MONTICHIARI (3)

MONTICHIARI (in dial. Monticiàr, in lat. Montis Clari)

Grosso centro sulla sinistra del fiume Chiese a SE di Brescia, nella Bassa orientale. Il suo territorio si estende su una vasta pianura e parzialmente sulle sei colline che costituiscono l'appendice SO dell'anfiteatro morenico del Garda a S del lago. Dista 19 km da Brescia, 48 da Mantova. L'altitudine media è di 103 m s.l.m. Il comune ha una superficie di kmq 81,191 e confina con Calcinato, Castiglione delle Stiviere (Mantova), Carpenedolo, Calvisano, Ghedi e Castenedolo. Numerose le frazioni distanti dal municipio: Boschetti di Sopra km 2, Boschetti di Sotto km 2, Bredazzane km 3,50, Campagnoli km 3,25, Chiarini km 2,30, Montechiaresa km 6, Novagli della Chiesa km 4,70, Novagli di Sotto km 5,70, Ro di Sopra km 3,20, Ro di Sotto km 4,20, Sacca Pisetti km 4, S. Antonio km 3,60, S. Cristina e Dosso km 2, S. Giorgio km 3, S. Giustina km 4,40, Teotti km 4,70, Trivellini km 4,80, Vighizzolo km 3,89. Vighizzolo e Ro sorgono alla destra del Chiese, a NO del capoluogo; Chiarini e Novagli (distinto nei centri di Sera, Mattina e Campagna) sono situati rispettivamente a NE e SE. Gli abitanti si chiamano monteclarensi: 3.003 nel 1505, 800 c. nel 1566, 4.500 c. nel 1609, 3.824 nel 1630, 1.893 nel 1632 (nella peste del 1630 morirono 2.127 persone), 2.018 nel 1634, 4.636 nel 1673, 5.607 nel 1772, 7.300 nel 1859, 7.204 nel 1861, 7.342 nel 1871, 7.384 nel 1881, 7.927 nel 1901, 9.090 nel 1911, 10.261 nel 1921, 10.978 nel 1931, 11.650 nel 1936, 13.341 nel 1947, 13.457 nel 1951, 13.470 nel 1961, 13.854 nel 1971, 14.728 nel 1977, 15.298 nel 1981, 16.675 nel 1990. Nel sec. XII Montisclaris, nel sec. XIII Monteclaro, nel sec. XVI Montechiaro. Altri nomi avanzati da alcuni autori come: Claromonte, Murla, Monlasso, non hanno trovato riscontri in documenti. Nel 1862 a Montechiaro venne aggiunto "sul Chiese" per distinguerlo da altri centri omonimi. Infine nel 1877 con R.D. del 6 settembre, divenne Montichiari, nome più rispondente allo stemma, che rappresenta sei colline (S. Margherita, S. Pancrazio, S. Zeno, S. Giorgio, Monterotondo, Arzago o del Generale). Qualcuno fra cui Ottavio Rossi e G.M. Biemmi indicò in Minervium il nome primitivo di Montichiari da un tempio a Minerva e da una rocca Minervia eretta, dove poi venne costruita la pieve di S. Pancrazio tempio che non esistette. Quanto al nome viene derivato dal fatto che il primo abitato sorgeva su un'unica altura formata da una creta particolarmente chiara e ancora per il fatto che il territorio, compreso nel quadrilatero Ghedi-Castenedolo-Calcinato-Montichiari, era arido senz'alberi, il "clarus" aggiunto a monte venne inteso come riferentesi ad alture e ad un piano spoglio di alberi, in contrapposto a Monte Fogliato, presso Carpenedolo, nel senso di mons clarum, perchè visibile in mezzo alla campagna brulla, spoglia di vegetazione e quindi visibile da lontano. Lo stemma ha una sua storia particolare. Infatti, se ad un gonfalone, ma senza specificazione alcuna delle caratteristiche, si accenna in un documento di investitura dei conti Longhi (v. Longhi, De Longis) nel 1167, nel processo intentato dagli stessi contro la comunità di Montichiari nel 1228 un testimonio tale "Ardemanus de Monteclaro" afferma che essi avevano i monti dipinti sulle loro insegne. Sei monti di colore d'argento in campo rosso compaiono in un frammento d'affresco conservato nel Palazzo comunale recuperato da un edificio del sec. XV-XVI, e sull'altare delle reliquie nel Duomo, sul quale aveva diritti il Comune. Tale è anche lo stemma riferito da una "Historie de Monteclaro" della fine del sec. XVII. Inspiegabilmente diverso fu invece lo stemma proposto nel 1920 e apprezzato dal presidente del Consiglio dei Ministri che il 28 maggio 1922 sanciva che lo stemma dovesse essere: «D'azzurro a sei monti, cuciti, di verde, il superiore carico della croce latina, d'argento». Motto: «Montibus in claris semper vivida fides». Lo scudo «fregiato della corona del Comune». Del motto non si hanno precise informazioni; i più lo ritengono di origine recente.


Interessante la storia geologica del territorio. Trivellazioni operate dalla Direzione Mineraria dell'Agip compiute tra il 1943 e il 1970 hanno appurato formazioni del Miocene (da 28 a 8 milioni di anni fa) da 1500 a 1200 m di profondità; del Pliocene (da 7 a 2 milioni di anni fa) da 1200 a 800 m di profondità; del Pleistocene (da 1 milione a 10 mila anni fa) da 800 fino a 100 m; dell'Olocene (da O a 10 mila anni) fino a 100 m s.l.m. Semplificando: nel Miocene il territorio monteclarense era costituito da un vasto delta attraverso il quale i fiumi delle valli a nord ben diverse dalle attuali sfociavano nel mare, che copriva ancora gran parte della pianura padana coprendo rocce di marmo, arenarie, ciottoli ecc. Nel Pliocene il mare tornò a sommergere il territorio sedimentando argille sabbiose ricche di fossili. Si sovrapposero nel Pleistocene depositi di ghiaia e di sabbia apportati da fiumi e dai ghiacciai dello spessore di circa 200 metri. Su essi, infine si sovrapposero per 200 metri circa nuovi depositi alluvionali ghiaiosi e sabbiosi, prodotti da acque e da venti. Le colline moreniche di Montichiari come quelle di Carpenedolo sono da attribuire alla seconda glaciazione detta di Mindel (400-350 mila anni fa, secondo altri 200 mila anni fa). Ricerche e scoperte sempre più numerose permettono di fissare le origini storiche di Montichiari sempre più lontano nel tempo. Tombe scoperte verso gli anni Ottanta del sec. XIX in una Breda in località Dosso, analoghe ad altre trovate a Ponte S. Marco, avevano fatto pensare che i primi abitatori sparsi nel territorio fossero stati i "Roseni" popolo ariano molto arretrato e rozzo proveniente dal centro Europa e sceso attraverso la valle e il fiume Chiese. Scoperte più recenti hanno retrodatato di molto la presenza umana. Infatti tracce di occupazione e frequentazione della tarda età del ferro (oltre che dell'età romana) vennero rinvenute in località Val del Pomo lungo l'argine del Chiese. Di grande interesse un pozzo del diametro di un metro con grande quantità di frammenti di laterizi e di ceramica, oltre a resti di intonacature e ossa di ovini e bovini. È stata inoltre trovata una calchera. Manufatti preistorici sulla collina Monterotondo hanno segnalato presenza umana fino da circa 200 mila anni fa. Si è poi affermata la presenza di Fenici (otto o sette secoli prima della fondazione di Roma), dei quali avrebbe trovato traccia il colonnello francese De Florian, in occasione degli scavi del campo napoleonico nella brughiera, in un vaso che poi egli donò ad un Museo di Parigi. Ritenute di origine fenicia anche le tombe (una delle quali con una singolare lastra di marmo) furono ritrovate ai Carneri nell'aprile 1925. Quasi contemporaneamente, non molto lontano dai Carneri, nella proprietà Senchia, vennero rinvenuti resti di tombe attribuite ad epoca etrusca emerse da un lungo corridoio a volta, di mattoni non cementati ma fra loro imbrancati, orientate verso est e devianti più avanti verso sud; forse per collegarsi ad un vicino locale centrale o sacrario o tomba maggiore delineata da quattro muri perimetrali, affondantesi nel terreno per molti metri con la volta frantumata e l'interno riempito di terra, scoperti durante operazioni d'aratura. Nessun dubbio che il corridoio sia per tombe anzichè per acquedotto data la sua direzione ed altezza in centimetri 60 ed il frammischiarsi di frantumi di ossa umane con quello dei mattoni e di altri oggetti di terracotta nello sconvolto terriccio. Collegati con altre tombe trovate a Ponte S. Marco, quei resti hanno fatto ritenere fin dal 1925 zona di interesse archeologico quella che ad ovest del Chiese si estende, per la profondità di un chilometro, dal Colombarone Monti fino alle Bornate. Tombe, rinvenute nei pressi del Dosso nel 1910 circa, vennero attribuite alla presenza di Etruschi, avvalorata da altre scoperte fatte nel 1827 da certo prof. Baric, colto ufficiale austriaco inviato dalla Corte di Vienna alla ricerca di oggetti di arte e di antichità. Essi consistevano in alcune tombe e vasi, "due dei quali pregevolissimi" raffiguranti un tempio etrusco. Tombe celtiche vennero trovate ancora ai Carneri e una sul monte di S. Zeno contenente uno scheletro di guerriero con elmo e corazza ed una collana di ambra al collo. Alle ossa di "un homo morto alto cinque brazza con la testa grossissima, e fortissima armatura e fornimenti puliti all'antica indicanti il portator di essi fosse signore di qualche conto" accenna uno storico della fine del '600 e le dice ritrovate dai lavoranti di Comino Zamboni. Una lapide gallica venne trovata al "Pratone Monti", riguardante certo "Taurige Affo". Tomba e lapide trovate a S. Zeno, vennero acquistate dal gen. conte Mazzuchelli e cedute al Museo etnografico di Parigi. L'Odorici prima e il Guerrini poi, alle ipotesi che identificano i Campi Raudii dove Caio Mario (nel 101 a.C.) affrontò e disperse i Cimbri, ne hanno affiancato una loro, domandandosi se i «Campi Raudii» che da Frontone sono chiamati patentissimi, non potessero essere la estesissima e incolta campagna, che ora si chiama di Montichiari dalla borgata centrale, presso la quale resta ancora il nome di Rho da Raudium, ad una frazione del territorio.


Ricchi gli elementi che parlano della presenza di Roma, in tutta la zona. Nel 1839 al Colombarone Monti venne rinvenuta una vaschetta di porfido, ceduta ad un Museo di Milano; frammenti di mosaici e di «opus ornatum» vennero in seguito trovati nella costruzione del palazzo Morelli, oltre ad una bellissima ornamentazione venduta ad un antiquario di Mantova e poi ceduta al Museo di quella città, a molte monete raccolte dalla famiglia Giolitti e dal sindaco Pietro Vaschini e poi andate disperse. "Oltre, scriveva un anonimo nella 'Sentinella' del 20 febbraio 1925, a frammenti di tombe, lapidi e marmi e sculture, lasciati asportare e vandalicamente distrutti ed usati come materiale di riattamento di strade di campagna, come avvenne ai Dugali". Senza dire che nel 1925 venne rinvenuto non lontano dalla destra del Chiese sulla via Ghedi-Montichiari dove essa incrocia il canale S. Giovanna un tratto di piscina appartenente ad una villa romana, i cui ruderi secondo il Baroncelli, dovevano estendersi in lunghezza e larghezza "alcune decine di metri". Una villa romana venne messa in luce nel settembre 1990 presso la cascina Pulcagna con fondamento di 65-70 cm di spessore, assieme a ceramiche collocabili fra il II e il IV sec. d.C. E ancora, un sondaggio compiuto dal Gruppo Archeologico Monteclarense nel giugno 1989 portava alla scoperta in località Fornace bianca, lungo la strada per Ghedi, di un insediamento di epoca romana (I sec. d.C.) e di molti frammenti di ceramiche (di anfore tra cui una a puntale, vasellame vario, ciotole ecc.). I ritrovamenti sparsi indicano l'esistenza di proprietà e di entità abitative sparse lungo il Chiese, ma anche nella Campagna come indicano i segni della centuriazione di età augustea, rilevabili sulla destra del Chiese, soprattutto nei decumani evidenti, secondo il Tozzi, nella zona di S. Rocco e Bredazzone e più nei cardini che attraversano le località di Dugali di sopra e di Dugali di sotto e, ancora, a sud verso Calvisano e verso Mezzane. L'esistenza di queste piccole comunità a volte solo familiari sparse nel territorio è sottolineata anche da uno storico locale il quale scriveva che "li habitanti nè scaduti secoli, erano sparsi in diverse vilette come risulta dall'esame di Gazolino Albertoni (nel processo del 1228 circa le proprietà dei conti Longhi), delle quali Vilette si sono ritrovati e tutt'hora si ritrovano vestigia in specie alle Casarole e Rivolti verso Castiglione come pure in Vighizzolo atterrato dalla barbarie di Federico Imperatore". Su questa realtà varia e vasta oltre che antichissima Leon Hermann ha avanzato l'ipotesi parallela a quella del Conway per Calvisano, di una presenza di Virgilio, che pur nato ad Andes (Mantova) potrebbe aver avuto nel territorio di Montichiari quei poderi che egli celebra nei suoi sublimi versi. La dislocazione sparsa delle scoperte sembra indicare l'esistenza di piccole comunità familiari o poco più sparse per il territorio, che incominciò ad essere superata ai tempi di Roma, quando si profila l'esistenza di un nucleo più compatto. Forse il primo vero nucleo abitato fu quello dove sorse poi Borgosotto probabilmente intorno ad una mansio all'incrociarsi, secondo Giovanni Coradazzi, di una importante strada Brescia, Castenedolo, Montichiari, Carpenedolo, Mantova (secondo altri Brescia, Ghedi, Montichiari, Guidizzolo) con l'altra discendente da Gavardo verso Asola, con direzione NS. Con tutta probabilità intorno alla mansio sorse il primo nucleo abitato, come suggeriscono le lapidi, le tombe (di via Ten. Pastelli), i vetri e i resti di un grande mosaico ancora esistente nel giardino di una villa oltre ai già segnalati ritrovamenti avvenuti in casa Morelli e altrove nella zona. Qui ebbe il suo centro il pago celtico e romano con tutti i suoi ordinamenti poi trasformatosi nella pieve cristiana. Del resto quattro delle cinque lapidi romane monteclarensi sono state trovate nella zona: una nel castello, le altre nella Pieve di S. Pancrazio, mentre la quinta venne trovata in località Dugali e poi murata nel palazzo Monti. Una lapide ricorda una "Postumia Brigia, figlia di Caio" che rievoca un nome di origine celtica; una seconda si riferisce a "Cornelio, figlio di Publio" che prepara una tomba e una lapide funeraria "a se stesso e a Seconda e a Candido"; in una terza si legge "Marco Valerio Liberto di Marco Sai [...], a Marco Valerio Secondo". Nella quarta si legge "Publio Calvisio Severo a Cassia figlia di Marco" dove si rievocano personaggi singolari probabilmente legati a Calvisano. La quinta invece, che ricorda "Marco Emilio figlio di Gneo della tribù Poblilia", pone seri problemi agli studiosi, specie sull'appartenenza di Montichiari a Verona o a Brescia, in quanto la tribù Poblilia primeggiò su Verona. E però chiaro che, anche se Montichiari gravitò per qualche tempo su Verona, entrò poi a far parte del territorio bresciano. Un quadro approssimativamente riassuntivo offre la presenza di reperti preistorici a Monte Rotondo (industria litica del Paleolitico e litico recente), Monte S. Giorgio (industria litica del Paleolitico inferiore), Monte S. Zeno (materiali del Paleolitico medio), cascina Camere (Neolitico), Casa Bianca (industria litica materiali del Bronzo tardo), Castello (materiali ceramici del Bronzo tardo), nell'alveo del Chiese (reperto del Bronzo tardo), al Pratone Monti, sul Colle San Zeno (iscrizione di età protostorica) al Colle Arzaga (iscrizione a caratteri etruschi). Tombe di epoca romana vennero trovate in via Arzaga, Cascina Dosso, Cascina Veronesi in una località imprecisata verso Castiglione; materiali di epoca romana furono rinvenuti alla Cascina Rezzato (campo Valli), in Val del Pomo, in località Dugali Sotto; resti di ville romane vennero scoperti sulla seriola di S. Giovanni presso la via Montichiari-Ghedi, in località Monte del Generale (prop. Prandini), presso la cascina Pulcagna; epigrafi di età romana vennero segnalate in località Castello, presso Casa Monti, presso la Pieve di S. Pancrazio, alla cascina Colombare.


Poche le notizie che emergono dai secoli bui delle invasioni barbariche. Lo storico settecentesco Baldassare Zamboni, nella sua "Collettanea per la storia di Montichiari", sostiene che il paese fu distrutto, nel 382, da Alarico, re dei Goti, durante il passaggio del suo esercito in marcia verso Milano. Dopo una successiva distruzione ad opera di Attila, nel 447, fu occupato dagli Eruli. All'invasione dei Goti è stata riferita una lapide riportata dal Marini in forma imperfetta e poi dall'Odorici e che dice: «B.M. / Scadvein V.B. / in hoc loco re / quiescit in pa / ce Aladrut uxor / eius fecit». Nel 568 Montichiari venne conquistato dai Longobardi guidati da re Alboino. Significativi i segni della presenza longobarda. Ai primi del 1990 in località Prato del Gioco, in territorio di Calvisano, ai confini con Montichiari, il Gruppo archeologico monteclarense scopriva una tomba alla cappuccina datata alla prima metà del sec. VII d.C. Nel 1958 in località Montechiaresa vennero rinvenute più di venti tombe longobarde ad inumazione alcune con corredo funerario. Dell'epoca longobarda è uno Scramasax rinvenuto in scavi occasionali a confine con il comune di Calvisano nell'agosto 1958 da Celso Ragazzina e donato ai musei di Brescia. Di epoca medievale (sec. IX-X) sono le tombe esaminate da don Luigi Ruzzenenti nel 1888 alla Bredina di Bredazzane. Reperti altomedievali sono venuti alla luce in frazione Bredazzane (località Bredina) e a S della Pieve di S. Pancrazio. Probabilmente al tempo delle invasioni ungare del sec. IX, grazie alla politica di Berengario I, re d'Italia, venne costruito un "castrum" (da cui il termine castello) cioè un borgo murato, che doveva difendere la popolazione dalle incursioni dei barbari e che poi ebbe non poca importanza nel periodo delle guerre comunali tra Brescia, Cremona, Verona e Mantova. Anche a non dare fede alla cronaca di Rodolfo notaio, che accenna ad un fiorente monastero esistente nel 790, è sicura l'esistenza di proprietà monastiche fin dal sec. VIII, accanto al demanio regio o pubblico e passato dai Longobardi ai Franchi e poi all'Impero, condizionato, ma solo in parte, da quello della Chiesa e più specificatamente dalla Pieve di S. Pancrazio. Già forte è la presenza di monasteri fra i quali quello di S. Pietro in Monte Orsino. È certa verso l'anno Mille la presenza crescente - come scrive il Fè d'Ostiani - di varie famiglie di conti rurali, con diritti "proporzionari" sul territorio. Un documento (forse però apocrifo) vuole che nel 1055 la contessa Adelasia, moglie del conte Ugo di Montichiari abbia fondato il monastero di S. Tommaso di Acquanegra. Nel 1107 il nome della corte e del castro di Montichiari è per la prima volta nominato in un atto di donazione della contessa Matilde figlia del conte di Treviso e moglie del conte Ugone di Montichiari. È certo però che per diretta investitura imperiale su beni del demanio regio longobardo e franco e per acquisizione di proprietà di monasteri e di altro genere, presero ruolo dominante i conti rurali De Longis o Longhi (v. Longhi, De Longis) discendenti secondo qualcuno dai conti di Sabbioneta, secondo altri dai conti di Lomello e di S. Martino o dai Conti di Desenzano, secondo altri ancora dagli Ugoni, progenitori dei Gonzaga di Mantova. Ciò che gli studiosi più accreditati ritengono come sicuro è che con i Martinengo i Longhi furono i più potenti feudatari imperiali, quasi dividendosi l'influenza sulla pianura bresciana, i Martinengo sulla parte occidentale, i Longhi su quella orientale. Studiosi come il Wüstenfeld affermano perentoriamente che quelle due sole famiglie sono di sicura origine comitale. Del resto, da parte loro i Longhi nel 1220 pretendevano di essere stati investiti del Comitato bresciano da Ottone II nel 974 anche se la prima menzione storica riguarda Laffranco conte di Casaloldo, vivente nel 1129, il quale è probabilmente il padre dei tre fratelli Narisio, Vizolo e Azzo che avranno grande importanza nella storia del sec. XII. La potenza dei Longhi era comunque, agli inizi del sec. XII, grandissima, abbracciando l'isola del lago d'Iseo, Lonato, Castenedolo, Calcinato, Venzago, Castione, Solferino, Volta, S. Martino, Castel Goffredo, Castello di Remedello, Acquanegra, Mosio, Calvisano, Mazzano, Ghedi, Carpenedolo, allargando più tardi l'ambito feudale a molti altri territori specie del Mantovano e anche su Gargnano sul Garda. I numerosi componenti la famiglia assunsero via via il nome del paese e territorio a loro assegnato, per cui Azzone viene detto conte di Mosio, Vizolo conte di Sarazino e di Asola e Narisio conte di Montechiaro, mentre altri assumeranno i nomi di Redondesco Marcaria. Ma c'è chi come il Lodrini assegna a Montichiari il ruolo più importante quasi di perno dei vastissimi possedimenti, in quanto i Longhi avrebbero avuto in Montichiari la loro sede principale e vi avrebbero amministrato la giustizia civile e criminale, creato cavalieri e feudatari. A Montichiari i Longhi hanno del resto un loro palazzo bello e grande, compreso nel castro fortificato. A loro alcuni testimoni del processo del 1228 attribuiscono la trasformazione in un vero e proprio castello del preesistente luogo di difesa. Ma presto la loro potenza, per lo più collocata ai confini del territorio e la loro fede ghibellina finirono con l'allarmare il Comune di Brescia, schierato con il partito guelfo, che fin dal 1125 cercò di limitare la loro influenza togliendo loro, sia pure momentaneamente, Asola. In effetti ai tempi del Barbarossa i conti di Montichiari avevano vaste possessioni e assieme ampi poteri d'impero militare, di giurisdizione civile e criminale fino allo spargimento del sangue, di concessione di terre e di onori ecc. Importanza particolare assunse Montichiari per la sua particolare posizione con la nascita della Lega veronese o della Marca Trevigiana che spinse il Barbarossa a far pressione sui conti di Montichiari che non rimasero insensibili alle lusinghe dell'imperatore attirandosi le immediate rappresaglie del comune di Brescia. Non solo, ma nel 1164 il Comune di Brescia attaccò Montichiari stesso, conquistando, perdendo e riconquistando e distruggendo il castello e la rocca e proibendo come si legge negli Statuti di Brescia che venissero in seguito ricostruiti. Lo storico monteclarense della fine del secolo XVII aggiunge che ai suoi tempi si rinvenivano ancora tegole e pietre affumicate e fondamenti di grossissime fabbriche. Di fronte a questa crescente forza del Comune e così determinata decisione i Longhi dovettero scendere a patti e compromessi e furono costretti anche a tenere una linea politica morbida ed altalenante nonostante che nel 1165 Federico I Barbarossa facesse pressione su di loro per averli dalla sua parte. Anzi per mantenere e garantirsi l'appoggio degli homines di Montichiari, nel 1167 essi fecero concessioni tali da far considerare ad Angelo Chiarini le decisioni prese come l'atto di nascita del Comune; anche negli atti del processo che avrà luogo nel 1228 appaiono ben chiari anche se non datati, rapporti di alterità fra i monteclarensi e i conti. Comunque il 23 aprile 1167 nella «Rocca di Montechiaro i conti Narisio, Vizol e Azzo de Longhi, conti di Montechiaro, Asola, Mosio e di altre terre a loro concesse dall'Imperatore, sedendo su tre scranni di legno e tenendo nelle mani la cintura della spada del conte Narisio (le immissioni in possesso, per uso antico, si facevano tenendo nella mano un oggetto-simbolo) investono e infeudano i quattro procuratori designati dagli homines della Terra e del Comune di Montechiaro: a) della Campagna di sera, compresa tra l'abitato di Montechiaro e i confini di Calvisano, Ghedi, Formignano, Montirone, Virle, Castenedolo, Mazzano, Montebuono, Ciliverghe, Calcinato, Mezzane, Acquafredda, con tutte le sue pertinenze: boschi, acque, paludi, cacciagioni, pescagioni; b) dei cavamenti e discavamenti del Chiese (ossia del vasto alveo in cui scorre a capricci il fiume); c) di ogni altro diritto loro concesso dall'Imperatore su tutti gli altri beni posti sia sui monti di S. Zeno, di S. Margherita e dell'Arzaga, sia nelle campagne della Curia e del Contado. Da parte loro il Comune, la Terra e gli homines, qui sunt caput Curiae Comitatus, per onorare questa investitura si obbligano con giuramento: 1 - a prestare ai Conti intera e sincera fedeltà da buoni vassalli; 2 - a difendere i Conti dai "malesardi" e dai nemici, scendendo in campo sotto il gonfalone con armi, scudi e cavalli; 3 - a tener fede all'alleanza dell'Imperatore con il Papa (l'antipapa Pasquale voluto da Federico Barbarossa); 4 - ad accompagnare convenientemente i Conti quando vanno a visitare le loro Terre: l'Isola Sablonaria del lago d'Iseo, Lonato, Castiglione, Calcinato, Ghedi, Bessagio, Solferino, Goffredo, i Remedelli, Asola, Mosio, Calvisano e altri ancora; 5 - ad assistere e garantire i duelli che avessero luogo nella Terra di Montechiaro; 6 - a dare ogni anno per i Conti, nella festa di S. Tommaso, un "ceriolo" bianco nella chiesa di S. Tommaso sita nella Rocca; 7 - col patto che i Conti non possano più imporre tasse sulla Campagna e sugli altri beni, salvo: a) avere erba e fieno per i loro cavalli; b) ricevere metà della "carretura", ossia della tassa del mercato; e) e metà delle taglie che si impongono sui fuoghi, ossia sui nuclei familiari. Alla fine i quattro rappresentanti del Comune e degli homines si alzano e in segno della loro sincera volontà giurano, toccando i Vangeli, di osservare quanto stabilito, onde i Conti alzatisi dagli scranni li stringono tra le proprie braccia al seno e, con loro, il Comune e gli homines, come cari e onorevoli vassalli». L'atto del 13 aprile 1167 indicava in verità una nuova scelta anche se momentanea di campo per i ghibellini conti di Montichiari. Infatti pochi giorni prima, il 7 aprile, Azzone con altri Longhi aveva partecipato al giuramento di Pontida contro il Barbarossa, diventando rettore della Lega stessa. A quanto pare con l'atto del 1167 anche per le pressioni che sui Longhi faceva l'imperatore per averli dalla sua, i Longhi riuscirono ad affermare una indipendenza di Montichiari da Brescia che scatenò la vendetta di questa. In ragione di ciò, partito a fine febbraio o in marzo l'imperatore, i Bresciani, dopo aver attaccato Lodi con i milanesi, i bergamaschi e i mantovani, nell'aprile, si buttarono da soli su Montichiari riducendola in condizioni da non poter più servire di base agli amici dell'imperatore e distruggendo inoltre il palazzo dei conti. Probabilmente, come ha sottolineato Angelo Chiarini, la sconfitta dei conti si è tramutata per il comune in apertura verso la libertà e il progresso a fianco di Brescia. Già l'anno 1173 tra i venti boni homines che firmarono l'atto notarile di costituzione del nuovo mercato di Brescia in foro fortunato (in piazza Tebaldo Brusato) tre rappresentano Montechiari: Amorello, Valeriano e Marchisio. Anche come scrive il Bosisio fu probabilmente in relazione con l'atteggiamento filoimperiale dei signori di Montichiari e con la spedizione punitiva compiuta dai Bresciani contro quel castello e il luogo di Manerbio che vanno posti i privilegi concessi nel 1177 dal vescovo Raimondo della pieve di Montichiari alla quale non soltanto concesse l'esenzione da ogni esazione di diritti episcopali, ma confermò anche la concessione delle novali fatta dai suoi predecessori Arimanno, Villano e Manfredo, e inoltre la quarta parte delle decime nel pievatico e nella corte di Montichiari e il mulino ceduti dai conti del luogo stesso. Privilegi confermati poco tempo dopo da papa Alessandro III. Accanto o proprio nell'ambito della pieve si era andato delineando ed aveva preso consistenza, grazie allo sviluppo agricolo ed artigianale dovuto al risveglio economico e sociale avviato fin dal sec. XI, la struttura urbanistica della borgata contraddistinta dalle quattro contrade, in cui si trovò diviso il territorio discendente dal fiume Chiese da nord verso sud e dalla strada Mantova - Brescia orientata in direzione est-ovest e che proviene dalla natura dei luoghi. La divisione in quadre - sottolinea il Chiarini - è chiaramente presupposta nel 1182 dalla Bolla di Papa Lucio III, che enumera tra le dipendenze della Pieve quattro chiesette disposte a quadrilatero, due a mattina del Chiese: S. Margherita e S. Zeno, due a sera: S. Giovanni e S. Cristina, situate al centro delle zone coltivate lungo il Chiese e la corona collinare. Oltre queste due fasce coltivate si estendevano, in passato, le vaste "campagne" o "brughiere" di mattina e di sera, atte solo al pascolo dei greggi. L'importanza e il funzionamento delle quadre può essere rilevato con chiarezza leggendo gli Statuti Comunali, di cui esiste ancora la redazione del 1580. Le ritroviamo ancora nel 1647 nelle norme che regolano l'afflusso del bestiame al mercato settimanale: una quadra per settimana ogni mese. Ma mercato e privilegi pontifici non salvarono Montichiari da nuove guerre. Nel 1191 venne di nuovo espugnato dai Bresciani che smantellarono la torre Mirabella. Quando poi il desiderio di pace e di riconciliazione fra i partiti contrapposti dei quali il conte Narisio guidava il più intransigente, portò Brescia su posizioni più moderate e ad una politica più aperta ai compromessi, distanziandola da Milano, messi nel 1223 al bando dallo stesso imperatore Federico II i conti di Montichiari perdettero gran parte della loro influenza. Lo Zamboni anzi, senza citare documenti, li dice scacciati nel 1220 dal paese. Certo è che nello sforzo di conglobare il territorio sotto il suo potere, negli anni seguenti e specialmente nel 1223 Brescia procedette a infeudare i loro beni. Per accertare quali fossero i beni feudali e quali gli allodiali, propri, cioè quelli rivendicabili o non rivendicabili da parte di Brescia, nei confronti degli eredi, venne istruito nel 1228 un processo, giunto a noi purtroppo mutilato, che mise in rilievo i vasti possedimenti e gli amplissimi poteri dei conti. Contro di essi Brescia andò affermando la propria supremazia, anche per il fatto che Montichiari con Asola rappresentava un importante e delicato caposaldo verso la città. I conti vennero perciò espropriati dei loro beni che vennero venduti alle comunità, azione che continuò fino verso il 1240, culminando prima del 1252 nelle prescrizioni degli Statuti di Brescia che nessuno di Montichiari si imparentasse con i conti e loro discendenti e che ancora nessun Longhi potesse godere di benefici ecclesiastici delle chiese di Montichiari e di Mosio. Sempre più affrancato dai conti, il paese si avvicinò via via a Brescia, mentre il Comune acquistava sempre più importanza, testimoniata anche dalla presenza in posti chiave dell'amministrazione pubblica di personaggi monteclarensi. Un Braccio, giudice, è presente ad un atto del 1180; un Raimondo è presente ad un atto solenne del 1192; un Jacobus de Monteclaro è console di Brescia nel 1219 ed è presente ad atti del 1226 e 1227. Un Raimondo risulta nel 1220 circa proprietario di terra alla Torricella di Brescia. Un Americo di Montichiari accompagna nel 1221 a Genova Lotarengo Martinengo creatovi podestà. Un Forte da Montichiari con Guido Villano, Bartolomeo Avogadro ecc. nel 1242 accompagnava a Genova il podestà Emanuele Maggi. La fedeltà a Brescia e l'affrancazione dai potenti feudatari, rimasti ghibellini, costò tuttavia a Montichiari nuove dure peripezie belliche. Federico II in lotta contro la Lega confermata a Brescia nel novembre 1235 puntò nell'ottobre 1237 anche su Montichiari, intorno al quale si erano andate raccogliendo truppe e carrocci della Lega, mentre il castello veniva difeso da Corrado Ugoni, Corrado Camignoni, Corrado da Concesio, Goizo Poncarali. Sopraggiunto insieme al terribile Ezzelino da Romano, Federico II pose per due mesi l'assedio a Montichiari che si arrese a patti il 21 ottobre 1237 (per altri il 7 ottobre). Mancando fede alle promesse, l'imperatore diede alle fiamme il castello, mise a ferro e a fuoco il territorio e trasse prigionieri Corrado da Concesio e gli altri comandanti delle truppe cittadine. Confiscati tutti i beni dei Longhi, il 30 giugno 1254, i Comuni di Brescia e di Mantova fissarono i confini dei rispettivi territori, mentre i conti furono completamente emarginati dal territorio di Brescia. Il castello venne restaurato come appare da un frammento di topografia militare del sec. XIV nel quale appare come una grande fortezza. Ma anche eliminata la potenza dei Longhi, non ritornò la pace. Nel 1260 era il conte di Fiandra a mettere a ferro e fuoco il paese, ammazzando come sottolinea il Malvezzi molti "di quelli abitanti". Nel 1265 sotto le mura di Montichiari le truppe di Carlo d'Angiò si unirono con quelle condotte da Goffredo di Montebello, cappellano del Papa, con tremila cavalli, dal marchese d'Este e dal conte di S. Bonifacio, che espugnato il castello di Montichiari (che G. Rosa denomina "Castelvedio") si scontrarono con le truppe ghibelline sconfiggendole ed aprendo a Carlo d'Angiò l'avanzata verso l'Italia centrale. Nel 1267, scatenatasi tra gli Scaligeri e i Torriani (appoggiati questi da Carlo d'Angiò) la lotta per la conquista del territorio bresciano, i Veronesi presero a tradimento Montichiari, danneggiando e distruggendo una parte del borgo, mentre i Bresciani, per togliere ogni occasione di rivalsa, ordinavano che non venisse più rifabbricata la rocchetta. L'anno seguente si fermava a Montichiari l'esercito capitanato dal quindicenne Corradino di Svevia, che vi seminò gravi danni. Nel settembre 1279 nel palazzo comunale di Montichiari veniva firmata la pace tra le città di Brescia e di Cremona. Ma nel 1312 il paese insorse di nuovo contro Enrico VII di Lussemburgo. Come ha rilevato Angelo Chiarini anche i secoli XIV e XV furono anche per Montichiari, tristissimi non solo per il succedersi delle pestilenze che decimavano la popolazione, ma soprattutto per l'inquietudine politica e le continue esasperate lotte tra le frazioni rivali dei guelfi e dei ghibellini. Ormai in mano al partito guelfo Montichiari venne di nuovo fortificato e nel 1317 di nuovo assediato e conquistato da Cangrande della Scala, invitato dai ghibellini ad assumere la signoria di Brescia. Pochi decenni dopo nel 1348 veniva invece occupato dai Visconti che puntavano su alcune terre dei Gonzaga, ai quali qualcuno vuole che il territorio monteclarense sia appartenuto per qualche tempo. Ma gli stessi Visconti nel dicembre 1357 vi incontravano una sanguinosa sconfitta a opera delle truppe della Lega antiviscontea capeggiata da Corrado Lando e da Ugolino Gonzaga. Nel 1368 il Castello fece di nuovo le spese della lotta contro i Visconti. L'esercito di Carlo IV di Lussemburgo, chiamato in Italia dal Papa e dalla Lega, vi si scontrò con quello visconteo del Pallavicino e poi - come ha scritto il Muratori - chissà per quale colpa del popolo, ma più probabilmente per brama di saccheggio, "morirono tutti gli uomini e le donne". Cinque anni dopo, il 7 maggio 1373, erano invece i Visconti a vincere le truppe mercenarie al servizio della Lega antiviscontea dopo un aspro e sanguinoso combattimento, salvo venire a loro volta sconfitti subito dopo a Gavardo. Convinto dell'importanza strategica di Montichiari e della zona, e per impedire ai Gonzaga il possesso di varie terre, già fin dal 1368 Bernabò Visconti aveva concepito l'audace disegno di un canale che dal Garda andasse al Po e portò innanzi lo sterramento di un grande canale, detto la «fossa di Bernabò», da Montichiari ad Asola, ed un altro ne derivò, la fossa «regia», conducendolo verso il Po e fortificandolo quasi tutto a spese degli abitanti di Asola. Del resto l'importanza assunta da Montichiari è significata anche dal fatto che Gian Galeazzo Visconti, nel 1385, vi inviò come a Lonato, Canneto, Asola un capitano che governasse accanto ai consoli, sostituito poi da un podestà che godette di mero e misto impero, "cum potestate gladii" cioè anche di esecuzioni capitali, come dimostrava una rossa ascia scolpita all'entrata dell'antica cancelleria; il podestà veniva eletto dal popolo con esclusione di ogni ingerenza delle famiglie feudatarie quali quella potente dei Mezzani. Probabilmente per permettere una più efficace difesa del territorio contro i pericoli rappresentati a Oriente dai Carrara e da altri, nel 1390 il Visconti obbligò il comune di Montichiari a sgomberare dagli alberi le fosse da Lonato ad Asola. Il Castello antico. È probabilmente sotto i Visconti che prende definitiva forma e sistemazione il castello o meglio il castrum, identificato per sbaglio da molti con quello oggi esistente eretto dal conte Bonoris sulla fine dell'800; secondo recenti sondaggi esso invece si estendeva a sud protetto da una altissima grande muraglia dall'attuale via XXV Aprile lungo il vicolo Ripido per finire in una torre quadrata dalla quale piegava a nord in segmenti intervallati da due torri. All'angolo nord esisteva probabilmente la casa del Vicario veneto. Le mura piegavano poi a est, seguendo il ciglio della strada che ora fiancheggia a nord la chiesa del Suffragio e raggiungevano la prima e poi la seconda cinta della rocca, inerpicandosi con linea spezzata fino all'attuale piccola torre rotonda del castello Bonoris. A mattina il castrum era difeso dai ripidi fianchi del colle ora riempiti. A sera e a settentrione il borgo era difeso da ampie fosse. L'accesso al borgo avveniva per tre porte fortificate, due all'estremità di via del Castello, la terza pressapoco presso l'attuale teatro. Un portello di emergenza ha dato il nome al vicolo del Portello (ora via Pasinetti). All'interno del Borgo si trovavano i più importanti edifici della Comunità quali la casa del Vicario, la casa del Comune, la Cancelleria, i Monti del grano e del miglio, le "caneve" del vino. Tra la vecchia rocca e la Pieve di S. Pancrazio, dove oggi sorge la portineria del castello Bonoris, su un dosso detto dei Razzetti, ed ora quasi del tutto spianato, sorgeva un fortilizio efficiente ancora agli inizi del 1400. Si trattava di una recinzione di mura in cui stavano i portici e dalla quale emergeva una torre detta, per la bellezza del panorama su cui spaziava, Mirabella. Le particolari attenzioni dei Visconti legarono sempre più a loro Montichiari, così che pur ritenendosi guelfi, quando Pandolfo Malatesta che aveva ottenuto il 1° maggio Brescia, il 4 seguente scrisse al Comune e agli uomini di Montichiari che anche il territorio doveva seguire l'esempio di Brescia, cioè sottomettersi al suo dominio e perciò mandassero alcuni uomini da lui per prendere opportuni accordi. I monteclarensi preferirono mantenersi fedeli alla reggenza Viscontea e, come si legge in una cronaca locale, riferita dal Chiarini: «Pandolfo dovette ricorrere alla forza, fece assediare da Ugolino da Fano Montechiaro difeso da Micheletto Parenzone, castellano del duca, quale alli 28 settembre s'arresa con li infrascritti patti. Che il castellano per quindici giorni non offenda la terra, Territorio, nè habitanti d'essa. Che Ugolino non faccia novità alcuna per il tempo suddetto, e a caso il castellano fra li detti giorni non venghi soccorso, pria satisfatto delle sue paghe a lire quattro per paga, debba render la Rocca, che s'effettuarono». Dell'incertezza del momento i monteclarensi approfittarono con l'aiuto dei carpenedolesi per sterminare in una tetra notte quasi interamente la famiglia Mezzani che aveva oppresso il territorio con angherie e sopraffazioni d'ogni genere. Nel gennaio 1405 Montichiari ritornava in mano ai Visconti, consegnando la rocca ad Estore, procuratore del giovanissimo Giovanni Maria, ma a condizioni raccolte in sette capitoli che A. Chiarini giustamente definisce "non di piccolo conto" e che denotano il particolare prestigio che il paese doveva godere. Tra esse ha particolare risalto quella in cui si chiede di non essere molestati, anzi di essere assolti dagli omicidi e dalle ruberie perpetrate nei confronti dei Mezzani. Questi, in sunto, i capitoli: 1 - Montichiari venga considerato corpo distinto e separato dalla città di Brescia, così che non sia sotto la sua giurisdizione nè civile nè penale, salvi s'intende i diritti di Giovanni Visconti; 2 - il Comune e gli uomini di Montichiari siano ritenuti assolti dai debiti che hanno verso il Comune di Brescia e verso i Visconti; 3 - siano conservati a Montichiari i diritti che gli spettano nei confronti degli altri Comuni della Quadra; 4 - il Comune e gli uomini di Montichiari non vengano molestati per omicidi e ruberie commessi in passato, soprattutto contro la casata Mezzani, anzi da ora in avanti si intendano totalmente assolti, così che possano godere in pace i beni che furono dei Mezzani. Ritornato il Malatesta padrone della situazione il 6 agosto 1406 il Comune e gli uomini di Montichiari presentarono a Carlo (fratello di Pandolfo) una "supplica" perchè li soccorresse chiedendo che venissero liberati da qualsiasi gravame e servizio; che Acquafredda e Ravere (dove stava la maggior parte dei beni sottratti ai Mezzani) fossero considerati come un corpo solo con Montichiari; che tutti i banditi e ribelli che si trovano ad abitare in Montichiari, specie quelli del distretto del lago di Garda, fossero assolti e liberati e potessero recuperare i beni posseduti prima del dominio del Malatesta il quale accettò senza riserve le proposte presentate da Montichiari il 6 agosto 1406. Al Malatesta Montichiari rimase volontariamente o per forza fedele anche quando nel 1412 Facino Cane, suo avversario deciso, cercò di suscitarvi ribellioni per attirarvi il Malatesta e approfittare di conquistare Brescia. Il tentativo di Facino non riuscì. Pandolfo recuperò Montichiari e la rocca, e il 9 giugno 1413 riconfermò a fronte delle richieste dei monteclarensi i patti del 1406 con due precisazioni: limitò a tre anni l'esenzione dei gravami, eccettuando però i dazi e concesse il libero movimento dei beni a patto fosse riportato nella rocca quanto fu asportato in occasione, o dopo, la presa della stessa fino al momento della consegna nelle sue mani. Il 25 ottobre 1418 passava nei pressi di Montichiari papa Martino V diretto da Brescia a Mantova e a ricordo del suo passaggio la Comunità gli chiese la concessione dell'indulgenza di 40 giorni a quanti avrebbero piamente visitato la chiesa di S. Pancrazio nella festività del santo e a quanti avrebbero visitato, nella festa dell'Assunzione, la chiesa di S. Maria Nova o contribuito in qualsiasi modo alla sua costruzione. Lo stesso pontefice, passando per l'unica strada diretta allora a Mantova, deve aver visto l'edificio in costruzione. I due decreti sono datati da Mantova il 19 dicembre 1418 e per essi la Comunità versò 16 ducati d'oro. Le nuove lotte tra i Visconti e il Malatesta, nonostante che il papa avesse cercato di portare pace e di garantire lo status quo esistente, coinvolsero di nuovo anche Montichiari. Per ingraziarsi il grosso centro, ai confini lombardi, il Visconti in una lettera del 10 gennaio 1420 (confermata e precisata il 6 settembre) aveva riconfermato a Cristoforo Carcano, capitano di Montichiari, il mero misto impero e ogni giurisdizione tanto civile che penale; nonchè in un'altra lettera del 3 aprile la sottomissione a Montichiari dei comuni della quadra, come al tempo di Galeazzo e di Bernabò, cioè di Carpenedolo, Castiglione, Castel Goffredo, Calcinato, Medole, Guidizzolo, Solferino, Acquafredda e Ravere. Proprio nella campagna tra Montichiari e Carpenedolo avvenne lo scontro decisivo per le sorti del Malatesta. I 10 ottobre del 1420, infatti, le truppe (13 mila cavalieri e mille fanti) del duca Filippo Maria Visconti condotte dal Carmagnola si scontrarono con quelle (5 mila cavalieri e 2 mila fanti) che Carlo aveva mandato in aiuto al fratello Pandolfo, capitanate da Ludovico Migliorati, signore di Fermo e, come ha annotato il cronista Nassino, «per quatro hore combateno aspramente, ma alfin messer Ludovico fu rotto e preso, et messer Albrico et messer Hercule Bentivolia et Zecho de Montegnana, et de tutta quella giente non campò altro che cavalli 300, tutto il resto foreno morti over presi...». Spodestato il Malatesta e ritornato padrone del Bresciano Filippo Maria Visconti e occupato dal Carmagnola, Montichiari ebbe riconfermati il 20 dicembre 1420 antichi privilegi e ne ebbe di nuovi tra cui la liberazione dai debiti accumulati nel periodo malatestiano, le non persecuzioni di omicidi e occupazioni a danno dei Mezzani, l'assegnazione del "pontatico" per il passaggio sul ponte del Chiese a sostegno delle spese per le chiese del paese. Ma ogni provvedimento vero e proprio venne in pratica rimandato, dato il rinascere delle ostilità tra Milano e Venezia, nelle quali ancora una volta il paese venne coinvolto parteggiando per Milano. Nel maggio 1426 infatti vi si rinserrava lo Sforza e vi ripiegavano anche le truppe viscontee (4 mila uomini) di Guido Torello, fortificandosi in modo tale che attaccato fin dal 19 maggio dal Carmagnola (passato ai veneziani e benchè avesse tentato di corrompere la guarnigione) Montichiari resistette per cinque mesi fino alla fine di settembre. Il l ° ottobre 1427 con solenne cerimonia alla presenza dei provveditori e dei principali capi dell'esercito veneto Montichiari giurò fedeltà a Venezia. Nonostante tanta solennità Venezia non perdonò facilmente la resistenza opposta e il 15 marzo 1428 sottraeva soprattutto per questioni di mercato Carpenedolo a Montichiari sottoponendolo direttamente a Brescia, togliendo inoltre nel 1464 le "angherie" che ancora Montichiari esercitava sulla antica "villa" Baveri situata verso Casalmoro. Poco più tardi Venezia impose oneri pesanti per rafforzare le difese e potenziare le fortificazioni, suscitando contrasti e proteste. Nonostante ciò, opere di restauro alla rocca continuarono nel 1432 e negli anni seguenti, mentre la Campagna venne usata per l'addestramento degli archibuseri, attraverso il tiro al palio.


