MUSLONE

MUSLONE (in dial. Müslù)

Frazione a 5 km NE di Gargnano e ad E della Cima Comer a m 465. Forse il nome proviene da Mosellone, un accrescitivo di mosa = luogo paludoso, forse esistente più in alto a S del monte Denervo (m 1483 s.l.m.) che separa gli altipiani di Gargnano e Tignale. Muslon nel 1609.


ABITANTI (Muslonesi): 400 nel 1606, 203 nel 1860, 153 nel 1949, 129 nel 1969, 98 nel 1976, 115 nel 1987. Sull'antichità non dovrebbero esserci dubbi, se si pensa che le popolazioni primitive preferirono vivere non sulle rive ma ad una certa distanza dal lago. Un sentiero probabilmente preistorico salendo a Muslone raggiungeva Piovere e poi Tignale e Montecastello, toccava quindi i primi insediamenti della zona. A S. Giacomo di Calino che, a quanto pare, appartenne da sempre a Muslone, sarebbe nato il primo nucleo della comunità gargnanese. Lì si sarebbe svolto l'apostolato di Benevolo abitante a Toscolano, servo di Cristo e fervidissimo cristiano, come lo definisce il vescovo S. Gaudenzio, suo grande amico. E ciò spiegherebbe il culto del santo vescovo, al quale venne dedicata una chiesa che è ritenuta la prima di Muslone. Su una elevazione di terreno, poco prima di giungere al cimitero e alla chiesa di S. Gaudenzio, la tradizione vuole che sorgesse un antico fortilizio (forse un primitivo castelliere) e poco discosto sorgesse intorno ad una fontana il Muslone originario, denominato più tardi «case rotte», plausibilmente a causa di una frana, anche se la voce popolare vuole che fosse stato abbandonato in seguito a una peste. Il paese sarebbe poi stato riedificato dove è ora, tra il palazzo dei feudatari e la chiesa di S. Matteo. Non mancano echi leggendari. La voce popolare vuole che il paese sia stato dapprima popolato da banditi rifugiatisi sulla montagna in posizioni sicure. Una leggenda rievoca un Enzo, feudatario, ma chiamato principe di Muslone, che avrebbe visto ripetutamente in sogno una bellissima fanciulla di nome Rita. Innamoratosi ne andò alla ricerca e, aiutato da fate benefiche, poté incontrarla mentre stava raccogliendo olive nel podere paterno di Porto di Brenzone sulla sponda opposta del lago. Sposatala ne fece la «principessa» di Muslone. Senonché due anni dopo il matrimonio, nel 1176, il giovane Enzo partì per combattere, con la Lega Lombarda, il Barbarossa, morendo, travolto dalle truppe imperiali. Rita disperata, volle ritornare a Brenzone, sul luogo dove aveva incontrato Enzo e presa da subitanea pazzia si lanciò da un dirupo nel lago. Feudo per le decime, come Gargnano, del vescovo di Brescia, nel 1196 venne ceduto ai conti di Marcaria. Nel frattempo Muslone aveva sviluppato una sua autonomia come vicinia o piccolo comune libero. Fieramente gelosi della loro autonomia, i muslonesi si dimostrarono anche quando il territorio verrà dato in feudo ad una potente famiglia del luogo, quella dei Medalli. Nel 1421, infatti, in premio di una provata fedeltà, ed anche, probabilmente per riconoscenza di assistenza medica e di amicizia personale, Muslone veniva da Filippo Maria Visconti, duca di Milano, dato in feudo il 10 giugno 1421 a Maffeo de Medalli qd. Gavardino, vissuto a lungo a Milano, alla corte ducale. In corrispettivo della feudale investitura Maffeo e i suoi dipendenti dovevano prestar giuramento di fedeltà, promettere "quod ab hac ora usque ad ultimum diem vitae erunt boni viri et fideles vassalli" e consegnare annualmente un bel falcone che avesse mutato le penne:" ancipitrem unam pulcram et mudatam". Ma i Muslonesi, fieri appunto della loro indipendenza, resistettero con tale energia da costringere i Medalli e i Visconti stessi a scendere a patti siglati in un atto del 5 settembre 1421, rogato nella casa di Giovanni, figlio del qd. maestro Gavardino dei Medalli in Gargnano, fratello di Maffeo, dal notaio