NADRO

NADRO (in dial. Nàder, Nadro, in lat. Nadri)

Piccola borgata e frazione a N di Ceto, alla destra del torrente Figna, che scende dal Pizzo Badile e sulla riva sinistra dell'Oglio, a m 429 s.l.m. Sorge in bella posizione in una conca ricca di verde di prati, dei pascoli e all'ombra dei castagneti sulla strada che porta a Cimbergo. Amministrativamente è frazione del comune di Ceto. Nelle cronache del Nassino si accenna a una famiglia «de Nardi dei conti di Enardo di Val Camonica».


ABITANTI (Nadrensi; nomignolo «mu = i mocciosi): 301 (162 da comunione) nel 1565, 284 nel 1573, 250 nel 1601, 300 nel 1819, 418 nel 1861, 500 nel 1925, 551 nel 1934, 555 nel 1937, 600 nel 1980, 600 nel 1990. Curiosi e pungenti i bisticci segnalati da Paolo Guerrini come: "I mucì de Nàder / töcc bindù e làder", mentre invece (almeno a Ceto) "Nàder e Sét / töta bràa zét". Ma Nadro e Braone ritornano in mala fama: "Nàder e Braù / töcc lader e bindù. Quanto al nome l'Olivieri è ricorso all'aggettivo latino «atrum» per il colore nereggiante, mentre secondo lo Gnaga dovrebbe derivare come Adro dall'aggettivo ater, premessa la posizione «in». Paolo Guerrini sottolinea che anche per Nadro bisogna tener presente la forma dialettale Ader e Nader, e la speciale fonetica del dialetto locale che trasforma la S in D onde si deve leggere Aser e Naser, ambedue trasformazioni di acer, la nota pianta di acero che nel dialetto si chiama opol. Qualcuno è ricorso al retico ed euganeo «Nater» o «Nader» in riferimento ad un logo poi scomparso. Nadro è considerata fra le più importanti stazioni preistoriche camune, concentrata nel Parco di Foppe, nel quale sono visibili circa 50 rocce istoriate, molte delle quali visitabili; si tratta di figure incise sulla roccia dai camuni in epoca preistorica. Attraverso quelle immagini della loro vita quotidiana, si possono ricostruire le loro vicende, in una sequenza pressoché ininterrotta che ha inizio, a Nadro, nel 5.000 a.C. Lo studio di queste incisioni ha portato alla individuazione di 4 periodi, contraddistinti da particolari caratteristiche stilistico-compositive e da un repertorio di soggetti, che corrispondono ad altrettanti periodi archeologici: Neolitico antico (5500-4000 a.C.); Neolitico tardo (4000-3000 a.C.); Calcolitico - Età del bronzo (3000-1000 a.C.); Età del ferro (1000-16 a.C.). Inoltre di rilievo le incisioni in località Zurla che si estendono per oltre 150 m di lunghezza in direzione N verso Capodiponte (v. Zurla), dove il parco di Naquane (v.) registra la più alta concentrazione finora scoperta di rocce istoriate. Fra il parco delle Foppe e l'attuale centro abitato esistette un castelliere preistorico. Essi sono collegati da una mulattiera romana. Nel 1905 venne trovata in un campo una moneta dell'imperatore Commodo. In epoca medioevale e almeno dal 1100 d.C. (ma anche anteriormente come sembrano indicare alcune costruzioni) sorse il borgo costituito da un nucleo compatto in cui strade e corti interne si intrecciano ed alternano formando un ambiente unitario e collettivo. Una leggenda locale narra di un abitato primitivo esistente nella località dove oggi sorge il santuarietto dell'Addolorata, scomparso in seguito ad un terremoto. L'esistenza del culto ai SS. Gervasio e Protasio ha fatto pensare a una decisa influenza del monastero di Tours, al quale qualcuno attribuisce la fondazione della prima cappella di Nadro. Il vescovo di Brescia vi ebbe poi beni dei quali infeudò poi i Martinengo che vi ebbero possedimenti fin dai sec. XI-XII. Nelle memorie del monastero di S. Pietro in Monte, nel 1175 ricorrono tra i nomi dei nobili legati da vincoli feudali due nobili camuni: Girardo ed Oddone, signori del castello di Fina di Ceto. Essi, secondo Enrico Tarsia, appartengono a uno dei tanti rami della stirpe dei Martinengo, dai quali derivarono poi i Sala, ai quali si accompagnarono come feudatari i Botelli, originari da Cemmo, ove nel 1255 avevano acquistato i beni degli eredi di Albertino Mettifuoco da Breno, nipote dei conti d'Arco di Trento. Questi vennero investiti di beni del vescovo di Brescia. Il 12 aprile 1299 Rogerio del fu Guglielmo Botelli, Robacastello e Bocacino del fu Filippo Botelli, Oldicino e Geroldo Botelli, vennero ammoniti a versare i canoni d'affitto e ad assolvere tutte le prestazioni a cui erano tenuti quali affittuari del vescovo, per quei possedimenti dei quali già da molto tempo godevano, senza tener fede ai contratti d'affitto. Di altri beni, nel 1300, il vicario vescovile Cazoino soggiornando a Edolo, investiva Oggero qd. Guglielmo Botelli da Cemmo, ma abitante in Edolo e nel luglio 1302, tornato a Cemmo, lo stesso Cazoino investiva di nuovi beni anche Aliprandino «de Figna» dimorante in Nadro. Scomparsi rapidamente i «de Figna » i Botelli continuarono a ricevere investiture come da