MANERBA (3)

MANERBA (in dial. Manerba)

Comunità composta da diverse frazioni. È a 128 m. s.l.m., a 33 Km. da Brescia e a 11 Km. da Salò. Ha una sup. com. di 26,96 Kmq. Si estende su un promontorio che intorno alla rupe della Rocca, dai suoi 215 m. s.l.m. domina il lago e la Valtenesi, raggiunge a S Gardoncino, la punta di S. Sivino, a O i primi rilievi morenici, dove sono le frazioni di Montinelle e Solarolo, e a N il rio Avigo sul quale sorge la Pieve Vecchia. Le frazioni principali sono Pieve, Balbiana, Solarolo, Montinelle, Gardoncino. Ognuna ha la sua chiesa. A Solarolo ha sede il comune. Dallo scoglio della Rocca a 218 m. s.l.m. si può godere uno dei più begli spettacoli del lago di Garda. Bellissimo è anche il porticciolo di Dusano. Il nome non si riferisce per nulla a Mano d'erba che si trova sulla porta della chiesa di S. Sivino e a S. Procolo ma al vicus Minervae cioè al culto di Minerva, dea della sapienza e dell'olivo, ricordata da lapidi trovate nel territorio. Nel sec. IX si chiamava Minervae, nel sec. XI Manerva; poi Manerba. Abitanti (manerbesi): 1900 c. nel 1530, 2000 c. nel 1570, 1550 nel 1578, 1500 nel 1595, 703 nel 1655, 1202 nel 1731, 1059 nel 1757, 1317 nel 1850, 1593 nel 1880, 1628 nel 1900, 2104 nel 1922, 2104 nel 1930, 1457 nel 1861, 1680 nel 1871, 1593 nel 1881, 1682 nel 1901, 2003 nel 1911, 2077 nel 1921, 2110 nel 1931, 2027 nel 1936, 2158 nel 1951, 2274 nel 1961, 2566 nel 1971, 2748 nel 1977.


