (in dial. Montòrfen o Mut de Roàt o Mut de Cocài)

Altura oblunga tra Coccaglio e Rovato a S, diretta a NO e la Spina frazione di Erbusco a N. Raggiunge 145 metri, alla sua punta nord-occidentale presso la frazione Spina. L'altezza media sul piano è di 250 m. É un lungo, ripido ed imponente scoglio che, nonostante l'esigua altezza sul mare, merita il nome di monte per la marcata pendenza dei suoi due versanti, diretto da NO a SE come robusta e diritta diga isolata fra i margini prealpini e il piano. La cresta ben segnata, che da Rovato a Cologne corre per 5 Km, ma con ondulazioni da quota a quota, parte dai 451 metri alle spalle di Cologne, passa degradando ai 402 verso la metà della linea di cresta, ai 381 di Dosso del Colle, ai 322 di C.na Tonelli, poi ai 283 e 257, per rialzarsi leggermente ai 260 nello sperone dello storico Convento che domina l'abitato di Coccaglio e quello di Rovato, centro principale della Corte Franca (o Franciacorta secondo il nome tradizionale); mentre il livello medio del piano che circonda il monte è a quota 180 circa. Il territorio del monte interessa i comuni di Coccaglio, Erbusco e Rovato.


Venne ritenuto anche dal principe Eugenio di Savoia nel 1701 il più bel punto di vista che abbia l'Italia. L'orizzonte a S è delimitato dall'Appennino emiliano, ad O dalle Alpi piemontesi e da quelle svizzere della vallata di Zermatt e del Sempione. Il monte Rosa, imponente, profila, spesso nettissime all'occhio nudo, le sue punte: Gnifetti, Zumstein, Dufour e Nordend. Assai più vicino il gruppo delle Grigne, e, più a N, l'Alben e l'Arera, alti sulla depressione delle basse valli bergamasche. E poi, in un tripudio di luce e di colori, le colline della Franciacorta ridenti di borgate, villaggi e casolari sparsi, e la corona dei nostri monti fra i quali è incastonata la gemma azzurra del Sebino. Significa altura isolata. Altri sono ricorsi all'anglosassone "ufea", o al longobardo "ofen" per altura, altopiano o monte con fortezza. Lo stesso nome è riferito ad un colle, villaggio e laghetto nel territorio di Como e ad una località presso Feriolo di Baveno sulla riva piemontese del Lago Maggiore.


Il Montorfano è composto da un conglomerato di ciottoli di varie età e di argille, in genere non bene solidificati, depositatisi nella parte meno antica del periodo Miocenico (Era Terziaria), chiamata col nome di Pontico o di Messiniano. Ciò secondo il concorde parere dei geologi bresciani (Cacciamali, Cozzaglio, Bomini) ed anche da altri geologi. Ma è da dire che in questi ultimi anni i geologi O. Vecchia e M.B. Cita affermarono che il materiale del nostro monte sarebbe sì del periodo Miocenico, ma non della sua parte superiore (e cioè del Pontico), bensì della parte medio-inferiore più antica; siamo sempre tuttavia nel Miocene, durato all'incirca 12 milioni d'anni. Il fatto che il Monte si trovi isolato e sia così imponente ha fatto formulare al Cozzaglio l'ipotesi che il blocco, prima quasi piano, del monte sia migrato per ragioni tettoniche dai pressi del margine prealpino al luogo attuale, spinto però in alto dai movimenti di sollevamento (in qualche settore sono anche di sprofondamento) verificatisi nel Miocene in diversi settori del margine prealpino, specialmente bresciano. Mentre è incerta detta "migrazione" da N a S del Montorfano secondo lo Zaina, certi sono i detti moti del suolo durante il Miocene, con mutamenti di direzione per alcune valli e fiumi. Il monte resta il più marcato e interessante sollevamento nella Padania, sorto assai prima che le colate glaciali del Pleistocene scendessero dai gioghi alpini fino a presentarsi, e in parte a occupare, la pianura settentrionale; prima quindi, nel nostro caso, che il ghiacciaio camuno e l'acqua sottoscorrente scavassero il Sebino e depositassero le arcate moreniche che in uno dei periodi glaciali (forse quello chiamato Mindeliano) giunse fino ad investire il Montorfano. Il geologo O. Vecchia asserisce che la massa glaciale invase il Montorfano e quasi lo circuì da ogni parte, ma senza superare le quote più alte. Aggiunge anche che sopra alcune delle quote del monte egli riscontrò massi erratici glaciali: il che costituisce altro motivo geologico interessante del monte. Lo Zaina soggiunge che resta però da vedere, in genere, se massi erratici isolati e a quote elevate, staccati da note e nette arcate moreniche, siano il residuo d'un vero anfiteatro