MASSIMINI Fausto

MASSIMINI Fausto

(Brescia, 8 giugno 1859 - Visano, 9 luglio 1908). Di Luigi e della nob. Giulia Barbera. Frequentò il liceo di Brescia e in seguito l'Università di Pisa, dove presiedette un circolo repubblicano. Laureatosi in legge e tornato a Brescia, venne sempre più attratto nell'orbita zanardelliana diventando uno dei più fedeli gregari del leader politico. Per un certo periodo si dedicò all'insegnamento alla Scuola Commerciale Peroni. Entrò poi nello studio legale dell'on. Zanardelli, col quale collaborò in moltissime ed importanti cause e dal quale venne secondo qualcuno considerato come "il più forte discepolo". Da lui fu presto avviato agli impegni amministrativi politici. Nel 1889 e nel 1891 il Consiglio Provinciale lo chiamava a far parte della Giunta Provinciale Amministrativa. Nel 1892 veniva nominato consigliere comunale di Brescia; nel 1893 eletto consigliere provinciale nel mandamento di Leno e subito si segnalò per gli interventi sulla perequazione fondiaria, sulla guidovia Iseo Rovato - Chiari, sulla ferrovia di Valle Camonica, e su altre questioni riguardanti la viabilità, l'istruzione, sulle concessioni di forze idrauliche. Già nel 1893 era relatore sul regolamento delle acque potabili della fonte di Mompiano e nel 1896 si adoperò per il riconoscimento giudiziale dei diritti del Comune di Mompiano. Al contempo diveniva collaboratore di giornali specialmente della "Provincia di Brescia" sulla quale trattò soprattutto del sistema monetario, delle banche, del catasto, della perequazione fondiaria e sulle questioni emergenti. Nel 1893 entrò nel Consiglio Comunale di Brescia e poco dopo venne nominato assessore alle finanze. Caduto nel 1895, continuò ad interessarsi di questioni comunali sulla "Provincia di Brescia", e specialmente della demanialità delle acque potabili, della costruzione dell'acquedotto di Mompiano, della copertura della Loggia. Ritornato in Consiglio comunale nel 1899 con la minoranza e nel 1902 con la maggioranza, in ogni modo continuò a partecipare attivamente alla vita amministrativa. Nel 1902 sostenne in pieno l'alleanza fra Zanardelliani e socialisti, denunciandola poi nel 1904 in seguito allo sciopero generale. Questa posizione, gli attirò nelle elezioni politiche dello stesso anno i voti anche di molti moderati. Nel frattempo nelle elezioni del 21 marzo 1897 entrava alla Camera in rappresentanza del Collegio di Leno, rimanendovi nelle Legislature XX, XXI e XXII. Alla Camera si schierò contro la politica coloniale e il 22 maggio 1897 fu tra i 140 che votarono la deliberazione Imbrioni per l'abbandono dell'Eritrea, pur non votando più in tale senso il 16 dicembre 1898. Fu altrettanto contrario all'invio di truppe in Cina. Intervenne soprattutto su questioni economiche. Grande lavoratore, avvantaggiato da una forte intelligenza, si fece subito notare per assiduità ai lavori parlamentari e per la capacità nell'affrontare i più svariati problemi. Un gravissimo incidente ferroviario a Cartel Giubileo il 13 agosto 1900 in cui rimase gravemente ferito, sembrò troncargli la brillante carriera, ma si riprese e continuò l'intenso lavoro. Zanardelli lo nominò - con il conte Gerardo Lana e l'on. Massimo Bonardi - suo esecutore testamentario considerandoli tutti "ottimi e carissimi amici". Del resto egli venne ritenuto da tutti, amici e avversari uno dei migliori esponenti del partito zanardelliano come scrisse un avversario, M. Ducos, "per una sua personale competenza e per la sua laboriosità indefessa...". In effetti come deputato fu relatore di parecchi progetti di legge fra cui quello per lo sgravio del petrolio, per sollevare i comuni e le provincie dalle spese dello Stato, sugli accertamenti di ricchezza mobile e del catasto, "disegni di legge, come scrisse M. Ducos, che egli certamente preparò e studiò con quell'amore e quella devozione che portava in ogni suo pubblico incarico". Per la Giunta Generale del Bilancio stese una relazione sullo stato di previsione del Ministero delle Finanze, che venne molto apprezzata. Membro della Giunta delle Elezioni e della Giunta del Bilancio, e commissario nella Commissione d'inchiesta per la marina, segretario del progetto di legge per le concessioni governative, dopo aver rifiutato di entrare due volte nel Gabinetto Fortis, il 16 febbraio 1901 fu con l'on. Fulci presentatore dell'ordine del giorno che fece cadere il Governo Saracco e portò al governo, il 13 febbraio 1901, Zanardelli. Da lui aveva già accettato il sottosegretariato al Tesoro, ma all'ultimo momento lo cedette ad altro candidato. Giolitti, succeduto a Zanardelli, nel nov. 1903 lo pregò di assumere il sottosegretariato all'Interno, ma egli rifiutò per stare a Brescia vicino a Zanardelli, già gravemente ammalato. Il 29 maggio 1906 diventò invece sempre con Giolitti ministro delle Finanze. Tra l'altro presentò un progetto sulla derivazione delle acque pubbliche che rispecchiava a fondo i problemi della montagna. Stava dando ottima prova di sè, quando il 6 febbraio 1907 un'emiplegia lo colpiva d'improvviso a Montecitorio, togliendolo dalla vita politica e obbligandolo alle dimissioni. Dopo aver tentato tutte le cure, dovette arrendersi al male morendo a Visano. Si dice che si fosse suicidato con un narcotico: "certo" fu scritto, "desiderò intensamente morire". Già nel luglio 1908 il Consiglio Comunale di Brescia deliberava di erigergli un busto sui viali del Castello. La proposta venne ripresa dal Consiglio Comunale l'11 ottobre 1912, scegliendo per la collocazione il piazzale interno del Castello. Il busto, opera di Angelo Zanelli venne invece posto nei giardini del Rebuffone a Porta Venezia. Il 27 aprile 1924 venne inaugurata sul Palazzo di Visano una lapide la cui iscrizione dettata da Marziale Ducos suona: «Questa casa / da cui usciva adolescente / raccolse i dolorosi / ultimi giorni / di / Fausto Massimini / che avvocato economista / ministro della nazione / onorò la terra bresciana / che lo ebbe suo figlio. / La serenità dei campi / lo inspirò a semplicità di vita / la visione della grandezza della patria / elevò il suo pensiero / nobilitò la sua opera / rese più fulgida la rettitudine / nella vicenda della politica. / Il popolo di Visano / ne ricorda / con giusto sentimento d'orgoglio / l'origine e l'esempio».