La leggenda vuole che Minerva con gli altri dei, travestiti da animali per sfuggire al gigante Tifone, si sia rifugiata a Manerba al centro di quella che verrà chiamata la valle di Atene (Valtenesi), per avervi la dea insegnato a piantare le olive e "molte delle sue arti". Geograficamente e geologicamente appartiene all'anfiteatro morenico del Garda. Il territorio si è andato formando nel terziario e con estesi affioramenti del periodo inferiore dell'Eocenico e in parte dell'Oligocenico come dimostrano i numerosi fossili trovati dal prof. Anselmo Mari e raccolti nel suo museo privato. Tra i reperti, il prof. Mari ha raccolto a S. Sivino dei Pettinidi, delle piccolissime nummuliti ed un riccio di mare ('Scutella subrotunda') risalente a 18-19 milioni di anni. Numerosi anche i fossili vegetali, pure risalenti all'era Quaternaria. Della ricchissima vegetazione il prof. Herbert Reisigl, dell'Università di Innsbruck, nel 1982 ha portato in luce nella zona "Sotto-Sasso" due rare specie di orchidee, la "Serapias Voneracea" e la "Serapias Papilionacea". La scoperta ha sollecitato il progetto della creazione fra Dusano e Pisenze di un parco naturale di circa 40 ettari. Il territorio è inoltre ricchissimo di reperti preistorici, ed è stato fatto oggetto di ricerche per un epitaffio romano dal Labus nel 1818. Decenni dopo nel 1864 l'ab. Antonio Stoppani rilevò l'esistenza di palafitte nel golfo di Manerba. Vennero poi le segnalazioni del dott. Rambotti di Desenzano e del parroco di Padenghe, don Pietro Galli. Fino a quando si arrivò agli scavi compiuti tra il 1881 e il 1885 dal manerbese G. B. Marchesini, che portarono alla luce una ricca necropoli ai piedi della Rocca. Le ricerche continuate da altri (fra cui quelle sul sepolcreto romano scoperto presso la Pieve nel 1924) sono culminate nel 1970 con la creazione dell'Associazione Storico-Archeologica della Valtenesi con sede a Manerba, con la mostra archeologica del 1972 e con la creazione nel febbraio 1973 da parte del Comune di Manerba del primo nucleo del Museo archeologico. Le ricerche sono poi proseguite sotto la direzione di G.P. Brogiolo (1971-1976) in località Rocca, di L. H. Barfield (1976-1983) in località Sasso, e di G. P. Brogiolo e M. Caver (1977, 1979-1980) in località Pieve. I più antichi reperti vennero trovati dal prof. L. H. Barfield tra il 1976 e il 1983 sotto il Sasso di Manerba, in quello che è stato chiamato il Riparo Valtenesi risalente ad un momento di transizione (metà circa del quinto millennio a C.) tra il Mesolitico ed il Neolitico. Si tratterebbe di un insediamento frequentato come stazione stagionale per la pesca, documento con manufatti mesolitici di pietra a trapezio di tipo Castelnovimo e da ceramiche tipo Fiorano, dell'inizio del Neolitico. Altre ricerche compiute sulle pendici Ovest della Rocca hanno rilevato insediamenti dal Neolitico Medio e finale (IV - III millennio A.C.) in poi. Del IV millennio sono frammenti di vasi dalla imboccatura quadrata, con decorazione, rinvenuti sulla sommità della Rocca che indicano insediamenti di popolazioni dedite alla caccia (specie al cinghiale e al cervo) e all'allevamento (bovini e caprini). Sempre sulla Rocca sono stati ritrovati nel settembre 1976 ceramiche (tazza, vaso, piatto ecc.) attribuibili alla Cultura di Lagozza, della fine del Neolitico (III millennio) a. C. Sempre nella zona della Rocca, e anche in località Sasso, sono emersi frammenti ceramici con motivi a cordicelli risalenti alla cultura dei vasi campaniformi compresa tra la fine della cultura di Lagozza e il pieno sviluppo di quella di Polada con cui inizia l'età del Bronzo. Del II millennio a. C. (periodo Calcolitico) è stata trovata sempre da L. H. Barfield (dal 1976 - al 1983) nel già nominato Riparo Valtenesi, sotto il Sasso di Manerba, una vera e propria necropoli, costituita da una serie di almeno sei tombe di sepolture collettive, costruite in legno di quercia e con pavimentazione in ciottoli che rappresentano finora un «unicum» per l'Italia. Gli scavi hanno portato alla luce evidenze di un rituale funerario piuttosto complesso, rivelato dalla presenza di sepolture secondarie: deposizione delle ossa in camere mortuarie dopo l'avvenuta riesumazione delle stesse, cremazione dei teschi dei defunti in focolari appositamente accesi, carbonizzazione rituale di sementi (come offerte). Le camere vennero bruciate o smantellate ed in seguito ricoperte con piattaforme di pietre, sulle quali vennero deposti strati di semi bruciati e punte di frecce frantumate intenzionalmente. Le tombe appartengono alla tradizione di sepolture collettive in megaliti o altri tipi di camere, molto diffusa nell'Europa Occidentale. Un rito analogo locale, che però presenta un rituale meno articolato, è quello delle sepolture collettive in grotticelle diffuso prevalentemente nelle Prealpi lombarde. Il corredo delle tombe comprendeva soprattutto elementi di collana in steatite, marmo, rame e conchiglie (Columbella Rustica): questi, più che costituire gli ornamenti personali dei defunti, erano delle offerte votive. Inoltre erano stati deposti nelle tombe vasi, punte di frecce e aghi di rame. Insediamenti nella I età del Ferro (VIII sec. a.C.) sono documentati da molti reperti di ceramica e oggetti in bronzo trovati sempre nella zona della Rocca. L'ottimo stato di conservazione ha fatto pensare che appartenessero al ripostiglio di un mercante. Reperti archeologici hanno rivelato insediamenti di Età Romana in tutta la zona della Rocca, dai piedi alla sommità e specie sui terrazzi del versante occidentale. Il ritrovamento di frammenti di laterizi, di intonaco e di tessere musive bianche e nere, hanno fatto ritenere l'esistenza in luogo di abitazione di un certo decoro. Già tra il 1881 e il 1885 in un appezzamento denominato Olivello ai piedi della Rocca e appena fuori l'abitato di Montinelle, G.B. Marchesini aveva segnalato l'esistenza di una necropoli di oltre cento tombe ad inumazione databile ad un periodo compreso tra l'età augustea e la fine del IV sec. d. C. La povertà degli oggetti votivi e delle suppellettili ha fatto pensare all'insediamento di una comunità di agricoltori, o comunque di gente di umile condizione. Lo stesso si deve dire di ritrovamenti a Est della Rocca mentre quelli della sommità della Rocca potrebbero far pensare all'esistenza di un luogo di semplice frequentazione o di culto. Avvalorerebbe questa ipotesi la presenza di un tempio a Minerva, epigrafi e testimonianze storiche. Pur ritenendo il Mommsen e altri, false la maggior parte delle iscrizioni (l'Urbinati ne conta ben 12), tra le poche ritenute autentiche ve n'è una rinvenuta proprio sulla Rocca, in una imprecisata zona del pendio orientale. La trascrizione fattane nel tempo da vari studiosi tramanda testi differenti e dunque letture leggermente diverse, ma ciò che è importante è la presenza della dedica alla dea Minerva (in ringraziamento per un beneficio ricevuto). Scavi compiuti nel 1977 da G.P. Brogiolo e ripetuti nel 1979 hanno messo in rilievo nella zona dietro Pieve di S. Maria, l'esistenza di un edificio romano, individuato, sia pure ipoteticamente (per le mura, frammenti di mosaico, intonaci), in una villa romana. Altre strutture d'epoca romana venero individuate nel 1980 a est della chiesa plebanale. Dal pago romano (e anche preromano) e poi dalla pieve dipesero infatti gli attuali comuni di Moniga, S. Felice, Puegnago, Polpenazze e Soiano e più a lungo l'attuale parrocchia di Raffa. La tradizione ha indicato templi a Minerva (sulla Rocca) ad Apollo (Solarolo), a Nettuno (a S. Maria). Scoperte di questo genere hanno avvalorato l'ipotesi che Manerba fosse il centro di un vasto pago romano diventato poi pieve, divenendo il luogo di maggior considerazione di tutta la Valtenesi. Di rilievo una lapide che l'arciprete Michele Pasini, nel maggio 1547, fece porre alla base del campanile della pieve e che tradotta dice: Caio Lucrezio Erasmo liberto di Caio, seviro augustale di Brescia e di Trento, gratamente a sè e a Comminia Onesima moglie carissima, a Caio Lucrezio Ermete, piissimo alunno e ai liberti e liberte. L'accenno ad un seviro, carica di rilievo, e ai liberti e liberte, ha fatto pensare ad un personaggio di particolare importanza e con ruoli significativi, abitante nella villa romana. Le monete poi trovate dal Marchesini e da lui elencate, portavano effigie di 24 imperatori o personaggi e famigliari dall'epoca di Augusto e Teodosio, che regnò con Valentiniano e Massimo II, dal 383 al 395. Ma non mancano tracce anche nei secoli che seguiranno. Un edificio esistente tra il V e VII secolo, venne individuato sulle rovine della antica villa romana in località Pieve. Questo e altri edifici sarebbero stati distrutti da un incendio intorno al VII sec. e in loro luogo vennero costruiti un nuovo edificio e una chiesetta, individuata in quella dedicata a S. Siro. Potrebbe essere questa la primitiva chiesa di Manerba. Il che potrebbe anche avvalorare l'opinione di quegli storici peri quali Manerba sarebbe sotto il dominio longobardo, compresa nei fines Sermonenses, cioè un distretto amministrativo, militare e giudiziario che ebbe il suo centro in Sirmione e che avrebbe abbracciato le due sponde meridionali del lago. Da ciò si potrebbe arguire un'indipendenza del territorio fino al sec. IX. Ciò però non contraddice il fatto che sempre in epoca longobarda, si sia formata sull'antichissimo pago la pieve cristiana. Resti individuati negli scavi compiuti dal 1977-1980 sembrano mettere in rilievo che la costruzione della chiesa. di S. Maria e delle tombe annesse, avvenne su un edificio costruito tra il V e il VII sec. d.C.. La presenza longobarda è comunque comprovata secondo Donato Fossati nei "lozeti" di Manerba (da 'loz' tributo, per indicare terre che pagavano tributi al conquistatore), nel toponimo Warte della frazione Gardoncino per indicare un luogo di guardia. Longobardo è il nome di Ermoaldo, titolare della Pieve di Valtenesi cioè di Manerba alla cui pieve faceva corpo tutta, o quasi, la popolazione valtenese. Nel 747 avrebbe rinunciato alla cura d'anime, per farsi benedettino e per diventare abate dell'abbazia di Leno, nella quale morì verso il 789. La leggenda vuole che accusato di ipocrisia, avarizia e scostumatezza l'arciprete Ermoaldo, richiesto dal vescovo di giurare sulla innocenza, avrebbe preferito di darne dimostrazione camminando sulle acque verso l'isoletta dei conigli. Un'altra leggenda racconta della prigionia nella rocca del giovane Antonio innamorato di Vitilde figlia del re longobardo Vitolfo, della sua fuga verso l'Isola di Garda (poi Borghese) dove sarebbe vissuto a lungo sotto le spoglie di eremita fino a quando potè unirsi con Vitilde. La leggenda registrata come verità da alcuni storici, vuole che la Rocca, già fortemente munita, abbia ospitato nel 774 il longobardo nipote di Desiderio, Cacone, deciso a morire piuttosto che cedere le armi ai Franchi capitanati dal feroce Ismondo. La resistenza continuò fino al 776, oltre la capitolazione dei Longobardi fino a quando, costretto dalla fame, Cacone dovette arrendersi a Marcario, duca del Friuli, che gli riservò l'onore delle armi. In verità l'"Arx de Minerva" compare la firma volta in un diploma (da qualcuno ritenuto falso) di Carlomanno con il quale il re franco donava il 6 ottobre 878 Manerba e altre terre della Valtenesi (da Scovolo a Desenzano) al monastero di S. Zeno di Verona. Risalirebbero a quest'epoca i resti di una cinta di forma vagamente ellittica, comprendente una torre interna di circa m. 7 x 7 emersi in recenti scavi compiuti sulla sommità della Rocca.