morenico, (il Vecchia ha segnalato massi erratici sparsi anche in groppa alla collina della Badia presso Brescia, alquanto lontana dal Sebino) oppure i residui d'una glaciazione generale più antica delle colate vallive, la quale, scemando e restringendosi, abbia lasciato un primo anfiteatro morenico e poi nel tempo altri, intervallati e ben marcati anfiteatri, che attualmente vengono denominati (dal più antico al più recente): Donau, Gunz, Mindel, Riss e Würm. I fossili, rari e non bene conservati, reperiti nelle argille del Montorfano, hanno fatto scrivere al geologo A. Boni che la datazione di Vecchia e di M.B. Cita, circa il periodo di deposizione delle alluvioni che formarono il monte, è incerta. Quanto alla vegetazione predominano il pino nero, la robinia, il leccio, la roverella, l'orniello, il terebinte, il siliquastro o albero di Giuda, il carpino nero e l'erica. Circa l'avifauna, P. Andrea Brichetti, dopo aver segnalato la posizione "strategica" del Monte Orfano, come rifugio di molte specie scacciate dalla pianura per l'espandersi di monocolture, di disboscamenti e ogni altro fattore, ha segnalato soprattutto il gheppio e alcuni altri falconidi di passaggio (nibbio, poiana, sparviere). E una discreta presenza di fagiani e storne, (compresa quella dal collare oriundo). Tortore e colombacci, il cuculo e la civetta, il barbagianni, l'allocco e l'assiola, il torcicollo, il picchio rosso maggiore. L'estate il Monte ospita l'averla piccola e anche la capirossa, il rigogolo. Non manca la cornacchia grigia. Durante la primavera e l'estate specie tra le viti risiedono i pigliamosche, il canapino, il saltimpalo e il codirosso. Nel folto delle macchie e dei boschi trovano ospitalità la capinera, la bigia rossa, il beccafico, la sterpazzola, il pettirosso, l'usignolo e lo scricciolo. I cespugli accolgono merli e, durante i passi, i tordi, la cesena e la tortorella. Soggiornano inoltre la cinciallegra e la cinciarella, tra i castagneti abita il picchio muratore, nelle zone aride e cespugliose lo stillozzo e l'ortolano. Numerosi i fringuelli, e i cardellini, i varzellini e i verdoni e altri zigoli più rari. I cascinali e i paesi lungo il Monte ospitano la rondine, il balestruccio, la passera d'Italia e la passera mattuggio. Attorno al monte, a N la Moia, una notevole laguna di Km 1,200 che raccoglieva le acque confluenti da N ad E, una foresta e poi una serie di terrapieni, fortificati a difesa e protezione, come scriveva il Donni, «assai più elevati di oggi poiché i Celti e i Romani vi crearono spianate e mura adatte alle loro fortificazioni (dal II sec. a.C.). A N di questo terrapieno stava il baluardo naturale e separato di s. Donato, area di valore preistorico circondata da lagozze. A S: attraverso la Visnarda, la Moia scaricava nella Boesa (Fusia-canale d'acqua) che convogliava tutto il territorio acquitrinoso ai lati dell'attuale strada Rovato-Coccaglio-Cologne. Qui confluivano acque del versante meridionale del Monte Orfano e delle aree di s. Pancrazio, Adro, Zocco, attraverso le Miole (canali da praterie). Solo alla fine del Medioevo (1347) queste paludi, forse, risulteranno completamente raccordate, bonificate e organizzate nel canale Fusia: ma i primi lavori di questi canali vanno posti in periodo romano, sia in funzione di raccolta delle acque che di difesa». Il dott. Francesco Maza nel 1845 scriveva: «Sulle più alte e non coltivate sue parti nascono e crescono spontanee piante medicinali, esalanti efluvj soavi, alcune delle quali vi si veggono anche l'inverno, per la dolcezza del clima. Nelle parti inferiori e coltivate si raccolgono frutta saporose, generosi vini, ed ottimi erbaggi. Nella sommità più elevata, sul versante di Rovato, nell'interno d'un antico oratorio scaturisce un'acqua limpida e fresca, che da molti è tenuta giovevole alla salute; un'altra più scarsa, indicata dal Roncalli come dotata di virtù medicinale in parecchie malattie, sorge presso all'eremitaggio di Cologne; e nelle vicinanze medesime chiama l'osservazione del fisico una specie di voragine, detta colà volgarmente la lacca, la quale a seconda del tempo ora attrae l'aria, ora l'emette, seguendo le variazioni atmosferiche, non altrimenti che faccia il barometro». Reperti preistorici dell'età del bronzo e del ferro raccolti in località circostanti il Monte, le importanti strade che scorrono a S e a N, hanno messo in rilievo l'importanza del monte.


