NANI Giovanni

NANI Giovanni

(Venezia, 28 febbraio 1727 - Brescia, 24 ottobre 1804). Del N.H. Antonio, senatore «amplissimo», e della N.D. Lucrezia Lombardi. Compì brillantemente i primi studi in Venezia e quelli giuridici in Padova per poi iscriversi al Maggior Consiglio della Repubblica. A 35 anni, nel 1762 scelse la carriera ecclesiastica, studiando sotto la guida del somasco p. Borsati. Dopo aver reso servizio pastorale nella sua parrocchia di S. Trovaso, istruendo i fanciulli e dedicandosi alle opere di carità. Il 21 maggio 1767 venne nominato vescovo di Torcello dove fece l'ingresso la prima domenica di Avvento. Si dedicò subito a restaurare e a riaprire il Seminario, a riprendere le congregazioni dei casi di morale, particolari convegni per i sacerdoti novelli. Compì un'accurata visita pastorale, esplicò una attenta azione caritativa, svolse un'attiva azione pastorale e sostenne una controversia con il patriarca di Venezia. Con breve del 15 aprile 1773, Clemente XIV lo trasferì alla cattedra bresciana. La notizia della nomina del nuovo pastore giunse in città il 2 aprile e il 26 maggio il presule prese possesso della sede per la procura di Giacomo Soncini, canonico della cattedrale e vicario generale. Il 26 giugno il prelato entrò in Brescia in forma tanto riservata che nessuno gli andò incontro mentre tuttavia suscitò buona impressione. Fra i primi provvedimenti che dovette far eseguire fu la soppressione della Compagnia di Gesù, voluta da Clemente XIV e decretata il 29 settembre 1773 dal Senato veneto. Il 12 ottobre il vescovo, accompagnato dal podestà Niccolò Contarini, si recò nel collegio delle Grazie ed in quello di S. Antonio Viennese per leggere il documento papale e il decreto governativo. I beni del disciolto Ordine passarono alla Repubblica, mentre delle scuole prese possesso il Comune. La prima preoccupazione del vescovo fu verso il seminario diocesano e i seminari locali di Salò e di Lovere. Si deve a lui la istituzione di due cattedre, quella di diritto e quella di teologia morale, per confessori e chierici. Aiutò di tasca propria i chierici più bisognosi e migliori. Fin dal 1774 intraprese la visita pastorale, che condusse per tempi diversi lungo tutto il suo episcopato. Una cura particolare dedicò alla visita ai monasteri, soprattutto femminili, ai quali prepose ottimi direttori spirituali, fra i quali don Orazio Chiaramonti. Particolari cure ebbe per i monasteri di Capriolo, di Lonato e per il convento di Bagolino, colpito il 30 ottobre 1779 da un incendio distruttore. Zelo pose nelle missioni al popolo e nell'istruzione catechistica, ordinando che ogni domenica, alla Loggia di Brescia si tenesse un «dialogo» per coinvolgere i più lontani. Intensa la sua presenza caritativa nella quale spese tutti i suoi averi per i poveri, i nobili decaduti, le giovani «pericolanti» e i sacerdoti indigenti. Caldeggiò gli esercizi spirituali per i sacerdoti e ogni forma di pietà per i fedeli. Nel 1780 e poi ancora nel 1788 fece ristampare l'«Institutione christiana... novamente incontrata con l'originale autentico...», un testo catechistico per il popolo, risalente ai tempi del vescovo Domenico Bollani, suscitando reazioni alcune delle quali contenute in un «Saggio di osservazioni fatte da un Parroco di campagna» (1791) attribuito, da Paolo Guerrini, a Pietro Tamburini. Dalla curia pontificia non mancarono calorosi riconoscimenti dello zelo del prelato, con particolare riguardo alla sua sollecitudine per la formazione dei sacerdoti. Ad una lettera elogiativa scritta il 15 novembre 1785 dal cardinale prefetto Tommaso Antici seguì, il 14 agosto 1791, un analogo documento della congregazione la quale attribuì al Nani ampio merito per aver stroncato l'abuso di illegittime ordinazioni. Nel dovette prendere atto della rettifica dei confini diocesani che vide assegnate alla diocesi di Mantova le parrocchie di Birbesi, Bocchere, Canneto, Carzaghetto, Castiglione delle Stiviere, Fontanella, Guidizzolo, Medole, Ostiano, Solferino e Volongo. Cura particolare il vescovo portò alle confraternite e alle istituzioni caritative nelle quali profuse i suoi beni personali. Ferma fu l'opposizione sua all'espandersi delle dottrine giansenistiche che in Brescia ebbero i principali epigoni in Tamburini, Zola, Guadagnini, opposizione che, accentuata dal 1781 con la pubblicazione dell' «Analisi del libro delle prescrizioni di Tertulliano» del Tamburini, venne