Fedele da ora e per secoli a Venezia, nei momenti di crisi dell'esercito veneto Montichiari fu difesa direttamente dai cittadini di Brescia, e in modo certo efficace, se il Piccinino nell'azione di occupazione della pianura bresciana, credette opportuno evitarlo. Nel luglio Montichiari resisteva ancora difesa dal vicario veneto Giovanni Mori e dalle cernide bresciane. Ma la situazione si fece talmente insostenibile che il 16 luglio alcuni abitanti fattisi consegnare le chiavi col pretesto di portarsi di nascosto ai mulini, che sorgevano nella campagna, aprirono il Portello e introdussero di notte un distaccamento visconteo. Il Piccinino, venuto a conoscenza del fatto, mandò subito sotto Montichiari mille cavalieri e mille fanti che in tre giorni, aiutati dall'interno ebbero ragione della rocca, sottomettendola e portando con sè ostaggi. Riconquistato dallo Sforza l'11 giugno 1440, per conto di Venezia, e ripreso ancora una volta dai Visconti nel 1446, venne infine restituito di nuovo a Venezia nell'ottobre 1448. Creato dapprima in vicariato minore, Montichiari venne poi eretto in vicariato maggiore con la stessa dignità di quelli di Rovato, Pontevico e Orzinuovi. Al vicario erano corrisposti 25 fiorini il mese. Accanto a lui la Repubblica pose un castellano pagato 25 lire il mese. Nel 1451 nella nuova guerra tra i Visconti e Venezia a Montichiari si ritirò il Colleoni ormai defenestrato da Venezia prima di passare in campo avversario al servizio dello Sforza. Anche per questo, sospettando gli abitanti di Montichiari di scarsa o nessuna lealtà verso Venezia, avanzando le truppe dello Sforza il 20 ottobre 1452, Gentile di Leonessa fece uscire dalla borgata tutti gli uomini validi e abbandonò "allegramente" le sue truppe al saccheggio. Pochi giorni dopo, il 6 novembre in località detta "il Tumulo" nei pressi del paese, ebbe luogo, ma anche fallì, la sfida tra Gentile Leonessa, dalla parte di Venezia, e lo Sforza, da parte di Milano, sfida che finì nel nulla con reciproche accuse di viltà e tradimento. Chi pagò fu ancora la popolazione che per tutto l'inverno dovette subire la presenza dell'esercito milanese e poi per molto tempo di quello veneziano "con grande molestia, vivendo a spese del comune e cacciando fuori dal territorio molte disonestà". Gli appelli a Venezia perchè venisse incontro ai gravissimi disagi subiti, rimanevano inevasi e per maggior scorno nel giugno 1454 Montichiari dovette accogliere anche Federico Gonzaga, al servizio di Milano. Solo dopo la pace di Lodi del 9 aprile 1454, Montichiari passò saldamente in mano di Venezia che vi pose una guarnigione. Il paese uscì dalla guerra in condizioni gravissime, e come si legge in una petizione dei Provveditori di Brescia del 9 marzo 1464 "totalmente disfatto con total rovina e disfacione delle case e possessioni" e con parte degli abitanti feriti, fatti prigionieri e uccisi. Per questo con l'appoggio delle stesse autorità venete a Brescia, i monteclarensi per voce di Daniele Tabarino in vista anche della "inconcussa" fedeltà dimostrata alla Repubblica ottenevano esenzioni e deroghe di imposte e tasse uguali a quelle concesse alle comunità pedemontane. Nel 1466 Montichiari otteneva dal capitano di Brescia contro Calcinato, come nel successivo 1504, una sentenza ducale favorevole contro i cittadini di Brescia che pascolavano abusivamente nella Campagna, per cui nel 1519 fu stabilito che i bresciani pascolanti pagassero a Montichiari otto marchetti per bestia grossa e quattro lire per ogni gregge (ratio in latino, ròss in dialetto) di cento pecore. Nella pausa delle continue guerre e di passaggio di eserciti, sopravvenne nel 1477 la peste le cui cause furono attribuite all'immenso numero di locuste che per mesi oscurarono i cieli lombardi distruggendo ogni raccolto. Ma la posizione di Montichiari era talmente importante che quando si riaccese la guerra fra Milano e Venezia, il paese si trovò di nuovo nelle spire della battaglia. In vista della guerra, il territorio venne sgomberato del bestiame e di "robe" e fu un provvedimento opportuno, perchè proprio contro Montichiari il duca di Calabria condusse l'esercito sforzesco ponendovi assedio e lasciandovi come comandante il capitano di ventura Estore Manfredi, detto "il porco". Venezia rinforzò la rocca e rifornì le truppe e i monteclarensi respinsero per tre volte le minacce del Manfredi dichiarando di non volersi arrendere nonostante le minacce di mandare le donne al patibolo, di dichiarare ribelli gli uomini e di dare al "sacco tutta la terra". Ciò che fece. Dopo aver "obsessa e sbombardata" la rocca e la Mirabella, le truppe sforzesche riuscirono il 21 agosto 1483 ad occupare la borgata "con total saccheggio" durato per dodici giorni devastando case, bruciando, tagliando le viti e gli alberi, distruggendo il possibile. Sospettando un'attività di spionaggio in favore di Venezia, il commissario dell'esercito sforzesco, mandò in paese 150 cavalli e 200 fanti a spese del Comune e fece arrestare e trattenere come ostaggi 120 uomini. Nonostante ciò i monteclarensi riuscirono a mettersi in contatto con le autorità venete, sollecitando i Provveditori veneti e il Sanseverino a liberarli, promettendo di aiutarli in tutto nella riconquista. Ciò che avvenne il 6 dicembre 1483 da parte di tutto l'esercito veneto dopo un assedio al quale collaborarono anche gli uomini di Salò condotti da Frassino Turina. L'esercito si fermò poi a Montichiari 17 giorni, "consumando tutto l'avanzato". Dei nuovi disastri provocati dalla guerra doveva rendersi ragione lo stesso duca Gian Galeazzo Sforza che riconquistato di nuovo Montichiari e nominatovi un suo podestà il 25 settembre permetteva agli abitanti di chiedere a Venezia di poter riportare in paese il bestiame, riprendere la coltivazione del suolo, garantendo a tutti il massimo rispetto. «Ridotti quei habitanti, come si legge in una petizione del 26 agosto 1488 al Senato Veneto da parte dei Provveditori Generali, al non plus ultra delle miserie», essi ebbero dalla Repubblica particolari agevolazioni e dilazioni nel pagamento delle tasse ed imposte, mentre veniva restaurato il castello. Molti monteclarensi tuttavia abbandonarono il paese. Ad altri originari provvide il Comune concedendo a livelli i propri terreni. Nello sforzo di ricostruzione economica, con provvisione del 5 maggio 1493, presa con 91 voti contro 5, vennero espulsi gli ebrei "che da longo tempo si trovano" e che il Comune non aveva voluto fino ad allora allontanare nonostante fin dal 1462 fra Antonio da Vercelli ne avesse ottenuto l'esilio da tutto il territorio bresciano. Senza più tergiversazioni Montichiari dimostrò il suo attaccamento a Venezia, specie nel 1509, con un tumulto contro gli occupanti francesi da questi subito represso e che costò agli insorti la immediata consegna di derrate, carri, uomini e denaro, pena il saccheggio e l'essere "arsi, confiscati ed impiccati, fatti ribelli e svaligiati e maltrattati" . Grazie a questa fedeltà, su Montichiari il 21 gennaio 1512 puntò il gen. Andrea Gritti con 3 mila cavalieri e altrettanti fanti, nel tentativo di liberare Brescia difesa saldamente dai francesi. La popolazione lo accolse al grido di "Marco, Marco" offrendo, senza chiedere nessun pagamento, foraggi per i cavalli. A Montichiari il Gritti tornava il 31 gennaio accolto di nuovo festosamente dalla popolazione e riuscì a riprendere la città. La gioia fu breve, giacchè con viva sorpresa la popolazione dovette assistere il 15 febbraio al passaggio delle truppe francesi di Gastone di Foix dirette alla riconquista di Brescia. In giugno le truppe francesi ritornarono seminando terrore. Ma in settembre Montichiari si trovava in tale estrema situazione, per la manifesta rovina incorsa, e per il saccheggio dei nemici, e per la tempesta caduta e peste crudelissima che il provveditore veneto Leonardo Emo si vedeva costretto a sospendere il pagamento di ogni qualsiasi debito. Pochi giorni dopo, in ottobre, Montichiari doveva sopportare il passaggio di truppe spagnole e nel gennaio 1513 di truppe tedesche con il solito strascico di malversazioni e disagi. Tale stato durò fino al maggio 1516 quanto Montichiari potè salutare di nuovo le truppe venete con a capo ancora il Gritti oltre il Trivulzio. Finita la guerra, una delegazione composta dall'arciprete don Giov. Batt. Zane, Lorenzo Tabarino, Vigasio de Vigasii e Pietro Vaschini, otteneva nel giugno 1517 dal Doge di Venezia, la conferma di tutti i privilegi, decretati in antecedenza alla guerra, l'uso per abitazione della rocca, il recupero dei beni comunali e la dilazione per tre anni del pagamento dei debiti.


Seguirono anni di pace nei quali tuttavia non mancarono pericoli e nuove difficoltà. Incombente era ad esempio il pericolo di ferocissimi lupi che infestavano la campagna e contro i quali intervenivano nel 1519 le autorità venete e i Rettori di Brescia, comandando a tutti coloro che erano capaci di portare armi di uscire in massa nei boschi lungo il Chiese e la campagna per cacciare le bestie feroci verso le montagne. Per di più continuavano i passaggi di truppe. Nuovi momenti di tensione il paese dovette provare nel 1521 al passaggio dei lanzichenecchi di Carlo V, cui seguì quello dell'esercito ispanopontificio, che, nonostante l'assicurazione di non nutrire propositi ostili, operò saccheggi e malversazioni. Imposizioni in farina faceva il 25 ottobre 1521 il card. svizzero Matteo Schinner, capo di 16 mila soldati d'oltralpe, da lui condotti in Italia al soldo della S. Sede, e alloggiato in casa Tobari, presso l'osteria comunale di Montichiari, assieme al conte Bartolomeo Martinengo di Villachiara. Molti e nuovi danni vennero apportati nel 1527 dalle orde lanzichenecche guidate da Giorgio di Fründsberg e dal Connestabile di Borbone dirette al sacco di Roma. Nuove paure e danni seminarono il 29 maggio 1528 le truppe imperiali guidate dal duca di Brunswich che, per evitare saccheggi, impose al Comune pesanti taglie. Il Nassino ricorda anche i danni arrecati a Montichiari nel 1529 sempre da truppe straniere, le imposizioni di guastatori e di altri fatte dal conte Lodovico di Lodrone, maresciallo imperiale, e la grossa taglia sborsata dal Comune ad un certo conte Felice accampato in Carpenedolo e al capitano Ransuich in Desenzano. Ma ormai non si trattava che di episodi che scalfivano soltanto periodicamente la vita amministrativa ed economica, nella quale era impegnata la Vicinia formata dai capi delle famiglie originarie che ogni anno si riuniva per eleggere il governo del comune formato da 24 consoli o consiglio (dodici per Borgo sotto e dodici per Borgo sopra), due Massari eletti direttamente dalla Vicinia per "scodere et pagare" e un terzo per le "angarie" cioè per i diritti su proprietà e per i danni inferti, un medico, due cerusichi (cioè chirurghi di ultima categoria) e un maestro di scuola. Le regole della vita comunitaria erano state fissate in Statuti o Provisioni rinnovate nel 1578. Scelti con particolari cure i vicari tra i quali nel 1531 viene nominato il nob. Pandolfo Nassino noto cronista, che non tralasciò di annotare notizie e curiosità interessanti nel suo Cronicon. Il Nassino fece dipingere sulla casa del Comune l'immagine della Madonna e di S. Pancrazio e il suo stemma nobiliare. Già nei momenti di pausa delle continue guerre del sec. XV il Comune aveva intrapreso una avveduta politica agricola. A metà del sec. XV (1448) aveva ottenuto la divisione di 293 piò e 85 tavole nella Campagna, da concedere in enfiteusi, ai quali vennero aggiunti nel 1493 altri 307 piò e 15 tavole da concedersi a livello destinati alla coltura di frumento. Ristabilitasi nel 1517 la pace, tale politica venne condotta con maggiore energia anche se non con uguale fortuna. Il Comune nel 1548 distribuiva in quote fisse "pro capite" agli originari, dietro corresponsione di modesto affitto, alcune migliaia di piò di sua proprietà costruendo nuovi canali di irrigazione. Non solo a causa delle non mai sopite contestazioni col capoluogo per la esenzione dai tributi locali ottenuta dai cittadini proprietari di beni nei comuni rurali ed allo scopo di impedire una ulteriore diminuzione del loro patrimonio terriero, gli abitanti di Montichiari deliberarono nel 1551 con 96 voti favorevoli e 16 contrari di ripartirsi tra di loro tutti i fondi comunali con settennale assegnazione e con assoluto divieto di subaffitto o di cessione. Alle proteste del vicario bresciano, risposero che la terra era di loro proprietà e che ne potevano pertanto disporre come meglio credevano. Anzi nel 1552 Montichiari, assieme ad Ostiano, chiedeva di potere allargare anche la propria giurisdizione territoriale. Inoltre il comune condusse una ferma difesa delle proprietà sue dislocate soprattutto in Campagna a sera, Campagnola, Campagna a mattina, Monterotondo, Monte Zebedeo, Comello ecc., ricorrendo a molti ricorsi contro cittadini e gli stessi giudici dei "chiosi". Un vivace contenzioso il comune ebbe anche con i canonici di S. Afra (1583) per beni da loro posseduti. Altrettanto fermamente intorno al 1548 Montichiari con Lonato, Calcinato ed altri comuni rivendicò davanti ai tribunali veneti il diritto di poter liberamente cavar acque dal Naviglio, mentre Brescia le proclamava di sua esclusiva proprietà per secolare consuetudine riconosciuta pure dai privilegi ottenuti nel 1426 e confermati negli anni successivi; e nonostante la sua politica di subordinare al capoluogo i comuni della provincia, Venezia sentenziò alla fine che nel limite delle loro terre i comuni dovevano intendersi indipendenti e che pertanto quelle acque erano di loro legittima pertinenza.


Nel 1609 il Da Lezze nel suo catastico si sentiva di poter annotare che Montichiari "era terra grossa popolata e allegra" e che le 4.500 anime vivevano "del proprio col lavorar la terra senza trafeghi". Inoltre non ometteva di sottolineare che il comune era travagliato da quattro «fattioni»: dal prete per le decime; dai cittadini per i pascoli; dai forestieri perchè non partecipavano nei beni del Comune; da quelli del maggior estimo «i quali sono uniti contro il resto del Comune non volendo loro pagar i carchi reali».


Ad arrestare questo progresso sopravvenne un nuovo periodo di paure e di dolori, dovuto alla guerra di Venezia con gli Uscocchi e alla terribile peste del 1630. Nel 1616 Montichiari mandava cernide all'assedio di Gradisca, restaurava il castello e acquistava moschettoni a cavalletto. Il Consiglio da parte sua stabilì che se qualche originario si fosse in caso di guerra sottratto ai doveri militari, fosse considerato decaduto dall'originalità" e considerato forestiero. La paura della guerra spinse ad un reclutamento generale ed in occasione dell'arrivo a Montichiari del Provveditore Generale Gerolamo Cornaro, il comune comprò altri cento moschetti, cinquanta archibusi, altri dodici moschettoni con una buona quantità di munizioni e polveri. I reclutamenti, le esercitazioni militari crearono nuove paure ed incubi. I Bianchi nei loro Diari registrano sotto la data 25 febbraio 1617 vere e proprie allucinazioni che molti lavoranti della Campagna ebbero di un grossissimo esercito con bandiere che pareva uscire da un monticello di terra, per dividersi in aria in due patti che, dopo aver guerreggiato fra loro, disparvero. Nel 1629 Montichiari contribuì alla difesa di Valeggio con una compagnia di cernide, alloggiando truppe venete e incaricando Foresto Foresti, Cristoforo Macerata, Francesco Saia, Francesco Longo, Gaspare Gatti, Bernardino e Lauro Piccinelli e Bartolomeo Bittini ad arruolare 50 fanti a guardia del castello, e ordinando loro di tagliare le strade e proteggere i lavoratori delle campagne. Ma più che le paure della guerra fu la tremenda realtà della peste a seminare terrore. Comparve il 10 maggio 1630 e si sviluppò distruggitrice il 24, seminando subito terrore e vittime. Il comune si affrettò ad eleggere deputati alla Sanità e ad aprire il Lazzaretto e a restaurare l'ospedale probabilmente esistente, secondo Virgilio Tisi, nell'attuale casa di via XXV Aprile al n. 110, mentre la maggior parte delle vittime venne sepolta in fosse comuni presso una antica macina sulla quale sorse poi una cappella ancora esistente e costruita forse nel 1867, detta dei "Morti della Macina". Documenti trovati da Virgilio Tisi fanno risalire a 2127 i morti di peste a Montichiari. Nell'assistenza agli appestati si distinsero particolarmente i padri cappuccini. Seguirono decenni di pace con pochi avvenimenti di rilievo se non i reclutamenti di truppe al servizio della Repubblica nel 1645 e 1646, il passaggio nel 1649 di Maria Anna d'Austria destinata sposa a re Filippo IV di Spagna, del re d'Ungheria e nel 1652 dell'arciduca Leopoldo d'Austria. Passata la peste, il paese riprese la via del progresso. Da centro soltanto agricolo incominciò a trasformarsi in centro commerciale sempre più importante anche grazie al mercato sanzionato da un provvedimento del 4 maggio 1647. I maestri da uno divennero tre con l'obbligo "di insegnar a tutti li figliuoli e particolarmente dei poveri abitanti". Sorsero nuovi edifici e chiese, vennero migliorate le strade e i ponti. Alla fine del '600 ad un cronista locale, i due Borghi apparivano «ambidue composti di moltissime case et honorevoli habitationi, con larga e spatiosa piazza e fra questa e il Castello una Loggia enserviente a ridotti et altri bisogni; al Capo di sopra la piazza godesi il bel non meno antico tempio dedicata all'Assuntion della B. Maria Vergine...». La rocca anche se molto in rovina tanto che nel 1643 il capitano veneto di Brescia si era sentito in dovere di minacciare grosse multe a coloro che operavano danni e asportavano materiali, e particolari pene ai consoli che non avessero vigilato, conservava la sua severa imponenza. Almeno a leggere la descrizione fatta da un cronista locale, che la diceva «sita su un colle non molto erto, ne faticoso, chiamato anticamente "Capo di Cavallo" cinto d'alto e grosso muro, con torri all'antica e buona fossa intorno, con il soccorso a monte e il passello in sera», vi si entrava per tre porte «due fabricate al basso munite de Torri, con saracinesche di ferro, l'altra al monte verso Mirabella, con bon muro, e ripari; al capo di sopra al monte trovasi una Rocca di bonissimi e grossi muri, cisterna, e tre ridotti, trovandosene un altro in mezzogiorno. Detta Mirabella haveva in passati secoli una qualche riputazione, essendovi pure fra l'uno e l'altro spacioso campo, atto ad ogni bisognevole ricetto», ridotto poi a coltura dai padri cappuccini.


