LODRINO V.T.

LODRINO V.T. (in dial. Ludrì, in lat. Lodrini)

Bella borgata trumplina, distante circa 30 km da Brescia, a 716 m. sul livello del mare. Domina l'omonima piccola valle che si apre all'altezza di Brozzo, sulla sinistra del fiume Mella e, attraverso il valico della Cocca, congiunge la Valtrompia con la Valsabbia. Il paese - dal quale si gode un suggestivo panorama che spazia dai prati di Caregno al Guglielmo - si sviluppa tra la riposante quiete di estese zone prative e il verde intenso d'una pittoresca pineta. Lo sovrasta un grande massiccio roccioso che, come ininterrotto bastione, da Brozzo prosegue lungo entrambi i versanti della piccola valle laterale fino al Savallese ed oltre il fiume Chiese. Fra i rilievi spiccano le aspre cime del M. Infermi (m. 1368) e del M. Palo (m. 1461). Si tratta di elevazioni modeste ma le rocce che formano queste cime sono molto interessanti perchè hanno la stessa composizione chimica e mineralogica - all'incirca la stessa età - delle ben più famose cime dolomitiche delle valli trentine. Sono infatti dolomie, rocce omogenee in strati poco evidenti, formate quasi esclusivamente da dolomite. Il territorio comunale, esteso per circa 17 km, comprende quattro frazioni: Dosso, Villa, Mostrago e, alla distanza di circa due chilometri, nella parte meridionale, Invico. Attraverso strade, passi e sentieri di montagna, la valle di Lodrino è collegata con Tavernole, Alone, Casto, Marmentino. Abitanti: Lodrinesi, nomignolo: "i gos". Popolazione: 825 ab. nel 1493; 1127 nel 1567; 800 nel 1573; 715 nel 1580; 700 nel 1582; 600 nel 1606; 900 nel 1609; 300 nel 1635; 386 nel 1646; 380 nel 1652; 432 nel 1668; 430 nel 1674; 487 nel 1684; 446 nel 1703; 430 nel 1719; 450 nel 1735; 420 nel 1747; 361 nel 1756; 473 nel 1810; 498 nel 1816; 460 nel 1819; 524 nel 1824; 587 nel 1838; 600 nel 1850; 737 nel 1855; 800 nel 1873; 741 nel 1889; 729 nel 1901; 781 nel 1911; 855 nel 1931; 868 nel 1940; 1122 nel 1951; 1201 nel 1961; 1221 nel 1968; 1208 nel 1971; 1290 nel 1978; 1362 nel 1985.


Nel sec. VIII Letrino; nel sec. XIII Lodrino. Diverse le ipotesi circa l'origine del toponimo che, secondo il Gnaga, è etimologicamente da ravvicinarsi al nome Lodro, voce preromana della valle trentina che indica il versante di una conca tra i monti. Secondo altri, deriverebbe da Lodro o Landro, nel significato di monte. La voce Letrino compare in un documento del secolo VIII. Si tratta del diploma, datato 4 ottobre 760, per il quale il re longobardo Desiderio concede al monastero di S. Salvatore alcuni servi da impiegare nei territori assegnati in dotazione al cenobio. Fra questi servi è compreso tale Deosdedulum de Letrino, qualificato pecorarius. Attraverso l'analisi del diploma di Desiderio, già di Darmstadter, scrivendo nel 1896, formula l'ipotesi che a Lodrino esista una curtis regia. Riprendendo questa opinione di uno studio pubblicato nel 1982, Maurizio Pegrari conferma possibile l'esistenza d'un possedimento regio nella terra di Lodrino e osserva che "La piena disponibilità del servo dipende senz'altro dal possesso di una curtis". Una traccia significativa dei diritti che il cenobio benedettino femminile bresciano mantiene in Lodrino è contenuta nell'Indice dell'Archivio di S. Giulia, compilato da Giovanni Andrea Astezati. Tra le ragioni del monastero si cita un atto d'acquisto, effettuato proprio in Lodrino, da certo Larchesio, nel 1162. L'annotazione si riferisce ad un periodo di decadenza dell'ordine benedettino: nel secolo XII infatti molti beni del dissestato patrimonio di S. Giulia sono già passati direttamente, anche attraverso atti di usurpazione, ai coloni residenti nel fondo e dipendenti dal cenobio. Diritti feudali vanta in Lodrino anche il monastero di S. Faustino Maggiore, eretto nel secolo IX dal vescovo Ramperto e dotato dal fondatore stesso con alcuni beni della mensa vescovile, tra i quali le proprietà di Lodrino e di Collio. Dall'influsso dei monasteri di fondazione vescovile, ed in particolare del cenobio dei SS. Faustino e Giovita, è indizio significativo il culto di san Vigilio, cui è dedicata la primitiva cappella lodrinese. La vita religiosa dei residenti si sviluppa intorno a questo piccolo oratorio, officiato, almeno inizialmente, da un monaco, chierico o diacono. Dell'esistenza di una vera e propria diaconìa periferica dipendente da una chiesa plebana, non si hanno al presente prove sufficienti e sicure. Mancano infatti documenti certi ed irrefutabili della presenza in Lodrino di quella pur minima struttura assistenziale - rappresentata dalla diaconia plebanale; né sono finora emersi riferimenti culturali precisi che permettano di superare in proposito la labile soglia dell'ipotesi. D'altra parte, lo stesso Paolo Guerrini che scrive nel 1954, pur sostenendo che la stessa parrocchia di S. Vigilio, a mezza strada tra Brozzo e la Cocca, e forse la sottoposta frazione di Invico (Imus vicus) che ha antichi ricordi di pubblica beneficenza deve essere succedanea di (una) scomparsa casa medioevale di assistenza ospitaliera", è costretto ad ammettere che dell'esistenza d'un ospizio in Lodrino "non rimane traccia alcuna". E dal 1954 ad oggi, nulla di nuovo è emerso in materia. Qualche incertezza traspare, in studi anche recenti, circa la collocazione di Lodrino nella geografia delle pievi valtrumpline. Esclusa senza difficoltà l'appartenenza della cappella di S. Vigilio alla pieve di Bovegno poichè nè gli Annali, nè le pergamene, nè le testimonianze epigrafiche superstiti la riconoscono compresa in quel pievato, occorre aggiungere che appare, almeno presente, difficilmente proponibile anche la sua appartenenza alla pieve di Mura Savallo, indicata con argomenti indiziali ed in via ipotetica in una monografia pubblicata pochi anni or sono. Si ha invece documento sicuro - sia pure molto tardivo - dell'aggregazione di Lodrino alla pieve d'Inzino. Il catalogo capitolare delle chiese e dei benefici, compilato nel 1410, assegna, senza possibilità di dubbio, la chiesetta di Lodrino al pievato di S. Giorgio. Nulla o pochissimo si conosce della vita religiosa della popolazione del paese per tutto l'arco medievale e ben scarse notizie si hanno della vita civile durante il medesimo periodo. Sembra che nel 1136 tornando da Brescia in Germania Lotario direttosi in Valtrompia per passare in Valsabbia giunto a Lodrino trovò impedito il passaggio da certo Udalberto, feudatario del luogo. Fattolo prigioniero l'imperatore potè proseguire per il suo viaggio.


Tra i secoli XII e XIV ricorrono tuttavia in diversi documenti i nomi di taluni personaggi lodrinesi, anche di elevato censo, che conviene qui brevemente riproporre. Nel 1162 il già nominato Marchesio, fu Giovanni, insieme con il fratello Pancaro, possiede una casa nel suburbio di Sant'Agata in Brescia; il 13 febbraio 1206 Giovanni da Lodrino intenta una causa contro Alerio "de Arco" per una casa posta in contrada dell'Arco in Brescia. E probabilmente è lo stesso Giovanni di Lodrino a far da testimone, il 6 marzo del medesimo anno, alla stesura del verbale d'un processo celebrato nella Loggia Vecchia del Comune della città. Il documento richiama i diritti del vescovo e degli Avogadro, suoi scudieri, in alcune curie episcopali di Valcamonica e in quelle di Bagnolo, Vobarno, Sabbio, Gavardo, Toscolano e Maderno. Il 20 aprile 1209 Lanfranco e Buttanus, entrambi lodrinesi, sono presenti alla stipulazione della pace tra i cittadini di Brescia e gli estrinseci. Lanfranco, compreso tra i militi intrinseci, giura davanti a Volkerio, patriarca di Aquileia, di deporre ogni motivo di odio che ha portato i Bresciani alla guerra civile. Buttanus è forse un mandriano; stabilitosi poi alla periferia di Brescia, avrebbe, secondo alcuni, dato successivamente il nome a Bottonaga, oggi Quartiere I maggio. Nel 1219, tali Lorenzo e Giovanni de Lodrino sono tra coloro che firmano la pace di Costa Volpino tra Bresciani e Bergamaschi. Il 25 agosto 1225 Emanuele, figlio di Lanfranco de Lodrino viene investito d'un terreno e d'una casa presso S. Giovanni de Foris in Brescia. Il 13 agosto 1239 gli eredi di Lanfranco vengono espropriati di un appezzamento di terreno che essi posseggono nelle adiacenze dell'Ospedale dei Templari in S. Maria della Mansione perchè il Comune di Brescia vuole allargare le mura e la strada grande dei Campi Bassi. Il 13 ottobre 1254 Raimondo da Lodrino firma il protocollo per la definizione dei confini tra Brescia e Mantova. In atti che datano dal 7 maggio 1256 al 3 luglio 1264 si nomina Alberto de Lodrino con il titolo di abate del monastero di Sant'Eufemia in Brescia. Conradus o Corrado, figlio di Bonaventura da Lodrino, è testimone, il 25 febbraio 1306, insieme con il chierico Rezatino da Rezzato, all'atto rogato nel monastero di S. Giulia in Brescia, per il quale la badessa concede a Plubona fu Alberto de Truvade l'investitura di cinque tavole di terra ortiva presso Porta Pile. Il 26 luglio 1312 dominus Bonaventura fu Giovanni da Lodrino riconosce un debito in S. Faustino Maggiore. Il 18 febbraio 1341 certo Gardellus da Lodrino, ministralis della città, è presente all'atto, rogato in Brescia, per il quale Giovanni de Butizollis, presbitero e massaro della chiesa di S. Daniele, investe tale Pasino d'una pezza di terra. Il 28 luglio 1347 Giovannino, figlio di Martino da Lodrino, riceve l'investitura di un fondo fuori Porta Ponticello. Se non mancano dunque tra i lodrinesi dell'epoca medioevale personaggi d'un certo rango sociale o uomini d'armi che hanno avuto qualche parte in episodi specifici della storia bresciana, non è comunque attualmente possibile conoscere nè come fosse distintamente organizzata la comunità medievale di Lodrino, nè in quale modo essa si sia resa partecipe, in quanto tale, delle vicende spesso turbinose di quei secoli. Al centro di taluni episodi bellici, riferibili in particolare al secolo XII, sarebbe da collocarsi il castello che, si dice, sorgesse al passo della Cocca. Più probabilmente - se mai una simile costruzione sia stata veramente edificata - doveva trattarsi di un fortilizio o di una semplice torre di guardia. Conviene a questo proposito ricordare che studi anche recenti, pur richiamando l'asserita menzione di tale rocca nei fitti dei conti di Lodrone, mettono in dubbio la sua ubicazione sul territorio di Lodrino, sottolineando l'insicurezza delle fonti e il preponderante peso degli elementi leggendari negli scritti dei memorialisti locali. Per avere sicura testimonianza dell'avvenuta codificazione d'un ordinamento civile maturato nella comunità di Lodrino, si può attualmente riferirsi solo al 1385, anno nel quale Gian Galeazzo Visconti, signore del Bresciano, nell'intento di porre ordine nelle cose amministrative del suo dominio, divide il territorio in Quadre, ordinando altresì un estimo nel quale vengono nominati tutti i comuni appartenenti a ciascuna circoscrizione. Nella Quadra di Valtrompia è compreso il Comune de Ludrino che ricompare in un estimo minore, voluto nel 1389, con la dizione Comune de Castelanza de Lodrino. Caduta agli inizi del secolo XV la prima signoria viscontèa, a partire dal 1404 e fino al 1420, regge nel Bresciano il dominio di Pandolfo III Malatesta. E proprio nella Matricola Malatestiana del 1406-1409 compaiono alcuni originari di Lodrino. Sono: un certo Pietro, nobile rurale, avente beni in Scarpizzolo sull'Oglio; tale Tomasino, notaio in Nuvolento; il sacerdote Bartolomeo che esercita il ministero nel medesimo paese nel quale abita altresì Domenico de Lodrinis. Quanto alla citazione del Comune, essa ricompare nei due codici malatestiani del 1415 e del 1418. Il 6 giugno 1422, dopo la riconquista del Bresciano da parte di Filippo Maria Visconti, il Giudice dei Chiosi del Podestà di Brescia prescrive che tutti i Comuni debbano obbligarsi ad aggiustare la strada valligiana e Lodrino è compreso nel numero.


