MUSEO Romano di Brescia

MUSEO Romano di Brescia

A distanza di secoli dalla realizzazione del Museo lapidario all'aperto di piazza Loggia e sull'onda del risveglio per le antichità verificatosi nel '700, la municipalità di Brescia affidava nel 1798 a Paolo Brognoli e a Rodolfo Vantini il compito di raccogliere lapidi, statue, ecc. disperse in molti luoghi del Comune e di sistemarli in un museo di patrie antichità in un locale dell'ex convento di S. Domenico. L'idea non realizzata che in minima parte a causa soprattutto degli avvenimenti politici, venne ripresa in seguito all'invito, da parte della Congregazione municipale il 17 dicembre 1822, all'Ateneo di Brescia a farsi promotore di una storia di Brescia «depurata con le regole della sana critica...» utilizzando «le scoperte fattesi in progresso d'indizi o rimasugli di fabbriche antiche, di lapidi con interessanti iscrizioni ecc.». L'11 gennaio 1823, per dare seguito all'impresa, veniva creata un'apposita commissione della quale oltre il Brognoli e il Vantini venivano chiamati a far parte anche Luigi Lechi, Gaetano Maggi, Girolamo Monti, G. Battista Soncini, Paolo Tosio e Luigi Basiletti, con l'incarico di esaminare la possibilità di allestimento di un museo contenente le antichità romane già rinvenute e che si continuano a scavare. Nel contempo l'Ateneo lanciava la proposta di una campagna di scavi per riportare alla luce «documenti preziosi della storia nostra antica, tuttavia sepolti» e Luigi Basiletti leggeva all'Ateneo un discorso «Sull'importanza di un museo di antichità romane». Per finanziare gli scavi, veniva iniziata una sottoscrizione da parte del Comune, dell'Ateneo e di privati cittadini, aperta all'imperatore Francesco I. A spron battuto già il febbraio 1823 veniva comperato nella zona del Foro l'orto di Galeazzo Luzzago e in aprile venivano iniziati gli scavi che durarono anni portando presto alla luce un grande edificio di tre celle, nel quale venne individuato il Campidoglio, la celebre statua della Vittoria alata (20 luglio 1826), mentre fin dal 1823 venivano raccolte, da diversi luoghi, lapidi ed altri monumenti sia della città che della provincia riuniti in un cortile del vescovado, così da comporre un nuovo lapidario che nel 1825 contava più di 300 pezzi. Conclusi nel maggio 1827 gli scavi del Foro, venne dato il via con celerità alla costruzione e all'allestimento del museo per cui, nel 1830, Cesare Arici, segretario dell'Ateneo, poteva annunciare «con vera contentezza e patrio orgoglio essersi finalmente aperto, per l'ammirazione ed istruzione insieme de' cittadini e buoni estimatori dell'antico il nostro museo», che venne chiamato «Museo Patrio».


Seguendo criteri particolarmente moderni, già sperimentati a Roma dall'arch. Valadier, per l'arco di Tito ed il Colosseo, integrando nella ricostruzione le parti antiche con le nuove, in maniera da evidenziarle chiaramente, seguendo poi nel riordino del materiale e specie delle lapidi, la classificazione proposta dall'abate Morcelli e secondo i criteri dei Musei Vaticani, il Museo Patrio fu uno dei più accreditati del tempo specie sotto il profilo didattico e dimostrativo. E tutto come conclusione positiva di un dibattito che aveva visto impegnati il Basiletti e invece defilato il Vantini. Il museo l'11 gennaio 1857 ebbe la visita dell'imperatore Francesco Giuseppe. Tale rimase il Museo per lunghi decenni, salvo interventi particolari, come avvenne dal 1939 al 1943, quando fu rifatta tutta la parte della colonnata del tempio corrispondente a 4 colonne dell'avancorpo del pronao e ad una colonna e ad un pilastro angolare del fianco destro dell'avancorpo stesso.


Riaperti nel 1946 i musei dopo la guerra, si rese evidente la necessità di una nuova sistemazione per alleggerire i locali prima usati (ossia quelli ricavati secondo il progetto Vantini nelle celle del tempio capitolino) ed ingombri, anche dopo l'alleggerimento effettuato nel 1882, di marmi e di bacheche, di materiale vario esposto; separare i pezzi di più alto pregio artistico dal restante, copiosissimo, materiale «minore» (ma di non minore importanza per le ricerche degli studiosi). I lavori di restauro e di sistemazioni museografiche, lavori che si estesero anche ad altre parti del Capitolium, durarono dal novembre 1948 al giugno 1949, e furono condotti in economia dalla Soprintendenza alle Antichità della Lombardia, cui il comune di Brescia fornì parte della manovalanza e del materiale. Collaborarono per la parte architettonica l'architetto Claudio Ballerio e l'assistente geom. Aldo Baldi, per quella museografica l'ispettore dott. Antonio Frova: tutti della Soprintendenza alle Antichità. Alla ristrutturazione si pervenne dopo circa un decennio (1946-1956) di collaborazione di accordo tra il comune di Brescia e lo Stato per mezzo dei rispettivi organi amministrativi e tecnici. I nuovi locali (quattro sale e un magazzino) furono costruiti dall'Uffici tecnico comunale nel luogo ch'era stato scelto, immediatamente a monte del Capitolium. Nel settembre 1956 venivano aperte le quattro nuove sale, con una appositamente dedicata alla statua della Vittoria. Dopo nuovi lavori di sistemazione e di installazione di impianti di sicurezza, il museo veniva di nuovo riaperto il 27 settembre 1973, in occasione di un congresso su «Brescia romana e preromana».


Come si presenta oggi il Museo: è suddiviso in due sezioni, lapidario ed esposizione archeologica. La sezione lapidario romano considerato fra i primi in Europa. È allestita nelle tre celle del tempio capitolino (la quarta cella è stata invasa dall'edificazione del teatro). I passaggi tra una cella e l'altra sono recenti. Cella centrale: da segnalare tre are con ghirlande e putti e pavimento musivo della villa di S. Rocchino (fine II sec. d.C.). Cella di destra: rilievi funerari con ritratti (I sec. d.C.), due are funerarie circolari, mosaico della Domus dell'Istituto Artigianelli (III sec. d.C). Cella di sinistra: pavimento musivo della Domus dell'Istituto magistrale Gambara e basi onorarie. Per una scala si accede alla sezione archeologica. Durante il tragitto si notino i bei frammenti di mosaici tra cui: frammento angolare di mosaico pavimentale geometrico bicromo (III sec. d.C.) e frammento angolare di pavimento musivo con, su campo bianco, motivi geometrici neri (III sec. d.C). Tre sale sono invece dedicate alla sezione archeologica ricca di oggetti che vanno dalla cultura della Polada all'arte egiziana, oggetti della dominazione celtica, a vetri, bronzi, monete, vasi, anfore.