Solo nei primi anni del '700 il paese venne turbato da avvenimenti tristi, da quando nell'agosto 1701 le truppe imperiali guidate dal principe Eugenio di Savoia attraversarono la campagna per dirigersi su Roncadelle e poi su Chiari per scontrarsi con quelle francesi e spagnole. E da allora furono alcuni anni di continui pericoli e di gravi disagi. Nel settembre-ottobre 1703 erano le truppe francesi del gen. Vende a recare danni, requisendo soprattutto una grande quantità di fieno. Le stesse truppe francesi tornarono ancora il 29 ottobre 1704 e si accamparono, di nuovo compiendo danni e sovercherie e perfino orrendi delitti come quello che va sotto il nome dei Tre Innocenti di Montichiari e accaduto nel gennaio 1705. Il 4 gennaio 1705, verso sera, una combriccola di sei o sette soldati francesi in libera uscita si imbattè in una avvenente e ricca fanciulla appena sedicenne che andava a lavare i panni nel vaso Reale. Dallo scherzo passarono al motteggio e all'insidia invereconda mentre la fanciulla che, oltrechè bella era virtuosa, cercava di difendersi come poteva. Ne sentirono le grida alcuni giovani mugnai fra cui si disse vi fosse il fidanzato. Menando botte a manca e a dritta essi riuscirono a mettere in fuga la soldataglia e a liberare la fanciulla. Naturalmente i francesi vollero vendetta e pretesero dalle autorità di Montichiari la consegna dei giovani mugnai. Poi, visto che queste recalcitravano, si fecero giustizia da soli. Accerchiarono il mulino e, dopo una dura lotta, arrestarono due fratelli, Francesco e Tommaso Boselli, nonché un tal Marc'Antonio Grassi che vi si trovava per caso. Invano furono elevate proteste contro la cattura di quegli innocenti, invano intervenne a loro favore anche l'abate Fracassini: i tre giovani dovettero salire il patibolo e quello più ignominioso, giacchè furono il giorno appresso impiccati ad una grossa pianta nei pressi della chiesa di S. Rocco. Il fatto suscitò costernazione, indignazione e rabbia. Ma invano i contadini imbracciarono forche e badili. Furono facilmente sopraffatti dalle truppe francesi allontanatesi il 21 giugno seguente, incalzate da quelle imperiali non senza aver compiuto nuovi danni. Le vicende della guerra finirono nella notte del 19 aprile 1706, quando i francesi riuscirono a sconfiggere presso Montichiari gli imperiali e a inseguirli verso Gavardo e poi a incalzarli fino a Salò e a Maderno. Non erano soltanto i disagi delle guerre a pesare sulle popolazioni, ma anche le amministrazioni dei singoli comuni. L'esame dei bilanci di Montichiari come di Lonato hanno portato il Mazzoldi a rilevare come, sebbene le entrate fossero ricche e poche le imposte, fossero eccedenti le spese arbitrarie e come, ancora, nonostante le abbondanti rendite, quei comuni fossero costretti a ricorrere a taglie. Naturalmente queste situazioni diventavano particolarmente pesanti davanti a eccezionali emergenze come quando nel 1738 un'alluvione travolse il ponte sul Chiese. Comunque, per ovviare alla cattiva amministrazione nel 1789 il podestà di Brescia Giovanni Grassi si risolveva a nominare nei due comuni "più considerabili" Montichiari e Ghedi, un economo alle sue dirette dipendenze, incaricato di amministrare parte delle entrate comunali senza distrarre un solo denaro dalle somme destinate al pagamento delle imposte. Ma certo non andava tutto alla peggio, se si pensa che Montichiari trovava nel '700 la forza di costruire l'imponente Duomo e di abbellire la piazza con la Loggia ecc. E ciò senza trascurare l'assistenza, giacché proprio per disposizione del 29 giugno 1771 prendeva il via, con testamento di don Francesco Parma, un ospedale per malati acuti, che anticipa quello inaugurato nel 1838. D'altra parte si espandeva il mercato e il commercio, mentre si moltiplicavano gli sforzi per il miglioramento agricolo, tanto da armare la mano ai contadini per ottenere nuove concessioni di acque e mantenere aperta la presa d'acqua del Naviglio a Gavardo. Sforzi che non mancavano di dare frutti mai sperati come quelli ottenuti con la costruzione nel 1783 della Seriola Nuova che rese fertili centinaia di piò di terreni a Ro di sotto e di sopra, ai Dugali ecc. Ancor più dell'agricoltura si sviluppava l'industria, specie della seta, attraverso centinaia di bacinelle e aspi sparsi nelle case, e piccoli filatoi lungo il vaso Reale. In più migliorava la vita culturale che annoverava sempre più numerosi studiosi e poeti e che registrava nel 1774 la nascita del Teatro Nuovo. Quasi a simbolo di queste trasformazioni si può assumere l'inaugurazione, il 5 maggio 1797, sulla piazza principale, del Caffè Grande, detto anche "delle belle ragazze" che supererà poi il secolo di vita. Ma intanto rovinava la Repubblica di S. Marco che lasciò in paese particolari rimpianti. Sulla fine del maggio 1796 arrivarono le truppe francesi al comando del gen. Massena che si schierarono a sud della borgata. Laceri e malvestiti apparvero ad un cronista locale come dei "morti di fame". Il 29 luglio vi pose il suo quartier generale lo stesso Napoleone. Due giorni dopo, l'occupazione francese venne interrotta dagli austriaci del gen. Quosdanovich, che scesi dalla Valsabbia puntarono direttamente su Brescia e su Montichiari da cui però furono respinti, il 1° agosto, dai francesi del gen. Augerau. Dopo aver saggiato la consistenza delle truppe austriache, lo stesso giorno, ritornò Napoleone che ripartì poco dopo per attaccare e vincere, il 3 agosto, il nemico a Lonato e il 5 agosto a Castiglione. I francesi fecero sentire subito il peso della occupazione. La parrocchiale fu derubata di artistici e preziosi candelabri d'argento e di altri oggetti di valore. Ai disagi dell'occupazione francese, se ne accompagnarono altri ancora più gravi. Nel 1798 scoppiò a Montichiari un'epidemia di "febbre nervosa epidemica, putria maligna in alcuni, della classe gastrica nella maggior parte" imputata sia alle scarse possibilità di difesa organica degli individui provati dalla fame e dagli avvenimenti, e sia «all'ospitalità data da famiglie ai soldati e al servizio prestato sempre dagli abitanti del borgo agli ospedali militari stazionati nel luogo in tempi di battaglia». I 19 aprile 1799 a Montichiari arrivarono gli austro-russi al comando del gen. Suvarow. Non commisero grandi vendette, si accontentarono di arrestare e deportare in Dalmazia una sola persona, Giovanni Costa, medico e giudice di pace. Mentre gli austriaci non toccarono nulla, i russi fecero manbassa di quanto trovarono. Nel dicembre 1800 durante l'avanzata francese, Montichiari corse il rischio di essere coinvolta come Castenedolo in una grossa battaglia. Con lo stabilirsi del regno italico e con il crescere della potenza napoleonica, Montichiari assunse nuovi ruoli. Annunciato fin dal 12 aprile, il 10 giugno 1805 Napoleone passò in rassegna nella brughiera di Montichiari il suo esercito. Sfilarono 48 battaglioni di fanteria, 45 squadroni di cavalleria e numerose artiglierie. L'imperatore rimase a cavallo nove ore per tornare poi a Montichiari. Non lontano dall'imperatore assisteva alla parata Simon Bolivar, il grande "Libertador" dell'America del Sud. Enorme l'impressione che l'imperatore fece su Bolivar. Passarono due mesi e il 16 agosto 1805 alla Campagnola di Novagli il maresciallo Jourdan alla presenza di 15 mila uomini con 12 pezzi di artiglieria, pose la prima pietra del monumento a ricordo della battaglia di Castiglione, composto da tre vasti scalini che lo circondavano ai quattro lati, sui quali si rizzava una piramide troncata nel vertice, che, a sua volta, sosteneva un cono rastremato verso la cima, su cui erano scolpiti fregi e parole. Il maestoso monumento era in marmi dai colori diversi e sotto vi era scavato uno scantinato in cui stava l'altare. Sulla parte superiore della colonna leggesi: «L'armée d'Italie / rassemblee sur ce champ de bataille / a eleve ce monument pour eterniser / le souvenir des victoires remportees par son general / Napoleon I / empereur des franais et roi d'Italie / M.gr. le marechal d'empire Jourdan general en chef en a pose la p.re pierre / Le XXVIII thermidor an XIII - 1805 et 1 de l'empire». In altre iscrizioni venivano poi elencati tutti i contingenti con i relativi comandanti presenti alle battaglie ricordate. Parata e monumento rientravano in più ampi progetti napoleonici. In occasione della parata il segretario di sanità, Alessandro Fontana sottoponeva un progetto di bonifica della brughiera. Ma l'adesione dell'imperatore alla realizzazione del lavoro rispondeva più ad un bisogno militare che agrario: portare l'acqua, derivata dal Naviglio a Treponti e alimentato dal Chiese, al grande accampamento - la località porta ancora il nome di Casermone - dove alloggiavano le sue truppe, alle quali non erano certo sufficienti i pozzi scavati nella zona. Infatti intorno al 1807 venne dato il via, su disegno dell'arch. Giuseppe Pistacchi ad un grandioso campo o accampamento secondo precise regole militari rilevate dallo Zanola. Di forma rettangolare, prossima al quadrato, aveva la lunghezza di m 1035 da levante a ponente, quasi parallela alla strada postale e la larghezza di m 1000 da tramontana a mezzodì; abbracciando così la superficie di metri quadri 1.035.000, pari a 1.035 pertiche nuove, di 1.000 metri ciascuna. Il perimetro era racchiuso da muro foggiato a curva, e propriamente a quarto di circolo, nei quattro angoli in cui vennero lasciati otto ingressi euritmici per comunicare al campo, quattro dei quali in precisa corrispondenza della mezzeria dei prati in curva. Le baracche in muratura per l'alloggio dei militari erano di egual forma e misura, cioè lunghe m 10,65, larghe m 5,50; alte in gronda m 2,60; coperte da tetto e costituite di un sol piano precingevano il campo rimanendovi uno spazio libero tutto all'ingiro tra le baracche suddette e il muro di circuito della larghezza di m 80 difeso da trinceramenti con fossato esterno. Il campo doveva accogliere «24 battaglioni di 6 compagnie». Venne alimentato da acqua del Naviglio, attraverso il Gran Partitore Lechi, derivato dai Treponti. Del campo vennero realizzati soltanto due bracci a nord e a est. Mentre il campo veniva costruito, nella brughiera continuavano manovre e riviste militari. Nel dicembre 1806 una rivista avveniva davanti al principe Eugenio Beauharnais che l'anno dopo, nel giugno 1807, assisteva a grandi manovre. Nell'aprile 1809 si accampava a Montichiari la divisione Fontanelli, mentre il campo non ancora finito veniva occupato nel settembre 1811 da numerose truppe provenienti da Milano. Caduto Napoleone e sopraggiunti gli austriaci, il campo continuò ad avere il suo ruolo militare assumendo anche quello commemorativo. Fu, infatti, uno dei primi luoghi che l'imperatore Francesco I visitò, il 19 marzo 1816, in terra bresciana. Durante la ricognizione alle baracche napoleoniche il podestà di Montichiari, Francesco Antonio Pastelli, gli fece omaggio di undici medaglie napoleoniche, due croci della Legione d'onore, tolte la mattina stessa dal monumento eretto nel 1805 e in demolizione. Tuttavia anche il campo venne smontato e il materiale venduto all'asta a Brescia il 15 giugno 1819; la brughiera continuò ad accogliere truppe e manovre militari. Così avvenne nel 1834 e nel 1836, quando ad esse presenziò l'ex imperatrice di Francia, Maria Luisa, vedova di Napoleone e ospitata nella casa Mazzuchelli poi Bonoris e dopo il 1840, imponendo all'amministrazione locale gravi spese specie per i frequenti spostamenti che imponevano l'apprestamento di nuovi alloggi.


Anche sotto l'Austria Montichiari continuò ad avere un ruolo amministrativo importante. Divenne sede del commissario del IV Distretto composto da sette comuni: Montichiari, Calcinato, Calvisano, Carpenedolo, Remedello di sopra, Remedello di sotto e Visano. Il Comune fu fra i dieci bresciani classificati di I classe con una congregazione municipale i cui membri vennero scelti per due terzi tra i possidenti e un terzo fra coloro che esercitavano l'industria e il commercio. Il capo della Congregazione chiamato podestà veniva nominato dall'imperatore su proposta del Consiglio comunale. Durante il dominio austriaco Montichiari continuò il suo lento ma sicuro progresso. Fu fra i primi comuni a preoccuparsi della illuminazione pubblica. Anche se non vi risuonarono echi particolarmente vivi del patriottismo monteclarense sotto il dominio austriaco, tuttavia non mancarono segnali significativi. Spie austriache segnalavano nell'aprile 1826 per la sua tiepidezza verso l'Austria nientemeno che il commissario distrettuale Pietro Tanfoglio. Gli avvenimenti del marzo-aprile 1848 sorpresero Montichiari ancora occupato da truppe austriache, incuranti delle colonne dei volontari e troppo forti per sentirsene minacciate, che continuarono a taglieggiare Montichiari e i comuni contigui, uccidendo inermi cittadini, imponendo requisizioni, compiendo razzie e saccheggiando abitazioni specie dei Pilati, dei Monti e dei Vaschini. Solo il 4 aprile abbandonarono la borgata e la zona, mentre il 6 aprile in Montichiari il gen. Allemandi riordinò le diverse colonne di volontari: Manara (600 uomini), Arcioni (800 uomini), Longhena, Jhaunher, Vicari-Simonetti. I 19 aprile la borgata si ritrovò ai solenni funerali intorno alla bara di un soldato Luigi Quaranta della brigata Piemonte morto nel locale ospedale. Intanto l'ospedale accolse i feriti di Curtatone e Montanara assistiti dalle Ancelle della Carità e dalla stessa S. Maria Crocifissa di Rosa. Alla minacce di un sopravvento degli austriaci, nel giugno 1848 la guardia civica si affiancò con i volontari toscani nella difesa della linea del Chiese. Seri pericoli la borgata corse nei primi giorni delle Dieci Giornate di Brescia, quando i monteclarensi attaccarono con i più strani arnesi (falcetti, forche e vecchi fucili da caccia) i rinforzi che venivano da Mantova guidati dallo stesso gen. Radetzky in aiuto al presidio di Brescia rinchiuso nel Castello. Il fatto suscitò una pronta reazione dell'austriaco che avrebbe represso duramente l'insurrezione, se non fosse intervenuto presso di lui l'abate Pietro Zocchi Alberti, il quale, ricordandogli i comuni studi e l'amicizia giovanile, riuscì a placare il suo animo e a farlo desistere dal crudele proposito. Solo il 20 dicembre 1898 Montichiari dedicherà al suo salvatore una via. Nel 1850 l'Austria vi istituiva la pretura. Non senza significato la presenza di Tito Speri due volte ospite del padrino nob. Pilati nella sua villa (poi Moretti e ora Ghirardini in Borgosotto). Nel 1851 la Polizia austriaca segnalava l'assenza illegale di 34 persone. Quando gli avvenimenti del 1859 precipitarono verso la battaglia finale, il primo militare piemontese che Montichiari accolse, quando erano ancora presenti austriaci, fu un tenente della cavalleria sarda, il conte Serristori che, in veste parlamentare rincorse i nemici per consegnare loro un pacco di lettere con valori diretti a ufficiali e soldati rimasti nell'ufficio postale di Brescia dopo la loro ritirata dalla città. Il 15 giugno 1859, da Montichiari si muovevano truppe austriache in aiuto al gen. Urban impegnato contro i garibaldini a Virle Treponti, ma lo stesso giorno la borgata doveva accogliere il I corpo austriaco in ritirata da Bagnolo e poi da Ghedi e subito dopo registrava il ripiegamento su Malpaga e Viadana delle truppe dello stesso VII Corpo. Pochi giorni dopo nella villa Mazzuchelli sostò alcuni giorni col suo quartier generale Napoleone III, che saliva ogni mattina al colle di S. Pancrazio per osservare le mosse degli austriaci disposti sulle colline di Castiglione e di Cavriana e incontrando più volte Vittorio Emanuele II. A ricordo del suo soggiorno il 24 giugno 1959 venne posta sull'attuale facciata dell'Istituto Maria Immacolata la seguente epigrafe dettata da Carmela Bellandi: «Mentre gli italiani trepidano / per il compiersi dei destini della patria / il 22 giugno 1859 / Napoleone III col suo quartier generale / si stabilisce in questa villa / dove si incontra con Vittorio Emanuele II / ne riparte all'alba del 24 diretto a Solferino / sulle cui alture i franco-piemontesi / dovevano scrivere la pagina più gloriosa / del nostro Risorgimento / nel centenario della fulgida vittoria / Montechiari scolpisce qui / il suo ricordo imperituro / 24 giugno 1859 - 24 giugno 1959». A Napoleone III le autorità comunali presentavano le "reliquie" del monumento eretto il 16 agosto 1805 a ricordo della battaglia di Castiglione del tutto demolito dagli austriaci nel 1818. Il 24 giugno mentre ancora ferveva la battaglia di Solferino e S. Martino, Montichiari diventò uno degli epicentri dell'assistenza ai feriti nei tre ospedali già predisposti, diventati la sera stessa nove, sistemati in chiese e in case private (Duomo, S. Croce, B.V. di Loreto, Scuole, Teatro). Il 25 vi si trovavano ricoverati 1.050 feriti, il 27, 700 assistiti tra gli altri dall'infaticabile don Domenico Treccani, presidente dell'ospedale (più tardi insignito del cavalierato della Legione d'onore), dal dott. Bartolomeo Pastelli e da Margherita Boschetti Chiarini che organizzò nell'assistenza ben 200 donne. Centro di smistamento, Montichiari registrò per settimane un continuo movimento di ambulanze e carriaggi. Gli ospedali vennero evacuati solo dopo due mesi. Nel cimitero si contarono 100 morti sepolti ai quali venne quasi subito eretto a forma di piramide all'ingresso del cimitero un monumento con iscrizioni dettate da don Treccani. A settembre si pagò il generoso sforzo con una forma terribile di "tifo castrense" che "desolò il paese e gli tolse la migliore gioventù" fra cui l'ing. Giuseppe Bicelli. Furono volontari garibaldini tre fratelli Bertazzi, i fratelli Vincenzo, Enrico e Luigi Mancini.


A liberazione avvenuta, Montichiari espresse subito una propria classe dirigente. Infatti nelle prime elezioni politiche manda in Parlamento un proprio cittadino l'avv. Angelo Mazzoldi mentre l'amministrazione pubblica venne affidata a lungo a liberali di rilievo quali il notaio Adelaido Pastelli, l'avv. Gian Antonio Poli che sedette poi anche in Parlamento. Nell'aprile 1862 ebbe vive accoglienze Garibaldi che soggiornava in casa Pastelli dal cui balcone parlò ad una gran folla. A ricordo del fatto dopo la sua morte (2 giugno 1882), il Consiglio Comunale il 12 luglio stesso dedicò da apporre al balcone stesso una lapide dettata da G.C. Abba e che suona «Da questa casa / il 27 aprile 1862 / Giuseppe Garibaldi / al grido / Roma-Venezia / ravvivò nel popolo / la fede e l'azione / per l'Italia». Garibaldi, nello stesso giorno inaugurò su un fianco del colle di S. Pancrazio il Tiro a segno che ebbe lunga vita. Animato da una Società costituita nel 1884 e poi scomparsa e ricostituita nel 1889, continuerà fino alla II guerra mondiale. Sempre nell'alveo risorgimentale e patriottico il 17 settembre 1883 venne fondata la Società dei reduci delle patrie battaglie, alla quale si affiancò nel 1887 la Società di Mutuo Soccorso "L'Esercito". Ne furono promotori il magg. Giuseppe Chiarini, il col. Emilio Beltrami, il mar. Primo Mapelli. Il 13 novembre la società inaugurò la propria bandiera. Vivi gli echi della legislazione economico-sociale. Nel 1868 oltre che a Castiglione, Volta ecc., l'on. avv. Pier Ambrogio Curti si rivolgeva anche a Montichiari nella battaglia contro il dazio sulla macinazione dei cereali. Con la prevalenza fin dagli anni Settanta degli zanardelliani, ma con una linea politica variegata e temperata, la vita politica ed amministrativa fu a lungo dominata da Giovanni Antonio Poli (1831-1911), per molti anni sindaco, oltre che consigliere provinciale e deputato al Parlamento. Non determinante invece per le condizioni di salute anche se significativa è la presenza dal 1880 a Montichiari di Giuseppe Guerzoni, sistematosi nella casa ora Lazzari attigua a Villa Bonoris, dove morì il 26 novembre 1886.


La vita cittadina fu animata spesso da manifestazioni patriottiche e da associazioni. Il 2 agosto 1865 era già sorta la Società operaia di M.S. Decisamente apolitica, nel 1867 si orientò verso il liberalismo di sinistra e ne assunse la presidenza G.A. Poli. Non mancarono i segni di progresso economico-sociale attraverso soprattutto la creazione di infrastrutture ad esso necessarie. Nel dicembre 1881 fu portata in Consiglio Provinciale la proposta di costruzione di un ponte in muratura sul Chiese. Il 28 giugno 1882 entrò in funzione il tram Brescia-Montichiari-Castiglione. L'eccezionale alluvione del 17 settembre 1882 che distrusse i due ponti in legno sul Chiese e allagò cascine, campi, richiamò nuove opere e interventi. Significativi furono anche gli interventi in campo sociale ed assistenziale. Montichiari tra i primi centri della provincia creò una cucina economica che negli anni Ottanta distribuì 60-70 minestre al giorno. Dal marzo 1887 funzionò, per iniziativa del dott. Baratozzi, una delle prime ambulanze medico-chirurgica della provincia. Nel 1896 per fronteggiare la grave piaga della pellagra venne fondata la Locanda Sanitaria. Fin dal luglio 1897 caldeggiato dal pretore Antonioli e sostenuto da G.A. Poli nacque il Patronato Scolastico, uno dei primi in provincia. Il progresso economico e sociale fu contrassegnato dal continuo riscatto della brughiera che, ripreso a metà secolo, si accentuò negli anni Ottanta e venne accompagnato e sostenuto dalla Banca Popolare creata nel 1869 e in seguito nel 1895 dalla Cassa Rurale. La brughiera continuò a richiamare truppe e personalità per manovre militari. L'11 settembre 1878 vi giunse Umberto I, ospite del conte Bonoris, raggiunto il giorno dopo dalla regina e dal principe di Napoli. Alle 9 il Re passò in rassegna il 1° e 2° Corpo d'armata composti da 25 mila uomini schierati su 7 linee in tenuta di marcia. Lo scenario si ripresentò nel 1890, quando il 30 agosto, nella brughiera, davanti a re Umberto I e alla regina Margherita, sfilarono le truppe che nei giorni precedenti avevano partecipato alle grandi manovre. Si trattò di oltre 60 mila uomini (fanti, bersaglieri, artiglieri e cavalleggeri) del 1° e 2° Corpo d'armata. Moltissimi gli spettatori valutati sui centomila, provenienti perfino dal Trentino. Nel settembre 1893 la brughiera divenne ancora terreno di manovre non generali e dette d'avanscoperta, che videro contrapposti il partito nero costituito dai due reggimenti "Genova" (4°) e "Lodi" (15°) al comando del col. brigadiere Mainoni d'Intignano, e quello bianco composto dai reggimenti "Roma" (20°) e "Vicenza" (24°) al comando del col. brig. Asinari di Bernezzo. Pochi i divertimenti negli ultimi decenni del secolo che avevano il loro clou nel Carnevale, che registrò sempre più novità come i veglioni e i banchetti. Unica sempre la fiera di S. Pancrazio che però ha perso importanza, almeno riguardo al mercato, che invece assunse sempre più un ruolo determinante. Fra le occasioni straordinarie fu il 22 maggio 1892 l'ascensione in aerostato di Cirillo Stephenson. Il predominio liberale continuò fino all'ultimo decennio del secolo, quando si fecero strada sia il socialismo che i cattolici. Il socialismo ebbe le sue avanguardie nei "Figli del lavoro" associazione che, sotto la presidenza di Battista Bellagamba, era aperto alla collaborazione con gli zanardelliani. Il diffondersi del socialismo, la svolta del liberalismo monteclarense in un senso sempre più anticlericale (come indicano le sempre più frequenti commemorazioni di Felice Cavallotti, del XX Settembre, di Garibaldi ecc.) e in più la fondazione, nel febbraio 1892 del Ricreatorio civile, teso all'educazione laica dei fanciulli, contribuirono a svegliare i cattolici e li sollecitò ad organizzarsi. Una lapide eseguita dal marmista Apostolo Bonifacio veniva posta il 16 maggio 1901 a ricordo di Umberto I. A contraltare della Società Operaia liberale che nel 1900 raggiunse i 286 soci, venne fondata nel 1894 la Cattolica Società Operaia di M.S. che nel 1904 raggruppò 112 soci. Nel 1896 viene fondata la Cassa Rurale di depositi e prestiti che in dieci anni raggrupperà 102 soci. Nel 1900 Montichiari fu uno dei primi centri ad accogliere l'invito del Comitato diocesano di fondare scuole serali. Ne vennero promosse ben cinque (a Vighizzolo, S. Giustina, Novagli, Chiarini e Bredazzane) con circa 200 alunni. Quando nel 1900 il socialismo accentuò la sua presenza organizzando ripetuti scioperi, i cattolici e specialmente don Paolo Neborosi ed Enrico Silvioli, organizzarono a spron battuto, nel luglio 1901, l'Unione Cattolica del lavoro (che nel 1906 raggrupperà 350 soci), nel dicembre 1901 la Cooperativa agricola e nel gennaio 1902 il Circolo democratico. Nel 1903 fu aperto uno dei primi circoli della Federazione Giovanile Leone XIII. Poco dopo, per iniziativa di Pietro Stizioli, nacque la cooperativa cattolica di contadini. Il Circolo cattolico subito dopo la sua nascita raccolse 50 soci. Sotto la spinta di varie forze politiche si manifestarono sempre più evidenti i segni di progresso sociale ed economico. Molti i nuovi edifici tanto da far ripetere alla stampa del tempo "Montichiari si abbellisce". Tra l'altro nel giugno 1900 ancora la stampa salutava la nascita di nuovi negozi come nel giugno quello di pellami, calzature, ombrelli ecc. di Margherita Bresciani e figlio, con "splendide vetrine e grande sfarzo di luce elettrica". Auspicato fin dal 1901 (su progetto dell'ing. Luigi Gadola del 1898) per iniziativa dell'ing. Cesare Deretti, nel luglio 1906 veniva avviato il tronco tramviario Montichiari, Carpenedolo, Castiglione, Desenzano che verrà inaugurato solo il 3 settembre 1911. Nel frattempo, nel 1906 era stato costruito all'estremità di Borgo Sotto, un nuovo ponte sul Chiese. Le classi elementari da 15 nel 1881 salirono a 25, mentre alla sua morte il sindaco Poli lasciò al comune la cascina Montechiaresa, perchè vi si istituisse una scuola di agricoltura. Il 24 aprile 1883 venne aperto un nuovo asilo. Dopo tentativi di ingegneri stranieri, la Società della luce elettrica, costituitasi nell'aprile 1899, avviò l'illuminazione della borgata. Vennero inoltre pavimentate parecchie strade e nel 1907 venne fornita l'acqua potabile. Non va dimenticata l'assistenza pubblica. Alla diffusa povertà vi era chi cercava di intervenire con distribuzione di farina, di minestre (784 ne faceva distribuire nell'inverno 1900-1901 il solo dott. Antonio Tebaldini). Nel gennaio 1903 veniva istituita la refezione scolastica anche nelle frazioni, mentre veniva tolto il dazio sulle farine di pane. Si fecero lotterie per sostenere l'Orfanotrofio, corse ciclistiche per l'asilo. Terribili momenti la borgata visse nel settembre 1911 e nell'agosto 1912 per lo scoppio della fabbrica esplosivi costruita agli inizi del 1911 ai confini con Castenedolo, ad un chilometro dall'albergo Fascia d'Oro. Nella prima esplosione persero la vita sette operai e nella seconda lo stesso fondatore della fabbrica, il marchese Roberto Imperiali. La vita politica trovò una nuova spinta nel conte Bonoris che scelse Montichiari come centro delle sue battaglie elettorali per la sua candidatura politica. Ma mentre il liberalismo andava sempre più ridimensionandosi, il socialismo sempre più spinto in senso riformista gli offrì appoggi determinanti sotto la guida del dott. Zadei e del Bellagamba, non senza però fronde intransigenti. I cattolici, che non avevano una rilevante presenza sul piano amministrativo combattevano riuscite battaglie ideali come la difesa del catechismo nella scuola e contro la precedenza dell'atto civile al matrimonio religioso.


La I guerra mondiale registrò ben 143 morti e un attivo fronte interno, che registrò organismi di sostegno ai combattenti fra cui un attivo Fascio nazionale femminile di Resistenza civile. Si distinsero nel I conflitto mondiale i tre fratelli Foffa, Renato (due croci di guerra), Tullio (una medaglia d'argento e una croce al merito), Aldo (medaglia di bronzo). Nel dopoguerra grazie soprattutto al dott. Ugo Baratozzi e al capitano Mario Baratti, furono raccolte molte adesioni all'Associazione Combattenti e alla Sezione mutilati. L'Associazione combattenti si fece promotrice di una Scuola professionale e di una scuola premilitare (1922). Oltre che il potenziamento del Patronato scolastico, vennero aperte nelle frazioni, durante i mesi di lavoro più duro dei campi, asili rurali, dei quali fu prima promotrice la maestra Erminia Bicelli. La brughiera vide un crescente movimento di apparecchi militari, mentre edifici come il teatro e la stessa pieve di S. Pancrazio furono requisiti per ospitare le truppe. Il dopoguerra vide un risveglio inaspettato del socialismo il cui candidato, nell'ottobre 1920, conquistava il seggio in consiglio provinciale mentre il comune vide nel febbraio 1921 la vittoria del blocco liberale, capeggiato dall'avv. Osvaldo Pastelli. Ne seguiva la costituzione di una Sezione dell'Unione liberale democratica che raccolse subito un centinaio di adesioni. Si risvegliava però anche il movimento cattolico. Il 5 luglio 1919 veniva inaugurato il vessillo con il rilancio della Sezione Tessile, nel marzo 1921 della Lega braccianti ed avventizi, della Sezione Piccoli Proprietari e conduttori, della Lega tessile, l'avvio di una scuola festiva per operaie, associazioni tutte raccolte nella Casa Popolare S. Pancrazio. In seno al Consiglio comunale si costituiva negli stessi mesi il gruppo popolare. Ma anche a Montichiari era alle porte il fascismo. Annunciato fin dal 26 settembre 1920, il 3 marzo 1921, per iniziativa di Silvio Sardi che ne fu anche primo segretario politico, veniva costituito il Fascio, con relative squadre d'azione che operarono anche nella zona fino a Castiglione delle Stiviere, a Calcinato (dove occuparono il Municipio), a Ciliverghe, Molinetto, Mazzano e Carpenedolo. Al Sardi successe verso la fine del 1921 Dino Zamboni, e a questi, il 23 luglio 1922, Mario Soregaroli. Mentre per iniziativa di Pietro Tosoni e di Angelo Mucchetti e di alcuni altri si faceva strada sia pure con non molta forza il P.C.I., si infittivano specie dalla fine del 1921 scontri sia pur limitati tra socialisti e fascisti con scambi la notte del 26 febbraio 1922 di colpi di rivoltella. Come reazione alla propaganda antinazionale, il 30 giugno 1922, veniva inaugurata la bandiera del Patronato scolastico. Sulla stessa linea il 24 settembre 1922 veniva inaugurato il monumento ai caduti, opera dello scultore Botta. Gli ex combattenti si facevano nello stesso tempo promotori di una Scuola d'arti e mestieri. Bandiere alle scuole e medaglie venivano consegnate solennemente il 4 giugno 1923. La Marcia su Roma scatenava nuove violenze. Il 29 ottobre 1922 infatti i fascisti recarono violenza al circolo socialista; nuove angherie si verificavano il 30 novembre. Nelle elezioni amministrative del 1923 liberali e fascisti si assicurarono il comune, mentre il fascismo trovava qualche ostacolo nel reclutamento degli agricoltori nella organizzazione sindacale padronale. Singolare la resistenza del direttore didattico di Montichiari che si dichiarava contrario alla presenza delle camicie nere nelle scuole perchè le "profanerebbero" con la loro presenza. Nel frattempo si accentuò la spinta a sinistra del socialismo monteclarense, la cui sezione fu fra le non molte del Bresciano che si schierò con le posizioni estreme della Terza Internazionale, mentre si rafforzava sotto la guida di Tosoni e Mucchetti il gruppo comunista che nelle elezioni politiche del 1924 riportava ben 172 voti. Dei contrasti nel socialismo il fascismo approfittava per moltiplicare i suoi sforzi tenendo a Montichiari convegni di combattenti e di mutilati. Da parte sua il prefetto assecondava la prevaricazione fascista, sciogliendo con decreto nel gennaio 1925 il circolo "Fratellanza". L'inaugurazione il 21 settembre 1925 del Viale delle Rimembranze, da parte dell'on. fascista Turati, ne sanzionava il predominio. Nel 1926 il fascismo penetrava sempre più nelle più varie categorie. Nel giugno 1926 nasceva anche il Fascio femminile con segretaria Luisa Pasetti e presidente Giulia Gaifami Treccani. Seguirono anni di progressi ma anche di gravi situazioni economiche e sociali: migliorata l'illuminazione del centro e realizzati gli impianti di Vighizzolo, Novagli e Boschetti, migliorato l'ospedale, abbellito il palazzo municipale, ampliato il Mercato. Venne inoltre creata una scuola secondaria triennale di avviamento al lavoro con indirizzo agrario. Il 1929 registrò una terribile disgrazia: lo scoppio della Polveriera. Forse a causa dello sfregamento dei chiodi di una cassa trascinata su tracce di polvere da sparo, il 4 settembre, divampò un incendio che, invadendo laboratori e corridoi, raggiunse un deposito di 500 quintali di polvere. Della quindicina di uomini e delle venticinque donne al lavoro, dodici rimasero imprigionati nello scoppio, altri riuscirono a precipitarsi all'aperto, ma con i vestiti in fiamme e alcuni orribilmente ustionati. Morirono in venti, 13 di Montichiari, 6 di Castenedolo, uno della Volta. Negli anni Trenta vennero realizzate opere pubbliche di rilievo come la sistemazione idraulica del Chiese e l'apprestamento di protezione e difesa, per evitare le continue inondazioni, specialmente primaverili. Tra le opere pubbliche assunse particolare rilievo il nuovo edificio scolastico, progettato dall'ing. Cassa e inaugurato il 28 ottobre 1935, capace di 800 alunni con palestra e piscina e costato 800 mila lire del tempo. Alla povertà largamente diffusa nell'inverno 1934 si andò incontro con le cucine popolari. Ai bambini del popolo si cercò di venir incontro con la colonia elioterapica che nel 1935 raccoglieva 170 assistiti. Nel giugno 1936 veniva inaugurato il consultorio pediatrico e costruita la centrale del latte. Nel frattempo veniva cintato il campo sportivo, costruita la casa del custode delle carceri e costruita la stalla di sosta del bestiame sul mercato, anch'esso sistemato. Opere varie vennero attuate per il miglioramento della tramvia e della fognatura. Se la guerra d'Africa costò solo tre vittime, la II guerra mondiale ne mieté ben novantadue, di cui quarantacinque morti e quarantasette dispersi, e costò gravi disagi a tutta la popolazione. Lancio di bombe a mano il 2 gennaio 1944 contro la sede di un gruppo di Camicie nere; azioni di sabotaggio nella primavera specie sulla strada dell'areoporto e sulla ferrovia Brescia-Mantova, volantini, segnalano la presenza di partigiani nella zona. Durante un rastrellamento il 27 agosto 1944 cade, in località Bergoma, Angelo Besacchi. Scontri avvengono nei giorni della Liberazione durante i quali cade un generale tedesco.