documenti del 25 giugno 1303, del 1308, del 14 ottobre 1336, del 2 gennaio 1337, del 16 gennaio 1350, ecc. Il 27 novembre 1374 si ha conferma di diritti di decime, dei relativi proventi e del possesso di case e di pezzi di terra nei territori di Nadro, Incudine, Cemmo, Cevo, Figna, Mù, Bienno, Cortenedolo, Cerveno, Malegno, Zero, Niardo e Losine a Betino, Bortolomeo, Maifredino, Fachino Botelli di Nadro, agenti per sé ed a nome dei fratelli Bertolino e Comino qd. Paschino Robacastelli Botelli di Nadro e di Giovanni ed Eugenio qd. Giacomo Botelli di Nadro, dietro pagamento di un canone annuo e il giuramento di fedeltà. Analoghe conferme sono contenute in un documento del 12 giugno 1388 e ripetute ancora nel 1389 dal vescovo Tomaso Visconti. Le ultime investiture dei Botelli furono registrate nel 1423. Nel frattempo ottennero accanto ai Botelli investiture di decime anche Durando Ayardo e l'11 dicembre 1355 Pasino Federici qd. Girardo e sempre più, nel sec. XV, i Gaioni. Infatti almeno dal 6 novembre 1408 hanno investiture a Nadro Giovanni qd. Bettino da Gayonibus di Esine, ma la cui famiglia era originaria di Edolo dove nel 1299 Giovanni e Alberto da Essen erano stati investiti di beni vescovili; tramite di tale investitura fu forse, secondo il Sina, il canonico Armanino Gaioni, parroco di Capriolo. Oltre che ottenere il 13 ottobre 1423 la conferma dell'investitura, i Gaioni si trasferirono presto a Nadro dove presero possesso della torre e di altre case già del vescovo di Brescia e dei suoi feudatari, che i Gaioni ampliarono e trasformarono, costruendosene di nuove. Nadro godette in un ruolo quasi equiparato a Ceto e contemporaneamente divenne parrocchia. I Gaioni furono presenti fino al 1856, quando l'ultimo della famiglia, Giovanni Bettino, figlio di Pietro Antonio Gaioni e di Maria Angela Gaioni, morì senza lasciare eredi, decapitato con un colpo di mannaia da Paolo Pezzoni, nato a Nadro il 27 aprile 1810, arrestato dalla giustizia il 14 luglio 1856 e morto a Genova il 19 marzo 1861 nel Bagno della Regia Marina, dopo che gli era stata commutata la pena di morte, a cui l'aveva condannato il tribunale di Bergamo. Lungo i secoli aveva assunto un ruolo sempre più importante la vicinia di Nadro e di Ceto composta dai capifamiglia, che tendeva a diventare proprietaria di beni comuni. La vicinia stipulava nel 1490 con i conti di Lodrone, feudatari di Cimbergo, una convenzione per regolare i diritti di pascoli e di segaboli. Guidata da due consoli, uno di Nadro e l'altro di Ceto, la vicinia assunse sempre più importanza ed autonomia, escludendo nobili e forestieri: provvedeva all'incanto dei mulini (due a Ceto e uno a Nadro), dei torchi per il vino e l'olio, regolava la caccia, fissava i dazi, curava la pulizia dei canali, la manutenzione dei ponti. Grazie anche alla saggia amministrazione, Nadro andò sempre più godendo particolare considerazione. Ancora nel 1694 p. Gregorio da Valcamonica la descriveva come «riguardevole di fabbriche, di habitanti, con pezzi d'alcune torri». Nel 1788 veniva edificato un nuovo cimitero. Nel 1856 il Maironi da Ponte rimarcava come «i rimasuglj di grandi fabbricati signorili, e le vestigia di torri anzi di vecchie rocche che si veggono entro e fuori del villaggio fanno fede della di lui antichità, e della sua importanza ne' trascorsi secoli». Abolita dalla rivoluzione giacobina la vicinia, il 7 giugno 1797 venne imposta la municipalità di Capodiponte, della quale fece parte anche il dott. Pier Antonio Gaioni di Nadro. Ma ricostituiti il 26 aprile 1799 i comuni, il 13 maggio gli originari (Donina, Vaiarini, Pezzoni, Prandini, Apollonio, Battistini, Zana) ricostituirono l'amministrazione locale, raggiungendo poi con i Procuratori dei foresti, Lanzetti e Bontempelli, un accordo fino a quando il 24 luglio 1803 si costituì il Comune, che in seguito ad un regolamento approvato l'8 giugno 1805 nominò il 4 agosto 1806 in Cristoforo Gaioni di Nadro il primo sindaco. Lo stesso mese si registrò una grave inondazione del Figna, alla quale altre ne seguirono. Nel gennaio 1821 Cristoforo Gaioni venne sospettato dalla polizia austriaca di aver aderito alla congiura dei Federati. In seguito Nadro confuse sempre più le sue vicende con quelle di Ceto. Nel 1909 vi venne istituita dalla maestra Giarelli una scuola serale. Attivo particolarmente fu negli stessi anni il maestro Martino Tarsia che introdusse recite scolastiche. Nel 1914, per iniziativa di Fortunato Bontempi di Darfo, vi viene introdotta la Società operaia cattolica. Decisivo è stato dagli anni '60 lo sviluppo edilizio verificatosi negli ultimi decenni specie alle Fornaci e ai Campagnelli lungo la statale n. 42. Tra le ultime opere realizzate il monumento ai caduti, opera di Franca Ghitti su progetto dell'arch. Attilio Cristini, inaugurato nel 1989.