Più controversa è l'appartenenza di Manerba come della Valtenesi, a Verona o a Brescia. Di solito si conviene a ritenere la zona gravitante ecclesiasticamente su Verona e civilmente su Brescia. Alla presenza della diocesi di Verona accennano esplicitamente un documento del 973 e la bolla di Innocenzo III del 1145. Il Papa confermava al vescovo di Verona la giurisdizione delle pievi della Riviera sudoccidentale del Garda fra cui la pieve "de Tenensi" con le sue cappelle e le decime. La pieve ebbe sotto di sè le comunità di Polpenazze, S. Felice, Soiano, Puegnago, Raffa e Moniga, ancora ad essa legate con oneri 'filiali' nel 1577 e oltre. Paolo Guerrini non ebbe dubbi a scrivere che Manerba, ossia la plebs Tenensis, sia diventato poi un grande possedimento fondiario della Badia di Leno, e che furono i monaci di questo monastero a dissodare paludi e colline e a piantarvi vigne e olive. Beni vi ebbe inoltre anche il Monastero di Nonantola. Superate le invasioni ungare, che ceto provocarono rafforzamenti difensivi, il territorio visse tempi più tranquilli e di sviluppo economico e sociale. Se dubbie sono le infeudazioni che Ottone I avrebbe fatto di Manerba e Moniga a Liutprando, sembra più probabile che nel 1090 Manerba appartenesse ai Di Canossa e che da loro venisse affidata ad Umberto Conte di Parma, figlio di Arduino, che con atto firmato nella Rocca di Manerba donava al Monastero di Polirone il monastero di Maguzzano e beni in Manerba. Leggendarie invece sono le imprese di Leutelmonte da Esine, castellano della Rocca nel 1100 circa. Del resto potrebbe anche darsi che dai Di Canossa sia partita la fortuna dei Cattanei o Capitanei di Manerba. Mentre questi crescevano in potenza, nel 1154 Federico il Barbarossa, dimostrandosi generoso con Tebaldo, vescovo di Verona, gli assegnava ampi diritti su territori bresciani fra cui Manerba. Ma già di questi tempi, alla metà del sec. XII, emergevano, ormai i Cattanei, cioè la potente famiglia dei Capitanei della Riviera del Garda, discesa da un ceppo unico con i Cattanei di Salò, Gardone, Gargnano, Vobarno, Scovolo ecc. I Cattanei benacensi, fra cui quelli di Manerba, feudatari del monastero di S. Pietro di Serle, concedevano attraverso Azzone, risiedente in Torri del Benaco, alcune investiture in nome del monastero. Il 16 febbraio 1150 poi Filippo da Manerba assisteva a Torri del Benaco al placito di Federico, conte del Garda, ancora in favore del monastero di Serle. Sempre più economicamente potente, la stirpe dei Cattanei compare con maggior frequenza, fra il 1171 e il 1218, in documenti nei quali l'abate Alberto di S. Pietro in Monte Orsino cerca di rivendicare al suo monastero i diritti di castellania, decime, caccia sulla rocca di Bernacco, regolando nel frattempo i rapporti economico-giuridici coi Cattanei di Manerba. Tra questi comunque si devono ricercare, rileva Guido Lonati, gli antenati di quel famoso Biemino, ai quali l'imperatore Federico I, in epoca non ben precisata, ma compresa tra il 1171 e il 1281, concedeva vari privilegi e investiture in Manerba, confermati a Biemino stesso da Federico II (per aver sostenuto un duello in sua vece) il I novembre 1229. Veniva però imposto di non cedere a nessuno i beni loro concessi, senza il permesso dell'imperatore. Assieme a Manerba passava ai Cattanei l'isola di Garda che la tradizione vuole da loro ceduta nel 1221 a S. Francesco d'Assisi per erigervi il convento. Documenti del 1223 e del 1243 confermano la signoria dei Manerba sulla rocca di Bernacco, fino alla liquidazione con atti tra l'altro stipulati "in burgo de Manerva". Cessata ogni giurisdizione dei Manerba sulla rocca di Bernacco, i Cattanei indirizzarono altrove le loro mire. Ghibellini, Cattanei da Manerba o più semplicemente Manerba ebbero la riconferma dei loro privilegi nel 1311 da Arrigo VII e poi ancora nel 1410, nel 1421, nel 1427, nel 1428, 1444, ecc.


Fu probabilmente tra il XII ed il XIII secolo che grazie al rassodamento della potenza feudale dei Cattanei, venne costruita la seconda cerchia delle mura della Rocca. Limitata sul versante occidentale dallo strapiombo, aveva un ingresso a SO. A questa seconda cerchia erano addossate una chiesetta dedicata a S. Nicolò, abitazioni e torri. Fino al 1426, come sottolinea Donato Fossati, grazie ai Cattanei, Manerba "fu il baluardo più temuto e più sicuro a frenare le ambizioni territoriali del Comune Bresciano e spesso fu impulso e sostegno alle avidità Scaligere e Carraresi sulla Riviera". Fu Manerba soprattutto al centro di lotte fra Guelfi e Ghibellini che coinvolsero in seguito, sempre più con la stessa Manerba, la Valtenesi. La rocca fu contesa dagli uni e dagli altri, mentre Manerba aderiva alla Confederazione dei Comuni della Riviera, tesa a difendersi dai Visconti come dagli Scaligeri. Nel 1267 i ghibellini bresciani, aiutati da veronesi e cremonesi, trovarono rifugio anche nel castello di Manerba. Capitanati da Bacchino, gli abitanti di Manerba nel 1276 si ribellarono ai guelfi e ripresero con inganno la Rocca provocando una rivolta in tutta la Valtenesi, che venne sedata da Brescia. Questa debellò 'Bacchino' il quale finì la sua vita, secondo la tradizione, colpito da un fulmine. Ritornati padroni della Rocca e di gran parte della Valtenesi, i bresciani disposero nei loro Statuti del 1277, che nessuno ardisse ricostruire castelli o case in Manerba, S. Felice e nell'isola di Garda, distrutti solo l'anno prima. Per questo nel 1279 la rocca fu distrutta assieme al castello di Scovolo. Dopo la partenza di Arrigo VII nel 1310, i ghibellini tornavano a farsi sentire, rifugiandosi nella Rocca, dalla quale vennero stanati poco tempo dopo, mentre il paese e la rocca stessa venivano saccheggiati. Avendo nel 1313 ripresa la lotta, furono i guelfi a rifugiarsi nella Rocca, chiamando in loro aiuto Francesco Malvezzi, il Brisoldo o Brizzoldo che sconfisse gli assedianti, seminando nuove stragi anche in paese, fino a quando i ghibellini scacciarono di nuovo il Malvezzi. In questi tramestii di guerra, ebbe rilievo anche il castello di Solarolo, ricordato da Bettini la prima volta nel 1331 in un'investitura dei conti di Castelbarco. Nel 1336 Manerba entrava a far parte del Provveditore veneto di Salò, mentre con diploma imperiale datato da Praga il 13 febbraio 1351 si donava a Mastino II della Scala e ai suoi successori, Manerba assieme al Lago di Garda, con tutti i diritti di giurisdizione di navigazione e di pesca. Privilegi infine Manerba otteneva nel 1408 da Giovanni Maria Visconti, per il sostegno dato alla sua causa. Finalmente nel 1426 Manerba entrava a far parte della Repubblica Veneta, come membro della Quadra della Valtenesi della Magna o Magnifica Patria della Riviera del Garda. Sotto Venezia rimarrà fino al 1797, salvo una parentesi nel 1438, quando fu rioccupata per qualche tempo dall'esercito visconteo. Sotto la Repubblica incominciavano anni quieti e di sereno sviluppo. Al 1490 risalgono gli statuti conservati nell'archivio di Stato di Brescia; nel 1501 Manerba aveva un suo maestro di scuola; nel sec. XVII il sacerdote Beltrami vi fondava il Monte di Pietà in soccorso ai più poveri. Contemporaneamente si sfaldavano le grandi proprietà e nasceva una nuova borghesia agraria. I Cattanei da parte loro, almeno dal sec. XVII si ridussero nella villa Belgioioso, nella cosiddetta Valle di Manerba, sull'attuale Punta Belvedere. Qui il dott. Giovanni Maria ospitò amici, quali il letterato Bonfadio e il conte Paride da Lodrone, che forse già meditava le sue opere di beneficenza; qui Silvan Cattaneo meditò le sue "Dodici giornate di ricreazione" e scrisse l'opera in prosa "La barca di Padova". Nel frattempo si separarono dalla pieve di Manerba nel 1388 Monticelli di Scovolo (ora Portese), verso il 1400 Polpenazze, nel 1432 S. Felice di Scovolo, nel 1454 Soiano e Moniga, nel 1455 Puegnago. Questo riassestamento amministrativo portò strascichi di liti e contese, fra le quali durarono a lungo quella iniziata nel 1458 per il laghetto di Lucone con Polpenazze. Dai documenti non sembra che Manerba sia stato particolarmente coinvolto nella guerra fra Francia, Spagna e Impero, degli inizi del sec. XVI, salvo che nel 1512, quando venne assalito dalle truppe di Gastone di Foix, e la Rocca venne in parte smantellata. Lo stesso Teofilo Folengo riferendo nelle sue Maccheroniche dell'incontrastata discesa dell'esercito tedesco per la Riviera, fa dire al messaggero che porta la triste novità a Baldo: «Contrastumque sibi non fecit rocca Malherbae / quae spingardellis Benacum spazzat ubique».