Antonio qd. Pietroboni, presenti per testimoni maestro Francesco Zilioli da Salò, cerusico, Marco del qd. Nicolò Turella e Pasquetto di Bortolameo tutti da Gargnano. I feudatari si impegnavano a tenere a Muslone un rappresentante per amministrarvi la giustizia negli affari civili. Tutte le multe date dall'ufficiale luogotenente dovevano essere devolute per metà al feudatario e conservare immune Muslone da qualunque onere reale e personale dovuto ai Visconti. Il feudatario doveva garantire Muslone che i vantaggi derivanti dalla nomina di conte non sarebbero mai cessati, né per sé, né per i successori. Muslone, al gennaio di ogni anno, avrebbe pagato al feudatario la somma di lire 45 a titolo di onorari e gli avrebbe offerto un falco destinato a Milano. In garanzia di queste promesse, Muslone sottopose a pegno in favore del feudatario, tanto le sue persone quanto i suoi beni. Come osserva Claudio Fossati, la conservazione dell'autonomia comunale, la nomina del giudice civile e l'esenzione dai tributi della Riviera assicurati ai Muslonesi riducevano i diritti di Maffeo ad un semplice titolo onorifico, più di spesa che di utile; e che tale fosse ben se n'accorsero i terrieri, i quali preferirono stipulare garanzie per la durata dell'accordo piuttosto che per la sua più o meno lontana cessazione. Sembra che il feudatario avesse rinunciato anche ad erigere il fortilizio, del quale non si trova traccia, mentre, come rileva il Fossati, avrebbe fatto asserragliare «la terra tutta munendo li accessi con porte e cavalcavia a difesa dell'abitato intero e della sua casa situata nell'angolo di mezzodì all'uscita verso Gargnano, onde anche questa prerogativa del fortilizio piuttosto che a' danni dei Muslonesi ebbe applicazione a loro vantaggio e servì a cementare l'unione fra essi e la famiglia di Maffeo». Viene attribuita a Maffeo Medalli anche la costruzione di una nuova chiesa dedicata al santo del suo nome. Il feudo dei Medalli durò tuttavia pochi anni. Diventata Venezia padrona della terra Bresciana, trovò a Salò, Manerba, Gargnano, Tignale, ma specialmente a Muslone dura resistenza. Mentre la Riviera si dava a Venezia a fine marzo 1426, Tignale ma anche Muslone, rimasti fedeli ai Visconti, resistettero per mesi. Fra coloro che resistettero sono nominati Giovanni e Marco detti Beretta ed altri loro fratelli coi loro discendenti di Muslone. Un documento veneto del 13 maggio 1427 descriveva Muslone «assiduo nell'opporsi giorno e notte, con la violenza al dominio della Serenissima». Ciò si verificò anche in seguito e specialmente nel 1438 quando i Beretta e altri furono fra i capi che colla forza si opposero contro la dominazione veneta e contro i fautori della stessa, adoperandosi ad impedire che Brescia assediata venisse rifornita di vettovaglie, facendo catturare e bandire molti aderenti della Repubblica, distruggere ed incendiare le loro case, facendo torturare ed uccidere persone e congiurando contro la Signoria veneta. Ma ancora a dieci anni di distanza come si apprende da un documento del 7 settembre 1448 sappiamo come Muslone non avesse ancora ceduto, ma anzi fosse diventato «terribile e incontrastato baluardo di offesa e di difesa contro Venezia». Nello stesso anno, quando ormai Muslone era feudo da anni dei Lodrone, volendo Maderno e Gargnano sfornare castighi da parte di Venezia, a causa di coloro che nell'affermarsi del Dominio veneto si erano comportati male contro la Repubblica, supplicavano il Doge non volesse castigare per i peccati degli altri dei servi fedeli quali essi si ritenevano. Comunque emarginati, i Medalli scomparvero dalla Riviera, segnalandosi più tardi a Venezia nell'arte della stampa, ma lasciarono in Riviera un duraturo ricordo. Ancora nel 1889 Claudio Fossati ricorderà di aver sentito gratificare di «canaja beretina» con