MAZZUNNO

MAZZUNNO (in dial. Masù)

Borgata a NO di Darfo, sul versante sinistro della valle del Dezzo, a N di Angolo, a m. 386 s.l.m. Il paese spazia sulla via Mala e fiancheggia il torrente. È frazione del comune di Angolo. Il comune prima della soppressione aveva Kmq 8,67 di superficie. Il nome è forse un accrescitivo da mash = cascina di montagna, secondo altri dal celtico maegh maag = terrapieno naturale, cascina di montagna; o più probabilmente dal lat. 'Mansio' cioè di un ospizio per viandanti, sulla mulattiera che prima del 1864 congiungeva la Valcamonica con la Val di Scalve. Nella carta Pallavicini 1597, Mazù, nome vicino a quello dialettale (la Masù) della Mansione nei pressi di S. Nazaro a Brescia.


La valle di Dasse, che si estende da Mazzunno fino agli strapiombi della Via Mala, offre interessi scientifici notevoli. Nel 1983 il geologo tedesco Siefried Amadeus Floessner vi ha scoperto i resti di un vulcano raramente riscontrabile in Europa. Abbondantissimi sono i fossili. La zona è abbondante di sorgenti, una delle quali, ai confini con il Bergamasco, è sempre stata ritenuta miracolosa dalla popolazione e perciò adornata dall'immagine di Papa Giovanni XXIII. Nel territorio si cava un bel marmo occhialino. Mazzunno conobbe con tutta probabilità la presenza celtica e poi quella romana. I Romani vi istituirono presumibilmente una stazione militare a crocevia fra la Val di Scalve, la Val di Angolo e Borno. In effetti Mazzunno si trovò fin dalla preistoria all'incrocio dei sentieri e poi sulla strada che dalla Corte di Darfo per il ponte di Montecchio, toccato Gorzone si incontrava con quella che da Rogno per i Grimaldi ed il lago di Sorline (oggi lago Moro), portava ad Angolo. Da Mazzunno la strada saliva poi lungo la valletta di Dasse, fino alla contrada di Praè, Prave (dal lat. prato, prati), per proseguire fino ad Azzone e agli altri centri della Valle di Scalve. La strada preistorica è particolarmente malagevole (tanto da essere definita la via Mala), fu migliorata poi dai Romani. Aveva una statio, delle mansio (un ospizio con stallo) a Mazzunno e poi a Prave ed infine ad Azzone. Si accenna anche ad un ponte costruito dai Romani per favorire il passaggio di truppe da Angolo a Bessimo attraverso Anfurro e da Mazzunno a Prave e Borno. La via fu sempre frequentata da pellegrini, viandanti e mercanti, che scendevano dalla Germania e dalla Svizzera per i passi del Bernina e dello Stelvio e per la Valtellina, la val di Belviso, la Val di Scalve; essa raggiungeva i più celebri santuari italiani e soprattutto la tomba degli Apostoli a Roma. Era inoltre frequentata dai pellegrini italiani che salivano ai santuari della Svizzera e specialmente quelli di S. Gottardo ad Hildesheim nella Sassonia.


Antica è la "Vicinia" che si conservò sempre come ente distinto dal Comune e i cui beni appartennero sempre agli originari e che condivise in gran parte le vicende di Angolo. Appartenne con tutta probabilità alla curia vescovile di Darfo. Passò, poi in possesso dei Federici. Nel 1410 Pandolfo Malatesta vi confiscava i beni dei ghibellini, Cristoforo Martini e Andoardo Federici, per affidarli a Comincino Federici, rimasto a lui fedele. Un documento del 10 settembre 1445 riporta l'affittanza delle decime vescovili al comune di Mazzunno. A questo venivano tolte, il 18 settembre 1465, per affidarle a Leonardo q. Obertino Federici . Altri documenti ricordano investiture vescovili. Le decime stesse vennero il 9 marzo 1532 affidate a Obertino q. Giasone Federici di Gorzone, il 5 novembre 1533 agli uomini e al comune di Mazzunno, il 9 aprile 1586 a Valentino Federici di Gorzone. Tra le famiglie più in vista e più antiche del paese, vengono nei documenti ricordate quelle dei Molinari, Inservini, Tomera, Chiloni ecc. Negli stessi documenti vengono ricordate le contrade del Roch da Sabbiona (27 marzo 1478) e di Pombracho (7 gennaio 1497). Contrasti vivaci per i confini Mazzunno ebbe con le comunità di Gorzone, Sciano e Terzano, composti a volte, come il 6 ottobre 1775, con lunghe trattative.