Nei secoli che seguirono, gli avvenimenti di maggior rilievo non furono che carestie, epidemie di uomini e di bestiame, qualche segno di terremoto (specie nel 1514 e 1515) e il crescente banditismo. Distruggitrice la peste del 1576-1577, quando la popolazione dai 2000 abitanti nel 1570, scendeva a 1500 nel 1595. Quella del 1630 mietè 400 vittime, distruggendo famiglie intere, e uccidendo quattro sacerdoti. Nello stesso anno con testamento di Antonio Beltrami veniva costituito il Monte di Pietà, iniziato nel 1653. Gravissimo fu il fenomeno del banditismo, contro il quale vennero mobilitate sentinelle sulle torri. Soprattutto tristi ricordi di banditismo rimasero legati agli Zamari e al guado che esisteva presso il Crociale. Proprio perchè diventata rifugio di masnadieri, specie veronesi, che come scrive il Rossi "se l'havevano appropriata con danno di tutto il Lago...", venne smantellata. Della rocca rimarrà il ricordo ed echi di leggende di storie antiche che Giosuè Carducci ricorderà nell'Ode a Desenzano, con i versi: «Vuole Manerba a te rasene (etrusche) storia / Vuole Moniga attiche fole intessere / Mentre su i merli barbari fantasmi / Armi ed amori con il vento parlano...». Distruzioni e requisizioni portò la guerra di successione spagnola e specialmente il passaggio nel 1705 di truppe francesi e spagnole, aggravato da un rigidissimo inverno. Eppure, nonostante la diffusa povertà e le crescenti crisi economiche, verso la metà del secolo Manerba dava il via alla costruzione della nuova chiesa parrocchiale. Ultimo atto della Repubblica Veneta fu l'atterramento nel 1787 della Rocca, divenuta rifugio di banditi e malfattori. Manerba e la Valtenesi furono nel maggio 1796 gli ultimi lembi di terra bresciana ad essere abbandonati da truppe venete ed austriache, mentre gli abitanti allo scoppio della rivoluzione bresciana del 17 marzo, furono tra i primi ad aderire alla controrivoluzione filo veneta, cedendo le armi solo il 7 aprile. Il manerbese Giovanni Speziali, fra i più accesi antigiacobini, venne fucilato a Salò il 4 giugno 1792, mentre altri due, Bortolo Speziali q. Francesco e Giulio Rossi, ritenuti i capi più pericolosi, venivano banditi. Sotto il governo provvisorio giacobino, Manerba entrò con la Valtenesi a far parte del cantone del Benaco. Durante il parrocchiato di don Alessandro Gualtieri (1789-1831), Manerba fu centro di una scuola pubblica, di grado superiore, stimata, nella canonica, tenuta dall'arciprete stesso, che si dedicò anche all'istruzione tecnica dei contadini della zona e allo sviluppo dell'agricoltura. Intorno a don Gualtieri si raccolse un attivo cenacolo culturale del quale fecero parte mons. P.A. Stefani, Gerolamo Bagatta, Felice Deder e i più giovani Cantoni e Brunati. Nel 1816 venne costruito il ponte di Manerba: fino ad allora il torrente era passato a guado. Numerose vittime fece il colera nel 1836 mentre si susseguirono crisi economiche, anche per il diffondersi nel 1852 della crittogama della vite e nel 1853 dell'atrofia dei bachi da seta. Sulla fine di giugno del 1859, Manerba vide le truppe tedesche in definitiva ritirata, e, prima ancora che arrivassero le truppe franco-piemontesi, vennero inviati carri e calessi sui campi di battaglia di Solferino e S. Martino per raccogliere feriti da assistere. Nel 1866 Manerba vide più volte sulla Rocca Garibaldi in osservazione delle mosse del nemico, come ricorda una lapide posta nell'atrio della scuola sulla quale si legge: «A Giuseppe / che qui passava ogni mattina nel giugno 1866 / per studiare dall'alto dalla nostra rocca / le mosse degli austriaci / da lui vinti a Monte Suello ed a Bezzecca / strenuo campione di libertà / liberatore degli oppressi / novelle forme d'eroe / che la storia scolpì a caratteri immortali / memorii manerbesi / il 30 ottobre 1892». Nello stesso 1866 si arruolarono fra i volontari garibaldini, Antonio Amonte, possidente, Angelo Merici, oste, Luigi Merici, farmacista, Antonio Ottini, contadino, Pietro Signori, bottaio.