riferimento al soprannome «beretta» dei Medalli, coloro che avevano cooperato alla caduta di Venezia nel 1797. Intanto Venezia pur essendosi ripromessa di non dare in feudo terra alcuna del suo Dominio aveva deciso invece di dare Muslone in premio a qualcuno dei suoi più fedeli sostenitori cioè ai conti di Lodrone. Infatti il 6 aprile 1439 tra i beni richiesti al Senato veneto dal conte Paride di Lodrone e già dal Senato assicurati erano elencati anche i beni di «Jacopo Biretti e fratelli» (cioè dei Medalli, chiamati appunto Beretta). La notizia dovette trapelare, se nel dicembre 1440 la Riviera cercava a sua volta di assicurare invece l'appartenenza di Muslone alla Magnifica Patria. I Muslonesi approfittarono di queste voci per dichiararsi esenti dal dovere di pagare tasse alla comunità della Riviera e alla stessa Repubblica. La pretesa fu rifiutata dall'autorità veneta con ducale del 19 dicembre 1440. Intanto era maturata l'infeudazione ai Lodrone, realizzata con ducale dell' aprile 1441 con la quale in vista delle «magnifiche gesta» e dei meriti acquisiti da Paride Lodrone veniva concesso ai suoi figli Giorgio e Pietro, con altri luoghi, anche Muslone. Il Fossati ha supposto che l'infeudazione nei Lodrone abbia avuto il fine di procurarsi un potente alleato per impedire che i ribelli rialzassero la testa in quelle regioni montuose e difficili, nelle quali tenevano così forti aderenze e profonde radici, ma anche in vista del fatto che i Lodrone, i quali furono di così efficace aiuto ai Veneziani durante l'assedio di Brescia, tennero testa ai Biretti e procurarono la dedizione del castello di Tignale. La fiera indipendenza dei Muslonesi non si piegò nemmeno di fronte ai nuovi feudatari. Con un atto del 30 gennaio 1444 essi riuscirono ad ottenere il riconoscimento da parte dell'autorità veneta dell'esenzione dei dazi sul vino, olio e mercanzie condotte da Muslone negli altri paesi della bassa, riconoscendo agli «Homines de Muslono» il pieno riconoscimento dello stato di «cives» cioè di cittadini della Repubblica a pieno titolo e di membri della Riviera. In base a ciò i Lodrone erano costretti, con atto del 14 dicembre 1449, a regolare i loro rapporti con la Comunità della Rivera, rispettando pienamente questo stato di cose. Naturalmente il riconoscimento a pieno titolo della Magnifica Patria obbligava, d'altro canto, a partecipare alle taglie imposte dalla comunità come la Camera fiscale ribadì più volte e specialmente il 12 giugno 1451 e il 18 maggio 1471. Anche sotto il dominio feudale dei Lodrone, il comune di Muslone rivendicò fieramente i diritti già assicurati con l'atto del 5 settembre 1421 ottenendone di nuovi, sanciti il 28 marzo 1558, che prevedevano che il vicario venisse pagato dal comune con due ducati all'anno e non di più, che durasse in carica tre anni e rendesse ragione al comune «sul civile» e che venisse scelto «tra i nativi del luogo». In qualità di Feudo, Muslone con Tignale risultava nel 1558 esentato dagli obblighi di reclutamento delle fazioni reclutate dalla Riviera. Ma nel 1629 anche Tignale e Muslone, pur essendo «luoghi separati» venivano obbligati a mandare guastatori a Valeggio, indipendentemente da quelli inviati dalla Riviera. Numerose liti i Lodrone sostennero dal 1540 fino alla fine del 1600 con il comune di Tignale sul passo di Droane per avere un congiungimento diretto della Valvestino con Muslone. Con lettera da Innsbruck del 25 ottobre 1582 il feudo di Muslone veniva ceduto dal conte Nicolò Lodrone ai conti Silvio e Vincenzo Buccelleni, senza pregiudizio però, come egli scriveva, della dote già assegnata a Giulia Maria, sua figlia, sposa di Silvio Buccelleni. In base a ciò il Senato veneto accordava, con ducale del 3 dicembre 1683, il passaggio richiesto in seguito al quale il 10 luglio 1685 veniva steso