Il 29 aprile 1945 si costituiva il Comitato di Liberazione nazionale con il geom. Tommaso Bellagamba per il P.S.I., Uber Pellini per la D.C., l'operaio Luigi Mancini per il P.C.I. e il dott. Carlo Branca per il Partito Liberale Democratico. Primo sindaco incaricato dal C.L.N. fu il prof. Fausto Boselli, mentre le prime elezioni comunali videro la vittoria della D.C. che conquistò ventiquattro seggi su trenta. La prima amministrazione eletta nel 1946 e guidata anche in seguito dalla D.C. provvide subito ad ampliare più volte il cimitero, alla ricostruzione dell'acquedotto, all'ampliamento del mercato del bestiame, alla costruzione e sistemazione di nuove strade, alla pavimentazione e illuminazione di altre strade, alla costruzione di case popolari, di un nuovo edificio scolastico a Novagli, oltre all'ampliamento del campo sportivo. Si aggiunsero poi altri edifici scolastici, sia per le elementari e materne, nel centro e nelle frazioni sia per la scuola media statale (1968), la scuola per ragionieri e più tardi la scuola Moretto. Nel 1975 alla nuova scuola elementare di Borgosotto, nell'ambito dell'Anno Europeo del Patrimonio Architettonico veniva attribuito il premio Cembureau indetto dall'Associazione Europea del Cemento. Inoltre si ampliò la rete fognaria, si installarono depuratori, si costruì la rete del metano, si costruirono strutture sportive nuove, un nuovo macello, case e albergo per anziani. Il 31 marzo 1984 veniva inaugurato un nuovo mercato e ristrutturata la Pretura. Anche negli anni '80 uno dei problemi più vivi rimaneva quello dell'acqua, per cui vennero costruiti sul colle di S. Pancrazio dapprima due serbatoi, cui venne aggiunto nel 1982 un terzo pozzo, mentre l'acquedotto venne esteso alle frazioni. Individuate e approntate aree artigianali e industriali per evitare abusi edilizi e avviare strategie ambientali, nel 1989 venne compiuto un rilievo aerofotogrammetrico del territorio e nel dicembre dello stesso anno, dopo dieci anni di difficile gestazione, giungeva in porto il Piano regolatore generale. Fin dal 1986 sull'area del vecchio mercato, venne impostata la costruzione su progetto della Compedil s.p.a., di un complesso che ospiterà su un'area di 600 mila mq il palazzo comunale, gli uffici del registro e delle imposte, le poste e nuovi istituti bancari. La vita politica ed amministrativa che ha visto prevalere la maggioranza della D.C. ha anche riscontrato una vivace presenza del P.C.I. e del P.S.I. Di rilievo la presenza di liste locali di indipendenti che ebbero un loro organo nella "Voce degli indipendenti" che poi si raggrupparono nel 1969 intorno a C.I.M. (Concentrazione Indipendenti Monteclarensi). Le forze politiche hanno espresso una loro stampa: la D.C. "Il Chiese", il P.S.I. "Montichiari socialista", il P.C.I. "Tribuna monteclarense". In campo sociale ebbero rilievo il Circolo ENAL, il circolo socialista, il Circolo ACLI. Nel 1972 in contrapposto alle ACLI e praticamente assorbendole veniva creato il Movimento Cristiano Lavoratori che, nel luglio 1973, tenne a Montichiari la sua seconda assemblea provinciale. Il 29 novembre 1985 veniva inaugurato un nuovo Circolo ACLI. Un altro circolo veniva inaugurato il 22 giugno 1986 presso il villaggio dedicato a p. Marcolini.


ASSISTENZA. Un ospedale ricovero già esisteva in antico in quattro stanzette di via Retta (ora via XXV Aprile) di fronte alla salita ai Cappuccini. L'idea di creare un ospedale per gli infermi miserabili affiorò nel 1821. Maturatasi in breve tempo, venne affidato all'arch. monteclarense Francesco Bicelli il progetto di trasformare la chiesa ormai cadente di S. Rocco. Approvato il progetto il 20 aprile 1828, venne inaugurato il 2 settembre 1838. Alloggiati dapprima nell'ospedale, gli anziani ed inabili trovarono poi accoglienza nel Ricovero Invalidi fatto costruire dal conte Bonoris nel 1890 ed aperto nel 1892; ma non avendo dote e fondi di sussistenza, l'edificio venne presto abbandonato e trasformato in colonia. Grazie ai coniugi Filippini Lanfranchi, nel 1948 l'ospizio veniva di nuovo riaperto nella loro casa. Fin dal 30 dicembre 1793 il sacerdote don Paolo Vaschini coadiuvato da Lelia Bicelli apriva un istituto per mantenere e istruire orfanelle del paese e prepararle alle faccende domestiche e ai lavori femminili in genere. L'orfanotrofio ebbe un ampio sviluppo. Nel 1804 ebbe un suo regolamento, nel 1845 venne costruita una nuova sede nella quale nel 1847 assunsero la direzione le Ancelle della Carità. L'Istituto si affidò sempre alla beneficenza privata, sollecitata anche da lotterie ed iniziative varie. Solo nel 1947-1948 grazie ai testamenti di Teresina Marazzi e del fratello Giovanni venne arricchito di 40 piò di terra. Negli anni Settanta l'Orfanotrofio esaurì le sue funzioni e divenne "Casa Serena". Ai poveri di Montichiari (per 2,25 piò di terra) e a quelli di Calcinato e Ghedi, lasciava consistenti beni nel 1631 Francesco Bonacina. Nel 1977 le proprietà lasciate dal Bonacina al Casuccio, permettevano l'avvio della costruzione della moderna Casa Albergo per anziani. Tra i legati e iniziative benefiche sono da registrare in Montichiari: il legato «Bonoris Carlotta» per gli affitti di casa alle vedove, amministrato dalla Congregazione di Carità; il legato «Vaschini» per sussidi agli ammalati della frazione Ro e piccole doti alle nubende, amministrato dalla Congregazione di Carità; il legato «Tebaldini» amministrato dal Comune, per grano e legna ai poveri; il legato «Vigasio» per doti, amministrato dalla Congregazione di Carità; il legato «Poli comm. Antonio» per borse di studio; il Patronato Scolastico per la refezione scolastica e libri agli alunni poveri; il Patronato degli orfani di guerra per sussidi e protezione; la Fondazione Amedeo Pedini per borse a studenti meritevoli (istituita nel 1969). Nel 1972, su progetto approntato nel 1969 dall'arch. Carlo Casati di Milano, venivano avviati, sotto la direzione dello studio TL di Montichiari, i lavori del nuovo ospedale, inaugurato il 6 dicembre 1986. Capace dapprima di 270 letti, venne nel 1990 integrato con l'Ospedale Civile di Brescia, diventandone sezione staccata, raggiungendo i 350 letti. Nel 1981 e ufficialmente nel giugno 1982 per iniziativa del parroco don Serafino Ronchi, dello psicologo Osvaldo Poli e don Luigi Guarisco, si costituiva a Vighizzolo la Cooperativa di solidarietà sociale "La Tenda". Essa apriva nella Cascina S. Giustina una comunità per tossicodipendenti e nel 1985 un centro diurno. A Vighizzolo la cooperativa avviava un Centro Ascolto e Accoglienza. Agli handicappati si dedica anche la cooperativa "La Sorgente". L'assistenza pubblica è garantita da sedi di Enti pubblici. Il 1° aprile 1990 veniva inaugurata la nuova sede dell'ANMIL (con 280 iscritti). Nel 1950 veniva fondato l'AVIS che dai 10 soci iniziali raggiunse nel 1990 i 600, promuovendo numerose iniziative come la Sezione AIDO, la "Banca degli occhi", il servizio dei militi della Croce Bianca, il Pronto soccorso dell'Ospedale. Nel settore assistenziale attivo dal 1987 l'A.V.O. che raccoglie i volontari ospedalieri, il gruppo "Il Bandolo della matassa", che si dedica ai colpiti da sclerosi multipla.


ISTRUZIONE PUBBLICA. Sembra che l'istruzione popolare abbia avuto i suoi inizi sulla fine del '500, intensificatasi poi nel '600-700 con un numero sempre maggiore di maestri. Dopo la sistemazione che le venne data nell'800, da circoscritta alle sole elementari si andò allargando. L'educazione infantile ebbe i suoi caposaldi negli asili o scuole materne. Il primo, poi dedicato alla principessa Mafalda di Savoia, sorse nel 1874 sistemato nel palazzo Poli di via XXV Aprile che rimase a lungo il principale del paese. Nel 1903 l'asilo venne arricchito di un lascito del dott. Tebaldini. Seguirono l'asilo in frazione Chiarini fondato dalla signora Gaifami e mantenuto dalla famiglia del conte Treccani degli Alfieri. Venne aperto poi quello di Borgosotto. Nel 1918 su iniziativa di un comitato presieduto dalla signora Gaifami, veniva aperto il Nido della frazione Chiarini, accolto nel. 1926 in un nuovo edificio fatto costruire dalla stessa benefattrice (inaugurato il 19 settembre 1926) e assunto dal Comune. Nel 1962 divenne Ente Morale con il titolo "Asilo infantile nobile Giulietta Gaifami Treccani" e nel 1986 venne ristrutturato grazie al contributo della Cassa rurale Colli Morenici. Nel 1932 nasceva, per iniziativa di Barberina Tinti, Maria e Virginia Erba l'asilo S. Giuseppe di Borgosotto, affidato alle suore Canossiane. Seguirono l'asilo di Novagli condotto da suore sotto la guida del parroco e quello di Vighizzolo, dapprima privato e poi negli anni Sessanta ente morale. Ultime le scuole materne statali di via Pascoli e del Villaggio Marcolini. Più lento il progresso nel settore medio-scolastico. Solo nell'ottobre 1929 la classe sesta integrativa veniva trasformata in un corso secondario annuale agricolo e femminile. Nel 1893 esisteva già una Scuola di disegno. Più recentemente venne aperto l'Istituto Moretto ampliato nel 1983 con l'aggiunta di un officina meccanica e nuovi laboratori. Nel settembre 1967 veniva aperto l'Istituto dei ragionieri.


ATTIVITÀ CULTURALE. Nel settore culturale è da segnalare la biblioteca popolare Circolante, fondata nel 1884 dall'ex garibaldino Francesco Bellandi. L'istituzione di una nuova biblioteca veniva decisa nel 1966 e realizzata nel 1969. Il 25 giugno 1978 veniva inaugurata con intitolazione "Biblioteca Comunale Popolare Giovanni Treccani degli Alfieri". Venne inaugurato solennemente il 21 maggio 1934 il Museo di Guerra del Risorgimento, ora ospitato nell'ex coro della chiesa di S. Maria del Suffragio. Di rilievo l'Osservatorio stellare creato in località Campagnoli dal rag. Pietro Mazzetti. Fra le associazioni culturali negli anni Trenta era in attività un circolo di cultura che venne poi rinverdito nel 1966 con nuova formula e che ha promosso campagne fotografiche, ricerche ecologiche, studi di storia locale. Nel 1968, per iniziativa soprattutto di Beppe Boschetti nasceva la compagnia "El cafè di piöcc" tesa alla ricerca degli elementi della cultura popolare e alla conservazione del dialetto come espressione di vita ed interpretazione di poesia. Centinaia gli spettacoli allestiti e non poche le iniziative culturali. Nel marzo 1982 nasceva l'Archeo-Club. Nel 1986 venne promossa la Cooperativa per la promozione culturale "La Loza" che organizza mostre e concorsi. Nel 1988 è sorta la sezione della Società Dante Alighieri che ha già svolto un'intensa attività. Particolarmente attivo il Gruppo Amici della Pieve, che ha concentrato tutte le sue attenzioni sulla Pieve S. Pancrazio. Intensa l'attività del Gruppo Archeologico Monteclarense; ampia anche culturalmente quella del Rotary Club Montichiari sud-est bresciano. Nell'ambito della cultura artistica funziona l'Associazione "Amici delle Arti figurative" che ha allestito una scuola di tecnica pittorica e organizzato viaggi di studi, conferenze ecc. Coltivata è la musica oltre che nelle manifestazioni pubbliche del Teatro Sociale, in termini più diretti e partecipati. Sulla scia della tradizione lirica, che ebbe il suo centro nel Teatro Sociale nel 1958 soprattutto per iniziativa del cav. Enrico Montanari e della prof. Laura Alberti, un concorso nazionale "Giovani Cantanti Lirici" ebbe vasto successo e assunse anche ambito internazionale. Nel concorso ottennero il primo successo Katia Ricciarelli, Beniamino Prior, Haegel Aracelly. Nel 1969 per iniziativa e sotto la direzione del prof. Hans Dohn e di Giuseppe Treccani nacque la Scuola d'archi "Pellegrino da Montechiaro" che si prefisse anche la ricerca di materiale riguardante la vita e l'opera del liutaio monteclarense. Coltivato il canto. Nel 1904 nacque una Scuola Corale affidata al maestro Carlo Inico (v.) al quale è stata intitolata la Banda musicale che ha tradizioni di prestigio. Attivi il Coro dei Colli animato dal maestro Luciano Fregoni e la corale "Ars Nova" fondata nel 1980 e riorganizzata nel 1989. Nel 1980 nasceva il Club Amici della musica che nel 1982 si trasformò in Associazione avente come scopo l'educazione al gusto musicale e la valorizzazione del patrimonio culturale del passato. Buone le manifestazioni di "Gioventù musicale". Riguardo alla cultura cinematografica vita non lunga ebbe il cineforum promosso dal Circolo di cultura, seguito nel 1976 da un'esperienza di diverso indirizzo culturale e di non più lunga durata dall'associazione "Abcinemabc". Nel 1981 nasceva il Fotocineclub "Il Grandangolo" . Il 12 maggio 1945 nasceva la Libera Società fra i cultori della Filatelia, che ha organizzato molte mostre, settimane di propaganda ecc., ed ha allargato la sua attenzione alla numismatica, promuovendo settimane di propaganda filatelica, mostre sociali, convegni, concorsi giovanili di esposizione, conferenze; ha allestito una biblioteca filatelica, ha costituito una "sezione numismatica" e una "Sezione erinnofila". Nel 1963 venne dato vita al Premio concorso di pittura "Città di Montichiari" che ottenne in diverse edizioni notevoli successi. Più recente il Premio S. Pancrazio. Nel 1983 la "classe" 1946 istituì il Premio "Virtù e operosità". Nell'associazionismo rilievo hanno avuto organizzazioni patriottiche come l'Associazione Combattenti e Reduci e l'Associazione nazionale Mutilati, attive fin dalla I guerra mondiale, l'Associazione Nazionale Alpini, con il "Gruppo Alpini Ten. Portesi" fondato nel 1966, le sezioni delle Associazioni Nazionali Marinai, Avieri, Artiglieri, Bersaglieri, Carabinieri del Nastro Azzurro, dei Ragazzi del '99. Nel 1972 venne fondato il Gruppo paracadutisti.


SPORT. Lo sport ha trovato a Montichiari le sue prime espressioni nelle cacce a cavallo riservate alla nobiltà e alla borghesia più danarosa e organizzate fra Montichiari e Carpenedolo dai Bonoris e poi dai Soncini, ancora praticate negli anni Trenta. Negli stessi anni era ancora praticata nella brughiera, ritenuta l' "Eden dei cacciatori", la caccia "grossa" ai cigni e ad altri pinnipedi. Tale caccia aveva il suo epicentro nella cascina "Villa Libera" dei Grasselli. Nei primi anni del '900 era molto praticato sul monte di S. Pancrazio il tiro al piccione. Come si è ricordato sul colle S. Pancrazio in via Matteotti esistette uno dei migliori campi di tiro a volo della Lombardia sia come dislocazione, struttura e attrezzatura. Copriva 27 mila mq in posizione stupenda. L'edificio venne messo in vendita fin dal 1975 dalla Immobiliare che ne era proprietaria e acquistato dal comune. Più recente è la Compagnia poi Società Arcieri "Sei Colli" fondata nel 1986. Universalmente conosciuto il ruolo che Montichiari ebbe nel lancio e nello sviluppo dello sport aviatorio e motoristico, non solo italiano, soprattutto attraverso il I Circuito aereo di Brescia tenutosi nella brughiera dall'8 al 20 settembre 1909. Vi parteciparono un americano Glen Curtiss (che vinse la gara in 49'24"), otto italiani: Mario Calderara (che arrivò secondo in 50'52" 1/5), Mario Cobianchi, Mario Faccioli, Umberto Cagno, Alessandro Anzani, Leonino de Zara, Guido Moncher e Avis Moncher e quattro francesi: Lonis Bleriot, Alfred Leblanc, Henry Rougier (che vince il 3° premio in 1 ora 9'42" 3/5), Henry de la Vaulx. Il circuito vide la presenza del re e di molte personalità. Fra i più ricordati Gabriele D'Annunzio, Giacomo Puccini, Franz Kafka ecc. Con il circuito l'aviazione fu subito di casa nella brughiera. Nel 1912 Giovanni Ravelli e Mario Pasotti vi aprivano una scuola bresciana di aviazione (v. Scuola bresciana d'aviazione) su un terreno, concesso per dieci anni da uno Zanini di Montichiari, di 25 mila mq e di 1300 m di lunghezza. Durante la I guerra mondiale la brughiera ospitò un campo d'aviazione militare, mentre nel 1933 divenne sede dell'Aero Club di Brescia che sforna tuttora una folta schiera di piloti. Dopo l'8 settembre 1943 il campo divenne punto d'appoggio dell'aviazione tedesca per la seconda linea dei caccia. Tra piste, raccordi, piazzole decentrate vennero costruiti più di 65 km di piste in cemento. Mentre venivano continuamente rimandati i progetti di aprire un aeroporto civile, nel giugno 1984 veniva trasferita dal territorio di Ghedi a quello di Montichiari la sede dell'Aeroclub. Nel 1921, il 4-8-10-11 settembre nella brughiera si disputò un nuovo circuito di Brescia, per il 1° Gran Premio d'Italia e internazionale automobili e aeroplani e il Gran Premio delle nazioni per motociclette. Ne fu animatore Arturo Mercanti. Per l'occasione venne allestita una grandiosa curva parabolica che congiungeva i rettifili Montichiari-Fascia d'Oro e Fascia d'Oro-Crocevia per Ghedi con un percorso di km 17,400. Era presente Vittorio Emanuele III con numerose autorità e un'immensa folla. Per l'automobilismo si contesero il primato le Ballot francesi e le Fiat italiane. Vinse il francese Goux con una media di km/h 144,737, mentre il record mondiale dell'ora fu di km 150,362. La baronessa D'Avanzo superò i 130 km orari. Alla gara partecipò anche il ventitreenne modenese Enzo Ferrari; mentre ad una gara supplementare partecipò Tazio Nuvolari. L'anno seguente il Gran Premio Italia fu trasferito a Monza. La tradizione automobilistica ha avuto poi uno sviluppo più recente nel Ferrari Club Montichiari che in pochi mesi ha raggiunto 150 tesserati. Attivo da anni è il Motoclub "Sei Colli" che ha organizzato rievocazioni storiche di rilievo. Incremento agli sport motoristici è venuto dal Motor-show (mostra di auto, moto, accessori e di motori d'epoca) iniziato nel 1985, intorno al quale sono nate oltre a gare di motocross una mostra di aeromodellismo. Nel 1973 un gruppo di amici (Bertini, Arpini ecc.) fondò una Scuderia (la Gek Motors) che ha sfornato buoni campioni. Lo sport a livello più popolare decollò intorno alla fine dell'800 e ai primi del '900 quando un comitato di giovani animato da Giuseppe Treccani, organizzò nel 1900 corse ciclistiche e a piedi. Il Comitato sfociò poi agli inizi del secolo nella Società Sportiva, di cui fu animatore un Boschetti, organizzatrice anche di gare ciclo-alpine. Ma il vero lancio sportivo di Montichiari si verificò negli anni Cinquanta e coincise con la ristrutturazione della palestra delle scuole elementari assieme ad un campetto di basket, con la costruzione (1966) della palestra della scuola media e con la costituzione della Polisportiva Centro Giovanile. Al basket maschile, che espresse nel 1966 il Montibasket militante nel 1991 in serie B2, nel '65 si aggiunse quello femminile che nel 1969, con le Juniores raggiunse la fase nazionale F.A.R.I. Nel 1970 nacque la società del tennis, si costruirono campi di bocce e di calcio specie il "Romeo Menti". Sul piano promozionale di diversi sport opera il Centro Sportivo Monteclarense che abbraccia anche la pallavolo e la pallacanestro (sia maschile che femminile) e ha creato un suo palazzetto inaugurato nel 1978. Grazie ai fondi del CONI stanziati in vista dei mondiali di calcio del 1990, nel 1988 veniva avviata la costruzione su progetto dell'arch. Paolo Serafini di una Cittadella dello Sport. Nasceva inoltre nel 1987 un Centro nuoto con due piscine coperte. Nel 1965 nasceva la squadra di basket che ha figurato degnamente nel suo girone di Promozione. Attivo il Tennis Club con circa 200 soci e arrivato alla categoria C e fin dal 1986 ospite in un campo coperto nella Palestra delle scuole medie. Esiste uno Sci Club. Buoni successi hanno ottenuto la G.S.G. Monteclarense di Pallacanestro, la Società "Volley" sorta nel 1980 con una squadra prima maschile, alla quale si aggiunse nel 1983 quella femminile. Successi ha ottenuto una Sezione Tennis da tavolo. Nel 1926 si formava la Società Calcistica Montichiari che nel 1928 allineò la prima squadra calcistica. Attive poi l'A.C. Montichiari e la P.G.C. Montichiari. Le bocce praticate da decenni, ormai trovano il loro punto di forza nella Società Bocciofila Monteclarense "F. Saetti" e nella Società Bocciofila "Mosè", ma soprattutto nelle nuove attrezzature di bocciodromi coperti creati dall'iniziativa privata al Bar Regina ai Boschetti (1984) e a Vighizzolo nel centro parrocchiale (1988). Fra i luoghi più frequentati nel tempo libero è il Bocciodromo sistemato in un angolo di un grande capannone di via Trieste di proprietà comunale. I due GABS esistenti (Bar Roma e Eurobar) hanno organizzato nel 1986 anche gare nazionali di bigliardo. Attive inoltre l'ENAL Caccia-Pesca, l'Associazione Cacciatori e la S.P.S. della Pesca. Di tradizioni lontane il Carnevale, considerato da qualcuno fra i più antichi della Bassa che venne poi rinvigorito alla fine dell'800 con gare sportive di ogni genere e manifestazioni più diverse, come rappresentazioni e abbuffate nelle varie trattorie. Negli anni Venti ebbe particolare rilievo il Corso mascherato e la sfilata di carri allegorici. Tra le varie manifestazioni da segnalare è il "Palio degli Asini" che si corre a Novagli da alcuni anni.


VITA RELIGIOSA ED ECCLESIALE. Ecclesiasticamente Montichiari ebbe rilievo pari a quello nella vita civile ed economica. È sicura fin da tempi antichissimi l'appartenenza del territorio alla diocesi di Brescia, di cui fu pieve rurale fin dal sec. V se non prima, estesa su un vasto territorio che comprendeva le attuali parrocchie di Carpenedolo, Mezzane, Calvisano, Ghedi e forse Leno. Resesi queste indipendenti nel sec. XIV, la sua giurisdizione si estese al solo territorio di Montichiari. Nel sec. XVI nessuna parrocchia conveniva alla pieve di Montichiari per ritirare gli oli santi. Nessuna variazione del territorio ebbe luogo fino al 1914, quando con decreto del 19 dicembre, veniva conglobata nella parrocchia la frazione Montechiaresa smembrata dalla parrocchia di Mezzane. L'espandersi della vita economica e sociale ed evidenti necessità pastorali convinsero della necessità di smembrare la estesa parrocchia con la creazione di nuove parrocchie a Novagli nel 1941, a Vighizzolo nel 1961 e a Borgosotto nel 1968. Un decreto del 20 aprile 1979 modificava e procedeva alla ricognizione dei confini tra le parrocchie di Novagli-Montichiari, Vighizzolo-Montichiari, Borgosotto e Mezzane.