Gravi crisi economiche colpirono Manerba e la Valtenesi provocando un'imponente emigrazione, specie verso Brescia, e che nel 1896 registrò in pochi mesi la partenza di 300 persone e di 50 il solo 22 settembre. Per far fronte alle gravi condizioni di povertà, nasceva nel 1883 la Società Operaia e agricola di Mutuo Soccorso, di indirizzo liberale, che il 12 ottobre 1890 inaugurava la sua bandiera. Nel 1895 con maggior impegno e fortuna, per iniziativa del parroco don Luigi Boschini, nasceva la Cassa Rurale di depositi e prestiti, cui seguirono nel giro di pochi anni un'Unione agraria, "per l'acquisto e vendite dei bozzoli", e altre iniziative specie a sostegno della viticoltura. Nel frattempo non mancavano i segni di progresso sociale. Sulla fine dell'ottobre 1892 veniva inaugurato un nuovo edificio scolastico, eretto su progetto dell'ing. Giovanni Buizza. Sull'edificio vennero poste scolpite dallo scultore Brignoli di Brescia le seguenti scritte: oltre alla lapide a ricordo del passaggio di Garibaldi già riferita anche la seguente: «I Manerbesi / Perchè le scuole elementari e l'abitazione degl'insegnanti / Sorgessero in luogo più comodo e salubre / Questo edificio / Murarono dai fondamenti / L'anno 1892». Per l'assistenza ai bambini più piccoli venivano aperte a Montinelle e a Pieve due sale di custodia. Grazie al testamento di don Angelo Merici del 13 gennaio 1902, nel 1906 veniva costituito l'Ente morale asilo d'infanzia, del quale nel 1909 venivano gettate le fondamenta. La I guerra mondiale registrò a Manerba 38 caduti, ai quali veniva dedicata una lapide sulla casa Giuseppe Merici, inaugurata nel luglio 1921, cui si aggiunse nel 1922 il monumento ai caduti realizzato, su disegno del prof. Beniamino Serri di Salò, dalla ditta Gaffuri di Rezzato. Il 7 aprile 1923 venne creato il Parco della Rimembranza inaugurato solo nel 1928 donato dal movimento cattolico. La quiete politica di Manerba dovuta al movimento cattolico veniva rotta il 21 gennaio 1923 dalla costituzione del Fascio. Incontrano avversione, persecuzione il gruppo Giovani Esploratori da poco formato e don Vittorino Miola, rettore a Montinelle. Rimosso il consiglio comunale, veniva imposto un Commissario prefettizio che, nel maggio 1924, creava Mussolini cittadino onorario di Manerba. Continuarono, negli anni che seguirono, le opere pubbliche. Nel 1925 l'Amministrazione comunale avanzava il progetto delle fognature da via Volti a Montinelle, e quella provinciale provvedeva alla sistemazione della strada dal bivio per S. Felice al crociale di Manerba e pochi anni dopo poi la strada Manerba-Moniga. Nel 1929 venivano inaugurate 19 fontane pubbliche, sistemati il fabbricato scolastico, l'asilo comunale e, accanto, il campo sportivo. Un nuovo edificio scolastico veniva inaugurato nell'agosto 1931 dedicato a Carlo De Paoli. Nell'agosto 1932 venivano iniziati i lavori per la costruzione di 146 m. di banchine del nuovo porto, terminati nel luglio 1933 per un importo di L. 283.000 creando uno specchio d'acqua di mq. 130 con fondali nuovi di m. 2,60. Nel maggio 1935 dodici volontari partirono per l'Africa Orientale. Nel luglio 1935 veniva inaugurato un nuovo porto rifugio che sostituì uno scalo per vapori costruito nel 1880 e poi abbandonato. Nel novembre 1935 veniva inaugurato l'edificio municipale, rinnovato. All'interno del palazzo comunale veniva inaugurata nel luglio 1937 la casa del Fascio. Benchè vicina ai centri della Repubblica Sociale Italiana, gli avvenimenti dal 1943 al 1945 non toccarono significativamente Manerba. A Montinelle in casa Marchesini-Sasso risiede per mesi l'avv. Aldo Vecchini, presidente del Tribunale speciale. Pur non turbata particolarmente da avvenimenti gravi, anche Manerba dà alla II guerra mondiale il tributo di sangue e di sacrificio di venti cittadini. Dalle nuove amministrazioni comunali vennero migliorate fin dal 1946 le strade interne, ampliato il cimitero e perfezionata l'illuminazione. Solo nel 1947 venne introdotto il servizio automobilistico Manerba-Brescia. Seguirono cure particolari per l'acquedotto e nel 1950 la sistemazione della strada Manerba-Porto di Dusano. Nascono nel frattempo l'ENAL e nel 1952 le ACLI mentre la vita politica ed amministrativa è dominata per parecchio tempo da una maggioranza della D.C. (67,7 per cento nel 1948, 51,2 per cento nel 1953, 54,2 per cento nel 1958), per ridimensionarsi in seguito verso alleanze con altre forze politiche. Ancora più rapida e imponente negli ultimi due decenni, la somma delle opere pubbliche. Nel 1973 venne costruita una nuova scuola media; nel 1974 vennero realizzati la biblioteca e il museo archeologico. Intensissimo lo sviluppo abitativo specie dagli anni Settanta, anche da parte di cooperative. Nel 1983 veniva costruita una nuova caserma per i carabinieri. Nello stesso anno gli alpini costruivano nel piazzale davanti alla chiesa di S. Bernardo, il loro monumento. Nel 1984 vene posto nella nuova piazza di Montinelle, il monumento ai caduti, realizzato dallo scultore Angiolino Aime di Salò. Nel 1987 venne introdotto un ambulatorio di ortopedia. Nell'ottobre 1988 ebbe echi sulla stampa nazionale un manifesto a lutto, fatto affiggere dal parroco, annunciante la "morte spirituale del caro paese di Manerba".