Il 5 giugno 1805 Mazzunno veniva unito al Comune di Angolo, riconquistando l'autonomia sotto il dominio austriaco. Con R.D. del 18 marzo 1928 n. 820, Mazzunno perdeva definitivamente l'autonomia comunale e veniva annesso a quello di Angolo. Nel 1832 la "Vicinia" è accennata come 'Società dei boschi' e poi nel 1864 Società degli Antichi Originari prendeva il nome di Società Agraria di Mazzunno. Le montagne di Mazzunno conobbero fin dall'ottobre 1943 la presenza di partigiani. Cinque di essi (Ivan, Pavel, Stefanic, Cavalli e Voltolini) caddero nel dicembre 1943. A loro ricordo venne eretto a Mazzunno nel giugno 1982 un cippo di roccia carsica del peso di alcuni quintali. Da Mazzunno emigrò a Lovere nel 1580 circa la famiglia Brighenti che si estinse nei due fratelli, i sacerdoti Ludovico e Giacomo (morti ambedue nel 1626), fondatori del Collegio o Ginnasio loverese.


ECCLESIASTICAMENTE Mazzunno appartenne alla vasta pieve di Rogno dalla quale si staccò probabilmente nel sec. XIV. Nel 1532 la chiesa "S. Jacobi de Masù" è già parrocchiale. Nel 1576 esisteva già la Confraternita del SS. Sacramento e vi funzionava il Pio Luogo della Misericordia per l'assistenza ai più poveri. Passò nel 1578 alla vicaria foranea di Artogne, per ritornare poi di nuovo nell'ambito di quella di Rogno. La vita economica della parrocchia si è avvantaggiata particolarmente di due cappellanie, quella "Chitona Faustinelli" istituita con testamento di don Pietro Faustinelli, del 30 aprile 1639, l'altra istituita da don Dovina nel 1746. Le cappellanie vennero poi riunite in un solo ente detto Faustinelli Dovina. Don Abramo Martinelli parroco dal 1966 al 1981 ha costruito una nuova canonica, l'asilo infantile ed ha restaurato la chiesa parrocchiale. La prima cappella sorse probabilmente accanto all'ospizio per pellegrini e viandanti. Era già fatiscente nel 1567. Venne restaurata intorno al 1593. La chiesa parrocchiale risale invece al sec. XVII, completata all'esterno nel 1758 come sembra indicare una data trovata di recente sul portale maggiore. Il Faino la dice ricca di tre "ornatissimi" altari. Nel 1978 il parroco don Martinelli lanciò il progetto di restauri, realizzati però a partire dal 1984 grazie ad un gruppo di giovani volontari. La chiesa presenta una facciata ad ordine unico divisa in tre riquadri di lesene che sostengono il cornicione ed il sovrastante timpano triangolare, in cui è affrescata una SS. Trinità fra gli angeli del '700. Ingentilisce la facciata un protiro, sostenuto da due colonnine tuscaniche in arenaria, appoggiate su un muretto che recinge il piccolo sagrato, e che sostengono tre archi a pieno centro a volta a crociera. La porta è ricca di lesene con capitello, losanghe centrali, e un piccolo timpano con affresco raffigurante S. Giacomo. Essa ha battenti ad intaglio e formelle con motivi floreali, triregno e chiavi incrociate. Sul lato nord est spartito da lesene in quattro campate sta il campanile a fusto liscio, salvo il cordolo che delimita l'orologio, e la torre campanaria, che su ogni lato ha aperture a pieno centro, adorne di lesene tuscaniche. Il presbiterio è all'esterno rettangolare con addossata la sagrestia. Il lato sud-ovest è a tre comparti divisi da lesene. In quello centrale è aperta una porta del sec. XVIII, con battenti adorni di intagli floreali e con un arco a tre centri sostenuto da mensole, ricche di motivi decorativi in pietra simona, sostenenti un cornicione fortemente modanato. Una delle mensole porta la data 1535. L'interno è a navata unica divisa da lesene in tre campate che nella volta racchiudono medaglioni che contengono in ricca cornice