MASSERA

MASSERA (La) da bé

Filastrocca dialettale in versi settenari tronchi (1781 per la precisione) destinati ad essere recitati davanti ad un pubblico. Un sermone, come lo chiama l'autore, richiamandosi a una tradizione che risaliva al Duecento (basti ricordare il Sermone di Pietro da Bescapè che è del 1274) o anche Canzùn (canzone) o con più umiltà zanzùm, baiamét (cioè chiaccherata). Dedicata alle nobilissime donne bresciane, venne attribuita erroneamente al conte Mariotto Martinengo, ma è opera del suo segretario o cancelliere Galeazzo degli Orzi che finse di aver trovato nel 1512 il manoscritto nella libreria del conte Martinengo a Collebeato. È considerata come il documento principe più antico del dialetto bresciano o "la perla della letteratura dialettale bresciana". Venne stampato la prima volta a Brescia nel 1554 e ristampato nel 1565 a Venezia; nel 1620 da Francesco Comincini di Brescia e ancora altre volte fino alla bella edizione delle Industrie Grafiche Bresciane del 1965, curata da Renzo Bresciani e poi riedita a cura di Giuseppe Tonna dalla Grafo di Brescia. Renzo Bresciani, attribuisce all'operetta "nobiltà poetica fatta soprattutto di realismo e di stringatezza efficacissima che va alla pari ad una vivace e potente immaginazione. Lo stesso Bresciani le attribuisce "un valore documentario di grande forza, una suggestione che nasce dalla meticolosità di certe analisi, dalla pignoleria insistita di certe elencazioni" . Ma bisogna anche rilevare che oltre alle precise e sovrabbondanti referenze gastronomiche vi sono brani di sorprendente mordenza sociale con la denuncia cruda, quasi allucinante delle condizioni in cui vivevano i contadini dell'epoca. Il tema del componimento è semplice: una donna si presenta ad una padrona per farsi assumere come masséra (cioè fantesca che ha in mano tutto l'andamento della casa) e dice cosa sa fare. Abbiamo così una successione di scene di vita d'altri tempi in una casa padronale: le varie faccende della preparazione del desinare, della cena, il bucato, il pane, l'uccisione del maiale, e poi le compere al mercato, l'ambasciata in una casa signorile, la cura degli ammalati eccetera. E il mondo visto, come dice giustamente il Bresciani, dall'angolo della cucina, con alle spalle la disperazione e la miseria della campagna, e nelle ore uguali della giornata, le faccende da sbrigare, senza mai pace. Inizia il cantastorie che invita la "brigata" che si raccoglie intorno a lui ad ascoltare la storia della "Massera" Fiore venuta da Collebeato in città, stracciata e abbruttita dalle fatiche della campagna a cercare lavoro presso una signora. Con il racconto della grama vita contadina e delle soperchiere e ruberie dei soldati, la "massera" convince la padrona che prima di assumerla le chiede che cosa sa fare. La massera si dilunga con pittoresca facondia ad elencare le sue capacità. Filare, tessere, fare il bucato, impastare il pane, preparare pranzo e cena e tenere in ordine la casa. Sciorina le sue capacità culinarie, la sua abilità nel contrattare la merce sul mercato, e anche nel fare qualche "ambasciata" ecc. L'energia e la facondia della massera convince la padrona ad assumerla, per cui ricompare il cantastorie a chiedere come ricompensa della sua storia, una piccola salsiccia o almeno un fagiolo (!).