NATALE di Gesù Cristo

NATALE di Gesù Cristo

Al mistero del Natale sono dedicati il Santuario cittadino delle Grazie e la cappella di S. Morari di Bagnolo M. La vigilia aveva a Brescia in cattedrale particolari connotazioni: alle ore 17 della vigilia vi si tenevano i primi Vespri e solenne Mattutino del Natale, e dopo il canto del Te Deum, per privilegi speciale concesso in perpetuo da papa Pio VII il 18 settembre 1804, si cantava, circa le ore 19, la prima Messa del Natale, anticipandola dalla mezzanotte. Questo singolare privilegio, che era però comune alle cattedrali di Bergamo, di Vicenza e altre lombardo-venete, venne concesso ai capitoli per evitare ai vescovi, ai canonici e ai mansionari il disagio della funzione notturna, che durava ordinariamente tre ore, dalle 10 della sera all'1 di notte. Si discusse se con l'assistere a questa messa si potesse soddisfare al precetto della festa di Natale; i più ritenevano su questo un'opinione negativa perché il precetto riguarda il giorno solare, cioè dalle 24 alle 24. Il Natale fu ed è ancora, fra le solennità più sentite dal popolo bresciano. Particolarmente frequentata la Novena, accompagnata da zampognari o «pia baghecc» con melodie ripetute all'infinito. Molto diffuso dalle notti precedenti il Natale fino all'Epifania il «Canto della stella», con un particolare rito che variava da paese a paese, ma che sostanzialmente consisteva nel percorrere da parte di un gruppo di canterini le vie del paese suonando e cantando nenie natalizie portando in alcuni luoghi sopra una pertica una stella illuminata da candele. Negli ultimi giorni della Novena, specie nella pianura, vigeva l'usanza del «caidù» (probabilmente dal francese «cadeau» = dono) per la quale chi appena era in grado costruiva nel cortile o sull'aia una catasta di pezzi di legna, alla quale potevano attingere i poveri per procurarsi legna per l'inverno, senza essere osservati. «Con un solenne digiuno, scriveva nel 1699 p. Gregorio di Valcamonica, si preparano al Santo Natale di Christo, non costumando d'ordinarlo di mangiare in quella Vigilia, se non la sera». Specie in pianura il piatto della sera della Vigilia era l'anguilla. A Lozio e in altri paesi della Valcamonica il digiuno della Vigilia era assoluto ma la sera dell'antivigilia aveva luogo la gnochéra cioè una spanciata di gnocchi. La Vigilia vedeva presenti tutti i membri della famiglia. Persino i banditi, si diceva in Valtrompia, tornano a casa. Intanto veniva approntato il Presepio, insidiato sulla fine del sec. XIX dall'albero di Natale. Dopo la cena della Vigilia (quando non era usanza celebrare la Messa di mezzanotte), la gente si raccoglieva nelle stalle, dove si diceva il rosario e si raccontavano storie di pastori, di magi ecc. Intanto veniva acceso il ceppo che doveva durare dodici giorni (dalla notte di Natale fino all'Epifania). Carbone e cenere del fuoco ritenuto benedetto venivano usati poi in caso di bucati, di temporali ecc. Oltre al ceppo, prima di andare a letto, venivano disposte attorno al focolare due sedie perché passando nella notte la Madonna e S. Giuseppe potessero sedersi, riposarsi e scaldarsi. Assieme al ceppo (di solito di rovere, «el sòk de ruer») venivano bruciati rami e fronde di ginepro e di lauro il cui aroma si riteneva preservasse dalla corruzione ed era emblema di immortalità. Al suono della mezzanotte tutti uscivano per strada per ascoltare e cantare «le pastorelle » e per osservare i grandi fuochi accesi sulle alture. Fino agli anni Cinquanta, a Pezzaze e altrove venivano sparati mortaretti. Il giorno di Natale era vissuto nell'intimità della famiglia e della chiesa. Particolare significato aveva in Valtrompia l'acqua attinta a mezzanotte, ora in cui era stato lavato il Bambino Gesù, dopo la sua nascita. Alcune previsioni dal tempo del giorno di Natale: se il cielo era sereno i raccolti sarebbero stati buoni, in caso contrario si preannunciavano sciagure e malattie.


Particolarmente sentita la festa dell'Epifania, al centro di credenze ed usi. In Valtrompia si credeva che nella notte dell'Epifania ritornassero sulla terra gli esseri appartenenti agli inferi, temuti dal popolo della montagna. Fra essi ad Andrista il badalìsc. Ma in molti luoghi la notte dell'Epifania era notte di prodigi e di previsioni: nelle cascine dell'alta Valle Trompia, si credeva che nelle stalle le bestie parlassero tra di loro, con linguaggio umano, ma maledizione e morte avrebbero inesorabilmente colpito coloro i quali, ascoltati questi discorsi, avessero osato riferirli. E c'è certo ancora a Pezzaze, a Bovegno e a Collio chi è disposto a ricordare nomi e cognomi di persone a cui sarebbero successi grossi guai proprio perché trasgressori di questo «precetto». Già nella vigilia a Bovegno in Valtrompia e altrove i giovani piantavano in piazza un fusto di noce «ypopirium idest capitale de ligno crucis» che andavano a rubare in qualche proprietà privata, recando danno per cui gli Statuti comunali (cap. 187) condannavano tale usanza. "Nell'Epifania, scrive p. Gregorio di Vallecamonica, (Curiosi trattenimenti) i camuni celebravano la manifestazione del Signore con fuochi d' accese facelle di Betole la notte precedente, et il giorno con mutui regali, che chiamano Benegate".