La vita religiosa della pieve ebbe il suo primo centro in una chiesa di cui si sono perse le tracce, ma che probabilmente sorgeva nel luogo sul quale venne poi nel sec. XII eretta la pieve dedicata a S. Pancrazio. Paolo Guerrini afferma con sicurezza che questa chiesa, come generalmente le chiese plebane, era in origine dedicata alla Assunzione della B.V., ma che essendo poi stata consacrata il 12 maggio, festa di S. Pancrazio, questo martire fanciullo divenne il patrono del paese perchè la sua festa segnava l'anniversario della consacrazione, la festa della sagra solennemente celebrata, come dovunque, con fiera e largo concorso di popolo a lucrare l'indulgenza o perdono annesso a tale solennità. Essendo quasi tutta raccolta nel Borgo di sotto e poi nel Borgo di sopra per assolvere i doveri di culto la popolazione non dispose per secoli che della pieve di S. Pancrazio, specie per gli atti ufficiali come il battesimo, il matrimonio, l'adempimento del precetto pasquale e del precetto della Messa festiva. La vita religiosa ebbe tuttavia spinte e sollecitazioni dalla presenza di comunità monastiche come quella dei canonici regolari che fondarono il centro monastico di S. Giorgio, di cui esistono ancora le vestigia sul colle omonimo, e sorto nella scia della riforma gregoriana della Chiesa (XI secolo). Il ruolo riformatore venne coperto dai Canonici regolari agostiniani stanziatisi sul colle di S. Giorgio a cui Papa Celestino III, con Bolla del 1194, assicurava al monastero la protezione come già avevano fatto i suoi predecessori Innocenzo II, Eugenio III e Urbano III e confermava il possesso dei beni, cioè: 1) il chiostro, il sedime della chiesa, i campi attorno; 2) il bosco (portava il nome di Zabadeo), il ronco, i mulini; 3) le terre nella corte di Carpenedolo, Ghedi e Casalpodio; 4) i prati, paludi, vigne, boschi e decime in Castel Wifredo. Dichiarava che il monastero non soggiaceva in nulla alla Pieve di Montichiari, salvo versare alla stessa dodici monete di Milano ogni anno e mandare un fratello alla celebrazione del Sabato Santo. Affermava che nessuno poteva esigere dai frati il pagamento delle decime sui Novagli, cioè sulle terre nuove (ossia bonificate) da loro coltivate o fatte coltivare. La canonica di S. Giorgio dovette avere una certa importanza se, quando si trattò di restaurare il collegio canonicale presso la chiesa di S. Faustino ad Sanguinem, Gregorio X indicava in una sua lettera del 21 marzo 1273 il canonico Giovanni, proveniente da Montichiari. Per devozione, ma anche per dare particolari protettori alle quadre in cui si divise fin dal sec. XI il territorio, nacquero altre chiese o loca sanctorum, come S. Zeno, il citato S. Giorgio, S. Maria presso la torre Mirabella, S. Tommaso entro la rocca antica. Più che sul piano religioso ebbe importanza soprattutto su quello economico-sociale la presenza, nel sec. XIII, degli Umiliati, un ordine religioso addetto alla lavorazione della lana e alla riscossione delle tasse. Non sembra invece che abbiano segnato della loro presenza altri ordini monastici e religiosi fino alla venuta dei cappuccini. Rilievo primario ebbe sempre la Pieve, che adeguandosi allo sviluppo edilizio, e alle situazioni militari e sociali del tempo dagli inizi del sec. XV andò trasferendo il suo centro nella chiesa di S. Maria Nuova al centro del Borgo di sopra. Respiro religioso la borgata ebbe nella Disciplina dedita alla preghiera, alla penitenza, alla carità che nel sec. XV eresse il suo oratorio di fronte alla chiesa di S. Maria. La pieve S. Pancrazio venne insignita di particolari privilegi dal vescovo Raimondo che il Faino vuole particolarmente legato a Montichiari. Alla chiesa di S. Pancrazio Raimondo non soltanto concesse l'esenzione da ogni esazione di diritti episcopali, ma confermò anche la concessione delle novali fatta dai suoi predecessori Arimanno, Villano e Manfredo, e inoltre la quarta parte delle decime nel pievatico e nella corte di Montichiari e il mulino ceduti dai conti del luogo stesso. Questi privilegi vennero confermati da quattro pontefici: Innocenzo II nel 1100 (circa); Alessandro III, il 2 agosto 1177, da Venezia; Lucio III, il 3 aprile 1185, da Verona; Urbano III, pure da Verona, il 16 maggio 1187. La pieve ebbe il suo ospizio o xenodochio, forse posto sulla strada principale (Brescia, Castenedolo, Montichiari, Mantova) o meglio all'incrocio di questa con la strada Asola Gavardo. L'ospizio venne poi gestito dai Consorzi di S. Maria e S. Giovanni che diressero in seguito l'ospedale ricovero di S. Maria situato in Borgosotto. L'Ospizio venne distrutto intorno al 1438 e poi riaperto altrove, nei pressi della chiesa di S. Maria grazie al lascito di metà di una casa da parte di certa Margherita Schivardi detta "la muta": la casa esiste ancora al n. 110 di via XXV Aprile. All'inizio del 1400, per facilitare l'accesso ai sacramenti agli abitanti di Borgo di sopra e a quanti da fuori venivano al mercato, fu eretta in capo alla piazza la chiesa di S. Maria. L'intenzione era di farne la sussidiaria di S. Pancrazio che era la parrocchiale, ma finì col sostituire la pieve in tutta la vita religiosa ufficiale, tanto che all'inizio del 1700 si sentì il bisogno di ampliarla costruendo la maestosa basilica attuale. Nel frattempo parecchie altre chiese erano sorte per devozione della comunità o di privati. Agli inizi del sec. XIX funzionavano: S. Maria di Loreto di Borgosotto; S. Giustina in Ro di sotto; S. Bernardino in Ro di sopra; S. Maria in contrada Casuccio; S. Rocco in Bredazzane; S. Antonio in contrada Dugali; S. Cristina in contrada Dosso; S. Lorenzo in contrada Novagli; S.S. Trinità ai Chiarini; S. Croce sul monte; S. Margherita sul colle omonimo; S. Pietro; il Suffragio. La consistenza economica della pieve, grazie alle decime (che, ancora agli inizi del '600 il Da Lezze definiva una delle fattioni che travagliavano la comunità) e grazie alla prebenda, favorì anche per Montichiari il fenomeno della commenda; tuttavia, a quanto sembra, non causò fatti clamorosi e gravi. Le visite pastorali da quella del Bollani del 1566, registrano un clero, salvo poche eccezioni, diligente e concorde. Non misurabile fu il contributo che diedero alla vita religiosa fin dal sec. XV i Disciplini e le confraternite del S.S. Sacramento (sec. XV), del Rosario (eretta nel 1584 e riformata nel 1785), di S. Rocco (istituita agli inizi del '600) e del Suffragio (1659). Un notevolissimo incremento religioso venne dalla fondazione nel 1580 del convento dei cappuccini. Espressioni della religiosità monteclarense furono alcune particolari devozioni, quali quella al S.S. Sacramento e alla Madonna e specialmente alla B.V. del S. Rosario di Loreto. Non frequente altrove quella all'Addolorata di cui fu prova la "Via Matris" eretta nella chiesa di S. Croce dei cappuccini, e ancora alla Corona dei Sette dolori di Maria. Viva nel tempo si mantenne la devozione a S. Pancrazio (ravvivata anche dalla traslazione di reliquie) come dimostrano i numerosi ex voto e la benedizione degli animali con giri intorno alla chiesa, tradizione cessata poco prima della II guerra mondiale. A tale devozione contribuì anche S. Giovanni Bosco che, nel 1875, stampò nelle "Letture cattoliche" (a. XXIII) una "Vita di S. Pancrazio martire, patrono di Montechiaro sul Chiese" che ebbe numerose edizioni. Vivissima nel sec. XVII la devozione alle Anime del Purgatorio. Il 6 febbraio 1728 venivano introdotti i Sacri Tridui celebrati con grandissima solennità e grandi apparati. Tra le importanti manifestazioni religiose vi fu, il Venerdì Santo, la processione del Cristo morto iniziata la prima volta il 22 marzo 1913 dall'abate Giovanni Quaranta. Ma della religiosità di Montichiari ancora nel sec. XVIII è prova il grandioso Duomo e altri segni come l'istituzione nel 1759, per incoraggiamento del vescovo Molin di un seminarlo per gli alunni della pianura bresciana, tuttavia chiuso dopo una ventina d'anni. All'importanza assunta da Montichiari sul piano sociale ed economico corrispose anche il riconoscimento di particolare dignità ecclesiastica agli arcipreti. A quanto sembra un caso o un colpo di fortuna portò a Montichiari il titolo prestigioso di abati. Infatti forse per una svista dell'estensore della bolla di nomina emessa il 15 novembre 1691 o per una estensione benevola (ad gratiam) dovuta a qualche protettore, Francesco Fracassino veniva dichiarato abate, titolo non più contestato in seguito. Il 27 aprile 1915, per intervento del barone Carlo Monti (v.) amico di Benedetto XV, la parrocchia veniva eretta in «abbazia mitrata» con il privilegio per l'abate di celebrare la Messa e i Vespri in forma santificale nel modo e con gli ornamenti propri dei protonotari apostolici: abito paonazzo con fascia, mitra (o bianca o dorata), croce pettorale, anello. Nell'800 e nel '900 la vita religiosa si è andata arricchendo grazie alla comparsa di comunità religiose. Nel 1846 arrivarono le Ancelle della Carità che assunsero l'assistenza all'ospedale e al ricovero e nel 1847 all'Orfanotrofio femminile. Nel 1893, chiamate dall'ab. Borsa giunsero le Figlie del S. Cuore che ressero l'oratorio femminile. Nel 1932 le Canossiane aprirono a Borgosotto la loro prima casa ed assunsero la direzione dell'asilo di S. Giuseppe e della Scuola di lavoro. Mentre le Figlie del S. Cuore nel 1936 lasciavano Borgosotto cedendo il posto alle Canossiane che aprivano un'altra casa a Borgo di sopra, sede dell'oratorio femminile. Un po' in ritardo rispetto ad altre, ma con crescente Parrocchia è andata aggiornando la pastorale alle esigenze dei tempi. Oltre alle citate e rilevanti iniziative di carattere economico sociale alla fine del sec. XIX l'ab. Borsa costituiva un gruppo giovanile cattolico e creava nella casa del fratello sacerdote un piccolo teatro, sostituito poi dal Teatrino S. Giuseppe aperto in vicolo S. Pietro. Esso fu usato dall'oratorio maschile delle Figlie del S. Cuore e dalle Canossiane per l'oratorio femminile fino a quando fu abbattuto per far posto al cinema "Gloria". Nel 1902 venne promosso uno dei primi circoli della Federazione Giovanile "Leone XIII" che il 18 gennaio 1908 inaugurava la sua bandiera. L'Azione cattolica monteclarense fu poi attivo centro di plaga. Nel 1903 compariva a stampa, come organo del Comitato per le feste Centenarie di S. Pancrazio, "La Vita Monteclarense" e l'anno successivo si tennero grandi feste per il XVII centenario della morte del Santo, funestate dalla tragedia dello scoppio della Polveriera Vulcania e accompagnate da forti polemiche dell'Amministrazione comunale contro la fabbriceria e la Parrocchia. Antica addirittura è l'organizzazione oratoriana, registrata a Montichiari in una relazione dell'abate Fracassino della fine del sec. XVII, accanto alla canonica da lui stesso costruita, poi trasferita. Nuovi sviluppi già prima con l'abate Borsa, si ebbero nei primi anni del '900 con l'abate Rovetta che adibì a oratorio i saloni a piano terra della vecchia canonica in piazzetta del Pozzo. L'oratorio venne poi trasferito nell'attuale casa Casarotti di via Cavallotti. L'abate Quaranta da parte sua fondava una società per l'acquisto di alcuni edifici a destra della parrocchiale che divennero la Casa S. Pancrazio. Grande attività ebbe la Filodrammatica S. Pancrazio nel teatro S. Giuseppe. Nel 1935 lo stesso abate Quaranta acquistava alcuni orti di via Cavallotti e costruiva nuovi locali benedetti dal vescovo Tredici il 3 novembre 1935. Nel 1950 veniva costruito un cinema teatro (il "Gloria") di mille posti. Una casa del giovane venne inaugurata il 14 novembe 1967. Nel 1974 veniva lanciato il progetto di un nuovo centro giovanile su un'area di 15 mila mq inaugurato il 19 settembre 1976. Negli anni Ottanta venne costruita la palestra del Centro e nel 1984 la Cassa Rurale provvide a trasformare le sale aste del nuovo Mercato in un palazzetto dello sport di 2 mila posti, che vede in lizza prestigiose squadre di pallavolo come la Gabeca Ecoplant di serie A/1. Il basket scalò la serie B/2 e la pallavolo femminile vinse il campionato di serie D. Attiva anche l'attività oratoriana femminile con l'istituzione nel 1890 dell'oratorio femminile del S. Cuore affidato alle figlie del S. Cuore, che per varie difficoltà, tra cui quelle economiche, se ne andarono nel 1936, per poi essere sostituite dalle Canossiane. Tra le altre iniziative di rilievo si possono citare la S. Vincenzo parrocchiale fondata il 12 ottobre 1939; il Gruppo Scout fondato nel 1951 per iniziativa di Vigilio Belletti e di don Pietro Pea; altri gruppi, nel periodo postconciliare, sono sorti come i Focolari, Rinnovamento nello Spirito, Taizé e Comunione e Liberazione. Un ritrovo dedicato a S. Francesco veniva aperto nel 1973 per giovani e adulti delle tre frazioni di S. Bernardino, S. Giustina e S. Antonio. Particolarmente rilevante nel 1948 l'insediamento a Borgosotto, nell'antica Villa Bonoris, dei Canonici Regolari dell'Immacolata che assunsero poi la parrocchia nuova. Il 7 novembre 1965 veniva aperto il Centro Volontari della Sofferenza cui si aggiunsero il 25 aprile i Silenziosi Operai della Croce (centro di spiritualità per malati). Vasta eco suscitarono dal 1947 le voci di apparizioni poi ripetutesi della Madonna, autodichiaratasi Rosa Mistica a Pierina Gitti, che richiamarono grandi folle nella cappella dell'ospedale e poi sette volte nel Duomo ed, infine, dal 17 aprile al 31 ottobre 1966 in località Fontanelle, dove, nonostante le riserve delle autorità ecclesiastiche più volte espresse, è sorta una cappella frequentata ancora nel 1991 da folle anche dall'estero. Due decreti vescovili, confermati da una Dichiarazione della S. Congregazione per la fede negarono ogni riconoscimento a tali visioni. Dal settembre 1979 è presente a Montichiari una comunità Bahaì. Sono presenti anche i Testimoni di Geova con sede in via Bandizzati.


LA PIEVE DI S.PANCRAZIO. Come ha scritto Gaetano Panazza la pieve di S. Pancrazio è da collocare nel sec. XII. Egli fissa la data di costruzione nei decenni 1150-1190 circa. Non è certo la chiesa primitiva di Montichiari, come sembrano provare anche recenti scoperte. Restauri e scavi operati nel 1965 dalla Sovrintendenza ai Monumenti, diretta dall'arch. Lionello Costanza-Fattori, hanno infatti rivelato tracce di edifici più antichi indicati da murature anteriori, che hanno fatto pensare più che altro a costruzioni di epoca tardo imperiale bizantina-gotica e ad una chiesa anteriore del sec. VI-VII, trasformata poi a tre navate nel sec. XI. Le notizie più antiche sono quelle riferibili alle già citate bolle papali che vanno dal 1139 al 1187. La chiesa fu sede della parrocchia fino al 1419 cioè fino a quando venne costruita S. Maria Nuova, sostituita poi dal Duomo attuale. Visitandola nel 1566 il vescovo Bollani ordinava tra l'altro che venisse aggiustato il tetto, rimossi gli altari laterali e gli ex voto, e imbiancati i muri, dove fosse bisogno. Notevoli rimaneggiamenti vennero compiuti nel sec. XVII. Nel 1615 venne ricavata nell'abside laterale destra una cappella dedicata ai S.S. Francesco e Carlo Borromeo, voluta dall'abate Francesco Foresti, decorata con stucchi dorati che richiamano quelli di S. Maria delle Grazie e un affresco raffigurante la S.S. Trinità, da alcuni attribuito ad Antonio Gandino. La pala raffigurante la Madonna col Bambino e i S.S. Carlo e Francesco venne sostituita da altra firmata "Pietro Testoni / di Pozzolengo / 1838". Dopo il 1671, anno della canonizzazione di S. Gaetano da Thiene, e il 1693 venne costruita l'altra cappella con forme simili anche se meno ricche di quella di S. Carlo. Seguendo l'accurata ricognizione che Gaetano Panazza ha fatto, si può rilevare che la facciata, che sorge ad un livello più basso del piano interno, è resa ancor più imponente e maestosa dall'andamento naturale del terreno. Ha al centro timpano a capanna con parti laterali ad un solo spiovente. La porta che si raggiunge con una doppia rampa di scale è semplice con arco a tutto sesto in bianco di Botticino. In tutta la parete frontale calma e nitida si notano le otto file di simmetriche buche pontorie, i due oculi svasati delle navate laterali e in alto l'elegantissima bifora a doppia gradinatura e a due colonnette in asse adorne di mensole sormontate da una finestrella a croce greca. Molto semplici i lati sud e nord con bella muratura a corsi regolari, interrotti da strette monofore a doppia strombatura liscia di diverse dimensioni e con lievi variazioni; sei sul fianco nord e cinque nel fianco della navatella laterale, otto sul fianco sud e cinque nella navata minore. La cappella di S. Gaetano venne dotata di una pala attribuita a Sante Cattaneo, ma ritenuta dal Panazza di altro autore meno valido. Venne poi sostituita da altra firmata «Tedoldi Guido» (1946). Nel 1693 venne costruito contro la cappella nord il campanile in sostituzione di altro più piccolo. Nel '700 venne posto l'altare maggiore, elegante, adorno di marmi, con paliotto a tarsia raffigurante un bacile con fiamme, e ai lati le due statuette della Fortezza e della Fede. Sull'altare era la bella pala raffigurante S. Pancrazio a cavallo, oggi nella sagrestia del Duomo, attribuito a Sante Cattaneo ma dal Panazza ritenuta ben più antica. La chiesa aveva altre tele di cui una oggi presso il palazzo comunale, fra le quali un S. Pancrazio a cavallo con la scena del suo martirio e due raffiguranti l'Estasi di S. Francesco (sec. XVII). Danni la chiesa subì sulla fine del '700 per lo stanziamento di truppe mentre nel 1859 divenne ospedale dei feriti della battaglia di Solferino e S. Martino. Nel 1894-1895 vi venne collocato il vecchio organo di S. Maria Nuova poi scomparso. Nel 1906, in occasione del centenario di S. Pancrazio vennero restaurati l'altare maggiore e le cappelle laterali. Nel 1915 e nel 1916 rovinarono parti del tetto, subito restaurato. Ma nuove rovine subì nel 1917-1919, dai soldati ivi accantonati dopo la rotta di Caporetto. Riparata poi alla meglio, venne nel 1953, per interessamento del prof. Camillo Boselli e a cura della Sovrintendenza, ripulita. Ma il restauro vero e proprio venne iniziato nel 1965 grazie all'appoggio finanziario ottenuto dalla Direzione Generale alle Antichità e Belle arti, dall'on. Mario Pedini e a cura della Sovrintendenza ai Monumenti per la Lombardia e diretto dall'arch. Lionello Costanza-Fattori. La formazione nel 1985 di un'Associazione Amici della Pieve, ha permesso cure sempre più attente anche nelle adiacenze così da farne un gioiello perfettamente inserito nell'ambiente. Ricerche compiute per interessamento del Gruppo archeologico monteclarense hanno portato alla scoperta di parecchie tombe nei pressi della Pieve, resti certo dell'antico cimitero e risalenti ad epoca tra l'inizio del sec. XII e la fine del sec. XIII. Vennero inoltre rintracciati camminamenti e sentieri antichissimi. Tre le porte laterali: una sul lato settentrionale, due su quello meridionale. Radi sui fianchi i motivi decorativi, mentre la ghiera della porta minore sul fianco meridionale ha un ricco motivo di animali e di foglie, che ricordano fregi decorativi di S. Zeno e di S. Giovanni in Valle a Verona. Evidenti all'esterno diversi tempi e tipi di intervento, dovuti a vari periodi di costruzione, aggiunte e rifacimenti. La zona absidale, gravemente manomessa agli inizi del '600 con l'aggiunta di due cappelle laterali e ripristinata nel 1985-1986 nella sua forma originaria, presenta un'abside centrale con al centro una monofora e divisa in undici scomparti, coronati ciascuno da due archetti, con capitelli ricchi di raffinate decorazioni, all'intreccio dei capitelli, di testine e rosette nei pieducci, e inoltre armoniosi archetti nella controfacciata che legano con i tre filetti in cotto alla base dell'abside e con i dentelli del cornicione. Gli aspetti architettonici ma senza ornamenti si ripetono nelle due piccole absidi laterali. Di grande severità, reso caldo dalla luce che si riflette sulla bella muratura è l'interno, a tre navate separate da due colonnati e dal ripetuto balzare degli archi a pieno centro, cui la ghiera lunettata conferisce maggiore energia. Il Panazza ha rilevato anche nella pianta e nell'alzato della chiesa una somiglianza con quelle veronesi di pieno periodo romanico come S. Maria Antica, S. Giovanni in Valle e specialmente con la Madonna di Stra di Belfiore, ma con caratteri di maggiore coerenza costruttiva tutta lombarda. Di diversa struttura, per successivi interventi, le colonne e i pilastri, con capitelli ispirati al corinzio classico, anche se sicuramente romanici, come dimostrano le raffigurazioni, oggi quasi illeggibili, inserite fra foglie di acanto. Sulla terza colonna di destra della navata centrale è visibile alla base un monumento funerario del I sec. d.C. recante il busto di due coniugi. Delle tre absidi che chiudevano le tre navate, a colonna emisferica è rimasta intregra solo la centrale che raccoglie il breve presbiterio con volta a botte, tipicamente lombardo. Nei secoli XIV-XV e XVI l'interno venne quasi totalmente ricoperto da affreschi di cui rimangono notevoli resti. Entrando, a destra sulla parete sud si incontra un riquadro frammentato nel quale è raffigurato S. Pancrazio con vessillo bianco crociato di rosso fatto fare da Antonio Picel nel 1543. Sempre nella seconda campata esisteva sopra la scala del sotterraneo un affresco raffigurante la Madonna col Bambino fra i S.S. Pancrazio, Rocco e Antonio abate (per alcuni S. Giuseppe) riportato poi su tela, restaurato nel 1959 ed oggi collocato sulla bussola maggiore del Duomo; attribuito dal Paglia al Romanino e da altri a Maestro bresciano, è ora ritenuto una delle belle opere di Callisto Piazza datata fra il 1525 ed il 1527 circa. Segue un affresco molto rovinato con i S.S. Pancrazio, Rocco, Cristoforo, Antonio abate e Sebastiano, dei primi decenni del '500, dal Panazza avvicinato ad opere di Zenon Veronese. Sulla ex porta meridionale spicca un ex voto dominato dalla figura di S. Pancrazio con vessillo e benedicente ad un uomo che, con un forcone spezzato, cerca di fermare buoi imbizzarriti e un'altra scena, ora indecifrabile, della fine del '400. Oltre la porta laterale della parete meridionale in due riquadri uniti, in uno, sono raffigurati S. Pancrazio, venerato da una donna inginocchiata, nell'altro S. Pancrazio a cavallo con vessillo spiegato. Al Panazza che li colloca nei primi decenni del sec. XV, ricordano il Ferramola. Più in alto sta una Madonna con Bambino fra S. Pancrazio e un altro indecifrabile. Raggiunto il presbiterio dopo un affresco indecifrato (con figura in preghiera davanti ad un feretro scoperto), si osserva il frammento di un grande riquadro di una Madonna con Bambino con alla destra S. Michele arcangelo che presenta un guerriero risalente probabilmente al '400, ma con chiari riflessi del '300. Segue un'altra Madonna in trono con il Figlio benedicente, di struttura trecentesca, che il Panazza indica come buon esempio del tardo sec. XIV di influenza veneta. In un grande riquadro successivo è stata raffigura una Crocifissione del 1387, eseguita come dice l'iscrizione, da Giovannino da Montichiari per ordine del padre Bartolomeo Clari de Monteclaro. Seguono immediatamente due pannelli rettangolari, un santo con pastorale (forse S. Tommaso) e un frate con la data 18 maggio 1387. Della stessa epoca deve essere il Santo vescovo che segue, nel quale il Panazza vede i modi del veronese Guariento, mentre quattrocentesca è la figura del santo guerriero che lo affianca. Altri frammenti con la figura di S. Pancrazio sono dal Panazza collocati addirittura agli inizi del sec. XIV. Poco rimane del riquadro che si può osservare scendendo dal presbiterio sul lato sinistro o settentrionale se non la figura di S. Pancrazio, mentre l'iscrizione, mutila, sembra indicare nel 1430 o 1440 la data di esecuzione. Quasi del tutto perduto è l'affresco sotto la finestra, mentre invece ancora viva è la figura della Madonna col Bambino, datato marzo 1388 avvicinato dal Panazza ad un affresco del Broletto, ma che il Rasmo avvicina a quello di un artista vagante negli stessi anni in Trentino e di cui non esclude origini lombarde. Segue un'altra figura della Madonna con Bambino fra S. Tommaso d'Aquino a destra e S. Pancrazio a sinistra e dietro a lui S. Tommaso apostolo, in cui il Panazza vede un influsso romaniniano, attribuibile a Paolo da Cailina il Giovane. Segue il monumento funebre all'ab. Francesco Fracassino, al quale si affianca la figura di S. Pancrazio di scuola romaniniana. Un altro S. Pancrazio con la data 2 giugno 1388 affianca la porta laterale. Sempre procedendo verso ovest un altro riquadro raffigura la Madonna col Bambino in trono con ai lati S. Caterina a sinistra e S. Nicola a destra, collocato dal Panazza nei primi decenni del sec. XIV e da lui avvicinato a quelli di S. Pietro di Mavinas di Sirmione (1321) o quello delle tre sante in S. Salvatore di Mantova (fine sec. XIII) o ai dipinti del veronese maestro Cicogna. Come rileva il Panazza i due santi ricorrono anche in un affresco del 1310 della chiesa di Nicola in Plorzano a Bergamo fatta erigere nel 1310 dal card. Guglielmo de Longis di Adraria, imparentato con i conti Longhi di Montichiari. In parte sovrapposto esiste un riquadro con la Vergine col Bambino che il Panazza data intorno alla metà del '400 e l'assegna all'ambito degli Zavattari. La parete sud termina con un Santo guerriero, secondo il Panazza del tardo '400 e ferramoliano. Sulla controfacciata nell'angolo verso nord un altro S. Pancrazio viene assegnato alla fine del sec. XV. Scomparso invece l'affresco con "li Dodici apostoli a mensa" che Pandolfo Nassino dice datati 2 giugno 1388. Affreschi sono anche sulle colonne: una Madonna col Bambino in trono del sec. XIV sulla base della prima colonna di destra; una Crocifissione ed una testa di santa di fine disegno del sec. XIV sul terzo pilastro di sinistra; un santo diacono martire sulla prima colonna a sinistra, commissionata da Giovanna moglie di Giovanni Bonera il 28 novembre 1493 e di intonazione ferramoliana, una santa martire col drago e i resti di un S. Pancrazio sulla prima colonna di destra, della stessa mano; frammenti di un S. Pancrazio e di un S. Antonio abate della fine del '400 nella seconda colonna di destra, un santo guerriero, un S. Pancrazio e una Madonna col Bambino sulla terza colonna di destra.


DUOMO. Lo sviluppo demografico e la crescente importanza assunti dalla borgata convinsero l'ab. Francesco Fracassino della necessità di costruire una nuova chiesa parrocchiale. L'idea incontrò dapprima forti contrasti che il ferreo abate affrontò con decisione. Ma alla sua morte, avvenuta il 24 marzo 1724, ogni opposizione era vinta per cui al suo successore mons. Galeazzo Foresti, toccò di affrontarne direttamente la realizzazione. Lo decise la Vicinia il 15 dicembre 1728 con 279 sì e 12 no. Perchè ogni cosa procedesse con ordine venne eletta una commissione di quattro membri, saliti cogli anni e coi bisogni a dodici, che furono chiamati "deputati alla Fabbrica" il cui ufficio era di sopraintendere ai lavori, e tenere la registrazione; tesoriere venne nominato lo stesso abate Foresti. L'appello fatto al paese non fu vano e le offerte raccolte copiosissime. Il Municipio si impegnò di erogare ogni anno 1400 lire e cedette il vistoso ricavato dei mulini. Dapprima i deputati affidarono l'incarico del progetto all'arch. Antonio Spazzi di Salò che, per il 20 febbraio 1729, presentò una pianta a tre navate con cinque altari, che venne presto abbandonata. In fatti già in aprile venivano versati all'arch. Paolo Soratini 10 zecchini per un nuovo progetto. Egli comprese subito l'importanza dell'opera, dato come egli annotò che si trattava della parrocchiale di una "terra ricca e molto popolata" e di una "grandissima Chiesa con ornatissime e grandiose Capelle ornate di Nobeli Altari di esquisiti Marmi. Fabrica di gran spesa e concorso di quel Publico, e Clero numeroso di ottanta Sacerdoti, tutta di nova pianta e suo dissegno e longa assistenza per Comissione del Sig. Cardinale Querini". Dopo il rilascio, il 14 luglio 1729, del benestare, della curia, si pose all'opera, perfezionando i progetti (preparando nel 1730 anche un modello in legno) e fornendo la propria assistenza alla loro realizzazione. Avviate le fondamenta con prestazioni gratuite della popolazione e posta, il 5 settembre, la prima pietra, la costruzione continuò, salvo intervalli sotto la sua assistenza fino al 15 aprile 1732, mantenendo poi ancora contatti per corrispondenza. A lui si deve, dell'attuale tempio il solo corpo della chiesa, cioè la navata con la sagrestia e il campanile realizzati in due tempi dal 1729 al 1742 e dal 1743 al 1754. Per la calce venne aperta una apposita calchera, mentre vennero impegnate le varie fornaci del territorio. Le pietre invece, soprattutto quelle ornamentali, vennero acquistate a Botticino, le altre a Virle e Rezzato. Quelle da ornamento furono lavorate in Montichiari, in caselli appositamente costruiti nella piazza, da vari tagliapietre, come gli Ogna, i Ventura, i Marchetti, i Cristini, i Palazzi. Mentre la fabbrica (esclusa la cupola) fu condotta dai capimastri Micheli succedutisi con quest'ordine Antonio, Carlo, Giovanni e Giacomo, nei lavori della cupola Giuseppe Bicelli. I muratori erano dai sei agli otto, con circa 25 uomini tra manovali ed altri inservienti. Finita nel 1742 la parte superiore cioè fino alla rotonda anche grazie alla collaborazione di G.A. Biasio che diede nel 1734 la sua opera alla costruzione del braccio ovest del transetto, sul finire del 1743 venne abbattuta la chiesa precedente che era rimasta in piedi all'interno delle fondamenta e che era sempre servita per le ufficiature, mentre, trasportato l'altare e la pala nella parte realizzata, venne benedetta il 30 novembre 1743 e vi si incominciò a celebrare. Tutta la struttura della chiesa nel 1755 venne ultimata. I lavori proseguirono nonostante l'incendio della notte dal 21 al 22 marzo 1750 tanto che nello stesso anno Alessandro Callegari e il figlio Pietro poterono lavorare intorno ai capitelli. Nel 1753 il capomastro Giacomo Micheli era già impegnato a costruire i pennacchi tra gli arconi della cupola e la base della stessa, mentre l'anno seguente (1754) approfittando della presenza dei ponti, il pittore Pietro Scalvini vi dipingeva i quattro medaglioni con le figure degli Evangelisti. La facciata venne iniziata nel 1745 insieme alla seconda sezione della chiesa e venne terminata nel 1765. Il primo ordine, ultimato nel 1765, venne costruito da Alessandro Callegari e da tre suoi lavoranti; il secondo ordine venne eseguito dal 1759 al 1764 da Pietro Callegari e Carlo Riva, mentre il frontespizio fu costruito tra il 1763 e il 1765. Ideatore fu, quasi con certezza, il Soratini con interventi probabilmente decisivi di Giorgio Massari che modificò e arricchì il progetto primitivo che venne poi "ridotto" a maggior sicurezza da G.B. Marchetti. Le sette statue della facciata (sul frontespizio l'Assunta sorretta da angeli con a destra S. Pancrazio e a sinistra S. Giorgio in abiti guerreschi, sulla facciata in alto: la Speranza e la Carità, e in basso la Fede e la Religione) furono scolpite da Stefano Salterio di Laglio sul Lago di Como che eseguì le prime due nel 1765, le restanti nel 1783-1784. Il Vezzoli le dice «corrette e di discreta fattura» e denotanti l'influsso callegaresco. Il maestoso portale in marmo, affiancato da due colonne a pieno tondo che sorreggono un timpano spezzato, venne affidato a Vincenzo Palazzi su disegno del Massari. La grande porta a due battenti (m 4 x 8) venne costruita all'incirca nel 1466 dal "marangone" Domenico Ceratelli di Castiglione delle Stiviere (nel 1966 l'abate Rossi la fece ricoprire di lastre di rame). Contemporaneamente si pensava alla cupola, mentre la rotonda era stata coperta con un tetto provvisorio, rinforzato, nel 1782, da dodici colossali antenne murate in terra. Accantonato il disegno certamente predisposto dal Soratini, vennero approntati altri tre progetti uno del capo mastro Carlo Micheli di Montichiari (1775); l'altro di Antonio Marchetti (1783); il terzo di Pier Antonio Cetti di Laglio, Como, (1784). Sottoposti i disegni medesimi nel marzo del 1784 al giudizio dell'Accademia clementina di Bologna, questa delegò tre membri per la valutazione, i quali scelsero il progetto del Cetti, come "migliore per venustà ed eleganza architettonica con alcune modificazioni...". Iniziata il 23 febbraio 1785 dopo una perizia del capomastro Giovanni Donegani, i lavori vennero seguiti dal Cetti. Dopo il consolidamento della base (1785-1786) negli anni 1787-1788 fu innalzato il tamburo, negli anni 1789-1790 formata la cornice, nel 1793-1794 innalzata la lanterna. Ai lavori continuò a dedicare le sue cure il Cetti, coadiuvato fra gli altri, dal capocazzola Giovanni Turoni. Ambedue nel 1792 lasciarono il posto a Giovanni Donegani. La cupola venne terminata nel 1794 e poi rivestita con lastre di rame dai fabbri monteclarensi Carlo Bettenzoli e Bortolo Alghisi, rivestitura che verrà poi rifatta come si è già notato agli inizi dell'800. Nel 1793 si provvide alla statua del Redentore della cupola (alta m 4,45) affidandone l'esecuzione a Stefano Salterio. La statua venne da lui realizzata in Montichiari, con l'aiuto dei marengoni Giovanni Tosi e Giovanni Floriani per una somma di 1000 lire pagate il 31 ottobre 1793. Ricoperta di lastre di rame modellate su di essa su intervento del prof. Domenico Mauri di Brescia ed eseguite dai fabbri monteclarensi Bettenzoli e Alghisi, indorata dall'orefice Pietro Castaldi di Brescia (1794) venne innalzata nel 1795. Nel 1825 venne eseguita da quattro pittori bresciani la decorazione interna della cupola prima affidata a Gaetano Baccinelli morto nel frattempo. Le quattro nicchie sotto la cupola ospitano dal 1884 le statue dei S.S. Pietro, Paolo, Giuseppe e Pancrazio scolpite nel veronese in pietra gallina da Romeo Cristiani di Verona. Le vicende politiche belliche della fine secolo e dei primi anni del secolo '800, e il venir meno degli aiuti dell'amministrazione civica rallentarono i lavori di rifinitura della grandiosa basilica che vennero ripresi nel 1813 e finiti a cento anni dagli inizi. Ne era risultato un tempio maestoso di 72 metri di lunghezza, 16,50 di larghezza, 33,50 alla crocera, 27 di altezza del volto, 17,50 del cornicione, 40 della facciata, 80 di altezza della cupola dal suolo con un diametro di 18 metri e il campanile alto 53 m. Dal 1729 al 1800 per la chiesa quasi ultimata erano state spese 700 mila lire del tempo. Restauri si apportarono nel 1889. Nel luglio 1962 veniva rifatta la copertura in rame della cupola, dopo che nel 1960 erano stati operati restauri del cupolino e di tutta la cupola stessa che presentavano alcuni difetti. Il Redentore venne dorato di nuovo dalla ditta Poisa di Brescia con notevolissima spesa. Con bolla di Paolo VI del 14 dicembre 1963 la chiesa parrocchiale veniva eretta a Basilica minore. Entrando, la chiesa si mostra nelle sue linee vaste e armoniose. La bussola è opera di Bernardino Carboni di Brescia (1778). Sopra la bussola sta un grande affresco di Callisto Piazza "strappato" da una parete di S. Pancrazio nel 1959 alla quale tornerà terminati i restauri della pieve. Ai lati della navata stanno due acquasantiere opera di Vincenzo Palazzi di Rezzato (1774). Altre, alle quattro porte, sono opera di Francesco Taddei di Rezzato. Inoltrandosi da destra si incontra l'altare di S. Antonio abate già beneficato nell'antica chiesa parrocchiale da Girolamo Tabarino che lasciava 17 piò di terra a Bredazzane per il mantenimento di un cappellano che celebrasse quotidianamente all'altare e cento ducati d'oro perchè sull'altare venisse collocata una statua del santo in legno dorato. L'altare venne nel 1626 rinnovato e collocato in altro luogo. Rimosso dalla vecchia chiesa nel 1742, l'altare fu rinnovato e ricollocato nel nuovo duomo nella cappella entrando a destra, costruita nel 1755. Nel 1764 i Palazzi di Rezzato realizzarono la mensa, nel 1794-1827 i Taliani eressero la soasa in marmo, arricchita poi da una tela di Gabriele Rottini (1797-1858). Segue l'altare delle Reliquie, solenne e ricco di marmi e pietre preziose, anch'esso proveniente dalla precedente parrocchiale. Si crede opera dei fratelli Carra ed è, come ha rilevato Angelo Chiarii: «Prezioso di marmi, quali gli orientali delle colonne, il diaspro siculo del fondo, il verde antico dell'altare, i lapislazzuli in un fregio del medesimo, l'agata delle due colonnette dell'urna, ecc. e ornato nel mezzo da una magnifica urna per le Reliquie con putti e statuette di santi. In essa si conservano molte insigni Reliquie, donate al medesimo altare in varie epoche, le quali vengono esposte nelle grandi occasioni e sono racchiuse in preziose custodie di cui, una, dell'epoca imperiale alta cm 80 circa, contenente cinque frammenti dello scheletro di S. Pancrazio, protettore della Parrocchia; un'altra a forma di croce in argento massiccio, ornata di 24 pietre preziose, tra le quali, topazi, rubini e turchesi, contenente la Reliquia del Legno della Santa Croce, ottenuta dalla Comunità nel 1716 per mezzo dei Capuccini, ecc. Nel 1740 pure la Comunità aveva dalle Monache di S. Zaccaria in Venezia, la concessione delle insigni Reliquie di S. Pancrazio che, il giorno 13 maggio 1741, venivano solennemente trasportate dalla chiesa dei Capuccini alla parrocchiale, nel nuovo magnifico reliquiario d'argento. L'altare delle S.S. Reliquie era di patronato del comune, eleggendone esso reggenti e cappellani ed amministrandone i beni fin dal 1649. Le Reliquie erano anticamente conservate in un repositorio nel coro di S. Maria Nova "in belli vasi di puro vetro riposte, estratte già dalle ruine della Chiesa di S. Thomaso, fra le quali si è della Spugna di N.S. della Purpurea di esso ecc. e di molti altri con iscrizioni si corrose et antiquate che legger non si posson" ed insieme la così detta "croce dei Fogliata" bizantina, in lamina d'argento, rinvenuta durante un lavoro d'aratura». Nel secolo XVII veniva decisa la costruzione di una nuova cappella: l'altare veniva commissionato a Gerolamo Penini e l'arca ai fratelli Giovanni e Carlo Carra. Finalmente il 13 maggio 1649 con solenne processione, le Reliquie vennero trasferite nella cappella e venne fatto voto di ripetere la processione il 13 maggio di ogni anno, giorno dichiarato festivo. Il 25 maggio 1661, grazie al celebre P. Marcantonio di Carpenedolo, si aggiunse a quelle già esistenti una reliquia di S. Pancrazio alla quale nel 1740 se ne aggiunse un'altra più insigne (un osso del braccio ed altre quattro più piccole). L'altare è affiancato dalle statue di S. Filippo Neri e S. Carlo Borromeo. Segue, sempre sul lato destro, l'altare particolarmente venerato della B.V. del Rosario costruito per decisione presa al 12 luglio 1739 e sotto la protezione dei conti Federico e Giovanni Maria Mazzuchelli, di Girolamo Ambrosi e fratelli; fu arricchito nel 1748 da statue (Angeli, l'Umiltà e la Carità) di Alessandro Callegari, giudicate non fra le migliori dello scultore. Secondo Giovanni Vezzoli come architettura l'altare richiama quello di S. Clemente: nella cimasa, trapezoidale, sì, ma più ampia, si apre nel mezzo una raggiera di bronzo su cui posa bianca la colomba; da dietro penetra la luce con effetto scenografico non nuovo. È ricco di marmi pregevoli, fra i quali il rosso di Francia. Il simulacro della B.V. del Rosario venne sostituito nel 1912 da una statua in gesso della Madonna di Lourdes e poi di recente con una bella statua in legno (da Ortisei) del Cuore Immacolato di Maria. L'altare è affiancato dalle statue di S. Teresa d'Avila e di S. Vincenzo de' Paoli. Nel vasto presbiterio dove era stato posto un altare in legno, che aveva sostituito quello del Corbarelli semidistrutto dall'incendio del 1750, domina ora quello grandioso e di stile neoclassico disegnato nel 1909 dall'arch. Antonio Tagliaferri e costruito con marmi bianchi e scuri di Mazzano e rosso broccato di Verona, di rosso svizzero porfido ecc. dalla ditta Massardi-Gaffuri di Rezzato. Inoltre venne arricchito da due statue raffiguranti la Fede e la Speranza, opera come i bronzi dell'altare dello scultore Domenico Ghidoni di Ospitaletto. L'altare, il cui costo fu calcolato di 35 mila lire, venne consacrato assieme alla chiesa dal vescovo Gaggia il 2 ottobre 1909. La soasa fu disegnata nel 1775 dal capomastro Carlo Micheli ed eseguita nel 1776 da Paolo e Giovanni Ogna di Rezzato in marmo giallo di Torri Veronese. I quattro angeli del timpano sono opera di Stefano Salterio. La pala raffigurante l'Assunzione è opera di Giuseppe Pirovano. Venne inaugurata nel 1778 e per l'occasione furono probabilmente donati dall'abate Agostino Foresti la croce (di 120 kg) e i sei candelabri di bronzo (ciascuno di un quintale) con effigi di S. Maria Assunta, S. Pancrazio e lo stemma dei Foresti fabbricato in Venezia che ancora adornano l'altare fortunosamente salvati durante la II guerra mondiale calandoli in un torrione sopra la porta laterale vicina all'altare del Crocifisso. Il pavimento del coro posto nel 1771 venne rifatto nel 1926 dalla ditta Vigilio Bertoli di Montichiari con marmette rosse di Verona S. Ambrogio e bianche di Botticino. I sedili in noce del coro sono opera (1781) di Bernardino Carboni di Brescia. Solenni ai lati del presbiterio le balconate per l'organo (1763) e per l'orchestra (1826). Gli otto confessionali pregevoli sono opera (1777-1778) di Francesco Zino di Brescia. L'organo costruito dalla ditta Bernasconi di Varese fu inaugurato il 18 luglio 1895. Venne restaurato nel 1986. Ha sostituito due altri organi: il primo attribuito agli Antegnati e costruito nel 1601. Distrutto dall'incendio della notte dal 21 al 22 marzo 1750 venne sostituito nel 1764 da un altro organo a 19 registri e a 1167 canne, costruito dal prete dalmata Pietro Nacchini, costato 1.700 ducati veneti. Un restauro conservativo fu operato nel 1831 da Tomaso Marchesini e dal figlio Francesco, mentre veniva declinata nel 1854 la proposta dei fratelli Serassi di Bergamo di costruire un nuovo organo. Un nuovo strumento venne costruito invece nel 1894 dalla ditta Cesare e Giovanni Bernasconi di Varese con due tastiere, 34 registri e 2297 canne per il costo di lire 13.800. Parte del vecchio organo veniva trasportato in S. Pancrazio dove rimase fino alla I guerra mondiale quando fu manomesso e praticamente distrutto da soldati ivi acquartierati. L'organo del duomo venne poi ripulito nel 1822 dalla ditta Bianchetti.