l'atto di investitura. Estintosi, con la morte del conte Nicola, il ramo dei Buccelleni, il feudo venne devoluto al fisco veneto che il 20 dicembre 1779 la pose in vendita e l'aggiudicò il 10 gennaio 1780 al conte Vincenzo Cigola per dodicimila ducati d'oro. E poiché su quei beni vantavano dei diritti i co: Massimiliano e Lelio Martinengo quali eredi dei Buccelleni, si venne a un reciproco accordo, per cui i Martinengo rinunciavano alla parte allodiale contigua alla feudale in Muslone, Provezze e Monticelli e i Cigola rinunciavano alla parte feudale in Concesio e Monticelli. Da tale atto risulta che i beni di Muslone rinunciati ai Cigola ammontavano a L. 14333,7. Il Cigola ottenne il 5 aprile 1780 il riconoscimento da parte dei Provveditori sopra i feudi e da parte del Senato veneto. In seguito a ciò il Provveditore di Salò, Carlo Antonio Marini, il 15 aprile seguente ordinava ai consoli di Muslone di mettere in possesso i Cigola dei beni feudali i quali, oltre il palazzo, consistevano in un terreno di 77 tavole in contrada Gaz, in un giardino di 11 campate con orto in contrada Brentina, in un fondo in contrada Dosso di tavole 24 ed altro in Vocabolo Preda. Sciolti con la rivoluzione giacobima i vincoli feudali i Cigola continuarono a possedere a titolo di libero allodio i beni ed il palazzo di Muslone, finché nel 28 dicembre 1880 li alienarono alla famiglia Bertolini di Gargnano. Per togliere il paese dall'isolamento su iniziativa del parroco don Battista Bodeo, poi arciprete di Salò, venne costruita, per un suo voto alla B.V. Maria, una strada mulattiera che nel 1968 venne trasformata in una vera strada con la quale anche Muslone è andato trasformandosi con nuovi edifici, una scuola, un acquedotto, ecc. Nel 1936 era stato restaurato il cimitero, nel 1950 erano state costruite due fontane. Assente la vita associativa, tanto che quando nel 1950 il parroco del tempo tentò di fondare il Circolo Acli, l'impresa fallì. Dell'antico paese rimangono ancora alcune case dalle caratteristiche porte ad arco e dalle piccole finestre contornate dalla pietra nera del monte Denervo. Rimane qualcosa anche del palazzo feudale che Claudio Fossati ha descritto distinto in due corpi, l'uno antico, quello di Maffeo, l'altro moderno, dei Lodrone. Il primo, scriveva il Fossati nel 1889, più che un palazzo è una vecchia casa bassa, ad un sol piano, con finestre e una loggia, fabbricata però con solidità e con certa ricchezza di legnami e di pietre lavorate. Il secondo, del secolo XVI, è un fabbricato quadrilungo che si stacca sulla destra dell'altro ad angolo retto e si sporge isolato verso il lago sul quale pende quasi a precipizio da un'altezza di oltre 400 metri. Stanzoni assai ampi, camini monumentali, travature enormi di abete, ricca stalla per molti cavalli e cantine, anditi e cortili. In una sala del secondo piano, da un solitario verone si gode di un panorama indescrivibile, che dalle cime del Baldo si estende fino a quelle dell'Appennino. Di esso Fausto Lechi più recentemente ha scritto che «è una rozza costruzione a pianta a L senza orpelli di decorazione, ma con un aspetto arcigno degno dei primi signori dal minuscolo feudo». Sono invece scomparsi gli «stormi immensi di uccelli chiamati sòi», che il Fossati vedeva «uscire dalle rupi che sovrastano al lago a volteggiare rapidamente sulla terricciuola e sul palazzo, dal quale si udivano le strida dei numerosi falchi appollajati sulle cime degli alberi a godersi il tepore del sole»; i falchi, faceva rilevare ancora il Fossati, «discendenti di quei medesimi falchi che avevano grido fino a Milano e che in segno di vassallaggio doveva ogni anno offrire l'astrologo Maffeo al duca Filippo Maria Visconti», per la loro docilità e la facilità a farsi ammaestrare continuarono ad essere spediti in lontane corti.