Nel 1426 la Valtrompia e il Bresciano si consegnano alla Repubblica di S. Marco e la Serenissima, dopo aver sventato gli ultimi tentativi di rivincita del Visconti, acquisisce definitivamente la valle ai suoi domini nel 1433. Nel 1436 il Doge ordina ai valligiani di riformare i propri ordinamenti interni e alla compilazione degli Statuti prende parte anche Bettino Boldini da Lodrino, designato allo scopo dai Comuni di Valle. Due importanti documenti della seconda metà del secolo XV aprono qualche spiraglio sulla realtà economica del paese. Il 5 dicembre 1461 una sentenza dei Rettori di Brescia esonera Guglielmo Foccoli e Faustino Trivellini dal pagamento del dazio per il commercio del ferro. Nel febbraio 1464 Bartolomeo Malipiero, vescovo di Brescia, investe Bertino fu Pasino Marzoli, procuratore del Comune di Lodrino, dei 3/4 del diritto di decima sui frutti, redditi e proventi della medesima terra, soggetta agli antichi diritti feudali vescovili. Il rimanente quarto sarà riservato alla chiesa di S. Vigilio, alla quale spetta de jure. Si tratta dunque del totale affrancamento dai vincoli feudali che legavano il territorio di Lodrino alla sede episcopale di Brescia. Nell'ultimo scorcio del Quattrocento, proprio in un periodo di grave decadenza dell'istituto plebanale, si conoscono i primi due nomi dei cappellani che officiano la chiesetta di S. Vigilio, per delega dell'arciprete d'Inzino. Si tratta di Girolamo di Bonali e Bono da Angelo che Paolo Guerrini colloca tra il 1483 e il 1484. Un'interessante statistica demografica, riferita al 1493 gli abitanti nel Codice 188 della Biblioteca del seminario di Padova, fissa in 825 gli abitanti Lodrino. Sul finire del secolo XV, il paese è dunque più popolato di Sarezzo, Lumezzane e Marmentino, per non dire dell'antica sede plebanale di Inzino, ferma a quota 280.


I primi anni del Cinquecento, contrassegnati sullo scacchiere internazionale da momenti di grave conflitto e da coalizioni dapprima antivenete e quindi antifrancesi, non lasciano traccia nella vita di Lodrino. Anzi, proprio mentre in lontani fronti si prepara lo scontro di Ravenna, nel paese ci si occupa di questioni di ordinaria amministrazione. Nel 1511 Pietro Malatesta, arciprete d'Inzino, fa compilare un inventario dei beni della chiesa di Lodrino. Il documento, già noto a Paolo Guerrini, precede di pochi anni la separazione della cappella di S. Vigilio dalla pieve di S. Giorgio. Nel 1531 compare infatti in incartamenti d'archivio il nome di Antonio de Gerbis, primo rettore di S. Vigilio. La vita religiosa della comunità lodrinese del secolo XVI conosce comunque altri rilevanti momenti di sviluppo che qui brevemente si richiamano. Da un testamento, datato 5 aprile 1522, si apprende l'esistenza della Scuola del SS. Sacramento, in favore della quale Pasqua Foccoli dispone un legato di 5 soldi. Il catalogo delle chiese e dei benefici, compilato nel 1532, assegna alla parrocchiale un reddito valutato 50 ducati, somma pari a quella indicata per Inzino e Marmentino. Il beneficio comprende ben 70 appezzamenti di terreno, di molti dei quali viene anche misurata l'ampiezza. L'estensione massima di una pezza è calcolata in 270 tavole. Si tratta di terreni arativi, boschivi, prativi e di aree in piccola parte coltivate a vite; tutte queste proprietà sono poste sul territorio del Comune di Lodrino e distribuite per le diverse contrade del paese. Dei beni della chiesa di S. Vigilio fa altresì parte una casa con le sue pertinenze, situata nella località Villa. Notizie più direttamente legate alla pratica della vita religiosa si traggono dalle carte delle visite pastorali del 1567, 1573, 1582 e dai documenti della visita apostolica di S. Carlo Borromeo, nel 1580. Raffrontando le successive relazioni si possono trarre alcune conclusioni: il clero locale è ben preparato ed attento ai suoi doveri; la frequenza ai sacramenti è viva; l'istruzione catechistica ben avviata. La situazione religiosa generale deve davvero essere di segno largamente positivo se nemmeno il rigorosissimo visitatore apostolico muove rilievi particolarmente notevoli, quando si faccia eccezione per un caso di concubinato e per una unione matrimoniale contratta fra consanguinei di terzo e quarto grado. Dagli atti della visita pastorale del 1582 si apprende ancora che la chiesa, sufficiente alle necessità del paese, è ben tenuta e che alla sua fabbrica ed alle necessarie spese di manutenzione provvede il Comune. Il vescovo Dolfin raccomanda in particolare la predicazione e la catechesi ma sottolinea, ancora una volta, che le condizioni spirituali del popolo sono generalmente confortanti. Quanto al capitolo economico, le fonti documentarie dicono che la prevalente attività dei residenti è legata al lavoro della terra, allo sfruttamento dei boschi, all'allevamento del bestiame; ma segnalano anche lo sviluppo di attività commerciali e artigianali legate alla produzione di chiavi e chioderie, nel settore delle ferrarezze, e di panni di lana e lino, nel settore tessile. Alcuni artigiani poi abbandonano il paese per continuare ed ampliare il proprio impegno produttivo generalmente in Brescia ma, in taluni casi, anche in Venezia e in altre città. Un testamento del 1573 segnala altresì l'esistenza d'una fucina, grossa, nella contrada detta, per l'appunto, della fucina di Biogno. Un atto notarile del 3 giugno 1591 informa ancora che i defunti Pietro e Domenico de Franciscis, originari di Lodrino e quindi trasferitisi in Venezia, esercitavano nel capoluogo lagunare l'attività di librai. Del casato de Franciscis non si ha altra traccia nei documenti archivistici finora emersi mentre, per tutto il Cinquecento, ricorrono con frequenza i cognomi Bernardelli, Boldini, Bonusi, Caspi, Chitolli, Foccoli, Ghisla, Marzoli, Pedersoli, Zanotti, Zappa, che designano certamente altrettante famiglie degli antichi originari, alcune delle quali particolarmente attive in operazioni di natura economica e in permute di proprietà. Se l'iniziativa privata non può dunque dirsi languente, anche i beni comunali sono oggetto di attenta cura. Le proprietà si accrescono anzi sensibilmente proprio alla fine del Cinquecento. Con atto del 4 settembre 1596 Francesco Montini, nobile cittadino di Brescia, vende al Comune diversi appezzamenti di terra boschiva, posti sul territorio di Lodrino e di Brozzo. Pur se non solidissima l'economia lodrinese regge pertanto in modo sufficiente, ad onta delle ricorrenti carestie e pestilenze. A quest'ultimo proposito conviene aggiungere che non rimane traccia archivistica locale dell'epidemia del 1575, detta "peste di S. Carlo", che pure altre fonti dicono apportatrice di gravi lutti, mentre si ha documento della pesante carestia che afflisse il paese nel 1597. Allo scopo di risolvere almeno parzialmente le difficoltà del momento, con atto del 21 marzo 1597 la Scuola del SS. Sacramento compera alcuni beni di proprietà degli eredi di Francesco di Selle, nella località Previo del Comune di Lodrino. All'attività di questa Confraternita che anche per tutto il Seicento è ripetutamente presente nella realtà religiosa e sociale del paese con notevoli interventi di beneficenza pubblica e di sostegno all'economia privata, si affianca, agli inizi del secolo XVII, quella della Scuola del SS. Rosario, eretta nel 1602. Le sue origini meritano qualche puntuale annotazione. Un atto rogato dal notaio Bettino Boldini informa che il popolo lodrinese è gravemente turbato poichè si è diffusa la convinzione che circa 25 ragazze del luogo siano possedute da demòni che le tormentano in modo gravissimo. Per porre fine a quella che si crede un'infernale persecuzione, il rettore Bartolomeo Petri suggerisce ed ottiene che il 2 febbraio 1602 si pronunzi un voto solenne alla Madonna: sarà istituita quanto prima una Confraternita del S. Rosario e si festeggerà in perpetuo, a partire dal prossimo 2 luglio, la ricorrenza della Visitazione. A compimento del voto, il 25 marzo 1602, festa dell'Annunciazione, il padre Massimo da Verola, dell'Ordine dei Predicatori del convento di Brescia, fonda la Societas del Rosario, erigendola all'altare della Madonna. Nel 1603 giunge da Roma il diploma di conferma e nel 1606 il vescovo Marino Zorzi può scrivere che essa è legittimamente costituita ed approvata dal pontefice. Legati, donazioni, offerte non tardano a comparire negli atti d'archivio e rappresentano le fonti d'entrata della Scuola. Nel 1646 essa risulta avere rendite fondiarie e qualche capitale censuario e livellario per un introito annuale di 150 lire pianeti, mentre nel 1684 gode d'un reddito di 340 lire. Un inventario dei beni della Confraternita, compilato nel 1692, prova che gran parte delle somme delle quali può disporre è spesa per l'arredamento dell'altare del Rosario che è ben provvisto di paramenti e sacre suppellettili. Nelle carte della visita pastorale del 1606 - dalle quali ci si è allontanati per questi sommari, rapidissimi cenni sui beni della Confraternita del Rosario - si accenna ancora alla Scuola della Dottrina Cristiana che nei primi anni del Seicento deve essere ben attiva ed organizzata se nel 1618 conta 12 reggenti e nel 1623 si riuniscono due volte il mese le Congregazioni per trattare dei bisogni del sodalizio. Col passare dei decenni, l'Opera, distinta nelle due sezioni, maschile e femminile, conosce ulteriore sviluppo. Da un Libro della Institutio Christiana per gli Huomini, si apprende che nel 1684 le varie cariche sono così distribuite: un sottopriore, un avvisatore, un cancelliere, due conversatori, due ricordatori, due infermieri, due sopramaestri, due silenzieri, due addetti all'acqua santa. Cinque maestri insegnano nella prima classe; sei nella seconda; sette nella terza. L'opera di educazione religiosa che la Scuola promuove rivolgendosi a tutta la comunità, si inserisce in una cultura nella quale i valori cristiani sono considerati tanto importanti da meritare specifici interventi della stessa Vicinia a garantirne il rispetto e l'affermazione. Bastino in questa sede due specifici riferimenti: con deliberazione del 13 giugno 1621, i campari sono incaricati di vigilare affinchè nessuno si permetta di lavorare in giorno festivo; il 17 giugno 1626 norme precise sono stabilite per l'ordinato svolgimento delle processioni e, in generale, degli atti di culto pubblico. Attenti all'educazione religiosa della comunità, i lodrinesi pensano anche all'alfabetizzazione della popolazione ed in particolare a quella delle giovani generazioni. Già la Scuola della Dottrina Cristiana diventa non raramente occasione per apprendere i primi rudimenti della lettura; ma, dal 9 gennaio 1625 si ha documento d'una particolare attenzione della stessa Vicínia per la pubblica istruzione. In tal giorno infatti Bonfadino Raimondi è nominato ufficialmente maestro di scuola, con diritto a percepire un compenso di 3 scudi e ad abitare in una casa messa a sua disposizione dalla comunità, nella quale egli abiterà ed accoglierà gli analfabeti del luogo. A partire dal 25 gennaio 1625 Giovanni Ghisla affitta al Comune, per un canone annuo di 10 lire pianeti, due stanzette nelle quali il maestro potrà svolgere le sue lezioni. Decisivo impulso allo sviluppo della scuola pubblica viene comunque dato all'esecuzione delle estreme volontà del rettore Bartolomeo Petri, il quale, nel proprio testamento steso tra il febbraio e l'aprile 1628, fissa un cospicuo legato che obbliga un sacerdote a far scuola a tutti i bambini residenti in Lodrino. Il testatore esorta anzi la Vicinia a deliberare che tutti i genitori del paese i quali abbiano figli maschi siano tenuti a mandarli a scuola, dai 6 ai 12 anni compiuti e per tutto l'anno. I trasgressori dovranno pagare un'ammenda di 10 lire il mese. Il Petri precisa ancora che eventuali dispense dall'obbligo scolastico dovranno essere documentate dal maestro, oppure dal rettore o da uno dei consoli del Comune. L'accenno a questa magistratura offre l'occasione di precisare che, fin dall' 11 gennaio 1609 - probabilmente in seguito a qualche riforma degli statuti - le cariche comunali sono così distribuite: due consoli, un cancelliere, un massaro, il camparo. Segue quindi l'indicazione d'una persona che deve "dare li posesi che per la giustizia di detto comune viene concessi". Tra questi, la nomina del mugnaio e l'incanto del mulino. E l'aggancio con il tema economico viene spontaneo.