PALAZZI: notevole è il complesso di fabbricati che fu dei nobili Gaioni, ove, nella parte più recente del XVI secolo, ampie sale con stucchi ed affreschi sono state fino a poco tempo fa documento interessante di un'epoca. Attualmente però, come ha sottolineato il Tarsia, sono stati notevolmente rovinati e le stanze rimaneggiate. Bello il portale dell'entrata principale, in pietra di Sarnico, che porta lo stemma della famiglia Gaioni (stile del '600). Svetta sulle costruzioni la solida torre quadrata (alta 25 metri, priva di merlature forse del XII secolo) tutta in granito sbozzato, recentemente restaurata, con l'adiacente palazzo che può dirsi il nucleo più antico della costruzione signorile. La torre, posseduta agli inizi del '900 dai Lanzetti e dagli Apollonio è passata poi al prof. Tarsia che l'ha trasformata in una biblioteca di prestigio.


CASA VAIARINI del '500 ospita un museo preistorico allestito dal Centro Camuno Studi Preistorici: esso raccoglie i reperti rinvenuti in scavi effettuati nel Parco di Foppe (sala 1) e una serie di pannelli (sale 2, 3, 4) che illustrano i significati delle incisioni del Parco, istituito nel 1977, comprendente le rocce istoriate di Foppe di Nadro 32, Dosso Cui 6, Bait del Soc 1, Zurla 9, Naquane settore Ceto 20. Il Parco comprende anche un laboratorio e un museo.