La vita ecclesiale si è svolta da tempi antichissimi intorno alla Pieve di S. Maria che la tradizione vuole sia sorta nei sec. VII - VIII su un tempio pagano dedicato a Minerva o Nettuno e di sicuro, come hanno confermato ricerche anche recenti, su un precedente edificio del V-VI e accanto a resti più antichi, forse appartenenti ad una villa romana. Venne ricostruita probabilmente nel sec. XI, come sembrano confermare frammenti di affreschi e di iscrizioni riapparsi nel 1987 nella zona sinistra dell'abside, ritenuti relativi alla vita della Madonna. La chiesa come ha scritto Gaetano Panazza: è vasta a tre navate, in origine con tre absidi, ma le due laterali distrutte nel sec. XVI sostituendo a quella nord una cappella rettangolare con volta a crocera, chiudendo quella verso sud con una parete diritta. Nell'interno però è ancora visibile l'inizio della calotta di quest'abside. Le tre navate son divise da tre pilastri rettangolari in pietra che sorreggono archi a pieno centro. Nelle altre parti la chiesa non presenta nulla di caratteristico. Facciata con la parte centrale terminante a capanna, le laterali a spiovente. Sotto il cornicione corre una fila di dentelli a sega in cotto, ma dovuta a qualche restauro; nelle pareti laterali nulla da segnalare. L'abside spartita dalle sei lesene è ricoperta di calce di modo che non è visibile la muratura; non vi sono neppure tracce di finestre antiche. I massicci pilastri quadrangolari che sorreggono larghe arcate a pieno centro, ricordano, sempre secondo il Panazza, anche nella muratura, quelli del Duomo vecchio di Brescia mentre nelle lesene molte piatte e larghe, nei semplici archetti (due per ogni scomparto), nel modo stesso di scompartire lo spazio e nell'ampiezza della massa absidale, cui conferisce unità anche l'alta fascia priva di ogni decorazione tra gli archetti e il tetto, l'edificio si avvicina molto a S. Maria di Losine. Del sec. XII è riapparso nella parete sopra il pulpito un affresco raffigurante il Martirio di S. Orsola e compagne, considerato un rarissimo esempio di pittura romanica. La presenza degli affreschi più antichi solo nella zona della navata centrale e l'evidente riduzione dell'affresco di S. Orsola, dovuta alla formazione dell'arco di passaggio alla navata laterale, lasciano supporre che la primitiva chiesa fosse limitata alla sola aula di mezzo. Successivamente, verso la fine del XII secolo, si sarebbe passati alla chiesa a tre navate; poi, verso la fine del XIII, si alleggerì la struttura ricavando gli archi a piè centro. Del sec. XIV sono, nell'arco trionfale, resti della «Annunciazione», e nella calotta dell'abside, con il monumentale Cristo Pantocrator nella mandorla e i simboli degli Evangelisti e due angeli a fianco, e, sulle pareti, sui pilastri della chiesa, riquadri con s. Cristoforo, la Madonna ed altri santi. In questi affreschi Teresio Pignatti ha visto la presenza di artisti riminesi o romagnoli e ha rilevato l'evidente grandiosità solenne della impostazione, la monumentalità delle figure con ricchi panneggi, che le pieghe larghe rendono ancor più plastiche ad opera del chiaroscuro: ma è altrettanto notevole la delicata, femminea finezza dei volti, l'eleganza delle figure, la luminosità dei colori chiari. Il Pignatti vi vede "quella fusione di giottesco e di paleocristiano, di bizantino che è propria della pittura, ad esempio, di Pietro da Rimini: infatti Pietro e Giuliano nel 1324 dipingevano una pala, e dopo il 1330 Pietro dipingeva gli affreschi per gli Eremitani a Padova, e a Verona è già stato notato l'influsso di Pietro in dipinti della città scaligera". Forte ad esempio è il legame fra i nostri affreschi e quelli del coro dell'arco trionfale di S. Fermo, da collocarsi fra il 1320 e il 1349. A questo proposito, anzi, non è da trascurare una strana coincidenza: gli affreschi di Verona sono eseguiti per i Castelbarco e Manerba dal 1331 è infeudata per vari anni a tale famiglia. Affreschi quattrocenteschi sono sulle altre pareti fra cui, nella navata laterale destra, un affresco datato 1493, organizzato a polittico e raffigurante, nel comparto centrale, la Madonna in trono fra i Ss. Sivino vescovo e Rocco, e nei laterali un santo vescovo venerato da un ecclesiastico e S. Bernardo. Secondo gli esperti si tratta di un'opera vicina allo stile del Baschenis e del maestro di S. Felice. Nel 1979-1980 vennero avviate opere di sistemazione e soprattutto di drenaggio delle fondamenta e di ristabilimento del tetto. Nel dicembre 1985 un gruppo di abitanti offrì un nuovo portale, eseguito dall'artigiano Aldo Besozzo. Il 20 luglio 1987 con intervento della Cooperativa Tecne di Botticino e di docenti e allievi dell'Accademia di Belle Arti di Cracovia, venne avviata l'opera di restauro e scoperta di nuovi affreschi, fra i quali uno raffigurante la fuga di S. Orsola assalita e inseguita da barbari del sec. XIII, un Giudizio universale e una Madonna con Santi del sec. XV. Di particolare interesse, secondo Giuseppe Mazzariol e Teresio Pignatti, un affresco posto sulla parete destra della navata centrale, raffigurante l'incontro di due principi dopo un assedio che su delle mura lanciano frecce con balestre; in primo piano (da un lato) si vede il ritratto di un principe con la sposa; di fronte, un altro principe con la veste verde trapunta di gigli rossi. Ricalcate sullo sfondo delle architetture rosse e brune, spiccano due bellissime figure di guerrieri con lo scudo rotondo e lo spadone carolingio, le corte vesti e le braccia fermate da lacci svolazzanti, i volti espressivi. Secondo il Pignatti il costume e le armi sembrano riportarsi a schemi carolingi mentre per altri particolari iconografici mostra rapporti con miniature ed affreschi ottoniani della Bassa Germania, della Svizzera e dell'Alto Adige, ma potrebbe spingersi alquanto oltre il 1000, pur ripetendo con sorprendente freschezza forme più arcaiche. Un sensibilissimo impressionismo nel tocco pittorico e la dolcezza dei morbidi colori ci ricordano soprattutto l'ambito, ricollegandosi a quella tradizione di affreschi altomedievali di cui quasi tutti gli esempi sono andati perduti. Così, ormai decantata attraverso esperienze nordiche, benedettine, lombarde, l'immediata vitalità della pittura tardo-romana sembra quasi rivivere in queste figurazioni di arte popolare, come ad indicare che le nuove forme volgari discendono da quelle latine dell'alto Medioevo. Nella Pieve esistono sull'altare maggiore una tela con Bambino e santi di Pietro Bulli, parigino del 1666; sugli altari laterali tele raffiguranti la Madonna col Bambino e donatori, firmata dal Bertanza, S. Angela M. di Agostino Ugolini del 1809. Le tavole del Bertanza e del Bulli trafugate il 7 luglio 1972, vennero poi in parte ritrovate.


NUOVA PARROCCHIALE - Rimasta la vecchia pieve isolata dai nuovi nuclei abitativi, agli inizi del sec. XVIII si impose il problema della costruzione di una nuova chiesa parrocchiale sulla quale prese una prima decisione la Vicinia nel 1718. Il problema venne affrontato dall'arciprete don Antonio Biolchi (1704-1731) ottenendo nonostante vive opposizioni fra cui quella degli abitanti della Raffa, la concessione dell'autorità veneta il 23 gennaio 1722. Tuttavia, solo nel 1738, grazie a lascito di Bonifacio Tomaselli, si rese disponibile il terreno, necessario assieme ad altri beni. La prima pietra veniva posta il 20 gennaio 1746. Il progetto venne approntato da Antonio Spazzi, che forse si avvantaggiò, come altro, dei suggerimenti di Carlo Corbellini (al quale altri attribuiscono la chiesa che secondo il Cappelletto ripeterebbe nella facciata quella di Manerbio e nell'interno quella di S. Felice del Benaco). Alla costruzione provvidero il maestro Domenico Ceresa e il muratore Antonio Gogghi di Milano. Finita fin dal 1757, la chiesa venne aperta al culto con il trasporto del SS. Sacramento, il 16 ottobre di quell'anno. L'altare maggiore venne eretto sotto il parrocchiato di don Bartolomeo Bottari, arciprete dal 1762. Lo stesso provvide ad edificare anche la canonica. Finora di ignoto è la pala dell'altare; sono, invece, di Andrea Celesti un'"Assunta" e la "SS. Trinità e S. Angela Merici". L'organo venne costruito da Francesco Marchesini nel 1843 e poi restaurato dal figlio Gaetano, qualche decennio dopo. Tra le cose preziose che la chiesa conserva vi sono una pianeta ed un velo per calice, esposti a Brescia nel 1904.


ALTRE CHIESE: S. Siro - Esisteva nel cimitero. Antichissima. Ne vennero trovati i resti, recentemente, e datati al VI-VII secolo. È ricordata ancora negli atti della visita pastorale del 1530.


S. Giorgio - Antichissima, come indica l'intitolazione. Era già cadente nel 1538, quando il visitatore decretava riparazioni al tetto. Venne restaurata nel 1582, come si legge in una iscrizione dietro l'altare: «questo oratorio per l'antichità del tempo quasi abbandonato, i minervesi, ottimi cultori della religione cristiana sia col legato di Stefano Bonincontro sia con elemosine pubbliche o private, unanimi ebbero cura di restaurare, essendo arciprete il rev. don Giacomo Bertello». Nel 1588 fu pitturata la bella tela che si ammirava sull'altare maggiore della chiesa di S. Maria Assunta, che portava questa iscrizione: «Alla Vergine madre di Dio, ai Santi Sebastiano, Rocco, Siro, Sivino, loro santi titolari, i minervesi unanimi questa immagine, non con arte umana preparata per voto dedicarono l'anno 1588, essendo arciprete don Giacomo Bertelloni e console lo spett. signor Nicola Bertino». Nel 1609 venne aggiunto il pronao. Ad un'unica navata con apertura a vista, conserva ancora l'abside romanica, semicircolare, assai semplice nella muratura, con nella parte mediana una finestrella a strombo. Sul fondo della parete sinistra sono in vista affreschi votivi in cattivo stato di conservazione. In alto si può intravvedere s. Giorgio a cavallo che lotta con il drago. Tipicamente romanica anche la rappresentazione nell'arco trionfale dell'Annunciazione.