Scendendo dal lato sinistro si incontra l'altare del Crocifisso, costruito dal 1740 al 1744 circa per ospitare un veneratissimo Crocifisso, proveniente dalla vecchia parrocchiale e restaurato nel 1979; come altri altari sarebbe stato progettato dal Soratini stesso che attribuisce, sia pure dubitativamente, alla bottega dei Callegari la statua della Maddalena in marmo di Carrara collocata ai piedi del Crocefisso. Una gloria di angeli, recanti gli strumenti della Passione, corona l'altare ricco di marmi preziosi. Pure ricco di marmi, specie di verde antico e di Carrara è l'altare del S.S. Sacramento, realizzato nel 1751 su disegno di Antonio Marchetti (preferito ad altro di Giorgio Massari), dai tagliapietre Biasio e Palazzi di Rezzato. Il prezioso tabernacolo, in purissimo marmo bianco rivestito di lapislazzuli avuti dall'ortolano del monastero di S. Giulia e da lui trovati, fu disegnato da Bernardino Carboni nel 1766 ed eseguito da Angelo Orlandi di Brescia; la statuetta della Virtù da G.B. Carboni, fratello di Bernardino, i bronzi da Giov. Maria Crivelli. Venne inaugurato il 16 giugno 1788. Nel tabernacolo il Vezzoli ha rilevato: «l'abilità dell'architetto congiunta a quella dello scultore, per aver modellato il tabernacolo con la stessa fluidità e morbidezza di piani e di linee di uno scultore, per aver inserito sculture (quattro virtù e due angioletti) in modo vario e sapiente a un tempo, così da colmare i vuoti e integrare e continuare le linee strutturali». Impreziosisce l'altare la pala raffigurante la "Cena" di Gerolamo Romanino (tela ad olio m 3,25 x 1,95), già sull'altare del Preziosissimo sangue della precedente parrocchiale. Il Lechi e Panazza hanno notato in questa pala lo sforzo del pittore a togliersi dallo schema solito della tavola oblunga, quale Leonardo aveva immortalato, e a comporre gli apostoli, con arditi scorci, attorno alla tavola osservata dal lato corto. La tavola apparecchiata è un brano di pittura di un impressionismo stupefacente come quel breve tratto di cielo che si illumina oltre la finestrella. Nella sala ben decorata dal soffitto a cassettoni si spande una luce blanda, diffusa senza forti contrasti. Per opera di Romeo Cristiani di Verona, ai lati dell'altare vennero poste le statue dei S.S. Pietro e Paolo, ai lati di quello delle S.S. Reliquie le statue dei S.S. Giuseppe e Pancrazio. Altare di S. Giuseppe (III a sinistra). Per ospitare una pala fatta eseguire nel 1693 da diversi devoti di S. Giuseppe, nel 1695 venne eretta un'apposita cappella nel luogo dove esisteva un affresco della Madonna col Bambino che Angelo Chiarini opina sia oggi sulla casa Comini in via XXV Aprile. Arricchito di legati l'altare venne risistemato nel 1755 nel duomo nuovo da Paolo Bombastone mentre l'ancona fu disegnata solo nel 1842 da Rodolfo Vantini ed eseguita in marmo giallo di Torri di Verona, diaspro di Sicilia, di Carrara, rossiccio e verde di Varallo, costruito da Adamo Taliani di Rezzato. Eseguì la pala del Transito di S. Giuseppe il pittore Luigi Campini. Ai lati dell'altare sono le statue di S. Giulia e di S. Luigi Gonzaga, in memoria dei genitori del conte Treccani degli Alfieri. In fondo alla chiesa, sulla sinistra, prima dell'uscita, nel 1923 si ricavò la cappella della Deposizione nel Sepolcro con statue in plastica opera del Righetti e dedicata ai caduti della I grande guerra. Nel 1885 soprattutto grazie a una sottoscrizione di operai ed esercenti si posero le statue nelle nicchie ai quattro angoli della cupola rimaste vuote fin dalla costruzione. Il primitivo pavimento della navata, in terra cotta, fu sostituito nel 1889 da uno nuovo in marmo bianco di Carrara e in bardiglio di Serravezza. I quadri della Via Crucis vennero eseguiti da Giovanni Berneri nel 1786. Un pulpito, posto nell'agosto 1921, era stato voluto dall'abate Quaranta, e costruito dalla Bottega Zambetti e C. di Farfengo. La chiesa era ricca di cancelli e cancelletti in ferro battuto del '700 poi tolti. Le vetrate di sei finestre e due finestroni vennero costruite nel 1979 dalla ditta GIBO di Verona. La sagrestia ampia e funzionale venne costruita tra il 1729 e il 1733 sul lato sud della chiesa (m 12 di altezza, 16,5 x 10,5 di base), con grande bancone centrale e altri mobili (uno proveniente dalla chiesa dei cappuccini). Contiene paramenti e suppellettili di pregio. Su una parete è stata collocata la pala dell'altare maggiore di S. Pancrazio, rappresentante il Santo a cavallo, con ricca cornice, considerata opera pregevole del Seicento d'incerta attribuzione. Il campanile del duomo è stato disegnato dal Soratini, avviandone la costruzione nel 1729 senza poi terminarla. La costruzione di una nuova torre fu affidata a Rodolfo Vantini che dal 1837 approntò ben tre progetti che però non vennero realizzati. Venne invece affidato all'arch. Giovanni Tagliaferri il compimento del campanile della parrocchiale, il cui progetto fu eseguito dall'ing. monteclarense Antonio Boschetti e finito il 24 dicembre 1892. Delle otto campane tre provengono dalla torre della Rocca crollata nel 1836. Nel 1891 vennero trasportate sulla parrocchiale: la prima (quintali 23,09) era stata fusa a Parma nel 1711, la mezzana (quintali 13,69) era stata fusa a Milano nel 1750; la più piccola (quintali 6,09) era stata fusa nel 1835. Delle campane della vecchia chiesa tre vennero rifuse per rendere più omogeneo il concerto mentre una fu eliminata. Le cinque campane venivano benedette il 20 dicembre 1891. Per l'occasione venne anche installato dalla ditta Frassoni l'orologio pubblico. Nel 1902 vennero aggiunte altre tre campane fuori del concerto. Requisite per ragioni di guerra nel 1942, ma non fuse, trafugate da alcuni parrocchiani a Ghedi, trasportate su un carro tirato dai buoi e nascoste sotto strame di granoturco, prima che fossero spedite, nascoste in un fienile a Ro e tolte dopo la fine della guerra vennero riscattate e ricollocate sulla torre. Nel 1969 vennero munite di impianto elettrico. Di grande interesse la Croce del sec. XIV esposta nel 1904 in Duomo Vecchio a Brescia. Misura cm 52 x 69. La tradizione locale vuole, per qualcuno, che sia stata ritrovata durante l'aratura di un campo, per altri, per cause fortuite in S. Pancrazio nell'800, mentre è invece ricordata in un inventario del 1817. Sembra sia stata donata dalla famiglia Fogliata che si riservò il diritto di averla al seguito dei funerali dei suoi componenti. Nel 1924 l'ultimo discendente della famiglia Fogliata, spentosi a Leopoli, lasciò al Museo Cristiano di Brescia la croce, ma per l'opposizione dell'abate la donazione non potè aver luogo. Fu restaurata nel 1958 a spese del conte Giovanni Treccani a cura di A. Figini. La canonica che sorge accanto al Duomo più volte restaurata venne completamente ricostruita ed inaugurata nel novembre 1985.


LE CHIESE: DISCIPLINA. Legata intimamente alla vita religiosa e parrocchiale era la Disciplina che verso la fine del '400 fu adibita a sede e oratorio dei Disciplini, accanto alla chiesa di S. Pietro. Si trattava di un vasto locale con volto a stella nei cui comparti come nelle lunette delle pareti vennero dipinte sedici scene della Passione di Cristo, mentre al centro del soffitto venne raffigurato l'Eterno Padre. Gli affreschi sono attribuiti a Paolo da Cailina. In altre parti furono dipinti ex voto. Uno raffigurante S. Pancrazio porta la data 1512. I Disciplini tennero l'oratorio fino al 1580 quando S. Carlo destinò loro la chiesa vicina e l'ambiente venne adibito ai conviti comunitari dei disciplini. Indemaniato nel 1797 fu destinato ad usi diversi ed infine ad osteria chiamata "La Stella". Acquistato l'immobile dal dott. Minini nel 1987 fu restaurato.


CONVENTO DEI CAPPUCCINI E CHIESA DI S.CROCE. Posta la croce e la prima pietra il 22 giugno 1587 sulla rocca ormai abbandonata e diroccata, i cappuccini fecero ingresso nel convento e nella chiesa il 24 luglio 1589. Nel 1655 il convento venne ampliato con l'abbattimento di parte della Mirabella. Vi rimasero fino al 1798, ben inseriti nell'ambiente nonostante alcuni episodi contrastanti. Nella chiesa rettangolare (m 17,5 x 8,5) con volta a botte, con la navata movimentata da otto lesene abbinate, con raffigurati i santi dell'Ordine, esistevano tre altari. Nel 1653 il generale di armata Luigi Mazzuchelli vi fece erigere un altare in marmo di Pezzato dove si collocò un immagine veneratissima della Madonna di scuola bizantina (cm 85 x 53) e che forse per le fattezze oscure fu chiamata dal popolo "Madonna del Camino". Soppresso il monastero, il quadro contenuto in una grossa cornice rimase di proprietà del generale conte Luigi Mazzuchelli (Brescia 1776 Vienna 1868), che lo appese in capo al suo letto nella villa di Montichiari. Una notte attirato da un gran fracasso, mentre accorreva alla finestra per rendersi conto dell'accaduto, il quadro rovinò, lal tradizione vuole che il conte desse subito una borsa di scudi all'amministratore perché si celebrassero messe e venisse rifatta la cornice. Passato in proprietà del conte Bonoris e poi del nob. Ercole Soncini, il quadro fu trasferito a Brescia e posto in evidenza nel palazzo Soncini di via Soncin Rotto. Su un altro altare si collocò una pala di Sante Cattaneo raffigurante la S. Famiglia e i santi cappuccini Giuseppe da Leonessa e Fedele da Signaringa ora nella chiesa parrocchiale di Prevalle. Cacciati nel 1798 dal governo giacobino i cappuccini vennero richiamati dalla Comunità monteclarense dopo undici mesi nel 1799 al sopravvento degli austro-russi e allontanati definitivamente dal decreto del 10 maggio 1810. La chiesa continuò ad essere officiata fino a quando nel 1894 venne venduta dalla fabbriceria di Montichiari al conte Bonoris con l'obbligo di restituirla al culto. Il conte voltò addirittura la chiesa così che la facciata si prospettasse nello spazio che serviva di accesso al castello, mentre la nuova abside rimase rivolta sull'antico sagrato folto di ippocastani, al quale si accedeva dalla salita dei cappuccini un tempo denominata "strada del monte". Il Bonoris ne riattò il tetto, ricostruì il campaniletto in tardo romanico rimettendovi le campane del vecchio convento. Sulla facciata fece affrescare una fascia raffigurante i sette vizi capitali, due grandi figure di S. Cristoforo e S. Sebastiano e sul portale un'Annunciazione; affreschi poi rovinati dal tempo e dai soldati che durante la I guerra mondiale si divertivano a sparare a S. Sebastiano. Le vicissitudini della guerra e un fulmine che abbattè il campaniletto convinsero il conte a sospendere i lavori di riattamento. Passato il castello in proprietà del nob. Ercole Soncini, pur avendo questi ottenuto (nel 1927) di essere esentato dall'obbligo come erede di riattare la chiesa, vennero proseguiti i lavori di ripristino. Si misero in opera il rosone, le porte, il pavimento, rifatto il campaniletto prendendo a modello quello della chiesetta di S. Marco a Brescia. Interrotti di nuovo i lavori, distrutto poi da un fulmine per la terza volta il campanile e distrutte suppellettili dallo stesso e rovinata la pala della Deposizione, il nob. Soncini abbandonò l'impresa. La chiesa passò poi nel 1965 con il castello all'Associazione Silenziosi Operai della Croce che la trasformarono completamente dedicandola a Maria Madre della Chiesa.


S. ANTONIO IN CASUCCIO (dei Casöss). Una cappella esisteva da secoli ed era ancora officiata verso la metà del sec. XIX. Scomparsa venne riedificata di recente e nel 1981 arricchita di una statua della Madonna ed in seguito delle Stazioni della Via Crucis scolpite da p. Nazareno Panzeri.


S. ANTONIO AL DUGALI. Sull'esempio delle famiglie Breda e Zamboni, un'altra famiglia benestante, i Bertoli, eresse nel rustico a sud della cascina (ora proprietà Novello) un oratorio dedicato a S. Antonio di Padova. Non ebbe mai rendite proprie né un cappellano fisso: vi si celebrava tuttavia nei giorni festivi per comodo della famiglia e degli abitanti dei cascinali limitrofi. Nel 1836 i possidenti e gli abitanti dei Dugali, desolati dal colera, fecero voto di erigere a S. Antonio una chiesa propria, alla cui esecuzione contribuì con consiglio e denaro il sacerdote Antonio Arrighetti, rettore dell'altare di S. Antonio nella parrocchiale. La più bella chiesetta tra le tante sparse nel contado di Montichiari. Non se ne conosce l'architetto. La pala è di un modesto pittore monteclarense, che ci ha lasciato anche altre opere sue: Pancrazio Pasotti. La chiesa venne inaugurata il 14 novembre 1840 con la benedizione impartita dall'abate Pietro Zocchi Alberti a nome del Vescovo.


B.V. DEL SUFFRAGIO. Caldeggiata da un predicatore cappuccino, nasceva nel 1659 la Confraternita del suffragio per le povere anime del Purgatorio, che domandò presto di poter avere una propria chiesa, un proprio altare, di cui don Giovanni Bandiani prometteva la dote necessaria per una messa quotidiana. Dopo aver individuato un terreno accanto alla parrocchiale ne venne invece scelto un altro in Castello, sul quale il 4 maggio 1659 venne posta la prima pietra, mentre il 4 settembre la Confraternita otteneva il 7 settembre 1659 l'aggregazione all'Arciconfraternita eretta nella chiesa di S. Biagio a Roma. La chiesa venne costruita dal 1661 al 1670, con oratorio accanto. Per la sua costruzione furono impiegate, in prevalenza, le pietre tonde di fiume, in parte ricavate dalla demolizione delle antiche mura del borgo medioevale. L'edificio, severo e imponente, è costituito da due corpi principali: la navata e il coro, collegati tra loro dal presbitero, sul quale venne edificato più tardi il campanile. All'altare maggiore nel 1760 si aggiunse quello dedicato alla Madonna di Caravaggio con una statua inserita in una soasa dipinta a fresco da Pietro Scalvini, con le SS. Lucia e Apollonia. Non molto più tardi fu eretto, di fronte, un altare in marmo con quattro colonne pieno tondo e dedicato a S. Giovanni Nepomuceno raffigurato in una grande pala (m 1,75 x 2,85) poi dispersa, mentre i marmi passarono nel 1930 a Sedena di Lonato per la nuova chiesa. Vi celebrarono fino a sei capellani il giorno, per 2000 messe l'anno. Soppressa nel 1797 la Confraternita ed incamerati i beni nel 1870, la chiesa fu considerata sussidiaria. Ospitò poi la Dottrina Cristiana e la Confraternita del SS. Sacramento. Durante la I guerra mondiale venne rivendicata dal demanio e adibita a magazzino militare. Finita la guerra il coro fu adattato a palestra e la chiesa ad ammasso del grano. Nel 1941 per interessamento dell'abate Quaranta la chiesa venne richiesta dal comune che nel 1942 la donò alla parrocchia per la memoria dei caduti in guerra trattenendosi il coro che venne poi trasformato in Museo del Risorgimento e della guerra. Ribenedetta il 4 giugno 1944, conserva solo la mensa e la soasa dello Scalvini, mentre in luogo dell'altare di S. Giovanni Nepomuceno Vittorio Trainini ha svolto il tema della giustizia e della pace. Lo stesso poi, nel 1943, nel breve spazio di una settimana, in luogo della pala dell'altare maggiore, dipinse il Calvario e l'atto in cui Gesù Crocifisso affida a Giovanni la Madre e l'umanità.


S. BERNARDINO. Se ne ha la prima notizia nel 1634. Situata presso le abitazioni di Pietro Franchini e Camillo Zamboni, è stata eretta sulla proprietà di quest'ultimo a ridosso della sua cascina: ne fu perciò patrona la famiglia Zamboni e dal 1914 i Vaschini. Si celebrò in essa la Messa festiva con le elemosine dei fedeli fino ai lasciti di Doralice Baratti (1683), Giov. Beriola (1735), ecc. Il bel quadro che ornava l'altare risale alla fine del 1500, inizio del 1600 ed è attribuito a Giov. Batt. Galeazzi, della scuola morettiana. Raffigura la Vergine in gloria con il Bambino, venerati dai Santi Pancrazio, Giov. Battista, Francesco e Bernardino. È ora prezioso ornamento della nuova chiesa in onore del Santo. Eretta nel 1964 dalla popolazione sul terreno donato dalla signora Ferettini-Savio, a cui si deve anche l'altare marmoreo. Le decorazioni della navata sono del sacerdote pittore Luigi Salvetti che ha voluto interpretare le beatitudini evangeliche in chiave moderna.


S. CRISTINA. Un'antica chiesetta di S. Cristina, ma isolata dalle nuove abitazioni, che preferivano allinearsi sulla strada gavardina esisteva già nel 1185. Nel 1566 il vescovo Bollani ordinò di farle il pavimento, di rifare il tetto e di imbiancarla. 14 anni dopo il delegato di S. Carlo in visita, viste le sue condizioni, prescrisse di chiuderla. Si deve ai nobili Bornati e ai "vicini" se nel 1597 se ne iniziò la riparazione e il vescovo Marin Giorgi promise che una volta ultimata si sarebbe concessa la facoltà di celebrare: consigliò però che si aprisse un occhio in facciata e delle finestre a lato, da proteggere con tele dall'ingresso degli uccelli. Nel 1658 faceva parte della prebenda parrocchiale. I successori trovarono che la raccomandazione non era stata rispettata, ma che tuttavia esisteva la suppellettile necessaria per la celebrazione. A questa provvide saltuariamente la pietà dei fedeli, non essendovi lasciti che assicurassero una stabile presenza del sacerdote. Ancor oggi è una chiesetta isolata, scomoda e povera, non è in grado di assolvere un compito di supplenza per i bisogni religiosi degli abitanti che vanno popolando la vasta campagna retrostante.


S.S. EUROSIA E SCOLASTICA O S.S. TRINITÀ in frazione Chiarini. Costruita nel 1730 è stata ampliata ed abbellita nel 1975. Nel giugno 1976 crollò il campanile presto ricostruito. La chiesa è stata restaurata e i suoi altari sono arricchiti da una tela del Testoni di Pozzolengo e una di Francesco Pezzaioli. S. Giorgio, sul colle omonimo. È ritenuta coeva alla Pieve di S. Pancrazio e forse promossa dai Canonici regolari che costruirono un loro monastero ai piedi della collina. È citata nella Bolla di Papa Celestino III del 1194. Era orientata, come tutte le chiese del tempo, da sera verso mattina: misurava 12 metri in larghezza e 14 in lunghezza, di cui 8 per la platea e 4 per il presbiterio ch'era sopraelevato di oltre 2 metri, poichè sotto di esso stava una cripta parzialmente interrata con tre absidi, ancora esistenti (serve oggi da cantina). Probabilmente, come ha rilevato Angelo Chiarini, le tre tozze absidi della cripta facevano da fondamento a quelle superiori che concludevano la chiesa verso mattina, poi crollate, e di cui anni addietro si potevano vedere ancora le morsature nella parete. L'interno della chiesa era attraversato dal muro di sostegno del presbiterio, che San Carlo (1580) aveva ordinato di togliere per abbassare l'altare e renderlo visibile ai fedeli, ma che non fu mai tolto, anzi su di esso ad ornamento vennero costruiti tre archi, ora accecati per ricavare sul presbiterio stanze di abitazione. Nel secolo scorso la chiesa fu avocata dal Demanio e fu venduta come cascina e tramezzata: si ricavarono stanze (2 + 2) sotto e sopra il presbiterio e nell'aula la stalla, il fienile e il magazzino, mentre sovrastrutture vennero edificate nel 1950 e nel 1970 così da essere incorporata nella cascina Varoli. Unico affresco rimasto e per di più mutilo è un S. Giorgio a cavallo con il drago del sec. XIV.


S. GIORGIO nella frazione omonima, in Borgosotto. Nel 1914 era proprietà Cortesi, nel 1955 Bersellini.


LA CHIESA DI S.GIOVANNI venne abbandonata dopo la costruzione dell'attuale chiesa di Vighizzolo, andò perciò gradualmente in rovina, fino a ridursi a un cumulo di macerie. Ne fu identificato il luogo due anni fa sulla proprietà Pastelli.


S. GIUSTINA a Ro di Sotto. Eretta nel 1634, come dice una lapide ai piedi della pala dell'altare, in segno di pietà e di riconoscenza, da Tommaso Breda di Fortunato nel 1630 circa. Il Breda vi seppellì poi anche la madre. I suoi discendenti la ingrandirono e la ornarono. L'altare secentesco è adorno di bellissime colonnine e di due statuette raffiguranti probabilmente i S.S. Giustina e Bernardino. La chiesa era prima dedicata al Corpo di Cristo. Infatti la pala raffigura la Deposizione con i S.S. Maria Maddalena, S. Francesco d'Assisi, gli apostoli Giovanni e Tommaso. In un angolo occhieggia il fondatore Tommaso Breda, che istituiva una cappellania, mentre la chiesetta veniva benedetta dietro licenza vescovile del 9 settembre 1636. Venne ampliata nel 1750. In seguito si aggiunsero altri legati e lasciti esigendo la celebrazione quotidiana di tre sacerdoti. I capitali relativi vennero poi incamerati nel 1797. La chiesa fu arricchita anche di reliquie. Fin dalla metà del '700 numerose offerte e lasciti vennero indirizzati alla costruzione di una nuova chiesa.


S. MARGHERITA IN COLLE. Sul colle omonimo. È già ricordata in documenti a partire dal 1167 ed era di patronato comunale, perché costruita su terreno del Comune. L'esistenza a Brescia nell'area immediatamente a nord del Teatro Grande di una chiesetta dedicata a S. Margherita di Pisidia, e di proprietà degli Ugoni, potrebbe far pensare all'influenza degli stessi nell'edificazione di questa chiesa. In condizioni deplorevoli, nel 1565 venne ricostruita dalla pietà dei fedeli della quadra anche se di proprietà De Giacomi, costruendovi accanto nel 1644 un romitorio per il custode o eremita; del 1684 la sagrestia, del 1697 il campanile. Nel 1711 si collocò una nuova immagine della Santa in una soasa di stucco e nel 1720 l'altare in muratura fu sostituito con uno di festa della santa fu sempre solenne con partecipazione di sacerdoti (fino a venti) e di popolo, luminarie e mortaretti. Andarono anche aumentando elemosine e legati, per cui nel 1670 vi celebravano ogni giorno due sacerdoti. Nel 1794 il comune, pur vendendo il colle, salvò la chiesa, che il 28 dicembre assegnò all'Orfanotrofio femminile appena fondato. Il 30 luglio 1806 veniva incorporata dal demanio napoleonico, ma con decreto 8 giugno 1810 venne di nuovo riconosciuta di proprietà dell'Orfanotrofio pur senza la restituzione dei capitali annessi. Conservata al culto anche dopo la vendita dei beni dell'Orfanotrofio con le nuove leggi laicizzatrici del 1866 fu acquistata pro forma dalla Congregazione di Carità nel 1872 da Bortolo Chiarini e poi dal 16 gennaio 1877 gestita da una società di abitanti della zona preoccupati di tenere aperta al pubblico la chiesa. Per volontà della popolazione venne restaurata negli anni 1987-1988. La festa di S. Margherita, con luminarie che partivano dalle "Casette" e che continuavano per tutta la via per Calcinato fino al santuarietto, era tra le più popolari di Montichiari.


LA MADONNINA DELLA BERGOMA. Sorta in località Bergoma, a metà strada fra Montichiari e Carpenedolo, ha sostituito una santella dedicata alla "Madonna di mezza via" molto venerata, per voto fatto dai superstiti della peste del 1630 e per i miracoli attribuiti alla immagine raffigurante la Madonna col Bambino che le consegna una corona del Rosario affiancati da S. Pancrazio e S. Rocco. Posta la prima pietra il 5 maggio 1631, la chiesetta era da poco ultimata nel giugno 1634. A capanna con il soffitto a tavelloni, divisa in due brevi campate da un arco, raccolse l'immagine ritagliata dalla precedente santella. Affidata a Pietro Baratto e poi ad un eremita, con casa e orto appositamente costruiti, la chiesetta fu oggetto di particolare devozione e non mancò di suscitare contrasti tra i proprietari del terreno sul quale era stata costruita e il comune. Con testamento del 4 marzo 1638 don Girolamo Bertoli disponeva la celebrazione di una messa festiva. Più tardi verso la fine del '600 venne abbellita di affreschi raffiguranti sopra l'altare la Natività della B. V. alla quale appare dedicata nel 1693; ai lati dello stesso vi sono i S.S. Pancrazio e Giorgio. Nel 1745 vi fu trasferita dalla vecchia parrocchiale in demolizione la bella mensa di marmi intarsiati e con belle statuette della Madonna e dei S.S. Domenico e Caterina da Siena dell'altare della Madonna del Rosario. Chiusa e spogliata di tutti i lasciti e legati nel 1797, venne più tardi riaperta al culto, mentre grande solennità ebbe sempre la festa della Natività della B.V. celebrata la domenica seguente soggiunta poi dalla festa di S. Anna (26 luglio).


S. MARIA ADDOLORATA alla Fascia d'oro. Sorta negli ultimi decenni nella brughiera nei pressi della Fascia d'oro, ai confini di Castenedolo per il servizio religioso delle nuove cascine. Ricavata dall'edificio scolastico acquistato nel 1973 grazie al lascito di Bortolo Gatta (8 milioni) e adattata grazie alle offerte della popolazione, nel settembre 1978 venne ristrutturata e benedetta dall'abate Mario Olmi nell'ottobre 1979.


S. MARIA ANTIQUA. Già nota dalla bolla di papa Lucio III del 1185 ed ivi elencata fra i beni della Pieve di S. Pancrazio è stata recentemente localizzata da Angelo Chiarini a mezza strada tra il borgo murato (il «castello») e il Borgo di sotto, al n. 108 di via XXV Aprile, ai piedi della salita dei Cappuccini, antica via che conduceva al colle. Il Chiarini aggiunge che non è azzardato ritenere che un terzo di casa Lamperti, in via XXV Aprile, sia sorta sui fondamenti dell'antica chiesa. La chiesa era già in rovina intorno al 1500, come testimoniò il cronista Nassino che accennava anche all'esistenza di sepolture. Nel 1566 si ordinava che fosse distrutta e vi fosse eretto in suo luogo un capitello. Alla chiesa era annesso l'Hospitale per i poveri e i viandanti, di cui ancora nel 1461 il vescovo rivendicava il diritto di investitura.


S. MARIA AUSILIATRICE. Sorta per il servizio religioso delle nuove cascine nate nella brughiera ai confini con Ghedi, a 8 km dal centro, per interessamento della Società Immobiliare Rustici e Urbani di Brescia su progetto di Aldo Maratta, di proprietà dei fratelli Mazzotti e poi Rovetta. Fu benedetta dal vescovo mons. Tredici il 24 maggio 1952. Trovandosi nei pressi del campo di aviazione, nel 1964 il cap. Missor donò alla chiesetta una statua della Madonna di Loreto.


