MORO

MORO

Antica famiglia bresciana che si richiamava ad una stirpe (i Maurus) romana. Tale ascendenza sembrerebbe confermata da una iscrizione ritrovata in un sarcofago rinvenuto nell'altare di S. Afra dopo il bombardamento del marzo 1945 che suona: «Faustino et Iu / itta chi martyr Maurus / Victor ex voto / posvit mensam / civibvs svis». Scoperta una prima volta dal vescovo Giovanni nella prima ricognizione delle reliquie nel 1187, e fatta conoscere mediante pergamena del 1223, priva di ogni senso di autenticazione, fu posta in sospetto e poi ritenuta falsa dal Doneda e da altri studiosi del 1700 e poi dal Mommsen, che però ne conobbe solo il testo, senza averla esaminata direttamente, essendo essa data per perduta. La famiglia Moro riapparve nella storia di Brescia nel 1223 con Vittorio, ricordato in una iscrizione per la sua carità. Famiglia ghibellina, come ha annotato Fausto Lechi, è nota per un Samuele che fu cacciato dai guelfi nel 1267 e per Ottone che nel 1319 fu ucciso durante la presa del castello di Ghedi. Lanfranco, uomo saggio nel governo della città, venne prescelto con altri nobili, a trattare nel 1330 la dedizione a re Giovanni di Boemia ed infine Maffeo fu dall'imperatore Sigismondo chiamato fra i conti dell'Impero concedendogli, con diploma datato da Cremona 14 gennaio 1414, in feudo nobile il castello di Farfengo e la villa di Rudiano sulla riva sinistra dell'Oglio, con amplissimi privilegi; con diploma dato in Costanza il 12 gennaio 1415, venne assegnato anche lo stemma che i Moro avrebbero dovuto innalzare e che era di rosso a un leone (altri dice un grifone), nero, rampante, tenente una spada d'oro elevata sopra il capo. Particolarmente ricchi di patrimoni terrieri i Moro si distinsero nei sec. XIII-XV per le opere di irrigazione. Il ramo potente della famiglia dovette estinguersi presto perché l'altro ramo, che giunse fino al principio del secolo XX, innalzò lo stemma, dell'albero di gelso, fruttato di rosso, e non rivendicò mai il titolo feudale di conte di Farfengo. Questo ramo potrebbe aver avuto sviluppo agli inizi del '400, forse anche grazie al fatto, da qualcuno ritenuto probabile, che una Antonia, sposa a Pandolfo Malatesta sia stata appunto una Moro e non una Castelli o una Bargnani, come altri hanno pensato. Fausto Lechi ritenendo valida l'ipotesi di una appartenenza della sposa del Malatesta alla famiglia Moro fa notare come un ramo dei Moro abbia seguito Pandolfo alla sua partenza, trapiantatosi in Romagna dove sembra si sia estinto. Ciò spiegherebbe anche il fatto che i Moro da sempre ghibellini , contrariati dalla guerra fatta dai Visconti a Pandolfo, siano stati nel 1426 fra i primi a sottoscrivere la dedizione di Brescia a Venezia. Capostipite di questo ramo, secondo il Lechi, fu Giacomo, vicario di Montichiari nel 1437. Nel 1438 un Gratiolus de Moris era fra i conestabili preposti alla difesa dei bastioni durante il noto assedio del Piccinino. Da lui venne Giovanni Pietro (vivente nel 1469) dal quale nacquero parecchi figli, dei quali però soltanto Pietro e Luigi ebbero discendenti. Ma mentre il ramo di Luigi si chiuse con la nipote abiatica Pantesilea, quello di Pietro sfidò i secoli. La famiglia intanto era andata estendendo le sue proprietà specie nella Bassa bresciana. A Leno ad esempio nel 1480 esercitava il notaio Pietro Moro. Alcuni fra i Moro ebbero incarichi particolari. Nel maggio 1462 Cristoforo Moro fu ambasciatore al nuovo doge. Giovanni Moro fu nel sec. XV segretario del Carmagnola e coinvolto nel processo contro di lui intentato nel marzo 1432. La famiglia Moro abitava in Brescia, dapprima nella Cittadella Vecchia e poi nella casa di via Martinengo da Barco, e passava l'estate in Borgo Poncarale dove, sul principio del Cinquecento, Gio. Pietro possedeva circa ottocento piò fra Borgo e le Chiaviche («dove se fa osteria»). E proprio alle Chiaviche, a Pietro e fratelli, toccò ospitare il 7 agosto 148 plenipotenziari che firmarono la pace tra Venezia e Lodovico il