affidata a professori del Seminario, a parroci ecc., ma nella quale intervenne egli stesso con un breve confronto del libro di Tertulliano «De Prescriptionibus» coll'Analisi fattane in Pavia (in Bologna, MDCCLXXXIV, nella Stamperia di S. Tomaso d'Aquino, pp. 147, in-folio) e con il «Sermone di Monsignore Giacomo Bossuet vescovo di Meaux sopra l'unità della Chiesa recitato li 9 novembre 1681 alla messa solenne dello Spirito Santo nella Chiesa delli Grandi Agostiniani nell'apertura dell'Assemblea Generale del Clero di Francia, e stampato per ordine della stessa Assemblea». Traduzione dal francese (Bologna, MDCCLXXXIV, nella Stamperia di S. Tomaso d'Aquino, pp. 53, in-fol.), opera attribuita allo scolopio p. Bruno Bruni e al carmelitano p. Francesco Maria di S. Martino, ma da Paolo Guerrini assicurata al vescovo Nani. Su suo suggerimento, scese in polemica contro i giansenisti con varie opere, il teologo Giovanni Vincenzo Bolgeni (Macerata, 1733 - Roma, 1821). La polemica giansenista si sviluppò attraverso una ridda di pubblicazioni che investì personalmente i più diretti protagonisti: se il Tamburini fu accusato d'essere il Lutero d'Italia, il Nani fu considerato dai giansenisti un ipocrita o, quanto meno, un opportunista che si sarebbe mostrato fedele al papa solo per ottenerne il cappello cardinalizio. In questo senso è interpretato anche l'ossequio che il vescovo rese a Pio VI in Verona, nel 1782, mentre il pontefice, "pellegrino apostolico" era in viaggio verso la corte di Giuseppe II. In realtà la condotta del presule fu unicamente dettata dalla preoccupazione di proteggere dall'errore il clero e i fedeli: per questo egli esercitò un attento controllo sulle idee che circolavano nel seminario, nei collegi, nei conventi, nella parrocchie, proibendo la lettura delle opere dei giansenisti e negando gli ordini sacri ai chierici che si mostravano favorevoli alla tesi del Tamburini e dello Zola. Il vescovo che non attese la pubblicazione della bolla "Auctorem fidei" per contrastare duramente gli errori dei giansenisti, trasse dal documento, dato il 23 agosto 1794, nuovo motivo per confermarsi nella sua opposizione al Tamburini, allo Zola e ai loro seguaci. Ai due principali capi del giansenismo che, perduta nel 1794 la cattedra pavese tornarono a Brescia, egli vietò la celebrazione della messa, rinnovando la propria vigilanza sulle idee da loro diffuse. Anni particolarmente difficili mons. Nani dovette affrontare all'arrivo, nel 1796, delle truppe francesi. Instaurandosi nella notte tra il 17-18 marzo 1797 la Repubblica bresciana di indirizzo giacobino, il vescovo avrebbe dichiarato: «Nulla importa! Lo Spirito Santo destinandomi vescovo di Brescia non mi disse già che sarei sempre stato soggetto ai veneziani». Nei giorni della repressione in val Sabbia, dopo un'accusa violenta al «cittadino vescovo», non si sa da chi sottoscritta, egli inviò subito una lettera ai parroci affinché predicassero la pace ed esponessero «la giusta idea del Governo democratico che ha per base la Religione di Gesù Cristo e l'interesse della Società». Ma ben presto si trovò in aperto contrasto con i nuovi reggitori della vita pubblica. Convocato dal governo repubblicano, benché ammalato di podagra, si presentò davanti alle autorità, tenendo un discorso in cui le richiamò al dovere di nutrire il massimo rispetto verso la religione cattolica, e di stare uniti alla fede e alle decisioni della Chiesa. Obbligato a vergare una lettera che esortasse i fedeli ad assoggettarsi al mutato regime, i termini scelti dal vescovo non erano conformi alle attese dei repubblicani ed al prelato si ingiunse di stendere un secondo scritto che riconoscesse esplicitamente, attraverso una formula predeterminata, il nuovo governo a cui prestare un giuramento di fedeltà che, se sottoscritto dal presule, sarebbe stato inevitabilmente considerato impegnativo per il clero ed i fedeli. Al rifiuto del vescovo che non cedette nemmeno dinanzi alla minaccia delle armi, i giacobini aizzarono il popolino che inscenò un'indegna gazzarra davanti alla residenza episcopale, senza peraltro riuscire a smuovere il prelato dal suo atteggiamento. Infine il vescovo, convinto dalle insistenze del vicario generale Francesco Bona, scrisse la lettera pastorale che reca la data 4 maggio 1797, nella quale è evidente l'intento di salvaguardare i princìpi religiosi, ma anche quello di evitare mali peggiori alla