Completamente trasformata anche l'economia locale basata più che sulla coltivazione della terra, sul bosco e sulla vite. Il paese era coronato da «una vasta selva» di roveri e di castagni, già devastata dopo la metà dell'800. Secondo il Fossati essa doveva essere stata «popolosa di abeti fino verso il declinare del sec. XVI» come confermano le enormi travature del palazzo feudale. Fiorenti un tempo l'olivo e gli aranceti. Celebri i «marroni», particolarmente apprezzate le rape. Tuttavia già negli ultimi decenni del secolo XIX unica valvola di sicurezza per la popolazione diventò l'emigrazione diretta verso le Americhe e verso il Nord Europa. Timidamente si è fatto avanti il turismo che ha avuto fin dal primo decennio del XX secolo un pioniere nello scrittore inglese D.H. Lawrence, il popolare autore del romanzo «L'amante di Lady Chatterly» che ebbe a soggiornare a S.Gaudenzio. Sulla fine dell'800 si distinse il muslonese prof. Defranceschi.


ECCLESIASTICAMENTE appartenne alla pieve di S. Maria di Tignale. Nel 1309 costituendosi l'arcipretura di Tignale, Muslone, pur rimanendo legato al comune di Gargnano, ne entrò a far parte con altre piccole comunità, così che per qualche tempo appartenne alla diocesi di Trento. Agli inizi del secolo X il paese passò nell'ambito della parrocchia di S. Pietro d'Agrino di Bogliaco e poi di quella di Gargnano, fino a quando i convisitatori di S. Carlo, rimasti colpiti dall'isolamento del paese, decretarono la costituzione di una parrocchia autonoma di patronato sancita con decreto del 3 giugno 1606. Nel decreto istitutivo il parroco di Muslone doveva percepire uno stipendio annuo di 25 ducati l'anno come primo curato della chiesa matrice di Gargnano con l'obbligo di recarsi a Gargnano per le processioni di S. Marco, di una delle Rogazioni e del Corpus Domini oltre che per le funzioni della festa di S. Martino e, come diacono del Sabato santo, doveva invitare per la festa di S. Matteo l'arciprete per cantare messa e corrispondergli «come atto di reverenza» due libbre di cera entro l'ottava dell'Epifania. La questione subito insorta della celebrazione dei funerali, pretesa dall'arciprete di Gargnano, venne risolta solo dopo decreti vescovili del 1616, 1625, 1758 e 1836; anche l'altra della corresponsione dei 25 ducati d'oro annui da parte dell'arciprete di Gargnano al parroco di Muslone finì pure nel 1836. Per i funerali ebbe ragione il parroco di Muslone e venne a lui riconosciuto il diritto di celebrare, per la corresponsione dei 25 ducati e venne esentato dall'obbligo di corrisponderli. Motivo di contrasto fra Gargnano e Muslone fu la chiesetta di S. Giacomo, in riva al lago, assegnata in un primo tempo a Muslone e poi riconosciuta come giurisdizione di Gargnano. Il paese era già vivo religiosamente ancora prima della costituzione della parrocchia. Nel 1586 era stata costituita la Confraternita del S. Nome di Gesù, la cui festa, l'1gennaio, arricchita di indulgenza plenaria, venne ricordata con una delle più solenni festività della parrocchia, alla quale convergevano un tempo pellegrini delle parrocchie vicine. Quasi contemporanea, o forse anteriore era la Confraternita del SS. Sacramento della quale rimasero i registri dal 1649 al 1886. Antica anche la Scuola della Dottrina Cristiana, della quale esistevano registri dal 1786 al 1890. Nel 1793 venne eretta la Confraternita delle anime del Purgatorio che, il giorno dei morti, distribuiva sale e pane ai poveri della parrocchia, trasformata poi nella distribuzione a tutti i parrocchiani, sempre l'1 novembre, durata fino al 1949, di patate, castagne, fagioli, rape e vino locale. Nel 1875 venne ristabilita la Confraternita del S. Nome di Gesù, caduta in disuso, mentre il 29 luglio 1882 veniva eretta quella del S. Cuore di Gesù con festa prima stabilita alla domenica di Quinquagesima e poi alla prima domenica di luglio. L'1 agosto 1891 riprendeva vita la Confraternita del S. Rosario; il 13 dicembre 1893 veniva istituita quella della Madonna del Carmine. Vita effimera ebbero la Confraternita delle madri cristiane istituita il 24 maggio 1936, l'Apostolato della preghiera fondato il 3 febbraio 1943 e la Congregazione del Terz'Ordine francescano istituita l'1dicembre 1943. Particolari solennità erano la festa della Circoncisione l'1 gennaio, la festa della S. Croce, nella domenica in Albis, la festa votiva di S. Antonio di Padova nella seconda domenica di Pentecoste, la festa del S. Cuore nella prima domenica di luglio, la festa votiva di S. Rocco la domenica dopo l'Assunta, la festa di S. Matteo, la prima domenica di settembre, la commemorazione della consacrazione della chiesa nella terza domenica di ottobre.