Ai piedi del Monte passavano le strade più importanti praticate da Liguri e Galli combacianti press'a poco con la Padana Superiore. Il nome è citato la prima volta in un documento del 795. Il monte fu contornato in epoca romana da Castri come quelli di Cologne, Coccaglio, Rovato, mentre ai suoi piedi si stendeva l'area delle centuriazioni.


Rilievo ebbe il territorio anche in epoca altomedievale longobarda e le chiese di S. Eusebio, ricordata nel 975 nel territorio di Cologne, di S. Michele (sec. X), di S. Stefano (sec. XV) e di S. Donato di Rovato segnarono il passaggio tra paganesimo e cristianesimo. Nel 1427 vi si sarebbe rifugiato il Piccinino sconfitto a Maclodio. In tempi più recenti sul monte si è insediato dal 1449 il convento dell'Annunciata di Rovato e nel 1568, su un'antica fortificazione, il convento di S. Giacomo di Cologne. Ritorna nelle leggende il Castello delle streghe di Cologne. Sui pendii del monte sorsero anche eleganti ville quali quella dei Tonelli di Coccaglio, dello storico Cesare Cantù a Rovato; Casa Frassine sopra Rovato (sec. XVI) conserva caratteristiche ricorrenti nelle valli. Apprezzato nell'800 il "Vino Santo", prodotto sul monte di Coccaglio. "Pochi colli del Bresciano, scriveva Davide Bertolotti in "Lettere da Telgate" nel 1825, forniscono uve atte a fare vin santo e il metodo di farlo ne restringe la qualità". Nostalgia per il monte manifestava Bartolomeo Dotti nelle sue satire (1757). Coperto di viti lo descrive Stendhal nel suo Diario ai primi dell'800. Verso il 1820 il Monte fu nella casa Tonelli a Coccaglio luogo di convegno di carbonari. Decenni più tardi, riferimento politico importante, fu la casa di Cesare Cantù a Rovato. Durante la Resistenza il convento dell'Annunciata divenne una piccola santabarbara dei partigiani della zona. Attrazione continuò ad avere il convento dell'Annunciata ridotto a ristorante e con una grande sala da ballo richiamava molta gente da Brescia e da tutta la zona, mentre i visitatori del monte trovavano ristoro nella vicina osteria e in qualche casa dove era accordato il cosiddetto «licenzino» per la vendita del vino prodotto sul posto. Osteria e licenzini, insieme all'osteria Valtellini, un po' più sotto, furono frequentatissimi per merende a base di uova e di salame. Per rilanciare il monte nel 1921 il comm. Luigi Buffoli di Chiari proponeva di erigere nel Convento dell'Annunziata un albergo cooperativa. Fin dal settembre 1930 il comando della Coorte forestale di Brescia lanciava la proposta del rimboschimento del monte attraverso un progetto elaborato dal centurione De Marini. Il 23 aprile 1931 veniva rinnovata sulla cima una Croce per ricordare i mutilati di guerra. Opere di rimboschimento continuavano negli anni seguenti, specie nel 1935 e nel 1938, con la inaugurazione sulla cima di un cippo in pietra di Sarnico nel nome dell'"Amico delle piante" a ricordo di Arnaldo Mussolini. Dai primi anni del secolo XX vennero erette su ogni cocuzzolo cinque croci che si dispongono lungo la groppa del monte. La prima sulla cima più alta venne eretta il 3 maggio 1915 dai Colognesi su piedistallo a forma di tetraedro. In seguito ne costruirono altre Villa d'Erbusco e Coccaglio. Questa, abbattuta da un uragano venne ricostruita in legno su basamento in muratura. Durante l'anno santo 1950 ne venne eretta una da Zocco