di stucco affreschi raffiguranti la Pesca Miracolosa, il Discorso della Montagna, la Decollazione di S. Giovanni Battista opere di Domenico Quaglio che ha firmato «Dom.us Qualeus pinxit 1754». Dello stesso sono il riquadro con al centro S. Giacomo in gloria, i due riquadri laterali con Davide e Mosè. Nelle pareti laterali della terza campata sono raccolti in nicchie a pieno centro gli altari laterali. Nella controfacciata a sinistra nell'entrare, in una nicchia, è raccolto il fonte battesimale con vasca in pietra bianca e un discreto affresco secentesco raffigurante il Battesimo di Gesù. La nicchia è chiusa da cancellata in ferro battuto. Entrando a destra sopra un confessionale sta una tela raffigurante la Flagellazione, attribuibile, secondo il Panazza, a Giovanni Chizzoletto. Nella seconda campata, sopra la porta laterale si trova un'altra tela raffigurante S. Antonio di Padova con il Bambino Gesù, ritenuta opera di Antonio Paglia. Nella terza campata sta un altare con paliotto in scagliola riccamente intarsiato, con al centro la figura di S. Nicola da Tolentino, coeva, secondo il Panazza, alla soasa ricca di colonne tortili ricche di motivi che sostengono frammenti di architrave con angeli in preghiera. La pala raffigura la Madonna col Bambino con i SS. Antonio ab. e Nicola da Tolentino e le anime purganti, vicina, secondo il Panazza, allo stile di Antonio Marone, e con la data 1637. Il presbiterio è contornato da sedili in legno di noce, presumibilmente settecenteschi. L'organo della ditta Perolini di Bergamo è raccolto in una cassa decorata con motivi musicali. Di marmo con intarsi marmorei nel paliotto e nelle alzate, è l'altare maggiore. Al centro del paliotto è un rilievo in marmo bianco di Carrara, raffigurante l'Assunta e i S.S. Giacomo e Bartolomeo. Ricco di marmi di vario colore, è il ciborio con sportello moderno, raffigurante il Buon Pastore, firmato dal Guerinoni. Ricca ed elegante anche la soasa che racchiude una pala di intonazione, secondo il Panazza, palmesca (tardo sec. XVI o inizio del sec. XVII) raffigurante la Madonna col Bambino in gloria con i S.S. Bartolomeo e Giacomo. Sul lato nord del presbiterio sta un quadro (cm. 110 x 50) giovanile di Andrea Celesti, raffigurante la S. Famiglia e S. Antonio ab. Scendendo lungo la navata sinistra, sta un altare simile a quello di fronte, databile 1725-1730 circa, con nel paliotto un medaglione raffigurante la Madonna del Rosario, una soasa in legno, con ai lati le statue di S. Giacomo e S. Bartolomeo, ricco di vari motivi, che il Panazza colloca nell'ambito di Pietro Ramus e della sua scuola. La pala raffigurante la Madonna del Rosario con i S.S. Domenico e Caterina, più antica della soasa e di discreta qualità, viene dal Panazza avvicinata a Domenico Mazino, con influenza di Ferdinando del Cairo. Nella campata di mezzo, al posto del pulpito, è stata posta una tela raffigurante la Deposizione della Croce che il Panazza avvicina alle opere di Giovanni Chizzoletto. Nell'ultima campata prima di uscire sta un quadro raffigurante la Salita al Calvario, forse secondo il Panazza, di Domenico Carpinoni. Nella controfacciata è stata ricavata una nicchia con il Fonte Battesimale, adorno di una tela raffigurante il Battesimo di Gesù e chiusa da un cancelletto in ferro battuto. Ancora sulla controfacciata un cartiglio avverte che i lavori di ridipintura sono stati operati nel 1973 da Giovanni Poli e figli. La chiesa venne consacrata nel 1952. La sagrestia è adorna nella volta di un affresco raffigurante il Sacrificio di Abramo della scuola del Quaglio. Vi si conservano suppellettili sacre di un certo