SAN MATTEO (parrocchiale). La tradizione vuole che l'attuale chiesa sia stata costruita per diretto intervento del conte Maffeo Medalli. Del sec. XV rimangono dietro la pala dell'altare maggiore segni di affreschi. Essa conserva il pavimento originario, tratto dalla cava del Marmer di monte Denervo e la disposizione liturgica dell'epoca nelle sepolture e nella struttura interna dell'orientamento della chiesa. Fu rifatta in linea barocca nel 1721. Singolare il fatto che il presbiterio sia sbilanciato sulla destra nei confronti della navata obbedendo, secondo una tradizione popolare, alla raffigurazione di Gesù che sulla Croce china il capo sul lato destro. Nel 1745 il conte Girolamo Bucelleni la provvide del soffitto a volta. La chiesa ha quattro altari. Il maggiore con una tela del Bertanza raffigurante la Vergine con il Bambino e S. Matteo in una cornice di stucco e colonna attribuita da qualcuno ai Boscaì, a cui pure è stato attribuito il ciborio. Sotto la tela esiste ancora un vecchio affresco che si faceva risalire al sec. XV. Gli altari laterali sono dedicati alla Madonna del Rosario che ha una bella soasa barocca; un terzo è dedicato a S. Rocco, il quarto in stucco barocco accoglie una bella statua in legno dorato della Madonna del '600. Nella chiesa esistevano inoltre una Madonna col Bambino del milanese Pietro Bussolo del 1521 e, dello stesso anno, una pala di Martino Martinazzoli poi perduta. Nella chiesa esistono quattro loculi destinati un tempo uno ai sacerdoti, un altro agli uomini, il terzo alle donne, il quarto ai bambini. Il campanile è dotato di cinque campane di 14 quintali in sol maggiore, postevi nel 1928, fuse dalla ditta Cavadini di Verona e benedette dall'ausiliare mons. Bongiorni il 21 aprile 1928. La chiesa venne consacrata da mons. Giacinto Tredici il 10 ottobre 1949. In tale occasione venne ricoperto di marmo scadente l'altare maggiore, ricco di decorazioni floreali, riportato poi allo stato originale nel 1976 dall'Istituto d'Arte di Gargnano. Qualche restauro venne apportato nel 1936. Restauri alla facciata, rifacimento del tetto, nuovi banchi; ripulitura dei medaglioni e delle tele vennero compiuti per intervento di don Sandro Ruggeri nel 1969. Venne inoltre sistemata la canonica. Nel 1976 don Angelo Chiappa provvide, grazie al generoso intervento degli alunni dell'Istituto statale d'arte di Gargnano, guidati dal prof. Giovanni Carlo Marconi, ad un più radicale restauro delle absidi, degli altari e degli stucchi. Si sono recuperati i colori originari e si sono riportate a vista le splendide decorazioni con rami e foglie di ulivo sulle colonne sovrastanti l'altare maggiore. Si è costruito un nuovo altare liturgico in legno, ricavandolo da mobili preesistenti collocati ormai in disuso. Si è rifatto l'impianto d'illuminazione con la collocazione di alcune lampade ad anfora pure recuperate nei solai. Il prof. Marconi, con grande gesto di liberalità, restaurò nel suo studio la statua lignea della Madonna rivestendola dell'oro mancante. Lo stesso si fece con il ciborio-tabernacolo a cura degli allievi dell'Istituto