ECCLESIASTICAMENTE secondo Alessandro Sina, la fondazione della prima chiesa di Nadro dedicata ai SS. Gervasio e Protasio è da assegnare al monastero di Tours, al quale Carlo Magno donava nel 774 i beni della Valcamonica appartenenti al fisco regio. Il primo nome di sacerdote riferito alla chiesa di Nadro è quello ritrovato in un documento del 22 aprile 1459, ove nell'elenco dei parroci curati della pieve di Cemmo è citato «Dominus Presbiter Andriolus de Buenno, rector ecclesiae S. Andreae de Ceto et S. Gervasii et Protasii de Nadro». Il primo parroco che si conosca è Giovanni da Cemmo, ricordato in documenti nel 1463. Sempre a Nadro nel 1505 ad opera di alcuni eretici (chiamati Valdesi o Arnaldisti) sarebbe stata impedita la nascita di un monastero femminile. La vita religiosa tuttavia deve essere stata intensa come testimonia l'esistenza fin dal 1573 di una Confraternita di Disciplini (40 confratelli) e di un'altra del SS. Sacramento (con 50 confratelli). Non mancavano tuttavia gravi inconvenienti tanto che S. Carlo nel 1580 era costretto ad ordinare di togliere un palco dal quale, durante le sacre funzioni, gli uomini si divertivano a lanciare sulle donne palle di neve e sputi e a proibire che si mangiasse e bevesse nella Disciplina. D'altra parte i Disciplini si flagellavano e la Disciplina nel 1573 era dotata di Regole. Le feste celebrate negli stessi anni erano quelle di S. Vitale, S. Anastasio, S. Maria Maddalena e S. Rocco. Ad esse aggiunge poi quella ben diretta del S. Rosario ristabilita poi nel 1827, mentre il 27 luglio 1753 viene istituita la Via Crucis. Particolare cura venne posta specie nell'800 nella Dottrina cristiana. Un rilancio della vita parrocchiale si ebbe con il giovane parroco don Giovanni Maria Barbetti (1887-1891) che istituì la congregazione delle Madri cristiane, riordinò l'oratorio femminile e promosse la viticoltura, divulgando il solfato di rame contro la peronospera. Si deve invece a don Pietro Bontempi (1891-1938), oltre al restauro della parrocchiale, l'avvio della fondazione dell'asilo che ebbe il valido sostegno finanziario nel lascito di Giuseppe Vaiarini (1852-1930), il quale lasciò «la massima parte della sua vistosissima sostanza ai bimbi dell'asilo di Nadro, adottandoli per sempre suoi figli». A lui venne dedicato l'asilo eretto in Ente morale nel 1934. Sono invece recenti, dovuti allo zelo di don Luigi Dotti, il campo sportivo, il salone parrocchiale, la sistemazione del sagrato.


LA CHIESA PARROCCHIALE dei SS. Gervasio e Protasio è ricordata in documenti del 1532. Nel 1562 era in buon ordine, e cinque anni dopo il visitatore ordinava che fosse imbiancata dove non era affrescata. Poverissima, nel 1573 mons. Pilati constatava che non era alimentata la lampada al SS. per la povertà della popolazione del beneficio. Nel 1603 si ricordava che la festa della consacrazione era fissata al 20 dicembre mentre la fabbrica della chiesa apparteneva parte al Comune, parte al Rettore e parte alle Confraternite. Nel 1611-1612 venne eretto il bel campanile in granito sbozzato. Nel 1633 venne eretto l'altare della Madonna del Rosario al quale fu annesso l'altare del SS. Sacramento. Il tempio venne ampliato, su impulso del vescovo Bartolomeo Gradenigo e per iniziativa del parroco don Taddeo Giacomi nel 1683 e portato a termine nell'«essenziale tre anni dopo », ma completato con il coro nel 1688 e con il battistero nel 1691. Nel 1716 la chiesa aveva oltre l'altare della Madonna, quello di S. Antonio di Padova, al quale era annessa la Scuola della Dottrina cristiana. Nel 1753 venne arricchita della Via Crucis. Nel 1837 esistevano cinque altari: il maggiore e quelli della Madonna del Rosario, di S. Giuseppe, di Antonio di Padova e di S. Francesco d'Assisi. Aveva due cappellani: Gaioni e Battistini, che assicuravano il culto. Le cappellanie vennero fuse per decreto governativo del 29 ottobre 1836. Rovinata da un incendio avvenuto l'1 gennaio 1895, la chiesa venne restaurata l'anno dopo dal pittore esinese Antonio Guadagnini che vi dipinse scene della vita di Cristo, della Madonna e dei santi protettori. La pala dell'altare maggiore raffigura la Madonna col Bambino e i SS. Gervasio e Protasio, secondo alcuni della scuola del Murillo o di scuola fiamminga, secondo altri di Pompeo Batoni (1708-1785). Di Grazio Cossali (firmato Gratius Cossali faciebat 1615) è la tela raffigurante la Crocifissione. Una bella tela quattrocentesca raffigura l'Addolorata. La Madonna e Santi della sagrestia viene attribuita da Felice Murachelli a Giampietro da Cemmo. Il 13 giugno 1914 venne inaugurata una statua di S. Antonio di Padova dello scultore Emilio Righetti. In sagrestia si conserva una bella croce in bronzo quattrocentesca. Bello il campanile del 1611, in granito sbozzato.