Come per tutte le altre terre del Bresciano soggette al veneto dominio, è il Catastico di Giovanni da Lezze, compilato tra il 1609 e il 1610, ad offrire un quadro sintetico della realtà sociale ed economica lodrinese del primo Seicento. Nel paese, che conta 900 abitanti e 180 famiglie, le persone che esercitano un'attività lavorativa sono circa 200. Caratteristica la produzione di panni bassi, chioderie e verzelle, probabilmente anelli di ferro. Ad eccezione dei Foccoli, giudicati molto ricchi, tutti gli altri "sono genti che hanno qualche cosa (ma) dall'uno all'altro non vi è differenza". Si tratta infatti di contadini e piccoli proprietari che dal prodotto della terra cavano, talvolta con particolare sacrificio, di che vivere. E non infrequenti debbono essere i motivi di contesa tra confinanti, le piccole vendette e gli atti di vandalismo perpetrati in danno degli stessi beni comunali. In simili frangenti tocca al compare intervenire a metter pace negli animi e non è detto che l'arbitro non corra qualche pericolo, se è vero che la Vicinia stessa, con deliberazione del 16 maggio 1621 decide di adottare severe sanzioni contro i temerari che ardiscano ingiuriare e molestare il pubblico magistrato. Su una realtà economica piuttosto debole si abbattono con irrefrenabile violenza, nel triennio 1629-1631, i flagelli della carestia e della peste. Per tentare di porre rimedio alla gran penuria di viveri, nel febbraio-marzo 1629, la Vicinia richiede al Comune di Brescia il permesso di prendere a censo 3600 lire pianeti onde comperare del miglio. Nel maggio 1630, alle prime avvisaglie dell'approssimarsi della pestilenza, gli antichi originari del luogo eleggono alcuni deputati alla sanità, stabilendo altresì, nel giugno successivo, talune provvisioni per cercare di preservare il Comune dal terribile morbo. Ma i provvedimenti adottati e le misure di segregazione prontamente deliberate per tutti i casi di manifesta o sospetta infezione, non valgono ad impedire il diffondersi della peste che, in breve, imperversa in tutto il paese, seminando ovunque lutti gravissimi per la morte di centinaia di persone, ordinatamente nominate e numerate dal console Giorgio Zappa, testimone smarrito di tanto grave catastrofe. Una deliberazione della Vicinia, datata 25 marzo 1631, per la costruzione della cappella di S. Carlo nella parrocchiale e, più ancora, l'ordine dato dai Rettori di Brescia, nel giugno seguente, per una attenta disinfezione delle case che hanno ospitato appestati, rappresentano l'epilogo d'una vicenda funesta che ha decimato il paese. A quattro anni di distanza, nel 1635, il vescovo Vincenzo Giustiniani annota che le anime di Lodrino sono all'incirca 300. Le condizioni economiche della popolazione si rivelano tanto precarie che, nel giugno 1636, il governo veneto limita la tassa sul campatico al solo 5% , calcolato sul reddito netto delle entrate, rinnovando il provvedimento fino al 1642. Nel 1645, perdurando la situazione di disagio economico e di grave indebitamento dei comuni valtrumplini, costretti ad accendere ripetuti prestiti per sovvenire alle necessità delle popolazioni, il capitano veneto Girolamo Venier impone ai Comuni stessi una drastica riduzione della spesa e del salario che viene corrisposto agli stessi magistrati ed officiali comunali. Nella seconda metà del secolo XVII, la situazione, pur rimanendo sempre ben lontana dai confini d'una generale floridezza, conosce sensibili miglioramenti. Per ciò che si riferisce in particolare al settore artigianale, falegnami, fabbri, carpentieri, riannodano i fili di una attività che li vede spesso presenti anche in paesi limitrofi o in centri più lontani. Segnalabile in special modo l'opera degli intagliatori Angelo e Bartolomeo Ghisla che nel 1677 scolpiscono un bancone con calicera per la chiesa di S. Maria Assunta a Dosso di Marmentino. Sempre influenza negli ultimi anni del secolo viene assumendo la famiglia Morandi: il prestigio raggiunto dal casato fa sì che il 5 agosto 1689 Turino Morandi ottenga dalla Vicinia la facoltà per sè e per i suoi discendenti il diritto di sepoltura nella chiesa parrocchiale. La guerra di successione spagnola che, all'inizio del Settecento, apporta violenza e devastazioni nella pianura bresciana per le continue scorrerìe degli eserciti belligeranti, ha qualche riflesso anche in Valtrompia e segnatamente in Lodrino. Giunta notizia che gli Austriaci si trovano ai confini di Bologna, temendosi la loro calata in Valtrompia, l'8 settembre 1701 il Consiglio di Valle si riunisce per "sospetti di guerra" e dispone di impiegare la somma di 1200 berlingotti per aiutare la comunità di Bagolino. Si decide inoltre di promuovere atti di culto pubblico per scongiurare il flagello della guerra. Da parte sua, il 21 settembre, la Vicinia di Lodrino stabilisce di spedire gente armata alla Forcella di Gussago per prevenire o frenare le scorribande tedesche. Ad ogni armato verrà corrisposta la somma di 20 soldi il giorno. Inoltre, poichè non viene giudicata sufficiente la quantità di palle di artiglieria e di polvere da sparo dispensata dalla Comunità di Valle a tutti i Comuni, i lodrinesi sono autorizzati a provvedere per proprio conto al completamento della dotazione. Il 29 settembre si designano per sorteggio 5 uomini di Lodrino che devono essere mandati a Brescia per dare il cambio ad altrettanti armati, secondo un espresso ordine del capitano veneto. Gli eventi bellici non interessano comunque in modo diretto la Valtrompia che subisce invece, e duramente, gli effetti dello scontro armato in termini economici. Il 5 ottobre 1701 Giacomo Morandi è incaricato dalla Vicinia di procurare 60 some di miglio per il solo Comune di Lodrino che vuole fare da sè e rifiuta di concorrere alle spese che la valle tutta deve sostenere per l'acquisto di biade, essendo stato mal soddisfatto in precedenti occasioni. A queste ristrettezze si aggiunge una grave epidemia che colpisce il bestiame: con deliberazione del 17 gennaio 1703 i reggenti la comunità confermano le disposizioni già impartite circa i casi sospetti di mal di polmonera, raccomandandone una sollecita segnalazione e minacciando pene severe per i trasgressori. In un periodo di vacche magre come questo, il Comune cerca di amministrare con grande oculatezza le risorse delle quali dispone, compreso il taglio della legna dei boschi, disciplinate con specifica deliberazione del 24 marzo 1704. Un bilancio complessivo - sia pure abbastanza generico - delle condizioni economiche lodrinesi alla fine del primo decennio del secolo XVIII è offerto dalla riforma del Campatico, imposta dalla Vicinia nel 1710. I beni comunali danno un reddito di 850 lire, cui si deve aggiungere la rendita di alcuni appezzamenti di terreno che il Comune possiede sul territorio di Padergnone. Nella riforma compaiono altresì i beni dei particolari. Si rileggono i cognomi delle più antiche famiglie: Bernardelli, Bettinsoli, Bonusi, Caspi, Foccoli, Franzoni, Ghisla, Pedersoli, Raimondi, Sandri, Zanotti, Zappa, alle quali si è aggiunta, in tempi storicamente più recenti, quella dei Morandi. Ma si distinguono anche cognomi che denotano un certo flusso migratorio intervenuto nella comunità. Sono infatti nominati nel documento: i Gares, da Cimmo; i Morzenti dalla Val di Scalve; i Musotti da Monticelli; i Moro da Brione; i Piardi da Pezzaze; i Portesi da Cologne; i Pozzi da Bione. I beni di queste famiglie sono citati anche nel catastico del 1722, dal quale risulta che i più benestanti sono i Morandi che vantano vaste proprietà in Lodrino ma anche a S. Vigilio, Villa e Casto. Dal medesimo documento si apprende che le proprietà comunali danno una rendita valutata in 725 lire, alle quali si devono aggiungere altre 25 lire che rappresentano il reddito di due appezzamenti di terra lasciati in eredità dal defunto Carlo Foccoli con l'onere di mantenere il predicatore per la Quaresima. Quanto alle rendite comunali di Padergnone, derivanti dal legato Petri, esse sono assegnate al cappellano incaricato di far scuola ai fanciulli.


Su una realtà economica complessivamente tutt'altro che robusta si abbattono, ancora una volta, nel triennio 1736-1738, calamità tanto gravi da far sentire il loro effetto a distanza di anni. Si tratta dapprima di una diffusa epidemia del bestiame, preoccupante al punto da costringere i pubblici magistrati a far erigere i rastrelli per arginare l'infezione e quindi - nell'ottobre 1738 - della rovinosa alluvione provocata dallo straripamento del Mella e dei torrenti in esso affluenti. Mulini, ponti e pubbliche strade delle località Dosso, Cocca, Mostraghe, Villa, Invico, Biogno, sono distrutti mentre decine di tavole di terreno arativo e prativo vengono allagate causando danni che i periti fanno ascendere a 790 scudi. Le conseguenze di simili sciagure sono ancora avvertibili nel 1742, anno nel quale, essendo il Comune molto indebitato "in valle et in Camera" , si decide di risolvere, almeno in parte la pesante situazione avvalendosi delle somme accantonate per il miglio del Monte di pietà, con l'obbligo di ricostituire integralmente quel fondo con il ricavato dalle legne dei boschi comunali. Quanto alla situazione economica dei privati, fatte salve pochissime eccezioni, essa continua ad essere ben poco confortante. Lo prova un documento redatto il 20 agosto 1745 nel quale sono distintamente segnalate le proprietà dei particolari con l'indicazione della rendita relativa. Nella larghissima maggioranza dei casi si tratta di entrate magre, ridotte a poche lire di pianeti. Questa stima delle rendite - sebbene redatta sul fondamento d'una deposizione giurata resa dagli stessi proprietari terrieri - può ritenersi veritiera. Lo conferma indirettamente lo stesso rettore Domenico Damiani, originario di Lodrino, nella relazione predisposta nel 1756 per la visita pastorale del vescovo Giovanni Molin. Il sacerdote scrive che delle 74 famiglie del paese, non una è nobile e benchè vi siano due case Morandi che vivono signorilmente, è da credere che parte almeno della loro relativa ricchezza sia dovuta ai proventi del commercio. Le altre famiglie "sono tutte di quelle che vivono, chi con maggiore chi con minor fortuna, o delle sole loro fatiche e con poca aggiunta d'entrata". Il tema sociale ed economico prevale anche nelle testimonianze archivistiche che si riferiscono alla seconda metà del Settecento, periodo nel quale emergono talvolta episodi di sangue tra conterranei e gravi dissidi tra gli antichi originari e le famiglie di più recente immigrazione. Allo scopo di comporre definitivamente ogni conflitto e di spegnere sul nascere qualsiasi motivo di civile contesa, il 24 ottobre 1764 Francesco Grimani, capitano e vicepodestà veneto in Brescia, stabilisce per decreto che quanti abitino in Lodrino da almeno cinquant'anni debbano considerarsi originari del Comune a tutti gli effetti e quindi abbiano diritto, senza eccezione alcuna, a tutti i benefici previsti dagli ordinamenti e dalle consuetudini locali. Quanto ciò sia importante sotto l'aspetto sociale, soprattutto in tempi di ricorrenti carestie, epidemie e malattie del bestiame, non importa sottolineare. Tra il 1764 e il 1775 queste calamità si susseguono infatti con incalzante tragicità, generando anche episodi di violenza, sequestri di bestiame, furti e rapine suggeriti verosimilmente più dalla fame che da malvagio volere. Il 23 aprile 1775 la Vicìnia, non sapendo come diversamente provvedere alla diffusa indigenza della popolazione, chiede al Monte un prestito di 5.000 lire e il 19 gennaio 1779, perdurando una gravissima carestia, la medesima assemblea si rivolge per un immediato aiuto al conte Gaetano Fenaroli, protettore della comunità di Lodrino, il quale concede 120 some di biade che i Lodrinesi promettono di pagare, impegnando le legne dei boschi. Epidemie di vaiolo si ripresentano frattanto a turbare ancor più una convivenza sociale già gravata da tanti problemi: da segnalare in particolare l'infezione che si diffonde tra l'agosto e il novembre 1785. Ma il morbo si ripete anche negli anni seguenti, sia pure in proporzioni meno drammatiche. Maturano contemporaneamente oltre i confini della penisola italica avvenimenti destinati a travolgere secolari ordinamenti, a por fine al lungo dominio veneto sul Bresciano e a decretare la morte della stessa Repubblica di S. Marco. In questi turbinosi eventi Lodrino ha parte non piccola, e per la sua posizione geografica e perché il sindaco di Valtrompia è in quel periodo un cittadino lodrinese: Giacomo Morandi. Violenze, arbitri fanno da contorno alla situazione per cui il 23 luglio 1794 il capitano di Brescia Antonio Savorgnan interviene severamente presso il conduttore dell'osteria pubblica di Lodrino perché impedisca ogni disordine (ingiurie, minacce, giochi e risse ecc.). La sequenza degli avvenimenti ha, per così dire, un prologo militare il 30 luglio 1796, giorno nel quale transitano per Lodrino e per la via valeriana circa 8.000 soldati, fanti e cavalieri, con gran quantità di carri. Da quel giorno la valle è percorsa ripetutamente da armati "con non esiguo incommodo degli abitanti". Questa espressione, garbatamente eufemistica, si legge sul registro dei morti dell'archivio parrocchiale di Inzino. Dopo la proclamazione della Repubblica Bresciana (19 marzo 1797), gli avvenimenti assumono un ritmo incalzante. Già il 20 marzo Giuseppe Beccalossi e Giovan Battista Bordogni, municipalisti del governo e nativi di Valtrompia, sono inviati nella loro terra d'origine per guadagnare consensi alla causa rivoluzionaria. Il giorno 21 riescono a far convocare un Consiglio di Valle che riconosce la legittimità del nuovo ordine politico e dispone la rimozione di ogni stemma o insegna del passato dominio. Ma le proteste dei Comuni dell'alta valle - in particolare di Lodrino, Marmentino, Bovegno, Collio - sono tali che il sindaco Morandi è costretto a convocare per il primo giorno d'aprile un nuovo Consiglio di Valle che, sconfessando le deliberazioni della precedente assise, decide, tra l'altro, d'inviare truppe a Villa Carcina per la difesa della valle. La formazione militare ha compiti puramente difensivi, in attesa che Venezia, che ha mandato a Lodrino alcuni ufficiali, invii delle truppe regolari. Invece di quelle venete, arrivano le milizie francesi, al comando del Cruchet, il quale, il 9 aprile, impegna i valligiani fedeli a S. Marco in uno scontro che vede sconfitti i fautori della Serenissima. Il 13 un accordo tra il Cruchet e Giacomo Morandi fissa una tregua valida al 21 aprile. Scaduto l'armistizio, il Cruchet muove le sue truppe dal quartier generale di Gardone, in direzione di Lodrino e della Cocca. Seguono scontri che vedono prevalere i francesi. Il Cruchet torna a Gardone mentre i capi valtrumplini, d'intesa con i valsabbini e forti del sostegno supplementare di 150 bersaglieri arruolati dal Morandi, piombano su Gardone, colpevole d'essere fautore dei francesi, e lo saccheggiano, per ben due volte, il 27 e il 29 aprile. Ritiratisi i valsabbini e licenziata la banda tirolese, i francesi si organizzano e, dopo aver ricevuto altri pezzi d'artiglieria e rinforzi di gente armata, riconquistano Gardone, spingendosi poi fino a Brozzo messo a sacco il primo maggio. Il giorno 5 uguale sorte tocca a Lodrino. L'indomani i francesi pongono il loro quartier generale nella casa della cappellania del Rosario. Il sacerdote Vigilio Bettinsoli lascia una minuta descrizione delle ruberie da lui stesso subite ad opera delle truppe occupanti che gli confiscano generi alimentari, utensili ed altro, per un valore di quasi 400 lire. Ma angherie e soprusi sono sopportati in generale da tutte le famiglie del paese: saccheggi, sequestri di bestiame, di beni privati e ecclesiastici divengono abituali per tutto il periodo dell'occupazione militare che dura fino al 12 maggio. Una stima generale dei latrocini subiti dal Comune valuta i danni in lire 34.215. Nel settembre il governo sopprime tutte le Cappellanie e le Confraternite, avocandone le rendite. In quello stesso mese s'annuncia ufficialmente l'annessione del Bresciano alla Cisalpina. La provincia, con la sola eccezione della Valcamonica aggregata al Bergamasco, costituisce il Dipartimento del Mella, suddiviso in Distretti. Lodrino è compreso nella prima di tali circoscrizioni, avente per capoluogo Gardone. La posizione geografica del paese e l'importanza militare del passo della Cocca fanno sì che, anche negli anni seguenti, si moltiplichino per la popolazione, disagi e sofferenze. Le truppe imperiali e quelle francesi stabiliscono infatti alternativamente nel paese il loro quartier generale e tocca ai lodrinesi sostenere gli oneri del mantenimento delle opposte soldataglie. In tale modo, mentre dall'11 al 29 aprile 1799 si devono tollerare le requisizioni e le pretese delle truppe imperiali, agli ordini di Victor di Rohar e dal 5 al 21 giugno 1800 si devono subire altre devastazioni e ripetuti saccheggi ad opera di truppe tedesche e tirolesi, dal 28 giugno 1800 e, pur con qualche intervallo, fino al 20 gennaio 1801, si devono sopportare il passaggio e l'occupazione delle milizie francesi. Il paese è allo stremo della desolazione e della miseria: si calcola che solo dal 23 novembre 1800 al 20 gennaio 1801 i danni ammontino a 10.120 lire e vani risultano i ricorsi e le proteste dei cittadini presso gli uffici dipartimentali. Come se tutto ciò non bastasse, un'epidemia di vaiolo flagella il paese dall'ottobre 1801 al febbraio 1802. Nel "Quadro statistico del Dipartimento del Mella", edito nel 1807, Antonio Sabatti fa scendere a 469 persone gli abitanti in Lodrino e, occupandosi del trasporto del materiale ferroso dalla Valtrompia alla Valsabbia, auspica che il governo provveda quanto prima alla sistemazione della strada che sale a Lodrino per "facilitare il trasporto dei ferri dall'una all'altra valle". Pare invece che la dissestata via che unisce la Valtrompia alla Valsabbia, passando per il paese, debba servire in questo periodo soprattutto per scopi militari. Nuovi passaggi di gente armata si segnalano in particolare tra il 1813 e il 1814. Nel febbraio di quest'ultimo anno le truppe austriache di montagna riprendono l'offensiva contro i francesi. Lasciato un battaglione a bloccare la rocca d'Anfo, il generale Stanissavlevich scende con una colonna dal Maniva e con un'altra da Lodrino per sorprendere due compagnie al comando del capo battaglione Ferrero in sosta a Lavone. Il Ferrero, pur con gravi perdite, riesce a raggiungere Brescia che comunque è riconquistata dalle armi imperiali nell'aprile seguente.