popolazione. L'elezione civile dei parroci, la soppressione degli ordini e congregazioni religiose, la legislazione matrimoniale, e tutta la politica laicizzatrice del governo provvisorio e della Repubblica cisalpina ed una vera persecuzione personale lo spinsero sempre più all'opposizione. D'altra parte egli dovette registrare, in breve spazio di tempo, il sequestro del seminario e le sue trasformazioni in ospedale militare nonché la soppressione, graduale, degli ordini religiosi. Accusato e multato sotto l'accusa di avere gradito il titolo di «eccellenza» e poi di aver scritto lettere contro il governo della Cisalpina, venne convocato a Milano e relegato per cento giorni, durante l'inverno, in una stanza fredda e disagiata del collegio dei Barnabiti a S. Alessandro. Discolpato poi attraverso prove evidenti, alla fine del marzo 1798, poté tornare a Brescia. Ma vessato in ogni modo, accusato di decisa resistenza agli ordini del Governo e di opposizione dell'autorità costituita, di «suo dichiarato incivismo (sic!)», venne allontanato dalla sua sede. Il provvedimento, voluto dal direttorio della Cisalpina il 2 maggio, commosse la città. Il vescovo, che prima di partire trasmise ogni facoltà al vicario generale Faustino Rossini, abbandonò il Bresciano e si portò a Padova e Venezia, mentre i suoi avversari gli confiscarono ogni avere, posero sotto sequestro il palazzo episcopale e trasformarono il seminari diocesano in ospedale militare. Tornato a Brescia esattamente un anno dopo, il 2 maggio 17, il presule fu costretto a riprendere la via dell'esilio nella primavera del 1800, rifugiandosi a Padova. Maturarono frattanto i nuovi orientamenti della politica napoleonica intesi a fare della religione un "instrumentum regni": il 29 giugno lo stesso Nani pubblicò una pastorale nella quale invitava alla pacificazione e rientrando in sede, si recò il 2 luglio a far visita al generale Loison. Pochi giorni dopo si celebrò in cattedrale una solenne messa di riconciliazione; il Brognoli osserva, con annotazione non priva d'un accento ironico, che nel duomo s'era radunata una gran folla per vedere lo spettacolo dei francesi che vanno a messa. La politica di distensione voluta dal Bonaparte consentì al vescovo di risolvere a suo favore alcuni contrasti sorti con l'autorità civile a proposito della disciplina del matrimonio e fece sì che il Nani fosse compreso tra gli invitati ai comizi nazionali di Lione per la costituzione della Repubblica Italiana. Il presule tuttavia rinunziò, per motivi di salute, a partecipare a quell'assise, inviando in sua vece il vicario generale Antonio Caprioli il quale definì l'assemblea, dominata dal volere di Napoleone, una grande, comica mistificazione. Il mutato clima nei rapporti tra il potere civile e quello religioso non illuse il vescovo né gli consentì di trarre conclusioni ottimistiche; delle sue persistenti preoccupazioni fu anzi significativa prova la relazione che egli presentò alla congregazione del Concilio il 30 giugno 1802. Di questa testimonianza è finora noto solo un frammento: Gian Ludovico Masetti Zannini, cui si deve un parziale riferimento al lungo documento, rileva che dallo scritto emerge la particolare ansia del presule per l'educazione cristiana della gioventù alla quale la scuola pubblica controllata dal governo fa mancare ogni accenno alla Rivelazione. Quanto al seminario diocesano, esso rimase confiscato ed ancora ridotto ad ospedale militare: scomparve anche la sezione periferica di Salò mentre quella di Lovere, che aveva cura dei giovani "in primordiis litterarum", rimase aperta anche sotto l'episcopato del successore Gabrio Maria Nava. Ebbe fino alla fine contrasti specie riguardo alla legislazione matrimoniale e laica in genere e persecuzioni. Gli fu perfino imposto, ciò che non accettò, di deporre le insegne vescovili e di servirsi di un'uniforme. Caduto «in tristezza d'animo e compromesso nella salute, si raccolse in una vita di orazione» fino alla morte. Grande la sua carità privata e pubblica. Tra l'altro contribuì con notevoli somme all'ingrandimento dell'ospedale di Brescia. Venne sepolto in Cattedrale nuova all'altare dell'Angelo Custode e sulla tomba venne posta un'epigrafe dettata dal can. Luigi Luchi, che venne preferita ad altra dettata dal celebre Morcelli. Stemma: «D'argento , carico di uno specchio arrotondato trinciato d'oro e di rosso, fregiato di tre foglie di quercia di verde».