MOROSINI Marco (3)

MOROSINI Marco

Sec. XVII. Di famiglia veneta, è dapprima vescovo di Treviso, da dove Innocenzo X Pamphili nel 1645 lo trasferisce alla sede bresciana dove fa l'ingresso l'11 luglio. Secondo la testimonianza di cronisti contemporanei, il prelato fu «uomo dignitosissimo» animato da ardente carità e attento unicamente a procurare il bene spirituale dei fedeli affidati alle sue cure. Fu premura del nuovo presule conoscere la sua diocesi: per questo, fin dagli inizi del suo pontificato bresciano, indice la prima visita pastorale che porta a compimento tra il 1646 e la primavera del 1648. Nel frattempo dovette affrontare una situazione difficile specie per le lotte intestine della nobiltà bresciana, per il bullismo imperante e per ripetuti numerosissimi omicidi, oltre ai disagi portati nel 1646 dalla guerra di Candia. In più gli procurarono noie questioni di pochissimo conto, ma capaci di suscitare screzi e contrasti, come il modo di incensare, di portare la pace e di distribuire la Comunione che si tiene in Duomo e che egli riuscì a risolvere con soddisfazione di tutti. Al termine della visita pastorale nel 1648 preparò accuratamente il sinodo. Il 18 agosto inviò una lettera pastorale al clero nella quale dispose che, nel termine di un mese, i vicari foranei riunissero i sacerdoti loro sottoposti per discutere quanto riguarda il culto divino, la disciplina ecclesiastica, l'incremento della pietà dei fedeli, i bisogni della loro chiesa; i vicari venivano quindi invitati a far conoscere al loro vescovo gli argomenti ritenuti utili a dibattere nell'assemblea sinodale, ufficialmente indetta con lettera pastorale del 27 marzo 1649. Il giorno 11 maggio seguente il cancelliere, per mandato del presule, scrisse a tutti i superiori dei religiosi residenti nella diocesi e non aventi cura d'anime, esortandoli a richiedere ai confessori dei singoli conventi eventuali suggerimenti da presentare all'esame dell'assise. Frattanto si manifestò in città e nella provincia una grave carestia: dal marzo al maggio la popolazione fu duramente provata da questa calamità e il Morosini credette opportuno differire la celebrazione del sinodo alla fine di agosto. L'assemblea si aprì il giorno 30 nella cattedrale e durò fino all'1 settembre. Non ne sono attualmente reperibili gli atti, ma la documentazione presinodale superstite consente di ritenere che in questa occasione si seguì lo stesso schema di lavoro osservato nell'assise precedente e mantenuto in quella seguente: all'elezione degli esaminatori, dei savi del clero e dei testi sinodali successe probabilmente la conferma o l'approvazione di vecchie e nuove costituzioni, accompagnate da provvedimenti suggeriti dalle necessità del momento. E verosimile che, dibattendo i temi dell'attualità, i convenuti abbiano dedicato un certo spazio alla vicenda che ebbe come principale protagonista in questi anni Giacomo Filippo Casolo, un laico che nell'oratorio di S. Pelagio in Milano riuscì a raccogliere intorno a sé numerosi seguaci, con i quali si dedicò ad intense ma molto personali pratiche di devozione. L'iniziativa di questi laici che, dal titolo dell'oratorio milanese, sono detti «pelagini», suscitò al suo sorgere ammirazione tanto sincera che, fin dal luglio 1647, Maurizio Luzzari ed Alessandro Pavoni, due fra i più reputati padri della Pace, ricevettero in Brescia lo stesso Casolo, accogliendolo nella Congregazione dell'Oratorio. Se si ammette, come cosa probabile, che l'assemblea sinodale del 1649 si sia occupata dell'argomento, è lecito ritenere che non lo abbia fatto in termini negativi. Anche il vescovo mantenne, sulle prime, un atteggiamento favorevole ai pelagini; forse incoraggiato dalla buona disposizione del prelato. Qualche anno più tardi, nel 1652, Giacomo Filippo Casolo si recò nella valle Camonica, nella quale trovò il terreno adatto per erigere vari oratori che, per una certa derivazione dalle antiche discipline medievali, denominate «fraglie», presero il nome di Congregazioni «della fraia» (v. Pelagini). Nel 1651-1652 il vescovo affronta la seconda visita pastorale alla diocesi. Nel 1652 dovette affrontare, in base alla Bolla di Innocenzo X del 15 ottobre «Instaurandae Regulari Disciplinae», la ristrutturazione e relative soppressioni di conventi bresciani. Con pazienza ed abilità diplomatica riuscì a salvare alcuni conventi. Compiuta la seconda visita pastorale cominciò a riconsiderare molto seriamente tutta la questione e a tirarne le somme, anche perché non ignorò altri gravi errori dottrinali ed alcuni aspetti pericolosi ed equivoci del movimento pelagino: la svalutazione dell'opera redentrice del Salvatore, il disprezzo per il sacramento del matrimonio, la pretesa avanzata dai pelagini d'ambo i sessi di diffondere le loro idee nelle chiese interpretando a soggetto le scritture, le riunioni promiscue a porte chiuse... Per tutte queste ragioni il presule firmò il decreto del 18 giugno 1653 con il quale impose la soppressione degli oratori e vietò i conciliaboli pelagini che egli considerò centri di diffusione di dottrine stravaganti, ad evidente ispirazione luterana e quietistica, che potevano condurre alla rilassatezza dei costumi. Il provvedimento del vescovo non bastò tuttavia a fermare l'iniziativa dei pelagini né Marco Morosini poté vedere sconfitte le loro idee che, anzi, gli sopravvissero lungamente. Il presule scomparve il 4 ottobre 1654. E' sepolto nella cattedrale, presso l'altare di S. Martino. Stemma: «D'oro alla banda azzurra».