Nei primi anni dell'amministrazione austriaca si riapre il discorso della strada che conduce a Lodrino dai due versanti, il valtrumplino e il valsabbino. Il progetto definitivo viene presentato il 5 gennaio 1821. I lavori per il tratto valtrumplino, intrapresi il 24 maggio 1823 dall'impresario Bernardino Seta, sono terminati nel luglio 1825 mentre nel giugno 1826 si completano anche quelli del versante di Valsabbia. Ai primi tempi del dominio austriaco risale altresì una statistica socio-economica, compilata nel 1824 a cura della Deputazione Comunale e compresa nel fascicolo don Zanetti dell'archivio parrocchiale. Secondo tale immagine la popolazione del paese, stimata in 587 persone, non comprende alcuno che sia di nobile condizione. Non vi sono nè pensionati nè quiescenti mentre gli "impiegati comunali e privati" raggiungono il numero di 15. I sanitari sono due, uno dei quali è qualificato possidente, mentre 6 persone sono dette artisti (artigiani). Gli agricoltori ed i pastori sono circa 200 e fra questi 50 sono giudicati miserabili. Il paese non fornisce nè pelli nè carni lavorate; sono invece indicate 200 some di "melica fraina" mentre si contano 3 miniere di ferro con 46 occupati. Vi si producono annualmente circa 200 quintali di materiale, del valore di 5 lire il quintale. Non esistono cave di pietra o di marmo, non fabbriche per lavorare il ferro, non forni fusori nè fucine o magli. Non mancano "pile" di riso ed orzo nè torchi da olio. Interessanti ragguagli si hanno nei primi decenni dell'Ottocento anche sulla scuola pubblica, sulla quale, come è noto, l'Austria esercita una particolare vigilanza. Un documento datato 1822 e riferito alla sola frazione d' Invico fa ascendere a 12 il numero dei bambini che frequentano le lezioni; nel 1827 gli alunni di Invico sono 19 e quelli del Dosso 24. Non esiste ancora la scuola per le fanciulle e la stessa Deputazione Comunale riconosce l'opportunità d'istituirla con lettera inviata all'I.R. Ispettore Direttore il 3 febbraio 1834. I propositi vengono mantenuti e già nel 1836 la sezione femminile del Dosso è frequentata da circa 40 alunne. All'esame che conclude quell'anno scolastico si presentano 27 alunne; 9 risultano temporaneamente assenti perchè trattenute in casa da impegni domestici. Da sottolineare il fatto che nel 1836 gli esami si svolgono all'inizio del mese di agosto, per evitare di esporre inutilmente i ragazzi al pericolo di contrarre il colera che miete vittime in Lodrino come nel Bresciano. Nel seguente 1837 si segnala una sospensione prolungata delle lezioni dovuta alla diffusione di un'epidemia di morbillo, particolarmente grave a Invico. La Deputazione Comunale, scrivendone al parroco avverte che per poter riaprire la scuola occorre attendere il parere favorevole del dottor fisico, vale a dire del medico condotto del Comune, del quale tuttavia non si riporta il nome. Si conosce invece una singolare ricetta del dottor Agostino Arici, figlio del poeta Cesare e ultimo discendente del casato, il quale cura una forma di epatite, della quale soffre il cappellano Mattia Ghisla, con acqua e decotti. Questo medico, che opera in Lodrino fino al 1857, ha qualche parte anche nelle vicende politiche legate alla lotta per l'indipendenza nazionale italiana. Il dott. Arici assieme a don Bortolo Tosini costituì in Lodrino dal novembre 1846 in diretto contratto con il dott. Bartolomeo Gualla e d'accordo con don Beretta di Gardone V.T. un punto di smistamento per l'espatrio in Svizzera di patrioti e disertori verso il Piemonte attraverso la Svizzera. Da Lodrino a Lugano il viaggio durava quattro giorni e i contrabbandieri locali che facevano da guida guadagnavano cinque franchi a testa. Nel dicembre 1848, l'arresto del contrabbandiere Bortolo Freddi di Comero suscitò vive apprensioni a Lodrino e a Brescia ma il Freddi non parlò. Arrestato, il dott. Arici disse di essere d'accordo con la polizia austriaca e si offrì di continuare l'opera di delazione, riparando in Svizzera e ritornando a Lodrino dopo le Dieci Giornate. Continuando la sua azione di delatore, in contatto con il Baroffio, già suo compagno di studi all'Università e mercanteggiando con informazioni (tra le quali quella della imminente sommossa milanese del 6 novembre 1853) la riammissione al posto di medico. La sua opera di delazione conduce all'arresto del mazziniano Ambrogio Ronchi, bloccato dalla polizia austriaca il 13 novembre 1853, a Gardone. Agostino Arici si mantiene in corrispondenza anche con gli esuli allo scopo di scoprirne le tracce e le trame e di indicarle alla polizia. Sotto l'aspetto professionale, la sua scienza medica poco o nulla può contro una nuova epidemia di colera che, tra il luglio e il settembre 1855, costa la vita a una ventina di lodrinesi. Il nome dell'Arici ritorna in una certificazione del 29 agosto 1857 per la quale egli dichiara idonea una sala che Giovanni Battista Ghidinelli mette a disposizione del Comune per la scuola femminile. Se si prescinde da questo personaggio che associa all'attività professionale una determinata forma di partecipazione alle vicende politiche del tempo, non si può dire che i lodrinesi - almeno per ciò che risulta dallo stato attuale delle ricerche - abbiano qualche parte attiva nel moto risorgimentale che conduce all'unità italiana. Fatte salve le rituali celebrazioni di ringraziamento per la fine della guerra di Crimea e le cerimonie religiose ufficiali raccomandate dal governo austriaco prima e da quello nazionale poi, non vi è al presente traccia di episodi significativi sotto l'aspetto politico nei quali siano coinvolti abitanti nel paese. Fa eccezione una lettera, sottoscritta anche da tre sacerdoti di Lodrino, in data 2 luglio 1862, con la quale un gruppo di 47 preti valtrumplini dichiara la propria solidarietà con il vescovo Girolamo Verzeri impegnato a domare le resistenze di quella parte del clero triumplino che è dichiaratamente favorevole alla causa nazionale. Un episodio degno di annotazione ma non direttamente legato alla vita del paese è rappresentato dalla sosta in Lodrino, nel novembre 1864, di una colonna guidata dal Wolff e dal Bezzi i quali, alla testa dei loro uomini, si propongono di provocare un'insurrezione nel Tirolo austriaco. Più che agli sviluppi delle vicende nazionali, i lodrinesi sono dunque attenti ai loro problemi locali e, tra questi, la viabilità, l'economia e l'istruzione pubblica sono oggetto di particolare premura. Già il 17 settembre 1860 il sindaco Zanetti con l'intera giunta scrive al consigliere provinciale Nicolò Sedaboni, di concerto con gli altri comuni valtrumplini e valsabbini interessati alla manutenzione della strada consorziale, chiedendo che l'importante via di comunicazione venga dichiarata nazionale. Ma le insistenze delle amministrazioni locali non trovano per il momento adeguata udienza e fino al 1867 si ha documento del periodico rinnovo del contratto di manutenzione della strada medesima tra i Comuni interessati e un'impresa privata. L'onere finanziario conseguente incide non lievemente sul già magro bilancio comunale di Lodrino. Quanto all'economia generale del paese, è interessante riportare ciò che ne scrive Marco Cominassi nell'ottobre 1865: "L'imposta censuaria sul reddito fondiario di detto comune supera il reddito reale. Che realmente quei fondi siano poco fertili, e non corrispondano all'aspettazione dell'agricoltore, ingrati a suoi sudori, questo è positivo ma d'altronde è anche innegabile che quegli abitanti forse avviliti dalla poca rendita, e caricati oltre il giusto dall'imposta fondiaria, e anche alquanto inerti e poltroni, si danno all'ozio e all'accattonaggio. Da ciò nasce che i fondi mal coltivati meno rendono, riducono quegli abitanti alla miseria con detrimento della società (...).


Proprio la misera condizione di parecchi contadini determina, precisamente nella seconda metà dell'Ottocento, un sensibile flusso migratorio verso la Svizzera. A migliorare almeno in parte la situazione dell'agricoltura locale, contribuisce dal 1888 la fondazione di una Latteria Sociale, voluta dal sacerdote Giovanni Bonsignori. Agli inizi il sodalizio può contare su 16 soci ma nel 1983 essi salgono a 92 mentre i bovini allevati, da 198 - quanti erano nel 1888 - salgono a 311 nel 1903. Nell'intento di debellare la piaga sociale dell'analfabetismo, il Comune attua, anche nella seconda metà del secolo XIX, una serie di interventi degni di annotazione. Fin dal 1852 amministra direttamente i redditi e il patrimonio della cappellania Petri. In seguito alle disposizioni della legge Casati, promulgata nel 1859, per la pubblica amministrazione diventa sempre più difficile trovare un sacerdote che sia abilitato all'insegnamento e che si accontenti del magro compenso che ne consegue. Pertanto, a partire dal 1873 - dopo la rinuncia del benemerito sacerdote Arcangelo Tadini - la scuola maschile del capoluogo è affidata ad un maestro laico e il Comune è costretto a rimpinguare il legato Petri stanziando nel suo bilancio una cifra sufficiente a sovvenire alle necessità della scuola stessa. Si pensa inoltre all'alfabetizzazione degli adulti: verso la fine dell'Ottocento è aperto un corso serale che si tiene di preferenza nei mesi invernali, ad opera del maestro Giacomo Zappa. È sua una relazione del 1894, nella quale egli scrive d'aver fatto scuola a circa 20 contadini, da gennaio a marzo, insistendo soprattutto sul calcolo, sulla lettura, sul modo di scrivere correttamente delle lettere. Aggiunge d'aver ancora impartito alcune fondamentali nozioni di storia e geografia. Da un memoriale dell'agosto 1907 si apprende che il Comune mantiene una scuola unica e mista nella frazione di Invico, corrispondendo all'insegnante uno stipendio di lire 840. Non alle lettere e al calcolo ma una piccola scuola di musica pensa Pietro Bettinsoli quando, nel 1909, costituisce nell'osteria Ciaina una fanfara formata da soli 10 elementi. Sono questi alcuni scarni fatti locali che si segnalano nei primi anni del secolo XX, caratterizzati in altri paesi valtrumplini da episodi di vita civile e politica ben più animati e rumorosi.