MARIA MADRE DELLA CHIESA. Titolo dato alla chiesetta della rocca Bonoris, passata in proprietà ai Silenziosi operai della Croce e al Centro Volontari della Sofferenza, ed inaugurata il 13 novembre 1965. Venne affrescata nuovamente da un artista francese: sull'altare l'immagine della Madonna che tiene sulle ginocchia il Bambino e in una mano un fiore bianco. Lungo le pareti sono state affrescate immagini dei S.S. Pietro e Paolo, Lucia, Michele arc., Pancrazio, Luigi di Francia, Margherita, scene della Passione. La sua nascita è indicata in un manoscritto attribuito ad un cappuccino, nel quale si legge: «Nel 1418 Martino V Sommo Pontefice nel venire da Brescia si ferma a Montichiari e concede l'indulgenza in S. Pancrazio ed in Santa Maria Nova, che si fabbricava a monte e mezzodì della piazza con l'intenzione di farla Parrocchia ogni venerdì». La chiesa venne costruita a nord della piazza principale, per venire incontro alle esigenze pastorali di una popolazione che si era andata sviluppando a nord del Castello. Nel 1420 Filippo Maria Visconti concedeva al comune di impiegare l'entrata del "pontatico" per finire la Chiesa. Come ha scritto Angelo Chiarini, la nuova chiesa fu dedicata ad onorare il mistero dell'Assunzione della B.V. al Cielo, ma prese nome di Santa Maria e per distinguerla da quella antica, più piccola, nei documenti si usarono gli aggettivi: "nova" e "maggiore". Occupava esattamente la metà anteriore dell'attuale Basilica: era ad una sola navata, lunga circa 30 metri, più un modesto coro, fiancheggiato a sud dalla sacrestia e a nord dal campanile. Davanti alla facciata stava il sagrato (cimitero), che occupava la parte superiore dell'attuale piazza; si scendeva in chiesa per un gradino. Il presbiterio era ornato con la pala dell'Assunzione ed era stato tutto affrescato da Girolamo Romanino, che aveva usato a modello per le figure persone del paese. All'ingresso del presbiterio una trave sorreggeva un grande Crocefisso ritenuto miracoloso, mentre addossati ai due muri laterali dell'arco stavano due altari: quello del SS. Sacramento, avente come pala la Cena dipinta dal Romanino, e quello della Madonna del Consorzio. Verso la fine del sec. XVI per accogliere gli altari venero aperte nelle pareti laterali due cappelle abbastanza profonde da dare l'impressione che la chiesa avesse assunto la forma di croce. Le due cappelle furono dotate di due splendidi altari in marmo. Lungo le pareti laterali della chiesa esistevano altri altari, dedicati a S. Faustino, S. Caterina, S. Andrea, S. Antonio, formati da mense in mattoni che venivano ornate anteriormente con paliotti in legno, o cuoio, o damasco. Nel 1634 la Comunità desiderosa di onorare le Reliquie dei Santi che erano raccolte in una nicchia laterale al presbiterio, si accordò con la famiglia Tabarini patrona dell'altare di S. Antonio abate e vennero costruite le due cappelle successive a metà chiesa. In proprio la Comunità commissionò ai fratelli Carra di Rezzato un artistico altare sovrastato da un'arca con numerose statuette per custodirvi le reliquie. Nel 1695 un gruppo di devoti di S. Giuseppe ottene di costruire sul lato sud, dirimpetto al Battistero, la cappella per il proprio patrono con relativo altare e pala. Come si può notare durante il 1600 la chiesa con le cappelle ha guadagnato in ordine e spazio e si è arricchita di preziosi altari, tra i quali spiccava l'altare maggiore a intarsi dovuto ai Corbarelli di Rezzato e pagato nel 1699 per metà dall'abate che ne era patrono e per metà dalla Scuola del SS. Sacramento. Tra i preziosi di questa chiesa va ricordata la massiccia porta centrale con ricchissimi intagli racchiusa in un portale di marmo di Botticino; il banco in noce della sacrestia in quattro comparti con i preziosi e numerosi arredi contenuti. Di grande considerazione era l'organo considerato il primo costruito dagli Antegnati, paragonato a quello celebre della cattedrale di Trento. Don Bortolo Bicelli scriveva che «quasi mai o ben rare volte si suonavano i ripieni, poichè portavano sconcerti alle donne incinte ed il suono di detto organo udivasi perfino sul monte di S. Pancrazio e in Bredazzane».


S. PIETRO. Viene citata in un documento del 1541. Ebbe notevole rilievo del XIII al XV sec. Con la costruzione nel 1419 nelle vicinanze della chiesa di S. Maria, cadde in abbandono. Nel 1565 il vescovo Bollani prescriveva che venisse restaurata o distrutta. Nel 1580 S. Carlo la affidava ad una Confraternita di Disciplini che si affrettarono a ricostruirla entro il 1597 cambiandone l'orientamento da est a ovest. Abbellimenti furono operati nei primi decenni del '700, mentre nel 1740 venne eretto il campanile con una campana fusa da G. B. Filiberti di Brescia. Nel 1750-1751 si restaurò la facciata arricchita di cornici, pinnacoli, nicchie. Successivamente veniva allargata la navata. Su un altare fu posta l'immagine della Madonna della Neve datata al 1580 e qui trasportata con solenne processione del 5 agosto 1765, su un altro si pose una delle prime effigi di S. Luigi Gonzaga davanti alla quale è raffigurata la Madre del beato. Soppressa nel 1797 la Disciplina, la chiesa venne nel 1806 attribuita all'Oratorio femminile. Dopo un periodo di decadenza, fu restaurata nel 1890 a spese della Confraternita del S.S. Sacramento. Successivamente fu adibita al catechismo dei fanciulli e sede di congregazioni religiose. Radicali restauri vennero apportati dal novembre 1980 al novembre 1981 e anche in seguito. Giovanni Cappelletto vede nella architettura la mano di G. B. Marchetti. La copertura della chiesa ad ampia vela rettangolare poggia su sedici colonne a cui fanno da contrafforte le pareti binate in stucco che, oltre a sostenere la volta affrescata da Pietro Scalvini, creano effetti suggestivi di luci e di ombre. La facciata è considerata un gioiello del '700.


S. ROCCO. Costruita per voto del Comune durante le feste del 1511. La prima pietra fu posta il 12 maggio 1512. Era ad un'unica navata (23 x 11,40) suddivisa in quattro campate con due logge. Finita in pochi anni nel 1524 veniva richiesta dalla Scuola del Corpo di Cristo come sua sede. In seguito al diniego frapposto si officiò solo qualche volta l'anno. Un risveglio di devozione si ebbe con la peste del 1576 che richiamò legati ed elemosine, i quali permisero nel 1584 l'incarico a Orazio Lamberti di dipingere una nuova pala nella quale vennero raffigurati la Madonna col Bambino in un nimbo di angeli e ai piedi i SS. Rocco, Sebastiano e Cristoforo. La pala è stata restaurata nel 1976 e posta nell'Ospedale nuovo. Rimasta in sostanza povera e disadorna e fatta segno di ripetuti provvedimenti vescovili, la chiesa divenne agli inizi del '600 sede di una Confraternita di S. Rocco aggregata all'Arciconfraternita di Roma il 3 novembre 1605, i cui confratelli indossavano una tunica di color verde con l'immagine di S. Rocco sul petto a destra. Nuova devozione risvegliava la peste del 1630 tanto che la chiesa, rovinata nel 1643 dal crollo del campanile, venne immediatamente riedificata; mentre crescevano i confratelli aumentarono le messe. Nel 1670 vi veniva introdotta la pratica delle Quarantore. La soppressione della Confraternita nel 1797, portò anche al declino della chiesa; fu occupata da militari che vi costruirono sei forni e la trasformarono poi in deposito di fieno e frumento. Nel 1821 su disegno del monteclarense Francesco Bicelli, veniva trasformata in Ospedale inaugurato il 25 giugno 1833.


S. ROCCO A BREDAZZANE. Poco lontano dalla località è sorta all'inizio del 1500, quando cominciò a diffondersi il culto di S. Rocco, una piccola chiesetta in suo onore. Pare che sia avvenuto per voto di privati, se pensiamo che nel 1600 ne rivendica il patronato la famiglia Cazzamali e, dopo di essa, la famiglia Ferrari di Castiglione. Vincenzo Pilati, che la visitò nel 1570 a nome del Vescovo Bollani, trovò che era fornita del necessario per la celebrazione e che questa avveniva qualche volta per iniziativa dei "vicini" perchè non vi erano lasciti per il mantenimento regolare di un sacerdote. La chiesa era molto piccola (un terzo dell'attuale) e a ridosso della medesima si trovava una piccola abitazione per l'eremita giudicata indecente. Nel 1634 al tempo della visita del vescovo Giustiniani, si stava riparando poichè minacciava rovina. Nel 1684 il vescovo non potè visitarla perchè la trovò chiusa e ne interdisse l'uso. Sarà il parroco ad assicurare il vescovo che le cose prescritte sono state eseguite e a pregarlo di toglier l'interdetto.


La chiesa di S. TOMASO "in castro" era incorporata nella rocca e fu demolita nel 1890 dal Bonoris. Di essa rimane una caratteristica pietra della facciata, e due belle foto scattate in quell'anno.


S. ZENO IN CASTRO. Già esistente sul colle omonimo nel sec. XII. Fu spesso in condizioni disastrose per l'abbandono e soprattutto per le guerre. Più volte restaurata, lo fu in forma più vistosa, tanto da essere trasformata, all'inizio del sec. XVII, quando fu coperta da una volta a vela di graticci e dotata di una pala. Al principio del sec. XIX, al tempo delle soppressioni, venne requisita dal demanio, ma era ormai di nuovo in rovina: il tetto era caduto e il campaniletto infranto. Fu pertanto venduta nel 1830 a privati che con l'aggiunta di portici la trasformarono in cascina (ora Rocco), dove Angelo Chiarini ha riconosciuto l'antica aula (m. 8x5) che costituisce ora il cuore della cascina stessa.


SANTELLA a Casuccio. Promossa da Gian Maria Desenzani, commosso dal ritrovamento nell'aprile 1958 di un palloncino con l'immagine della Medaglia Miracolosa della Madonna, lanciato con trecento altri da un Gruppo di universitari piacentini, venne benedetta il 25 aprile 1959.


ROSA MISTICA alle Fontanelle. Non approvata dalla aut. ecclesiastica è la cappella sorta alle fontanelle per ricordare le "presunte" apparizioni alle quali si è già accennato. Sul piazzale c'è un grande Crocifisso.


I MORTI DELLA MACINA. La cappella dei Morti della Macina è così chiamata dalla presenza di una macina dell'olio nella zona. Sorta a ricordo dei morti della peste del 1630, conserva al suo interno una pala d'altare firmata, nel 1869, del monteclarense Francesco Pezzaioli. Ogni cinque anni venivano celebrate grandi solennità con luminarie ed una grande processione che percorreva via Guerzoni fino alla chiesetta. Venne restaurata per iniziativa di Virgilio Tisi ed Ettore Bellagamba nel 1971.


PALAZZI E MONUMENTI. In corso Martiri della Libertà, Fausto Lechi segnala la bella casa PREDAROLI come un piccolo gioiello quattrocentesco, dallo schema compatto e ben delineato con portico a tre campate e archi a tutto sesto sostenuti da colonna di pietra a capitelli tagliati, che si ripetono più semplicemente al piano superiore. Quasi nulla rimane invece, ormai, dello splendido palazzo dei Secco d'Aragona costruito verso la fine del '400 dal giureconsulto Barnaba dell'antica famiglia di condottieri e consiglieri degli Sforza e terminato dal figlio Nicolò giureconsulto, letterato, architetto, con grande perizia che lo rese esempio di squisito manierismo cinquecentesco. Il palazzo aveva un vasto giardino e bosco fino al greto del fiume Chiese. Era munito di geniali apparecchi di ventilazione azionati da ruota ad acqua. Il nobile Nicolò Secco con testamento del 2 gennaio 1557 lo lasciò in eredità al nipote Aloisio Secco, il quale a sua volta lo vendette nel 1580 al veneziano Bertoldo Porzio. Di mano in mano pervenne alla contessa Taddea Martinengo che, a sua volta, il 13 ottobre 1637 lo lasciava al conte Cesare Martinengo Cesaresco dal quale il 2 maggio 1661 veniva venduto al comune di Montichiari. Il 22 agosto 1751 la Vicinia decideva di aprirvi un "filatoglio da seta" e, caduto tale progetto, di "fabricarvi il Seminario". Nel 1773 venne avanzata la proposta anch' essa subito caduta di aprirvi un Teatro. Venne invece nel 1881 trasformato nella sua parte centrale in filanda e poi nel 1920 nella fabbrica di giocattoli "Poli". Nel febbraio 1929, ormai irriconoscibile, subiva un grave incendio. Intatta o quasi rimasta, invece, la cinquecentesca casa FORESTI ora Montanari che il Lechi dice "bellissima nella sua linea armonica" originale. Presenta un portico di quattro arcate con colonne snelle dai capitelli jonici; sopra di esso una larga fascia marcapiano a losanghe in muratura, un'altra fascia, poi le finestre semplici di cui una, la centrale, con un poggiolino in ferro battuto più tardo; e infine il solaio alto dalle finestre rotonde intercalate da cartelle dipinte nel primo Settecento, sormontato da un bellissimo cornicione in stucco, fatto di molti elementi, fra i quali uno ad ovuli. A pianterreno vi sono due sale con volte a vela e a botte; su un ballatoio un affresco della Madonna col Bambino. Accanto una galleria a travetti dipinti. Nel '700 i MONTI trasformarono o riedificarono una loro vecchia casa alla quale si accede da un grandioso portone che immette direttamente in un ampio cortile caratterizzato da un elegante portico sostenuto da una lunga teoria di bianche colonne tuscaniche in pietra di Botticino. Da qui si entra in un vasto salone, affrescato nel secolo XVIII, già adibito a cappella gentilizia: sulle pareti grandi riquadri incorniciati da colonne tortili con festoni e putti; sulla volta un colonnato in prospettiva, che racchiude un medaglione centrale raffigurante la Carità. Bellissima la vista sulla collina e sulla pieve di S. Pancrazio. Il Lechi sottolinea inoltre quanto sia suggestiva la scaletta che porta nel brolo e poi verso la pieve stessa.


Del sec. XVIII è anche il palazzo PILATI ora Ghirardini, opera di Gaspare Turbini. Mentre l'ampio portone immette nel cortile, una più modesta porta d'ingresso più a sud introduce in un ampio atrio dal quale, come sottolinea il Lechi attraverso tre arcate di pietra con due pilastri centrali, si diparte il grandioso scalone d'onore, abile e preziosa scenografia creata dal Turbini, il quale con grande perizia seppe valorizzare lo spazio e la luce proveniente dalle aperture del cortile. La rampa centrale, con eleganti balaustri in pietra e colonnini terminali con voltatesta a girali, raggiunge un pianerottolo affrescato in chiaroscuro con Ercole che strozza il leone di Nemea. Sul soffitto a volta, interamente affrescato, è raffigurato Giove che accoglie Ercole nell'Olimpo. Notevoli gli stipiti in pietra delle porte di accesso alle sale, alcune delle quali presentano tracce di affreschi. Una parte del cortile-giardino è pavimentata con frammenti di mosaico a tessere bianche e nere provenienti da una presunta costruzione romana rinvenuta nel secolo scorso, ai piedi del Colle del Generale, dall'ingegner Moretti allora proprietario del palazzo. Sulla semplice facciata una lapide ricorda i soggiorni monteclarensi del patriota Tito Speri presso il suo tutore.


Della seconda metà del sec. XVIII è la classicheggiante Villa MAZZUCHELLI, dal caratteristico ampio giardino digradante verso il vaso Reale. Più che per le caratteristiche architettoniche, la villa è nota per aver ospitato illustri personaggi alcuni dei quali ricordati in lapidi sulla facciata esterna. Nell'ottobre del 1836 vi soggiornò Maria Luigia moglie di Napoleone Bonaparte, in occasione delle grandi manovre dell'esercito austriaco. Dal 22 al 24 giugno 1859 Napoleone III e Vittorio Emanuele II vi si incontrarono per definire i piani militari alla vigilia della grande battaglia di Solferino e S. Martino. Acquistata da Achille Bonoris ospitò due volte Umberto I, la prima nel settembre 1878 e la seconda nell'agosto 1890. La villa ospita ora l'Istituto Maria Immacolata dei Canonici regolari omonimi.


IL CASTELLO BONORIS. Il più caratteristico edificio di Montichiari è senza dubbio il Castello Bonoris eretto sulle rovine della rocca antica. Sembra sia stata la visita all'Esposizione di Torino del 1884 e specialmente quella al castello ricostruito nel parco del Valentino su progetto dell'ing. D'Andrade (come ricostruzione di un tipico castello medievale che fosse una specie di collage dei migliori pezzi di castelli piemontesi e valdostani), a spingere il conte Gaetano Bonoris a ricostruire la rocca. L'idea maturò nel 1890 e si concretò il 20 aprile dello stesso anno nell'acquisto dei ruderi della rocca ceduta dal comune dietro impegno di una ricostruzione, il cui progetto il conte affidò all'arch. Antonio Tagliaferri (1835-1909). Con uno studio attento sui ruderi, l'architetto elaborò un progetto di fedele ricostruzione anche nelle caratteristiche strutturali, sia pure con arricchimenti decorativi da lui stesso studiati e proposti accettando suggerimenti e nuovi elementi esemplati sul castello del Valentino e voluti dal conte. Ma quando questi, sempre più affascinato dall'esemplare torinese, calcò la mano nelle sue pretese, il Tagliaferri che già nel 1891 aveva approntato un progetto completo, rinunciò. Dopo aver tentato di affidare la prosecuzione dell'opera al nipote di Antonio, Giovanni Tagliaferri, il conte affidò, utilizzando l'esperienza del D'Andrade, all'arch. Carlo Melchiotti e al pittore torinese Giuseppe Rollini la realizzazione dell'opera, il primo per le strutture, il secondo per le decorazioni. Accettando le varianti volute dal committente, l'architetto rimaneggiando in gran parte il progetto Tagliaferri, riuscì nel 1900 a portare a termine la costruzione, arricchita di dipinti del Rollini che utilizzerà i cartoni usati a Torino, riproducenti dipinti del sec. XV ed in particolare quelli del castello di La Manta (CN) e di mobili e arredi eseguiti da Carlo Alboretti di Torino tra il 1900 e il 1907 imitando, nello stile e nel disegno, quelli della rocca torinese, ispirata essenzialmente al castello di Fénis. Con la guida di Angelo Chiarini si possono visitare i seguenti ambienti. Al piano terra il lato nord è occupato dalla «sala delle armi», più confacente a una dimora gentilizia che non il camerone per il corpo di guardia di Torino. Sul lato di mattina c'è la «sala da pranzo», il cui soffitto è imitato dal castello di Strambino presso Ivrea, mentre nel fregio che corre sotto di esso Rollini ha sviluppato il tema dei giullari della osteria di Bussoleno. Sotto, nell'interrato, si trova l'ampia «cucina», imitata dal castello di Issogne. A mezzogiorno «la cappella», pure imitata nelle sue linee allo stesso castello, e sulla cui parete di fondo il Rollini ha ricopiato dalla sagrestia di Ranverso, presso Saluzzo, «la salita di Cristo al Calvario». Al primo piano, a nord, la «sala di rappresentanza», ripete nelle dimensioni e nella serie dei personaggi ivi rappresentati, la sala baronale, detta degli Spagnoli, del castello di La Manta. Sulla parete verso l'esterno, invece della fortuna della Gioventù, il Rollini ha ritratto scene di caccia. Segue a mattina la camera reale con il letto a baldacchino e la tappezzeria a fresco, in cui è ripetuta la sigla FERT, caratteristica dell'ordine cavalleresco sabaudo dell'Annunziata. Bisogna tener presente che il Bonoris nel 1890 aveva ospitato nella sua villa di Montichiari, per otto giorni, re Umberto con la Regina e il principe Vittorio Emanuele, ricevendo per le sue benemerenze il titolo di conte. Forse si lusingava di aver ancora ospiti i Reali d'Italia. Da ultimo a mezzogiorno, la camera dei leoni, così chiamata dalle raffigurazioni della tappezzeria. Al secondo piano si trovano le stanze per gli ospiti e il personale di servizio. Alla morte del conte Bonoris, avvenuta il 19 dicembre 1923, il castello passò, per successione testamentaria, al cugino Ercole Soncini di Brescia. Da questi venne poi venduto nel 1965, ai Silenziosi Operai della Croce che lo trasformarono in un centro religioso e assistenziale. Un incendio divampato nella notte tra il 3 e il 4 dicembre 1977 danneggiò gravemente la torre più alta. Dell'antico castello ben poco è rimasto; anche alcune mura sono state evidentemente utilizzate nella costruzione voluta dal Bonoris. Singolare il fatto che il rinvenimento, durante i lavori, di alcune monete risalenti all'epoca del dominio malatestiano, abbia acceso la fantasia sull'esistenza di un tesoro che avrebbe arricchito ancor più il conte o di un tesoro ancora da scoprire. Dell'antico castello, ora emergono camminamenti per collegare la rocca alle mura, scoperti nel settembre 1975, durante lavori compiuti in via 25 aprile. Notevole monumento urbanistico è la "piazza grande" ora piazza Garibaldi, sulla quale si affacciano il duomo, la chiesa di S. Pietro, bar, trattorie e botteghe, e che ebbe la sua trasformazione quasi definitiva tra il 1740 e il 1770. Si costruirono infatti i portici in cinque tratti (invece dei sette previsti dal progetto) divisi da agili colonne e da ariosi archi sormontati da un immenso solaio; a mattina fu costruito un nuovo fondaco, con abitazione e pesa pubblica. In origine, doveva essere adibito a municipio, ma, per mancanza di fondi, l'amministrazione di allora fu costretta ad alienare l'immobile a privati. Quando sul finire dell'Ottocento sulla sommità della Loggia si pose l'orologio, il comune acquisì il diritto di passaggio per accederne alla manutenzione.


TEATRO SOCIALE. Diligenti ricerche di Virgilio Tisi e Fernanda Bottarelli hanno appurato come fin dal 1773 venne avanzata al comune una supplica «per comprare attrezzi ed abiti per costruire il teatro e per far opera». Fallito il tentativo di sistemarlo nel palazzo Secco d'Aragona di proprietà comunale, ne venne approntato uno nel 1774 salutato da versi enfatici di messer Giuseppe Riviera segretario comunale. Nuove esigenze imposero verso la fine dell'800 un ampliamento ed un ammodernamento del teatro affidato all'arch. Antonio Boschetti (1838-1900). Il rilancio si ebbe nel 1890 quando il Bonoris desiderando acquistare dal comune l'antica, cadente rocca per erigervi un castello medioevale, offrì, in cambio, 5600 lire e tutto il materiale mobile proveniente dalla demolizione del teatro Arnoldi di Mantova di proprietà Bonoris e inaugurato soltanto nel 1883, condizioni che il consiglio comunale accettava il 20 aprile 1890, consegnando poi denaro e materiale alla costituenda società dei palchettisti per un nuovo teatro da erigersi sul posto del vecchio. La sola costruzione costò L. 20.000 e col materiale del teatro Arnoldi si fecero due ordini di palchi di venti palchi ciascuno, quattro palchi di proscenio, una galleria ed una platea atti a contenere 500 persone circa. La facciata in stile vagamente neoclassico venne, a quanto pare, disegnata dal maestro Amedeo Pedini, che fu, per alcuni anni, presidente della Società. L'inaugurazione avvenne la sera del 18 ottobre 1890: in scena "Il Trovatore" di Giuseppe Verdi. Di ben riuscite proporzioni, non possiede però opere artistiche notevoli. Di buona mano le decorazioni del soffitto, dove fra un inestricabile gioco di festoni, putti e simboli musicali, 14 medaglioni rappresentano altrettanti famosi personaggi della lirica e della letteratura. Nella parte prossima al palcoscenico due punti sorreggono lo stemma comunale. Durante la I guerra mondiale, occupato da truppa militare, venne danneggiato. Si salvò soltanto, venne anzi migliorato, il materiale scenico per merito del magg. Orsini del 7° Bersaglieri. Una ristrutturazione venne postulata nel 1920 e realizzata negli anni seguenti, e il Teatro ritornò ad essere uno dei centri più prestigiosi della vita sociale monteclarense, ospitando opere liriche e commedie assieme a veglioni e manifestazioni carnevalesche e canore, concerti ecc. Tradizioni teatrali dialettali vennero rinverdite nel 1970 dalla Compagnia teatrale, promossa da Beppe Boschetti, che prese poi il nome di "Cafè di Piöcc". Montichiari vanta anche uno dei più notevoli cimiteri della pianura Bresciana. L'attuale venne costruito nel 1810 (in sostituzione di due precedenti: il primo presso la Pieve di S. Pancrazio, il secondo dietro l'abside della chiesa parrocchiale). Ampliato in seguito e particolarmente nel 1920, venne raddoppiato nel 1972.


MONUMENTI,CIPPI, LAPIDI e loro ubicazione. In piazza Teatro: chiesa del Suffragio (famedio di tutti i Caduti); al n. 16: museo comunale risorgimentale e lapide ai caduti della resistenza (a destra della porta d'ingresso al Museo); all'inizio di via Matteotti: monumento ai Caduti dello scultore C. Botta inaugurato il 24 settembre 1922. Proseguendo per via Matteotti e risalendo il Colle di S. Pancrazio si trovano: i cippi dedicati alle truppe alpine; il monumento ai Caduti del lavoro; il monumento al Bersagliere; il monumento all'Aviatore, inaugurato nell'ottobre 1978 su progetto di Giannantonio Lamberti. Nel cortile interno della Scuola elementare del capoluogo è posto il monumento a Pino Ciotti (asso dell'Aviazione nel 1° conflitto mondiale); in piazza Garibaldi: lapide sul poggiolo della casa ex Pastelli da cui G. Garibaldi parlò ai monteclarensi il 27 aprile 1862; lapide con effige di G. Garibaldi e 'scritta' di Cesare Abba a ricordo dell'impresa dei Mille (sulla prima arcata della Loggia); sul Municipio il 16 maggio 1901 veniva inaugurata una lapide a ricordo di Umberto I eseguita dal marmista Apostolo Bonfacio. In via Trieste, murati a sinistra del vecchio ingresso dell'Ospedale Civile resti del monumento innalzato dall'esercito italico nel 1805 a Napoleone 1° Imperatore e Re d'Italia a ricordo delle battaglie contro l'Austria del 3 agosto 1796 a Lonato, e del 5 a Castiglione. Proseguendo per via Trieste alla fine della cinta del vecchio Foro Boario: croce di marmo coi nominativi dei "Tre Innocenti" (episodio avvenuto il 5/1/1705 durante la guerra di successione al trono di Spagna). In via S. Martino della Battaglia (di fronte all'ingresso del cimitero): monumento ai soldati francesi feriti nella battaglia di Solferino (24 giugno 1859) e deceduti negli ospedali monteclarensi; ai lati del viale centrale del Cimitero: viale della Rimembranza (cento stelle ricordanti ognuna tre caduti); nella piazzetta della Cappella del Cimitero: monumento eretto dalla "Società di Mutuo Soccorso Esercito" nel settembre 1906; in via 25 aprile al numero civico 124: lapide ricordante il luogo in cui Napoleone III col suo quartier generale, soggiornò dal 22 giugno 1859 all'alba del 24, giorno della battaglia di Solferino. Al numero civico 19: lapide a ricordo di Tito Speri, ospite negli anni della gioventù della nobile famiglia Pilati; due piccoli monumenti ai caduti in aiuole con cancellata, si trovano in frazione Vighizzolo ed in frazione Chiarini. Nella frazione Novagli, ai caduti è dedicata una lapide apposta sul lato destro dell'ingresso della vecchia parrocchiale. Così pure in frazione S. Antonio. In frazione Fascia d'Oro: monumento ai pionieri dell'aviazione (a ricordo del 1° circuito aereo di Brescia).