valore, fra le quali un calice firmato Francesco Henianig F., della metà del Seicento. Particolarmente suggestiva la chiesetta di S. Rocco o "dei morti" che sorge sulla destra della chiesa parrocchiale. Si tratta di una specie di cofano ricco di figure omogeneamente immaginate e dipinte (secondo qualcuno, fra cui il restauratore Tino Bertolotti), da Giovanni Pietro da Cemmo, ma più probabilmente un suo allievo, forse il cosiddetto Maestro di Nave o il Maestro Erratico. Sulla parete settentrionale, nell'ex. chiesetta l'artista ha dipinto una Madonna in trono che tiene in braccio il Bambino, cui offre una pera. È attorniata da Santi ausiliatori: a sinistra, (S. Giovanni) santo con il coltello in mano; santo con libro e bastone da pellegrino; da destra, S. Rocco e S. Sebastiano; in alto, nella lunetta, la Natività (con la scritta «Hop... op... p. f.f. 1530») con i Santi Rocco e Sebastiano; nelle vele del soffitto gli Evangelisti; sotto, S. Marco con la scritta: "Munere clamoris sanctus Marcus imago leonis". Quindi, S. Giovanni "Transvolat allas (sic) aves ultra volet ultra Joannes". Poi, S. Luca "Templa Lucas curat vitulum Lucas figuras". E S. Matteo: "Est homo matre deus genus: ecce Matheus'. Nei peducci sono quattro angeli con ali dipinte in vari colori, di indole bizantina. La chiesetta sembra quattrocentesca e sorse, con probabilità, dopo la tremenda peste del 1478 che segnò, per così dire, il lancio nel Bresciano della devozione a S. Rocco. Agli inizi, per parecchi anni, la cappella, che era allora la metà dell'attuale, era tutta aperta sulla fronte che guardava a meridione. Tale la trovava, il 27 settembre 1567, il vescovo Bollani, che ordinava venisse chiusa con cancelli. Gli atti della visita non accennano agli affreschi, ma solo all'altare di S. Rocco che, secondo gli ordini vescovili, doveva essere tenuto ornato come d'uso. Più abbondanti le notizie fornite dagli atti della Visita di mons. Celeri (1573), che la dice posta nel cimitero di S. Giacomo, non consacrata, senza reddito od obbligazione alcuna. Vi si celebra qualche volta per devozione. La cappella è plafonata, dipinta e munita di un cancello di legno. Il parroco di Mazzunno nella sua relazione per la Visita pastorale del 30 aprile 1667 testimonia che non vi si celebra messa, ma che vi è obbligo di far celebrare messa nel giorno di S. Rocco, ma nella chiesa parrocchiale e che "si fanno quattro processioni intorno alla Villa da, me Curato col stipendio solito di lire cinque". "Le elemosine vengono amministrate da sindaci deputati [...] alla fabbrica delle chiese ed oratori". Più tardi la chiesa funzionò da Disciplina cioè da sede della Confraternita o Scuola dei Disciplini. Nel 1702 doveva già essere chiusa giacché i disciplini vi recitavano l'Officio della Madonna e vi facevano altri esercizi di pietà. Probabilmente durante il secolo XVIII, venne aggiunto un nuovo ambiente, anch'esso affrescato sia pure non con la stessa sontuosità dell'altro, tuttavia, non meno grazioso, anche per la piccola pala posta sull'altarino, raffigurante la Madonna con Bambino e i santi Rocco e Sebastiano e per gli efficaci e graziosi affreschi del volto a vela, con un medaglione al centro raffigurante l'incoronazione della B.V. e, ai quattro angoli, angioletti che portano simboli mariani: il sole, la luna, la stella e lo specchio. C'è chi li ha attribuiti ad uno dei Corbellini, mentre il Panazza pensa a Carlo Innocenzo Carloni. Il tutto è stato restaurato recentemente nel 1968 da Tino Bertolotti. Ricostituitasi la Confraternita del S.S. Sacramento, S. Rocco ne divenne la sede, come attestano documenti del 1861 e del 1892.