A seminare nuove amarezze e gravi lutti nella già faticosa vita dei lodrinesi intervengono i fatti bellici del 1915-1918, vissuti dal paese con momenti di particolare apprensione anche perchè proprio la strada che da Lodrino scende in Valsabbia è utilizzata non raramente per lo spostamento delle truppe italiane verso il Trentino. La Grande Guerra costa al paese 11 caduti tra graduati e militari di truppa e il dopoguerra - così come accade per molti altri centri della valle - non è certo agevole anche se non conosce la vivace dialettica sociale e politica presente invece nei centri valligiani nei quali è più forte la produzione industriale. Significativo in questo senso il dato delle urne. Nelle elezioni politiche del novembre 1919 il Partito Popolare, di recentissima costituzione, riceve ben 176 suffragi. Le altre liste raccolgono le briciole: 4 voti vanno ai socialisti e 9 al Partito Democratico, erede della tradizione zanardelliana. Nel 1921 i lodrinesi ricordano i caduti nel primo conflitto mondiale, inaugurandone il monumento, mentre nel 1922 si fa giungere nel paese la luce elettrica. Giacomo Baresi che, come sergente del Genio, durante la guerra ha potuto acquisire conoscenze di elettromeccanica, acquista il mulino di Raffaele Bettinsoli e, utilizzando le acque del Lembrio, fa sorgere una piccola centrale elettrica che fornisce l'illuminazione a Lodrino, Brozzo e Cesovo. Il 21 aprile 1924 a far corona al monumento ai caduti è inaugurato il Parco della Rimembranza. Pochi giorni innanzi, il 6 aprile, si sono svolte, come in tutto il territorio nazionale le elezioni politiche, celebrate con i criteri percentuali voluti dal fascismo. In Lodrino esse danno risultati degni di nota. Il cosiddetto "listone", dominato dai fascisti - nel quale sono tuttavia confluiti i candidati del partito democratico e di quello liberale - ottiene ben 139 dei 199 voti espressi validamente; 48 voti vanno ai popolari e un solo suffragio è assegnato ai comunisti. Sono risultati che, specialmente quando siano confrontati con quelli del 1919, provano quanto la situazione politica generale abbia esercitato il suo effetto in una minuscola realtà locale. Di scarso rilievo gli avvenimenti lodrinesi del ventennio mussoliniano. Dati statistici riferibili agli anni Trenta confermano che gli abitanti - circa 800 persone - continuano a sostenere con un'economia alquanto povera mentre il paese soffre ancora una situazione di isolamento certamente non migliorata dalla ben nota tendenza accentratrice del regime che riunisce uffici e servizi amministrativi nei più grossi centri del fondovalle. Nemmeno la scuola e l'assistenza medica sono immuni da sensibili deficienze.


I disagi della popolazione si fanno drammatici durante la seconda guerra mondiale mentre anche le montagne e le cascine di Lodrino sono teatro di alcuni minori episodi di guerriglia partigiana. Nel maggio 1946 le prime libere elezioni amministrative seguite alla dittatura e alla guerra promuovono alla carica di sindaco Faustino Bettinsoli. Gli succedono nell'ordine: Guido Bettinsoli, Giacomo Ghisla, Sandro Bettinsoli, Felice Bettinsoli e, dal maggio 1985, Achille Foccoli.


Fra le più significative iniziative sociali degli ultimi decenni è da segnalare la istituzione di un Centro per anziani mentre tra le opere pubbliche più notevoli si devono ricordare quanto meno il monumento all'alpino, inaugurato nel 1969, la sistemazione di tutti gli edifici scolastici e dal 1985 l'inizio dei lavori per la nuova rete di fognature. Notevole nello stesso periodo l'attività di Enti e Associazioni. Nel biennio 1962-63 per la partecipazione di un buon gruppo di giovani e per l'impegno del maestro Bertelli di Marcheno, la banda lodrinese viene riorganizzata; nel 1969 nasce lo Sport Club, attualmente presieduto da Sandro Parolini e forte d'oltre 150 iscritti; nel 1975 è aperta la Sezione dell' Avis che, nel 1985, dopo 10 anni di attività conta 125 donatori effettivi.


PERSONAGGI ILLUSTRI. Bettino Boldini è designato, insieme con altri eletti dai Comuni di Valtrompia, alla compilazione degli Statuti del 1436; Ortensio da Lodrino, cappuccino, insieme con padre Giuseppe da Crema svolge intensa opera di apostolato nell'Engadina, fin dal 1623; Bartolomeo e Angelo Ghisla, intagliatori della seconda metà del Seicento ai quali si devono alcuni pregevoli lavori: nel 1677 scolpiscono un bancone con calicera per la chiesa di S. Maria Assunta a Dosso di Marmentino; pagamenti a maestro Bartolomeo risultano inoltre effettuati il 19 gennaio 1690 dai Massari della chiesa di S. Silvestro in Comero. Di Lodrino fu originario il poeta Cesare Arici, che nella casa degli avi tornò spesso per periodi di riposo.


ESCURSIONI. Le gite più interessanti raggiungono Cima Pal, Cima Nasego e il Passo della Cavata (m. 1450) da dove, a N, si dominano la ridente vallata di Marmentino e i verdi prati della Vaghezza con maestose cime; a S l'occhio spazia fino alla lontana insenatura del lago di Garda prospiciente il monte Altissimo e la catena del Baldo. La vallata offre anche alcune sorgenti molto apprezzate fra le quali quella della Cascina Mandro, assai leggera, sulla strada per Casto. Note anche l'acqua Tignosa sulla via per Alone, la fonte ferrugginosa del Lembrio, a mezz'ora dal centro del paese, raggiunta anche dagli abitanti di Brozzo.


CHIESA PARROCCHIALE di San Vigilio - Del primitivo edificio sacro, che anche i più recenti studi dicono essere stato costruito in forme romanico gotiche probabilmente nel secolo XV, le testimonianze archivistiche acquisite allo stato attuale delle ricerche non lasciano alcuna memoria. Una pala collocata nel santuario della S. Croce mostra la chiesa parrocchiale come si doveva presentare nel secolo XVI: una costruzione con tetto a capanna e facciata più elevata, d'impostazione richiamantesi, come detto, allo stile romanico gotico con campanile a mattina, eretto all'altezza del presbiterio. Gli atti delle visite pastorali del 1567 e del 1573 offrono ben poche notizie circa la fabbrica. Si apprende comunque che nella parrocchiale, oltre al maggiore, esistono gli altari del Corpus Domini, della Beata Vergine, di S. Antonio e dello Spirito Santo. Al primo è appoggiata la Confraternita del SS. Sacramento; quanto all'ultimo il Bollani vuole che sia demolito. La descrizione più precisa della chiesa antica di S. Vigilio si coglie negli atti della visita pastorale compiuta nel 1852 dal vescovo Giovanni Dolfin. L'edificio, orientato ad est e privo di volta, misura 54 cubiti in lunghezza e 16 in larghezza. Ha due porte ad uso del popolo lungo il lato settentrionale mentre dalla porta centrale si accede al cimitero. La facciata presenta una finestra tonda; due, oblunghe, si aprono nella parete meridionale e tre in quella settentrionale. Il campanile, posto a sud, si erge vicino alla chiesa; porta due campane ed un orologio. Quanto all'arredo interno, il vescovo osserva che l'altare maggiore, consacrato, è sovrastato da una pala o icona composta da tavole dipinte e dorate. Gli altari della Madonna e di S. Antonio sono addossati alle pareti sulle quali poggia l'arcone del presbiterio, coperto da una volta dipinta. Lungo la parete meridionale è invece collocato l'altare del Corpo di Cristo, con pala dipinta e dorata. A mezzogiorno rispetto alla cappella maggiore si trova la sagrestia, con copertura a volta. Il visitatore annota ancora che l'onere della fabbrica e delle riparazioni alla parrocchiale è sostenuto dal Comune. Nel 1606 il vescovo Marino Zorzi rileva l'esistenza della Confraternita del S. Rosario - fondata nel 1603 - e segnala altresì l'attività della Scuola della Dottrina Cristiana. Per ciò che si riferisce più direttamente alla fabbrica del tempio, si può ricordare l'ordine di dare sistemazione al pavimento, sconnesso e disuguale, e di dipingere nella cappella del battistero la scena del Battesimo di Gesù. Anche Vincenzo Giustiniani detta, nel 1635, una prescrizione che si riferisce al patrimonio artistico dell'antica chiesa: vuole che l'altare di S. Carlo sia provvisto d'una icona che raffiguri, per l'appunto, il Borromeo. Dai documenti relativi ad altre visite pastorali del Seicento non emergono notizie tanto importanti da meritare, almeno in questa sede, particolari indugi. Al di là di tradizioni, mai confermate da prove sicure, per le quali si vorrebbe che già nel 1716 il rettore Angelo Pecino avesse avviato la costruzione della nuova chiesa parrocchiale - impresa che sarebbe stata presto abbandonata per l'insorgere di conflitti di proprietà - resta l'inoppugnabile testimonianza archivistica a documentare che la fabbrica dell'odierna chiesa di S. Vigilio ha principio nel 1752. Questa precisa indicazione è contenuta nella relazione predisposta dal rettore Domenico Damiani per la visita pastorale di Giovanni Molin. Allo stato attuale, le prime note di spesa relative alla costruzione del nuovo tempio si riferiscono comunque al 1756 e quindi al biennio 1758-59. Consistenti ordini di materiali edilizi si registrano pure dall'agosto 1761 all'aprile 1762. Non si conosce, al presente, il nome dell'architetto cui si deve il disegno dell'opera che Sandro Guerini assegna comunque ai Corbellini - per analogia di impianto architettonico con le chiese parrocchiali di Malonno e Paitone - e non ad Antonio Turbino, come si è fin qui comunemente ritenuto, sul fondamento di quanto scritto a suo tempo dal Cappelletto. La ricostruzione della storia della fabbrica non s'arricchisce d'altre significative acquisizioni archivistiche fino al 1767. Il 14 luglio Giovanni Setti presenta al parroco una nota di 42 giornate lavorative impiegate per la copertura, a volto, della sagrestia. Ruggero Boschi che ha fatto conoscere questo documento annota: "Evidentemente nel luglio 1767 la zona presbiterale era già stata costruita prima della sagrestia. Il muro di contrafforte si trova appunto tra questi due vani quasi ad indicare una struttura di controspinta alla volta del presbiterio prima che vi si ammassassero altre strutture". Con queste osservazioni concordano altri studiosi i quali, richiamandosi alla data 1760, incisa sull'estradosso della volta centrale, fanno risalire a quell'anno la costruzione del presbiterio e della navata fino all'altezza delle prime due cappelle laterali. I lavori di sistemazione della zona presbiterale continuano nel 1768 e il primo ottobre di quell'anno viene aperta al culto la parte di edificio già costruita. Nell'occasione si pone anche la prima pietra del nuovo lotto di opere. Dal 1768 al 1777 si bada al definitivo arredo di quanto eretto con la costruzione della cantoria, dovuta ad Antonio Prandini, dell'organo e degli altari dedicati rispettivamente a San Giuseppe e alla Madonna del Rosario. Il parapetto dell'altare di S. Giuseppe è opera del Telaroli di Brescia mentre i quadretti dei misteri, di ignoto artista, sono pagati dal rettore Damiani nell'agosto 1777. Dal maggio 1780 al giugno 1790 scorre un decennio ricco di iniziative finanziarie e intenso di realizzazioni edilizie. Effettuati, tra il 1780 e il 1781, i necessari lavori di scavo e sbancamento per il prolungamento della navata, alla fine del 1783 si completa la sommità del facciata, ornata dalle due statue dei santi Vigilio e Rocco, ad opera dello scultore Beniamini di Brescia. I 12 agosto 1784 viene pagata al pittore Nanini la pala dell'altare della Madonna mentre nel settembre 1784 sono collocati i cherubini che decorano i portali del tempio. Tra il settembre e il novembre 1785 Giorgio Anselmi affresca la parrocchiale. I lavori proseguono negli anni seguenti con la costruzione degli altri due altari laterali, dedicati rispettivamente ai santi Luigi Gonzaga e Carlo Borromeo e benedetti dall'arciprete d'Inzino, Pasini, il 27 settembre 1794. In quest'anno può dunque dirsi ufficialmente conclusa la gran fabbrica della nuova chiesa di San Vigilio, alla quale, nel periodo di più operosa attività - il quinquennio 1780-1785 - ha lavorato un centinaio di artefici. Il 19 agosto 1839 la Deputazione Comunale di Lodrino delibera di far costruire i basamenti in pietra di Botticino alle lesene. I lavori, affidati all'impresario Sinforiano Gamba da Rezzato su progetto dell'ing. Giuseppe Bianchi di Brescia, sono ancora in alto mare nel 1841 per sopravvenute difficoltà burocratiche frapposte dal governo austriaco. Spese straordinarie per riparazioni sono sostenute dalla fabbriceria nel 1882 mentre tra il 1892 e il 1893 si rendono necessari altri interventi alla copertura e alle fiancate. Dal settembre 1897 al gennaio 1904 Diego Porro, organaro di Brescia, riceve, in rate successive, una somma di circa 3.000 lire per la costruzione d'un nuovo organo. Il completo restauro interno ed esterno del tempio è attuato, per impulso dato dal parroco Pietro Zanetti, tra il 1909 e il 1910. Nel triduo 7-8-9 maggio 1911 si festeggia la consacrazione della chiesa, ad opera del vescovo Giacinto Gaggia, coadiutore dell'Ordinario Corna Pellegrini. Il primo gennaio 1922 si stipula un contratto con la ditta d'Adda per il rinnovo del castello delle campane. Il nuovo concerto, predisposto mentre fervono importanti lavori di consolidamento e ristrutturazione del campanile affidati alla ditta Secondo Fracassi di Collio, è inaugurato il 7 ottobre 1922. Nel 1924 si segnala un intervento conservativo che si riferisce all'organo mentre nel 1939 la parrocchiale è dotata di nuove stazioni della Via Crucis. Negli atti della visita pastorale, compiuta dal vescovo Giacinto Tredici nel 1949 è attestata l'avvenuta posa di un nuovo tabernacolo in marmo per l'altare maggiore - l'opera è stata in effetti collocata fin dal 1943 - e si menziona pure il rinnovato impianto di illuminazione della chiesa. Il 23 novembre 1965 si inaugura il nuovo altare liturgico, della ditta Paolo Gaffuri di Rezzato, coadiuvata dall'impresa edile Ambrosi di Lodrino e dall'opera dei falegnami Bettinsoli, essi pure del luogo. Nel 1966 il pittore Giuseppe Casari lavora nell'abside dell'altar maggiore. Nel 1970 il parroco Giuseppe Benigna provvede al rifacimento del tetto della sagrestia e del castello delle campane, portando altresì a compimento l'impianto di riscaldamento della chiesa, inaugurato nella solennità d'Ognissanti. Nell'autunno 1976, sotto la direzione dell'arch. Valentino Volta, viene rinnovato il tetto della parrocchiale, si rifanno i finestroni e si interviene sui cornicioni esterni. Non si compie invece il programmato restauro degli affreschi dell'Anselmi e delle pale. Nel 1985 il parroco Valerio Scolari affida a Eliseo Franceschi di Brescia il restauro della tela collocata all'altare dei santi Antonio Abate e Carlo Borromeo.