d'Arte. La casa canonica di proprietà del comune guarda sul lago su uno strapiombo di almeno 300 metri. In posizione stupenda, lo sguardo abbraccia il lago da Malcesine a Peschiera con la vista di Solferino e S. Martino. Il tetto venne restaurato nel 1969 e nel 1972 si provvide a portarvi l'acqua corrente. Esistono nel territorio altre tre chiesette: S. GAUDENZIO, al cimitero. La tradizione vuole che sia stata la prima chiesa di Muslone. Divenne nel 1625 la chiesa del cimitero, costruito in tale anno. Venne poi rifatta nelle linee attuali nel 1630; cadente, venne in parte abbattuta. S. MARIA AUSILIATRICE ALLE PIAZZE, cappelletta costruita dagli operai addetti alla costruzione della strada Gardesana per merito ed opera della famiglia Venturelli nel 1932 che ne è la proprietaria. S. MARIA DELLA NEVE AL DENERVO, cappelletta di montagna costruita nel 1902 per opera e merito di Giuseppe Borghetti. Ora è di proprietà della famiglia Comboni da Navazzo. Si celebra la festa il 5 agosto. Possiede una campana del 1630 che apparteneva alla chiesa di S. Matteo insieme con un'altra del '700 fusa in quelle nuove del 1928.


PARROCI: Andrea Chirighini (1607-1613), Giovanni Pasini (1613-1617), Gasparo Caspari (1617-1624), Michele Cherighino (1624-1628), Pietro Bertella (1629-1630), Gerolamo Telliu (1630-1631), Bernardino Melchiori (1631-1634), Stefano Capelli (1634-1636), Lorenzo Pagliardi (1636-1642), Domenico Poloni (1642-1646), Stefano Capelli (1646-1651), Agostino Crippin (1651-1652), Bartolomeo Rizzardo (1652-1653), Romirio Giovanni (1654-1656), Faustino Macerio (1656-1658), Bartolomeo Corsetti (1658-1661), Martino Faustini (1661-1668), Carlo Zecchini (1668-1677), Scalmati Paris (1677-1678), Stefano Parolini (1678-1688), Faustino Capelli (1688-1696), Comboni (1696-1698), Corrado Panzoldi (1698-1710), Girolamo Bonardi (1710-1723), G.B. Antonioli (1723-1729), Domenico Pedersoli (1729-1732), G.B. Antonioli (1732-1733), Lorenzo Levrangi (1733-1734), Bartolomeo Roberti (1734-1740), Amedeo Comboni (1740-1743), Antonio Zambelli (1743-1750), Francesco Collini (1750-1761), G.B. Giana (1761-1764), Amedeo Comboni (1764-1766), Giov. Maria Morosini (1766-1767), Antonio Bogliacco (1767-1769), Giov. Maria Zuaboni (1769-1770), Giov. Maria Morosini (1770-1776), Amedeo Comboni (1776-1780), Saverio Materzanini (1780-1781), G.B. Orsetti (1781-1784), Amedeo Comboni (1784-1785), Antonio Fana (1785-1788), Giacomo Bonomi (1788-1794), G.B. Pozzi (1794-1796), Giacomo Scalvini (1796-1799), Francesco Rozzi (1799-1833), Matteo Comboni (1833-1835), G.B. Zola (1835-1838), G. Damiani (1838-1839), Pietro Bonteni (1839-1859), Matteo Comboni (1859-1860), Benedetti Bartoli (1860-1870), Antonio Gigola (1870-1874), Bortolo Moreni (1874-1876), Bernardo Gadola (1876-1881), Battista Bodeo (1881-1886), Domenico Odorici (1868-1927), Eusebio Tagliabue (1927-1929), Arturo Facchetti (1929-1930), Enrico dott. Gatta (1930-1932), Giovanni Gottardi (1932-1934), Benedetto Giacomini (1934-1939), Amedeo Bacca (1939-1940), Giuseppe Fontana (1940 e poi 1965), Angelo Chiappa (1971), Giuseppe Zacchi (1980).