LA MADONNA DEL SANTÈL è un santuarietto circondato da viva devozione che, secondo una tradizione locale, sarebbe sorto dopo un'alluvione che avrebbe distrutto il paese e che per un certo tempo avrebbe servito come parrocchiale. E vera invece l'ipotesi che si trattasse di una semplice santella ampliata in seguito con il radicarsi sempre più della devozione e forse per voto emesso durante la peste del 1630, fino a raggiungere le dimensioni attuali. Oltre che prolungata alla cappella primitiva vennero aggiunti i due piccoli vani laterali. Infatti il vescovo Marin Giorgi nella visita pastorale del 4 settembre 1603 accenna ad un "sacellum campestre" cioè ad una santella di campagna che non è ancora completa e della quale ha acquistato il diritto la comunità di Nadro. Nella relazione del parroco di Nadro per la visita pastorale del vescovo Barbarigo nel 1716 si legge ancora: «In questa parrocchia vi è una santella campestre dove non si celebra; si va però a questa, ogni domenica, processionalmente. L' elemosine di questa santella, che sono assai frequenti, sono amministrate dai suoi Presidenti». Nel santuarietto domina l'immagine che rappresenta la Vergine che tiene fra le braccia il Figlio. È un affresco cinquecentesco di grande espressività. Il santuarietto è stato restaurato nel 1957 da Carlo Pescatori, Gigi e Fausto Fasser e da Gallizioli e completamente rifatto nella parte anteriore dove cedevano le fondamenta. Esisteva anche un'antica cappella titolata a S. Rocco costruita forse nel '400 accanto alla chiesa parrocchiale e curata dai Disciplini che, nel 1573, erano ventidue. S. Carlo ordinò che la cappella venisse distrutta e adibita a sagrestia.


L'ECONOMIA fu da sempre prevalentemente agromontana, precisata verso la metà del sec. XIX in «biade, viti, gelsi, castagne, fieno, boschi e pascoli». L'agricoltura venne sviluppata dal 1860 con un sempre più intenso allevamento del bestiame. La crisi agricola portò negli ultimi decenni del secolo a una intensa emigrazione temporanea ed anche permanente, specie negli U.S.A. e in Argentina. Ancora nel 1957 veniva registrata l'assenza, per motivi di lavoro, di un centinaio di persone. La calce cavata a Nadro venne ritenuta la migliore della Vallecamonica per sfruttare la quale nel 1905 venne costruita una fornace a fuoco continuo. Il parroco di Nadro ha contribuito alquanto al rilancio del turismo. A Nadro si tiene mercato il venerdì.


PARROCI: Andriolo da Bienno (citato il 22 aprile 1459), Giovanni da Cemmo (cit. il 4 novembre 1463), Giovanni de Sectis da Capodiponte (cit. il 21 novembre 1464), Padrono de' Beatrici da Ceto (rettore di Ceto e anche di Nadro dal 21 novembre 1464 al 26 giugno 1465), Giovanni de Omeriis da Cemmo (nominato il 26 giugno 1465), Giuseppe... (presente nel 1525), Battista da Valcamonica (pres. nel 1539), Inviciato degli Inviciati da Soncino (morto nel dicembre 1565), Giovanni Antonio Cattaneo da Breno (nominato il 20 dicembre 1565 - m. il 3 settembre 1571), Pietro Lascioli di Capodiponte (12 dicembre 1571, rinuncia nel novembre 1596), Matteo Mattei (1573), Francesco Lascioli qd. Tedoldo (14 aprile 1597 - m. nel 1635), Brizio Facchinetti di Monno (2 giugno 1635 - m. il 29 ottobre 1642), Alberto Legna di Malonno (19 novembre 1642, rin. l'1 dicembre 1648), Antonio Luchino (11 dicembre 1648 - m. nell'aprile 1656), Orazio Pievani di Piancamuno (22 ottobre 1648, rin. il 29 ottobre 1652), Taddeo Giacomi (26 maggio 1668 - m. il 25 novembre 1792), Antonio Poma di Borno (22 gennaio 1702 - m. il 9 marzo 1715), Martino Ercoli di Bienno (22 giugno 1715 - m. il 5 dicembre 1769), Giovan Maria Zana di Nadro (19 aprile 1770 - m. il 21 marzo 1804), G.B. Donina di Ceto (2 maggio 1864 - m. nel 1861), Simone Zana da Ono (12 settembre 1861 - m. il 26 febbraio 1878), Domenico Faustinelli di Capodiponte (20 novembre 1886, rin. il 12 aprile 1887), Giov. Maria Barbetti di Erbanno (1887, rin. il 23 marzo 1891), Pietro Bontempi di Darfo (10 luglio 1891 - m. il 27 aprile 1930), Pietro Bontempi di Bienno (11 gennaio 1931 - m. il 22 luglio 1934), Domenico Ambrosi di Poia (24 marzo 1935 - m. il 20 gennaio 1955), Costante Ravelli di Piazza d'Artogne (14 marzo 1955, rin. il 4 ottobre 1959), Giuseppe Buccio di Bagolino (10 giugno 1960), Dotti Luigi di Timoline (1973).