Esterno - La facciata, elegante e armoniosa, scandita da robuste paraste binate e incorniciata dal timpano e dagli acroteri, si apre al centro in una bella loggetta con davanzale a colonnine poligonali allineate di spigolo. Il finissimo portale, in marmo bianco di Botticino è impreziosito da capitelli, cornici, coppie di cherubini. Le fiancate segnate da modeste lesene per ampi riquadri non presentano altri scatti del muro perimetrale che risulta piuttosto piatto e uniforme, accrescendo in tal modo nell'osservatore il senso di compattezza e di solidità della fabbrica.


Interno - I poderosi contrafforti, legati tra loro dagli archi trasversali e longitudinali, sono disposti a quattro a quattro lungo il passo dell'unica navata e creano un ambiente ricco di luci e ombre, architettonicamente più mosso rispetto all'esterno. L'aula appare suddivisa in tre grandi campate che determinano altrettanti spazi: due per l'assemblea dei fedeli; il terzo, a pianta quadrata, per il presbiterio. L'itinerario artistico che qui si propone prende l'avvio dalla bussola e risale lungo la navata fino alla parete absidale esaminando innanzitutto gli affreschi del soffitto e quindi la dotazione artistica degli altari e le altre opere degne di rilievo, secondo il procedere del visitatore, il quale, entrando nel tempio dall'ingresso principale, può immediatamente osservare che il soffitto è suddiviso in volte, corrispondenti alle tre campate e ripete sempre il medesimo schema decorativo: un riquadro affrescato al centro, contornato da una semplice cornice a fitte modanature, e quattro pennacchi agli angoli con figure a fresco conchiuse in ricchi stucchi con gioco ornamentale che appare leggermente variato.


Prima campata - Sulla volta, che reca, in sigla, la firma del pittore Giorgio Anselmi e la data 1785, vedasi l'elissoide centrale raffigurante la Trasfigurazione di Cristo. Nei quattro pennacchi si riconoscono gli evangelisti. Pienamente leggibile è solo san Matteo con l'angelo; san Giovanni è interessato da consistenti cadute di colore mentre gli altri due autori dei sinottici sono per buona parte rovinati. Quanto agli altari laterali compresi in questa campata - a sinistra quello dei SS. Antonio abate e Carlo Borromeo; a destra quello dedicato a S. Luigi Gonzaga - si può affermare che non si tratta di opere che meritino particolare considerazione. Di qualche specifica annotazione sono invece degne le tele che vi sono collocate.


Pala dei SS. Antonio abate e Carlo Borromeo - Raffigurati nella parte inferiore del dipinto, i due santi contemplano la Madonna in gloria con il Bambino, tra una corona di angeli. La tela, già elencata tra le opere vatrumpline da Giuseppe Nuvolone, detto il Panfilo, è stata recentemente attribuita da Enrico M. Guzzo a Pietro Ricchi, detto il Lucchese, attivo nel Bresciano tra il 1640 e il 1650. Da segnalare l'intenso patetismo espressivo nel volto dei santi e la bellezza dello scorcio paesaggistico visibile in basso, al centro del dipinto.


Pala di San Luigi Gonzaga - Il patrono della gioventù contempla la Vergine con il Bambino in compagnia di san Gaetano, raffigurato in posizione leggermente arretrata. Un pesante restauro ottocentesco ha aggiunto, in alto a sinistra, la figura di un terzo confessore, forse san Filippo Neri, ed ha determinato ampie ridipinture della tela, in modo particolare per ciò che si riferisce alle vesti della Madonna e dell'angelo in basso. L'opera è assegnata dal Guzzo al veronese Giorgio Anselmi che l'avrebbe dipinta nella fase ultima della sua carriera.


Seconda campata - Procedendo lungo la navata il visitatore raggiunge la seconda campata che presenta una volta abbastanza ben conservata. L'elissoide centrale raffigura Abigail che porta doni a Davide. Nei pennacchi si vedono quattro eroine bibliche: la regina Ester, moglie di Assuero o Serse, re di Persia, con in mano lo scettro del perdono che ella ha ottenuto per il popolo ebreo; Giuditta con la testa di Oloferne da lei decapitato; Gioele che regge il martello e ha un chiodo sotto i piedi; la quarta figura femminile, che reca un ramo di gigli, è probabilmente Susanna. Questi quattro dipinti sono stimati tra i brani pittorici migliori e più eleganti dell'intero ciclo affreschivo presente nella parrocchiale. I due altari laterali compresi in questa campata sono dedicati rispettivamente a San Giuseppe - sul lato sinistro - e alla Madonna del Rosario. Degne di nota per entrambi sono soltanto le opere di scultura e pittura che ne formano l'arredo.


Pala del Beato Transito di san Giuseppe - Il dipinto è compreso in una magnifica soasa lignea, intagliata, della quale, purtroppo, si ignora l'autore. Sconosciuto è pure l'artista cui si deve la tela, pagata nell'ottobre 1773. La pittura è comunque di buona e gradevole cromìa. Sulla parete sinistra rispetto all'altare vedasi la teletta che presenta un Cristo portacroce, discreto lavoro del primo Settecento.


Soasa e quadretti dei Misteri del Rosario - Come quella dell'altare di S. Giuseppe, anche l'ancona che incornicia i Misteri del Rosario è ricca e sontuosa opera d'intaglio della quale tuttavia non si conosce l'autore. Ignoto è altresì l'artista cui si devono i quadretti dei Misteri. Il pittore sembra comunque rifarsi a schemi compositivi ancora seicenteschi nei quali inserisce taluni influssi riconducibili al neovenetismo degli inizi del Settecento.


Terza campata: Presbiterio, Altare Maggiore e pala di S. Vigilio - Lasciata la navata e raggiunto il presbiterio, se ne osservi innanzitutto la volta. L'affresco centrale presenta Mosè che invoca misericordia per il popolo ebreo caduto nell'idolatria mentre nei pennacchi si succedono Aronne, o forse Melchisedech, lo stesso Mosè in veste di legislatore, una figura molto corrosa nella quale potrebbe riconoscersi Salomone il saggio e quindi Davide, il salmista. Secondo il Guzzo non è da escludersi che lo stesso Anselmi abbia affrescato anche il lunettone absidale raffigurante il martirio di S. Vigilio. È possibile, secondo il medesimo studioso, che Ambrogio Sampietri segnalato dal Panazza come pittore operante in Lodrino nel 1859, si sia limitato a un pesante restauro del precedente lavoro settecentesco. Dietro l'altare maggiore, ottocentesco, inserita in una modesta soasa lignea forse opera del Prandini, è appesa la pala dedicata al patrono della parrocchiale. Il vescovo san Vigilio è raffigurato in gloria tra gli angeli, nella parte alta del dipinto. Sotto le nubi, in basso è presentato il panorama di Lodrino. La tela, originariamente dovuta all'opera di Giuseppe Nuvolone, espressamente nominato in un documento segnalato da Enrico Maria Guzzo e datato 1684, ha subito almeno tre ridipinture, tutte più o meno oltraggiose. La prima nel 1768 quando venne collocata nella nuova parrocchiale; la seconda, ad opera di A. Sala, a metà dell'Ottocento e la terza, veramente rovinosa, nel 1925. Dopo tante manomissioni le condizioni attuali del dipinto sono tali che è ben difficile pensare che se ne possano recuperare le originali caratteristiche. Appesa alla parete sinistra rispetto a chi guardi l'altare maggiore vedasi infine una paletta raffigurante la Madonna con il Bambino e san Luigi Gonzaga. Il dipinto, purtroppo in cattive condizioni, è nondimeno interessante perchè si rivela opera di un pittore bresciano, della seconda metà del Settecento, probabilmente della scuola di Antonio Paglia.


Arredi sacri - Il pezzo più antico dell'oreficeria sacra lodrinese è una croce astile, stimata della fine del Quattrocento o degli inizi del Cinquecento, attribuita generalmente a Girolamo delle Croci e considerata una delle più rappresentative opere della produzione bresciana del tempo. Realizzata in lamina di rame argentata e dorata, sbalzata, è rifinita a bulino e inchiodata su un'anima di legno. Su entrambe le facce, lungo lo stelo e i bracci, si svolge una finissima decorazione di stile tardo gotico. L'opera propriamente plastica non rispetta più la collocazione originale delle figure, sottoposte ripetutamente a spostamenti. Attualmente sul recto, intorno al Cristo crocifisso in posizione centrale, sono raffigurati: in alto san Vigilio, in basso san Giovanni evangelista, a sinistra e a destra rispettivamente san Giovanni Battista e santa Maria Maddalena. Il verso presenta invece al centro il monogramma del Salvatore, in alto l'aquila, in basso il pellicano, a destra e a sinistra il leone e il bue. Il pellicano, palesemente estraneo ai simboli evangelici, ha verosimilmente sostituito l'angelo di san Matteo che è andato perduto. Una seconda croce astile reca la data 1606 ed è in metallo argentato. Sul recto intorno al Cristo a tutto tondo, stanno le consuete figure dei dolenti con Dio Padre in alto. Sul verso vedasi al centro una Madonna con il Bambino e alle estremità i quattro evangelisti con i rispettivi simboli. Meno interessanti ma inedite, altre due croci fanno parte della dotazione della parrocchiale: una è della fine del Seicento, in metallo argentato e con la figura di Cristo dorata; l'altra chiaramente settecentesca è parte dell'arredo dell'altare di S. Giuseppe. Lo sposo della Vergine vi è rappresentato sul verso, al centro. Segnalabile nell'oreficeria sacra anche la serie di reliquiari e ostensori settecenteschi. Notevoli altresì un turibolo ed una navicella del tardo secolo XVIII. Tra i tessuti liturgici più preziosi si può ricordare una pianeta del tardo Settecento con ricco ricamo a giardino e broccature dorate.


