MOVIMENTO Femminista

MOVIMENTO Femminista

Mentre in Italia ebbe le sue prime espressioni organizzative nel dicembre 1966 attraverso il «Manifesto Programmatico» del Gruppo D.e.m.a.u. e più tardi nella piattaforma dei collettivi femminili distribuita all'Università di Roma nel 1969, a Brescia si manifestò soltanto tra la fine del 1974 e gli inizi del 1975, con rilevante ritardo nei confronti di Milano, Bergamo e Pavia. A promuoverlo fu il «Collettivo per la liberazione della donna» nato alla fine del 1974 diventato poi, nel marzo 1975, «Collettivo 8 marzo» e nel quale erano confluiti il «Gruppo Cavalli» (nome preso nell'autunno del 1974 dal nome di una studentessa che sulla rivista «Effe» aveva proposto per prima l'aggregazione di femministe) e il "Gruppo donna e cultura", pure formatosi nell'autunno 1974 e della Commissione femminile del «Il Manifesto». La prima manifestazione ufficiale del movimento femminista ebbe luogo il 18 gennaio 1975 per la raccolta di firme contro l'aborto clandestino promossa dal partito radicale con l'appoggio del P.S.I., Lotta Continua, Avanguardia operaia, Pdup, e che espresse anche il primo documento femminista bresciano dedicato all'aborto. In un documento del 1 febbraio 1975 dal titolo «Che cosa è stato questo nostro trovarci insieme» il movimento bresciano si prefiggeva come meta: «l'acquisto di nuova maggiore consapevolezza riguardo alla specificità della[...] condizione di donna: in questa società capitalistica» e «l'impegno a far nascere su di essa un movimento di massa». Il movimento fece a Brescia la sua prima comparsa con manifestazioni pro-aborto fra cui quella del 18 gennaio 1975 e più volte ripetute, fra le quali, quella del 7 febbraio 1976, durante la quale in piazza Vescovado, vennero bruciati pupazzi raffiguranti Paolo VI e Amintore Fanfani, provocando dissensi fra le stesse femministe. Lungo il 1976 nascevano il «Collettivo spazio donna» (sciolto nel 1978) che si dedicò al self help e ad attività sociali, il «Collettivo studentesco» (scioltosi nel 1978), il «Collettivo donne di Vobarno» (scioltosi nel 1979). Mentre intorno al «Collettivo 8 marzo» ruotano le femministe legate alle istituzioni e ai partiti e specie dell'U.D.I., l'area che si autoproclama rivoluzionaria si aggrega intorno ai collettivi femministi studenteschi e ai gruppi provenienti dalla sinistra extraparlamentare che privilegiano le lotte per i servizi sociali e, in particolare, i consultori autogestiti. Come ha rilevato Emma Scaramuzza, la trasformazione del movimento femminista bresciano in movimento davvero di massa, che incide anche nella situazione della provincia, si determina nel 1977, facendo maturare fenomeni nuovi e contradditori. Sul piano organizzativo il movimento presenta il grado più elevato di aggregazione e di scambio: si costituiscono il coordinamento dei collettivi femministi delle scuole e l'intercollettivo, un organismo rappresentativo di tutte le aggregazioni, che in una prima fase si convoca in occasione di scadenze di lotta per realizzare documenti ed iniziative comuni e si riunisce nella sede occupata dall'Mld. Quando successivamente la sede diventa punto di riferimento anche di donne al di fuori dei collettivi, essa si denominerà Casa della donna. Sul piano concreto invece si assiste allo sfaldamento dei collettivi storici, fenomeno interessante da approfondire in riferimento ad ipotesi formulate dalle protagoniste stesse del movimento bresciano secondo le quali esso è il risultato di una crisi di ruolo e di prospettive, in assenza di riferimenti politici, che esalta dinamiche di potere e conflitti personali all'interno dei collettivi. Nel 1977 si forma il Collettivo Orzinuovi (che privilegia i servizi sociali e si scioglie nel 1979), quello di S. Eufemia (presente in molte diverse attività) quello 8 Marzo di Chiari (scioltosi un anno dopo). Mentre il «Collettivo 8 marzo» entra in crisi di identità, prendono rilievo invece il Movimento liberazione della donna, il Cisa e il gruppo che si raggrupperà intorno al periodico femminista «La cenere negli occhi». L'iniziativa più rilevante dell'Mld, accanto all'approfondimento di tematiche quali la salute e l'omosessualità femminile, è la proposta di petizione popolare per riservare il 50 per 100 dei posti di lavoro alle donne e istituire i servizi sociali, dalle lavanderie, alle mense, ai dormitori pubblici, a carico dei Comuni, proposta che però riscuote scarsi consensi. Più incisiva, in quanto rispondente a bisogni immediati e concreti delle donne, è l'attività del Cisa, le cui aderenti, mentre s'impegnano nella realizzazione di un Centro per la salute della donna, autogestito, forniscono indicazioni, visite e assistenza a coloro che devono abortire. Emerge quindi, in alcuni settori del movimento, un bisogno di tradurre in una dimensione di concretezza l'elaborazione teorica raggiunta. È questo bisogno che anima l'attività del gruppo «La Cenere negli occhi», il quale, a partire dal gennaio 1978, fonda l'omonima rivista di contro-informazione femminista, di orientamento internazionalista e di classe. Nel 1978-1980 mentre nascono nuove formazioni (come i Collettivi donne di Toscolano-Maderno, di Pavone Mella, il «Sibilla Aleramo» di Desenzano e il Comitato per l'autodeterminazione) le carte del femminismo si mescolano sempre più sfociando in gruppi di composizione eterogenea che si distinguono per la scelta di argomenti di studio e di discussione (quali maternità, aborto, consultori, selfhelp, violenza, follia) o per attività particolari (teatro, yoga ecc.). Il Convegno organizzato dal Movimento delle donne presso la Facoltà di medicina, l'11-12 marzo 1978 sancisce il frazionamento del femminismo militante e dei collettivi che l'hanno rappresentato e segna una svolta in seguito alla quale, come ha rilevato la Scaramuzza, emergono problemi, prevalentemente legati a realtà di quartiere, centrati su obiettivi parziali, oppure su tematiche specifiche, alcune delle quali fino ad allora marginali nella riflessione femminista, dalla guerra al lavoro, alla professionalità. Si profila al loro interno una tendenza alla specializzazione, mentre le donne che si sono allontanate dai collettivi storici trasferiscono il loro impegno nel posto di lavoro (sindacato, scuola, ospedali, consultori, centri d'informazione), contribuendo a determinare il fenomeno definito femminismo diffuso e atomizzato. La violenza sessuale (1979) riesce a mobilitare la maggior parte dei gruppi femministi, giungendo a scioperi (20 maggio 1979, 29 maggio 1980), ma non offre piattaforme unitarie di orientamenti e di interpretazioni, come il tema della pace. Dal 1980 il movimento femminista si divide sempre più così che nel 1982, al raggruppamento formato dall'Udi e dai collettivi impegnati a perseguire obiettivi specifici e negoziabili, si contrappone l'ala del movimento che esprime una tensione universalistica ed una critica radicale alla società. Anche riguardo al dibattito sulla legge 194 relativa all'aborto sviluppato a partire dall'autunno 1980, le contrapposizioni divaricano e si scontrano. Si vanno invece approfondendo tematiche relative al lavoro femminile, l'emotività, il senso di colpa, mentre i collettivi tendono a raggrupparsi sia in pronunciamenti che in iniziative. Al contempo si fa sempre più acuto il bisogno di una riflessione sul percorso storico compiuto, fino ad esaurirsi quasi del tutto.