MORO, Lago

MORO, Lago (in dial. Moro)

Lago a O di Darfo e a SE di Angolo, lateralmente a valle del fiume Dezzo. Ha i seguenti caratteri: latitudine 45° 52' 49" N; longitudine: 10° 09' 24" E; altitudine: 380 m s.l.m,; lunghezza: 820 m; larghezza: 320 m; perimetro: 1980 m; area: 0.174 kmq. Il bacino imbrifero, piuttosto modesto, ha un'estensione di circa kmq 1,766 e presenta pareti molto ripide soprattutto nel versante occidentale dove corre la strada che porta al centro di Anfurro: verso E vi è una barra rocciosa che divide tutto il bacino dalla valle dell'Oglio e attraverso la quale passa il piccolo emissario del lago. I fianchi del bacino imbrifero sono rivestiti da vegetazione composta prevalentemente da castagni, betulle e querce: vi sono anche delle modeste coltivazioni, quasi esclusivamente sul versante a N. Quanto all'origine geologica Gaetano Barbato ha rilevato che la conca nella quale giace il lago è chiaramente di sovraescavazione glaciale probabilmente abbastanza recente: altre conche analoghe sono presenti nella zona di Angolo tra Mazzunno e Daze con presenza di limo di fondo. Dal punto di vista litologico il lago è «compreso» nel Verrucano lombardo (Assereto-Casati 1965): si tratta di rocce clastiche, per lo più conglomerati colorati di rosso, composti prevalentemente di quarzo e in minor entità da porfido quarzifero rosso; la matrice, siltoso arenacea abbondante è anch'essa rossa. A questi conglomerati si alternano arenarie rosse, quarzoso-feldspatiche, con cemento siliceo argilloso. Il Verrucano lombardo, nella zona di Capo di Lago, poggia su uno strato di di Auccia (Cassinis, 1964), porfidi quarziferi rossi o grigio-violetti (Assereto-Casati o.c., Berruti 1980). Si tratta nel complesso di rocce che presentano un notevole grado di permeabilità (Pozzi o.c.) e questo può risultare interessante ai fini delle caratteristiche delle acque del lago Moro. Forse il nome deriva dal colore della roccia in cui è scavato. Fino al 1574 veniva denominato semplicemente Lago. Si chiamava anche Có de lach (Capolago). Gli abitanti dei paesi circostanti lo chiamavano «Lago della culla»; la Guida Alpina di Brescia «Lago delle Sorline» in quanto si trova tra i monticoli delle Sorline che costituiscono frammenti della frattura della Valcamonica. Il lago è risultato agli studiosi ricco di alghe e di microorganismi rarissimi. Nel 1870 don Luigi Rizzi segnalava la ricchezza di pesci di varie specie, fra le quali primeggiavano la tinca e il pesce persico, mentre il vairone era già completamente scomparso. Stupendo è il giro a piedi del lago Moro, una stretta stradina che s'insinua fra le vecchie case del paese, aperta solo al traffico automobilistico dei residenti, e che poi scorre fra prati digradanti verso il lago e qualche casa, per poi alzarsi ripidamente verso un più alto gruppo di case e portarsi al bivio con santella in località Carbone. Lungo il percorso la vista si apre con begli scorci panoramici sul lago. Agli inizi del secolo XX veniva descritto come «un solitario laghetto alpino, ombrato a mezzodì da boschi di castani, e che tutt'intorno ha verdi vigne, fra le quali occhieggiano le casupole di Capolago. IL sacerdote Alessio Amighetti nella sua "Gemma subalpina" ne spiega la formazione e lo descrive con efficace pittura. Rinomate per la squisitezza delle carni le trote, le tinche e il pesce persico che si pescano nelle sue acque.


Secondo una leggenda il lago sarebbe sorto durante una notte per la vendetta di un mendicante, in possesso di poteri soprannaturali, il quale, avendo invano bussato alla porta di una donna ricca che con un suo figliolo abitava una magnifica villa, volle punire l'atto egoistico della donna, facendo sorgere d'incanto, là dove si trovava la villa, l'attuale laghetto. Racconta inoltre la leggenda che il mendicante, prima di compiere il prodigio, ebbe cura di avvertire una contadina, madre di numerosa prole, abitante in quella località e che con lui aveva diviso la modesta cena dei suoi figliuoli, di quanto sarebbe accaduto, aiutandola a trasferirsi, con le poche masserizie, sul monte vicino. Quando il giorno successivo agli abitanti della plaga apparve, come per miracolo, il lago, fu notata una culla galleggiante nella quale si trovava il figliolo della donna che per non aver fatto la carità era stata, con la sua casa, sommersa dalle acque. L'origine della leggenda venne cercata nelle «Metamorfosi» di Ovidio (VIII, cc 15-17) che raccontano di una città i cui abitanti non dimostravano alcuna cura degli Dei. E un giorno Giove e Mercurio, in abito di mendicanti, vi si portarono dentro per chiedere ospitalità alla gente, ma non raccolsero che continui ed uniformi rifiuti; solo due poveri vecchi coniugi, Bauci e Filemone, offersero ai numi il loro misero tugurio. Gli Dei allora, indignati, sprofondarono la città, mutarono il sito in un orrido stagno e trasformarono la medesima stamberga in un tempio, compensando in tal guisa la pietà dei due poveri ospiti.


Decantata come una delle più belle zone turistiche sempre più frequentate d'estate (negli Anni Ottanta si contarono circa 3.000 persone al giorno), fu oggetto di studi fin dal 1911 da parte di Leonardo Ricci ed entrò poi in testi di tiratura mondiale, ultimo dei quali quello compiuto dal prof. Andrea Barbato per iniziativa dell'Assessorato all'Ecologia dell'Amministrazione provinciale di Brescia (1986). Per preservarlo da incombenti inquinamenti, nel maggio 1974 venne promossa una Associazione degli «Amici del lago Moro» presieduta dall'antiquario dott. Ettore Gianferrari. In seguito, provvedimenti della Regione Lombardia cercarono di regolare la pesca. Nuove preoccupazioni per gli scarichi di Anfurro, vennero avanzate nell'ottobre 1978, aggravate da incendi, fino a quando nel marzo 1983 la Regione Lombardia avviò uno studio per la tutela del lago. Operazioni di disinquinamento vennero avviate, mentre nel gennaio 1983 veniva di nuovo rifondata l'Associazione «Amici». Nel 1986 venne lanciato il progetto avanzato anche dal prof. Barbato dell'Università di Brescia, di istituire una riserva naturale, attraverso una zona protetta che comprendesse anche la zona di Sorline e di Crape Luine. Nonostante convegni e appelli, nuovi allarmi venivano rilanciati nel 1987. Nel dicembre dello stesso anno veniva lanciato il nuovo P.R. che prevedeva inoltre la formazione di un Parco intercomunale del lago Moro esteso fino all'area archeologica di Luine. Si tratta di una perimetrazione, comprendente circa 350 ettari di territorio tra le quote 210 e 446 metri di altitudine. Sulle sue rive Capolago (v. Capodilago).


Un piano di salvaguardia e di tutela attraverso il collegamento e la depurazione degli scarichi di Anfurro e un sofisticato sistema di ossigenazione venne predisposto nel 1990 e presentato il 31 gennaio 1991 dalla Commissione Ecologia della Provincia di Brescia.