S. Bartolomeo in Prava o in 'Monte'. Sperduta sui monti, a 1100 m. s.l.m. e perciò detta S. Bartolomeo in Prava o dei Monti, sorse probabilmente sulla antica via che portava in val di Scalve, accanto all'antico ospizio per pellegrini e viandanti. Fu secondo Sina e Guerrini probabilmente costruita dai vescovi di Brescia quando sostituirono i monaci di Tours in molti possessi. citata nel Registro dei benefici ecclesiastici nel 1530 e poi dal Bollani e da altri visitatori. Il convisitatore di S. Carlo nel 1580 ordina che l'altare sia reso regolare e chiuso con cancelli almeno di legno e venga fatto il soffitto. Inoltre dispone che la chiesa si tenga chiusa con catenacci e chiave. Per eseguire tutto ciò l'Ordinario doveva obbligare gli eredi di tale Bartolomeo Bertoli a corrispondere le quaranta lire da lui lasciate alla chiesa. Gli atti della visita pastorale del vescovo Morosini dell'8 giugno 1646 registrano che vi si celebra due volte l'anno: la seconda festa di Pentecoste e la festa di S. Bartolomeo. Il vescovo Marin G. Giorgi, il 30 aprile 1667, concede il permesso di edificare la sagrestia. Notizie di un certo interesse fornisce il parroco nella sua relazione per la visita del 6 giugno 1683. Egli scrive che il santuario: "È incapace di contenere il popolo essendo assai piccolo", né può contenere tutti i presenti, specialmente il giorno della sua festa, perché oltre i parrocchiani concorrono anche assai forestieri. Nel 1809 il parroco di Mazzunno scrive che il santuario "si mantiene con le elemosine" e che vi si celebra la messa festiva d'estate e d'autunno per la gente che è sul monte "a travagliare" e a governare il bestiame. Non c'è però da meravigliarsi che così esposta alle intemperie la chiesa abbisognasse di frequenti interventi. Alcuni di essi venivano segnalati dal vicario foraneo nel 1863 e sanzionati da un decreto vescovile del 9 settembre di tale anno, riguardanti soprattutto il rifacimento della porta maggiore e le invetriate da porsi alle finestre. La facciata è molto semplice con porta architravata in pietra di Sarnico e finestre in pietra rossa di Gorzone. Sopra la porta c'è un affresco settecentesco con l'Immacolata fra i S.S. Giacomo e Bartolomeo. Accanto alla chiesa sorgono la casa del romito e un campaniletto molto semplice. L'interno è ad una sola navata a due campate con volta a botte, cui ne segue una più stretta con il presbiterio. Interessanti e gustosi, secondo il Panazza, gli affreschi che lo ornano di anonimo bresciano o bergamasco del tardo Cinquecento con influsso romaniniano raffiguranti la condanna e il martirio di S. Bartolomeo e, nella volta, S. Bartolomeo accolto in paradiso dalla B. Vergine e dalla SS. Trinità. Dietro l'altare, ai lati di una nicchia con la statua di S. Bartolomeo, stanno le figure affrescate dei S.S. Giacomo e Bartolomeo.