ECONOMIA. Terra per secoli di pastori, l'economia monteclarense trasse le sue principali risorse dall'allevamento di ovini. Agostino Gallo nel 1550 scriveva che nel Bresciano si allevavano quattro qualità di pecore: le nostrane, le tesine, le bastarde e le gentili e che queste preferivano: pascoli di Montichiari (sui quali pascolavano cinquemila capi) e di Ghedi (con 4 mila capi), pecore di lana finissima, tosate una sola volta l'anno, la cui lana venne venduta quasi come la francese. Il Rosa ha scritto: «Pecore riparate in capanne di paglia, condotte da pastori vestiti di bianco, con cappello di feltro, con cani bianchi, e che, mane e sera mangiavano polenta di miglio con ricotta. Le famiglie, Pastori, Pastorini, Trecani che tuttavia sono a Montichiari, rammentano l'antica condizione pastorale, quando la campagna di Montichiari e di Ghedi era assai più estesa. Della campagna di Montichiari il Catasto di Brescia del 1609 dice: la campagna è di piò cinquemila circa, e tutta appartiene al Comune, locati di sei in sei anni a rata ai vecchi maschi originari che sono circa millecinquecento. Questa campagna per due terzi è pascoliva e paga la decima all'Arciprebenda, per un terzo è seminata, rende duecento some di frumento, del quale paga un quarto. Le bestie da lavoro vi pascolano liberamente. Il fitto delle possessioni rende mille ducati, mille lire si trae dal pascolo. La lana veniva portata di solito a Brescia ed alimentava le manifatture scaglionate lungo il Garza, il Bova e il Celato, che nel 1428 producevano ben 13 mila pezze l'anno delle quali cinque mila venivano esportate a Venezia. Il commercio della lana aveva il suo caposaldo nella Fiera di S. Pancrazio che divenne fra le più importanti dell'Italia settentrionale. Accanto all'allevamento di ovini ebbe un certo rilievo l'agricoltura che trasse grande vantaggio dall'acqua del Chiese, regolata dalle travate Borgatta Zimogna, Ponti, di grande spesa, ma necessaria ad evitare disastrose alluvioni. Per irrigare la campagna vennero derivate con "travate" cioè grosse travi di legno dal Chiese, seriole come il vaso Reale, la Bagatta, la S. Ioanna, la Roggia Maggiore o Montechiara. Il più importante, il Vaso Reale, ebbe tre percorsi diversi, ma non perdette mai la sua preminente importanza. Recentemente l'acqua del Chiese venne derivata con una sola bocca e incanalata nella Montechiara, e venne ricavata anche l'acqua del Vaso Reale. La "Montechiara" "Calcinata o Roggia Maggiore" veniva derivata dal Naviglio Grande presso Ponte S. Marco, serviva, a metà del sec. XIX, ad irrigare 2500 ettari del territorio di Montichiari e 1000 in quello di Calcinato. In un'Enciclopedia del 1850 si leggeva: "Questo borgo divide l'acque del Chiese col naviglio di Brescia, con Lonato e Calcinato, e ne innaffia quasi tutti i suoi terreni a luogo a luogo sassosi e non molto pingui, ma caldi, leggeri, rispondenti alle fatiche dell'agricoltore, e molto propizi al gelso ed alla vite". Il limite più evidente allo sviluppo agricolo fu da sempre la brughiera che secondo alcuni venne originata in gran parte da alluvioni e da secolari abbandoni dovuti a guerre ed epidemie. Il podestà di Brescia Giovanni Mauro, il 25 novembre 1538, assieme a molti altri confermava «precedenti privilegi e che nessuno tenga chiuse nel Chiese e che la fossa grande che va per la Campagna di Montechiaro sia relevata da coloro che l'avessero spianata». In seguito ai provvedimenti e ai privilegi delle autorità veneta, la così detta campagna, della superficie di circa 5.000 piò, finì con l'appartenere per intero al comune che la dava in affitto agli originari del luogo, come si legge nel Catastico del Da Lezze del 1609, con contratti della durata di sei anni, e contro corrispettivo d'un canone in natura che consisteva in una quarta di frumento per ogni piò seminato. Per la parte di terreno non seminata - che di consueto era di circa due terzi e che serviva al pascolo - non si pagava nulla. L'intiera superficie dei terreni di Montichiari era calcolata in 24 mila piò, il valore dei quali variava dai 100 ducati alle 100 lire planet. I raccolti principali erano il frumento, l'avena ed il vino. I più ricchi e potenti d'entrada erano gli Zamboni ed i Piccinelli, ai quali si calcolava un reddito annuo di mille ducati per ciascuno venivano poi le famiglie Boschetti, Chiari, Gatti, Zanoli, Treccani, Bertoli, Causini, Rodella, Tabarini, Macabiani e Scolari. Alla fine del '600 un autore valutava a "circa trenta milia di circuito" otto di lunghezza e otto di larghezza il territorio "per il più campagnino, magro e sassoso" ma anche "produttor di buoni formenti, biade e vini isquisiti, con pascoli saliberimi, lavorato e coltivato con grande fatica et industriar da quelle povere genti altissime a sopportar qualunque fatica...". Miglioramenti sia pur lenti nell'agricoltura si andarono sempre più avvertendo nei sec. XVII e XVIII. Perduravano i pericoli di innondazioni, né erano accolti gli avvertimenti del Pilati che invitava a coltivare le colline e a non abbandonarle al semplice pascolo. Ma i progressi non furono molti. Il pur scarso bestiame sul sec. XVIII venne a più riprese (nel 1711, 1713, 1732, 1754 ecc.) colpito da un'epidemia chiamata cancro-volante. Tuttavia, anche grazie ai provvedimenti e grandi fatiche, nel giro di tre secoli l'estensione della brughiera incolta andò man mano diminuendo, tanto che mentre nel XVI secolo era di piò 8.889; in principio al XIX, si riduceva a pertiche 60.000 ed ora è poco più di 5.000 piò. Allo scopo di redimere la brughiera intervenivano il comune, concedendo a livello la terra, e le stesse autorità venete. Il 5 novembre 1764 il capitano e vice podestà di Brescia Francesco Grimani decretava che tutte "le campagne incolte di Montechiaro venissero "con opportuni metodi" date attraverso incanto a livello, a canone perpetuo suddivise in piccole "porzioni di 10, 20 e 25 piò l'una e parte in porzioni di 50 e 100 piò" al maggior offerente, imponendo all' "investito" di fabbricare una casa colonica su ogni 100 piò. L'autorità concedeva agevolazioni sul campatico. Grazie forse anche a questo provvedimento, ma anche ai progressi dell'agricoltura, nel 1786 i coltivatori di Vighizzolo, Ro di sopra e di sotto e di Dugali, scavarono un nuovo canale, la "Seriola Nuova" rendendo irrigabili e fertili circa tremila piò di terra, prima aridi e deserti. Il Sabatti sottolineava la necessità che le campagne venissero date in assoluta proprietà e portava ad esempio quanto avevano fatto con la Seriola nuova gli abitanti di Vighizzolo, Ro e Dugali. Non sembra d'altra parte che abbia sortito effetto il citato progetto presentato a Napoleone nel 1805 sulla fecondazione della "Gran Campagna de Montechiara". Vi venne è vero importata acqua, ma solo per i casermoni del campo militare installato dal 1807 al 1814. In forza di un decreto del 25 luglio 1806 che prescriveva che i beni comunali dovessero essere dati in affitto o a livello perpetuo coi metodi regolari e coll'esperimento dell'asta, il comune di Montichiari suddivise la brughiera in 550 grandi rettangoli da 10 piò circa ciascuno, chiamati: «colonnelli» (forse dalle pietre di confine delimitanti) separati da capezzagne di quattro metri e da una rete rettilinea di strade rotabili. Ma, come rilevava il Sabatti nel 1807, la rotazione dell'assegnazione de "colonnelli" faceva si che quelle già poverissime terre venissero "reglette ed abbandonate ad una quasi disperata coltura". Il Sabatti rilevava come l' "ordinario raccolto" che si ricavava consisteva in avena, frumento, «e qualche poco di formentone agostanello, od anche di quello che si chiama di "otto file" quando qualcuna volta piova nell'estate». Nonostante tutti gli sforzi compiuti, la brughiera rimase brulla fino alla prima metà dell' '800. Fu soprattutto dal 1852 (ma ancor più negli anni Ottanta) che si verificò la graduale ma continua conquista di terreni coltivati e resi fertili. Sforzi di incremento all'agricoltura vennero compiuti soprattutto agli inizi del '900 con le conferenze agrarie di p. Giovanni Bonsignori della colonia di Remedello, con la Cooperativa agricola fondata nel dicembre 1901 da don Paolo Neborosi. Nello stesso anno si costituì il Consorzio agrario mandamentale. Da segnalare agli inizi del secolo l'opera compiuta dal 1904 alla Breda Caterina da Francesco Filippi di Calvisano che costruì una propria turbina per irrigare terreni incolti che rese fertili di cereali, erba e viti. Negli anni Venti un impulso particolare alla sistemazione della brughiera venne da capitali investiti dal Credito Agrario Bresciano. Un impulso determinante allo sviluppo agricolo venne dal Consorzio di bonifica della brughiera di Montichiari (2.300 ha) sorto per irrigare la zona asciutta tra Ghedi e Montichiari utilizzando le acque del Chiese e del Garza. Un impulso particolare venne dalla realizzazione nel 1929 su progetto dell'ing. Federico Cozzaglio e per iniziativa della Congrega di Carità apostolica, del fontanile di Bredazzane, creato per irrigare i 300, piò di proprietà della Pia Opera "Fondazione conte Gaetano Bonoris" per una spesa di un milione del tempo. Ad essa si aggiunsero la realizzazione del fontanile Tre Porte, per una spesa di circa 160 mila lire e la costruzione di pozzi da parte di Eugenio Carera, Olimpo Olimpio, Davide Nizzola, Angelo Orlandi, del Consorzio Boschetti e di altri ancora. Sempre più intenso l'allevamento del bestiame anche per la presenza del mercato. Tra i primi esperimenti a stalla aperta vengono segnalati quelli dell'azienda agricola Treccani degli Alfieri, condotta a mezzadria. Con il riscatto della brughiera si è andata sempre più diffondendo la cultura intensiva con prodotti tipici della pianura lombarda: frumento, granoturco, foraggi, cui si aggiunsero il tabacco, gli ortaggi e il trifoglio rosso da semina. Un certo rilievo ebbe anche la viticoltura. L'agricoltura si è andata distinguendo anche per coltivazioni specializzate come nell' '800 si fece per il girasole, seminato anche con l'intento di evitare la malaria. Fin dagli anni Sessanta del nostro secolo Enrico Montanari si dedicava alla coltivazione dell'iris californiana ottenendo nel 1965 la medaglia d'oro alla esposizione di Firenze. Negli anni Settanta si sviluppò in contrada Trivellini la coltivazione di "Pleurotus Ostreatus". Nel territorio veniva avviato anche l'allevamento delle lumache. Nel 1986 i fratelli Desenzani della cascina Casuccio allestivano la prima tartufaia. Un tartufaio piantava anche Eugenio Renica e già nel 1989 si pensava di aprire a Montichiari il mercato dei tartufi. Legati allo sviluppo agricolo oltre che al mercato furono il centro raccolta del latte inaugurato nell'agosto 1934 (promosso dal dott. Mignani e da Francesco Treccani, dalla Federazione agricoltori e dal Consorzio produttori di latte), e la nascita dei caseifici "Boschetti", "Montanari", "Bellandi", "Desenzani". Attivo negli ultimi anni dell' '800 il salumificio Paolo Boido. In sviluppo anche l'allevamento di galline specie a Ro per intervento di Giovanni Zamboni. Antichissima la caccia specie nella brughiera esercitata col falcone fin dal sec. XI, e quella delle allodole, per i più poveri. Mezzo di sostentamento anche la pesca grazie ai "dolci e saporiti pesci" del Chiese.


ATTIVITÀ MANIFATTURIERE. Oltre che all'irrigazione dei campi il vaso Reale con i suoi salti d'acqua servì anche ad azionare mulini ed alle attività manifatturiere. Secondo ricerche di Angelo Chiarini i più antichi mulini risalgono forse addirittura al sec. XII Un mulino detto "della Glera" è ricordato dalla lettera del vescovo Raimondo (1172) ai chierici della Pieve di S. Pancrazio come concesso dai conti di Montichiari alla Pieve stessa, forse per macinare i vari tipi di cereali raccolti come decima dovuta alla Pieve. Di due mulini o due vasi da molino si parla nel processo dei conti di Montechiaro datato da qualcuno nel 1228 da altri al 1250, come già posseduti dai conti, prima del 1169. In un altro documento notarile del 1250 che elenca tutti i beni della Pieve, si annota che essa possedeva quattro piò di terra nelle vicinanze del vecchio mulino di S. Giorgio. La qualifica di vecchio, sottolinea il Chiarini, lascia supporre l'esistenza di uno nuovo, e così troviamo giustificato il plurale molendina, usato dal Papa Celestino III nella Bolla (a. 1194) con cui li riconosce ai chierici che vivevano nel monastero di S. Giorgio. Fra i mulini più antichi il Chiarini individua quelli di via Guerzoni, che ritiene coetanei alla prima derivazione del vaso Reale dal Chiese. Di proprietà dei Longhi, passarono poi al comune. Sui due mulini si svolsero nel 1705 i tragici fatti che portarono alla morte "i tre innocenti". Il terzo mulino di via Pietro Zocchi Alberti, è detto Mulino di Sopra, o della Rassica o della Chiesa, perchè dopo l'incendio che causò nel 1750 gravissimi danni alla parrocchiale, venne assegnato per qualche anno alla fabbrica della Chiesa stessa. Un quarto mulino entr in funzione, per intervento del Consiglio Generale sul 1753, i fronte alla discesa di via Cerlungo. Un altro ancora veniva attivato trasformando la fucina del Maglio, per iniziativa della Deputazione della Fabbrica della Chiesa avvantaggiata dal molto materiale raccolto. Nel catastico del Da Lezze del 1609 figurano antichi la segheria o Rassica e il Maglio esistenti sul Vaso Reale in fondo all'attuale via Pietro Zocchi Alberti prima dell'inizio di Via Roma. Abbandonati perchè ormai cadenti, vennero ricostruiti dal comune molto più a monte nel 1579. La segheria veniva ricostruita da Giacomo Faresti. Il Maglio veniva ricostruito nel 1653. L'esistenza dei vastissimi pascoli favorì fin dal medioevo la lavorazione della, lana, lavorazione che venne con tutta probabilità iniziata fin dal sec. XII dagli Umiliati che si stanziarono nel territorio di Montichiari, secondo una tradizione alla Casa Bianca. Ad essi viene attribuita la lavorazione della lana "gentile" dei greggi che dalle prealpi attraverso "gavardelli" pervenivano alla brughiera. Nei primi mesi del 1911 ai confini di Castenedolo, ad un chilometro dall'albergo Fascia d'oro veniva costruita una fabbrica di esplosivi per fabbricare soprattutto quello inventato e brevettato dal march. Roberto Imperiali e chiamato perciò "Imperialite" . La fabbrica, costruita dalla ditta Damioli di Milano, fu chiamata "Stabilimento esplosivi La Camuna". Purtroppo, come si è ricordato, nel giro di un anno due esplosioni mietevano vittime fra le quali il fondatore stesso. Buona la produzione di salnitro (per polvere da sparo) nel tezzone e nella apposita attrezzatura situata in via S. Pietro detta anche via del Salnitro, eretti fin dal 1548. Vi si fabbricavano dalle 60 alle 80 some annuali (480-640 Kg.) che depositate a Lonato venivano avviate a Venezia. Montichiari fu fin dalla metà del '700 uno dei centri più attivi della filatura della seta. Già il 22 agosto 1751 la Vicinia predisponeva di ricavare un filatoio nell'ex palazzo Secco d'Argona di proprietà comunale che era già esistente nel 1765. Ma baccinelle e aspi erano sparsi in molte case della borgata. La seta filata in filo semplice veniva poi raccolta in matasse da operai specializzati chiamati "cavatori di seta", riversate sul mercato come materia prima. Nel 1850 il vaso Reale alimentava 18 piante di filatoi di seta per circa 500 fornelli per la filatura. Una filanda con 120 bacinelle funzionò per decenni a settentrione dell'abitato alla Val del Pomo. Un'altra venne ricavata nel 1881 nella parte centrale del palazzo Secco d'Aragona affittata dal comune per mille lire. Un filatoio attrezzato nacque in località Rasega in Borgosopra per iniziativa degli svizzeri Erba e Beaux, trapiantatisi a Milano, accanto alla filanda con 50 bacinelle (nel 1904) dagli stessi gestita. Il filatoio da mille fusi iniziali raggiunse nel 1900 i 10 mila, raccolti in un nuovo edificio. Al setificio Erba si aggiunse poi quella dei fratelli Ambrosi. La crisi della coltivazione del baco da seta e il costo minore della seta artificiale e specie del rayon tratto dalla cellulosa portò nel 1929 all'impianto da parte della Società "Pianello Lario" di uno stabilimento con 15 mila fusi e 200 dipendenti. Intanto continuava l'attività della filanda che passata nel 1928 agli Anghileri di Lecco, ancora sino al 1943 impiegava dalle 300 alle 400 filandine. Nel 1949 la Pianello Lario allargava ancor più i suoi stabilimenti, grazie a nuove attrezzature della ditta Ostini di Bergamo che portava i fusi a 20 mila. Solo nel 1968 la Pianello Lario, coinvolta in una crisi irreversibile e dalla chiusura dei mercati del Medio Oriente, chiudeva i battenti. Parte degli immobili passarono alla "Poli Serramenti in alluminio s.n.c." . Non molta fortuna ebbe invece la ditta di confezione Vesmoda che, pure raggiungendo i 180 dipendenti, nel 1982 entrava in crisi. Più ampio sviluppo ebbe la SAILA s.p.a. produttrice di maglie e giacche di maglieria che nel 1987 esportava il 98 per cento del prodotto nella Repubblica federale tedesca. L'attività artigianale, legata al fiorente mercato, trovò consistenza nelle sellerie delle quali quattro sono ancora in funzione. Un discorso a sè riguarda la fabbrica di polveri fondata alla Fascia d'oro, nel 1911, dal marchese Imperiali di Napoli per fabbricarvi polveri da lui inventata e subito segnata da parecchie vittime. La scomparsa del march. Imperiali portò alla formazione di una nuova società nel Polverificio Sorlini - Giardini che nel 1927 dava vita alla Soc. An. Vulcania. Questa il 4 settembre 1929 doveva, per un nuovo scoppio registrare 20 vittime, cui ne seguì uno ancora più disastroso il 6 marzo 1940 che fece 30 vittime. Dal 1943 al 1945 operò anche in luogo la fabbrica di esplosivi B.p.d. Nel 1970, sempre alla Fascia d'oro, sorgeva la Valsella S.p.a. coinvolta poi in polemiche e varie vicende a causa della produzione di involucri di plastica per mine antiuomo riempiti poi di esplosivo alla S.E.I. di Ghedi. Nel 1977, un gruppo di tecnici, lasciata la Valsella, davano vita alla MISAR, produzione di mine marine. Nel 1987 venne assorbita al 51 per cento dalla Gilardini e nel 1989 entrava nell'orbita della FIAT. Sfiorata dallo "scandalo della Valsella" nel 1989 veniva ridimensionata e trasferita alla Waithed Motofides di Livorno. Un vero e proprio decollo industriale si ebbe negli anni Settanta. Nel 1973, la Ferriera Fenotti diventava Acciaieria, ampliando molto la sede e inaugurando nel luglio 1978 un nuovo laminatorio, ma incontrando poi ricorrenti periodi di crisi. Sviluppo si è avuto nel settore meccanico. Nel 1962 è nata l' Eurosiba" produttrice di macchinari per calzature, esportati in tutto il mondo. Nel 1964 veniva fondata l'Installazione Impianti Elettrici Pellini. Di dimensioni crescenti la "Ruggeri" che fabbrica enormi Motorhome. Attiva dal 1920 la fabbrica di giocattoli "Poli" insediata nell'ex palazzo Secco d'Aragona e la cesteria "Alca". Aperta agli inizi del sec. XX, ha prosperato fino al 1987 la tipografia Lamperti. La ditta Frigerio cavava sabbia e ghiaia alla fine dell' '800 ed era fra le più attive del Bresciano. Nel 1907 i fratelli Betalli aprivano una fornace in frazione S. Giorgio. Grande sviluppo ebbe il Mangimificio della Co.MA.200, emanazione della COMAB di Lonato, che nel 1984 inaugurava un grandioso centro di essiccazione e stoccaggio del mais, e nell'aprile 1985 il mangimificio con potenzialità oraria di 200-250 q.li e 19 silos per materie prime. Per regolare l'insediamento industriale, dal 1981 l'Amministrazione comunale è andata identificando due zone industriali a Ro e alla Fascia d'oro. La lottizzazione di Ro, di circa 300 mila metri quadrati, venne utilizzata per oltre il cinquanta per cento attraverso attività quali la SIDA, la SIMAR, Boschetti e la B.B.M. In corso di costruzione più o meno avanzata, o in procinto di iniziare, si possono elencare: Terenziani, Artilegno, Carrozzeria Pezzaioli, Argentea-Fiat, A.T.L., G. E B., Bolfer - carpenteria, SAILA - maglieria, Grondplast, Anzeloni, Moreni. La lottizzazione di Fascia d'Oro di circa 440 mila metri quadrati ha visto finora presenti la Carrozzeria Ruggeri (con un'area di 70 mila mq.), l'Alimentare, la vetreria Due Esse, l'Euromach e la Valsella. Sono in costruzione i seguenti insediamenti: Tecnoimpianti avvolgimenti; B.B.M., Bignotti Eredi-carpenteria metallica, Nuova Sico.


ARTIGIANATO. Nel settore artigianale numerose le officine meccaniche e quelle per la lavorazione del legno, cui si sono andate affiancando imprese per la costruzione di prefabbricati per l'edilizia. Per far fronte allo sviluppo di piccole imprese è stata approntata nel 1986 nei pressi dell'Arzaga, a fianco della strada per Asola, una zona artigianale che copre un'area di 60 mila mq con due corpi capace di accogliere 18 aziende e 150 dipendenti. In particolare vi trovarono posto le ditte Cogno Raffaele (autotrasporti merci per conto terzi); impresa edile Lorini geom. Alfredo & C. (costruzioni edili); Calzificio Bell di Massolini Gabriella & C.; Boa di Bioni Antonio (officina meccanica, lavorazione metalli non ferrosi, rondelle, bronzine, fonderia); Carrozzeria Agostinelli Aldimiro & C.; Calzificio Beruschi Luciano; Vetreria Caruna Giovanni; Solettificio fratelli Chiametti (scarpe, tomaie, suole, sottopiedi, tacchi, accessori per scarpe); Bertoli Remo (lavorazione del marmo); Ferrario Giuseppe (officina meccanica, riparazione autovetture e autonoleggio); Las di Tortelli Francesco (fabbricazione spazzole metalliche e telate); Gabor di Casella Giuseppe (produzione calzature in genere); Alberti Paolo (officina riparazione veicoli); Quarantini Davide (idraulico); Degi di De Gara Luigi & C. (costruzione e riparazione di fustelle, attrezzature e macchine per calzaturifici, pelletteria ed affini); Nuova Fac (arredamento cucine componibili e commercio al minuto di mobili); Pennati Roberto (tipografia); Vittoni Franco (dipanatura filati in genere e calzificio per uomo e bambino). Nel 1987 veniva aperta per interessamento dell'arch. Vigilio Belletto, la Scuola bottega.


COMMERCIO. Già nel 1850 in una enciclopedia si leggeva di Montichiari: «Posto al varco della via che da Mantova mette a Brescia e che trasporta tutte le derrate dell'oltrepò, del littorale e dell'oltremare che ascendono il Po, il Mincio e l'Adige fino a Lago-scuro, a Mantova e a Legnago, esercita con vantaggio il commercio di transito». La consistenza della popolazione ma ancor più lo sviluppo della fiera e del mercato favorì a Montichiari un notevolissimo sviluppo del commercio. Soprattutto nei primi anni del secolo la stampa andò salutando sempre più l'apertura di nuovi negozi (come la drogheria Cesare Collini di piazza Garibaldi nel maggio 1909). Attiva fin dalla fine dell' '800 una Società esercenti mentre nel 1946 veniva fondata l'Associazione Commercianti. Dai negozi sempre più numerosi si è passati al supermercato inaugurato il 14 febbraio 1979, in viale Europa, sulla strada nuova per Lonato, su un'area coperta di 1920 mq. Ad esso si è aggiunto nel febbraio 1990 il supermercato Maxi-Gea del gruppo "Al-Co". Su un'area di 5 mila mq. (dei quali 2100 di area di vendita e 980 destinati ad attività commerciali varie) nell'aprile 1990 veniva inaugurato il Centro Mercato di Montichiari promosso dal gruppo "Coop. Nordemilia" di Reggio Emilia. Nel 1990 esistevano complessivamente, circa 450 attività commerciali al dettaglio: 80 negozi di generi alimentari; 47 fra abbigliamento e calzature. Quindi 147 negozi di generi vari. Le edicole sono sette, i bar 37, ristoranti, trattorie e pizzerie 25. Tre alberghi (ma ne servono altri), 18 distributori di carburanti; i commercianti ambulanti residenti nel comune sono 76. Poi 30 parrucchieri per signora, 9 barbieri e 7 estetiste.


IL MERCATO. La più rilevante attività economica monteclarense è da secoli il mercato. Anche se la notizia riferita dal Bellandi che ne fissa la data della nascita al 26 agosto 1172, è dovuta ad equivoco circa la nascita del Mercato nuovo di Brescia, alla quale cooperò un cittadino monteclarense. Si può ritenere che il mercato di Montichiari abbia avuto origine ben più lontane da quelle fissate dai documenti. Un'importanza notevole al suo formarsi deve essere venuta dagli Umiliati, operai della lana ma anche dediti al commercio, oltre che dalla posizione geografica della borgata, al centro di importanti vie di comunicazione. Del resto la dedica della pieve a S. Pancrazio e l'antichissima fiera lo testimonia. Altri indizi sono dati da privilegi e concessioni che si moltiplicarono specialmente nel sec. XV. Il Carmagnola nel 1427 riconosce al comune di Montichiaro il privilegio di riscossione di dazi e gabelle per merci ed animali in transito sui ponti del Chiese. Nel 1430 il doge Francesco Foscari li confermò, ma anche Nicolò Piccinino, capitano di parte avversa, rinnovò nel 1438 il privilegio di esenzione dai dazi a chi «va e viene dal mercato di Montechiaro» e Filippo Maria Visconti lo sancì con tanto di bolla ufficiale l'anno successivo. Allontanatisi i Visconti e ritornato il leone di San Marco, con rituale puntualità il doge Cristoforo Moro prima (1468) e il successore Agostino Barbarigo poi (1486), con distinte ordinanze «ducali» ristabilirono i privilegi del mercato. Cessati i periodi di emergenza Venezia cercò indubbiamente di spostare l'asse mercantile dalla Bassa orientale bresciana più verso i padri lidi, favorendo Brescia, Lonato e Desenzano. Cosicchè gli «homini e comun. de Montechiaro» supplicarono il Doge nel 1517 perchè «lì sian conservati, seu de novo concessi tutti li loro privilegi, Decreti ducali, che, possino il Giovedì far il mercato». A questa istanza venne data soddisfazione solo nell'agosto del 1551 dal doge Francesco Donà. Della utilità di un grande mercato a Montichiari se ne erano andate convincendo le stesse autorità venete. In una sua relazione del 15 dicembre 1558 il provveditore Veneto Silvestro Loredan, constatando come molte biade sfuggivano al mercato di Desenzano e venivano contrabbandate per via lago in terre straniere, e come gli incettatori locali si ritenessero autorizzati a sollevare i prezzi con evidente danno della povera gente, e per di più mancassero persone fidate per i controlli, proponeva fra i rimedi l'istituzione di un mercato libero a Lonato o meglio, a Montichiari. Nel maggio 1647 il mercato venne ufficializzato, con l'obbligo del pagamento «de' soliti dazi e per consolazione degli abitanti della terra di Montechiaro, lontani dalla città di Brescia» e con l'imposizione di ben precisi controlli istituzionali da parte di Rettori, Revisori e Regolatori. Il regolamento emanato nel mese successivo stabilì che il mercato fosse esercitato sopra la piazza grande «il giorno di lunedì di qualsiasi settimana al qual siano invitati li terrieri, et forestieri con le robbe loro, mercanzie, biave, animali e ogni altra cosa, dovendo gli animali per maggior comodità esser condotti sotto la Rocca». A poco più di un secolo da quella data, nel 1752, su istanza dei Reggenti del comune, il giorno di mercato venne spostato dal lunedì al venerdì «per l'oggetto di facilitare il concorso e la frequenza al mercato medesimo, facendosi il detto giorno di lune dì simil mercato anco in Lonato». Sessantacinque anni più tardi nel 1817 il mercato venne collocato nella vasta piazza creata dietro la chiesa parrocchiale, mentre nel 1820 venne istituito il mercato equino allogato nella piazzetta del Teatro nel quartier Tabarino. Accanto al mercato era continuata la Fiera di S. Pancrazio di metà maggio, tanto che nel 1850 in un'enciclopedia si legge: «In ogni venerdì vi si tiene un mercato di bestiame e di merci che forse non ha l'eguale, ed in ogn'anno dal 12 al 14 maggio vi ricorre l'antica tridua fiera di S. Pancrazio, famosa per lo spaccio che vi si fa all'ingrosso di cordami, quivi condotti da Verona, di tele, di canape che vi giungono dal Modenese, dalla Concordia, dalla Mirandola, e da Viadana; e che si spacciano per la provincia e passano a Bergamo ed a Milano; di cannicci provenienti dalle paludi del Po; di rastri; di verghe di corniolo, che vi si mandano dalle valli Alpine e da Gavardo e servono alla battitura del grano ed all'armatura delle tavole dei bachi da seta; e soprattutto di carriuole, carretti, aratri ed altri arnesi campestri, che si fabbricano con rara industria nel paese. In continuo declino era invece la fiera delle pecore un tempo talmente florida che "tutte le piazze formicolavano di numerose greggi e di tanti pastori da formarne un esercito". Con l'andare degli anni decadde talmente da venire chiamata "la fera dei poerècc" e tale era ancora nei primi anni del secolo, mentre il mercato veniva nel 1903 sistemato in piazza nuova e lungo il "vialone" che vi faceva capo. Dopo aver tentato di tenere viva la fiera delle pecore con draconiani provvedimenti e concedendo ai pastori il pascolo gratuito dal 1 al 15 maggio, essa venne via via abbandonata. In suo luogo si fece largo l'idea di una grossa esposizione bovina che, lanciata in una riunione di parecchi proprietari dell'aprile 1908, venne subito ben accolta da enti locali e soprattutto dalla Banca Popolare e dall'amministrazione comunale. Espresso dapprima un comitato provvisorio sotto la presidenza del sindaco Poli, il 5 maggio venne nominato un Comitato esecutivo e stabilita la data a fine settembre. In effetti veniva inaugurata il 24 settembre 1908. Alla mostra bovina si era aggiunta quella delle macchine agricole. Sempre più importante diventava negli anni Trenta quando si allargò nel 1938 agli animali da cortile e ad altri generi di mercato. L'esposizione continuò accanto al mercato che per il suo crescente sviluppo, sentì la necessità di una nuova sede realizzata con l'acquisto nel 1920 del fondo parrocchiale denominato "I tre innocenti", posto in fregio alla strada provinciale Brescia-Mantova e alla stazione tramviaria Brescia-Mantova-Ostiglia, su una superficie di 580 mq. Inaugurato, dopo le opere necessarie, il 30 marzo 1923, negli anni successivi venne ampliato progressivamente acquisendo aree limitrofe fino a giungere nel 1967 i 60.000 mq circa e fu sottoposto ad una serie continua di migliorìe e sistemazioni. L'intenso sviluppo edilizio successivo alla seconda guerra mondiale finì con l'inglobare il mercato all'interno del centro storico e residenziale di Montichiari, prospettando gradualmente l'esigenza di un suo trasferimento in area decentrata e più facilmente agibile. Tale esigenza si impose nel 1974 e la soluzione si trovò nell'acquisto di una vasta area sulla via Goitese di 145 mila mq, sulla quale venne costruito con il costo di 5 miliardi circa il nuovo mercato inaugurato il 30 marzo 1984. Con la presenza di oltre 40 mila capi, nel 1986 era considerato il quinto d'Italia. Nel frattempo veniva potenziata la Fiera che nel 1979 aveva avuto il riconoscimento della Regione Lombardia. Anzi nel 1984 veniva annunciata una seconda fiera chiamata "mostra di S. Pancrazio" dedicata soprattutto all'artigianato e all'attività commerciale e al recupero dell'aspetto folcloristico e religioso dell'antica fiera. L'attività commerciale come quella economica in genere (ma anche lo svilupparsi dei "pellegrinaggi" alle Fontanelle) hanno portato alla nascita di alcuni alberghi e ad altre attrezzature turistiche, tanto da far pensare ad una Pro Loco. Al passo con il progresso dell'agricoltura e del commercio anche quello del credito. Nel 1869 veniva fondata la Banca Popolare di Montichiari che nel 1908 si costruiva, su progetto dell'ing. Giovanni Treccani ed Ernesto Zamboni, la nuova sede. Intanto nel 1895 era stata fondata come si è visto, la Cassa Rurale ed Artigiana che inaugurava il 4 ottobre 1959 una nuova sede. Il 30 aprile 1970 essa si fondeva con le Casse rurali di Calcinato e Molinetto assumendo la denominazione di Cassa Rurale ed Artigiana di Montichiari - Calcinato e Molinetto e infine quello di Cassa Rurale ed Artigiana dei Colli Morenici diventando la prima fra le Casse Rurali bresciane per depositi e attività. Nel 1920 apriva la sua sede il Credito Agrario Bresciano, lasciando nel 1932 il campo alla Banca S. Paolo, ma ritornando poi nel 1983 e inaugurando nel gennaio 1988 in via Mantova la sua nuova sede. Una nuova sede inaugurava nel 1990 anche la Banca S. Paolo. Intanto nel 1927 era stata aperta una filiale della Cariplo.


PERSONALITÀ. Numerose le personalità che hanno illustrato Montichiari nei secoli, da quelle che si sono distinte nella vita pubblica fin dai conti Longhi (Alberto, Azzone, Narisio ecc.) ai Casaloldo, a Fortis da Montechiaro, a Bartolomeo, a Nicolò Secco d'Aragona, all'on. Giovanni Antonio Poli. Vivente l'on. Mario Pedini, deputato, ministro, scrittore. Tra i giureconsulti si distinsero Imerico da Montechiaro, Jacopo da Montechiaro. Tra i medici Bernardo da Montechiaro, Bornato da Montechiaro, Ugo Baratozzi. Conosciutissimi i liutai Micheli, tra i quali eccelsero Pellegrino da Montichiari al quale qualcuno ha attribuito l'invenzione del violino, a Zanetto l'organaro, ed altri ancora. Compositori furono Carlo Inico, Dino Poli. Vivente è la cantante Maria Minazzi. Vari i Treccani e ricordati per diversi titoli. Fra tutti il più celebre e conosciuto il conte Giovanni Treccani degli Alfieri, fondatore della celebrata Enciclopedia Italiana. Tra i dotti, gli scrittori e i poeti sono ricordati don Baldassare Zamboni, don Giuseppe Riviera, don G.B. Mosè Zamboni, Angelo Mazzoldi, Francesco Bellandi, Santo Casasopra, Giuseppe Pastelli; in attività e molto conosciuto lo scrittore Aldo Busi. Tra i pittori: Giuseppe Pirovano, Luigi e Cesare Campini, Antonio Pasinetti, lo scenografo Luigi Manini. Nella beneficenza si distinsero particolarmente il conte Gaetano Bonoris e Rita Tonoli, molto conosciuta a Milano e dimenticata a Montichiari.


ARCIPRETI E ABATI. Raimondo (1149), Obizone (1154), Guglielmo (a. 1177), Balsamino (1373), Pietro o Zenone de Cathenariis di Montichiari (7 ottobre 1374 - 1378), Cosimo Moreschi (1379), Antonio Moreschi (riceve invest. di beni vescovili 3 ottobre 1380, Reg. Iacobini da Ostiano 1328), Comino Comini (1383), Maffeo di Bergamo (1403), Antonio Zambelli di Chiari (1408) passò Prevosto di Gambara, Giovanni di Saluzzo (1415), Venturino (1418), Battista (1422), Antonio di Calvisano (1437), Pietro o Pecino da Campo (1444-1451), Pietro Planeri di Quinzano (forse Vicario 1449), Bartolomeo Davidi di Orzinuovi (1451-1494), Andrea da Viadana cremonese (forse Vicario 1455), Bernardo Zane, o Zen. nobile veneto e Protonotario apost. (1494-1509): nel 1498 fu nominato Arcivescovo di Spalato in Dalmazia, Lorenzo de Menzanega (1508 rin. 1509), Giambattista Zane, nobile veneto e canonico di Treviso, fratello di Bernardo (1515-1528), Sante Zane di Alvise, fratello del precedente (1528-1529), Giovanni della Volpe prevosto di Imola (1529-1530), Domenico Cocco, o Cucchi, Prelato dom. di Clemente VII e arcivescovo di Corfù (1530), Francesco Seneci (1586-1597), Paolo nob. Coccaglio di Brescia, Dottore in Leggi e Can. della Cattedrale (1597-1602), Fausto Mellario di Siena, Dottore in Leggi e Vicario generale, Camillo Bossi, o Bosio, di Brescia (1604-1624), Pietro Cirimbelli (1624-1625), Giovanni M. Cavalli di Chiari (1625-1651), Alfonso nob. Aleni di Brescia, Dottore in Leggi e canonico di San Nazzaro (1651), Francesco Tirandi di Brescia, Dottore in Teologia (1651-1655), passa Canonico Penitenziere della Cattedrale, Cristoforo nob. Cazzago di Brescia (1655-1673), Antonio Novelli di Castenedolo (1673-1691), Francesco Fracassini di Brescia, Dottore in Leggi e Abate titolare (1691-1724). Dopo di lui i suoi successori assumono il titolo e le insegne di Abati titolari. Galeazzo nob. Foresti di Brescia (1724-1780), Francesco nob. Nassini di Brescia (1780-1817), Giambattista Serioli di Collio (1817-1822), Pietro Zocchi-Alberti di Salò (1822-1860), Francesco Beretta di Gardone V.T. (1861-1871), G.B. Nicolini di S. Colombano di Collio (1872-1881), Luigi Borsa di Cigole (1881-1904) Cameriere segr. di S.S., Giuseppe Rovetta di Castenedolo (1904-1911) Protonotario Apostolico, nominato Vescovo di Cassano Ionio, poi titolare di Efesto, Giovanni Quaranta di Oriano (1912-1949) Cameriere Segreto di S.S. e primo Abate mitrato; Francesco Rossi (1949-1970), Vigilio Mario Olmi (1970-1983), Franco Bertoni (dal 1984).