S. Giovanni Battista o S. Giovanni Decollato a Solarolo. - Nel 1538 apparteneva all'Ordine Gerosolimitano ed era ancora in via di costruzione, giacchè gli atti dei visitatori invitavano a finire il tetto, il soffitto, la porta d'ingresso e l'intonacatura dei muri. Più tardi tra il 1738-1744, venne rifatta, come dimostrano elementi della facciata e stucchi interni. Potrebbe darsi che fosse l'antico battistero della pieve.


S. Lucia di Balbiana - Particolarmente antica era già esistente nel 1454. Nel 1538 il visitatore ordinava che venissero riparati il tetto e il pavimento e venisse provvista del necessario. Ad un'unica navata con copertura lignea, sul fondo l'abside semicircolare. La facciata, non essendo stati aperti finestroni, si presenta nella sua semplicità. Interessanti gli affreschi: sulle pareti della navata, ex voto raffiguranti santi e Madonna goticheggianti; nell'arco trionfale l'Annunciazione. Nell'abside, scene della Passione databile al sec. XVI. Nella chiesa vi è tela giovanile del Carpinoni. La chiesa è stata restaurata nel 1988-1989 dal Cobal.


S. Bernardo a Montinelle - Ad un'unica navata con prospetto a capanna, rosone, con l'aggiunta posteriore nel tempo, di finestroni e del portale. L'abside è a forma quadrangolare. Gli altari sono stati eretti nel tardo-barocco. Sulla parete sinistra è rimasto un solo frammento degli affreschi che ornavano la chiesa: raffigura una Madonna in trono, goticheggiante. La struttura dell'edificio è stata modificata, alterandone le caratteristiche. È ricordata negli atti della visita di Ermolao Barbaro, del 1454.


S. Caterina a Gardoncino - Già ricordata negli atti della visita del vescovo Ermolao Barbaro nel 1454, era in parte abbandonata nel 1535, quando gli atti della visita pastorale invitano a fare il tetto e il pavimento. Ad aula unica con prospetto a capanna. La facciata ha perso l'originale purezza con l'apertura, nel rinascimento, della porta architravata e in tempi più recenti di due finestrelle. Ancora completo il bel rosone, detto anche ruota di S. Caterina, il quale è caratterizzato da una raggera in cotto decorata dal Cerchielli. La copertura lignea è sorretta da una capriata centrale e il presbiterio è caratterizzato da una copertura a volta. Sulla parete di destra un affresco votivo raffigurante una crocifissione con Madonna e Santi.


SS. Trinità di Solarolo - Citata nel 1538, come particolarmente povera, ma già in funzione salvo il campanile ancora da finire. Ha una facciata a capanna con rosone centrale in cotto. Il portale ha un arco a sesto acuto con ai lati due finestre aperte sull'800. L'interno è a navata unica divisa in tre campate da due archi a tutto sesto, leggermente acuto coperta da una volta a crocera. È letteralmente coperta da affreschi rinascimentali raffiguranti la Trinità e parecchi santi. Vi sono tracce di un affresco raffigurante la Madonna in trono, s. Sebastiano e s. Rocco, inginocchiati ai loro piedi vi sono i donatori di questo dipinto. Sempre nell'abside una lunetta affrescata raffigurante l'adorazione dei Magi, di fronte, un altro affresco che rappresenta la fuga in Egitto. Nella spalla dell'arco trionfale un affresco tipicamente rinascimentale che raffigurava la Deposizione. In fondo alla parete sinistra si aprono due absidiole decorate con affreschi del XV secolo: nella prima è raffigurata la Natività, in basso a destra una scritta «Manerba 1514». Nell'altra absidiola negli affreschi si nota l'influsso romanico e rinascimentale. In alto, nel catino dell'abside, la scena raffigurante il giudizio universale, con al centro il Cristo in Mandorla. Sotto scene di vita quotidiana. Le statue del sepolcro in legno e stucco completano l'impostazione rinascimentale.


S. Sivino - Non era ancora completata, almeno nel tetto, nel 1538. Ad aula unica con prospetto a capanna, con un piccolo rosone sopra il portale d'ingresso. L'interno è suddiviso in campate da archi a tutto sesto, che reggono un tetto a vista. Devastato nel luglio 1986 da ignoti, il tempio è stato poi restaurato grazie al mecenatismo di Wolfram Fronwitter di Gunnemburg (Germania). Al santuarietto è legata una leggenda secondo la quale un certo mugnaio di nome Marco, che aveva messo mulino a Manerba, vedendosi sempre più mancare l'acqua che invece affluiva sempre più abbondante nei mulini del suo concorrente, dopo aver invocato inutilmente S. Sivino, si risolse a chiedere protezione al diavolo, il quale firmò il patto infernale posando il piede sulla pietra sulla quale rimase anche l'impronta della mano del mugnaio Marco. Ma in morte, dopo che i suoi affari erano andati a gonfie vele con il favore diabolico, Marco si confessò provocando l'ira del diavolo che, dopo aver tramutato in paglia i soldi accumulati, distrusse il mulino. Del patto vengono mostrati ancora i segni della mano del mugnaio e del piede del diavolo, ai quali è stata aggiunta una croce. In base a questa leggenda c'è stato chi ha attribuito a riti magici la distruzione del 1986.


Scomparse ormai fin dai sec. XVI-XVII altre sette chiese tra cui S. Siro vicina al Cimitero già in funzione nel 1530 e riedificata nel 1605 per iniziativa della Confraternita del SS. Sacramento. Venne demolita, perché pericolante, alla fine del sec. XVIII.


S. Maria in Belvedere - Nell'isoletta di S. Biagio. Distrutta nel 1743, in suo luogo venne eretta una colonna con croce, probabilmente costruita sull'omonima isoletta, dato che nel 1538 viene dichiarata già esistente 'in lacu'. Di essa rimangono solo alcune tracce.


S. Nicola o S. Nicolò sulla Rocca - Nel 1538 era già senza tetto e venivano impartiti ordini che si tenesse chiusa. S. Procolo, in parte abbandonata nel 1538 venne riedificata nei primi anni del sec. XVII.


SS. Fermo e Rustico - Ancora ben tenuta nel 1538 in territorio Portese scomparve in seguito. Sorse forse nell'ambito del castello.


S. Giovanni Battista alla Raffa allora nell'ambito della parrocchia di Manerba (v. Raffa).


S.S. Nome di Maria, (a Balbiana) oratorio privato della famiglia Glisenti, concesso nel 1723, nominato in un elenco del 1781 e poi non più ricordato.