Molta devozione ha sempre riscosso la cappella di S. Maria delle Dazze, sulla via omonima. Ha un portichetto con due archi a pieno centro, sotto il quale passa la strada. Vi si trovano affreschi con le figure di S. Eurosia e S. Marco. La santella, chiusa da una cancellata, ha un altare settecentesco in legno e un'edicoletta con un dipinto quattrocentesco raffigurante la Natività e con ai lati, in finta nicchia, le figure dei SS. Giacomo e Filippo, che il Panazza dice settecentesche e vicine al Corbellini. La santella venne restaurata nel 1868. Nel territorio sono sparse numerose santelle. Nonostante le trasformazioni edilizie introdotte negli ultimi decenni, il paese conserva specie attorno ai vicoli "Nim" e "Palla" una aspetto edilizio antico e caratteristico, nella varietà di case alte e basse ricche di archi, fondali e ballatoi con gioco di luci suggestivo. Tra le case interessanti, il Panazza segnala quella secentesca di via Cantoni, 2 con porta architravata e altro portale con capitelli modanati; l'altra di via De Gasperi, 3 con la facciata a sud con finestre con incorniciatura dipinte del sec. XVIII, è ancora un'altra via Nim, con portale architravata e datata 1652. Interessante la casa secentesca di via Palla, 7 a doppio spiovente, a quattro piani, con finestre in Sarnico. Altre case sono datate 1608 (via Nim 18) 1785 (via Palla) ecc. Su una casa di via Palla vi è un affresco raffigurante la Sacra Famiglia, attribuito al Corbellini.


L'ECONOMIA fu da sempre basata sull'agricoltura, specie silvo pastorale e sulla coltivazione di "biade" . Presente la viticoltura, anche se già nel 1610 il Da Lezze definiva "pochi e deboli" i vini prodotti. Grazie all'abbondanza dell'acqua del Dezzo, fin dal medioevo esistettero fucine. Nel 1610 erano due e fabbricavano cerchi di ferro specie per botti, ruote per carri e carrozze. Esisteva anche un molino. Nel sec. XIX esisteva anche una fornace, situata ad un chilometro a Nord del paese sulla strada per Borno e che secondo il Rizzi (1870) forniva la migliore calce della Valcamonica. Fin dal 1905 la ditta Pesenti di Alzano Maggiore chiedeva di poter utilizzare l'acqua del torrente Dezzo. Solo nel 1907 tuttavia veniva realizzata una centrale elettrica di 10 mila cavalli per gli impianti della Società Voltri (poi Tassara) di Darfo. Ad essa si aggiunse nel 1912 una nuova centrale per 5 mila cavalli. Il 5 novembre 1912 alla Società Voltri si accomunava la Società elettrica Bresciana che, distrutta durante il disastro del Gleno, nel dicembre 1923, venne rimessa in funzione nel gennaio 1925.


PARROCI (tra parentesi la data di nomina): Teofilo de Rovatis (8 dicembre 1588), Giovanni Pasini (9 maggio 1606), Bartolomeo Rossini (21 giugno 1630), Bartolomeo Fantoni (26 settembre 1630), Matteo Moretti (4 maggio 1673), Giov. Batt. Poli (14 aprile 1689), Giuseppe Brembati (2 novembre 1696), Giov. Batt. Bonizoli (16 agosto 1702), Lorenzo Lunini (23 ottobre 1719), Piero Clemente (27 maggio 1724), Francesco Baiguini (22 marzo 1762), Giov. Batt. Botti (24 gennaio 1787), Antonio Camozzi (30 gennaio 1821), Giov. Batt. Greppi (7 ottobre 1824), Mauro Guerrini (25 giugno 1838), Omobono Pedersoli (31 maggio 1876), Alessandro Minini (1 ottobre 1895), Giovanni Tantera (11 ottobre 1912), Giovanni Tempini (13 settembre 1922 - 31 luglio 1966), Martinelli Abramo (1 agosto 1966 - 31 agosto 1980), Pietro Angelo Giorgi (21 aprile 1981).