MORTI

MORTI

Il culto dei morti è forse nella religiosità bresciana quello che più attinge dalla notte dei tempi, in credenze preistoriche, documentate d'altra parte ampiamente dalle incisioni rupestri camune. Un'infinità di leggende, le più varie, ruotano intorno alla sopravvivenza e alla presenza dei morti in mezzo alle popolazioni bresciane e specialmente di morti di anime dannate e «confinate». Diffuse sono anche le leggende collegate con località e fenomeni naturali. Sulla via che da Ponte di Legno conduce a Pezzo ed ai raccoli dello Zovo, alcuni signori dei tempi antichi, a notte inoltrata, trottano su cavalli bianchi seguiti da fedeli cani di color bruno, così come usavano quando erano in vita: e i "baieti" dei cani atterriscono i dormienti. Sui ghiacciai del Pisgana le anime confinate, vestite di bianco e di rosso, accudiscono a diverse arti, danzano, giocano, e spariscono all'avvicinarsi dell'uomo. A Pian del Bene il console che fu spergiuro ritorna tutte le notti cavalcando un cavallo di fuoco sul confine dolosamente attribuitosi, e grida: Qui termina "èl löc" (questo è il confine giusto). Anche fantasmi di donne ritornano la notte a riprendere le inutili fatiche per ammenda di aver lavorato troppo nei giorni festivi. Molte le usanze, sia pur limitate, di porre una medaglietta in bocca al morto; il gettare un pugno di terra sulla bara; l'allestimento di un banchetto per gli amici venuti da lontano ai funerali. La vigilia del giorno dei morti si accendevano grandi falò presso i cimiteri e i giovani li superavano di un balzo. Altrove era pericoloso uscire la sera dei morti e si contava di persone morte di spavento per aver visto anime vaganti e disperate. In valle Sabbia, nella sera dei morti, è usanza lasciare sulla pietra del focolare una padellata di castagne arrosto e una bottiglia di vino. Se ne ciberebbero i morti della famiglia, che tornano in terra quella notte per rivedere la casa dove vivevano. Nel giorno dei morti venivano dispensati cibo e vino ai poveri. Il giorno era caratterizzato nel Basso Garda dalla distribuzione di un pane dei morti, benedetto, che veniva conservato e creduto di virtù taumaturgiche. In alcuni centri si tengono in tal giorno fiere. A Oriano, in occasione di un lutto, i vicini del defunto si ritenevano obbligati ad ospitare i parenti del morto per il pranzo e la cena. D'altra parte è quasi superfluo rilevarlo, fino alle riforme napoleoniche del 1810 che imposero di trasferire i cimiteri fuori degli abitati, le popolazioni bresciane si erano abituate a convivere con i propri morti essendo i cimiteri raccolti intorno alle chiese e le sepolture nelle chiese stesse. Molte le raffigurazioni o le scritte che ammonivano, dalle pareti delle chiese o delle case, sulla caducità della vita umana. Del resto le stesse condizioni di vita a volte costringevano i vivi a convivere con i morti. Sul culto dei morti, forse più che su calcoli utilitaristici, di recuperare e riparare colpe del passato, si è innestata, dalla fine del sec. XVI ma specialmente nel XVII, la devozione alle anime purganti, alle quali venne attribuita (forse perché considerate più interessate, quando non erano certo sante, ad essere liberate dalle tormentose pene nelle quali si trovavano) una potenza di intercessione maggiore. Tale devozione si diffuse ancor più con la peste del 1630, quando non solo si moltiplicano i suffragi, ma sorgono cappelle dedicate al suffragio dei defunti ma anche santelle, croci e si moltiplicano ex voto oltre che pie confraternite. Si diffondono inoltre voci di apparizioni, e sempre nuove leggende, sempre più frequenti le pie pratiche fra le quali quella, tipicamente bresciana, dei tridui dei morti, diffusasi poi anche nel Bergamasco, promossa nella chiesa di S. Giuseppe in città agli inizi del sec. XVIII. Morti «miracolosi» sono venerati in un santuario di Demo di Berzo sorto accanto a grotte e su un lazzaretto. Grande devozione è ancora viva per i morti di Ghedi, come indicano i molti ex voto che ricoprono pareti intere. Singolare la venerazione a Cigole per i morti della Cassettina. Secondo la tradizione si tratterebbe di soldati napoleonici sepolti in località campestre e ai quali vennero attribuiti miracoli. In loro ricordo era stato piantato un platano, divenuto poi grossissimo. A un grosso ramo era stata attaccata una cassettina con un portalampada, dove andava la gente di Cigole ad accendere i lumini per intercedere la protezione e l'aiuto dei morti quando la mucca o la scrofa dovevano partorire.