Oltre alle chiese sono da rilevare i resti del castello di Solarolo. Del tipo di abitato murato, costruito probabilmente nel XIII sec. con ciottoli piccoli e grossi a struttura irregolare, conserva ancora, benchè incomplete, le mura di cinta, il mastio, e le feritoie del ponte levatoio in poco buono stato di conservazione. Lo schema deve essere stato a pianta rettangolare con aggetto angolare a NO. L'abbattimento nei primi decenni del sec. XX di un poderoso muraglione che frangeva l'onda del lago verso N e annessi locali a volta a pian terreno non permettono di datare l'epoca di costruzione del cosiddetto "Palazzo" sulla punta Belvedere di Manerba, in posizione stupenda che fu chiamato un tempo il Belgioioso. Vi abitò forse il celebre medico Giovanni Maria Cattaneo che, come il figlio Silvano, ospitò letterati e studiosi. Verso la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento il palazzo venne ricostruito. Nel sec. XVII il palazzo passò ai nobili Pallavicini, e con più precisione a Carlo, musicista di chiara fama. Dai Pallavicini di mani in mani, nel 1912 venne acquistato da Angelo Sala di Maderno, che lo trasformò per usi industriali. Ceduto al polacco Seinger e poi al conte Orlonski, su progetto del prof. Cozzaglio e ad opera dell'impresario G. B. De Rossi, venne ristrutturato, pur conservando le linee architettoniche Cinquecentesche. Inoltre venne decorato dal pittore Ottorino Benedini di Salò. È ora della famiglia Bagasacchi di Milano. Fausto Lechi definisce strana la casa e "indefinibile" lo stile che può indurre però a classificarla fra il Cinque e il Seicento. È comunque un edificio notevole per quel corpo centrale di una certa potenza, con quelle belle finestre del secondo piano a strombatura quadrata. Il corpo centrale è circondato da un porticato, con rade campate a tutto sesto e grossi pilastri in muratura, sopra il quale vi è una loggia a pilastrini che sorreggono l'ala del breve tetto. Forse un'aggiunta di non molto posteriore. Interessante è anche una casa di via Leutelmonte, segnalata da Fausto Lechi "quale esempio di casa civile e rurale nello stesso tempo di questa zona agricola della riviera del Garda. Se infelice è il pianterreno con le due arcate di portico molto ribassate, piacevole è invece il doppio loggiato a pilastri ed arcate nel primo settore e a baltresca nel secondo. Una costruzione simile, rileva il Lechi, ancora più rozza, si trova, sempre nella riviera, a Gargnano.


ECONOMIA - L'economia, fino a pochissimi decenni fa, era agricola, imperniata quasi solo sulla coltivazione della vite e in parte dell'ulivo e di cereali, l'allevamento dei bachi da seta. Superate le gravi crisi dovute anche alla crittogama e a ragioni più generali che provocarono, come s'è accennato, una forte emigrazione sulla fine dell'800, per incrementare lo sviluppo della zona oltre alla Cassa Rurale creata nel 1895, l'11 dicembre 1898 veniva fondato il Consorzio Agrario della Riviera bresciana del Garda con sede in Manerba, il quale nel giro di quindici mesi saliva da 37 a 110 soci e che in seguito istituiva agenzia a Lonato e a Iseo. Sulla fine del secolo dal 1899 si fece subito intensa la prevenzione della fillossera, successivamente guidata dal Consorzio agrario locale e dalla Cattedra ambulante, che spinsero alla creazione di un consorzio antifillosserico, prima ancora che il malanno si diffondesse di nuovo. Nel 1900 per sollecitazione e col sostegno della Cassa Rurale cattolica, veniva fondata, nei locali offerti dalla signora Lucia Vitalini, una cantina sociale. Agli inizi del secolo fra i più attivi produttori di vino e di acquavite vi erano i fratelli Simeoni, presenti alla Esposizione bresciana del 1904. Il 30 settembre 1906 veniva fondata la Distilleria Agraria cooperativa della Valtenesi e della Riviera del Garda, sotto la presidenza del cav. Giovanni Ottini di Manerba. Comizi vitivinicoli si tennero anche in occasione delle gravi crisi vinicole che colpirono la Riviera nel 1908 e nel 1920-1921. Sorse inoltre al Crociale di Manerba l'Enopolio Valtenesi che ancora nel 1954 rivendicava la sua autonomia. Accanto all'Enopolio funzionarono alcune cantine. Inoltre furono presenti tre molini e un frantoio dell'olio. Inoltre nacque anche una fabbrica di conserve alimentari. Più recentemente la frazione Montinelle è diventata la sede della Confraternita del Groppello, la quale vi ha costituito nel luglio 1986 in via Marchesini, 21, anche una Enoteca della Valtenesi. Negli Anni Settanta, Giuseppe Dester potenziò, a Manerba e in Valtenesi, la floricoltura che ha avuto largo sviluppo. Sempre praticata la pesca di cui esistono documenti fin dal sec. XV. Ancora sul finire dell'800 Manerba aveva "pescherie" comunali che venivano date all'incanto a singoli o a gruppi di pescatori mediante aste pubbliche. Sul finire dell'800 il comune ricavava 561 lire dai diritti di pesca sul Vo del Sasso e sul Vo di S. Sivino per la pesca delle sardine, oltre ad altri diritti su altre rive. Per la pesca delle sardine in località Zocco erano state installate pietre che tagliavano la spiaggia e un tratto di lago, che, rimosse nel 1988, suscitarono vive polemiche. Altre attività nacquero nell'edilizia con piccole imprese e una fabbrica di manufatti in cemento. La nascita di un calzaturificio CER (Calzaturificio Export Riuniti) non ebbe gran fortuna perchè fu seguita nel 1985 dalla chiusura. Il mercato si tiene il venerdì. Il turismo, che dagli inizi del sec. XX fino al 1933 contava un solo albergo, lo "Zuavo", dopo una lenta evoluzione ha avuto un notevole sviluppo negli ultimi trent'anni. Nel 1978 vennero denunciate 35mila presenze (di cui 120 di tedeschi, 60 di italiani, 40 olandesi, 25 belgi). Nel 1987 funzionavano una ventina di hotel, otto villaggi turistici e complessi residenziali e tredici camping. Innumerevoli le iniziative recenti per interessare i turisti. Nel 1959 veniva lanciata la 'festa della soma' consistente in una passeggiata frizzi e lazzi. Di successo negli Anni Sessanta la Festa di Primavera. Nel 1965 venne avviato il carnevale manerbese (sospeso dal 1971 al 1976) nel quale si distinsero il "Re Maòl" e il "Re del Groppello". Nel 1976 veniva lanciato un teatro all'aria libera da tenersi a Rocca di Manerba. Sempre sulla scia dell'attenzione al teatro, negli Anni Ottanta venivano stretti rapporti con il Piccolo Teatro di Milano e veniva dedicata una via al regista Paolo Grassi. Successo ebbe dal 1978 il Festival dell'agriturismo. Nel 1982 al Crociate venne introdotta la festa del Bue, durante la quale un bue viene squartato, ripulito e rosolato intiero su una grande griglia. Negli Anni Ottanta venne lanciato il Raid "dell'Isola dei Conigli" per auto targate Anni 30. Nel 1984 la Sagra del Coregone "rassegna gastronomica del pesce da lago" organizzata dall'Associazione commercianti del luogo. Nel 1988 viene lanciato il "Camol Trophy", corse per cagnotti. Inoltre venne introdotta una Kermesse dal titolo "Una notte lunga una stagione", con la assegnazione del "cadreghino d'oro". Ancora nel 1988 veniva lanciata la I Fiera Culturale Spettacolo di Manerba. Spettacolo a sè fu la scalata compiuta nel luglio 1981 dall'alpinista Marco Preti sulla parete della Rocca, sulla quale lo stesso aprì una via di sesto grado. Sempre per interessare specialmente i turisti, veniva realizzato assieme a Soiano e Polpenazze un grande impianto di Golf. Nel 1983 veniva costruito in località Porto Torchio un maxiscivolo e nel 1985 veniva introdotto il "Ranch Tex" cioè un maneggio "americano" con pensione per cavalli. Tradizionali le feste religiose per i Patroni delle diverse frazioni come: S. Giovanni Battista (29 agosto) a Solarolo; S. Bernardo (20 agosto) a Montinelle; S. Rocco (16 agosto) a Pieve Vecchia; S. Lucia (13 dicembre) a Balbiana; S. Caterina (25 novembre) a Gardoncino. Di Manerba furono originari gli architetti Giovani Antonio, Bartolomeo Avanzo q. Pasino e don Michele Simoni ( + 1892), valente latinista.