di Erbusco all'estremità occidentale del Monte, su una larga spianata. Sette gradini di pietra, troncati al terzo sul davanti per far posto all'altare, reggono una stele alta quattro metri su cui è una croce a traliccio di metallo. La quinta quella di Rovato costruita dai fratelli Caratti, la più bella, in ferro battuto, posta sulla vetta più frequentata. Recentemente gli alpini di Cologne hanno dedicato ai loro caduti una chiesetta. Nel giugno 1943 maturava l'idea di erigere sempre sulla sommità un monumento ai caduti in guerra che prese forma concreta per iniziativa della Pro Rovato e in particolare di Nino Curti. Dapprima si pensò ai caduti del solo battaglione Vestone, un reparto del quale innalzò le quattro colonne su cui ora poggia la bella croce in ferro battuto opera della ditta Caratti (operaio Massetti). Ma poi, il 10 novembre 1946, con una adunata memorabile degli alpini bresciani (presente il generale Reverberi e oratore padre Bevilacqua) venne consacrato il monumento «a tutti gli alpini bresciani caduti in tutte le guerre». Il monumento verrà terminato su progetto di Nino Curti ed inaugurato il 22 settembre 1974. Le due grandi aquile vennero costruite da Aldo Caratti e Bruno Piardi. Nel 1962 ricominciò a rivivere il Convento dell'Annunciata, nel quale dopo gli opportuni restauri, l'anno appresso tornarono i Servi di Maria. Allarme per il diffondersi della processionaria e degli incendi si sparse nel 1963 specie in territorio di Erbusco e di Cologne. Un Consorzio nel 1966 si premurò di difendere la produzione vinicola del Monte Orfano già valida da molto tempo grazie a viticultori come i Valtellini, i Frassine ecc. Tra gli ultimi vini prodotti è il Muffito De Filippi. Rinverdita nel 1966 presso il Convento dell'Annunciata l'antica fiera degli agnelli o in genere degli ovini. Il piano cave provinciale previsto dalla legge regionale n. 18 del 30 marzo 1982 previde il ripristino naturalistico della fascia ai piedi del monte con la trasformazione delle cave in laghetti con finalità ricreative. Seguiva nel 1985 a Rovato la formazione di un gruppo che si prefiggeva di indagare sotto la villa abbandonata del Cantù. Nel frattempo alcune cavità del monte richiamavano l'interessamento degli speleologi. Nel 1976 nasceva a Coccaglio un Gruppo di volontariato per la valorizzazione e la difesa del Monte Orfano, cui seguiva nell'aprile 1981 la formazione di un nuovo gruppo volontari difesa Monte Orfano che in alcuni mesi riusciva a ripulire 20 mila mq. Nel 1982 veniva avanzata la proposta di un consorzio per la difesa del Monte Orfano tra i comuni di Rovato, Cologne, Erbusco e Coccaglio. Il progetto venne poi ridimensionato alla realizzazione di un sentiero botanico. La zona venne poi compresa fra quelle individuate (con legge 30 nov. 1983 n. 86) dalla Regione Lombardia come di particolare rilevanza ambientale e spinse la Giunta provinciale di Brescia ad avviare, con delibera del 27 ottobre 1987, la redazione di uno studio interdisciplinare sull'area. Il ripetersi degli incendi (particolarmente disastroso quello dell'8 agosto 1988) spinse i comuni di Coccaglio, Cologne, Erbusco e Rovato a riunirsi in un consorzio per la pulizia del bosco e per la tutela ambientale. Nonostante ciò sulla vetta a 451 m. s.l.m. ora una torre cilindrica circondata da ponti radio deturpa il paesaggio.