ORATORIO di SAN ROCCO (fraz. Invico) - Il primo documento che riguarda questa chiesetta è datato 1521. L'oratorio è indicato con il solo titolo di S. Sebastiano ma dal 1567, anno della visita pastorale del vescovo Domenico Bollani, nelle carte d'archivio compare costantemente la dedicazione a S. Rocco, protettore invocato contro le frequenti pestilenze. Dagli atti della visita bollaniana si conoscono ben pochi particolari circa il sacro edificio: il vescovo si limita ad ordinare che sia imbiancato e che venga ampliata la finestrella tonda della facciata. Un poco più precise le notizie trasmesse dalle carte della visita condotta nel 1573 dal canonico Cristoforo Pilati. Si apprende che la chiesetta è senza dote e che vi si celebra occasionalmente o quando vi siano infermi da comunicare. Il visitatore ordina che si orni l'altare, si aggiusti il pavimento e si mettano serramenti e chiave sulla porta più piccola. Decreta inoltre che l'oratorio venga liberato da ogni sudiciume e che, nel frattempo non possa essere officiato. Dagli Atti della visita di S. Carlo (1580) apprendiamo che l'oratorio dipende dalla chiesa parrocchiale, è decentemente ornato, vi è un altare regolare senza obblighi e dote. Vi si celebra talvolta per devozione della popolazione di Invico. Possiede venti tavole di terra i cui redditi assime ad elemosine ed offerte degli abitanti del luogo vengono impiegati nei restauri della chiesa. Il convisitatore dell'arcivescovo di Milano ordina che l'altare venga riempito di materiale e chiuso da cancelletti e inoltre che le finestre vengano munite almeno di tele. Come per molte parrocchie della Valtrompia, è il vescovo Dolfin che fornisce, negli Atti della sua visita pastorale del 26 giugno 1582, le più ampie notizie. Egli afferma che la chiesa è stata eretta dai "Vicini", abitanti di Invico; non è consacrata; ha un solo altare; il presbiterio è a volta mentre il resto del tetto è coperto da laterizi. La chiesa è orientata ad oriente, ha due porte: una verso occidente, l'altra verso mezzogiorno. Ha un campanile con campana. Vi si celebra talvolta e non ha redditi. Dipende dalla parrocchiale di Lodrino. Nei pressi vi è il cimitero che viene benedetto dallo stesso vescovo visitatore. Gli abitanti hanno il permesso di tenervi un prete che vi celebri nei giorni tanto festivi che feriali, non però nelle feste mobili dell'anno, nè nella prima domenica del mese e nemmeno nelle domeniche di quaresima, per tutta la settimana santa e a Natale, all'Epifania, nel giorno del le Ceneri, nelle solennità della Madonna, nella festa di Ognissanti, in quella dei Morti e nella festa di S. Vigilio. In tutti questi giorni festivi gli abitanti sono tenuti ad andare in parrocchia. Gli Atti della visita del vescovo M. Giorgi, del 10 aprile 1606, registrano che alla chiesa erano stati fatti parecchi legati, per una somma di circa venti lire annuali per la celebrazione di messe. Alcuni ordini, già impartiti in precedenza, ritornano nella visita del rev. B. Macario del 1625. Egli ordina che si faccia il pavimento, si restauri l'altare e lo si chiuda con cancelli di ferro, si tolga l'umidità dalla sagrestia, mettendo un canale sul tetto e, infine, che si faccia una porta almeno di legno al cimitero. Ordini questi probabilmente eseguiti nella loro sostanza nel giro di dieci anni, giacchè nel 1635 il vescovo V. Giustiniani, il 7 ottobre in visita pastorale a Lodrino, si limita a raccomandare di mettere entro quattro mesi vetri e reti alle finestre per impedire che penetrino in chiesa i volatili. Il visitatore ordina, inoltre, che non si diano i Sacramenti a coloro che si sono appropriati dei beni della chiesa, fino a quando non li abbiano restituiti. Comanda poi che vengano fatte le solite due chiavi per la cassetta delle elemosine e che si rinnovi, sotto pena dell'interdetto, il tabernacolo del SS. Sacramento. Limitati provvedimenti vengono registrati negli Atti delle seguenti visite pastorali. Delle visite del 1637 e 1657 sappiamo che l'oratorio aveva un reddito di 100 scudi, (saliti poi a 110 nel 1668, a 340 lire nel 1684), provenienti dai beni stabili, livelli, con onere di quattro messe la settimana, di tenere il cappellano che deve fare la dottrina cristiana. Nel 1657 viene sottolineato l'obbligo al cappellano di portarsi alla parrocchiale la 3 domenica del mese e nelle solennità. Il 13 settembre 1661 un decreto del cardinale Pietro Ottoboni vescovo di Brescia approva una convenzione intervenuta tra il rettore di Lodrino e i rappresentanti la contrada d'Invico. Il documento che si riferisce, ancora una volta, alle feste da celebrarsi in S. Rocco, richiama e conferma in gran parte le disposizioni fissate nel lontano 1582 da Giovanni Dolfin e precisa che nel giorno di Natale il cappellano d'Invico potrà celebrare la terza messa della Natività nella chiesetta della frazione ma solo dopo aver officiato le altre due nella parrocchiale e comunque in un orario che non preceda le messe che si celebrano in S. Vigilio. Potrà invece chiedere licenza al rettore di celebrare la solennità dell'Epifania nell'oratorio di S. Rocco. Continue le preoccupazioni dei visitatori per l'umidità che minaccia la stabilità del santuario. E proprio le persistenti infiltrazioni dell'acqua e le ingiurie del tempo riducono l'edificio in condizioni tali che il rettore Marco Bianchi s'induce a spedire in curia, il 15 luglio 1731, la richiesta di edificazione del nuovo oratorio. Il 20 luglio il vicario generale Leandro Chizzola accorda tutti i permessi invocati e la costruzione può cominciare. Nel nuovo tempio il Cappelletto vide un'idea progettuale dell'architetto Marc'Antonio Turbino ma recentemente Sandro Guerini ha negato che l'oratorio d'Invico debba comprendersi nel catalogo delle opere dell'artista. Il nuovo edificio si realizza in un tempo piuttosto breve ma gli atti della visita pastorale compiuta nel 1735 dal card. Guarini non vi accennano. Informano invece che l'oratorio mantiene un cappellano confessore che ha 72 scudi d'entrata per 212 messe "quoad sacrificium" e per messe quotidiane tutto l'anno "quoad locum". Il rettore di Lodrino, dal canto suo, osserva che i beni della chiesetta gli sembrano ben amministrati. In realtà il parroco ha qualche motivo di riserva che si sviluppa negli anni seguenti a colpi di documenti ma simili scaramucce non durano a lungo. Alla fine del Settecento l'incartamento dei beni ecclesiastici tronca ogni motivo di dissenso amministrativo con la popolazione di Invico. Nel 1809, nella sua relazione per la visita del vescovo Nava, il parroco scrive che la chiesa era "mantenuta dalla pietà dei fedeli". Vi si celebra la messa quotidiana, nei giorni feriali gratis, in quelli festivi "colla limosina della Pubblica Istruzione" alla quale erano andati i beni soppressi. Difatti il parroco nella sua relazione scrive che "dell'antica cappellania fondata in detta chiesa ed applicata dal Governo alla Pubblica Istruzione, che obbligava il cappellano a far dottrina, assister gli infermi, non rimane che l'obbligazione della messa festiva". Nei decenni dell'800, tra il 1809 ed il 1838, risulta che i due altari sono dedicati al Patrocinio della B.V. e a S. Sebastiano. Dalla relazione del parroco del 1855 sappiamo che vi si canta messa "più volte l'anno con due processioni e che la chiesa è mantenuta dalla Fabbriceria parrocchiale". Vi risiede un cappellano "obbligato a celebrarvi ogni festa e possibilmente anche nei giorni feriali". Nel 1856, probabilmente in segno di riconoscenza per la cessata epidemia di colera dell'anno precedente, si restaura l'organo dell'oratorio ad opera di Gaetano Marchesini. Altri interventi per la manutenzione dello strumento sono segnalati nel 1872. Nel 1890 la cappellania di S. Rocco risulta priva del suo sacerdote; nell'oratorio si festeggiano soltanto poche ricorrenze oltre a quella del titolare e dei santi Fabiano e Sebastiano. Il lento declino della chiesetta e di ciò che ha significato per la comunità d'Invico sembra emergere anche dalle carte della visita pastorale del vescovo Giacinto Gaggia, nel 1929. Negli anni Trenta la vita religiosa che si sviluppa intorno alla chiesetta riprende vigore: nel 1935 è ripristinato l'annuo assegno, calcolato in lire 500 per il mantenimento del cappellano; nel 1936 il vescovo Tredici dà il permesso di conservare quotidianamente il Sacramento nella chiesetta e tale facoltà rinnova anche negli anni seguenti purchè si osservino le normali disposizioni in materia. Nel 1938 si costituisce un consiglio amministrativo per la manutenzione dell'oratorio. Infine nel 1978 il parroco Giuseppe Benigna promuove radicali interventi di restauro del santuario. La facciata e tutte le pareti esterne vengono intonacate e nuovamente tinteggiate; sono sostituiti i canali di gronda e rifatti i portichetti di entrata alla chiesa della quale si rinnova completamente la copertura. All'interno, degni di nota il restauro degli altari laterali, il rinnovamento dell'impianto di riscaldamento, il rifacimento delle finestre, comprese quelle della sagrestia. Anche l'organo, ridotto in precario stato, viene sottoposto a restauro, ad opera di Ezechiele Podavini e collaudato con un concerto offerto alla popolazione il 16 agosto 1982.


Esterno - La facciata, lineare ma nobilmente disegnata, presenta ai fianchi del portale due coppie di paraste che s'innalzano fino a tre quarti del prospetto per essere interrotte, a questa altezza, da una cornice a tettuccio che le rilancia subito e sempre in coppia verso il fastigio. Questo singolarmente s'innalza oltre i due segmenti che chiudono il rettangolo della facciata per far spazio al lunettone della finestra che si apre al centro, esattamente in linea con il portale. Sulla copertura si liberano gli acroteri con i consueti piedistalli sagomati per la croce e le pigne. Interno - L'unica navata, abbastanza ampia e voltata a botte, è scandita in spazi regolari da una coppia di lesene che si legano con gli archi della volta. Le cappelle per i due altari laterali sono segnate da un arco appena accennato. Il presbiterio, che si chiude in forma poligonale, suggerisce una sua lontana origine gotica.


Guida alla chiesa - L'itinerario che qui si percorre risale la navata dalla sinistra rispetto all'ingresso principale e, raggiunto il presbiterio, ritorna da destra alla bussola. Pulpito - È una delle più notevoli opere d'arte offerte dal santuario. L'elegante lavoro d'intaglio, per l'impostazione strutturale e la ricchezza dei motivi ornamentali, presenta una tipologia chiaramente settecentesca. È comunemente attribuito alla cerchia dei Pialorsi di Levrange, detti Boscaì, ma nemmeno le più recenti acquisizioni archivistiche hanno potuto confortare l'attribuzione con la sicura prova documentale o comunque far emergere elementi utili in materia. Polittico dell'altare della Madonna - Annoverato fra le testimonianze artistiche più valide dell'intera Valtrompia e stimato del primo Cinquecento, l'insieme è stato purtroppo largamente manomesso e anche la cornice è ben lontana dal presentare le sue primitive caratteristiche. E tuttavia alcune parti di questa ancona possono stimarsi ancora originali: i pezzi a colonnine e archi polilobati della predella, i riccioli vegetali con cornucopia che contornano i gattoni della cimasa e, forse, anche l'incorniciatura intorno al Cristo incoronato. La predella, che dell'intera composizione è la parte che presenta le condizioni più precarie, è suddivisa in undici settori: il primo e l'ultimo anzichè uno, comprendono due santi, per un totale di 13 figure. Si tratta del Cristo, visibile al centro della predella, e dei dodici apostoli, allineati ai lati del Salvatore. Quanto alle quattro tavole soprastanti - ritoccate e con ampie cadute di colore - si vedono, nel primo ordine, san Bernardo abate e san Pietro apostolo, a figura intera, e, nel secondo ordine, a mezzo busto, le sante Lucia e Apollonia. Nella cimasa, in posizione centrale, il Cristo tiene tra le mani una corona, particolare questo che fa pensare che fin dall'origine, sotto e al centro del polittico, fosse posta un'immagine della Madonna, dipinta o scolpita. Documenti archivistici recentemente venuti alla luce provano che dal 1763 era stata qui collocata una statua della Vergine, colpevolmente venduta in anni non troppo lontani. In sostituzione di quel simulacro è ora visibile una modestissima statua di Maria con il Bambino. Difficile l'indagine circa la paternità delle tavole. Per le sante Lucia e Apollonia, chiaramente cinquecentesche, recentissimi studi di Enrico Maria Guzzo tendono a non negare qualche mediato contatto dell'ignoto artista con il bergamasco Previtali e con Lorenzo Lotto oltre che con il Caylina. Agganci con la scuola foppesca sono individuabili in altri pezzi del polittico, in particolare nella predella. Trittico del presbiterio - La cappella maggiore, che presenta sull'ingresso due stupendi angeli lignei che reggono altrettante lampade, è veramente notevole, non tanto per l'affresco della volta raffigurante san Rocco in gloria e tipologicamente vicino ai Voltonini, quanto piuttosto per le tre grandi tele che vi sono collocate. Nella pala dell'altare è raffigurata la proclamazione della santità di Rocco. Il patrono d'Invico, in gloria, è venerato da un pontefice - forse Gregorio XIII che ne introdusse il nome nel martirologio romano, fissandone la memoria liturgica al 16 d'agosto - da un gruppo di cardinali, da frati e devoti. Le tele appese alle pareti laterali narrano episodi della vita del santo: a destra il riconoscimento del cadavere di san Rocco, morto in prigione; a sinistra il santo predica agli animali. Sagrestia e arredi sacri - Al centro del soffitto, vedasi l'affresco che presenta la nascita di san Rocco: nei quattro ovati laterali si raccontano episodi della sua vita. Tra l'oreficeria custodita nella sagrestia notevole una croce astile del Cinquecento, inedita, in lamina di metallo sbalzato, argentato e dorato. Sul recto, attorno al Cristo crocifisso, a tutto tondo, si osservano le plachette con i simboli dei quattro evangelisti; sul verso la placchetta di san Rocco è attorniata da dolenti e dal simbolo del pellicano. Segnalare anche un calice della fine del Seicento e un reliquiario del Settecento affine a quelli della parrocchiale, in metallo argentato e lavorato a sbalzo.


Cappella dei SS. Sebastiano e Pantaleone - Lasciato il presbiterio, si raggiunga la cappella dei Santi Sebastiano e Pantaleone con pala degli inizi del Seicento che presenta in alto, tra le nuvole, la Madonna con il Bambino e, in basso, in atteggiamento contemplativo, i nominati santi insieme con Rocco, Gaetano da Thiene e Vigilio. La tela è stimata opera di un pittore bresciano probabilmente in rapporto con il Bagnadore, da cui deriva elementi della cultura emiliana, e soprattutto con il Morone. Il Guzzo sostiene che il dipinto rivela anche accessioni a Stefano Viviani. Discreta la soasa che accoglie la pala.


Organo - Recentissime acquisizioni archivistiche hanno rivelato che la cassa e la cantoria, comunemente attribuite ai Pialorsi di Levrange, si devono invece a Faustino e Giovanni Battista Bonomi da Avenone. Pagamenti a questi artisti con la specifica indicazione delle opere di volta in volta da loro compiute sono registrati, in date successive, a partire dal 1717 e fino al 1761. Si tratta di un pregevolissimo lavoro d'intaglio che alla monumentalità dell'impianto, rilevabile soprattutto nella cassa, unisce la ricchezza e la varietà degli elementi decorativi. Segnalabili in particolare l'eleganza delle singole statuette e l'imponente maestà dell'angelo che domina la cimasa.