Moro. Essi curarono di porre sull'osteria una lapide per ricordare l'avvenimento con le parole «Coelo pax venit. Ecce locus». In vista di ciò Venezia concesse con ducali 6 febbraio 1484 e 17 maggio 1492 ai fratelli Moro l'esenzione dai dazi fino alla somma di mezzo ducato al mese. A Poncarale nel sec. XVI veniva ucciso Alvise Moro. La famiglia di Borgo Poncarale estese le sue proprietà a Bagnolo ed è ricordata ancora nella roggia Fontana Mora, e nelle Caselle Moro sulla via per Corticelle. I fratelli Luigi e Giulio Moro fecero parte per molto tempo del Consiglio comunale e beneficarono con cospicue elargizioni gli istituti bagnolesi di beneficenza; Girolamo Moro fu sindaco della borgata dal 1869 al 1871. Non risulta la data di iscrizione dei Moro al Consiglio Generale, ma già compaiono nell'elenco del Beaziano, anteriore al 1684. Il ramo fu continuato da Lodovico qd. Pietro, dottore in legge «eccellentissimo» e benemerito per le cariche pubbliche ricoperte e morto nel 1547. Lodovico ebbe tre figli, tra cui Gerolamo (n. nel 1540), anch'egli dottore in legge che assieme al fratello Giulio (n. nel 1546) costruì uno dei palazzi di Borgo Poncarale. Dalla moglie Caterina Moresco, Gerolamo ebbe sette figli e la famiglia si suddivise di nuovo e così Lodovico (n. 1581) Vespasiano e Alessandro costruirono ognuno la propria casa in Borgo Poncarale. Lodovico ebbe la casa in piazza e questa toccò a Vespasiano, il quale ebbe due figli naturali. Nella polizza del 1687 è detto che i figli di Lodovico, Gerolamo (n. 1628) e Giulio, oltre alla casa in piazza avevano il casamento già di Vespasiano ma «posseduto ingiustamente dai Conforti». Lodovico qd. Gerolamo (viv. nel 1634) dalla moglie nob. Cecilia Cazzago ebbe Lodovico (n. nel 1680) che sposò la nob. Elena Bornati dalla quale nacque Antonio (n. nel 1725) che fu padre di Camillo Lodovico, che a sua volta ebbe da Giulia Zanetti otto figli (Caterina, entrata fra le Vergini di Gesù di Castiglione; Cecilia che fu tra le principali promotrici della Casa di Salute Moro (v.); Camilla sposò il nob. Giuseppe Girelli, ed ebbe due figlie: Maddalena (v.) ed Elisabetta (v.); Luigi, Giulia, Antonia, Emilio ecc.). Soltanto Luigi dei maschi ebbe dalla nob. Ippolita Cigola un'unica femmina Giulietta (1848-1901) che andò sposa al conte Luigi Martinengo dalle Palle e con lei si estinse la famiglia. Il titolo venne genericamente riconosciuto nel 1922 nell'Elenco Nobiliare. La più vecchia casa dei Moro, che accampavano nello stemma gentilizio l'albero di gelso (Moro) e una testa di moro, era nella Cittadella vecchia della città, presso la piazzetta di S. Benedetto, che fu allargata nel 1576 con la concessione di una parte dell'orto di casa Moro, fatta dal nob. Livio Moro insieme con altri nobili bresciani. I Moro ebbero una casa nell'attuale Via E. Capriolo 49, dove assieme ai Caprioli nel 1517 già abitava Luigi (n. 1506) orfano di Giovanni Paolo con la madre Afra Laura e la sorella Lucrezia. Nel 1870 il nob. Giulio Moro comperò la casa dei Martinengo da Barco nella via omonima al n. 4, che poi divenne Casa S. Angela. A Borgo Poncarale i Moro ebbero più abitazioni fra le quali la già ricordata villa cinquecentesca attribuita ad Agostino Gallo e dal '700 posseduta in più mani, ed oggi di proprietà di Enzo Ranchetti. Stemma: Arma: D'oro all'albero di gelso al naturale sradicato, fruttato di rosso. Alias, (Arma antica): Di rosso al leone di nero, (talvolta un grifone), tenente nella branca destra una spada d'oro elevata in sbarra. Vi erano altre famiglie Moro (il nome è abbastanza comune) due delle quali vennero ammesse al Consiglio Generale ma probabilmente erano di origine tutta diversa: una discendeva da Giovanni de Moris de Isorella e un'altra da Degoldo detto Moro da Gandellino. Queste famiglie avevano proprietà altrove e si estinsero durante il secolo XVIII. Un ramo si diramò ad Asola. Un Giuseppe e fratelli qd. Vincenzo, nobili di Asola, compaiono nell'elenco ufficiale presentato al Governo austriaco nel 1823.