SANTUARIO della SANTA CROCE - Le origini della primitiva cappellina sono avvolte nella leggenda o ripetono tradizioni secolari d'incerta origine. E proprio la memoria tradizionale locale vuole che in tempi remotissimi un pastore abbia trovato una Croce apparsa ai suoi occhi in un modo che egli ritenne miracoloso in quanto essa gli comparve all'improvviso, in un luogo impervio del monte Feifo di mezzo. Questa tradizione locale trova la sua riprova in due ex voto custoditi nella casa parrocchiale in cui la Croce appare in luogo aperto su un cocuzzolo del monte. L'episodio del ritrovamento avrebbe fatto subito gran rumore convincendo i buoni lodrinesi a far erigere una chiesetta dove accogliere la croce miracolosa. La tradizione vuole ancora che per erigerla fosse stato scelto il più comodo passo della Cocca o "Cùca" dove tra l'altro si sarebbero potuti utilizzare i materiali di una leggendaria Rocca che ivi sorgeva a protezione della Valtrompia. Mentre si dava il via alla costruzione, la Croce fu deposta in una cascina del luogo. E quale fu la meraviglia quando al mattino gli addetti ai lavori non la trovarono più. Messisi alla ricerca la trovarono ancora sul monte Feifo di mezzo, dove era comparsa al pastore. Il fatto miracoloso convinse i lodrinesi a erigere il santuario in quel posto. Un'altra versione della leggenda vorrebbe che il luogo più comodo per la costruzione della chiesetta fosse a valle dove sarebbe sgorgata una sorgente oggi chiamata "Acqua Santa", e che il miracoloso trasferimento della Croce si sarebbe ripetuto ben tre volte. La leggenda offre uno spunto anche sull'esistenza della frana che si scorge ancora nei pressi del santuario e che i lodrinesi chiamano appunto "la làf del santèl". Essa sarebbe un castigo mandato da Dio sul gregge e sul pastore, che s'era beffato di un amico fermatosi a pregare davanti alla cappella. Appare nella leggenda una precedente santella dedicata alla Croce, che i documenti confermano. Una variazione della leggenda riguardante la fondazione del santuario è stata raccolta da Giacomo Bianchi nel suo volume dal titolo "II sasso del cane". Essa racconta di un pellegrino lodrinese tornato dalla Terra Santa, dove aveva avuto in dono da un frate francescano una bella croce di legno, contenente una sacra spina della corona di Gesù. Egli fu accolto dalla popolazione con festeggiamenti, funzioni solenni, processioni e falò e la croce venne poi esposta alla viva venerazione dei fedeli nella parrocchiale, anche per i miracoli e le grazie ottenute. La "reliquia preziosa" scomparve per tre volte per essere ogni volta ritrovata nel luogo ove fu poi eretto il santuario. Un'altra supposizione si può avanzare: che in luogo sia esistito in tempi pagani un bosco sacro e che all'albero particolarmente venerato sia stata sostituita la croce, albero della salvezza. I documenti non raccolgono tradizioni o leggende del genere. Ma non sono meno commoventi nella loro semplicità e profonda fede. Anzitutto essi confermano come la devozione alla Croce abbia preceduto la costruzione del Santuario. Già nella prima metà del secolo XVI compare in talune annotazioni contenute in vari atti dell'archivio parrocchiale il toponimo Cros; d'una contrada denominata Crosetta si fa cenno in un documento del 1534 e una località detta alla Croso, latinamente, Contrata Crucis è menzionata in un atto del 1572. Un lascito testamentario del 1631 informa dell'esistenza del Giesuolo della Crosetta. Si tratta del primo documento, finora noto, che prova l'erezione d'una cappellina dedicata alla S. Croce e preesistente all'attuale santuario. Agli inizi del Settecento il piccolo oratorio è segnalato come luogo intorno al quale già si è sviluppata una grande devozione sottolineata, tra l'altro, da una solennissima festa celebrata nel 1713. Proprio per dare compimento a un desiderio vivamente avvertito dalla popolazione, il 13 marzo 1733 la vicìnia generale del comune di Lodrino delibera la costruzione di un nuovo oratorio. L'edificazione della chiesetta è voluta all'unanimità dall'assemblea che elegge Francesco Morandi, Giovanni Battista Bettinsoli, Antonio Gualda e Domenico Pedersoli "per poter con più comodo operar l'occorrente per il desiderio di questa spettabile comunità con piena facoltà di poter e dover far et erigere la chiesa suddetta nel sito di detto monte" secondo un disegno "visto, mostrato et aggradito a spese tutte della Comunità" sollecitandoli a ricorrere a tutti gli effetti sia al vicario generale "e ovunque occorresse per la bramata licenza". Il parroco di Lodrino don Marco Bianchi veniva in appoggio con una lettera del 30 giugno 1734 al vicario generale che vale la pena di riprodurre. "Ritrovandosi - egli scrive - sul Monte Feifo tener di Lodrino un piccolo santelo già molto tempo eretto in cui si ritrova una croce grande di legno, dove in tempo d'estate il pubblico processionalmente per qualche urgenza si porta tre quattro o al più sei volte secondo il bisogno. Di più questo è frequentato dali particolari del medio Comune ed altri di terre contigue, perciò hanno rissolto di costruere in honore della Veneranda Croce un piccol tempio su la qualità del disegno che s'invia, al quale per esser soto la mia parocchia gli do il mio consenso senza pregiuditio alcuno al mio jus parochiale anzi essendo i materiali in luoghi distanti si suplica impartire licenza di poterli condurre e fare altre opere simili in giorni festivi e riverente s'implora la gratia". Il 2 luglio seguente il vicario generale Leandro Chizzola concede il richiesto permesso. E ben presto intorno al nuovo santuario si ravviva la devozione come confermano il ripetersi di funzioni sacre, l'esistenza di ex voto e il fiorire di nuove leggende. Una relazione del 1756 attesta che il santuario "non ha rendita ed è mantenuto dalla Comunità che lo ha in cura. Qui vi è un solo altare ove si celebra Messa qualche volta l'anno quando dal Pubblico o da qualche privato se ne delibera la devozione." La devozione è documentata soprattutto per le grazie ottenute e che servono a moltiplicare i pellegrinaggi. Infatti nell'archivio parrocchiale di Lodrino risultano pellegrinaggi della parrocchia di Comero nel 1786, 1824, 1861. Il santuarietto è sempre al centro di una viva devozione popolare che dura per tutto l'800. Nel 1809 il parroco scrive: "Vi si celebrerà la messa solo ne' pubblici e privati bisogni" e soggiunge che il santuario è mantenuto con le elemosine". Nel 1838, ancora il parroco di Lodrino ribadisce che è "mantenuto dalla sola pietà dei fedeli". Nella relazione del parroco per il 1855 si legge: "A questo santuario vassi per antico voto comunale processionalmente la popolazione e vi si canta messa il 14 settembre ed in ogni pubblica grave necessità. Frequenti poi sono le messe private che in fra annuali vi si celebrano pei devoti" . Il parroco avverte che non ha per "proventi che le poche elemosine adventizie" . Resta pure il ricordo di speciali processioni compiute durante la grande siccità nel 1861. Memorabili anche le feste straordinarie, specie quelle del 1903 e del 1928. Il santuario è restaurato nel 1946 dal parroco don Zanetti in scioglimento di un voto fatto durante la guerra. Ma i restauri più radicali sono mossi dal parroco don Giuseppe Benigna nel 1971 ed eseguiti dai giovani ed uomini di Lodrino che vogliono aggiungere all'edificio anche un elegante campaniletto. Lavori questi benedetti dall'ausiliare mons. Pietro Gazzoli. Nel 1978 su progetto di Guido Bettinsoli, un gruppo di volenterosi che, simpaticamente desiderano chiamarsi i "cirenei", realizzano sotto la guida del capomastro Rino Ambrosi, le stazioni della Via Crucis. Nel 1985 il parroco Valerio Scolari fa restaurare le due pale della chiesetta, ad opera di Eliseo Franceschi da Brescia. I dipinti sono collocati nel presbiterio, a sinistra e a destra della Croce lignea che vi è venerata. Raffigurano rispettivamente sant'Antonio abate con alcuni animali e san Carlo Borromeo. Secondo i più recenti studi entrambi questi lavori sono da stimarsi del Settecento. Enrico Maria Guzzo aggiunge anzi che i dipinti si debbono considerare successivi alla costruzione del nuovo santuario. D'altra parte, si può osservare che la tipologia del Borromeo presente con il crocifisso tra le mani, richiama quella che contraddistingue san Giovanni Nepomuceno, il culto del quale risulta particolarmente diffuso in Valtrompia proprio nel secolo XVIII.


ECONOMIA. Se le risorse economiche di Lodrino sono state costituite soprattutto dall'agricoltura almeno dal sec. XIX, il paese riscontrò un'intensa attività manifatturiera sia nella produzione di panni grossi sia di "verzelle e chioderie" lavorate in una fucina grossa (esiste la Val del Forno) e in fucine piccole. Declinata la produzione artigianale rimase quasi unica risorsa l'agricoltura. Ancora agli inizi del '900 infatti erano rinomati sul mercato di Brescia i cavoli e le verze di Lodrino. L'agricoltura venne incrementata nel 1888 da una Latteria sociale fondata da mons. Giovanni Bonsignori. I 16 soci del 1888 nel 1903 erano saliti a 92; i bovini allevati da 198 nel 1888, erano aumentati a 311 nel 1903. Sviluppata fu sempre la caccia che si avvalse di magnifici raccolti. Abbandonati nel territorio le pietre da calce, antica la cava di gesso di Bioru che dal 1889 diede per alcuni anni materiale allo stabilimento di Gardone della ditta Mutti e Bagozzi. Nel 1854 venne scoperta da certo Valdini, a poca distanza dalla Chiesa, una vena di rame che esaminata per via umida dal dott. Maza e per via secca dall'assaggiatore Battaggia fu particolarmente apprezzata. Il Curioni poi vi riscontrò anche fosfato di rame. Fucine e mole sono segnalate fin dal sec. XVII. Buon sviluppo ha avuto l'artigianato che ha trovato il suo punto di forza nella Cooperativa "Mandro". Antica la bottega artigiana Bettinsoli per l'intaglio del legno, molto conosciuta ed apprezzata. Viva fin dagli ultimi decenni del sec. XIX l'emigrazione specie verso la Svizzera. Presente il turismo che è andato sempre più sviluppandosi negli ultimi decenni richiamando anche molti cremonesi e milanesi, fino a superare il migliaio di presenze al giorno. A sostegno dell'economia locale nel 1983 veniva istituita la Cassa Rurale e Artigiana di Lodrino che diventò operante dal 5 maggio 1984 con 244 soci.


RETTORI e PARROCI - Girolamo di Bonali (1483) e Bono da Angolo (1484) sono ricordati da Paolo Guerrini come cappellani di Lodrino per delega dell'arciprete di Inzino. La serie dei Rettori può considerarsi aperta con Antonio de Gerbis, il quale rinuncia per motivi di salute nel 1531. Le dimissioni sono accolte da Mattia Ugoni, vicario generale, in data 4 settembre ma Antonio de Gerbis compare ancora come rettore di S. Vigilio nel catalogo capitolare del 1532 e in un atto notarile datato 23 marzo 1534. Gli succedono nell'ordine: Giovanni Antonio de Gerbis, (ottiene la collazione del beneficio il 7 ottobre 1559 e fa testamento il 29 agosto 1572, rogante il notaio Marco da Trezzo, nel ducato di Milano, ma è ancora citato dal Pilati come rettore di Lodrino il 3 settembre 1573); Girolamo Gabrieli, da Prato - oggi Belprato - in Valsabbia (28 ottobre 1573 - luglio 1586); Bartolomeo Petri (16 nov. 1587 - 24 ott. 1630); Francesco Capitanio, (attesta al vescovo Marco Morosini d'aver ottenuto il beneficio da Roma il 22 settembre 1633. Nel 1646 è trasferito a Saiano); Giovanni Battista Scarpi, già cappellano a Monticelli Brusati (ottiene la rettoria di Lodrino il 20 nov. 1646. Fa testamento il primo novembre 1682. Nobile bresciano); Angelo Pecino, da Belprato (nominato il 13 gennaio e sepolto in Lodrino il 4 marzo 1727); Marco Bianchi da Brescia (12 dic. 1727 - 28 marzo 1754); Domenico Damiani da Lodrino (28 agosto 1754 - 29 marzo 1794); Pietro Botti da Lumezzane Pieve (9 agosto 1794 - 23 giugno 1834); Federico Baronio da Nozza (22 dicembre 1834 - 1860); Pio Martinelli (18 agosto 1860 - 1872). Promosso arciprete a Saiano; Angelo Raza, da Marcheno (5 febbraio 1873 - 1886). Promosso a Flero; Giuseppe Baruffaldi, da Nuvolento, nominato a Lodrino il 14 ottobre 1888 e trasferito a Muscoline nel 1895, Pio Comini (12 giugno 1896, rinuncia l'11 novembre 1900; Pietro Zanetti (20 giugno 1901 - 31 gennaio 1948); Luigi Baronio (7 settembre 1948, rinuncia il 14 luglio 1968); Giuseppe Benigna, fa l'ingresso in S. Vigilio l'8 dicembre 1968. Promosso arciprete a Pisogne nel 1979, muore nell'ottobre dello stesso anno; Valerio Scolari, da Maderno, nominato il 23 maggio 1979, fa l'ingresso nella parrocchia il 29 luglio seguente.